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IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 35 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI per la parte 34 vedi 3 novembre

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 35 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI per la parte 34 vedi 3 novembre

Parla voce non identificata:

<< Il cattivo poliziotto non è stato così cattivo, però in effetti Panella ha detto, riguardo alle sceneggiature, qualcosa di radicalmente diverso da quello che ho detto: cioè ha rivendicato il carattere dell’esternazione. Allora io proverei adesso a dire un dubbio anche su questa discendenza di Pasolini da un’idea di opera aperta…(parole non comprensibili – VOCE FUORI MICROFONO)…che sono state fatte e partirei da un dato non teorico, ma biografico. Cercando nell’epistolario di Pasolini delle prove di una (parola non comprensibile) ho trovato una bellissima lettera di Livio Garzanti. Pasolini era a Merano insieme a Giorgio Bassani che scrivevano una sceneggiatura e soffrivano le pene dell’inferno Perché lì dovevano consegnare e poi (parola non comprensibile)…E Garzanti: caro Pasolini, lei finirà male se continua ad occuparsi…Cioè lo rimprovera e si sa che Garzanti odiava il cinema, abbiamo varie testimonianze di questo tipo e gli dice insomma lei mi sta sfuggendo di mano, uno degli autori della mia scuderia mi sta sfuggendo di mano. Ed io credo che qui ci sia una parte di vero che potremmo interpretare alla luce dell’idea della “Disperata (vitalità)”, un bellissimo poemetto di Pasolini incompiuto anche questo, quello ricordate in cui lui si immagina di essere una sorta di Jean Paul Belmondo come nel film (parole non comprensibili – VOCE FUORI MICROFONO)….Questo lo metterei in rapporto ad una cosa secondo me importantissima, fondamentale che Pasolini dice, credo per spiegare la sua crisi di poeta e anche di scrittore. Per fare poesia ci vuole un sacco di silenzio e la vita che Pasolini conduce a partire da un certo momento non gli dà più né tempo né silenzio. Ed io credo che certe sceneggiature Pasolini le abbia pubblicate in tempo reale Perché aveva dei contratti con gli editori che doveva rispettare, non aveva scritto questo romanzo per Garzanti e gli rifila “Teorema”. Devo dire rispetto alla qualità, qui abbasso non è un livello teorico, ma io credo che leggendo l’epistolario notate questa cosa l’epistolario di Pasolini è così ricco nel primo volume, quando comincia a fare diventa di una banalità. Lui che scriveva delle lettere importanti è un uomo a cui comincia a mancare il tempo. Sicuramente il tempo per fare la poesia.

Per cui, siccome ha detto molte cose sono grato di quello che ha detto, però una cosa che ha detto di far discendere l’ultima poesia di Pasolini da Ezra Pound, se non ho capito male, io ho dei grossissimi dubbi. Lui è costretto e ci soffre a dare delle cose incompiute. Lui che aveva lavorato sui suoi endecasillabi come aveva lavorato fino a “Poesia in forma di rosa”. “Poesia in forma di rosa” tra l’altro lo ricordo benissimo perché quando è uscito io stavo facendo il servizio militare ed ero scandalizzato che nessuno aveva…ancora prima di “Trasumanar” è cominciato proprio con “Poesia a forma di Rosa” a crearsi questo silenzio intorno a Pasolini, ha cominciato a non recensire più le sue cose.

riprendo a trattare temi poco più che personali….

14 MARZO – ELOGIO DELL’IPOCONDRIA – INTRODUZIONE

riprendo dal 22 MAGGIO 2022 dopo una sosta molto lunga (il precedente post era del 14 marzo)

Da alcune settimane per motivi abbastanza seri ho dovuto tralasciare questo impegno di presenza documentaria. Da oggi riprendo a lavorare. Tante, forse davvero troppe, sono le argomentazioni che vorrei trattare, ma soprattutto vi parlerò della mia esperienza “sanitaria” senza rinunciare a far emergere gli aspetti negativi, molto spesso triti e ritriti e controproducenti (tenendo conto che la responsabilità dei limiti del nostro sistema sanitario non può essere addossata a figure distinguibili in modo oggettivo), così come porrò in luce i tanti aspetti positivi che non sono mai mancati (faccio presente che – pur essendo un “emerito” rompiscatole” – ho una visione bonaria ed ottimistica della nostra società).’

E’ la data del mio ultimo post pubblicato prima di questa “ripresa”. Vado a controllare e già in quel periodo da un paio di settimane ero “impegnato” nella contesa tra un malanno non ancora del tutto identificato, ma le cui caratteristiche lasciavano ben pochi dubbi, e le innumerevoli insidie del sistema sanitario, anche in un territorio come quello toscano che viene esaltato – a giuste ragioni, visto il degrado generale molto diffuso – da tanti altri.

Voglio qui spezzare una lancia (è un modo di dire) a favore degli ipocondriaci. Periodicamente, ma molto molto raramente, mi sono sentito affibbiare la caratteristica di “ipocondriaco” anche in famiglia, ma si trattava di episodi più che altro collegati ai “cambiamenti di stagione” che hanno fatto di me un chiaro esempio di “meteoropatico”.

Ovviamente non posso non pensare a quello straordinario “incipit” di “Tre uomini in barca….” (1889) di J.K.Jerome che ha fatto grande scuola in tantissimi come noi, lettori seriali sin dalla nostra tenera età. E’ una sintesi dell’ipocondria, utilissima con annessa “morale” finale sotto forma di ricetta utile per tutto il resto della vita, fino a che, però……

E poi ne abbiamo conosciuto altri di ipocondriaci, reali, come quella “signora” che quotidianamente accedeva allo studio medico della dottoressa di famiglia e ne occupava lo studio, ponendo tutti i suoi dubbi, mentre altre persone che forse ne avrebbero avuto vero bisogno erano costrette ad attendere tempi “biblici” nella sala d’attesa. E poi alcuni personaggi pubblici, chiaramente e pateticamente, naturalmente ipocondriaci, come Carlo Verdone o Woody Allen, che hanno giocato molto su questa loro “patologia” rendendola funzionale allo stile artistico. Un discorso a parte merita Nanni Moretti. Forse molto più collegabile alla esperienza “personale” di cui tratto.

Malgrado, procedendo nella ricostruzione di quel che mi stava accadendo, ben poche erano le speranze di esiti benevoli, ma imperterrito continuavo a pubblicare su questo Blog, in quella forma molto personalistica che mi caratterizza, documenti che si riferivano a iniziative da me promosse, misti a riflessioni contemporanee e progettazioni future.

Per la cronaca, affinché sia di aiuto anche per tanti altri, erano già alcuni mesi che in modo particolare ero di tanto in tanto interessato a colpi di tosse, stizzosa, nevrotica; ma ciò accadeva quasi sempre mentre mi trovavo a dibattere con qualcun altro sulle possibili prospettive organizzative da mettere in atto sul nostro territorio nella fase post pandemica, cercando di lenire le difficoltà sempre più crescenti di quella parte di popolazione che aveva dovuto inevitabilmente soffrire maggiormente la crisi.

Comunque la data da cui la crono-storia potrebbe partire può essere quella del 22 gennaio 2022. Ho avuto – come dicevo – dall’inizio del nuovo anno sempre più frequenti, crisi, soprattutto notturne, di tosse e difficoltà respiratorie. Decido di andare a fare un controllo con un RX torace; ovviamente, per poter accelerare gli esiti, mi dirigo verso uno studio privato. La risposta è immediata, l’interpretazione è evidente, anche se rimanda a controlli più approfonditi da espletare: c’è più di qualcosa che proprio non va bene. “Si documenta estesa area di consolidazione parenchimale” nel lobo polmonare superiore destro: vuol dire che una parte del polmone è occupato da materia estranea, cioè qualcosa che preme, soffoca, costringe a respirare sempre più con grande difficoltà.

Avevo potuto notare un certo imbarazzo nel tecnico di laboratorio che, dando uno sguardo alla radiografia, mi aveva immediatamente chiesto quali sintomi avessi. In quel periodo c’era quella tosse nervosa, che era apparsa per lo più come afferente a una patologia di tipo gastro intestinale, e solo qualche lieve inizio di affaticamento. Da ipocondriaco colto, prima di uscire dallo studio medico ho dato una rapida occhiata su Google, digitando “area di consolidazione parenchimale”; poco di buono mi diceva (ma lo si sa, ed è un monito per tutti coloro che leggono: non vi fidate troppo di Internet; potrebbe sortire in voi l’”effetto Jerome Klapka Jerome di cui parlavo nel blocco introduttivo); poi ho inviato la scannerizzazione alla dottoressa di famiglia cui per prassi viene spedito il referto. E’ una giovane preparata e che, nelle sporadiche occasioni in cui ne ho avuto bisogno è stata sempre molto attenta scrupolosa e sollecita. Anche in questa occasione lo sarà. Il giorno dopo di prima mattina, nove e trenta precise come da lei indicato, sono in ambulatorio. Legge nuovamente il referto, guarda il dischetto e suggerisce di procedere immediatamente con altra indagine più profonda, una TAC con mezzo di contrasto. La prenoto rapidamente e contemporaneamente mi attivo con altri contatti più attinenti alla materia. La prima persona che sento è un mio carissimo amico, medico pneumologo, che mi riceve nel suo studio privato e mi dice che può essere qualsiasi cosa e occorre essere preparati anche al peggio. Mi rendo conto che il peggio sia un cancro e dico a me stesso e anche a voce alta, che, sì, d’altra parte in una vita, se non si muore di colpo, può toccare anche questa esperienza da “vivere”. Quante volte ho immaginato di non attraversare la “notte”; che potesse accadere quel che è avvenuto per tante altre persone, senza sintomi evidenti, senza sofferenza alcuna. E, poi, dall’altra parte ci sono tante valide esperienze di lotta ingaggiata, perduta o vinta non importa: quel che conta è non arrendersi a ciò che potrebbe apparire come ineluttabile.

La TAC del 31 gennaio conferma quel che non va, mettendone in evidenza ulteriori dettagli. Alla dottoressa evidenzio la mia scelta per il “Careggi” nel proseguire indagini e procedere più rapidamente possibile agli interventi necessari. Ho provveduto già a fissare per l’8 febbraio una visita “intra moenia”, così si identificano i rapporti privati con i medici di un ospedale. Ho scelto una figura intermedia, non il Primario né tanto meno un giovane: il dott…….. dal curriculum che vado a scorrere appare maturo e competente. In realtà avrei potuto rivolgermi subito all’ospedale di Prato, ma per alcuni motivi, che attengono ad esperienze personali e non hanno creato in me quel senso di fiducia necessario che deve esistere nel rapporto paziente-personale medico, non l’ho fatto. A conti fatti, potrei oggi dire – anche se è ancora troppo presto per poterlo fare del tutto – che ne sono pentito. Vedremo, infatti: vedremo. Ad ogni modo, vado al “Careggi”.

1 – segue 2 con una digressione sul significato del titolo


Di norma, l’ipocondriaco è uno strano individuo, spesso auto isolato nelle sue preoccupazioni di tipo sanitario. E’ un soggetto da racconto o da film e, come sanno bene i miei amici, inducono ad un certo sorrisino beffardo, solo di rado consolatorio. Ovviamente, si parla sempre di quegli…altri che esagerano, non di se stessi nel caso in cui si facesse parte integrante di…quella famiglia. Pur tuttavia, al netto delle esagerazioni, in questo percorso inatteso nel quale mi sono ritrovato, ho fatto qualche riflessione per l’appunto “personale”. E se invece di, sottilmente, deridere fossi stato più attento ad ascoltare i ritmi non più correttamente funzionali della mia salute, non sarebbe stato meglio? Domanda oziosa, ovviamente, fatta “a posteriori”. Ma, a dire il vero, non mi sono mai considerato un ipocondriaco: o, meglio, ho sempre dato un calcio ai pensieri che mi angosciavano e mi sono posto al servizio della società, della politica, del lavoro.

La “digressione” è finita: è stata anche fin troppo lunga.

