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NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 1

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NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 1

Non vedevo Massimo (Smuraglia) da alcuni anni; ci eravamo sfiorati in qualche occasione culturale ma nulla di più. Quando Mario Barbacci mi ha chiesto di partecipare ad uno degli eventi dell’Estate al Circolo di Coiano ho accettato e l’ho fatto ancor più volentieri perché si trattava di un doppio lieto evento per me, quello di intervistare Massimo che avrebbe parlato de “L’attimo fuggente”. Se si andasse a riavvolgere il nastro delle nostre vite (quella mia e quella di Massimo) troveremmo due elementi comuni: il Cinema e la Scuola. Entrambi (noi e il film) – pensai – qualcosa possiamo mettere a disposizione della società attuale.
Ci siamo sentiti qualche giorno prima utilizzando squarci di tempo libero per concordare qualche aspetto dell’intervista. Massimo poi mi ha anche inviato il suo curriculum con tanti tasselli che non conoscevo. Ne ricavo solo una parte: non avremo molto tempo a disposizione. E così decido di preparare le domande. Partirò dai “sogni” del ragazzo e poi via via verso la maturità, seguendo anche la sceneggiatura del film di Peter Weir.
Riguardo il film e mi sorprendo a scoprire atmosfere dimenticate ( non quelle intorno a Keating e il “Carpe Diem”, o l’”Inno alla gioia” e le scene di giubilo, nè l’ “O Capitano mio Capitano!” finale”).
Arriviamo insieme a Coiano venerdì 5 luglio. Gli chiedo se ha letto le domande. Credo di sì, ma lui si schermisce borbottando non so quale scusa per dirmi che no, non le ha lette. Gliele riassumo. Il resto è quel che è accaduto: tutto alla perfezione. Domande sintetiche al massimo per ridurre il tempo, risposte piene di riferimenti colti non solo cinematografici.
Poi la proiezione.

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“Cane, signore?” “O no, oggi no!” “Guardi che un cane fa bene ogni tanto!….Uno può fare un pasto completo a base di cane…” dallo schermo Keating irriverente e provocatorio legge brani assurdi ai suoi giovani attenti e coinvolti allievi. La signora accanto a me, che aveva tra le sue braccia un canino piccolo piccolo si alzò ed a me sembrò che andasse via, offesa e preoccupata di quel che sarebbe seguito: un vero e proprio menù a base di cane. “Si comincia con cruditè di dalmata, si continua con un bel cocker flambèe, e per finire un pechinese al pepe rosa”. Si allontanò di poco forse per dissetare il canino e poi tornò, proprio mentre andava in scena uno dei momenti clou del film, quando Keating invita i suoi studenti a cambiare il punto di vista, saltando sulla cattedra.

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ED IO MI SENTO come Keating sessanta anni dopo

“Perché sono salito quassù? Chi indovina?
Per sentirsi alto.
No […]. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

Joshua Madalon fine prima parte

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LA SCELTA DI CAROLA e quel che ne consegue

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LA SCELTA DI CAROLA e quel che ne consegue

