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PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 (per la 17 vedi 28 giugno)

PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 /strong>
Prosegue l’intervento della prof.ssa Anna Agostini, che rappresenta il Provveditorato agli Studi di Prato
Ecco, stasera sono state costruite, secondo me, le condizioni perchè la riflessione sia più profonda e perchè si tenti una attualizzazione di quello che è stato e soprattutto si riscopra il fatto che certi prodotti non maturano nel vuoto. Se voi guardate, se voi fate un’analisi attenta di quel periodo vi rendete conto che i prodotti sono diversi e vi ripeto ancora una volta che si può fare una politica buona soprattutto se le idee circolano, soprattutto se ci si ferma un attimo, soprattutto se si fanno delle riflessioni. E’ il modo migliore, credo, per difendere i nostri diritti e quelli degli altri, non tanto con le manifestazioni di piazza, anche quelle sono una cosa che quando ci vogliono sono necessarie. I modi migliori rimangono soprattutto una riflessione seria ed attenta ed una interiorizzazione di quello che la storia ancora oggi ci può comunicare. Quindi grazie al professor Maddaluno ed a quelli che insieme a lui hanno in qualche modo realizzato questo omento di riflessione.
Riprende a parlare il Professor Maddaluno
Grazie, io penso che la professoressa Agostini abbia colto nel segno perché se non altro questi sono i nostri obiettivi; vogliamo dare degli stimoli, partecipare a questo dibattito anche noi, solo così renderemo utile la nostra presenza qui in questo momento, il 30 novembre dell’anno 2000. Una piccola precisazione, perché c’è qualcuno che evidentemente forse mi vede solo come il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est quale veramente sono, ed è bene invece precisare che noi stiamo svolgento questo dibattito all’interno della Circoscrizione Est ma in una struttura che appariene alla città intera e non solo, essendo essa uno dei pochissimi Centri per l’Arte contemporanea in Europa. In effetti e per la verità, questa è un’iniziativa congiunta delle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato; insieme a me che contemporaneamente sono il coordinatore delle Commissioni Cultura, in sala c’è la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Ovest, Cristina Sanzò, ed il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Centro, Matteo Aiazzi, che in questa iniziativa hanno collaborato allo stesso livello, meglio di me per tanti versi. Non sono presenti, ma hanno ugualmente lavorato per realizzare questa giornata il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Sud, Gabriele Zampini e la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Nord Laura Castagni. Ho fatto questa precisazione per dovere nei confronti di chi coopera a pari merito in questo progetto: come avevo preannunciato, passo la parola alla Signora Liviana Livi che è un membro delegato da Amnesty International di questa città e che credo abbia dei dati molto interessanti ed importanti da fornirci.
Parla la Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International di Prato:
Allora, diciamo subito che Amnesty International è contro la pena di morte, in quanto incompatibile con la difesa dei diritti umani; siamo convinti che la pena di morte renda brutale qualsiasi società la utilizzi ed incoraggia un clima di vendetta e violenza, distogliendo l’attenzione dalla ricerca di migliori e più efficaci rimedi alla criminalità….