Vado al “Careggi”, dunque. Una visita accurata, professionalmente e umanamente. Già nella sala d’attesa, ho intercettato una testimonianza positiva da un dialogo telefonico: un signore raccontava come dopo l’operazione al polmone alla quale era stato sottoposto avesse man mano ripreso la normale attività fisica. Accennava a lunghe passeggiate nel verde: e ciò non poteva che rincuorarmi. Ancor più poi in quanto è entrato prima di me nell’ambulatorio dove sapevo perfettamente avrei trovato il dottore che avevo scelto. E non c’è stato a lungo. Era solo per un breve controllo. E infatti dopo poco sono entrato io e, come dicevo, il dottore che ha voluto subito vedere le risultanze della TAC, ha proceduto a tutte le verifiche “dirette” con la misurazione dell’ossigeno, l’auscultazione del torace ed alcune domande circa la pratica del fumo. E’ dal gennaio del 1984 che non fumo più; e non ne consumavo certo molte. Ero un modestissimo fumatore; di certo, non avrei mai pensato di poter essere inquisito e colpevolizzato per quelle quattro cinque sigarette, quasi sempre collegate ai riposi post pasti principali, come di consueto. E non ci ho messo tanto tempo a staccarmi da quella “pratica”: non ho fatto come lo Zeno Cosini di Italo Svevo. Non ho atteso tanti eventi, piccoli medi o grandi, ma uno solo, molto significativo ed importante per me: la nascita di Lavinia. 8 gennaio 1984: ultima sigaretta. Anzi, già il giorno prima avevo buttato via tutto l’armamentario utile per il “fumo”: accendino (di quelli di poco conto, ovvio), i residui del pacchetto.  Il dottore, però, non era così tranquillo, appariva severo nel gudizio (o, perlomeno, così a me è apparso), come se accreditasse a quella “pratica”  per me così lontana le ragioni per comprendere il mio attuale stato di salute. Da profano non ero affatto convinto di questo giudizio, pur non espresso in modo chiaro; e pensai che però nel corso degli anni successivi ero stato comunque a contatto con ambienti fumosi, come circoli e sedi di Partito.

Cosa scrivevo l’altro giorno…?

Cosa scrivevo l’altro giorno trattando le tematiche che dovrebbero essere prese in considerazione da parte dei militanti, tutte/i/*, del Partito Democratico, soprattutto da coloro che finiranno per essere parte passiva delle scelte che le varie leadership stanno per intraprendere, ciascuna per mantenere l’obiettivo principale, la “loro” sopravvivenza? Non di certo quella di una forza politica che ha messo in evidenza progressivamente quei limiti che in tanti avevano cominciato già dagli esordi a sottolineare. Limiti che si sono accresciuti nel tempo, anche grazie agli innesti innaturali e deleteri prodotti con il periodo del “renzismo”. Scrivevo, riferendomi al mio Blog ed ai tanti contributi che vi ho inserito, sia storici (sono stato co-coordinatore – eravamo in due, Tina ed io – dell’unico Comitato per la fondazione del PD in quel di Prato) sia collegati a tutta una serie di eventi che andavano segnalando la profonda sofferenza di una parte significativa dei militanti e dei simpatizzanti.

Scrivevo infatti: “Scorrendo le pagine del mio Blog, chi lo volesse troverebbe molti spunti utili ad affrontare ed eventualmente portare a soluzione il sempre più difficile travaglio del Partito Democratico.”

Lo scrivevo, mantenendo nel sottofondo un barlume di speranza. E’ un mio difetto, quello di essere ottimista, senza tener conto ovviamente delle altrui debolezze; mentre è per me molto facile argomentare su quel che sarebbe utile, non tengo conto delle grandi difficoltà cui dovrebbero sottoporsi in tanti, nella disponibilità di discutere le rendite, aprendosi alla competizione meritocratica. Perché alla fin fine di questo si tratterebbe; sarebbe un grande gesto di messa a disposizione, nell’aprirsi al confronto democratico da subito, che non necessariamente significherebbe una rinuncia, ma permetterebbe a chiunque, tra quanti riconoscano valori e metodi, di sentirsi partecipe a pieno titolo, al di là della mera adesione.

“Partecipi”, perchè non si può essere solo dei numeri e dei manichini di cartone, ma persone in carne ed ossa e menti pensanti.

Una “mano” concreta a costruire ponti democratici potrebbe venire proprio da quella che è vista come una maledizione pendente sulla testa del PD, e cioè la “fuoruscita” dei supporter renziani.

Scrivevo l’altro giorno:” Il “renzismo” sta lentamente mostrando in modo netto e chiaro la sua vera natura. Il “guado” melmoso in cui attualmente il PD stagna va sospingendo parte di coloro che osannarono l’avvento di Renzi e che non sono ancora transitati in “Italia Viva” a compiere la loro scelta.”

E le notizie che si rincorrono nelle ultime ore parlano – in modo trionfalistico – di passaggi dal PD a “Italia Viva” come se dovesse prefigurarsi in ciò una riduzione di consensi per la prima sigla ed un incremento per la seconda. Ciò non avviene e, a mio parere, non si verificherà, in quanto poco importa all’elettorato questo “giochetto”. Importa molto invece a chi vorrebbe con serietà e tranquillità discutere di problematiche serie e coinvolgenti, risolutive. La presenza dei “filo renziani” è stata da subito e da tempo un vero e proprio impedimento, una “palla al piede” condizionante.

Ordunque occorre augurarsi che si sbrighino ad emigrare, lo facciano prima possibile.

dedicato alla mia terra (Procida)

VIAGGIATORI (da un dattiloscritto degli anni Sessanta)

 PROCIDA – L’ETERNO “ritorno”

“Novembre, il cielo ancora azzurro, i campi disadorni e i fossati verdi…A te ritorno, isola, così un nocchiero rivede la sua terra e s’inchina a baciarne le prime zolle…

ANNI CHE NON TI RIVEDEVO! che non assaporavo la tua quiete, nel percorrere le tue stradine, le viuzze con balconi fioriti e le comari con i loro pettegolezzi “quasi” per riservatezza muti”

Sembra come se doversi limitare al solo porto, quando sbarcano i viaggiatori, l’isola di Procida! Ed invece nasconde dietro la falsa quinta delle sue prime case di pescatori una ricchezza immensa che, durante il mite autunno, è ancora parzialmente incorrotta. Il silenzio vi è smosso di tanto in tanto dalle grida stridule e possenti di qualche venditore, dal botto di un fucile, dal rombo di un aereo straniero, dal clacson della corriera che si annuncia di lontano o che notifica la partenza.

“Ci siamo accorti troppo tardi che andava a finire così. Avevamo fatto di tutto per evitarlo, e tante parole inutili. Poi, improvviso, il mondo ci aveva assalito.”

La mia civiltà, la nostra civiltà è quella che ora noi tutti ignoriamo, anche se un giorno l’abbiamo avvicinata e l’abbiamo conosciuta. Civiltà di infanzia, civiltà di piccole cose, mondi eterni irripetibili, senza mai un ritorno, infanzia, fanciullezza, adolescenza, felicità, sorrisi.

Dovevo essere piccolo piccolo, pochi mesi o poco più di un anno. Le braccia del nonno materno, Vincenzo, le sento ancora e mi vedo in una stanza che solo ora mi è ben nota, dal pavimento uguale a quello di una vecchia casa mia, tenuto stretto da un fantasma, una forma senza tempo come l’aria, il cui volto posso solo intravedere da un ritratto, ingiallito dal tempo, nel quale il busto del nonno sembra emergere dalle nebbie.

Uguale allo zio, il nonno, con un paio di baffi che certamente avrò toccato e tirato nelle innocenti smanie di un bambino.

Soltanto questo, ricordo di mio nonno.

Ho poi vissuto gran tempo lontano ed il mio ritorno si è fatto man mano più rado, le mie visite frettolose col passare degli anni.

“Ma non potrò dimenticare i luoghi,  le persone che mi sono state e mi sono più care, che ho lasciato non troppo ma pur sempre lontane.”

I giochi da bambino sono per me il desiderio più represso ma non trovo – e forse nemmeno ricerco – altre persone capaci, comprensive e pronte a sognare con me; e tutte sarebbero pronte a denigrarmi.

Vado passeggiando giù per i viali terrosi stretti e gli alti fossati che mi videro saltellante gioioso ranocchio insieme ad altri spensierati fanciulli, per sfuggire l’attanagliante noia dei tempi che avrebbe facile vittoria nell’adulto bambino che mi ritrovo ad essere, che sono, l’accidiosa involontà di essere un verme strisciante ed il desiderio represso di volare al di sopra degli altri, come nei sogni notturni che avevo da bambino, una cosa piccina, molecola sconosciuta ed invisibile del grande infinito universo.

Assaporo il mandarino strappato con voglia dall’albero; il suo sapore asprigno, il suo profumo pregnante mi ravvivano da sempre ricordi di momenti lontani misteriosi archetipici ed anche per questo del tutto prerazionali; e mi provocano sensazioni uniche e mi sento un po’ – e per poco – male: insolita tristezza provata che genera poi energia creativa.

Imbocco una strada, ora di asfalto, e mi trovo su di un viottolo, erboso ai margini, rovi spinosi prorompenti nella bella stagione ed erbe della macchia mediterranea profumate più intensamente dalla pioggerella recente, acre sapore di mare salso, di sole, di terra bagnata umida tiepida ed accogliente; fin quando poi non si intravede il mare, il sole all’improvviso apparso tra gli alberi dietro i recinti murari a volte a secco che i contadini avevano costruito per delimitare i loro pezzi di terra e, dietro la leggera patina di foschia, oltre la striscia blu verde chiaro sfocata a parte ed altrove piena di faville, l’altra isola più grande che con la sua cima tra le nuvole osava toccare e sfidare il cielo.

Mi siedo là sul precipizio mantellato d’erba e rimango in silenzio a guardare: luci strane ed abbaglianti, le onde riflettono i raggi del sole al suo calar nelle onde e sembra un silente messaggio meccanico della natura.

“isciacquio, sciabordio, dolci rumori” rimango a guardare, in silenzio assorto a pensare, ed il mare culla, incanta la mia mente. In questo posto alcuni anni fa….

In questo posto non tanti anni fa, in questo posto qualche anno fa, in questo posto un anno, un mese, un giorno fa…

E’ accaduto sempre e ad ogni ritorno.

“Fore Serra”, nella terra di miei parenti, era la passeggiata nei pomeriggi di tutte le domeniche procidane. Ci andavamo tutti e come sempre davo da pensare ai miei, preoccupati che potessi scappare dalle loro mani per fare un tuffo nel mare dall’alto della collina di Punta Serra.

Ma se scappavo arrivavo fino al recinto dei maialini a tirar loro i codini contorti melmosi, a sentirli grugnire nel loro incomprensibile dialetto animalesco.

“Quella notte avevamo bevuto tanto, e mangiato per giunta in modo spropositato; la prima uva ornava le viti; mio cugino, più esperto e “padrone” del territorio, era addetto al raccolto furtivo aiutandosi al buio con le sole sue mani già abili e scaltre.. sentimmo di lontano, ma non troppo, musiche e canti, fisarmoniche e voci, grida e fresche risate, fuochi crepitare e vedemmo nel cielo senza luna e senza nuvole tre stelle cadenti ed un corpo non ben identificato, lontano, zigzagare e poi scomparire nei segreti meandri della Via Lattea. La voce della fanciulla che non mi riconosceva, e come avrebbe mai potuto, la porto nella memoria tuttora e sarebbe apparso come un avvenimento ancor più importante il giorno dopo nella mia mente. Girammo intorno al fuoco ormai quasi spento, come in un rito inconscio per la delusione di essere soli, per il desiderio di avere, di possedere un bene, un amore, quella ragazza, forse!

Girammo intorno al fuoco già spento, per dirci che eravamo ubriachi, per sentircelo dire ne accentuavamo il barcollio ed il balbettio insensato, e provare quel senso di abbandono totale da incoscienti, o quasi.

E da incoscienti guidammo l’auto giù per una strada tutta curve, senza mostrare responsabilità,  di notte, luci spente, come matti; e forse lo eravamo davvero. Così matti da andare poi subito a dormire, quella notte calda, senza nemmeno svestirsi, quella notte calda, accogliente, senza vento, un cielo stellato, un mare calmo, senza sorprese; a dormire quella notte, come matti; e prima avevano pianto i porcellini ancora giovani nel loro recinto, quei porcellini cui il cugino cattivo aveva anche lui voluto con più energia tirare i codini: avevano pianto e strillato forte; ma nessuno poteva sentirli, né aiutarli.

E, poi, quella ragazza che davanti al fuoco quasi spento continuava a danzare ritmi tzigani; e che non mi riconobbe.”

