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I REGALI DI NATALE – p.4

I REGALI DI NATALE – p.4

Nella capitale dell’area flegrea ci sono vari altri luoghi dove si svolgono le attività mercantili. Pozzuoli deve essere stata sin dall’antichità un luogo in cui si svolgevano scambi di merci. Lo testimoniano i resti archeologici del “Macellum”, una sorta di ipermercato ante litteram, che si trova proprio davanti alla linea destra del porto e che ha subìto l’affronto antistorico di essere confuso con un “Tempio” solo per il fatto che negli scavi era stata ritrovata una statuina del dio greco egiziano Serapis. Da parte loro i geologi hanno utilizzato le residue colonne che caratterizzano l’ampiezza e l’altezza di questo sito per misurare i livelli del fenomeno bradisismico, cui è sottoposta la terra flegrea. Tra il Serapeo e il mare al di là di una strada sempre molto trafficata c’è uno spazio sul quale si svolge il mercato dell’usato e delle mercerie varie. Oggi ci sono pochi banchi; quasi certamente la crisi pandemica ha ridotto il livello di scambio e in un giorno prefestivo come questo, unico nel corso dell’anno, c’è più attenzione verso i prodotti tipici alimentari. Dopo un rapido sguardo decidiamo di andare verso quello che ricordiamo essere il mercato ittico – sia quello all’ingrosso che si svolge di prima mattina prima dell’alba che a dettaglio – e quello poi della frutta e verdura al dettaglio (gestito da commercianti) e ci sorprendiamo nel notare uno scarso afflusso. Ci accorgiamo che non c’è più alcun banco e alcuni addetti ai parcheggi, che per sostenere il commercio sono stati resi liberi dall’Amministrazione comunale nel limite di due ore, ci avvertono che i banchi si sono spostati tutti poco più sopra, dove c’è il mercato coperto. In realtà qualche anno prima si erano insediati lì ma poi, se ben ricordo, erano ritornati verso la linea del mare. Ci avvertono però che il mercato è chiuso; c’è stato per tutto ieri fino a notte fonda. Ora tutti stanno nelle loro case a preparare il cenone. Ecco perché – ci diciamo Mary ed io – non c’era tanto movimento.

E così superata la villa Comunale, che è da sempre molto ridotta e non ha molto a che vedere con quelle che si chiamano allo stesso modo ma hanno la fortuna di esistere in altri luoghi, ci inoltriamo attraverso le stradine che portano verso la piazza della Repubblica. Attraversiamo quello che i puteolani hanno chiamato con una certa esagerazione – alla pari con il concetto di “Villa” – “Canal Grande”, ‘o Cannalone” memori del fatto che a causa dei fenomeni bradisismici il mare fino ai primi anni del secolo scorso lo percorreva, costringendo gli abitanti ad utilizzare passerelle simili a quelle che a Venezia adoperano quando c’è l’acqua alta. Ve ne è una testimonianza nel film “Assunta Spina” (tratto dal dramma scritto da Salvatore Di Giacono) di Gustavo Serena e di Francesca Bertini, che ricopre anche il ruolo della protagonista (la potete vedere dal minuto 6 e 40″ del film che vi inserisco in coda a questo blocco).

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PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA – L’IRRESPONSABILITÀ DELLA CLASSE POLITICA, A PARTIRE DA QUELLI A ME PIÙ VICINI (O CHE DOVREBBERO ESSERLO) – P. 3

Ho atteso per portare in qualche modo a compimento alcune mie riflessioni. La soluzione, che è indubbiamente – in tutto questo bailamme – la migliore – conferma le mie ragioni; in realtà è il Paese nella sua grande maggioranza a sostenerle: questa classe politica deve essere profondamente riformata.

Non lo riconosceranno, i nostri cari politici; anzi, faranno finta di avere assunto la scelta con grande responsabilità e senso dello Stato e faranno “passare il tutto in cavalleria” che è uno dei modi di dire della nostra lingua per significare la sottovalutazione dei gravi rischi che la nostra Democrazia sta correndo. E non è da sottovalutare anche il grave rischio che si è fatto correre alla Repubblica di avere un (o una) Presidente scarsamente rappresentativo del nostro popolo.

Questa è una classe politica ormai squalificata dappertutto: la qualità dei suoi rappresentanti è la cartina di tornasole di ciò che si muove nelle periferie. In ogni parte del nostro Paese ci troviamo di fronte ad una classe politica incapace di ascoltare con attenzione le critiche benevoli che da tanta parte le si sono rivolte, una classe politica che ha privilegiato le proprie sinecure incuranti, se non che a chiacchiere (che come dice il famoso detto partenopeo “Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna!“), delle richieste di ascolto. Anche per questa sottovalutazione che si è protratta nel tempo e l’aumento dei bisogni insoddisfatti in questi ultimi anni, aggravato dalle emergenze di tipo sanitario, la gente non ha proprio più intenzione di sopportare questo stato delle cose. Segnali di disaffezione partecipativa democratica sono stati lanciati già nei decenni appena trascorsi fino alle recenti elezioni politiche suppletive a Roma del 16 gennaio 2022 dove ha partecipato al voto meno del 12% degli aventi diritto e la vincitrice ha raccolto poco più di 12.000 voti.

https://elezioni.interno.gov.it/suppletive/scrutini/20220116/scrutiniCI15110

In tutta questa vicenda è emerso l’abbassamento del livello qualitativo dell’intero quadro politico. Non è in discussione l’esito; è apparsa la soluzione migliore per uscire dall’impasse. Ma sono stati i passi precedenti ad essere indicativi dello stato confusionale in cui il mondo politico italiano si va muovendo, a partire dalla candidatura di Berlusconi e proseguire per il farsesco sostegno alla scesa in campo della Presidente del Senato, notoriamente invisa per questioni caratteriali ad una moltitudine di parlamentari, e non solo per questa ragione inadeguata a svolgere un ruolo di “super partes” (nemmeno nei lavori parlamentari in Senato le si può riconoscere tale valore). Si è poi consumata l’altra “commedia” della candidatura della Elisabetta Belloni, sostenuta soprattutto in quanto rappresentante del genere femminile ma non adeguatamente preparata anche per il suo ruolo attuale a svolgere la funzione istituzionale più alta prevista dal nostro ordinamento. Sulla impossibilità di poter avere una candidatura “al femminile” ho già scritto, precisando che le “donne” più presentabili per tale ruolo sono invise a gran parte della attuale leadership politica per le stesse ragioni che attengono alla loro capacità di utilizzare in modo autonomo e libero il pensiero critico, che è forma largamente non gradita dal Potere.

Ad ogni modo, lo ripeto, la soluzione trovata è un parziale momentaneo riconoscimento del fallimento; spero di poter avere una smentita concreta delle mie pessimistiche previsioni. Caro Presidente Mattarella, buon lavoro! Il Paese ha bisogno di te.

CINEMA – storia minima – parte 27

CINEMA – storia minima – parte 27

Avevo annunciato nel precedente blocco che, seguendo in modo cronologico la Storia dell’arte cinematografica, ci saremmo spostati con il nostro sguardo in Italia, dove la grande stagione del Neorealismo tocca nuovi vertici con un film che consentirà al mondo intero di prendere consapevolezza del livello cui la cinematografia italiana era pervenuta, “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Il film si snoda tra una sorta di documentazione di fatti realmente accaduti pochi mesi prima che venissero girate alcune scene (gli abitanti della Capitale d’Italia assistettero sgomenti a quelle riprese, in quanto non pochi di loro credettero che fossero ritornati gli scenari di guerra che avevano vissuto) e le storie umane di una parte dei borgatari, alcuni dei quali impegnati nelle file della Resistenza al Nazifascismo. Il film ottenne vari e alti riconoscimenti a partire dal Gran Prix al Festival di Cannes del 1946 e pose in evidenza l’interpretazione di Anna Magnani e di Aldo Fabrizi. La narrazione degli eventi è in grado di coinvolgere ancor oggi spettatori di tutte le età. Qui di seguito una delle dichiarazioni di Roberto Rossellini sul film.