…XVIII…

I CONTI NON TORNANO 11 – per la 10 vedi 27 giugno

I CONTI NON TORNANO 11 – per la 10 vedi 27 giugno

11. In questo post commenterò il “Quadro riepilogativo residenti 14-18 anni e iscritti agli istituti secondari superiori”. Molto interessanti sono ancor più adesso a venti anni di distanza le parti previsionali.
Eravamo alla fine degli anni Novanta: alla fine del XX secolo. A pensarci adesso, sono ancor più convinto che le scelte che furono fatte allora sulle scuole medie superiori di secondo grado a Prato fossero sbagliate in ogni senso.
Le previsioni su cui si basarono erano errate. Noi lo dicemmo ma non vollero ascoltarci o di certo non vollero accogliere quelle che erano posizioni assolutamente contrarie alle scelte che si profilavano, considerate in ogni caso anche controtendenti rispetto alla legislazione cui si diceva di volersi riferire, quella del dimensionamento ottimale. Le previsioni parlavano di un calo complessivo di studenti sulla base di un calo di residenti nella fascia 14 – 18 anni che non era credibile. In quegli anni molte famiglie cinesi si erano trasferite sia da altre città italiane sia dal loro Paese e quindi andavano accrescendo il numero dei richiedenti servizio scolastico; inoltre era già partita la Riforma Berlinguer che avrebbe portato l’obbligo di frequenza per tutti fino ai primi tre anni delle superiori di secondo grado ed allo stesso tempo era diffusamente sentita l’esigenza di abbattere i livelli altissimi (in modo particolare in realtà come quella di Prato) di dispersione ed abbandono. Su questi ultimi aggiungerò dei dat in un successivo post.
I nostri esperti (!) avevano invece previsto che dal 1991 la popolazione scolastica residente della fascia 14 -18 che contava 14.312 unità sarebbe passata in fase progressivamente calante fino a 9857 nell’anno 2003. In realtà i dati cui ci si riferiva per gli anni dal 1991 al 1998 apparivano (ma non sono certo che lo fossero davvero) calanti fino a 10656. Per gli anni successivi si procedeva per tendenza. Allo stesso tempo i dati dei totali degli iscritti per anno andavano dai 8862 del 1991 agli 8328 del 1998. Su questo dato non venivano fatte previsioni per le annate successive. Molta attenzione avrebbero dovuto fare in realtà sui dati del tasso di scolarità che, come dicevo prima, era stato da sempre molto basso, a livelli di aree depresse. Questo era però in lieve aumento lineare e progressivo dal 61,9 % del 1991 al 78,2 % del 1998. In un successivo grafico veniva mantenuta la progressione del tasso di scolarità fino al 2003 mentre il totale degli iscritti dal 1999 al 2003 sarebbe passato da 8259 a 8047, la qual cosa per tutto quello che cominciava ad essere prevedibile appariva come una forzatura, che tra l’altro decretava indirettamente che alcune scuola non avrebbero avuto un incremento numerico, forse per un appeal sempre meno positivo, ed altre invece, dotate di appeal super positivo, sarebbero invece cresciute. Indubbiamente, se tu releghi in uno spazio ridotto un Istituto che non riesce a fornire in modo adeguato la sua offerta formativa ne disegni il destino in una direzione calante; diversamente quell’Istituto che si ritrova ad avere molti spazi in più, è destinato a crescere. Per dimostrare che invece il Dagomari non avrebbe avuto problemi si costruì un’altra tabella davvero incredibile per la fantasia che i cosiddetti “esperti” profusero nell’impostarla.
Su questa ed altro parleremo nel prossimo post.

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UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984 Parte 3 (per la seconda parte vedi 24 giugno)

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UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984
Parte 3 (per la seconda parte vedi 24 giugno)