Arrivavo sotto gli alberi con l’immenso desiderio di scalarli e sentivo sapevo di non farcela di non averlo mai saputo fare, mentre gli altri veloci raggiungevano i posti più alti ed io, graffiandomi, rimanevo a guardarli impotente (una foto del tempo delle elementari me lo ricorda impietosamente). Le querce di Procida erano alte e dal tronco largo e nodoso. Sotto queste piante, sui bordi del promontorio di Serra, le buche dei conigli mi mettevano una strana paura e il ricordo correva a quel mio dito sanguinante inciso dai denti di uni di essi; ed ero minuscolo bambino ancora ingenuo e poco accorto lanciato alla conoscenza del mondo e delle sue piccole insidie. Sin da quel tempo, il cane da caccia “muso storto” mi guardava ringhiando e vaniva la mia coraggiosa intenzione di avvicinarlo e di carezzarlo con segno di amicizia da quel curioso che ero, allora, da quel curioso pettegolo che sono, adesso. La capra dal suo recinto protetto, addossato alle mura di quella casina diroccata in parte, ma del tutto abbandonata e trasformata in piccola stalla, lasciata lì solo a baluardo, con le sue mura forti ed alte, belava sentendoci arrivare, segno che l’ora del pasto e della mungitura delle sue mammelle lattifere era già arrivata. Tra tutte queste attività correvo scappavo dappertutto raccogliendo le ghiande e lanciandole qua e là con il segreto intento di raggiungere il mare, vicino (allora così mi sembrava!) da uno o dall’altro lato della punta, ed avrei voluto vedere nell’acqua, che tuttavia era lontana, i cerchi ingrandirsi concentrici e precisi man mano fin poi a scomparire.

Avevo saputo che laggiù sulla stretta spiaggia del Pozzo Vecchio venivano anche di inverno nelle belle giornate calde perché soleggiate gli innamorati, a cercare un istante di pace, uno scorcio romantico dove ispirarsi, ci venivano anche gli artisti, i fotografi, con i loro pennelli ed i loro colori, con le macchine fotografiche ad eternare momenti ed immagini.

“Dissi a mio cugino che andavo scrivendo qualcosa, niente di molto serio, poesie, racconti. Eravamo là sulle gradinate di casa, le lunghe caratteristiche gradinate procidane mediterranee costruite con il tufo e spalmate di bianca calce; ed io preferivo lungamente star lì seduto, piuttosto che andare al mare, che era per di più a quattro passi da noi; preferivo rimanere con me stesso, da quel chiuso riservato carattere che avevo, piuttosto che scendere alla spiaggia, a contendermi gli sguardi e le risa delle ragazze, a provare gelosia ed insieme invidia, a giocare con rabbia per emergere, farmi notare, ad impormi con aggressività nelle facoltà dove stimavo di eccellere e che spesso erano sottovalutate e derise, a nascondere la costituzione macilenta del mio fisico indossando maglioni poco adatti al caldo estivo, al sole che picchiava sulle sabbie sempre più calde, bollenti. E mio cugino mi offrì un sorriso di commiserazione, comprendendo che andavo rivolgendo dentro me stesso tempeste. Non avevo mai amato soverchio la bellezza, forse perché essa mi trovava sempre impreparato, sprovveduto, timido e chiuso. Avevo imparato che la bellezza era anche simbolo di vanagloria ed ogni volta che incrociavo gli occhi di una ragazza ostentavo una indifferente noia, un superficiale disgusto, una maschia sicurezza, che nascondeva l’immensa quantità di complessi.

Il tempo passa e ritorno, con lo stesso animo di un tempo, con gli stessi nascosti desideri di vincere l’età che mi trovo, di ritornare ancora una volta bambino e mi piace ritornarci da solo ad ascoltare e parlare con i fantasmi di coloro che ormai non vedo più come una volta, vinti dalla memoria e dagli anni.

“Un giorno verremo a trovarvi” “Un giorno andremo” aveva detto mio padre e loro ed a me. Ed avevo pensato con intima gioia all’attimo dell’abbraccio e del bacio non più dato solo per affetto, né per abitudine inveterata di famiglia. Mi recavo da solo in soffitta ad aspettare ed arrivava puntuale, ma il più delle volte si rimaneva a guardarci negli occhi, per un po’ soltanto guardarci negli occhi e poi ridere, fortemente eccitati, come sbocco di una voglia tremenda. La stessa buona stoffa di un voyeur, che da sempre aborrivo, sorgeva in me allorquando mostrava la bella forma nei suoi abiti felicemente larghi e campagnoli, larghe gonne e non lunghe, nello scendere i pioli delle scale che portano alla stretta e protettiva soffitta. Cosa era successo al nonno, non l’avevo più visto e poi mi avevano detto che era morto e ricordavo quando mi aveva stretto a sé, mi aveva portato con lui, e questo mi aveva lasciato dentro la misteriosa arcana paura di un regno invisibile vicino e lontano, lontano e vicino ma senza ritorno, di un luogo tremendo dove regna il silenzio, dove non si può più comunicare tra noi, la qual cosa mi toglieva ogni speranza di immortalità, quella a cui avevo sempre creduto. “Gli altri, non io” mi dicevo e ne ero convinto ma non sapevo, non capivo, non mi rendevo conto che cosa fosse la vita, cosa fosse la morte. E quelli che ci lasciamo dietro e che ci precedono sono tappe comunque della nostra vita; senza speranza di evitare il turno, ci affrettiamo a dimenticare lottando con gli altri, fingendo a noi stessi la vita, recitando commedie mai scritte, innamorandoci. Dov’era mio nonno, il nonno? Quando io ero bambino non ho ricordi che mi diano pace, consolazione, solo quei buffi baffi folti e quel volto dello zio, dello zio Michele così buono, che ha pagato molto cara la sua vita affrontandola seriamente ed in tanta solitudine. “Và ‘o cinema co’ Michalino; Assuntì, Peppino va ‘o cinema co’ Micalino” dicevano le zie a mia madre che mai mi avrebbe lasciato allontanare da solo ed io, già un ragazzetto, a dieci anni, attraversavo le stradine dell’isola, rifiutando per ribellione la mano dello zio, per orgoglio, per dimostrare la mia autonomia, lo zio poco loquace e dal sorriso buono ed io altrettanto silenzioso e per niente ciancioso verso di lui che mi avrebbe, forse, preferito, almeno allora quando si è bambini, più aperto ed affettuoso. Ma io non ho saputo mai mentire, non potevo essere diverso da quel che ero, riflessivo e riservato, specialmente con le persone che ho amato, quelle più care. Forse ho finto con la gente che non ho stimato, che non ho mai stimato, con quelli che mi hanno amaramente deluso facendomi prima credere in loro e mostrandosi poi quelli che veramente erano. Odio per questo ancor oggi i subdoli amici, non mi va di essere preso per i fondelli da chi non è intelligente da mondo e semmai merita finanche l’immortalità fra gli stronzi. Con lo zio al cinema scambiavo così sì e no qualche parola. Vi incontravamo suoi amici ed allora li sentivo parlare, e li ascoltavo con grande attenzione, dei loro problemi, la raccolta dei limoni, la qualità dell’uva, la vendemmia, la quantità di vino prodotto, le botti, il cane, le galline…..

Nei campi c’era tanta erba e la sera, un’ora prima del tramonto, si andava a raccoglierla. Bisognava però sapere quale sì e quale no. “No, chesta n’è bbona” diceva la zia Linda, esperta (perché quello era davvero uno dei suoi “mestieri”) del lavoro agreste e tanto spesso la vedevo zappare le zolle, salire gli “scalieddi”, raccogliere “dd’ove” alle galline spesso togliendogliele da sotto le chiappe ed allora – a volte – mi veniva di imitarla e rischiavo di cascare giù dall’alto di una scala a pioli, di tranciarmi le dita del piede con la zappa o di farmi beccare un occhio dal geloso gallo per il fastidio che procuravo alle sue pennute signore schiamazzanti nel recinto del pollaio. Con lei la zia Linda, donna molto dolce ed affettuosa con noi suoi nipoti, mi portava, ed erano impegni seri i suoi, tremendamente seri e, non si sarebbe mai detto oggi, mi piacevano particolarmente, ne ero affascinato; mi piacevano, in quel tempo! La Chiesa di S.Antonio Abate, detta popolarmente “Sant’Antuono” per distinguerla dall’altra dedicata a S.Antonio da Padova, era la sua seconda casa e le sere le trascorreva, come oggi potrebbero fare le dame in un salotto borghese attorno ad un tavolo da bridge o da burraco, accanto alla mensa del Signore. Procida è un’isola molto religiosa, tradizionalmente molto religiosa, ed io non nascondo a me stesso che mi attirava, mi interessava tanto quella vita, quell’ambiente con quei profumi intensi di incenso, tanto da farmi spesso pensare, e le zie qualche volta mi avevano anche incoraggiato, che in quel tempo desiderassi essere se non proprio prete, perlomeno un chierichetto. Procida era un’isola molto religiosa. Ora lo è di certo ancora ma forse per quei bambini che vivono innocenti nelle loro piccole case di campagna con una famigliola che li educa, integra moralmente perché vuole fare di loro dei buoni figli e li mantiene lontano da tutto quello che nel mondo simboleggia la corruzione, la civiltà del perbenismo e dei consumi esasperati. Amorosamente  cresciuti crederanno fin quando sarà loro possibile, come per quel bambino che ero io, alle storie del Cristo di cui vedono dappertutto gli esempi, senza però accedere a quei disvalori propagati dalle notizie diffuse dalla stampa, dalla televisione, dalla vita quotidiana di una qualunque piccola, media o grande città. Avranno la convinzione di essere anche loro una parte dell’eterno mondo ed invece dovranno forse un giorno abiurare amaramente a questo loro alto convincimento ideale. Cristo! Come avrei potuto esserlo, come avrei potuto diventarlo, come avrei potuto rimanere come ero quando ero bambino. Ma fui tentato dalla nostra Chiesa, quella che aveva abbandonato la primitiva semplicità, e fra Procida e la terra su cui vivo non c’è una distanza incolmabile, non aveva adottato solo la tecnica della presunzione di credersi migliori, aveva peccato  non solo di orgoglio, ma di ogni sorta di peccato, aveva forse creduto di essere veramente inattaccabile ed era poi caduta miseramente nel fango qui dentro il mio cuore. La mia debolezza mi aveva sconfitto di dentro ed avevo deciso risolutamente di rifiutare al Signore il mio impegno. Ma, in quegli anni di infanzia con le zie,  gli odori inebrianti di incenso, i colori ed i fregi delle chiese, delle immagini affrescate o dipinte dei santi, degli angeli e dei diversi protagonisti della storia religiosa (Cristo, la Madonna, lo Spirito Santo, il Padreterno), l’odore del legno dei banchi passati a lucido anche se molte volte corrosi dai tarli ed il canto corale delle donne, nelle diverse funzioni religiose cui partecipavo, che a tratti era accentuato quasi a volersi far ascoltare dal Signore lassù oltre le nuvolette, mi affascinavano non poco. 

La mia giovane semplicità mi fece entusiasmare quando feci conoscenza con una donna che aveva fatto voto di castità, un personaggio interessante ma forse un po’ fuori dagli schemi normali, un po’ folle, di quella follia che accomuno ad una passione disinteressata, ad un dedicarsi totale al servizio degli altri. Folle, sì; ma sono sicuro che a nessuno sia mai saltato in mente di chiamare folle una donna che viva santamente la propria esistenza fra una funzione religiosa e l’altra avvicinandosi anche più volte al giorno ai sacramenti ma sempre con l’obiettivo di praticare del bene. Ed in fondo se non altro per lei questa è la vita! La donna era fondamentalmente sola, era da troppo tempo stata sola come in una sorta speciale di clausura dalla quale era riuscita ad emergere; la tragedia della solitudine ci passa accanto chissà quante volte ma non ci coinvolge e quindi non riusciamo a comprenderla, non possiamo capirla, non possiamo, non potete conoscerla mai pienamente. L’aria di santità la circondava completamente; entrare in casa sua era come varcare una parte segreta di un santuario; prima di arrivare nella sua stanza si attraversava un corridoio buio un po’ funereo  illuminato solo dalla luce fioca di candele poste davanti a quadretti di vari santi. Ella di solito sedeva in una stanza in fondo al corridoio principale su un’ampia poltrona – le sue forme negli ultimi tempi tendevano all’obeso spinto – davanti alla quale aveva un ampio ma basso tavolo sul quale poggiava alcuni libri di preghiere, una bottiglia d’acqua ed un bicchiere, un piatto di porcellana dozzinale ed un’oliera piccola. Nei miei ricordi la stanza era buia ed illuminata da lumi a petrolio e da candele accese davanti a fotografie di persone morte. Si avvertiva un odore di antico, di pulito ma anche di vecchio, una mistura unica ed irripetibile che non ho mai più avvertito da tempo. Fra le mani di solito stringeva una coroncina del Rosario e murmuliava parole sconnesse in un italiano-latino tutto particolare. Il tutto faceva un po’ senso, ma il ricordo oggi non mi appare negativo; ero in quel tempo abituato più di ora a frequentare quei luoghi. Sembra che ella riuscisse a parlare anche con i morti e praticava arti un po’ insolite per gli ambienti religiosi come la lettura e l’eliminazione di quello che popolarmente chiamano “il malocchio”. Ho visto anch’io in diretta apparire e sparire misteriosamente gli “occhi” d’olio nel piatto dove prima aveva versato un fondo d’acqua e poi attingendo con le dita dall’oliera due-tre goccioline d’olio le aveva fatte schizzare nell’acqua. Ma ora a raccontarla sembra sia stata tutta un’allucinazione, una suggestione.

