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IL “CANTIERE” DI PRATO – UNA MAGNIFICA PERIFERIA CENTRALE

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Una periferia centrale
Il Cantiere di Prato
Appena al di là delle mura trecentesche della città di Prato scorre il fiume Bisenzio, sul quale un ponte ferroviario porta da Viareggio a Firenze e viceversa. Un’altra arteria ferroviaria più importante collega Bologna a Firenze e viceversa. Le tre rette (il fiume e le ferrovie) formano un triangolo all’interno del quale vi è un Borgo – il Cantiere – nato su terreni demaniali delle Ferrovie occupati temporaneamente fin dai primi anni Venti del ‘900 dagli operai che lavoravano alla costruzione delle stesse linee delle Ferrovie. Su quelle baracche successivamente in anni di deregulation e lassismo amministrativo, soprattutto in tempi di “ricostruzione” postbellica, è andato nascendo un quartiere residenziale. “Il Cantiere” è uno dei primi “luoghi” che ho conosciuto quando sono arrivato a Prato, nel 1982: nei primi giorni di permanenza sono stato ospite di una famiglia che abitava al Soccorso ma che aveva fra le sue amicizie più forti un’altra famiglia che viveva in uno dei fabbricati del “Cantiere”. Ricordo che mi capitò di dover svolgere una commissione e di essermi inoltrato in quel dedalo di stradine; la casa di quella famiglia appariva a me in forma ridotta come il palazzo del protagonista di “Psycho”, Norman Bates o quanto meno quello altrettanto inquietante (e un po’ giustamente grottesco) della famiglia Addams. Le abitazioni erano incerte nella loro struttura e contrassegnate da un patchwork architettonico; le stradine si divincolavano senza prevedere una loro percorribilità al di fuori di quella pedonale. Provenendo da realtà sismiche e vulcaniche di primissimo livello giurai a me stesso che non sarei mai entrato in quelle strutture (per fortuna vi erano anche abitazioni che non si erano montate la testa con orgogliose sopraelevazioni ed in quelle avevo meno timore ad entrare). Nel 2008 richiesto dall’amico Eduardo Bruno, che stava preparando per la Circoscrizione Est una serie di iniziative per il centenario della Direttissima, di scrivere un contributo per il libro, preparai questo testo che ora vi ripropongo. In quegli anni dal 1999 al 2009 sono stato Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est e come tale seguii l’iter amministrativo per la realizzazione di quel Centenario.