Insieme a “Roma città aperta” – presentato nel 1945 – nello stesso anno, il 1946, ad ottenere uno dei premi più prestigiosi al Festival di Cannes furono, tra altre nove opere, “Breve incontro” del britannico David Lean e “Giorni perduti” dello statunitense Billy Wilder. Il primo è una storia intima nella quale si racconta di un tradimento non finalizzato tra due che occasionalmente si incontrano ma, pur scoprendo di essere innamorati, rinunciano a portare avanti la relazione per evitare di veder naufragare le loro legittime relazioni familiari. Il titolo si riferisce alla parte finale quando i due decidono di troncare quella esperienza, incontrandosi brevemente nello stesso bar della stazione dove per la prima volta si erano conosciuti.

L’altro film, “Giorni perduti”, approfondisce un tema sociale molto rilevante, riscontrabile soprattutto negli ambienti artistici, spesso soggetti a profonde e cocenti delusioni rispetto alle aspettative: la dipendenza dall’alcool e dalla droga. Un tema questo molto complicato anche perché si rischiava di toccare corde molto sensibili in tal senso proprio negli ambienti letterari e cinematografici. Non fu facile trovare un sostegno all’idea che Billy Wilder aveva tratto dalla lettura di un romanzo di Charles R. Jackson e dopo essere riuscito ad ottenere i diritti per trasformarlo in una sceneggiatura cinematografica ebbe molte difficoltà con il produttore della Paramount Pictures, Young Frank Freeman, che si convinse soltanto dopo aver capito che il film dello stesso Wilder, “La fiamma del peccato” di cui abbiamo accennato nel blocco 24 e che usciva in quel periodo si annunciava come un grandissimo successo. La decisione non fu certamente improduttiva, in quanto il film dopo aver ottenuto il riconoscimento di ben quattro Golden Globe (Miglior film drammatico, Miglior regista, Miglior attore protagonista e Migliore sceneggiatura non originale) riuscì ad accaparrarsi altrettanti Premi Oscar (Miglior film – produttore a Charles Brackett; Miglior regista a Billy Wilder; Miglior attore a Ray Milland; Migliore sceneggiatura non originale a Charles Brackett e Billy Wilder). Tra le altre note va ricordato il contributo per la colonna sonora di Miklo Rosza.

un recupero doveroso – 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA

un recupero doveroso – 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA


Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare.
Venti anni fa, più o meno un anniversario perché fu nella prima parte del 1998 che girammo quel videofilm sull’Olocausto, tra i giovani studenti collaboratori per la scrittura della sceneggiatura ci furono anche due poeti, Luca Vannini del Liceo “Cicognini” (quello collegato al Convitto in Piazza del Collegio) e Lisa Panella dell’ITC “Paolo Dagomari”.
I loro versi arricchirono di un valore superiore la sceneggiatura, accompagnando immagini di repertorio, quelle più crude e drammatiche dei campi di sterminio. Ai diffusori di menzogne e creatori di scetticismi diffusi consiglio di vedere quei reportage che furono ripresi “in diretta” dagli operatori che accompagnarono la Liberazione; proprio per evitare che quel genocidio perpetrato nei confronti degli Ebrei, delle minoranze e degli oppositori politici al regime nazifascista fosse occultato agli occhi della società locale, i membri di quest’ultima furono invitati a visitare quei luoghi: dalle riprese di operatori, tra i quali va ricordato Alfred Hitchcock, notiamo in un primo momento il loro atteggiamento come visitatori comuni in gita di piacere e poi, di fronte alle cataste umane di morti e semimorti, scheletri vaganti, il raccapriccio e l’orrore.

Qui di seguito trascrivo una delle poesie di Luca Vannini riportata a pagina 37 del suo libro “La Disperazione Di Non Esistere” edito nel 1996 da Attucci. Il titolo è
“CIVILTA’”
Ho seguito centinaia di processioni,
Ho preso parte al più misero
Dei riti funebri.
Nella mia giovane vita
Ho visto crocifiggere
L’innocenza
Da giovani ariani,
Che protendevano il loro braccio
Verso il paese in cui
Non sorge più il sole;
Ho visto seppellire
La Libertà
Sotto il putrido fango
Dell’intolleranza e dell’odio:
Ho visto squallidi becchini
Vomitare il loro disprezzo
Sulla tomba dell’eguaglianza.
Ho visto la carcassa putrefatta
Della giustizia,
Scarnificata dall’ingordigia
Di luridi vermi.
Ho visto il cadavere
Della solidarietà
Penzolare inerte
Dal cappio dell’egoismo.
Ovunque l’uomo.
Ovunque la morte.
Non so cosa mi spinga
A vivere in questo
“Olocausto”.


Questi versi portano in calce una data, il 28 gennaio 1995, a conferma che l’ispirazione sia stata collegata proprio al giorno precedente, il 27 gennaio. Da ricordare che l’istituzione ufficiale di una Giornata da dedicare alla Memoria dell’Olocausto nel nostro Paese è datata 20 luglio 2000; l’ONU l’ha istituita il 1° novembre del 2005. Storicamente e nella sensibilità diffusa si operava nei contesti scolastici e nella società sulla data del 27 gennaio già negli anni precedenti al suo riconoscimento.
Un’altra delle poesie di Luca Vannini accompagnò proprio le immagini dei “visitatori” autoctoni al campo di Auschwitz, quelli di cui si dice sopra. Il titolo è esemplificativo dell’atteggiamento di questi, vestiti a festa come se si trattasse di una piacevole escursione.
“GIORNI DI FESTA”
Ora, ora che i giorni trascorrono
Vuoti, immutabili, spenti,
Ora che la solitudine è la mia
Unica compagna,
Ora che la melanconica e atroce
Vacuità dell’esistenza si fa viva,
Comprendo quale triste e disperato
Destino ci sia riservato.
E non so se andarmene
O se restare: se fuggire
Quest’ultimo, inutile giorno di festa.


L’altra poeta, Lisa Panella, compose in diretta due testi senza titolo. Ne ripropongo uno.


Quando l’odio sprofonda
nelle menti deboli,
la passione spietata
pervade nei diletti pensieri.
Pastori superiori,
questi schiavi del male,
disegnano progetti corrotti:
concentrano…
correggono…
cancellano….
finiscono l’intento
…e muoiono.
Così
si confondono
i lamenti innocenti
con lo sfondo dell’universo.
Non riconosci le voci?
Gli uomini
vestiti tutti uguali
vivono
e piangono preghiere,
ingoiano il silenzio
lentamente.
Ogni palpito diventa un grido,
ogni attimo, tremito ardente.
Ancora adesso
mi affonda nel cuore
l’inquietudine
di quegli sguardi languidi.
Bisogna parlare,
addestrare la memoria
per ricordare.


Riprenderemo da questo nel prossimo post: Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare.