E di sicuro non si può tornare indietro come un nastro magnetico che si riavvolge; e la memoria vaga in un tempo indistinto e ritorna a quella notte di ubriacatura vera o finta che fosse intorno al fuoco, a “quella fanciulla che davanti al fuoco quasi spento continuava a danzare ritmi tzigani; e che non mi riconobbe.”

In quei posti non così tanti anni fa, in quei posti solo qualche anno fa, in quei luoghi della memoria un anno, un mese, un giorno…. e la mente riaccende le sinapsi del ricordo…e mi prende per mano….

A tavola erano in otto, quella sera. Mancava uno dei giovani maschi, Michele,  che già da tempo aveva deciso di andare a vivere da solo; ritornava di tanto in tanto più per necessità che per vero senso di appartenenza familiare,  ed era un po’ un isolato, forse misogino,  inadatto a vivere in una comunità con la prevalenza femminile.  C’era aria di festa; Domenico era tornato per un breve congedo dal servizio militare. Come si conveniva ad un lupo di mare era stato arruolato nella Regia Marina, Corpo Reale Equipaggi Marittimi, prima sul’incrociatore Garibaldi fino al marzo del 1938 e poi sul cacciatorpediniere Ostro. Erano vicine le festività pasquali e si respirava un’aria di primavera inoltrata; non aveva molti giorni ma avrebbe partecipato alle funzioni della Settimana Santa, quelle del giovedì, il 14 aprile e del venerdì, di certo; ma doveva far ritorno la mattina del sabato per consentire ad altri suoi compagni di poter andare in congedo. Era fortunato perché a Procida quella settimana ha un forte connotato religioso innervato nella realtà sociale: tutti, in modi diversi, vi partecipano.

“Comme te va, Mimì, te veco ‘nu poco dimagrito” disse Vincenzo, il capofamiglia con un paio di baffoni curati alla Umberto I e  seduto in cima al tavolo largo e capiente. “Nun te fanno mangià comme a casa; ma chi è che te cucina?”. Mimì sorrise e, tra una cucchiaiata di minestra di fagioli bolliti nel tradizionale fiasco e poi conditi con patate, erbe, cipolle e cotica, di quella conservata in gelatina con una parte di carne di maiale, mise le mani nel giubbotto che aveva appoggiato dietro la spalliera della sedia e ne tirò fuori un portafoglio dal quale estrasse alcune foto. “Ecco, qui simmo in libera uscita, a Taranto” mostrando la sua divisa ancor più elegante nel suo portamento di giovane poco più che ventenne  “e comme vedite c’è tanta ggente, tanta bella ggente, tante gguaglione ca ce guardano e, insomma, ce stà da fà”  fece con orgoglio maschile. “Chest’ata fotografia è a bordo, eccolo qua, chillo ca ce fa da mangià”  e mostrò un giovane dal sorriso aperto “ è nu guaglione de Puzzule, Lello; pur’isso è in congedo e forse, ci aggio ditto io, me vene pure a truvà, venerdì, e po’ ce ne iammo assieme”. La famiglia di Mimì era molto ospitale ed accolse con piacere l’annuncio della visita di chi, alla fine, si curava del benessere del loro congiunto. “E che cucina?” chiese la maggiore delle sorelle, forse curiosa forse invidiosa di un ruolo che aveva da tempo assunto con perizia. “Di tutto; però, basta che sape fà nu bbuono raù, ‘na bbona frittura, nu poco ‘e carne e quacche vvota ‘na bella ‘nsalata e a nnuje ce basta. Nun te preoccupà, Agnesì; a tte nisciuno te batte”. La madre Rachele gioiva solo al vederlo, quel figliolo, seduto in mezzo a loro, e non parlava. Mimì parlava con il padre e con le quattro sorelle scambiava poche parole, tanto erano esse riservate e di conseguenza silenziose. La più piccola era intimidita da quel fratellone grande e grosso ma aveva gettato lo sguardo, mantenendosi lontana, su quella foto nella quale c’era il “cuciniere” di bordo

C’era qualcosa che la incuriosiva e facendosi coraggio dentro senza esprimerlo fuori si avvicinò al fratello abbracciandolo  ed accoccolandosi accanto a lui saettò con le pupille sulla foto. Quel giovane era molto bello, il suo sorriso dolce e delicato quasi vicino a quello di alcuni angeli che aveva guardato ammirato e sognato nelle immagini sacre nelle chiese di Procida; Mimì non era fesso, se ne accorse e disse: “Tina, te piace? È ‘nu bravo guaglione, ‘nu grande lavoratore; nun se ferma maie. Nun cucina sultanto, fa tutto chello ca i superiori gli diceno; è bbravo a fà ‘o carpentiere e quindi aggiusta tutt’ ‘e scialuppe e a Puzzule ha fatto pure ‘o piscatore; però nun saccio se a Puzzule tene ggià ‘na guagliona. Nun t’allummà.”.

Tina, la minore, era la più coccolata dai fratelli e dalle sorelle e possedeva una grazia minuta, occhi grandi di color marrone ed una grande voglia continua di cantare e di danzare mentre svolgeva i suoi lavori domestici che erano assegnati a lei; gli altri lavori, quelli di campagna e l’accudimento degli animali, erano appannaggio delle altre sorelle, più robuste ed esperte. Sognava, invece, e aspettò il 15 aprile per vedere di persona come era quel ragazzo. Lo aspettò anche un po’ guardando dall’alto del tetto di casa la costa lontana oltre il Capo Miseno, là dove c’è Pozzuoli. Lello sarebbe arrivato di buon mattino, venerdì, quando a Procida c’è la processione del Cristo Morto, transitando attraverso Torregaveta con la Cumana.

Lello a Pozzuoli era arrivato la mattina di martedì 12 insieme a Umberto e a Mimì, che si era subito imbarcato per arrivare a Procida prima di pranzo. Umberto abitava sul Lungomare verso le Terme “La Salute”; la famiglia di Lello invece che fino a pochi anni prima aveva abitato alle spalle del Corso Garibaldi in un seminterrato molto modesto si era trasferita alle nuove Palazzine popolari alla base della Ferrovia nazionale ed a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio lungo la Domiziana. Don Peppino e donna Rosa avevano cinque figli, 3 maschi e 2  femmine e riuscivano a stento ad andare avanti. Lello era il maggiore ed era l’unico ad essere stato arruolato; degli altri maschi uno era proprio piccolo a quel tempo e l’altro pure, ma di statura,  per la qual ragione era stato esentato dal servizio militare, il che era una fortuna perché poteva contribuire al reddito della famiglia.

Don Peppino era abile carpentiere di barche: Lello aveva imparato da lui. Lello era il figlio prediletto soprattutto per il suo comportamento integerrimo e la grande disponibilità a farsi in quattro per la famiglia. In città la vita era più dura per tutti rispetto a chi abitava in campagna e spesso si soffriva la fame per cui bisognava andare verso l’interno (Toiano, Quarto, Monte Ruscello) per cercare di comprare a prezzi i più convenienti materie prime, non importava se di scarto e di pessima qualità. A pranzo, però, ora che c’era Lello donna Rosa aveva preparato “fasule e pasta” perché sapeva che a Lello piacevano e non sapeva che anche a bordo lui li cucinava molto spesso e li proponeva ai suoi compagni; per di più, in cambio di un lavoro su una barca da pesca, a don Peppino avevano regalato dei polpi e per questo a casa di Lello era una vera festa quel giorno, doppia.

“Te veco bbuono, Rafilù” disse donna Rosa “se vede che ll’aria d’’o mare te fa bbene”. “Sì, mammà; veramente nun ce manca niente e po i’ stongo int’’a cambusa e mangio tutte chello che vvoglio; aggia assaggià pe’ tramente cucino; faccio ‘a pacchia e i superiore me lassano fà”. Le sorelle, soprattutto Maria lo prese in giro, ricordando uno dei giudizi sulla sua pagella dove, a parte la condotta, l’unica valutazione “Lodevole” era stata quella per “Lavori donneschi e manuali”. Risero tutti, anche Lello, ma non fece mai parola, però, della nausea che lo prendeva quando ai profumi dei cibi si mescolava il puzzo della nafta. E tra una cucchiaiata e l’altra, parlando del più e del meno, della scarsa voglia di andare a scuola del fratellino e gli impegni di lavoro del padre e dell’altro fratello e le storielle d’amorazzi veri o fittizi delle due sorelle, parlò dei suoi amici, di Umberto che tutti a Pozzuoli conoscevano ma anche di Mimì, che lo aveva invitato a Procida, in occasione del Venerdì Santo. Chiese ai suoi di  poter ricambiare l’invito già per sabato a pranzo; avrebbero dovuto però mangiare velocemente qualcosa e presto, a mezzogiorno, nulla dunque di impegnativo (anche se, lo avesse voluto,  non sarebbe stato facile) perché sarebbero partiti nel primissimo pomeriggio per raggiungere Civitavecchia. Lello aveva visto, anche lui, alcune foto della famiglia di Mimì ed era curioso di conoscerla; in particolare aveva notato la più piccola, Tina; ma di ciò non aveva mai parlato né con Mimì né quel giorno ai suoi.

Il resto della giornata Lello lo trascorse con il padre nei Cantieri navali per vedere il lavoro che stava portando avanti.

E venerdì mattina nella casa di campagna di Procida tutti erano svegli, come di consuetudine, molto presto. Il Venerdì Santo, poi! Tina non aveva dormito pensando a come si sarebbe agghindata. Il giorno prima si era lavata i capelli e se li era composti con un nastrino che glieli teneva dietro lasciando aperto l’ovale del viso; aveva scelto un vestitino a fiorellini molto adatto alla primavera ed un paio di scarpe basse comode. Arrossendo aveva chiesto a Mimì, che quel giorno aveva per obbligo indossato la divisa di ordinanza dei “Marò”,  se lo poteva accompagnare al Porto; Mimì acconsentì ma a patto che fossero d’accordo Vincenzo e Rachele. Di lui si fidavano perché lo conoscevano come ragazzo assennato, anche lui un gran lavoratore nella pesca oltre che braccio essenziale per la campagna, e non ebbero nulla in contrario a che Tina andasse insieme a lui. Si fidavano anche dei suoi giudizi e, se Lello era suo amico, pensavano dovesse di sicuro essere una brava persona. Le sorelle mugugnarono sotto sotto, erano fatte così; in effetti mantenevano un comportamento molto austero e mal sopportavano la puledrina a volte un tantino ribelle. Erano fatte così, rappresentando forme arcaiche in tempi che avrebbero portato forti cambiamenti. E Tina era alla fin fine la più vezzeggiata e si permetteva spesso di trasgredire.

Alle otto, più o meno alle otto arrivò il vaporetto. Mimì e Tina, orgogliosa di essere accompagnata da un fratello così elegante, alto, robusto e bello, erano sulla banchina.

Non era alto, Lello; ma a Tina apparve così mentre, vestito con la divisa da “marò”, scendeva la scaletta del vaporetto. Si andarono incontro e Mimì fece le presentazioni: i due già si erano conosciuti e le impressioni delle foto furono tutte confermate. Lello, benché fosse di carattere timido, complice la presenza dell’amico, si mostrava a suo agio; Mimì gli propose di lasciare il borsone con i suoi effetti personali negli uffici del Cantiere Navale che era gestito da un suo cugino in modo da poter poi girare senza tanti ingombri nel seguire la Processione del Venerdì Santo. Il giovane accettò subito di buon grado e poi si lasciarono entrambi prendere sotto braccio dalla radiosa Tina ed andarono incontro alla testa della Processione ascoltando il suono funereo della tromba che annuncia la morte del Cristo.