Forse non se ne renderanno nemmeno conto quei quattro buzzurri del Governo che si danno bordone per ottenere consensi facili basati su problemi inesistenti. Si sono dati un gran daffare a smentire che in questo Paese molte delle emergenze gridate e fatte temere sono essenzialmente “percepite” in modo abnorme lontane dalla realtà. Hanno contestato questo termine, “percepite”, perchè fosse invece più evidente la paura dello straniero, visto come unico e solo pericolo per la quiete e la sicurezza pubblica. Ed in tutto questo non si rendono conto, quei quattro buzzurri di cui sopra, che la vicenda Sea Watch e “la scelta di Carola” sta portandoli alla sconfitta. Accadrà un po’ come la storia (ma i “buzzurri” la ignorano nella sua complessità) di Davide e Golia. Ma basterebbe ricordarsi di Nelson Mandela per capire che le scelte rivoluzionarie spesso sono contro leggi ingiuste perché varate da Governi ingiusti, che approfittano di una provvisoria “vacatio” del sonno della ragione per emanare provvedimenti liberticidi come quelli che attaccano capisaldi della Carta costituzionale italiana e della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo e del cittadino.
Quella “vacatio” di cui sopra è data da un profondo fallimento del Centrosinistra in questo Paese, quel raggruppamento che gravita intorno al Partito Democratico che non ha saputo mettere insieme legalità e accoglienza rimanendo succube di meccanismi illegali (o para illegali, cioè sopportati per abitudine come tali) all’interno dei quali hanno convissuto parti sane e parti corrotte della società. D’altra parte non sempre la Sinistra è stata in grado di cogliere tali contraddizioni, rimanendo invischiata per piccole convenienze all’interno di quei meccanismi perversi. Fino a quando non si riconoscono questi gravissimi errori sarà gioco facile delle Destre alzare la voce: solo questo tuttavia possono fare ed ovviamente aggregare in tal modo la parte più debole culturalmente del Paese, che non riesce ad andare oltre all’elemento di base per cui il male è tutto da quella parte “estranea” che chiede di essere accolta. Altro elemento è la partita con l’Europa, che è giocata allo stesso modo di come lo è stato con i Governi precedenti. L’appartenenza all’Europa è molto più altro che la mera questione immigrazione. Puntare il dito sul sovranismo e sulla necessità di partecipare al ricollocamento dei migranti in quota parte è una profonda contraddizione. Il giorno in cui la massa di migranti fosse assai più alta dell’attuale si parlerebbe – allora sì – di invasione ma sarebbe come quella dei popoli del Centronord europeo dei primi cinque secoli del primo Millennio. Nessuno li fermerebbe.
Ad ogni modo occorre innanzitutto una ferma opposizione a questo Governo, partendo tuttavia dal riconoscere gli errori, e proseguendo nel proporre soluzioni vantaggiose per tutti. Occorre aprire una “nuova frontiera”; per costruirla bisogna nella maniera più assoluta abbandonare la presunzione sia da parte del Partito Democratico sia da parte della Sinistra, che nella sua irrilevanza paga lo scotto di una diffusa paura della Destra, una paura altrettanto immotivata e basata su elementi percettivi, che in definitiva contribuiscono a rendere difficile la cooperazione. Non basta dire che è necessario fare un fronte comune, occorre specificare come lo si può fare insieme.

Joshua Madalon

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P.S.: Golia forse era un gigante (un uomo probabilmente più alto degli altri, probabilmente più forte degli altri) ma essenzialmente era un arrogante presuntuoso. Tra i due protagonisti della vicenda Sea Watch degli ultimi giorni è Salvini ad assomigliare a Golia. Credo che la Carola gli farà con la sua “scelta” rendere indigesto l’insulto “pur benevolo” di “sbruffoncella”!

Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato. Che fare? Mah!CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

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CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato.
Il sabato è giornata di “riflessione”, non si può fare campagna elettorale. C’è il “silenzio”.
http://www.maddaluno.eu/?p=9546
Nei giorni che precedevano la manifestazione antifascista del 23 marzo scorso in Piazza delle carceri – manifestazione di risposta a quella di Forza Nuova – ed in quelli ad essa seguenti avviavo una riflessione intorno alle scelte politiche che stavamo approntando in vista delle elezioni amministrative – oltre che politiche europee – di fine maggio.
Preparando il percorso di “Prato A Sinistra” prima e “Prato in Comune” dopo avevo posto molta attenzione intorno a quel che avrebbe dovuto significare la nostra essenza di “Sinistra”. Prima o poi la riflessione personale dovrebbe trasformarsi in una consapevolezza sempre più ampia e condivisa. Pena la inconsistenza progressiva del contenitore. I nodi se non sciolti, o avviati a sciogliere, vengono prima o poi al pettine, ed il rischio è quello di finire in un buco nero. In una serie di miei post forse autoreferenziali ed inascoltabili, vista la pochezza e l’inaffidabilità dell’autore, ho avviato la denuncia di una parte delle contraddizioni della Sinistra, soprattutto di quella fortemente identitaria, radicale, antagonista, che si pone autonomamente sullo scranno più alto dell’ortodossia divenendo elitaria.
Basterebbe guardare appena al di là del proprio naso, oltre il piccolo orto di casa, per capire non solo che il mondo è cambiato, che è una forma lapalissiana utile per tutte le stagioni della vita, ma soprattutto che la Sinistra – così come da quella parte si intende – si è fermata più o meno agli anni Settanta del secolo scorso. La Sinistra così come è in gran parte ora non riesce a distinguersi, pur presupponendo di farlo, da altri soggetti assai diversi e lontani ideologicamente da essa. Non riesce soprattutto ad affrontare le emergenze strutturali del mondo contemporaneo, non riesce nemmeno a provarci, ròsa dal dubbio di compromettersi: preferisce rimanere nel proprio guscio asfittico ed improduttivo considerandosi superiore a tutto il resto del mondo.
Sarà che nelle mie frequentazioni di Sinistra ho incontrato solo dei “geni”, di quelli che hanno il Verbo “incorporato” e non si pongono domande, non hanno mai dubbi (il rischio è quello di dover poi vivere tra poche persone che ritengono di sapere e tante altre che acquisiscono come “unico e assoluto” quel sapere), e finiscono per costruirsi il proprio recinto, tronfi di poterlo governare. Anche se in una progressiva emarginazione.
Rigetto peraltro l’idea che non ci sia più la Sinistra. Fatemi utilizzare una forma anch’essa “lapalissiana”, ovvia. Se c’è la Destra ed è del tutto evidente che ci sia, non può non esserci la Sinistra. Certamente non è quella di cui troppo spesso si tratta sui mass-media; non è quel centrosinistra pallido targato PD, che mostra tanti limiti da non essere più riconoscibile nella sua accezione parziale di Sinistra. “Sinistra” essenzialmente è in questo periodo quella di cui parlo sopra, che se non si adegua al nuovo mondo finisce certamente per essere emarginata. Abbiamo bisogno di gente che si interroga, che riesce ad emergere dagli angoli, che sia disponibile a ragionare fuori dagli schematismi meramente ideologici. il mondo non è mai stato di chi si ferma agli “assiomi” senza procedere verso i “postulati”.
Per oggi basta; forse ho già scritto troppo. Forse si capirà anche quale sarà il mio “voto” di domani. Ma non ve lo dico in modo chiaro, anche perché non mi è consentito.