La crisi che attanaglia il settore cinematografico ha riferimenti complessi, che già ricordavo, e se il calo degli spettatori è collegato alla caduta di idee nuove ed appetibili, queste ultime vengono meno di fronte al calo “culturale” degli spettatori. Così assistiamo da un canto alla disponibilità, da parte di produttori interessati al guadagno (che è la differenza in più tra le uscite e le entrate), ad investire capitali che sarebbe anche troppo generoso chiamare di serie “B”, dall’altro canto si verifica che alcuni giovani autori con idee non del tutto disprezzabili abbiano una notevole difficoltà ad affermarsi senza un supporto produttivo e pubblicitario che li sostenga adeguatamente. E’ anche vero che alcuni di questi autori nelle loro prime prove , anche sostenuti da apparati di buon livello, hanno fortemente deluso ed hanno creato, vedi Venezia giovani, una accanita caccia al giovane autore da parte dei numerosi critici, che hanno sparato senza pietà i loro strali acuminati sulle pagine dei quotidiani e delle riviste specializzate.
Parlare di crisi di idee , privilegiandola nella scelta del maggior responsabile di questa caduta, può essere tuttavia fuorviante e scarsamente realistica, perché sarebbe utile spiegarsi come mai film sostenuti da un impianto narrativo assai banale o addirittura inesistente, vedi in qualche modo “Flashdance”, riescano ad ottenere incassi favolosi e come mai alcune scelte di serialità, partendo da un’idea nemmeno troppo originale e geniale, forniscano guadagni da capogiro ai suoi realizzatori. Pur non avendo intenzione in questa occasione di approfondire tali tematiche, io sono convinto tuttavia che non manchino nè idee nè spettatori (in maniera potenziale, si intende) e che questa crisi sia dovuta essenzialmente al vuoto di sotegno, incoraggiamento e proposta politica di cui accennavo pocanzi. All’interno di questa crisi, molto importante e fondaentale si rivela il compito delle associazioni e dei circoli di cultura cinematografica e la loro politica culturale può costituire, pur nella sua umile modestia, un riferimento concreto per quelle istituzioni cui prima di tutto è delegata la salvezza dell’arte cinematografica nazionale e la sua competitività sul panorama internazionale.
Il ruolo delle associazioni e dei circoli di cultura cinematografica è notevolmente cresciuto in questi ultimi tempi, proprio in quanto sempre più alta si fa la richiesta – corrispondente di solito alla chiusura di molte sale periferiche e di alcune anche centrali – di usufruire di una produzione medio-alta, che cozza apertamente contro la politica gestionale di moltissime sale normali. Pare che lo spettatore di media cultura sia complessivamente interessato a seguire un certo tipo di produzione cinematografica culturale in alcune sale, tipicamente denominate “d’essai”.
Questo sembrerebbe confortare in partenza il nostro intervento, anche se la tendenza potrebbe invertirsi, anche se non può essere provato anticipatamente quale sarà la rispondenza effettiva nella nostra specifica realtà, dove già è in attività una sala con caratteristiche affini (la Sala “Borsi”); ed è per questo che occorrerà caratterizzarsi fortemente sul piano di nuovi progetti, è per questo motivo che occorrerà analizzare le assenze culturali ormai consolidate o appena evidenti in un territorio tutto sommato provinciale come è questo nostro di Prato, ed affermare necessariamente in contrasto ma anche come contributo culturale il nostro ruolo propositivo e creativo……

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UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quinta parte (per la quarta parte vedi 21 giugno)

UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quinta parte (per la quarta parte vedi 21 giugno)