Tina avvertiva una forza che le infondeva sicurezza nel braccio di Lello che la stringeva verso di sé quando dovevano farsi largo tra la folla dei fedeli che seguiva il corteo nelle stradine di Procida. E quella ragazzina minuta esprimeva una freschezza straordinaria lasciandosi trasportare da quei due bei giovanotti, suscitando gelosie ed invidie in quelle persone, soprattutto donne ed in quel giorno particolare, che non riuscivano ad apprezzare la gaiezza ed i sorrisi anche se mai espressi in modo minimamente e seriamente riprovevoli. Lello chiedeva di tanto in tanto a Mimì, ma era poi sempre Tina a rispondere, alcuni significati dei simboli presenti nei cosiddetti “Misteri” che venivano trasportati dai fedeli incappucciati. E lei si impegnò volentieri a farlo essendo, come donna, molto più addentro alla conoscenza delle funzioni religiose, anche se non era mai stata assidua nel frequentare la Parrocchia e le sorelle per questi motivi tante volte l’avevano rimproverata.

Dopo aver ripreso il borsone di Lello, ritornarono a casa che era ora di pranzo. Per arrivarci, passarono attraverso un sentiero stretto costeggiato da campi coltivati e qualche rara abitazione. La casa era una tipica costruzione multifamiliare con cucina, camera da pranzo e cantine al piano terra e con una serie di piani concatenati da una scala interna. Si sentiva già mentre i tre arrivavano un invitante profumo di cibo. Il venerdì, poi quello Santo ancora di più, era consuetudine mangiare di magro. I genitori erano già seduti a tavola, quando i tre entrarono e Mimì presentò loro Lello; le sorelle lo salutarono con un certo riserbo sussiegoso, cioè senza eccessivi entusiasmi. Tina scappò, prima di entrare in cucina, nei piani alti per togliersi il vestitino da festa e subito dopo però si mise a disposizione delle sorelle in cucina.

Al di là del Venerdì Santo, giorno di meditazione per i fedeli, quel dì era comunque “festa” soprattutto perché il giorno dopo, di prima mattina, Mimì e Lello sarebbero partiti per Civitavecchia.

Tina era composta ma raggiante; per lei quel giorno non era ancora ora delle tristezze e dei rimpianti. Le sorelle se ne accorsero e qualche sorrisino sotto sotto emerse. Il pranzo, anche se di magro, era di tutto rispetto; il pesce, tutto di qualità, fresco pescato due notti prima troneggiava bollito spinato e preparato facendo bella mostra in un enorme vassoio in mezzo al tavolo. Seguite con molta attenzione da un corteo di gatti le sorelle maggiori portarono due zuppiere ricolme di spaghetti ben conditi con pomodori freschi e acciughe sminuzzate, olive, capperi, prezzemolo e basilico. In un altro piatto ovale vi erano tantissime uova sode con il guscio coperto da alcuni segni simbolici. Anche Tina aveva contribuito a prepararle e ne volle segnalare alcune.

Don Vincenzo si rivolse a Lello: “Nuje sapimmo ca tu saje cucinà, facce sapè se chello c’hanno preparete ‘ffiglie mie te piace. Buon appetito!”. Nel mentre donna Rachele, che rimase più o meno muta per tutto il pranzo, e le due figlie più grandi distribuivano il primo.

Don Vincenzo e donna Rachele erano seduti a capo tavolo l’uno di fronte all’altra. Tina era seduta accanto e Mimì. Le altre tre sorelle distribuite in modo da poter più agevolmente alzarsi per togliere i piatti e distribuire le altre vivande. Sulla tavola non mancava nulla: in una grande e fonda insalatiera c’era un contorno di verdure fresche dell’orto; due brocche contenevano vino rosso prodotto nella vendemmia dell’anno precedente e non mancava l’acqua attinta dal pozzo di casa; sopra una delle credenze infine era pronta una cesta di vimini piena di arance, mele e limoni.

“Tu ‘o ssaje fratete comm’è” disse don vincenzo a Mimì che si preoccupava dell’assenza del fratello più piccolo “nun le piace sta’ in famiglia. E’ fatto accussì”.  In effetti Giovanni non aveva nemmeno gradito la presenza di un estraneo ed aveva deciso di non farsi vedere; di solito nelle festività partecipava.

A tavola soprattutto gli “uomini” ed in particolare Mimì e Lello, discussero dei loro progetti di vita, sollecitati a ciò da don Vincenzo, che espressamente aveva chiesto a Lello (don Vincenzo non era “fesso” ed aveva capito molto bene quel che sarebbe accaduto) cosa facesse prima  e cosa intendesse fare dopo la leva militare e il giovane parlò della sua esperienza  di carpentiere di barche e di piccole navi, che aveva acquisito insieme al padre sin da piccolo. Mimì, anche se a don Vincenzo in quel momento interessava poco, per non essere da meno, disse che lui voleva continuare a fare il pescatore. Le sorelle intervennero solo per distribuire le portate. Tina se ne stette sempre seduta buona buona ed in perfetto silenzio, osservando soprattutto quel giovane che le era di fronte solo un po’ discosto alla sua sinistra.

E Lello non si sottraeva agli sguardi.

A fine pranzo gli uomini si alzarono lasciando campo libero alle donne. Don Vincenzo si accese uno dei suoi soliti sigari; ne fumava uno o due al giorno, aveva bisogno di calma per poterlo gustare e di norma ciò accadeva solo dopo il pranzo o la cena. Lello e Mimì confezionarono una sigaretta con il tabacco fornito dalla Marina militare e fumarono seduti tutti e tre sotto un grande albero di gelso nell’aia davanti alla casa.in silenzio venne Rachele a servire il caffè prima di salire nella sua camera per il riposo della controra. Si sentivano intanto già i rumori tipici della rigovernatura dei piatti e delle stoviglie. Dopo anche le donne sarebbero andate a riposare. Il rito della “controra” non era però adatto ai più giovani e frenetici e così Mimì e Lello, dopo aver convinto (ma non fu un grande sforzo)  anche Tina a seguirli, decisero di andare a fare due passi. Il tempo prometteva di essere anche caldo e così andarono tutti e tre, passando per i campi coltivati per sentieri minuscoli,  verso la costa dell’isola, fra Ciraccio e il Pozzo Vecchio, da dove si vede l’Isola d’Ischia.

Mentre facevano un “pieno” di quello splendido paesaggio sopraggiunsero  altri gruppi di giovani, ragazzi con le loro chitarre che, insieme a giovani donne, suonavano e cantavano motivi tradizionali popolari, mostrando la loro fresca allegria. Due di loro evidenziavano un’indubbia perizia sulle loro chitarre mentre una delle ragazze batteva il tempo su un tamburello. Un’altra vide Tina e Mimì e li chiamò. I tre si avvicinarono e Lello potè notare che fra Mimì e quella ragazza vi era qualcosa di più di una semplice amicizia; infatti si appartarono mentre Tina si riavvicinò a Lello che intanto seguiva le evoluzioni canore e danzanti degli altri giovani. Tina era intimidita dalla situazione del tutto nuova per lei e dentro aveva una gran voglia di danzare così come stavano facendo le altre ragazze su quello spiazzo panoramico. Lello comprese il desiderio della giovane e vincendo la sua naturale ritrosia le prese la mano ed accennò alcuni passi, saltellando in un modo così impacciato che suscitò il riso di alcune, in particolare quello della stessa Tina, che subito dopo però arrossì, temendo di averlo potuto offendere. Lello era così gentile e si capiva che doveva proprio essere un bravo ragazzo. Tina aveva tante domande da fargli ma non riuscì ad aprir bocca. Mimì dopo un po’ ritornò; a Lello sembrò che, e lo aveva intravisto con la coda dell’occhio, prima di lasciare la ragazza con cui stava parlando, che si riunì al gruppo, i due si fossero scambiati un tenero dolcissimo quasi casto e timido bacio, ma mantenne, per sua natura, il totale riserbo.

La giornata poi si concluse con pochi eventi. A Lello e Mimì per la notte riservarono la stanza del “mezzanino”, un luogo appartato che portava sui tetti, caratteristici mediterranei e bombati, da cui si accedeva ad un panorama mozzafiato su tutto il Golfo di Napoli e di Pozzuoli. Il giorno dopo, all’alba, i due partirono, salutando la famiglia e nessuno li accompagnò. Tina, al solito dormigliona, quel giorno si era alzata insieme agli altri. Ed era schierata per il saluto, di certo in preda ad emozioni contrastanti.

“Cara Tina, ho chiesto a tuo fratello l’indirizzo ed anche il permesso di chiederti se vuoi essere la mia fidanzata. Fammi sapere presto perché sarò in trepida attesa di una tua risposta. Sei bellissima.”

Non appena furono a Civitavecchia Lello si era fatto forza ed aveva chiesto a Mimì l’indirizzo della sua famiglia; voleva scrivere a Tina e non solo per salutarla. Mimì capì, aveva capito. Stimava Lello e non aveva alcun motivo per non essere contento di quanto sarebbe potuto accadere. Aveva intuito anche che Tina non aspettava altro. E così accadde che dopo due settimane arrivò una lettera per Lello; in verità era solo una busta, ma conteneva una foto di Tina. Dietro ella aveva scritto: “Procida 3 maggio 1938. Offro a te, o mio eterno amore, questa mia piccola foto, in segno di affetto, tua indimenticabile Tina”.

A fine maggio Mimì e Lello furono congedati e ritornarono a casa. Mimì continuava a fare il pescatore a Procida insieme al vecchio padre don Vincenzo, Lello con don Peppino a fare il carpentiere nel Cantiere navale di Pozzuoli. Nei fine settimana Lello andava a Procida a casa di Mimì e di Tina. Ed era stato accolto come un altro figlio. Tutto, dopo una festa di fidanzamento modesta, in quanto la vita era sempre più dura, procedeva verso il matrimonio quando, iniziata anche per l’Italia la seconda guerra mondiale il 10 giugno del 1940, Lello fu richiamato alle armi a Civitavecchia. Avevano progettato di sposarsi in settembre, ma la Storia come il diavolo ci aveva messo la coda; era tutto inevitabilmente da rinviare.

Lello rimase a Civitavecchia fino al 18 aprile del 1943; di Mimì non sapeva nulla. Per tutto quel tempo Lello e Tina si erano scritti ma non avevano mai accennato ad altro se non ai loro sentimenti; Lello aveva anche nella prima lettera chiesto ma non ottenendo alcuna risposta aveva glissato in seguito; era sempre più in pensiero per i suoi, perché a Pozzuoli come in tanti altri paesi gli ultimi mesi erano stati durissimi: mancava tutto, in particolare il cibo. Era stato ferito non gravemente alla gamba destra ed usufruì di un breve periodo di convalescenza. Poi la Storia nuovamente bussò alla sua porta ed a quella di tante altre persone e lo aiutò a non tornare più in guerra nel totale sbandamento del dopo 8 settembre. Andava più spesso a Procida anche utilizzando mezzi di fortuna e con il buio per rifornirsi di cibo per la sua famiglia evitando i costi della piaga del “mercato nero”.

Mimì era riuscito ad evitare la chiamata alle armi e si era prudentemente tenuto nascosto, continuando comunque a pescare. La guerra dall’isola la si vide da lontano solo negli ultimi mesi.

Nei fine settimana Lello ritornava a Procida ed ora usciva sempre più spesso solo con Tina. Aveva abbandonato da tempo la sua timidezza e qualche sera insieme si ritrovavano con gli altri giovani a suonare e ballare davanti al fuoco.

A Tina piaceva girare vorticosamente fino a perdere l’equilibrio e ritrovarsi esausta fra le braccia di Lello. E girava, girava e la gonna si apriva e si gonfiava…si gonfiava.

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In questo posto non tanti anni fa, in questo posto qualche anno fa, in questo posto un anno, un mese, un giorno fa…

E’ accaduto sempre e ad ogni ritorno.

In quei posti non così tanti anni fa, in quei posti solo qualche anno fa, in quei luoghi della memoria un anno, un mese, un giorno…. e la mente riaccende le sinapsi del ricordo…e mi prende per mano….

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…E di sicuro non si può tornare indietro come un nastro magnetico che si riavvolge; e la memoria vaga in un tempo indistinto e ritorna a quella notte di ubriacatura vera o finta che fosse intorno al fuoco, a “quella fanciulla che davanti al fuoco quasi spento continuava a danzare ritmi tzigani; e che non mi riconobbe.”

 …e come avrebbe potuto?….