UNA MAGNIFICA PERIFERIA CENTRALE

“Non tutti i pratesi conoscono il Cantiere. Eppure si tratta di una realtà quasi unica che dovrebbe spingere chi si occupa di problematiche sociali, urbanistiche ed antroposociologiche ad analizzarla nel profondo. Il Cantiere è una “magnifica periferia centrale”: non vi si può passare per caso, bisogna andarci e correre il rischio di perdersi attraversandolo a piedi nelle esclusive stradine pedonali contorte su cui affacciano corti e balconcini tipicamente meridionali con i loro fiori e le loro piantine (salvia, rosmarino, lavanda e basilico) profumate di aromi antichi.
Il Cantiere è a due passi dal Centro storico: il fiume Bisenzio lo divide in pratica dalla Stazione ferroviaria di Prato Porta al Serraglio ed è separato dal resto della città (dai quartieri residenziali della Pietà e della Castellina) dalle due linee ferroviarie che collegano Prato con il Tirreno e con Bologna. La storia del Cantiere di cui così intensamente si parla è caratterizzata da questa grande libertà espressa da chi nel corso degli anni vi ha costruito la propria casa partendo da semplici baracche. Si può parlare di anarchia, perfino di illegalità ma non si può nascondere guardando alle diverse unità abitative tirate su con la massima libertà creativa che ci si trova di fronte a vere e proprie invenzioni architettoniche che si richiamano frequentemente alle diverse origini dei loro costruttori.
Un altro aspetto che ha caratterizzato questo luogo è lo spirito cooperativo che ancora oggi vi si respira e la grandissima cordialità, tipica del Mezzogiorno, dei suoi abitanti, che ti accolgono già davanti ai loro ingressi spesso seduti a conversare fra loro nella bella stagione e non solo. Orti e giardini ricchissimi e curatissimi allo stesso tempo emanano profumi di ambienti mediterranei ed i dialetti diversi confermano le diverse provenienze dei più anziani.
I colori delle abitazioni, anche questi, richiamano il clima mediterraneo e appaiono così ben mescolati ed assortiti allorquando guardiamo verso il cantiere dalla parte del Viale Galilei. Quella cornice di case basse multicolori sembra quasi una struttura scenografica preparata per un set cinematografico e mi ricorda de sempre l’isola di Procida quando vi ci si arriva dal mare nel porto di Marina Grande con il suo Palazzo Merlato. Sarebbe ottima cosa che l’Amministrazione Comunale proponesse per questa realtà vincoli tali da preservarne la conservazione e l’integrità nelle forme e nei colori.
Personalmente ed in modo disinteressato ho amato il Cantiere con le sue storie, le sue vicende, le sue difficoltà fin da quando sono arrivato – nel 1982 – a Prato. Ho conosciuto i suoi abitanti, a partire dal suo “Primo cittadino” (Remo Cavaciocchi) che tanto ha dato e sta continuando a dare per questo luogo.
Del Cantiere ho apprezzato il forte richiamo alla mediterraneità, all’essere un’ enclave, un’isola in mezzo al cuore della città: mi ha ricordato tutti gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza vissuti in gran parte in una (la più piccola e graziosa di esse) delle isole dell’Arcipelago campano e nelle “cupe” e nelle zone archeologiche e vulcaniche abbandonate e selvagge dei Campi Flegrei fra i profumi intensi della flora mediterranea. Il Cantiere mi riporta quella particolare sensazione che provavo da bambino nel nascondermi in casa (il mio preferito era un piccolo comodino nel quale mi rannicchiavo in posizione fetale: da lì potevo sparire, vedere e non essere visto, sentire e non essere sentito. Oggi avverto più o meno tale emozione quando entro in questo luogo perché mi consente di sentirmi vicino e lontano dai turbinosi e ripetuti andirivieni quotidiani in un luogo dentro il quale sento che potrebbe accadere quel che avviene nella città di Shangri-La, dove il tempo si ferma e si riesce a conquistare anche se per poco la felicità ed un senso di eternità. Il Cantiere è, anche per questo, una parte della mia vita, della mia storia in questa città.”

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GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI

FOTO per Blog

Domani terminerà il mio Esame di Stato 2014. Quando scrivevo l’altro giorno di non potermi considerare una persona “normale” oltretutto non avevo pensato al fatto che non sono fra i molti che hanno a noia e rifuggono dal partecipare agli Esami di Stato come Commissari esterni e Presidenti. Quanti ce ne sono fra colleghi che anche senza avere motivi validi cercano in tutti i modi di “sfangarla” quando viene il tempo degli esami di metà giugno! Eppure è una delle esperienze più interessanti e valide nel permetterci di conoscere altre scuole, altri docenti, altri studenti, altri luoghi: non dico che pagherei per parteciparvi perché non sono “bischero”, ma di sicuro è un momento di conoscenze e di crescita straordinario. Il lavoro che scelsi di fare a metà anni Settanta è uno dei più belli e stimolanti che vi siano, a patto che si accetti che il divario di età fra noi e gli studenti si amplifichi progressivamente; all’inizio fra me e loro vi era una differenza risibile (addirittura in una delle mie prime supplenze a Bergamo ero più giovane della maggioranza degli studenti, essendo capitato in un Corso serale) e poi man mano tranne pochi casi (altri Corsi serali stavolta a Prato) il “gap” fra me e gli studenti è cresciuto ed ora, già negli ultimi anni ed in occasione di questa esperienza della Maturità 2014, incontro giovani che potrebbero essere miei nipoti. E sono stimolanti queste occasioni che continuano ad aprirci la mente e ci permettono di interloquire con colleghi che propongono visioni diverse dalle tue, che ti parlano di percorsi realizzati che hanno prodotto risultati tangibili: ed ecco che ti donano libri già a prima vista interessanti e preziosi oppure ti mostrano locandine di spettacoli teatrali e fotografie di incontri con personaggi della Cultura e dello Spettacolo organizzati nell’ambito scolastico. Ovviamente c’è uno scambio di idee e di doni che potrebbe preludere anche a cooperazioni successive. E’ accaduto sempre: intanto quando si andava “fuori sede” si conoscevano anche luoghi e storie di quei territori ed in più occasioni vi erano ulteriori momenti extraprofessionali estremamente coinvolgenti (spettacoli teatrali – visita a monumenti – cene in locali tipici con cucina locale etc ). E’ in ogni caso chiaro che vado ricordando queste mie antiche esperienze collegandole a quella di quest’anno, primo della mia carriera di docente “pensionato” (un docente non va mai in pensione, altrimenti che “docente” è?); non scriverò per ora in quale scuola sono stato nominato (chi mi conosce lo sa) perché non è importante di per sé. Posso però dire di avere trovato docenti e studenti molto preparati e capaci di essere per me stimolanti per futuri progetti culturali, alcuni dei quali vado man mano costruendo. Utilizzo per me in modo positivo il titolo della famosa commedia di Eduardo De Filippo, “Gli esami non finiscono mai” sottolineando la necessità di mettersi sempre in discussione giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto sapendo che ciascuno di noi vive se continua ad essere curioso. Diversamente può dirsi “morto”!