Joshua Madalon
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Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Per 25 anni sono stato puteolano (Pozzuoli è la città dei miei genitori; io sono nato a Napoli), per cinque anni sono stato feltrino (Feltre è stata la città nella quale ho svolto il mio primo impegno collettivo: docente, sindacalista, politico, cinefilo), per tutto il resto della mia vita (trenta e più anni dal 1982 ad oggi) sono stato pratese.

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A Feltre sono tornato un paio di volte, ma ci manco da venti anni ed ho contatti solo attraverso un paio di amici che qualche volta tornano a trovarci qui a Prato. Altri li sento sporadicamente attraverso i moderni canali di comunicazione (i social) ma non ci vediamo da tempo.

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A Prato ho lavorato in una sola scuola, il “Dagomari”, e mi capita molto spesso di incontrare miei allievi, che si sono impegnati nella costruzione di una loro identità e provo un grande piacere nell’essere stato parte, pur minimamente, della loro formazione. Quando sono arrivato in questa città portavo con me l’esperienza bellunese, quel complesso di cui sopra sinteticamente accennavo. In via Frascati c’era il PCI, in via Pomeria l’ARCI, in Piazza Mercatale la CGIL. Furono i luoghi di un altro periodo formativo. Scuola, Politica, Sindacato, Cinema: tutto insieme. L’impegno nell’UCCA, in prosecuzione del lavoro svolto a Feltre con la fondazione di un Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” (un omaggio a Ferreri), l’impegno nel PCI e nella CGIL sui temi di raccordo tra “Cinema e Lavoro”, la fondazione del Cinema “TERMINALE Movies”, prima vera e propria “sala d’essai polivalente” della città, l’attenzione avuta verso il mondo del lavoro con l’esperienza indiretta delle “150 ore” a Feltre insieme ad un grande compagno il cui cognome impropriamente richiama una delle iatture della nostra recente storia repubblicana, Renzi (ma se ben ricordo lui si chiamava – è da tanto tempo che non ci si sente – Saverio). Con il PCI ho poi operato mantenendo per un breve periodo la conduzione della Commissione Scuola e Cultura sotto la segreteria di Daniele Panerati. Ho fatto per un breve periodo anche delle “prove” di giornalismo nella fase di partenza della redazione cittadina de “Il Tirreno”. Ho realizzato anche alcuni video coordinando vari gruppi. Ho collaborato a costruire eventi come “Film Video Makers toscani”. Ho prodotto format culturali come “La Palestra delle Idee”, “Il Domino letterario” e “Poesia sostantivo femminile”.
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Sono stato in Consiglio comunale per cinque anni dal 1994 al 1999 e Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est dal 1999 al 2009. In questo ultimo ambito sono stato coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni. E di sicuro dimentico qualcosa.

Con questo complesso di attività, mentre la famiglia cresceva, ho avuto modo di conoscere tante persone. A Prato che pure rispetto a Feltre e Pozzuoli è una metropoli (pur sempre è la terza città più popolosa dell’Italia centrale) mentre cammino incontro gente che conosco ed essendo “animale sociale” ne provo piacere: non ho ancora il desiderio di isolarmi completamente dal mondo, che tanti miei coetanei hanno scelto di intraprendere.