Ho potuto però verificare che i Territoriali sono negli ultimi tempi più disponibili ad accettare dei progetti pre confezionati da poter poi realizzare adattandoli “in loco”. Anche intorno a questa “partita” occorrerebbe conoscere la disponibilità – anche se solo tecnica e di servizio – della Mediateca Regionale ad elaborare e realizzare progetti comuni o a fornire semmai una collaborazione “attiva”. Sarebbe, ad esempio, molto importante riuscire a capire in quale modo nella collaborazione “attiva” della Mediateca potrebbe essere preso in considerazione l’utilizzo di filmati altrimenti irreperibili oppure “inediti” in Italia così come, nell’ambito di questo tema specifico, sarebbe utile sapere se non sia il caso di far raccogliere il materiale audiovisivo didattico alla Biennale del Cinema dei Ragazzi di Pisa, decentrando in quella sede una parte delle attività centrali dell’Istituto. Nel caso che la prima ipotesi fosse attualmente irrealizzabile, come credo, mi sembrerebbe opportuno un nostro intervento perché queste strutture decentrate dello Stato abbiano la possibilità di derogare, attraverso speciali permessi, concessi con rpidità inconsueta, a tutta la problematica dei “diritti”, per fini culturali e didattici.
Sul piano dell’attività di formazione terrei conto di una doppia necessità nell’ambito della scuola differenziando l’intervento per i docenti da quello per gli studenti. La riforma dei programmi della scuola elementare, peraltro ancora in discussione, che tiene nel giusto conto le problematiche dell’educazione all’immagine, l’esigenza vera direttamente avvertita dal corpo docente in tutti gli ordini di scuola, la recente decisione del Ministero della Pubblica Istruzione di preparare gruppi di docenti all’uso del computer (che solo apparentemente non ha connessioni con il nostro ambito di attività ma significa che intorno al settore dell’educazione all’immagine non c’è stata finora molta attenzione da parte dell’amministrazione statale), rendono necessario un nostro intervento sull’uso pratico dei “media” sia per quanto concerne la realizzazione, così come per la fruizione più corretta del prodotto, diciamo così, “finito”. Nel primo caso la nostra proposta è quella di un corso teorico pratico sull’uso tecnico e didattico dei moderni mezzi – e strumenti – audiovisivi, che preveda l’insegnamento da parte di tecnici capaci nell’uso della cinepresa (Super 8 e 16 millimetri) e della telecamera insieme ad incontri con direttori della fotografia, con sceneggiatori, tecnici del montaggio, scenografi, curatori degli effetti speciali ad iniziare da quelli sonori, registi, attori. Sempre in questo ambito, ma interconnessa agli altri nostri interventi, vi è la richiesta di riapertura degli ex stabilimenti cinematografici di Tirrenia affinchè possano essere valorizzati, utilizzandoli a fini culturali e didattici.
Per quella che si è chiamata “fruizione diretta” del prodotto “finito” ci si rivolge ancora ai docenti, impostando un corso di lettura dell’immagine, attraverso metodi diversi di lettura critica della stessa, dividendola in analisi semiologica, contenutistica, tecnica e storicistica, nonchè ponendo in evidenza la presenza di una fondamentale diversità nella critica, suddivisa perlomeno nelle due principali, quella cattolica e quella di orientamento marxista. Si partirebbe da un singolo film e si strutturerebbe il corso in momenti distinti con diversi esperti che abbiano le caratteristiche sia culturali che ideologiche di cui dicevamo prima.

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PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – seconda parte (per la prima parte vedi 30 giugno)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – seconda parte (per la prima parte vedi 30 giugno)

Dopo alcuni mesi di discussioni “accademiche” su cosa dovesse essere il futuro Partito, la sensazione diffusa era sempre più che avrebbero contato solo i numeri dell’aggregazione (la quantità e, forse, la qualità) e non ci sarebbe mai stato un contributo di elaborazione, cosa che invece interessava ad alcuni di noi, in primo luogo a me ed a Tina Santini. A questo punto decisi di agire e di preparare un’Assemblea per la costituzione di un vero e proprio Comitato per il Partito Democratico a Prato.
Quelle che seguono solo alcune delle interlocuzioni che ci furono (siamo a metà dell’ottobre 2006): questa è una mail del 21 ottobre 2006 ore 19.14. Il titolo è “Incontro sul futuro di quello che sarà un/una…..per il Partito Democratico (ovviamente a Prato)”

1) Gentilissimi amici ritengo sia importante vederci per riflettere insieme sulla necessità di costituire un punto di riferimento chiaro qui a Prato che si occupi di sostenere l’idea del Partito Democratico al di fuori ma in ogni caso accanto – e per qualcuno dentro – i Partiti che lo vorranno preparare e realizzare. Per me è necessaria la creazione di una struttura – un Comitato (non quello “aereo” che finora io stesso ho contribuito a mantenere in piedi) con una sede, un sito, un gruppo “aperto” che ne organizzi gli aspetti “esterni”. Chiedevo a qualcuno di voi, nei giorni scorsi cosa potrebbe fare un cittadino che non si riconosce nei Partiti già presenti ma che voglia contribuire a costruire il futuro Partito Democratico, a chi si rivolge (non di certo ai Partiti di cui non condivide l’attuale struttura, ad esempio, o dei quali apprezza soltanto parziali aspetti) per mettersi a disposizione? Come si fa a coinvolgere la società civile? Non me ne voglia chi predilige le cene o i brindisi ma non è certo in quel modo che possiamo andare avanti. Con spirito assolutamente costruttivo e con profonda onestà mentale, sono a chiedervi di ricavarvi un paio d’ore martedì prossimo 24 ottobre dalle ore 21.00 per vederci. Chi sarà presente discuterà e, spero, deciderà cosa fare. Ribadisco da parte mia che trovo inutile impegnarmi all’interno del Comitato così come è adesso, inutile e velleitario (d’altra parte essendo iscritto ad un Partito potrei portare in quella sede il mio impegno, ma vedo tiepidezza e difficoltà anche nelle forze politiche locali, che avrebbero bisogno di essere sollecitate da qualcosa di serio e di consistente e non da un “gruppo di volenterosi” come ci ha chiamato il segretario Del Vecchio). Scriverò altro nelle prossime ore: il luogo lo fisserò domani e vi informerò. Vi ringrazio: conto di vedere tutti e se possibile allargate l’invito ad altri.