Joshua Madalon


Il videofilm ha inizio con il buio. Scegliemmo congiuntamente quella forma, seguita subito dopo dall’ouverture corale della Passione secondo Matteo BWV 244 di Johann Sebastian Bach
Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen
Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen,
sehet! – Wen? – Den Bräutigam.
Sehet ihn! – Wie? – Als wie ein Lamm.
Sehet! Was? – Sehet die Geduld!
Sehet! – Wohin? – Auf unsre Schuld!
Sehet ihn aus Lieb und Huld
Holz zum Kreuze selber tragen!
Venite, figlie, aiutatemi a piangere…
Guardate! – Chi? – Lo sposo.
Guardatelo! – Come? – Come un agnello.
Guardate! – Che cosa? – Guardate la pazienza!
Guarda! – Dove? – Per nostra colpa!
Guardatelo come per l’amore e per la grazia
porta egli stesso il legno della croce!
Quando arriva la luce ci troviamo nella platea del Magnolfi con una breve carrellata sulle macerie e sulla svastica disegnata in modo grossolano sopra una delle pareti. Ci si sposta poi ai piani superiori dove il Coro, Taltibio ed Ecuba con altre ancelle-donne si muovono nell’esprimere il senso fatale del loro destino di oppressori ed oppressi.
Al termine del testo euripideo Ecuba si allontana nell’ombra divenendo anch’essa ombra errante. Il buio ritorna ad essere forma e in lenta dissolvenza lascia il posto al segno del tempo che scorre fino ad una deflagrazione espressa attraverso le immagini di Zabriskie point del maestro Michelangelo Antonioni sotto le quali voci confuse di idioma germanico sovrapposte indicano l’avvento del nazismo con le sue minacce nei confronti della libertà e della democrazia.

Ecuba ritornerà nella scena finale come ombra solitaria che ripercorre le stanze della patria abbandonata, memore della tragedia consumata con la morte atroce del piccolo Astianatte. Ci aiutarono moltissimo le parole del testo (“NON POSSO TACERE GLO ORRORI – per Suada e gli altri) elaborato insieme al professor Antonello Nave in una scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia, che qui di seguito riporto:
(il brano è il numero 7)
Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato.
“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia, per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?….”
A questo testo in uno dei miei commenti avevo fatto precedere un’elaborazione ispirata dal titolo “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” dei testi sopra riferiti.
“Io, io non posso tacere gli orrori
non posso tacere l’umana perversa follia
non posso tacere le infinite tragedie delle guerre che chiamano “civili”
non posso tacere l’arrogante presunzione dell’animo umano.
Non posso tacere l’ottusa intolleranza
non posso tacere le umiliazioni, le torture,
la volontà di annientamento totale dell’avversario
le “pulizie etniche”,
il fanatismo ideologico e religioso
non posso tacere la stupidità di chi, senza mai dubitare, acconsente.
Non posso tacere gli orrori di questo secolo che si compie.”
Queste parole vengono pronunciate da Giulia Risaliti mentre percorre le stanze e vi fanno eco gli altri componenti (Irene Biancalani, Stefano Mascagni e Linda Pirruccio)


Il fumo delle fiamme ormai sopite si diffonde sulle rovine della città. Tutto intorno è distruzione. Le donne si muovono come ectoplasmi tra cumuli di macerie. La tragedia di Euripide, “Le Troiane”, quella che narra degli ultimi istanti della permanenza delle donne nella loro città, mentre attendono il compimento del loro destino di schiave “deportate” alla corte degli Achei (Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba a Ulisse), appariva la più adatta ad essere un riferimento con un’analoga vicenda tragica del XX secolo che ci apprestavamo a ricordare.
Il sopralluogo che aveva lasciato il segno sulla mia caviglia ne aveva tuttavia impresso uno più solido nel mio animo: quelle immagini di abbandono, quell’odore intenso di muffa, quella polvere che si sollevava naturalmente ad ogni passo ad ogni spostamento di infissi, quegli oggetti che parlavano di vite che erano di là transitate apparivano nella mia memoria una naturale location per una messinscena teatrale utile a rinnovare il ricordo per le nuove generazioni ai quali intendevo dedicare il mio impegno intellettuale.
il lavoro di costruzione della sceneggiatura era stato continuato ed avevamo fatto crescere l’attesa per il giorno in cui avremmo avviato le riprese. Avevo temuto che qualcuno avesse potuto recarsi all’interno del complesso “Magnolfi” a ripulire gli ambienti: la fiducia era ovviamente e per fortuna mal riposta.
Facemmo un nuovo sopralluogo con l’operatore ed il tecnico del Metastasio. Pippo Sileci mi accompagnò, insieme ad un primo gruppo di giovani del “Cicognini” e del “Dagomari”. Avvertimmo tutti di essere molto attenti nel procedere: sapevamo di avere una responsabilità che andava oltre il lecito. In quel luogo cadente poteva accadere anche qualcosa di pericolosamente irreparabile. In effetti trovammo tutto nello stesso ordine in cui quattro mesi prima avevamo lasciato quegli spazi: la stessa polvere – forse qualcosa di più non certo di meno – e gli stessi oggetti, gli stessi orrendi graffiti. La foto che allego riprende un momento di quel sopralluogo.

Chiedemmo al tecnico teatrale di poter avere un minimo supporto con una macchina del fumo ed un generatore elettrico per l’illuminazione artificiale.
Decidemmo poi insieme ai giovani la data per le riprese. Quella parte del testo che doveva fare da introduzione era praticamente già pronta nella recitazione. Occorreva impostare i movimenti e scegliere le diverse posizioni scenografiche.
Questo è il testo da “Le Troiane” di Euripide, che viene recitato da Irene Biancalani (Coro), Stefano Mascagni (Taltibio) e Giulia Risaliti (Ecuba).
Coro. “Povera madre, che ha visto spegnersi con te le speranze più belle. Ti credevamo felice, perché disceso da una stirpe grande; e atroce fu la tua morte. Vedo in alto alle mura braccia che muovono fiamme nell’aria. Il fato vibra un altro colpo su Troia.”
(Rientra Taltibio seguito da guardie)
Taltibio.
“Ordino a voi, uomini prescelti a distruggere la città di Priamo, di appiccare il fuoco alle case, affinché dopo aver tutto annientato e bruciato, possiamo salpare liberamente da Troia. Voi, figlie dei Troiani, appena sentirete uno squillo oscuro di tromba, recatevi alle navi degli Achei per partire con loro. E tu seguile, infelicissima vecchia. Costori son venuti a prenderti da parte di Ulisse, di cui ti fa schiava il destino.”
Ecuba.
“Misera me. Ecco l’estrema, veramente il colmo, di tutte le mie sciagure: mi spingono fuori, lontana dalla patria che brucia. Vecchio piede, affrettati, con il corpo stanco: affrettati veloce a rivolgere l’ultimo saluto alla povera patria. Troia, che un tempo respiravi di grandezza, tu perdi il tuo nome superbo. Tu ardi e noi ti lasciamo. Voi, o dei… Ma perché invoco gli dei? Essi non odono. Nè mai hanno udito la mia voce, che pure fu alta. Su, corriamo dove l’incendio arde. La morte più bella per me è là, con le fiamme della patria.”