Molto diversamente mi accade quando torno a Pozzuoli. Lì riconosco purtroppo sempre meno persone. Il mio tempo si è fermato agli anni settanta del secolo scorso. Le generazioni successive non le ho incrociate; anche quando si ritornava con i bambini il nostro tempo era dedicato esclusivamente alla famiglia ed agli immediati rapporti di vicinanza. Quando ci ritorno può accadere di rivedere amici di un tempo, ma è raro ed a volte la memoria non mi aiuta e provo grande difficoltà (anche ieri un caro amico mi ha scritto: “Quando torni?” ho risposto la verità: “Non lo so”).
E, dunque, che dire? Sono “pratese” storicamente.

Joshua Madalon

PRATO IN COMUNE – una realtà in cammino

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PRATO IN COMUNE – una realtà in cammino

PRATO IN COMUNE ha rappresentato in questa recente competizione elettorale una novità nel panorama generale asfittico ed abitudinario della Politica pratese. Non possono essere considerate delle novità formule “civiche” come quella della Garnier, che fondamentalmente aveva occhieggiato già da un po’ di tempo la Lega; nè tantomeno può ritenersi nuova la formulazione di “Comunisti” o quella delle varie liste che hanno appoggiato i due più forti ed accreditati contendenti che si sfideranno nel ballottaggio del 9 giugno: Biffoni per il centrosinistra e Spada per la Destra.

PRATO IN COMUNE ha lavorato nel corso degli ultimi mesi a mettere insieme un progetto di ricostruzione della Sinistra, in un tempo nel quale troppe volte gli stessi valori fondamentali di quella parte sono apparsi strumentalizzati per l’ottenimento di forme di potere estranee ad essi. Quei valori non appartengono esclusivamente al “popolo”: sono patrimonio di tutti coloro che li praticano, siano essi rappresentanti delle classi operaie o assimilate oppure delle classi borghesi ed intellettuali. Non è d’altronde fuori luogo ritenere che nel corso dell’ultimo quarto del secolo scorso sia avvenuto un profondo rimescolamento all’interno delle diverse classi sociali e non è mai stato appannaggio esclusivo di una sola classe l’elaborazione filosofica e culturale.

Quel Progetto ha tempi medi e lunghi e dunque non avrebbe potuto realizzarsi in un periodo tanto breve perché condizionato da un appuntamento elettorale contingente. Pur tuttavia ha preso forma costruendo una sua specifica distinta identità, proponendo come candidato Sindaco Mirco Rocchi, un vero e proprio alieno in un contesto politico nel quale il conformismo è imperante. La stessa composizione della lista ha rappresentato un unicum: si è scelto di avere un perfetto equilibrio tra i generi, a fronte della indicazione prescrittiva dei 2/3.

Nel preparare la lista si è guardato soprattutto ad aprirsi ad un mondo nuovo, allo scopo di costruire un riferimento al futuro. Molte e molti delle candidate e dei candidati non avevano mai avuto esperienze partitiche ed amministrative, molti i volti nuovi, potremmo dire “nuovissimi”. Questa modalità di approccio può avere costituito un limite ma è stata fondamentalmente voluta in prospettiva.

La campagna elettorale è stata affrontata da un piccolo gruppo operativo, che si è sobbarcato gli oneri organizzativi. Il lavoro ricognitivo per le candidature, la messa a punto degli aspetti programmatici, quella relativa ai compiti burocratici, la raccolta delle firme per la presentazione della lista, l’organizzazione di incontri ed eventi, la presenza nelle piazze e nei mercati, ha visto il coinvolgimento e la partecipazione di un gruppo sempre più sostanzioso, che ha utilizzato il proprio tempo libero per questi obiettivi.

Passione ed entusiasmo hanno accompagnato l’impegno civile e politico di questo gruppo. Ne è testimonianza la foto che è stata scattata la sera del 24 maggio: un gruppo allegro, sorridente, consapevole di avere realizzato un inizio di percorso, di un viaggio che prosegue insieme a tutti quelli che vorranno condividerlo. Durante la campagna elettorale abbiamo raccolto ulteriori contributi, abbiamo incontrato realtà che non conoscevamo, approfondito temi che ci hanno appassionato, abbiamo interloquito con persone con le quali vogliamo continuare il nostro dialogo. Abbiamo bisogno di andare avanti. I motori sono ancora accesi e funzionanti.

Joahua Madalon

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LA SOLITA MENATA DEL “NON E’ IL MOMENTO!” se non ora quando?