PROCIDA L’ETERNO RITORNO   

FINE

Scorrendo le pagine del mio Blog……..

Scorrendo le pagine del mio Blog, chi lo volesse troverebbe molti spunti utili ad affrontare ed eventualmente portare a soluzione il sempre più difficile travaglio del Partito Democratico.

Non sono pochi, ma nemmeno tantissimi, coloro che suggeriscono di applicare – in questa fase così critica – una delle regole del “gioco dell’oca” e far ritorno alle origini.

A dirla tutta, non mi entusiasmano nemmeno le più rosee e rispettabili candidature di questo o quella outsider; anche se mancano punti di riferimento individuali, il problema più serio del PD non è la leadership (so bene di apparire ovvio, ma è ormai ineludibile dar credito al bimbo che denuncia le “nudità” dell’Imperatore).

Ad ogni buon conto pur non volendo essere come quel “bimbo” sono fermamente e fieramente convinto di essere in possesso del “diritto” di critica non solo come “libero cittadino” ma ancor più come “fondatore d’onore” del PD; ancor più quando questo “diritto” non mi venga riconosciuto da coloro che – con le loro argomentazioni – usurpano il titolo di “democratici” e ne sventolano immeritatamente il vessillo, arrogandosi il diritto di impedire la libertà di critica, ancor più allorquando è disinteressata.

Se ci si ferma a tracciare solo pochi nuovi tratti, mantenendo in piedi lo “status quo” ma non ci si propone di revisionare (non necessariamente cambiare, ma rileggere e sottoporre a critica severa) nel profondo gli aspetti dissonanti con i principi sanciti dal “Manifesto” e dalla “Carta dei valori”, si delineerà un futuro nebuloso e carico di incognite negative. Occorre riconoscere i danni che sono venuti ad indebolire un corpo già debole con l’avvento di Matteo Renzi.

Il “renzismo” sta lentamente mostrando in modo netto e chiaro la sua vera natura. Il “guado” melmoso in cui attualmente il PD stagna va sospingendo parte di coloro che osannarono l’avvento di Renzi e che non sono ancora transitati in “Italia Viva” a compiere la loro scelta.

Una cartina di tornasole della parabola renziana è iscritta nella recente querelle del sostegno o meno a Letizia Moratti nella sua corsa alla Presidenza del Consiglio della Regione Lombardia (anche Renzi era considerato un efficace antidoto a Berlusconi, vista e riconosciuta da parte di alcuni “big” del PD, anche locali, la sua “somiglianza con il Cavaliere). Questa “sbandata” attuale è molto utile a far comprendere quale sia il livello dello “stato confusionale” nel quale versa parte considerevole della classe dirigente del PD.

Non può essere giustificativo in modo positivo l’appellarsi a scelte similari precedenti, comunque sbagliate soprattutto sul piano valoriale, con le quali si sono fatti entrare nelle liste, eleggendoli, personaggi che poco o nulla (più nulla che poco) hanno a che fare con una Politica di Sinistra, o di Centro sinistra. Ancor più grave sarebbe la scelta “Moratti” proprio in virtù della volontà dichiaratamente espressa di voler intercettare il voto di Destra, o di Centro Destra.

Due racconti di novembre… 1975- un mio “amarcord”

EPIFANIE – Pasolini e Bach a Bergamo alta” di Giuseppe Maddaluno

Una camera spartana; era quello che aveva trovato a due passi dal Centro storico di Bergamo bassa, in via Pignolo. La proprietaria, una signora sui sessanta, aveva richiesto l’ anticipo dell’affitto settimanale; non si fidava dei meridionali. Troppe fregature aveva avuto e non le bastava che Fulvio le fosse presentato da un pigionale d’annata, anche lui era meridionale! Una stanza spoglia con pochi mobili e nessuna possibilità nemmeno di utilizzare la cucina; per fortuna Fulvio conosceva molto bene uno dei suoi amici terroni che lavorava alle Ferrovie dello Stato e che, ancora celibe, utilizzava a pranzo ed a cena la Mensa del Dopolavoro Ferroviario. Così, introdotto come amico fraterno, Fulvio ne poteva utilizzare i servizi pagando come “esterno” un prezzo molto conveniente. A Bergamo c’era anche un altro suo amico, Fausto, che abitava in via Novelli. Lo aveva conosciuto durante il servizio militare, Fausto. Era un ragazzo molto attento alle trasformazioni sociali ed era politicamente impegnato senza appartenenza ad alcun Partito; un “cane sciolto” attento alle attività dei “centri sociali”. Gli telefonò ed andò anche a trovarlo una domenica mattina; lavorava in una fabbrica nell’hinterland milanese e tornava a casa solo il fine settimana. Sembrò sfuggente, un po’ vago e superficiale nei rapporti che mostrava, in contrasto con la serenità dei giorni della “naia”, freddino! Era la fine di ottobre del 1975; il cielo era limpido e si respirava una buona aria. Bergamo non era inquinata come Milano e le giornate, mattina e pomeriggio, erano libere per Fulvio, che aveva ricevuto una supplenza ad un corso serale all’Istituto Tecnico e Commerciale “Vittorio Emanuele II”. Il lavoro era impegnativo ed occorreva prepararsi in modo adeguato: gli “studenti”, tutti adulti, erano desiderosi di apprendere e spesso, essendo coetanei o più anziani, sapevano molto di più dei loro docenti; se non altro, possedevano loro competenze specifiche di cui non celavano le conoscenze. Di giorno, Fulvio studiava, prevalentemente la mattina e poi andava ad esplorare la città; al pomeriggio frequentava il cineclub “Giovanni XXIII” sul viale omonimo. Oppure andava in giro per le scuole del territorio per capire se vi fosse bisogno di lui al termine della supplenza; di solito, ci andava di mattina. E quel giorno nel quale si recò a Pontida, una Scuola Media, sceso dal treno lesse sulla locandina de “l’Unità” che era morto Pier Paolo Pasolini. Si precipitò ad acquistarla e divorò le pagine con rapidità. Che grande, bella persona era Pier Paolo Pasolini; odiato dalla Destra e rinnegato dalla Sinistra aveva messo a nudo le contraddizioni della società del suo tempo, rivelandone la metastasi in atto nella “mutazione antropologica”. Che grande perdita per il nostro Paese; la sua lucidità analitica aveva accompagnato alcuni dei giovani di allora nella conquista della consapevolezza che fosse necessario un profondo radicale cambiamento. Misteriosa quella sua avventura nella notte allo Scalo di Ostia, quel mattino occupò per intero la mente ed il cuore di Fulvio. Era il 3 novembre 1975; Pasolini era stato ucciso in circostanze di difficile lettura nella notte fra il 1° novembre, giorno dei Santi, ed il 2 novembre, Giorno dei Morti. Ed i commenti erano perfidi, irridenti la sua omosessualità che dava fastidio ai fascisti maschilisti ed ai perbenisti di Centro e di Sinistra. Fulvio, continuando a leggere le pagine del suo giornale preferito, fece ritorno a Bergamo subito dopo essere stato informato che una supplenza ci sarebbe stata dalla settimana seguente ed aver lasciato il suo recapito domiciliare provvisorio. Quel pomeriggio al cineclub proiettavano “I tulipani di Harleem” un film di Franco Brusati, regista di culto in quegli anni. Vi si recò e si innamorò, di Carole André (la Lady Marianna di “Sandokan” televisivo, per intenderci).
Con gli studenti quella sera poi avviò a trattare la difficile fase delle “Guerre di successione”; alcuni però vollero sapere di Pier Paolo Pasolini e così fu che si avviò una discussione fra chi lo etichettava come un immorale frocio e chi lo riconosceva come poeta assoluto. Fulvio parlò della sua spietata lucida analisi della società condotta su quotidiani come “Il Corriere della Sera” e “Il Tempo” e sul settimanale “Il Mondo” e su riviste vicine al Partito Comunista come “Vie Nuove” e “Rinascita”. Ne sottolineò gli aspetti analitici e critici ed in particolare toccò il tema del “genocidio culturale” e della metamorfosi antropologica in atto. Parlò del suo cinema ed in modo attento alle prime prove, “Accattone” e “Mamma Roma”, che senza alcun dubbio erano collegabili ai romanzi più famosi come “Una vita violenta” e “Ragazzi di vita”. Accadeva così, nel corso serale: erano gli studenti, quelli più attenti (qualcuno sonnecchiava), a proporre la linea della serata. E Fulvio si adattava.
Era un novembre climaticamente accettabile e Fulvio ne aveva utilizzati alcuni fine settimana, quando le scuole erano chiuse, per visitare altre parti di Bergamo. Bergamo alta (la città antica medievale romanica) è un piccolo gioiello inatteso per chi viaggia soltanto nella “bassa”, dove si sono invece sviluppate le caratteristiche moderne economiche ed industriali. Vi si accede attraverso un servizio di funicolare (a piedi è molto più faticoso arrivarci) e la percezione storica del mondo bergamasco cambia totalmente. Quel 4 novembre di festa Fulvio prese la Funicolare e attraverso stradine strette giunse nella splendida Piazza Vecchia, un vero e proprio capolavoro nel suo insieme. Vi fu girato “Il cavaliere del sogno” film dedicato alla vita di un grande bergamasco, Donizetti. Vi si trovano tutti insieme il Palazzo del Podestà, il Palazzo della Ragione e la Torre medievale del Comune. Andando avanti si trovano poi la Cappella Colleoni che celebra altro illustre figlio bergamasco, il Duomo romanico e la Basilica di Santa Maria Maggiore. Fulvio notò affisse delle locandine in alcuni dei locali che annunciavano per la sera del 4 novembre un grande Concerto all’interno del Duomo. Un’ orchestra tedesca con un Coro internazionale avrebbe proposto la “Passione secondo Matteo” di Bach. Non poteva mancare. Fulvio risalì di nuovo a Bergamo alta quella sera; non aveva mai sentito la “Passione” per intero ma ne aveva ascoltato brani proprio nei film di Pasolini e gli sembrò un “segno” straordinario quella concomitanza di eventi. Il Duomo alle sei e mezza di quel pomeriggio era gremito all’inverosimile; vi erano delle transenne che limitavano il passaggio fra il pubblico “comune” e le autorità cui era stata riservata la parte più ravvicinata all’orchestra su comode poltrone. Su una di queste vi era anche il Vescovo, figura possente per altezza e larghezza. Fulvio non si scoraggiò e superando il varco si posizionò in forma asiatica intrecciando le gambe. Non vi era alcun servizio d’ordine e l’esempio fu seguito da altri giovani, incoraggiando anche qualche meno giovane a fare la stessa scelta.
Alle sette in punto di quel pomeriggio gli orchestrali, circa 25 elementi, fecero il loro ingresso davanti al pubblico, sistemarono i loro spartiti sui leggii ed avviarono la loro azione per provare gli accordi. Dopo circa cinque minuti entrò il Coro formato da circa 20 elementi maschili e femminili e poi entrarono e si posero a sedere davanti ai lati dell’Orchestra tre donne e tre uomini (2 soprani, 1 contralto, 1 tenore e due bassi). Subito dopo, accompagnato dagli applausi del pubblico, fece il suo ingresso il Direttore e dopo due inchini al pubblico ed agli orchestrali che furono invitati ad alzarsi, salì sul suo podio e dopo aver impartito alcune indicazioni avviò il Concerto. L’avvio, musicale e corale, è immediatamente solenne e Fulvio, colpito da un brivido di emozione e di piacere, venne trasportato su una “nuvola” lieve ed eterea; voci angeliche pietose accompagnano l’Uomo con la sua Croce verso il suo estremo sacrificio. A tanta ieraticità non resse la stanchezza del Vescovo che scrollava la testa sonnacchioso. Al Corale ampio n.10 (“Son io che dovrei espiare Legato mani e piedi Dannato all’inferno Gli insulti e le catene E i tuoi patimenti Tutto ha meritato l’anima mia”) l’Alto prelato crollò in un sonno profondo ed in esso permase cullato dal Corale n.15 e da quello più tranquillo del n.17. A nulla servì il Tenore ed il Coro dell’Aria n.20 né la Corale n.20 che mantennero invece Fulvio ad un’altezza costante sulla sua “nuvola”, dalla quale fu costretto a scendere dopo il Corale conclusivo della prima parte, causa breve intervallo. Anche il Vescovo si scosse, disturbato da un addetto che gli chiese se aveva bisogno di bere qualcosa. Il concerto riprese e nulla cambiò: il vescovo riprese anch’egli il suo sonnellino e Fulvio il suo viaggio estatico. Non aveva mai sentito nulla di simile nei suoi giovani anni; il mondo gli sembrò più accettabile e comprese anche quanto la morte di Pasolini avesse proiettato quel grande nell’eternità, accomunandola a quella del Cristo. Quella sera uscì dal Duomo sorretto da due angeli che lo mantenevano al di sopra di tutte le altre persone accompagnato dalle note della “Passione” e dai suoi cantori.
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Due racconti di novembre… 1966 – un mio “amarcord”