…2.

UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

…VIII….

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA “a breve” (reloaded di un mio post 31 marzo 2020)

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA “a breve” (reloaded di un mio post 31 marzo 2020)

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in piedi una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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VALORI E PRINCIPI NON NEGOZIABILI

VALORI E PRINCIPI NON NEGOZIABILI

E’ davvero molto scomoda la posizione di chi, in questo spazio di tempo nel primo quarto del secolo ventunesimo si ritrova ad avere uno spirito critico autonomo da appartenenze partitiche, pur mantenendo ben fermi gli ideali collegati ai valori progressisti, democratici, solidali, egualitari e libertari: semplicemente “di Sinistra”. Da molto tempo, ma in modo particolare dall’inizio di questo nuovo millennio, non ci convincono le scelte di quella Sinistra di Governo che si è troppe volte lasciata sedurre da progetti riformistici disponibili ad una serie di accordi con il mondo della Finanza e dell’Impresa, contrabbandati come necessari alla creazione di nuove ed importanti opportunità lavorative ma troppe volte rivelatisi tranelli allestiti per far crescere a dismisura le differenze sociali; una sedicente Sinistra che con inganno e simulazione sventola una sua presunta anima verde ma non rinuncia ad inquinare con tantissimi piccoli medi grandi e devastanti interventi infrastrutturali quali la nuova Pista aeroportuale di Firenze.
Quest’ultimo sciagurato proponimento in questa terra di Toscana sarà più che simbolicamente l’emblema del distacco ulteriore tra me ed il Partito Democratico. E’ in assoluto il discrimine poichè in quella scelta si coglie proprio l’elemento di contraddizione che si evince dall’uso di termini ecologici che si dicono essenziali e le attività imprenditoriali che si vogliono intraprendere in una realtà territoriale comunque delicata e fragile come la Piana fiorentina. Il candidato alla Presidenza della Regione Toscana non ha mai fatto mistero sulle sue idee in proposito e non ha mai fatto un passo indietro nè ha mai fatto esprimere su questi temi coloro che maggiormente vi saranno coinvolti. Questa sua “insensibilità” tradisce che per lui gli interessi delle imprese coinvolte in questo progetto sono più importanti dei cittadini che in quei luoghi vivono o che hanno inteso difendere tout court gli ecosistemi sotto scatto.
Questa candidatura, emersa al di fuori di qualsiasi normale condivisione anche interna, è l’espressione di gruppi di potere economico finanziario molto più forti rispetto alla stessa massa – sempre più esigua ma abbastanza consistente – degli stessi militanti attivisti, molti dei quali condividono il mio disappunto, anche se avvertono forte il ricatto insito nella possibilità che a vincere non sia il Centrosinistra ma i suoi avversari più temuti, rappresentati in questo caso dalla Lega, sempre più un Partito di Destra. Verso di loro, intendo i militanti di base, ci sarà una grande provvisoria interessata convergenza da parte dei dirigenti e dei loro accoliti portaborse e cortigiani senza colore che si impegneranno a portare acqua a quel mulino sfasciato cercando di dimostrare l’inverosimile pur di poter avere un piccolo momentaneo consenso.
Noi non siamo più dei giovani virgulti rampanti con tanta prospettiva davanti. Ed è anche questo uno dei motivi per cui “tertium non datur”, non c’è alternativa: o il sedicente centro(Sinistra) si chiarisce al suo interno in relazione al “modello di sviluppo” che intende scegliere (per ora, quello prospettato, non è adatto ad una Sinistra che voglia davvero essere ambientalista) e parlo di un complesso di scelte ineludibili come la gestione dei rifiuti, la Sanità eminentemente “pubblica”, la legalità economica ed il rispetto rigoroso delle regole nel mercato del Lavoro, un modello di servizi sociali che sia per tutti a partire dagli “ultimi”, un blocco strategico del consumo di suolo e di spazi (c’è un surplus di appartamenti nuovi non affittati e non venduti mentre si continuano a costruire “mostri” di cemento) a vantaggio del restauro e risanamento conservativo dei vecchi edifici, adeguandoli alle norme antisismiche e semmai riconvertendoli ad usi pubblici o privati “nuovi”, collegati anche ai bisogni insorti dopo gli eventi pandemici.