Su via Gobetti c’è l’ingresso principale del complesso Magnolfi, e c’era anche venti anni fa, ma il portone non era accessibile; per poter entrare occorreva procedere a sinistra per un viale sterrato che introduceva ad un ampio cortile occupato in quel tempo – non so ora cosa vi sia – da auto in attesa di essere aggiustate in tutti i sensi (carrozzeria, motore, suppellettili varie).
Vi era un gran disordine.
Per andare all’interno del complesso dopo aver costeggiato le mura sormontate da ampi finestroni polverosi e sconnessi sia negli stipiti che nei vetri, che presentavano ampi squarci, vittime di chissà quali monellerie locali, si accedeva da una porticina. Gabriele che mi accompagnava, tirò fuori da un borsello un mazzo di chiavi e provò a lungo prima di riuscire ad aprire.
Verosimilmente quella porta non era stata aperta da un pezzo ed infatti fece ulteriore resistenza quando, dopo aver sentito l’ultimo scatto della serratura, dovemmo spingerla per attraversarla. E già con quell’azione si alzò un primo piccolo polverone ed un odore tipico della muffa umida dell’abbandono colpì le nostre narici.
Dentro era buio e, come prevedibile, non vi era alcuna possibilità di illuminare gli ambienti in modo artificiale, per cui provvedemmo alla meno peggio con delle torce, non osando procedere nell’apertura di qualche imposta, visto i precedenti.
Davanti avevamo un grande corridoio che portava verso un altro altrettanto grande largo passaggio che sulla destra arrivava fino al portone di ingresso principale, quello di via Gobetti.
A sinistra c’era una porta più piccola e Gabriele mi disse che era quella del Teatro. La aprì senza grandi sforzi e mi precedette. La austera struttura ottocentesca mi apparve nel suo totale abbandono. Fui colpito da un cumulo di residui di varia natura: calcinacci, stracci, legni di varia misura che erano appartenuti ad oggetti inqualificabili, e sulle pareti scritte di vario genere ed una svastica di grandi dimensioni.
L’abbandono era evidente, ed anche lo smarrimento della ragione: a me appariva un ritorno in una dimensione che non avevo conosciuto ma della quale avevo sentito argomentare e che aveva prodotto in me profondi turbamenti: immaginai per un attimo di trovarmi in un luogo che era stato attraversato dalla violenza e misuravo i miei passi. Salimmo con trepidazione intellettuale ai piani superiori, là dove c’erano state le aule e le camerette degli orfani.
Tutto sossopra e tanta polvere, porte scardinate, mura sgretolate ed in fondo, in un angolo di una stanza buia, una culla, a segno di una presenza infantile non troppo tempo addietro.
Da altre scale ci spingemmo poi al piano superiore, l’ultimo e più alto fatto di sottotetti ampi ed abitabili. Qui la confusione era minore, forse non era stato accessibile negli ultimi tempi! C’erano delle finestre oblique che spingevano la mia curiosità. Mi allungai salendo su un tavolo ed allungando lo sguardo al di là dei vetri osservai lo skyline del centro di Prato con i vari campanili svettanti. Osai scendere dal tavolo con un salto e mi ritrovai con una lussazione alla caviglia destra. Scesi dolorante le scale ed andai al Pronto Soccorso, evitando di menzionare compagnia e luogo dove mi ero infortunato, non essendo possibile alcuna copertura assicurativa per un’impresa di quel genere.
Essenzialmente per questo motivo rinviai le riprese alla primavera successiva.


Avviammo a lavorare intorno al progetto all’avvio dell’anno scolastico 1997/98; chiesi la collaborazione di tutti gli Istituti medi superiori della provincia di Prato, ottenendo la partecipazione, oltre che della scuola dove insegnavo (ITC “Paolo Dagomari”), del Liceo Scientifico “Niccolò Copernico” con allievi coordinati dal prof. Giuseppe Barbaro che curarono la parte relativa al “Diario di Anna Frank”, dell’Istituto Professionale “Datini” coordinati dal professor Mauro Antinarella, del Liceo Scientifico “Carlo Livi” coordinati dal professor Giorgio de Giorgi, del Lieco Classico “Cicognini” coordinati dal professor Antonello Nave.
Dopo una riunione preliminare in assessorato alla Cultura con i funzionari avviammo gli incontri di presentazione in ogni scuola che aveva aderito confrontandoci in modo aperto e coinvolgente.
Avevamo pensato di realizzare un teaser da presentare pubblicamente come annuncio alla stampa poco prima dell’inizio delle festività natalizie, durante le quali avremmo dovuto lavorare con gli studenti in un’impresa che appariva complessa ma possibile. L’idea era quella di portare il prodotto finito entro la data canonica del 27 gennaio 1998.
Non ci riuscimmo anche perchè come molto spesso si dice “il diavolo ci mise la coda”.
In quel periodo ero consigliere comunale e mi occupavo in primo luogo di Scuola e Cultura, settori per i quali potevo vantare qualche credito visto quel che facevo e quel che avevo già fatto. In particolare quelli erano gli anni della “battaglia” per il riconoscimento di “Teatro Nazionale Stabile” per il “Metastasio” e mi stavo battendo anche contro le posizioni della maggioranza del mio Partito, PDS, che era piuttosto tiepida in quella scelta. Alla Presidenza c’era Alessandro Bertini, architetto con esperienze acquisite nel campo della scenografia ed alla Direzione amministrativa c’era Teresa Bettarini. Il Direttore artistico era il grande compianto Massimo Castri, regista annoverato nella triade che comprendeva Luca Ronconi e Giorgio Strehler, il primo dei quali peraltro aveva messo in scena a Prato molte delle sue straordinarie mitiche regie.
Avevo richiesto la cooperazione del Teatro, che in quel periodo, come ancora oggi ma in ben diverse migliori condizioni, possedeva le chiavi del complesso “Magnolfi” in via Gobetti. Per chi non è di Prato consiglio di consultare il sito http://www.magnolfinuovoprato.it/it e di leggere il libro “il MAGNOLFI nuovo” prodotto dal Comune di Prato nel 2004 nel quale, tra le altre ben più importanti, troverete una mia introduzione dal titolo “UN AMICO RITROVATO”.
E fu così che, in una mattina di fine ottobre, insieme a Gabriele Mazzara Bologna che in quel periodo svolgeva attività di “tecnico teatrale” presso il Metastasio, mi recai a svolgere un sopralluogo nelle stanze del Magnolfi che era stato parte di un convento dei Carmelitani Scalzi e poi sede di un Orfanotrofio dal 1838 fino al 1978, dopo di che fu sede del quartiere (quando questi in città erano 11), della Guardia medica, alloggio provvisorio per sfrattati, sede di varie Associazioni e del famosissimo Laboratorio teatrale di Luca Ronconi.
Dopo questo periodo culturalmente stimolante dagli inizi degli anni Ottanta lo spazio era stato occupato da gruppi che afferivano all’esperienza dei “centri sociali”.
Non mi aspettavo di vedere ciò che vidi. Ne parlerò nel prossimo post.


Come tante volte accade, con l’avanzare del tempo e l’usura delle sinapsi, ho commesso qualche piccolo errore nel post precedente. Errori sostanziali riferiti al titolo del lavoro, eccellente, del professor Antonello Nave. Il testo cui ci si ispirava è “Fra Troia e la Bosnia: Agamennone e la guerra inutile – Un allestimento della tragedia di Eschilo nel “teatro della scuola” “ prodotto dall’Associazione Culturale “Nuova Colonia” (associazione precedente all’attuale “Altroteatro”) per il Liceo Classico “Cicognini” di Prato, dove l’amico Nave ha svolto la sua professionalità fino allo scorso anno. Il testo che noi abbiamo concordemente utilizzato non è l’ “Agamennone” di Eschilo, prima parte dell’Orestea che nel libro viene tradotto e reinterpretato contestualizzandolo alle tragedie balcaniche di quegli anni; è invece “Le Troiane” di Euripide. Il motivo per il quale noi utilizzammo l’angoscia delle donne troiane in attesa di conoscere il loro destino di “deportate”, una volta che i loro “uomini” erano stati annientati, uccisi come Priamo ed Ettore o come il piccolo Astianatte o scappati come Enea, era collegato allo stesso identico sentimento delle donne, ebree o dissidenti o appartenenti a categorie discriminate, al tempo delle deportazioni nazifasciste.