“LA SFIDA” un ricordo del novembre 1966

La sfida
Quante partite nello scalo merci delle ferrovie avevano giocato; al pomeriggio prima di mettersi a studiare si ritrovavano nel piazzale all’ingresso della Stazione della Metropolitana di Pozzuoli; si contavano e quando il numero lo permetteva si andava a giocare. Intanto con il pallone di cuoio quello regolamentare si palleggiava sulla strada. Allora le auto circolanti non erano molte e quando arrivavano si chiedeva agli automobilisti di parcheggiare più in là. La porta, virtuale, era nel muraglione della villa signorile che affacciava sulla piazza: si sistemavano degli oggetti reperiti casualmente (a volte erano i nostri giubbini arravugliati, altre volte dei mattoni di tufo) per delimitare lo spazio orizzontale della “porta”; per l’altezza si andava “ad occhio” ma, ad ogni modo, quando il numero dei convenuti era consistente si spostavano all’interno dello Scalo.
A volte, considerando questa pratica un allenamento, affittavano un campo di calcio con il contributo di tutti e si sfidavano fra di loro oppure sfidavano altri gruppi come il loro, mettendo in palio “pizza e birra”.
Era la fine di un mese di ottobre ancora caldo; molti già discutevano su come il clima fosse cambiato. Era il 1966.
Alberto spesso si recava nell’isola; di solito vi trascorreva la bella stagione ma anche qualche fine settimana. Là poteva respirare aria buona, godere della libertà dai vincoli, a volte apprensivi, della famiglia. Aveva un gruppo di amici con i quali condivideva alcune passioni, teatro e musica. Aveva costruito anche qualche timida relazione, ma niente di importante e di fisso, con una ragazza del luogo, amicizia e nulla di più per accordo reciproco. Seguiva – da tifoso – una delle squadre di calcio locali, dove giocavano altri amici ed amici dei suoi amici. Ed una sera, una domenica di metà settembre, raccontò loro del gruppo di amici della Metropolitana, elogiandone le qualità tecniche, quasi a sottolineare la loro possibile superiorità: quasi! Ma agli “isolani” sembrò certa la provocazione di Alberto nei loro confronti. Ed il guanto della sfida fu gettato.
A quei tempi nel gruppo della Stazione tutti erano studenti, molti al Liceo Classico, una parte all’Istituto Tecnico e, tranne un paio di loro che erano già all’Università, frequentavano l’ultima o la penultima classe del corso di studi superiori. L’occasione buona sarebbe stata quella delle vacanze dei Santi e dei Morti che, con il 4 novembre, Festa dedicata all’Armistizio di Villa Giusti che nel 1918 concluse la prima guerra mondiale, e con la concessione di un “ponte” il sabato 5 componeva un utile filotto. E così si strinse un patto fra Alberto e gli “isolani” per una sfida ufficiale nel primo pomeriggio del giovedì 3 novembre.
La banchina, quella mattina, era sgombra; la notte il vento era stato così forte da aver provocato la caduta di alcuni cartelloni pubblicitari lungo il viale di accesso al porto…ma il cielo era sgombro di nubi, quella mattina. Non faceva molto freddo. Il mare nel porto di Pozzuoli, protetto dal lungo molo caligoliano alla fine del quale vi era un faro abitabile, piccolo ma ugualmente maestoso, appariva calmo. Alberto con i suoi amici si avviarono, dopo aver acquistato i biglietti di imbarco ed aver controllato anche gli orari per il ritorno, verso quella che ancora allora chiamavano la “Cumana”, in ricordo del fatto che già dall’Ottocento e poi fino a metà Novecento il collegamento fra Procida e la terraferma si svolgeva prevalentemente da Torregaveta, “terminal” della Ferrovia per l’appunto detta “Cumana”. Dopo il controllo dei biglietti, salirono a bordo. Al di là del personale non vi erano molti altri passeggeri.
Alle 9.45, in perfetto orario, la nave si staccò dalla banchina. Il viaggio durava all’incirca 45 minuti; dopo essere uscita dal porto di Pozzuoli girava a sinistra e proseguiva mantenendo sulla destra la riva di Baia e di Bacoli fino a doppiare il Capo Miseno dove, virando a destra e mantenendosi a distanza dalla costa di Miliscola e del Monte di Procida, avrebbe puntato verso l’Isola di Procida.
Un percorso semplice semplice, ma quel giorno non fu così.
Non appena usciti dal porto, superato il Faro, ci si accorse che il mare non era più così tranquillo come sembrava. La nave, una delle più grandi fra quelle che circolavano su quella linea, cominciò a beccheggiare di fronte ad onde larghe ed enormi che la colpivano lateralmente. Il capitano decise di spostare la prua in direzione delle onde per poterle affrontare; il rollio commisto al beccheggio creava una combinazione maligna che in un primo tempo, ricordando alcune delle attrazioni dei Luna Park, appariva piacevole ai giovani passeggeri che scherzavano fra loro mimando gli ubriachi lasciandosi andare da una parte all’altra del ponte godendosela e ridacchiando. La nave si allargò dal Capo Miseno e si inserì verso il canale di Procida affrontando onde altissime che la portavano nella parte più bassa del ventre impedendo ai passeggeri di vedere la terra e poi la sollevavano sulle loro creste per farle ridiscendere vertiginosamente.
I giovani amici di Alberto cominciarono a spaventarsi e più di uno di loro dovette liberarsi della colazione; lo stesso Alberto era confuso e fortemente preoccupato per i suoi compagni, e qualcuno si spinse anche ad offenderlo. Il mare si calmò soltanto all’ingresso del porticciolo di Procida protetto dalla scogliera. Il gruppo, un po’ malconcio, raccattò le sue borse, dove erano state riposte le tute, le magliette ed i pantaloncini della squadra, e si preparò a scendere dalla scaletta che era stata calata sulla banchina di Procida. Si era di fronte all’imponente palazzo Merlato del ‘600 e ad una serie di abitazioni dal vario colore mediterraneo, ma la traversata aveva messo ciascuno di cattivo umore e poi tutti erano arrivati a Procida in tempi migliori. Alberto aveva lanciato già lo sguardo dall’alto della nave per cercare qualcuno dei suoi “isolani” e non ne aveva visto alcuno. Si era fermato in uno dei bar della Marina Grande ed aveva, utilizzando un gettone, telefonato a casa di Valerio, l’allenatore della squadra locale. Rispose sorprendendosi del fatto che loro fossero arrivati; chi vive circondato dal mare conosce i suoi segreti e le previsioni non erano positive: il mare andava ancor più ad agitarsi ed il rischio dell’interruzione del servizio marittimo nelle ore successive era molto elevato. Ma, visto che c’erano, disse che poiché avevano confermato il loro allenamento pomeridiano, non ci sarebbe stato alcun problema per la “sfida”, a patto però che si evitasse il gioco duro.
Si fermarono tutti a Marina Grande rifocillandosi con tè caldo al Bar del Porto; e poi si avviarono verso il piccolo autobus che era arrivato, essendo stato avvisato da Valerio. Il biglietto lo si faceva direttamente a bordo e l’autista sapeva anche dove lasciarli scendere poco prima di giungere al capolinea che era la Marina Chiaiolella. Riconobbe Alberto ed anche lui, l’autista, che si chiamava Gennaro, lo rimproverò di non aver consultato le previsioni marittime; sarebbe bastata una telefonata alla Capitaneria del Porto, anche quella di Pozzuoli. Alberto allargò le braccia per giustificarsi così come poteva e chiese a Gennaro di indicargli una trattoria alla buona per il pranzo. Erano soltanto le 11; potevano mangiare un primo ed un po’ di frutta prima di andare a giocare. L’appuntamento per la “sfida” era alle 14.30 per avviare alle 15.00 e chiudere entro le 17.00 per poter poi ripartire per Pozzuoli alle 18.00.
Decisero dunque di arrivare giù alla Chiaiolella e di fermarsi in una delle trattorie dove di solito facevano da mangiare agli operai edili che venivano dalla terraferma. In quei giorni non erano arrivati non solo per il maltempo ma soprattutto per le ricorrenze, per cui i gestori furono ben contenti di avere una dozzina di clienti inattesi e si prodigarono per accontentarli. Alberto li conosceva ma non bene come quelli della Corricella e di Marina Grande; si presentò e presentò i suoi amici spiegando il motivo per il quale si trovavano quel giorno a Procida.
Insieme ascoltarono alla radio le previsioni meteo e seppero che in gran parte dell’Italia del Centro Nord aveva continuato a piovere mentre al Sud non erano previste perturbazioni pericolose: si rasserenarono convinti anche del fatto che, pur se il vento continuava ad essere intenso, non facesse freddo ed il cielo era pressoché sgombro di nubi. Tanto che, alla fine del pranzo, dopo il caffè si spostarono verso la spiaggia e si sedettero sulla sabbia al sole che era abbastanza caldo.
Fino alle 14 vi rimasero; poi a piedi si avviarono salendo verso il Campo sportivo. Lungo la strada Giovanni, il capitano della squadra, impartì alcune indicazioni sui ruoli da ricoprire: Luciano avrebbe fatto il portiere, come al solito; Alfredo e Gino avrebbero supportato la linea di difesa mentre al centro di questa vi sarebbe stato lui stesso; nel centrocampo avrebbero operato Mattia e Peppino; la linea di attacco con capacità e potenzialità di rientro sarebbe stata composta da Alberto, Nicola, Fulvio come centravanti, Saverio e Renato. Di certo non avrebbero avuto alcuna possibilità di sostituzioni; ma nelle “amichevoli” spesso accadeva così. Alberto faceva da segretario a tutta la compagnia e prese appunti diligentemente.
Arrivarono con qualche decina di minuti di anticipo rispetto alla squadra locale; così si spogliarono, indossarono magliette – con i numeri canonici – e pantaloncini e poi cominciarono a fare riscaldamento. C’era intanto un pubblico occasionale sorpreso di vedere tante facce nuove. Arrivarono i “locali” per la sfida mentre Alberto e gli altri stavano provando dei palleggiamenti. Valerio fece le presentazioni di Alberto e quest’ultimo presentò i suoi amici. Alle 15, forse poco dopo le 15, scelto come arbitro un ragazzo che si era proposto, cominciarono a giocare; decisero di fare due tempi di 35 minuti con un breve intervallo di 10, in modo da poter finire per le 16.30 e ripartire, anche perché Valerio paventava il rischio che sul far della sera il mare sarebbe diventato più agitato e non vi sarebbe stata possibilità alcuna di partire; il vaporetto che li aveva portati la mattina ritornava da Ischia e sarebbe partito alle 17.30 ed era il mezzo più sicuro rispetto alle altre imbarcazioni meno solide.
La partita si mantenne su un piano di gioco aperto ma molto corretto così come era stato previsto dai patti; e nessuno si lamentò del risultato che fu un pareggio per 2 a 2. Finita, si rivestirono tutti, bevvero del tè caldo che era stato portato dai “locali” all’interno di thermos e non appena ritornò il pulmino si salutarono e, così come erano arrivati la mattina, ridiscesero alla Marina Grande.
Il mare era abbastanza tranquillo nel porto, anche se con l’approssimarsi del tramonto il vento aveva ripreso a tirare ed a dire il vero non era freddo. Il gruppo di Alberto, tutti soddisfatti per l’esperienza vissuta, arrivò a Marina Grande con il piccolo autobus. Scesero e si avviarono alla biglietteria, ma la trovarono chiusa e videro anche un cartello affisso: “SERVIZIO SOSPESO per mare forza 9”. In effetti, il mare non appariva poi così tempestoso, ma uno degli ormeggiatori che Alberto conosceva disse che il moto ondoso era molto forte nella parte più aperta alle correnti aeree ed in particolare fra Ischia e Procida e nel canale di Procida; e , quel che era peggio, le previsioni non annunciavano miglioramenti nelle ore successive, anzi! Cosa fare, a quel punto? Alberto sapeva anche che in qualche occasione era stata ripresa la rotta per Acquamorta, al Monte di Procida; ne accennò al gestore del bar, Geppino, che conosceva da tempo ma quello gli rispose che, in simili condizioni, nessuno lo avrebbe potuto condurre dall’altra parte: la sera stava sopraggiungendo e non vi erano le condizioni per poter con certezza far ritorno e poi la Capitaneria non lo avrebbe consentito.
Alberto chiamò Valerio che, per fortuna, visto il maltempo, era ritornato a casa e lo informò. “Se qualcuno ci dicesse che di certo domattina si parte potremmo anche adattarci in un magazzino del porto o chiedere ospitalità in uno dei locali della Marina; ma ho la sensazione che non vi siano certezze in tal senso.” Alberto pensò anche di portare una parte dei suoi amici dai suoi parenti, ma Valerio lo rassicurò: “In occasioni come queste, voi siete stati nostri ospiti, tocca a noi ricercare una soluzione. Chiamo il Sindaco per capire quel che si può fare! Aspettatemi”. Alberto ringraziò ed avvertendo su di sé la responsabilità di averli condotti in quella “sfida”, informò il gruppo, che intanto come aveva fatto al mattino si stava rifocillando al caldo in una stanza interna del Bar con te e pastine varie.
Valerio arrivò dopo meno di un’ora; con lui c’era il vice Sindaco che assicurò tutti che l’isola avrebbe provveduto ad ospitarli in una struttura alberghiera (avevano pensato anche all’Ospedale, ma veniva utilizzato solo per il Pronto Soccorso e non aveva spazi organizzati) fin quando il servizio di navigazione non fosse ripreso. Alberto aveva telefonato alle zie e si fece escludere dal computo; disse che però li avrebbe accompagnati per accertarsi della sistemazione. In quei giorni, per la concomitanza delle festività e del maltempo, gli alberghi erano pressochè vuoti. Era consuetudine ad ogni buon conto avere il massimo rispetto per gli “ospiti”, ancor più in occasioni come quelle; e non capitava certamente spesso.
Valerio, il Vice Sindaco ed un altro amico fino ad allora sconosciuto li accompagnarono, utilizzando tre auto, ai due Alberghi che si trovavano fra Solchiaro e la Chiaiolella, il “Savoia” ed il “Riviera”. Furono accolti con estrema cortesia nella tradizione ospitale dell’isola. Alberto ringraziò gli amici di Procida, si accomiatò dai suoi amici assicurando loro che, presto, la mattina dopo sarebbe ritornato, suggerendo loro di essere pronti perché se il mare si fosse calmato ed il servizio ripreso sarebbero partiti. La notte il vento riprese vigore e la mattina, limpida perché sgombra di nubi annunciò tuttavia che nulla era cambiato e che il mare, lo si vedeva dall’alto della casa delle zie di Alberto, lo si vedeva altrettanto dall’alto delle terrazze dei due alberghi, era ancora più tempestoso. Alberto raggiunse presto gli amici e con loro, sapendo di dover rimanere ancora qualche ora, forse un giorno, si sperava un solo giorno, si incamminò sulla via “Panoramica” e da quella poterono osservare la maestosità delle onde marine che si scagliavano possenti contro la scogliera sollevando una schiuma corposa; ed il vento intenso rendeva il cammino faticoso lungo la strada. Alberto e pochi altri, rassicurati e protetti dalla dolcezza e dall’ospitalità dell’isola, ricordarono i versi di Lucrezio nel secondo libro del “De rerum natura”