Joshua Madalon

PELLE E ANIMA – parte quarta e ultima (per la terza vedi 18 giugno)

PELLE E ANIMA – parte quarta e ultima (per la terza vedi 18 giugno)

A pagina XIII del libro due frasi a epigrafe svelano le ragioni del titolo.
La prima è di André Bazin, figura fondamentale per gli autori della Nouvelle Vague, in modo particolare per Francois Truffaut, ed è riferita ad uno degli autori più importanti della Storia del Cinema, non solo quello francese, Jean Renoir. “I film di Renoir sono fatti con la pelle delle cose”
La seconda frase è invece di uno degli autori più colti e raffinati tra quelli che arricchirono la Nouvelle Vague, Eric Rohmer ed è riferita ad un altro dei grandi cineasti cui guardarono con particolare attenzione i giovani autori di quel periodo, Roberto Rossellini. “…come se “Europa ‘51”, solo con la forza di ciò che fa vedere….si proponesse di provare l’esistenza dell’anima stessa.”
Come avevo specificato a conclusione della parte terza, riporto solo una pagina, la XIII, dell’Introduzione di Giovanna Grignaffini

“La pelle e l’anima. Titolo provocatoriamente anacronistico, senza dubbio. Indubbiamente omologo però rispetto ai materiali che compongono questa antologia: materiali dentro a cui quei termini affiorano e rimbalzano con un’insistenza che diventa vera e propria ossessione. E riproporli non significa solo mettere in scena il desiderio di liberarsi di questa ossessione. Qualcosa di più. Innanzitutto la dichiarazione esplicita di non voler rimuovere lo sfondo in cui questi materiali si collocano e che non è semplicemente un generico “idealismo diffuso”, ma arriva a sfiorare quel cattolicesiomo che in Francia negli anni Quaranta Cinquanta si muoveva in bilico tra spiritualismo e fenomenologia. Nella convinzione, ovviamente, non che lì bisogna arrivare ma che da lì bisogna partire. La nostra intende dunque porsi come ricognizione che tenta il più possibile di stare a ridosso del proprio oggetto, nel tentativo non di cercarne alcune, fin troppo facili, modernizzazioni a posteriori, ma di farne emergere, lavorando sulla superficie dei testi, se non l’anima, almeno una qualche parziale verità. Ed è solo una speranza. Secondariamente, la convinzione che quei due termini siano in grado di significare, o almeno evocare, il nucleo teorico più originale e unitario che scorre attraverso la diversità dei materiali raccolti. Meno provocatoria, e più direttamente ancorata a paramteri storicisti, potrà apparire la seconda articolazione del titolo: Intorno alla Nouvelle Vague, che tende ad istituire un rapporto di derivazione tra questi testi di critica e teoria e l’esperienza cinematografica affermatasi in Francia verso la fine degli anni Cinquanta. Una derivazione questa, che la stessa “Mappa cronologica del nuovo cinema”, proposta in apertura di questa raccolta, sembra accreditare. A parte il fatto che quella “Mappa” parla di “Nuovo cinema” e non di Nouvelle Vague in senso stretto (e la cosa, come vedremo, non è affatto irrilevante), va sottolineato (come cerca di fare la stessa definizione “Verso la Nouvelle Vague. Dentro al cinema) che i testi presentati possono disporsi ad un doppio livello di lettura, potendosi riferire cioè innanzitutto ad un discorso generale sul cinema e secondariamente a quella esperienza cinematografica specifica. E si tratterà anche di stabilire le forme e i modi attraverso cui far scattare l’ipotesi della derivazione…………..