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a chi si sorprende come “La bella addormentata” suggerisco di andarsi a leggere, non per mia vanità ma per correttezza storica (sono quelli scritti i “documenti”!), tutti i miei post “politici”

LA SOLITA MENATA DEL “NON E’ IL MOMENTO!” se non ora quando?

Cosa ne sanno tante di quelle persone che criticano le scelte che PRATO IN COMUNE ha fatto, in primo luogo le ragioni per cui non è stato sostenuto il candidato a Sindaco del PD?
Dove erano in tutti questi anni?
Noi di PRATO IN COMUNE c’eravamo e abbiamo lavorato per mettere insieme un progetto che riunisse le diverse realtà della SINISTRA.

Non se ne sono accorte quelle persone che oggi criticano le nostre scelte?
Può darsi che avessero qualcosa di meglio da fare.
Ma di certo se ne sono accorti i dirigenti del PD che hanno fatto finta di niente ed hanno continuato a praticare politiche non adeguate ad affrontare e portare a soluzione le diverse urgenze amministrative locali a sostegno dei più deboli.

Joshua Madalon ( e ci metto la faccia )

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IN VIAGGIO VERSO NAPOLI – un’umanità in cammino – il racconto per intero

IN VIAGGIO VERSO NAPOLI – un’umanità in cammino

Ottima compagnia su un Intercity che mi porta a Napoli. Quando sono salito su con una valigia pesantissima due giovani mi hanno aiutato a sollevarla; poi ho pensato bene, essendo liberi tre posti su quattro, per concedere un provvisorio spazio maggiore ad uno dei giovani che mi aveva sorretto il peso del bagaglio nell’ultimo sollevamento pesi mi sono seduto nel posto libero di fronte a lui. Una signora che intanto era seduta nell’altra fila ha voluto farmi notare giustamente che era il suo posto ma che volentieri me lo cedeva. Dopo poco a Firenze è arrivata una giovane ragazza che aveva prenotato il posto dove era seduta la signora di cui prima parlavo. Le abbiamo spiegato quel che era avvenuto e le ho concesso di occupare intanto il mio posto, che ora si trovava di fronte a quello dove ero seduto. E’arrivato il controllore che con una straordinaria bonomia ed un eloquio partecipe ha benedetto questo nostro “tourbillon”. Nel frattempo ad Arezzo è salita una di quelle coppie da film della classica “commedia all’italiana”, un omino ed una donnina esile esile, tipicamente “napoletana”, aggressiva, che trascinava sia i bagagli che l’omino alla ricerca dei loro posti. Accortasi che erano occupati da due signori che semplicemente vi erano seduti ma avevano in ogni caso proceduto semplicemente ad uno scambio provvisorio, più o meno come me e gli altri, in modo scortese e violento tipico del popolo cialtrone, si è allontanata alla ricerca di altri posti liberi più spaziosi per poter ospitare il bagagliume disordinato che si trascinava dietro. “Alla faccia del piffero!” ho esclamato tra me e me; altro che tourbillon, pensando a chi quei posti avrebbe dovuto occupare in una delle prossime fermate.
Intanto la giovane di fronte a me aveva aperto il suo portatile e di tanto in tanto sorrideva per qualcosa che mi era ignota. Il controllore moderno ha la piena padronanza sulla collocazione dei viaggiatori ma si guardò molto, avendone fiutato il caratterino, dal far notare ai due nuovi arrivati che si erano seduti in posti peraltro lontani da quelli di loro pertinenza.

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Ed infatti a Orte è salita una maxifamiglia di americani con valigie enormi e lucide che con precisione ed un certo qual imperio (ditelo a loro: “prima gli italiani”! non vi faranno una “pernacchia” ma basterà il loro sguardo a rendervi esplicito cosa sia l’ordine) hanno preteso di occupare i posti che avevano prenotato. E così la signora con il suo omino hanno traslocato nei loro posti assegnati. A Roma Tiburtina, dove il treno sosta il tempo necessario per il cambio della squadra di ferrovieri, che è più o meno quattro-cinque minuti, mi sono accorto che la signora si preparava per scendere a fumare e mi sono permesso di farle notare che stava rischiando di rimanere a terra. Non l’avessi mai detto; mi ha aggredito con veemenza confermando la sua volgarità. In cuor mio l’ho mandata a benedire, ma alla fine ha seguito il mio consiglio.
Due, i senior marito e moglie, degli americani si sono seduti accanto a me ed alla giovane, occupando i posti loro assegnati accanto al finestrino.