Dallo stesso libro, però, traemmo spunto da un testo finale scritto a più mani il cui titolo è “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” (per Suada e gli altri) scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia a cura di Antonello Nave. Da questo prendemmo il settimo movimento e ne traemmo una parte – le prime dieci righe – che riportava il “lamento” di Ecuba su un bambino ammazzato. Per noi, così come per l’amico Nave ed i suoi allievi, si trattava di una trasposizione, un collegamento, tra la tragedia antica e quella attuale, balcanica, passando ovviamente per quell’altra ugualmente tremenda dell’Olocausto. Il riferimento del titolo a Suada è alla prima vittima della guerra di Bosnia. Suada Deliberovic morirà la mattina del 5 aprile 1992 mentre insieme ad una folla di manifestanti protestava contro le barricate serbe.
La settima parte del testo collettivo cui ci riferiamo è collocata nel videofilm a chiusura. Ecco qui di seguito come promesso il testo (Giulia è l’interprete, Giulia Risaliti ed il riferimento al bambino è al piccolo Astianatte, figlio di Ettore ed Ecuba: Ettore è stato ucciso nel celebre duello con Achille):
Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato
“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perchè vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?…..”
Giulia Risaliti nel videofilm interpreta questo passo con un’intensità straordinaria che ancora oggi mi commuove. La vediamo muoversi tra le rovine della città consapevole dell’ineluttabilità del dramma che sta vivendo e dell’incertezza del futuro per lei e le altre donne “troiane” il cui destino è nello sradicamento della deportazione e dell’annientamento psicologico totale.
In un prossimo post tratteremo di altri documenti che ci aiutarono a scrivere il videofilm e parleremo del realismo scenografico nel quale ci trovammo a girare quelle scene.


La Cultura salverà la nostra personale umanità, quella cui nella prima metà del secolo scorso attentarono uomini (e donne) obnubilate da miti nazionalistici che prefiguravano una superiorità di “razza” (termine purtroppo utilizzato nuovamente per costruire discriminazione e separatezza). Quel periodo fu contrassegnato da un abbassamento del livello di attenzione in un tempo di crisi economica, sociale e politica generalizzata prodotta allo stesso tempo da leadership nazionali che non vollero – o non ne furono capaci di – riconoscere che occorrevano interventi strutturali complessivi che tendenzialmente e progressivamente abbassassero il livello di odio che era susseguito alla prima Guerra mondiale.
Oggi – come accennato prima – sembra di rivivere quei tempi “non così lontani da noi”. LA CULTURA CI SALVERA’? dobbiamo solo sperarlo? o dobbiamo provare con tutte le nostre residue forze?
In una serie di post da qui al 27 gennaio pubblicherò e commenterò alcuni testi sia originali che non relativi ad un mio lavoro di venti anni fa.
Tra il 1997 ed il 1998, mentre ero consigliere comunale di Prato, con il “Laboratorio dell’Immagine Cinematografica che era da me diretto, realizzai un “Progetto” che riuscì a coinvolgere studenti di molte scuole superiori della città, a partire dall’ITC “Paolo Dagomari” nel quale insegnavo. Giovani studenti del Liceo Classico “Cicognini”, del “Datini”, del “Copernico” furono da me coordinati nella realizzazione del videofilm “Appunti sull’umana follia del XX° secolo: la deportazione”.
A dare un particolare sostegno al Progetto ci fu il prof. Antonello Nave con il suo gruppo “Altroteatro”; insieme a lui collaborarono i professori Mauro Antinarella, Giuseppe Barbaro e Giorgio de Giorgi. Gli studenti che furono impegnati sono in ordine alfabetico Irene Biancalani, Lorenzo Branchetti, Alberto Carmagnini, Juri Casaccino, Cristina Isoldi, Simone Lorusso, Stefano Mascagni, Lisa Panella, Monica Pentassuglia, Annarita Perrone, Daniele Peruzzi, Linda Pirruccio, Giulia Risaliti e Luca Vannini. Alcuni di loro (Lisa Panella e Luca Vannini) produssero anche dei testi originali. Il gruppo del “Cicognini” si impegnò prioritariamente a mettere in scena una libera interpretazione de “Le Troiane” dal titolo “Non posso tacere gli orrori” di Antonello Nave che fa da preambolo al film; nel video c’è, ispirato alla rielaborazione del prof. Nave, un testo da me scritto con il quale il lavoro si chiude.
Nella realizzazione del videofilm ebbi la collaborazione oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, anche del Teatro di Piazza e d’Occasione – TPO attraverso la figura di Marco Colangelo – e della Fondazione Teatro Metastasio ed in modo particolare Renzo Cecchini, Teresa Bettarini e Gabriele Bologna Mazzara. Fu nostro consulente costante Mario Fineschi della Comunità ebraica toscana.
Le musiche furono vagliate e scelte in modo coordinato: da Bach, “Passione secondo Matteo” a “Canti e Musiche Tradizionali ebraiche” di Moni Ovadia, alla colonna sonora de “Il paziente inglese” di Gabriel Yared a “Songs From A Secret Garden” di R. Lovland.
Le riprese ed il montaggio furono realizzate da Pippo Sileci di Filmstudio 22.
Nei prossimi giorni, come sopra annunciato, in concomitanza con la data del 27 gennaio (giorno della Memoria) giorno in cui vennero abbattuti dall’Armata Rossa i cancelli del campo di Auschwitz pubblicherò alcuni dei testi riferibili a quel lavoro.

“…Bisogna parlare,
addestrare la memoria
per ricordare.”

Con questi versi si concludeva il brano poetico di Lisa Panella che ho “posto” ad apertura e chiusura del mio intervento di ieri su questo Blog.
All’interno del video vi sono due miei specifici interventi concordati nel gruppo di scrittura che ha sceneggiato il videofilm “”APPUNTI…SULL’UMANA FOLLIA DEL XX° SECOLO: LA DEPORTAZIONE”

“CAPIRE – RICORDARE – NON DIMENTICARE – NON E’ STATO FACILE DIMENTICARE QUESTA ESPERIENZA DELLA DEPORTAZIONE PER CHI L’HA VISSUTA DIRETTAMENTE ED E’ RIUSCITO A TORNARE.
PER GLI ALTRI, QUELLI CHE SI DICHIARANO SCETTICI, QUELLI CHE SI DICONO PACIFISTI COME TANTI DI NOI, LA CONOSCENZA E LA CULTURA DEVONO VIAGGIARE DI PARI PASSO COL DUBBIO, ATROCE MA RICCO DI SIGNIFICATO.
OGGI, IN TEMPO DI DEMOCRAZIA, CIASCUNO DI NOI LIBERAMENTE E SENZA PAGARNE ALCUNA CONSEGUENZA PUO’ ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE, IL PROPRIO PENSIERO.
COSA AVREMMO FATTO, ALLORA, IN UN REGIME OPPRESSIVO E TOTALITARIO?
SAPERE E RICORDARE SERVE A MIGLIORARE CIASCUNO DI NOI E PUO’ SERVIRE A NON RIPETERE GLI STESSI DRAMMATICI ERRORI.
MA OCCORRE ANCHE SAPERE CHE IN QUESTO SECOLO ED IN QUESTO SCORCIO DI FINE SECOLO TROPPI SONO STATI GLI ORRORI IN NOME DELLA RAZZA, IN NOME DEI NAZIONALISMI, IN NOME DELLA RELIGIONE, E DI QUESTI ERRORI SI SONO MACCHIATI ANCHE GIOVANI CHE SI CONSIDERVANO FINO AL GIORNO PRIMA PACIFISTI, CHE SI RITENEVANO PIENAMENTE DEMOCRATICI, CHE CONSIDERAVANO CON ATTENZIONE LE IDEE DEGLI ALTRI, MA CHE SI LASCIAVANO AFFASCINARE DAL POTERE – DAL POTENTE DI TURNO.
SUL DUBBIO BISOGNA COSTRUIRE IL NOSTRO FUTURO NON PER GIUSTIFICARE QUALSIASI NOSTRA POSSIBILE SCELTA ED AZIONE MA PER RAFFORZARE LE SCELTE PER LA PACE, LA DEMOCRAZIA, LA TOLLERANZA.”