(introduzione di Giovanna Grignaffini)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Prato

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Nel 2006 ero Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est del Comune di Prato. Ero alla seconda legislatura che si sarebbe conclusa nel 2009. Nella prima delle due legislature ero stato eletto nei “Democratici con Prodi” (ovvero “l’Asinello” dal simbolo acquisito in Italia dai “Democrats” statunitensi); poi, nella fase calante dell’esperienza di quel raggruppamento (vi avevano aderito, oltre a spiriti liberi, fuorusciti dai Democratici di Sinistra e dal Partito Popolare) che si era poi diviso tra Margherita (ex Popolari) e DS, ero ritornato in quest’ultimo Partito, forte di nuove passioni e progetti politici. Uno di questi apparve essere la costituzione di un nuovo soggetto, che avesse visto la cooperazione tra le due forze riformistiche dei cattolici e dei progressisti con lo scopo di mettere in moto un processo di forte rinnovamento della Politica nel Paese, ormai attraversata da spinte conservatrici reazionarie di Destra, avviate dall’avvento sorprendente di Silvio Berlusconi alla guida del Paese dal 1994. Sembrava allora necessaria la formazione di un bipolarismo, i cui raggruppamenti guardassero tutti alla conquista del Centro, la Destra con un Centrodestra e la Sinistra con un Centrosinistra. Nella seconda parte del 2006 si intensificarono gli incontri nello studio dell’avvocato Rocca, che appariva interessato a porre in cantiere un soggetto che fosse propedeutico alla nascita della nuova forza politica. Ad alcuni di noi, in primo luogo la compagna Tina Santini ed io, gli incontri ai quali partecipavamo apparivano sempre più accademici ed autoreferenziali ed in linea di massima si sottraevano a quel compito che noi ritenevamo dovesse essere prioritario: la formazione di un nuovo Partito costruito sulle due forze principali, aperto a 360 gradi oltre che ai cattolici democratici ed ai riformisti di Sinistra, democratica, ecologica antifascista anche a quella parte di Sinistra radicale che avesse voluto scommettere su quel Progetto, superando le ambiguità e le contraddizioni che avevano prodotto larghe insoddisfazioni e rifiuti nel corpo elettorale democratico del Paese. La discussione era sempre più vaga, improduttiva. Può darsi che questa fosse solo la sensazione a quanti tra noi partecipavano già con l’idea di dover rivedere molti aspetti della pratica politica: eravamo degli utopisti, degli illusi, degli inguaribili sognatori! I nostri sogni erano infatti tali, non più nè meno come quelli che ci hanno poi sospinto ad altre scelte nel corso dei venti anni successivi. Una cosa è certa, tuttavia: nessuno di noi ha mai operato per migliorare le proprie posizioni, nè tanto meno quelle dei pochi amici e sodali più fidati.
Nei prossimi post riporterò una parte del dibattito di quei giorni, utilizzando alcuni materiali che sono in mio possesso, a partire da una serie di mail che intercorsero tra me e Alberto Rocca, dalle quali non emerge uno scontro, ma un confronto franco ed aperto, dialettico. Ad Alberto riconosco una concretezza che io non ho mai avuto, una profonda onestà mentale e professionale. Alberto aveva previsto molto più chiaramente gli esiti; noi ci illudevamo di poter cavalcare la passione per modificare gli assetti. Tutti sanno come è andata, poi.

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