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La giovane veniva da Reggio Emilia e quando dal treno ci si è affacciati sul Tirreno ha esclamato “Il mare!” come una bimba e si è illuminata nel volto; allo stesso modo ma più maturo e disincantato i due americani, che evidentemente sapevano che l’Italia si allunga sul mare si apprestarono ad aprire i loro smartphone per riprendere il magnifico panorama del golfo di Gaeta. Avevo anche pensato poco prima di fare mostra delle mie conoscenze ed indicare ai miei provvisori compagni di viaggio l’altura del Circeo, che si erge a dominare l’area di Sabaudia e di Terracina ed era un’isola al tempo, se ci fu un “tempo”, di Ulisse e della maga. Ma non lo feci. Non potei trattenermi tuttavia allorquando miracolosamente grazie a congiunture climatiche favorevoli mi accorsi che con inusitata chiarezza si intravedevano le isole dell’arcipelago pontino, soprattutto Ponza e Ventotene. E gliele mostrai, utilizzando anche Google Maps. Nulla di emozionante avvenne poi fino a pochi minuti prima dell’arrivo a Napoli. Avevo anticipato un po’ tutti gli altri passeggeri, smontando i voluminosi bagagli dalla griglia superiore e sistemandomi nella parte anteriore del treno pronto a scendere non appena fossimo arrivati a destinazione. Il treno di solito si ferma per attendere il segnale di via libera e così lanciai uno sguardo verso la montagna che sovrasta il golfo: era cupa e minacciosa dalle nuvole nere che la sovrastavano. Mi ritornava alla mente il Leopardi de “La Ginestra” che riflette sulle condizioni dell’uomo pur con un sottile filo di speranza residua. Non appena il treno si è mosso, ho rivolto lo sguardo dalla parte opposta: un aereo decollava da Capodichino e mi ricordava che il giorno dopo sarei andato con metropolitana e navetta ad aspettare Lavinia che verrà da Parigi per una sua nuova incursione nella cultura storica dell’ateneo partenopeo; subito dopo ho rivisto la struttura esterna del Cimitero di Poggioreale, il Cimitero monumentale della città, una egregia summa della grande Cultura di questa città, dove riposano tra gli altri Benedetto Cairoli e Benedetto Croce, Francesco De Sanctis e Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito e Saverio Mercadante, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani e il grande incommensurabile Antonio de Curtis; poco distante dall’altro lato ho intravisto il Rione Luzzatti, assurto a memoria culturale nazionale – ed internazionale – grazie alla penna di quella misteriosa persona che è Elena Ferrante (donna? o uomo?) con le vicende della sua opera “L’amica geniale”; e lo skyline del Centro Direzionale che sovrasta come una Gotham City casareccia tutta l’umanità diversa per tanti motivi che sotto di esso si arrabatta alla meglio per sopravvivere.
Gli americani intanto si sono affacciati con i loro bagagli immensi come le loro praterie e le distanze e mi chiedono da che parte si scenderà “Mah, chi lo sa!” faccio con la mia mimica e capiscono perfettamente il mio muto linguaggio. Sorridono quando capiscono che toccherà loro scendere per primi, visto che mi trovo dalla parte opposta, ma sono gentili e forse sono anche un po’ pragmatici: d’altra parte anche se mi lamento ho molto meno bagagli di loro.