Questo è il primo. Il secondo è “corale”: sulle scene finali di guerra e di distruzione Giulia e gli altri giovani del Liceo Classico “Cicognini”, quello di via Baldanzi per capirci ed in particolare il gruppo teatrale scolastico diretto dal prof. Antonello Nave, leggono questo brano, a me ispirato dal titolo del testo di cui parlo in uno dei post precedenti, quello relativo alla parte 2 del 17 gennaio u.s..

“IO, IO NON POSSO TACERE GLI ORRORI
NON POSSO TACERE L’UMANA PERVERSA FOLLIA
NON POSSO TACERE LE INFINITE TRAGEDIE DELLE GUERRE CHE CHIAMANO “CIVILI”
NON POSSO TACERE L’ARROGANTE PRESUNZIONE DELL’ANIMO UMANO.

NON POSSO TACERE L’OTTUSA INTOLLERANZA
NON POSSO TACERE LE UMILIAZIONI, LE TORTURE,
LA VOLONTA’ DI ANNIENTAMENTO TOTALE DELL’AVVERSARIO
LE “PULIZIE ETNICHE”, IL FANATISMO IDEOLOGICO E RELIGIOSO
NON POSSO TACERE LA STUPIDITA’ DI CHI, SENZA MAI DUBITARE,
CONSENTE.
NON POSSO TACERE GLI ORRORI DI QUESTO SECOLO CHE SI COMPIE.”

Oggi è il 27 gennaio 2018.
Oggi è la giornata dedicata alla MEMORIA di quella subcondizione dell’animo umano, non solo quella degli oppressi ma anche quella degli oppressori.
Se non si analizzano le ragioni profonde che portarono nel corso della prima metà del secolo scorso a quelle aberrazioni e nel corso dei decenni successivi ad altre simili nefandezze il mondo nella sua globalità procederà verso un’autodistruzione inevitabile.
Non si può pensare di fermare le Destre razziste e violente senza un riconoscimento degli errori costanti che la Sinistra democratica e progressista ha per debolezza e sottovalutazione inconsapevolmente compiuto. Quei giovani che sollevano braccia e grida minacciose verso l’altro, il diverso, lo straniero interpretano la realtà spesso condizionati da un’emarginazione sociale all’interno di contesti che non hanno prodotto risposte al loro desiderio di giustizia. Molti di loro sono strumenti umani nelle mani di fomentatori ideologici. Tocca alla vera Democrazia fornire risposte adeguate ai bisogni diffusi; diversamente queste organizzazioni troveranno sempre più adesioni e le conseguenze potrebbero essere davvero tremende!

Joshua Madalon

IN RICORDO DEL POETA PIER PAOLO PASOLINI – parte 22

PARTE 22

Una mia nota: Voglio ancora una volta ricordare che vado riportando il dibattito che si svolse il 27 aprile del 2006 così come riportato dai trascrittori che sbobinarono le registrazioni. Ecco quindi perché a volte ci sono degli errori o comunque delle incertezze.

E qui, riprendendo questa suggestione dell’opera mancata, una cosa alla quale pensavo sentendo i vari interventi è anche questi pesantissimi dieci tomi che ci sono stati consegnati dell’opera (parola non comprensibile), di cui ben tre riguardano l’opera cinematografica cosa che credo farebbe orrore a Pasolini, lui che aveva scritto la sceneggiatura come struttura che vuole essere una anti-struttura, che venga dato il nome di opera cinematografica a quelli che quotidianamente sono degli scatafasci, cioè che sono appunto delle strutture che vogliono bilanciare un’altra società.

E questo quindi mi sembra che l’invito sia venuto appunto da un giovane per favore non facciamo di Pasolini un classico, mi sembra che sia una cosa da prendere estremamente alla lettera.

Anche Perché, avvicinandomi un po’ a quella che è la mia specializzazione, una delle contraddizioni di Pasolini è che lui ha detto tutto e il contrario di tutto a proposito di due configurazioni del linguaggio cinematografico e anche gli studenti del primo anno conoscono: cioè il piano sequenza e il montaggio. Cioè lui da una parte pensava che l’opera dovesse somigliare il più possibile ad un infinito piano sequenza, Perché finché siamo dentro il flusso della vita non siamo definiti, non siamo fluidi. D’altra parte sapeva benissimo, e la sua morte lo dimostra, che la morte compie improvvisamente una operazione di montaggio rispetto a questa apertura che è data dalla concezione della vita, dell’esistenza, del gesto e dell’opera stessa. E quindi irrimediabilmente la morte di Pasolini come dire compie obbligatoriamente, Perché vanno così le cose della vita, un montaggio sulla sua opera. Opera che però bisogna continuare a riaprire. Ecco io credo che il peggior servizio nei riguardi di Pasolini lo abbia cominciato Nanni Moretti con un film, che per altri versi mi è piaciuto, che si conclude con una visita, una sorta come dire di omaggio a quella che però dentro l’opera di Moretti è proprio una icona, un santino Perché provo a figurarmelo il Moretti che non dico leggere l’opera omnia di Pasolini, ma entra dentro alcune delle comparizioni che ci sono dentro.

Quindi, bisogna tornare all’opera di Pasolini. E tornare all’opera di Pasolini sapendo che dove è mancata e dove non poteva più mancare quest’opera era proprio in questa sua idea di poterla mantenere perennemente. Ma c’è questo limite invalicabile per cui ad un dato momento l’opera si chiude. Allora bisogna entrare dentro quest’opera.

All’interno di questa opera la vocazione, la spinta verso la dimensione del classico, del figurativo, cioè del non verbale è qualcosa di molto forte. E’ una delle grandi spinte che c’è dentro l’opera di Pasolini attraverso la quale, forse, lui ha cercato di superare quel peso della posizione al quale faceva riferimento Tricomi all’inizio del suo intervento. Ecco cioè questa idea, questa possibilità di riuscita dalla parte della dimensione (parola non comprensibile).

E veniamo qui al documentario che io vi propongo, che è un documentario come dicevo che ho fatto una decina di anni fa in occasione di una grande mostra fotografica sulle opere di Pasolini che si è tenuta a Villa Manin in Friuli.

Questo documentario è quello che rimane di una cosa che non era né un film né un video, ma era una multivisione. Vale a dire che dentro questa mostra fotografica, all’interno di una sala completamente buia si accendevano in punti diversi

della parete delle diapositive accompagnate da testi di Pasolini stesso o letti da uno speaker, da un attore o in alcuni casi quando esistevano letti da Pasolini stesso. Con come dire un omaggio alla poesia di Pasolini che abbiamo fatto leggere ad un poeta veneto, Andrea Zanzotto, al quale abbiamo proposto di leggere un brano de “La ricchezza” un poemetto in cui Pasolini descrive un suo viaggio attraverso l’Italia da nord verso sud con una fermata ad Arezzo dove va a vedere gli affreschi di Piero della Francesca nella Chiesa di San Francesco. Poi il viaggio prosegue ed arriva a Roma dove in un cinemino dalle parti di Trastevere vede, e prova una fortissima emozione, “Roma città aperta” film di Rossellini.