G.M.

LEZIONI DI CINEMA 3

LEZIONI DI CINEMA 3 di Giuseppe Maddaluno

Sono vissuto anche sull’acqua, andando e tornando fin dai primissimi giorni della mia vita nell’isola nella quale era nata e vissuta fino a pochi anni prima (dal 1917 al 1946 per la precisione) mia madre. Procida è la più piccola (se si esclude Vivara che è un’ appendice di Procida) delle isole dell’Arcipelago Campano e si raggiungeva, allora, da Pozzuoli in circa quarantacinque minuti di navigazione, con delle imbarcazioni puzzolenti di nafta e rumorosissime: vi andavo abitualmente e frequentemente, una volta svezzato, anche con mia zia Agnese e l’Isola è diventata uno dei luoghi “magici” della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia prima gioventù. Un’isola è un mondo diverso appartato, delimitato dal mare: una piccola isola rappresenta per chi non soffre di claustrofobia quel piccolo mondo ricercato a volte nei luoghi angusti della casa, come il comodino dentro il quale da piccolo piaceva rannicchiarmi per occultarmi agli occhi preoccupati della mamma, ed un’isola è anche fondamentalmente un set ideale nel quale fare agire le proprie fantasie, i propri sogni. L’isola diventava il mio mondo, la campagna ed il mare mi fornivano gli elementi necessari a costruire storie di pirati, di tesori nascosti e ritrovati e, poi, vicende amorose: ma quest’ultima è davvero una storia a parte. Anche nell’isola vi era il cinema e furoreggiavano i “peplum”: ne ho visti di tutti i tipi, dai più classici e meravigliosi, immarcescibili “Barabba”, “Ben Hur”, “I Dieci comandamenti” ai più ovvi, banali ma ugualmente ormai classici film con “Ercole e…”, “Maciste e…”, e altri.
Ritornerò a parlare dell’isola per altri motivi, già accennati, ma mi piacerebbe ritrovare un altro percorso, quello che portava me, mia madre e mia zia da una loro vecchia zia (non ne ricordo il grado di parentela precisa) che abitava a Napoli, pressappoco dietro al Teatro “Augusteo” alle spalle di via Toledo sui cosiddetti Quartieri spagnoli. Abitava in un classico “basso”, quella stanza (in essa consisteva l’”appartamento”) che si apriva direttamente sulla strada, o addirittura al di sotto del piano stradale (in quel caso si chiamavano “scantinati” o seminterrati), che tutti possono ricordare nelle scenografie di alcune classiche commedie di Eduardo De Filippo (“Filumena Martorano” e “Napoli Milionaria”). Questa zia viveva, insieme ad un uomo della sua stessa età, presumibilmente allora più di sessanta anni, in una condizione frequentissima nei primissimi anni cinquanta, che dal punto di vista igienico era assai precaria ed indigente per la diffusa miseria che colpiva soprattutto gli anziani costretti a vivere praticamente da soli: non so il motivo preciso, ma credo non avessero figli che potessero accudirli e gli unici nipoti erano nella famiglia di mia madre. In quegli anni non era difficile entrando in queste “case” scoprire intanto che erano frequentate da animali domestici ma anche da altre bestie, grandi, piccole e piccolissime, che sono indice del degrado igienico sanitario nel quale vivevano le persone in quel periodo in gran parte del territorio napoletano. Uno dei miei ricordi in parte riferibile ad una visita a questa “zia” è legato ad un motivetto di quegli anni, una canzone tragica nel vero senso del termine che mi angosciava sentire ma che era molto in voga: si tratta di “Balocchi e profumi” e narra la vicenda di una bambina che ha una madre snaturata che pensa solo ad imbellettarsi mentre la povera bambina avrebbe bisogno di carezze, forse più che di balocchi, e soprattutto di cure. L’incerta “pedagogia” di quel tempo, peraltro non sostituita in mia madre da personali sensibilità, faceva sì che spesso la canzonetta mi venisse sottolineata per farmi pesare la mia diversa condizione di vita, come se quella bambina più che un caso isolato fosse invece la realtà comune di tantissimi bambini e bambine. Davvero non ricordo il motivo per cui in quell’occasione questa canzone mi avesse tanto colpito: sono quelle sensazioni straordinarie, ma anche fortemente ordinarie, che non riesci a spiegarti, come peraltro capita nei primissimi ricordi dell’esistenza di noi tutti.