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E così mi permettono di scendere; anzi, mi aiutano a farlo. Li saluto e riassettandomi così come posso visto che la valigia non riesce a reggersi in posizione eretta mi avvio verso l’uscita. Avevo programmato di fermarmi a chiedere alcune informazioni ma con quei pesi da trasportare mi servirebbero almeno altre due braccia per stare comodo. Per fortuna avevo già fatto il biglietto della Metropolitana. Lo custodivo abbastanza nel profondo di una tasca interna della giacca pronto ad esibirlo al controllore sul treno, ma sorprendentemente Trenitalia si era decisa ad impedire ai portoghesi partenopei di entrare sulle banchine senza il titolo di viaggio e c’era un blocco invalicabile formato da tre giovani. Con cortesia per evitare le attese di frettolosi passeggeri, segnalo loro che mi facciano passare e che mostrerò loro il mio biglietto subito dopo averli superati ed aver riposto i miei bagagli. Con qualche lieve difficoltà motoria riesco ad estrarre il foglio su cui avevo stampato il doppio viaggio della giornata, e devo faticare non poco a farglielo interpretare: sono ancora un po’ inesperti.
C’è la solita umanità rumorosa anche se condizionata sempre più fortemente dalla modernità ad una solitudine dialogante. A volte mi chiedo se tutta questa moltitudine, nella quale mi inserisco, non sia connotata da follia. Fatico a scoprire sprazzi di felicità, ancor più in questo indaffararsi frenetico e non riconosco nemmeno più quel fatalismo ben tipico dei partenopei, sintetizzato in quel defilippesco “Hadda finì ‘a nuttata”. La “nuttata” è ancora lunga e non finisce mai; a volte sembra quasi che neanche la guerra sia finita: le macerie sono ancora tutte in attesa di una perenne ricostruzione.
Come sempre, quando un treno è appena partito le banchine sono vuote ma poi man mano che si attende il prossimo si rimpinguano e ti viene in mente il traghettatore infernale della “Commedia”.
Montare sul treno è un’altra impresa sia per la folla che per il peso dei bagagli e la distanza a cui sollevarli. Il treno della Metro non è fatto per turisti come noi: non c’è un posto dove sistemare i bagagli; non c’è un posto sicuro. Hai sempre la percezione che possano sparire ed allora dai fondo a tutti i tentacoli possibili a disposizione per abbrancarli, sostenerli, difenderli da un pericolo che in generale poi non c’è.
Chi sale e chi scende, chi scende e chi sale. A telefono sberciano, dialogano amorevolmente senza ritegno alcuno, stringono accordi non sempre chiari, si danno appuntamenti.
In uno di questi vani c’è qualcuno che risponde e “Sì, siamo sul treno che sta arrivando adesso a Mergellina, tra qualche minuto saremo a Campi Flegrei. Tu, dove stai?…Ah, allora ci vediamo, ti aspettiamo…”
Accanto nell’altro vano c’è una signora sola che snocciola i grani di una coroncina da preghiera e legge un librettino con immagini sacre da cui attinge speranze per la sua eternità.
A Campi Flegrei di solito il treno si ferma qualche minuto. Gli ingegneri ferroviari hanno scoperto che per far viaggiare i treni in orario basta allungare i tempi.

Alla fermata sale un signore segaligno.

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Festose accoglienze da parte dei due viaggiatori al sopraggiungere dell’attempato nuovo arrivo, che ricambia con affettuose dimostrazioni d’affetto. Da quel che appare si tratta di un loro parente. Eloquio tipicamente contrassegnato dall’appartenenza autoctona, l’anziano descrive la fatica che ha fatto per venire a piedi dal cimitero, un altro tra i diversi luoghi sacri della città, quello di Fuorigrotta. La statura e la portatura magra gli consentono certamente di poterlo fare: ha una lunga capigliatura bianca che riduce in una lunga treccia, della quale è evidentemente orgoglioso nel mentre la scuote come un giovane puledro ribelle. Il suo slang strascicato un tantino nobile e affettato ne rivela la femminilità patente, anche questa sbandierata apertamente. Anche i commenti verso giovani corpi maschili di passaggio sono coloriti da un desiderio incorrotto, incoraggiato dai suoi conoscenti con parole sorridenti e ammiccanti. Tutte queste notazioni sono rese possibili da una sosta prolungata e finiscono per essere considerate fastidiose dalla pia dama, che lanciandomi uno sguardo di disgusto e disapprovazione decide di lasciare la carrozza. I commenti salaci ma non volgari del signore colpivano la sua sensibilità.
Dopo qualche minuto di sosta c’è un moto di insofferenza per un ritardo inspiegabile. E ci sono commenti coloriti e acidi da parte dell’anziano vivace signore, che si alza e va verso la testa del convoglio per protestare. Ne fa ritorno senza avere ottenuto risposte data l’assenza di personale: siamo senza nocchiero, dunque. E protesta per il fatto che le toilette di servizio sono chiuse. E’ seduto in diagonale rispetto a me, che ne riesco ad osservare le movenze femminee. Incrocia il mio sguardo “Il treno non è in ritardo…le ferrovie allungano i tempi…se osserva il display si renderà conto che non è ancora l’ora di partenza!” gli faccio per placare un’ira irrazionale. Capisce, dal modo con cui interloquisco, che non sono più napoletano “Bello signore, di dove siete?” mi fa ed io corrispondo. Intanto il treno con soli tre minuti di ritardo parte. “Sono nativo di Napoli ma da più di quaranta anni sono fuori, a Prato” rispondo “Ah addo’ ce stanno i cinesi” Ecco, il solito stereotipo, penso. “E so’ cattive” “No” ribatto “per nulla, sono come tanti altri: ci sono i buoni e i cattivi!” “Ma vuie site in pensione?” mi fa, proseguendo un dialogo con me, tralasciando la sua compagnia, che tuttavia segue con attenzione. “Sicuramente, ‘na bbona pensione!” e “pecchè nun me sposate? Site nu bbuono partito”. “Grazie!” gli dico “io sono già sposato!” “Mah, lasciatela ‘a muggliera vosta e vvenite cu ‘mme!”. “Io vi ringrazio ma non penso di volerlo fare. Scusatemi!”. Non sono certo che la sua fosse una proposta solo amena; forse ci provava, forse era una provocazione. Tuttavia, arrivammo a Bagnoli e il gruppo si alzò per scendere. Le due persone più giovani sorrisero e salutarono con una certa affabilità, consapevoli forse che – chissà – avrei potuto diventare un loro parente, avessi accettato la proposta.
Ci si stava ormai avvicinando a Pozzuoli, termine di corsa, e a Bagnoli salirono due giovani ragazze.