I REGALI DI NATALE – p.1

Faccio un passo indietro per descrivere quel che è il pregresso: le attese, le speranze, la voglia di recuperare un rapporto con la Madre Terra, o come meglio sarebbe dire “Terra Madre”, la terra natia: è di noi due ma in modo particolare e sorprendentemente da parte di nostra figlia. Decidiamo di partire il 22 dicembre, per evitare il rientro dei vacanzieri di fine anno, quelli in particolare collegati al mondo della scuola. Quando si parte, comunque si sia in due oppure in tre o quattro come questa volta, appariamo sempre una famiglia in trasloco e ci consola solo il fatto di non essere gli unici, felicitandoci del comune destino quando si incrociano altri veicoli ricolmi come un uovo. In realtà lo spazio è ridotto e i bisogni sono raddoppiati; in aggiunta si deve dire che tutte le vettovaglie che erano state lasciate nel gennaio del 2020 erano scadute e quindi dovevamo necessariamente portare con noi perlomeno i viveri di prima necessità.

Mi sono raccomandato con mia figlia affinché non si parta troppo tardi: voglio arrivare a Pozzuoli, in questo periodo di solstizio invernale, con un po’ di luce. Il mio desiderio, visto che sono considerato ormai un impenitente maniaco della precisione, viene esaudito; ma la speranza di trovare un traffico normale, no. Assistiamo inermi a lunghe file di centinaia di Tir che lottano arrancando per procedere in mezzo a chilometri di cantieri aperti. Si viaggia dunque quasi a passo d’uomo per molti chilometri. Per fortuna non fa tanto freddo e si possono tenere aperti anche se di poco i finestrini per aerare il poco spazio rimasto: c’è il rischio che qualcuno di noi covi il contagio, senza esserne consapevoli. E, poi, ho una strana tosse che mi scuote di tanto in tanto: a me sembra psicosomatica perché mi ritorna soprattutto se ci penso; ma il mio dottore ha detto che è collegata al reflusso gastro esofageo. Sarà; ma sono più o meno gli stessi sintomi che avvertivo nel marzo 2020 all’alba del Covid19.

Comunque, giusto per la cronaca, è proprio il gran traffico che mi impegna a mantenere desta l’attenzione ed anche la “tosse” non mi perseguita e di riflesso gli altri viaggiatori non hanno alcun motivo di preoccuparsi. I giovani ne approfittano per organizzare incontri e visite ad amici, luoghi da visitare e ristorantini dove rifocillarsi tutti insieme che diano garanzie di sicurezza. Mia moglie è intenta a seguire il traffico e di tanto in tanto distribuisce qualche snack. Il viaggio dopo le prime due ore e mezza da incubo procede abbastanza spedito; l’auto è revisionata ma non mi fido di lanciarmi oltre i 90 massimo 100 orari. Per fortuna non c’è più il gran traffico grazie anche alle corsie che da due sono tre, da Orte in giù. Ci siamo fermati solo per un parziale bisogno fisiologico; non mi sono mosso dall’auto. Arrivati a Santa Maria Capua Vetere, la sagoma del Vesuvio già si intravede sullo sfondo; poi sparirà e ritornerà dopo l’uscita dall’A1. Qualche altro chilometro e poi si entra nella bolgia infernale, che chi non è di queste parti non può immaginare (forse a Roma sarà la stessa cosa, ma qui a Napoli, entrare nella Tangenziale è il cordiale saluto della città e soprattutto dei suoi abitanti.

….1…..

IN RICORDO DEL POETA PIER PAOLO PASOLINI parte 21

PARte 21

Parla il Professor Antonio Costa – Docente all’Università di Venezia in storia e critica del cinema:

<< In realtà, io vorrei mostrarvi un documentario che ho fatto una decina di anni fa con un mio allievo, che si chiama “Un capriccio dolcemente robusto – Realismo e manierismo nell’universo figurativo di Pier Paolo Pasolini” tanto per mettere la cosa in contraddizione l’uno con l’altro che “Un capriccio dolcemente robusto” rievoca il lato manierista di Pasolini e l’altro rimanda a quella che è l’opzione realistica.

Però sentendo gli interventi che mi hanno preceduto e soprattutto l’ultimo, come capita in questi casi sono stato molto stimolato ed ho avuto così delle immagini, dei flash, che vorrei così insomma…dei quali vorrei rendervi un momento partecipi. Questa idea di che cosa penserebbe Pasolini delle cose che ci passano davanti agli occhi al giorno d’oggi? No, è meglio che rinunciamo subito in partenza ad una idea del genere, Perché se io penso alle sue polemiche contro il consumismo della coppia eterosessuale, ecco non oso immaginare cosa penserebbe del consumismo dei PACS che vengono proposti al giorno d’oggi, tanto per essere assolutamente scomodi e politicamente scorretti. Da parte di un uomo che, badate bene, nei primi settanta proponeva senza mezzi termini aboliamo la scuola media dell’obbligo che è alla base di tutte le nostre sciagure. Un discorso assolutamente scorretto da un punto di vista politico di una persona, di un intellettuale che lungo tutta la sua intensissima attività non ha mai avuto paura non solo di mettere in gioco valori acquisiti e così via, ma soprattutto di mettere in gioco sé stesso e come dire dei momenti già acquisiti in qualche modo consegnati alla prosperità della sua opera. tra le cose che ha molto bene evocato Tricomi c’è anche da ricordare, a proposito di queste abiure ricorrenti della sua opera, quella che è una delle operazioni forse più radicali che Pasolini ha compiuto, accanto forse al film (parola non comprensibile), che è la riscrittura della “Meglio Gioventù” che era appunto la sua opera squisita quando lui sognava di diventare un poeta squisito, di stile provenzale, dove appunto la lingua materna il friulano aveva il ruolo che aveva il provenzale.

Lui ha riscritto questa “Meglio Gioventù” in “La nuova Gioventù” che è un vero e proprio atto di sfregio, pensate come se un pittore andasse lì con la lametta a tagliare i suo quadri precedenti, Perché tutto ciò che c’è di squisito, prezioso ecc in questi versi stupendi, lui li trasforma in frasi, in parole irriferibili, irripetibili che introducono appunto una dimensione radicalmente diversa. Quindi, questa suggestiva immagine che Tricomi ci ha dato di un’opera non finita e di un’opera mancata per volontà dello stesso autore, il quale ad un dato momento, ove avesse fatto delle opere che avessero la parvenza

della compiutezza, ecco bisognava intervenire su quelle in modo da dare questa continuità.

I regali di Natale – intro

I regali di Natale – intro

Tra gli aspetti positivi di queste “feste” natalizie c’è da annoverare la possibilità di potersi incontrare in famiglia, anche se in misura ridotta dovuta a questo periodo particolare nel quale ci siamo trovati a vivere. Senza alcun dubbio c’è a questo mondo chi sta peggio di noi, molto peggio. E l’elenco che dovrei qui snocciolare sarebbe molto lungo; anche molti dei nostri più vicini predecessori e qualcuno di quelli che ancora oggi sono con noi hanno vissuto momenti difficili, collegati a periodi difficili dal punto di vista sanitario e bellico. Mio padre ha vissuto durante la seconda guerra mondiale ed ha conosciuto la famigerata “spagnola”, ha fatto i conti con la miseria più nera patendo proprio la fame e in tempi più recenti ha dovuto barcamenarsi tra il colera del 1973 e il bradisismo degli anni successivi, subendo un’evacuazione forzata che durò un paio di anni.