NON SONO UNA PERSONA NORMALE

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“NON SONO UNA PERSONA “NORMALE”; suppongo, però, che nessuno fra quanti mi leggono possa dire di essere “normale” nè io ritengo di poterlo mettere in dubbio. Fin qui, mi pare, mi vado inoltrando in uno sterile “sofisma”. Ed io, dunque, nè per esaltare nè per offendere e tanto meno per mostrare e mantenere equilibrio posso dire di alcuno che sia persona “normale”. E non giurerei, ponendo la mano sul fuoco, possano essere considerate “normali” le macchine, gli automi, dotate ciascuna di esse di elementi unici anche quando sono prodotte in serie per motivi sia umani che meccanici. E la mia, come la vostra, unicità è legata in modo inscindibile alle innumerevoli uniche e varie esperienze vissute in modo diretto o indiretto.. il mondo in cui viviamo oggi è lontanissimo da quello in cui agivamo negli anni della nostra infanzia e della giovinezza; è abbastanza lontano anche da quello in cui eravamo trentenni o quarantenni, e cinquantenni: ora siamo nella fase del “sessantennio” verso la sua fine. Abbiamo più da ricordare che da sperare per noi; ma non ci fa difetto la progettualità perché, anche se non ci è stata data l’esperienza diretta della guerra e della desolazione ne abbiamo raccolto gli elementi ed i valori positivi e non li abbiamo mai dilapidati soffocandoli con una miscela di disvalori quando a tanti sembrava lontana la fase dell’impegno sociale e civile e venivamo intontiti attraverso i mass media con le città da bere e da vivere allegramente, con la creazione di illusioni per i poveri costretti a rifugiarsi sempre più davanti alla “scatola magica” delle televisioni commerciali. Ecco, se penso ad una normalizzazione penso all’inebetimento dei consumatori di programmi televisivi sempre più ammiccanti e di bassissimo livello culturale, quelli che appartengono con una formulazione molto cult chic alla produzione “nazional-popolare”.
Gli anni progressivi di una crisi incessante che ha seminato e prodotto miseria distribuendola in modo iniquo e quasi sempre con gli stessi recapiti: ai ricchi maggiori ricchezze, ai poveri maggiore miseria; quegli anni ci stanno addosso come una coperta di bollente pece che non vuole staccarsi.
Provate a leggere i settimanali “leggeri” fatti per menti semplici ed aspiranti voyeurs che abbiano bisogno di nutrirsi di storielline amene e piccanti che le consolino o le facciano gioire di rimando godendo semmai della felicità o delle tragiche vicende altrui, meglio se noti e ricchi. Provate a seguire qualcuno di quei programmi che si occupano delle feste e dei ritrovi “vip” o, semplicemente, se vi trovate a passare, ad affacciarvi alla porta di uno di questi locali ( come ho fatto io, tre anni orsono al Twiga Beach Club*, locale solo per gente facoltosa di Forte dei Marmi ) ed allora scoprireste che, lì, come hanno continuato a dirci per anni per umiliarci ulteriormente, la crisi non si è affacciata e che quei signori lì considerano noi “straccioni” degli “sfigati” e invitano i nostri figli, anche quelli ben diplomati e laureati, a lavorare per loro, garantendo munifiche mance. Altro che “brioches”. Anche questi “vip” non sono persone normali; il loro tempo ha ritmi diversi da quelli che, ad esempio, mi appartengono. Ed è anche nel “tempo” che ci si diversifica: il tempo dello studio, quello della socialità, quello ancora della “curiosità”. Esso si sviluppa nell’azione culturale ed in quella politica e spazia nella società. Questo è il mio tempo che fa di me una persona “unica”, “speciale” non “normale”. Così come uniche speciali e non normali sono tutte le altre persone ivi comprese le tante che in apparenza hanno poco da raccontare. Cercherò, da persona “non normale”, di raccontare le tante storie di donne ed uomini “non normali” in questo BLOG.
Joshua Madalon