“Suàve , marì magnò turbàntibus àequora vèntis
è terrà magnum àlteriùs spectàre labòrem;
nòn quia vèxarì quemquàmst iucùnda volùptas ,
sèd quibùs ìpse malìs careàs quia cèrnere suàve est.”

“bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano.
Non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
ma la distanza da una simile sorte”

e fecero ritorno, dopo aver acquistato alcuni prodotti per l’igiene intima in un “Coloniali” in Piazza Olmo, uno di quei negozi che emanano profumi di pulito e vendono di tutto, ai loro Alberghi. Era il 4 novembre, venerdì e nel Nord ed il Centro d’Italia, si stava consumando la tragedia delle alluvioni. Trento, Venezia, Udine, Brescia, Padova subirono enormi danni; Firenze fu sommersa dall’Arno. Un patrimonio immenso di Arte, Cultura e Civiltà rischiò di essere perduto. Alberto ed i suoi amici si incollarono alle radioline che riportavano i notiziari del “dramma”. Compresero di essere davvero fortunati. La mattina dopo riuscirono a far ritorno. Il mare non era ancora tranquillo ma il servizio era ripreso.

Joshua Madalon

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 34 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI per la parte 33 vedi 12 settembre

PIN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 34 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI per la parte 33 vedi 12 settembre

Poi, ancora rapidamente, cosa si diceva? Ah sì, il riferimento ai grandi romanzi della modernità novecentesca, Joyce e compagnia cantante. Certamente Pasolini fa quel tipo di operazione lì, la fa 50, 60, 40 anni dopo però anche qui non credo che Pasolini inventi nulla tant’è vero che una delle ragioni per cui Petrolio probabilmente è il suo capolavoro, ma è soprattutto un testo che ci serve anche a noi paradossalmente per indicare una (parola non comprensibile) temporale è proprio questo. Cioè con Petrolio in qualche modo Pasolini porta a compimento ulteriore o cerca di realizzare tutta una tendenza, anche romanzesca, che è tipicamente novecentesca, che era avanguardista prima, neo avanguardista poi o sperimentalizza dal versante di Pasolini in poi, Volponi ecc, ecc. Quindi Pasolini in questo ha una (parola non comprensibile) che è evidente, che è chiara, che era la guardia, che sono gli sperimentatori degli anni ’50 e ’60. Dopo di che Petrolio porta o avrebbe dovuto portare ad estremo compimento questo modo di fare arte, ma già indica che questo modo di fare arte non è più spendibile Perché Petrolio ha comunque una quota romanzesca che non c’è ad esempio nei (parola non comprensibile)…altro testo…(parola non comprensibile). Per cui, Petrolio è insieme proviamo a dirla, e chiudo, in maniera con una formula per ragioni di brevità, un romanzo con il quale idealmente è come se Pasolini dicesse la tradizione antiromanzesca, moderna e novecentesca, la tendo più che posso con una corda che tendo finché poi l’elastico salta infatti Petrolio, persino l’ultimo Calvino, d’Arrigo e Volponi in Corporale sono davvero gli autori che portano ad estremo compimento questa possibilità anche romanzesca, dopo di che il ventennio successivo nella narrativa italiana sarà quello che vedrà le sorti di autori che vanno in tutt’altra direzione: vogliono il prodotto artigianale definito e il romanzo ben fatto. Dimostrazione ulteriore che negli anni ’70 finisce almeno in Italia una possibilità anche romanzesca moderna soprattutto Perché è finito il clima culturale e politico che era insito in quella scelta. Pasolini crede all’opera aperta come dicevo prima, ma anche gli avanguardisti in modo diverso credono all’opera aperta Perché questo ha ancora una attenzione politica. Dagli anni ’80 e ’90 non sarà più vero e quindi fare opera in qualche modo spuria e non finita non avrebbe potuto più significare fare opera politicamente inammissibile nella (parola non comprensibile). >>

su “rave party” e “vaccini”

Quel che ho scritto ieri potrà essere stato equivocato come una sottile aderenza al nuovo Governo. Mi dispiace averlo lasciato solo pensare; la mia preoccupazione è che gli attacchi improvvisi – e improvvisati – da parte di alcune figure afferenti alla Opposizione, della quale sento di far genericamente (non ho alcuna “tessera” di Partito)  parte, mi sono apparsi molto improvvisati, come alla ricerca nevrotica di costituirsi come punto di riferimento di qualsivoglia discrasia del nuovo Governo. Quel che ho scritto ovviamente mette in evidenza alcuni aspetti che vanno modificati nella gestione politica da parte di chi è all’opposizione: non si può far prevalere l’improvvisazione espressa in modo stizzito. Occorre ragionare. Ed in realtà, dopo la decisione di bloccare il rave party dei giorni scorsi, il Governo ha predisposto un Decreto legge che contiene alcune ambiguità, che mettono a rischio in modo troppo generico la libertà di riunirsi. Bene ha fatto l’attuale Segeretario del PD a chiedere che siano apportate modifiche esplicative della “ratio”  che ha generato quel dispositivo. Bisogna essere ancora più chiari: i rave party non possono essere confusi con qualsiasi altra riunione assembleare. Pur garantendo che il numero di 50 partecipanti da parte degli organismi associativi e politici negli ultimi anni difficilmente si raggiunge, non sarebbe certamente una buona cosa considerare qualsiasi riunione politica, culturale, ricreativa come luogo di sovvertimento rivoluzionario. E non si possono confondere tali “raduni” con i “rave party”, luogo di irregolarità penalmente perseguibili, a partire dall’occupazione abusiva di suolo pubblico e privato per andare allo spaccio di droghe ed abusi violenti. Invito la Sinistra a ragionare maggiormente su quel che conta suggerire al Paese tramite quel Governo cui ci si oppone. Alcuni passi indietro ad esempio si vanno facendo, da parte dell’area governativa, sul tema del Covid: di sicuro sarà mantenuto a lungo l’utilizzo delle mascherine FFP2/FFP3 negli ambienti ospedalieri e nelle RSA; ma non è del tutto definito tutto il comparto della vaccinazione obbligatoria per i lavoratori ospedalieri, a partire da medici e infermieri.

UN PATETICO MISERO TENTATIVO DI METTERE LA “POLVERE” DELLE RESPONSABILITA’ SOTTO IL “TAPPETO” DELLA STORIA

UN PATETICO MISERO TENTATIVO DI METTERE LA “POLVERE” DELLE RESPONSABILITA’ SOTTO IL “TAPPETO” DELLA STORIA

Questo post prosegue – dopo qualche settimana di mio silenzio – nella riflessione su cosa sia importante mettere in campo, a partire dal necessario approfondimento critico da parte dell’attuale (!!!) maggior Partito del Centrosinistra, il PD. Avevo annunciato in uno dei primi post subito dopo il 25 settembre un riferimento ad esperienze “dirette” (rimandando in parte ai tanti post dal titolo comune “Le Storie” collegati al Circolo PD Sezione Nuova San Paolo) e di certo non mancherò in questo impegno nei prossimi post

Sono oramai alcuni anni che da una parte della società italiana, quella che aveva guardato con grande interesse ideale alla nascita di una forza progressista, democratica e riformista in grado di riunire esperienze politiche che avevano condotto alla nascita della Democrazia ed alla scrittura della Carta costituzionale, si è richiesto di avviare una profonda riflessione su tutto quello che non funzionava più nel Partito Democratico.  Per alcuni, una minoranza in realtà, gli elementi critici si erano palesati sin dagli albori; e si erano confermati via via nel tempo deteriorando i vari meccanismi: un po’ come accade con un’auto che nasca sin dalla sua produzione con qualche difetto (è – procedendo nel paragone – poi comunque abbastanza normale che si proceda dopo qualche anno – e qualche chilometro percorso – a delle revisioni, prima della possibile prevedibile rottamazione).

Accanto al patetico attacco sferrato subito dopo il verdetto emerso dalle urne, indirizzato a chi aveva continuato a criticare la scarsa consistenza politica dell’attuale leadership “demo”, come unici colpevoli della debacle, sono proseguiti i segnali di deterioramento della “macchina”, sia con il rifiuto di prendere in considerazione un profondo “restyling”, ripartendo dai “fondamentali” capisaldi del 2007, sia con la rincorsa a candidarsi senza un minimo di “proposte programmatiche”, ma basate essenzialmente sul “glamour” di stile veteroberlusconiano.

Di fronte ai risultati delle recenti elezioni politiche si può ben dire che non possono essere considerati “deludenti”, visto che l’attesa prevedeva dati molto più perniciosi per la nostra Democrazia (i due terzi del Parlamento non sono stati raggiunti dal Centrodestra). Pur tuttavia è del tutto inevitabile, oggi, continuare a far finta di nulla: è ancor più necessaria una profonda revisione se si vuole prorogare considerevolmente la data di rottamazione o addirittura la “messa a nuovo” totale dei meccanismi. Invece sia gli annunci sia poi le modalità democratiche di procedimento sono state stoppate allo scopo, del tutto evidente per chi si occupa di Politica, di smorzare gli aspetti di criticità che sono considerati pericolosi per gli attuali “manovratori” e potrebbero produrre un azzeramento delle cariche politiche e un ribaltamento delle attuali posizioni.

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