Molte vicissitudini sono state da me condivise e forse anche per questo motivo non mi sembra così pesante l’atmosfera attuale con questa pandemia. Dovrebbe ovviamente pesarmi meno, ma l’abitudine ad una vita sociale, anche intensa, non consente grandi ottimismi. Tornando per l’appunto ai nostri giorni il potersi incontrare in famiglia significa per noi in tempi normali condividere gli spazi con un massimo di otto – numero massimo, però, difficilmente raggiungibile – dico “otto” persone. Ragion per cui quel di cui penso con questi nuovi post di parlare si riferisce ad un caso assai particolare, che mi ha consentito di vedere tre diverse – per caratteristica – opere insieme a mia moglie. Scendere giù per Natale, da Prato a Pozzuoli (ecco il motivo del riferimento al bradisismo), dopo un’assenza di circa 22 mesi, un anno e tredici mesi a dir la verità, ci ha posto davanti ad una condizione inattesa, anche se avremmo potuto prevederla: il vecchio apparecchio televisivo era “off” per le “ovvie” ragioni che tutti dovrebbero ormai sapere, collegate al passaggio al digitale terrestre. A dir la verità, l’antenna aveva sempre ma funzionato ma una decin di canali fino al gennaio 2020 riuscivamo a intercettarli, e ci bastava per seguire le vicende del Paese e del Mondo. E poco più.

Siamo scesi a Napoli in quattro; forse ne incontreremo altri due, della famiglia. Due sono rimasti a Prato. E qualche volta, lo sappiamo, saremo in due, mia moglie e io. L’organizzazione non prevede grandi cenoni: solo un paio di “rendez vous” collettivi, in sei per l’appunto; poi mezzo gruppo ha già pensato di incontrare qualche altro gruppetto, mantenendo le distanze necessarie per evitare il più possibile contatti che potrebbero farci entrare in paranoia, sacrosanta in questo periodo ma pur sempre “paranoia”. Tutti vogliamo evitare di incorrere in errori più o meno fatali. Ed è anche per questo motivo che i nostri saluti avvengono a distanza di sicurezza, da un balcone o per telefono. D’altra parte, però, le cautele sono reciproche e da quel che sappiamo non sono meno esagerate rispetto alle nostre. Anzi; si racconta di contatti amichevoli con l’uso di saliscendi antidiluviani, come il classico “panariello”, utilizzato per scambiarsi oggetti, prodotti necessari per l’alimentazione e cibi preparati.

CINEMA – storia minima – parte 26

Trasferiamoci, rimanendo nel 1944, in Unione Sovietica, dove Sergei Michajlovic Eizenstein, dopo la sua avventura americana, che aveva acuito la distanza tra il potere sovietico e l’artista, sempre più sospettato dal gruppo dirigente stalinista di “commistioni” con l’Occidente, realizza un nuovo capolavoro, Ivan il Terribile, che rappresentava l’ascesa del grande primo “zar di tutte le Russie” nella seconda parte del Cinquecento. Il film fu apprezzato per il suo valore storico e agiografico dallo stesso Stalin, che tuttavia successivamente non consentì a Eizenstein di realizzarne le due ulteriori parti progettate. Forse anche con questa profonda delusione e l’impossibilità di realizzare altri suoi progetti, il grande regista fu colpito da una crisi cardiaca e morì qualche anno dopo, l’11 febbraio del 1948.

Andando dietro allo stesso periodo storico, ritorniamo negli Stati Uniti, ma per seguire le realizzazioni di un grande autore europeo che diversamente da Eizenstein era espatriato dalla Francia filo nazista già dal 1940 e vi farà poi ritorno dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Si tratta di Renè Clair. Nel 1944, mentre per l’appunto in Europa si svolgono le operazioni belliche più importanti che porteranno alla sconfitta del Nazismo ed alla fine del conflitto, egli gira una delle più straordinarie commedie brillanti della Storia del Cinema, quell'”Avvenne…domani” che ne decretò il definitivo successo internazionale. La vicenda narrata si basa su una storia, nello stile tipico surreale della sua cinematografia, fantastica; si immagina, infatti, di poter venire a conoscenza degli eventi del giorno dopo, per poterli modificare laddove questo sia necessario. Il film è interpretato da attori che avevano raggiunto già l’acme del successo, come Dick Powell e Linda Darnell ed ebbe uno straordinario successo negli Stati Uniti.

Rimanendo nell’ambito francese, ed andando ad un anno successivo (il 1945), è molto importante ricordare che, pur all’interno di un contesto reso difficoltoso dal disastro del dopoguerra, l’altro grande pilastro del Cinema d’Oltralpe, Marcel Carné, dirige uno dei capolavori assoluti del Cinema mondiale che è “Amanti perduti” (Les Enfants du paradis), che si avvale ancora una volta della collaborazione, nella costruzione della sceneggiatura, tra il regista e uno dei più grandi poeti, non solo francesi, che fu Jacques Prévert. Il film che è considerato dalla critica internazionale come il migliore, per quel che riguarda il panorama francese, di tutti i tempi, è un affresco della società post rivoluzionaria alla fine del Settecento. Storie d’amore che tuttavia rimangono sullo sfondo si intrecciano con le prevalenti ambientazioni di tipo prettamente teatrale (lo stesso titolo francese si riferisce agli spettatori del loggione, solitamente appartenenti a ceti popolari). Le interpretazioni sono straordinarie, a partire dalla star Arletty, che aveva già recitato in molti altri film di Carné, e da Jean-Louis Barrault, che era stato tra l’altro il vero ispiratore della trama, avendo raccontato ai due illustri sceneggiatori la vita di un famoso mimo del XIX secolo, Baptiste Debureau, personaggio principale del film. Non va dimenticata l’interpretazione di Pierre Brasseur nei panni di un altro
il celebre attore classico, Fréderic Lemaître.

Nel prossimo post parleremo di un altro grande capolavoro della cinematografia mondiale, andando in Italia.

IN RICORDO DEL POETA PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 parte 20

PARTE 20

Parla il Professor Sandro Bernardi:

<< Grazie ad Antonio Tricomi per questa bellissima presentazione dell’opera di Pasolini, che colpisce, bastona i lettori come voleva Pasolini appunto, e bastona anche gli autori cioè mi ha colpito molto questa cosa che tu dici: Pasolini bastona i suoi lettori e vuole essere bastonato ed è un rapporto non innocuo quello che lui ci chiede, ed è anche una rottura di quella santificazione della letteratura che appunto invece molte volte la rende innocua. E’ un desiderio proprio di arrivare ad un rapporto di lesioni reciproche.

Questa volontà di essere coinvolti dentro è molto importante, proprio per quello che sta invece accadendo adesso e che accade da tempo nel rassicuramento, nel rassicurarsi reciproco delle aree specialistiche: io mi intendo di questo, tu ti intendi di quello, lui si intende di quello, l’altro si intende di quello e così ci rassicuriamo tutti fra di noi, nessuno mai si prova ad andare ad interferire con l’area degli altri. Per cui, appunto, chi amministra e chi ha il potere lo esercita in un determinato modo, chi ha i soldi lo esercita invece in un altro determinato modo. E’ questa separatezza dei poteri che è la fonte appunto di parte delle nostre sofferenze, ed è proprio contro questa separatezza delle competenze che Pasolini voleva combattere.

Io ricordo lunghe discussioni con l’amico Antonio Costa nel 1974 quando era uscito “Il fiore delle mille e una notte” e ricordo un suo articolo molto bello “Il fiore dell’ossessione” che venne tradotto subito in inglese da Wileden e diventò come un manifesto di una serie di riflessioni su Pasolini. Questo per dirvi che abbiamo ascoltato adesso le parole così intense di un ricercatore, che ha tante frecce al suo arco, adesso invece ascolteremo le parole altrettanto intense, ma sedimentate e ponderate, del Professor Antonio Costa che ci è venuto a trovare per questa giornata dall’Università di Venezia dove insegna storia e critica del cinema. >>