* nel 2012 ero Presidente di Commissione Esami di Stato a Marina di Massa ed ospite pagante della Casa per Ferie La Versiliana a Fiumetto – avevo fra i candidati dei “fortunati” giovani che lavoravano nella struttura che era gestita da Briatore e quindi ero bene informato. Un “misero” docente, lieto ed orgoglioso di non essere una persona “normale”, non avrebbe mai potuto accostarsi al Twiga Beach Club.

MA COSA E’ QUESTO “AMORE”?

Federica Nerini

Cara Federica, grazie. E’ da qualche tempo che pensavo proprio ad indagare le ragioni di un sentimento così ricco e profondo che è elemento fondamentale per gli esseri viventi. Non ci riuscivo forse per pudicizia senile forse per una vita sempre piena di ovvietà quotidiane; sei riuscita a sintesi con questo tuo articolo. Non sai ancora che odio le smancerie, quelle degli altri che osservo con infinito sospetto ma allo stesso tempo rifuggo per “par condicio” dall’utilizzarle con chi ho di fronte. Rifuggo appunto per cui eventualmente taccio. Non posso tacere invece con il tuo impegno; in questi giorni siamo impegnati entrambi sullo stesso terreno di battaglia ma su fronti apparentemente opposti. Grazie per quello che farai. Il mondo è tuo ed è dei giovani che vorranno “davvero” cambiarlo.
G.M.

Poveri in riva al mare

“L’AMORE AI TEMPI DELLA GENERAZIONE 2.0”
di Federica Nerini

“Poveri in riva al mare” è uno dei quadri più comunicativi ed immediati, riguardante il periodo “blu” del pittore catalano: Pablo Picasso. L’incomunicabilità e la staticità dei componenti della famiglia sono l’emblema dell’incomprensione, che sta attraversando la nostra Società odierna. Solo una parola bisogna annotare in fretta, dopo averla dipinta sopra i muri e i tetti delle case: “immobilismo”. Solitudine, chiusura, melanconia, dolore, disperazione, angoscia, terrore, paura e inettitudine: questo è lo spettro inquietante, che si proietta verso il nostro futuro. Insicuri difronte ai giorni venturi; indifesi nei confronti di un presente cupo, spento, senza sogno, fantasia e aspettativa. Noi siamo tutti inermi come foglie semi-morte, che saranno gettate al suolo, aspettando il primo maestrale.
Tra tutti i sentimenti, quello che deve essere difeso con la stessa foga del cavaliere, che salva la principessa su una torre infuocata è: l’ “amore”. L’amore non è un’arte, ma è una condizione intensa di perdizione dell’apparato sensoriale, una destabilizzazione del sistema razionale, un’estasi mistica generata da situazioni non-programmate, uno stato di incoscienza psichico, una migrazione dell’anima personale, una totale donazione estranea, e un piacere infinitamente desiderato in tutto l’arco della vita. L’”a-mors” è ciò che ci fa sentire “vivi”, ma anche “morti” allo stesso tempo; è ciò che ci fa disperare come i bambini piangenti, quando non vengono più coccolati e adorati, perché ogni uomo ha il bisogno e il diritto di essere amato, almeno una volta nella propria esistenza.
L’essere umano è consapevole di se stesso, della propria persona, della brevità della vita, del senso di vuotezza del nulla, del vivere senza averlo voluto, e sa che prima o poi, come in un sogno tutto questo finirà. Quindi la “brevitas” temporale è troppo incessante per vivere la vita da soli, così cerchiamo l’altro per pura necessità e mero istinto narcisistico. Siamo reattivi solo per sconfiggere la solitudine, una delle condizioni più brutte ed imperdonabili che l’anima deve sopportare. “Solo un Dio ci può salvare”, non abbiamo più forza per sopravvivere ormai. Ci lasciamo sopraffare dal vento, che diventerà freddo e ci distruggerà pian piano. Quest’ è l’amore: lasciarsi attraversare incondizionatamente, perché noi siamo deboli di fronte all’immensità della sua vastezza.
“Il conoscersi” è alla base del sentimento umano dell’amore: noi pensiamo di essere liberi, di vivere svolgendo azioni che appartengono alla nostra persona, mentre agiamo secondo cuore, inconscio e irrazionalità. Dobbiamo quindi sovrastare le barriere invalicabili dell’isolamento e fonderci simbioticamente con l’altra istanza appartenente alla coppia amorosa, solo per l’illusione di gioire affogando nel piacere di un attimo fugace. Ma allora se l’amore genera felicità e piacere, perché la maggior parte delle coppie combatte contro l’infelicità e la menzogna? Perché poche storie d’amore si basano sulla fedeltà e il rispetto? E perché si parla sempre di sogno d’amore e mai di realtà? Sfido chiunque a rispondere senza sfiorare la paranoia.
L’amore è uno dei più alti sentimenti cristiani, e alla base di tutto c’è un verbo: “dare”. Cosa significa dare? Lo psicanalista Erich Fromm, nel suo libro “L’Arte di Amare” a tal riguardo scrive: “La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi «cedere» qualcosa, essere privati, sacrificare […] Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto del dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi dà gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto io mi sento vivo”.
“Amare” per sentirsi “vivi”, questo è il terreno fertile su cui costruire il futuro, magari dando tutto ciò che di vivo si ha in corpo, solo così possiamo raggiungere la splendente felicità. Ma allora c’è speranza di ristabilire e di ricostruire il sentimento amoroso, cercando di crederci come abbiamo fatto in passato? Spero di sì, perché gli uomini solitari devono gioire prima o poi. Tutti, in un modo o nell’altro, aspettano insistentemente di essere abbracciati ed amati. D’altronde, parafrasando Lucio Dalla: “A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io”…

 

EMMA CIANCHI a “LA PRIMA COSA BELLA” 28 FEBBRAIO 2014

Emma Cianchi

 

LEZIONI DI CINEMA (ciò che il cinema ha insegnato a me)

di Giuseppe Maddaluno

 

Luigi mi aveva consentito di sedere ad una delle scrivanie dell’ufficio appena contiguo al suo; non ricordo chi di norma sedesse a quella postazione ma era libera perché con i “turni” di lavoro sfalsati fra mattina e pomeriggio l’impiegato quel giorno aveva già svolto il suo lavoro, quello di bibliotecario in una realtà molto significativa per la storia come quella del centro più importante dell’area flegrea. Ero quindi con il mio zaino colmo di appunti e di effetti personali seduto ed aggeggiavo con il computer a promuovere su uno dei social network più diffusi l’iniziativa del 28 febbraio. Avevo aperto l’evento prima di venire a Pozzuoli mentre mi trovavo ancora a Prato. “La prima cosa bella – Esordi d’autore” già viaggiava alla grande grazie ai contatti che ciascuno di noi organizzatori (Giuseppe Borrone, Mariateresa Moccia Di Fraia ed io) per vie diverse riusciamo ad informare. La Biblioteca di Pozzuoli (che a prescindere dalla sua “mission” principale dovreste visitare: è anche sede del “Polo Culturale” della città) è frequentatissima da giovani che ormai la vivono non solo per studiare ma anche per socializzare (il silenzio è d’obbligo ma ci si riesce ad annusare e dopo un po’ si diventa sodali ed amici e si può uscire per scambiare due chiacchiere anche se con la scusa di fare qualche tiro di sigaretta meglio ancora se autoconfezionata). Sarà anche per questo andirivieni rispettoso di giovani che, quando Emma è arrivata, non mi ero affatto accorto di avere davanti a me una persona così importante nel suo settore. Emma è all’apparenza (ma vorrei che fosse chiaro che sto esprimendo un grande valore) poco più che una ragazza, uno scricciolo di donna (non è molto alta ma è ben fatta ed è in forma fisica perfetta), dal sorriso straordinariamente espressivo; e per un attimo la scambio per una delle frequentatrici della Biblioteca. La verità è che sono “stonato”, un po’ rintronato e distratto dal lavoro che sto svolgendo; inoltre mentre di altri autori di cui stiamo andando ad indagare gli esordi ho già delle foto, a me manca proprio quella di Emma Cianchi. Eh già, Cianchi! Il cognome è “toscano” ed a Prato ci sono dei fratelli Cianchi musicisti ed un loro negozio, “Musicalcentro”, che ha visto crescere e svilupparsi grandi talenti anche attraverso le Scuole di Musica (Comunali e non). Dopo il primo sorriso Emma si presenta: Ciao, sono Emma Cianchi! Il segreto del cognome è presto sciolto: “le origini di mio padre – dice – sono toscane e spesso faccio ritorno in quelle terre”. E’ venuta al Palazzo Toledo, la sede per l’appunto della Biblioteca e del Polo culturale della città, per incontrare me, che avevo urgente bisogno di sapere qualcosa di più dalla sua voce viva; ho chiesto lo stesso impegno anche agli altri autori, che vedrò nelle prossime ore, forse domani 27 febbraio, fra mattina pomeriggio e sera. Non registro la conversazione ma me ne rammaricherò perché Emma è un fiume in piena; prendo appunti rapidamente. Mi trovo di fronte ad una personalità artistica complessiva i cui sviluppi non sono ancora completati; ho letto di una sua iniziale passione per la fotografia ma so che è un genio della danza e della coreografia e, dunque, per noi che ci occupiamo di Cinema, della Videodanza, di cui infatti parleremo. Nella sua professione di coreografa per la quale si è formata con grandi nomi (Ivan Wolfe, Susanne Linke, Lola Keraly, Bruno Collinet Christopher Huggins, Beatrice Libonati, Simona Bucci, David Zambrano, Antonella Bertoni, Michele Abbondanza) eccelle non solo nel panorama locale e regionale, anche perché, dopo i primi passi, si è perfezionata all’estero, tra Parigi, Amsterdam e Vienna ed ha realizzato spettacoli di grande successo ottenendo riconoscimenti internazionali evidenti nelle sue collaborazioni e nelle richieste che le vengono rivolte da ogni parte del mondo. Di questo parliamo e poi le chiedo del video che ha realizzato, “dOVesOnonata”, che venerdì 28 presenteremo in apertura dell’evento. La danzatrice del video, Paola Montanaro, su un fondo bianco con una sottile velatura in contrasto è rappresentata coreograficamente nell’atto della sua presa di coscienza, della sua perenne (ri)nascita. L’OVO richiamato dalle lettere maiuscole del titolo ne è l’indizio principale. La danza è accompagnata da una musica originale molto ben calibrata sui movimenti del corpo e sugli oggetti (foglie quasi accartocciate, lenzuoli aggrovigliati, un tappeto di foglie secche) il cui autore è un altro grande rappresentante del “genio” flegreo-puteolano, Lino Cannavacciuolo. La resa coreografica curata in particolare da Michela Ricciardi è eccellente anche nella scelta scenografica e delle locations a Monte Sant’Angelo e ad Artgarage. La fotografia è di Sergio Vasquez, gli effetti digitali ed il montaggio sono curati da un altro giovane di cui parleremo e di cui sentirete parlare presto, Costantino Sgamato. Cosa rimane, dunque? Eh già, il soggetto, la sceneggiatura e la regia sono di Emma Cianchi. E ci soffermiamo ad indagare altri percorsi ed altre opere e mi chiedo perché non dedicarle una sola puntata de “La Prima cosa bella”? Facciamo un po’ il punto e facciamo anche l’elenco dei video realizzati: “La stanza del tuffatore”, “Il caos del cinque”, prodotto da NapoliTeatroFestival e Città della Scienza, nel quale vi è la quinta passione di Emma, la “matematica”; e poi parliamo di “Memoria divisa” sulla tragedia delle “foibe”. Emma è un fiume in piena e dopo un po’ capisco anche perché: è stato un vero e proprio miracolo averla davanti a me a parlare per circa un’ora, è piena di impegni di lavoro, il suo lavoro, e poi, lo scoprirò nei giorni successivi, è in perenne ed eterno trasloco. Infatti mi saluta e ci diamo appuntamento a venerdì. Verrà di certo perché si è preso questo impegno ed io sono stato molto felice di averla incontrata e di aver potuto attraverso di lei ( e poi delle altre persone che incontrerò ) asserire che la terra flegrea continua ad essere fertile culturalmente ed artisticamente, così come sognavo quando ero giovane negli anni settanta del secolo scorso.

 

Intanto godetevi questo video: “dOVesOnonata”

 

 

 

JOSHUA MADALON – QUESTO BLOG

 

Cielo stellato

QUESTO BLOG APPARTIENE A GIUSEPPE MADDALUNO ED OGNI SCRITTO E’ DI SUO PUGNO (E LA RESPONSABILITA’ DI QUANTO SCRIVE E PUBBLICA E’ SUA) A MENO CHE NON VI SIA CHIARAMENTE SCRITTO IL COGNOME ED IL NOME DEL PROVVISORIO COLLABORATORE O LA FONTE DA CUI LO SCRITTO DERIVI

 

Cara amica e caro amico questo BLOG può essere anche “tuo”! Si occuperà di CULTURA in tutte le sue declinazioni: CULTURA scientifica, CULTURA ambientale, CULTURA economica, CULTURA sociale, CULTURA ambientale, CULTURA letteraria, CULTURA storica, teatrale, cinematografica… CULTURA in ogni senso. L’Italia, il nostro Paese ha vissuto e sta vivendo una profonda crisi per mancanza di CULTURA, per l’incapacità e la rapacità di una classe dirigente politica ed imprenditoriale che ha generato i populismi di Berlusconi, Grillo e Renzi che sono stati e sono i profondi persuasori di un popolo che non riesce più a decifrare i processi storici e politici per una profonda mancanza di riferimenti culturali.E’ chiaro che non posso nascondere la profonda delusione che provo nel conoscere la caratteristica di una parte dei “riciclati” e degli “imbucati” nelle diverse “squadre” che sostengono a livelli diversissimi il nuovo leader del Partito Democratico. Ed è anche per questo che non mi ci riconosco più! Punto

Questo Blog è dunque uno dei tentativi di fare “resistenza” a questo appiattimento generalizzato che si va diffondendo all’interno di una mutazione antropologica peggiore di quella di cui parlava Pasolini. Passi indietro in un baratro di ignoranza.

 

 

 

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