Cavalleggeri
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“ ‘I ci aggie ditto…gliel’ho detto ‘o dottore al dottore ca nun me senteve bbona, ma chille manco p’’a capa mi ha voluto dare ‘o certificato”
Era rammaricata di non aver ricevuto quel che desiderava e lo esprimeva in un linguaggio misto tra un napoletano ed una sorta di traduzione simultanea in italiano.
Una delle due ragazze era evidentemente piccata dal rifiuto del suo medico curante di concederle qualche giorno di malattia. L’altra ascoltava forse distratta anche da suoi pensieri e sembrava non dare peso al dramma dell’amica.
In effetti non appariva sofferente, forse insofferente sì, e nervosa.
Erano due operatrici sanitarie, forse dipendenti da una cooperativa; parlavano di bambini e di colleghi non sempre disponibili al rispetto delle regole. Lo fecero in quella modalità ibrida e ripetitiva come se avessero bisogno allo stesso tempo orgogliosamente di sentirsi autoctoni ma anche italiani. Un’umanità in movimento come il treno che mi conduceva di nuovo verso la mia infanzia, la mia adolescenza e parte considerevole della mia giovinezza. Uscimmo dal tunnel e la luce intensa del sole ci colpì ed illuminò il golfo; come un sipario che si apre davanti a noi lo spettacolo della natura prese tutta la mia attenzione. Nisida, Capri, Miseno, Procida, Ischia, Bacoli, Monte di Procida, Baia, il Monte Nuovo ed il Gauro tutto davanti a me rimandava alla memoria ricordi lontani e vicini. Al di sotto di noi, la città bassa di Pozzuoli con la sua Terra murata; al di sopra il vulcano Solfatara.
Ero a casa. C’era il sole. Mi mossi con i bagagli pesanti a scendere le scale dopo tutti gli altri. Incrociai due sguardi smarriti di extracomunitari e pensai a cosa potesse significare il sentirsi stranieri. Uscii dalla stazione e lessi un graffito sul muro “Salvini unico straniero” e lo fotografai. Pensai “Lo invierò ai compagni che sono impegnati nella campagna elettorale per incoraggiarli. E’ un buon primo saluto civile della mia città”.

Joshua Madalon
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CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – con PRATO IN COMUNE – Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO come candidato di PRATO IN COMUNE di Joshua Madalon

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CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – con PRATO IN COMUNE

Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi

PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO come candidato di PRATO IN COMUNE
di Joshua Madalon

Non conoscevo il Mirco autore del film “La ballata del sacco di Prato” fino a quando, insieme a tante altre persone, non si è avviato un percorso ricognitivo intorno alla Sinistra dispersa in mille rivoli tra gruppi organizzati e singole figure (la cosiddetta “società civile”) alla ricerca di un nuovo approdo. Dopo l’esperienza del referendum del 2016 – 4 dicembre – quella galassia che aveva ritrovato una unità prima non praticata provò sin dalle prime albe del 2017 a riproporsi come un nuovo possibile soggetto politico. E fu, dunque, nelle stanze dello Spazio Aut ed in alcuni Circoli (San Giusto, San Paolo, Paperino) che, lavorando intorno a questa nuova idea, ebbi l’occasione di incontrare Mirco Rocchi e, conoscendolo, di apprezzare le sue doti umane, artistiche, culturali. Fu lui a preparare alcune bozze per il simbolo di quel Progetto che alcuni di noi volemmo, ascoltati da una straordinaria maggioranza assembleare, chiamare “Prato A Sinistra”.
Da quella “storia” sono emerse molte riflessioni di valore politico che ci hanno accompagnato per alcuni mesi. L’idea che ci sorreggeva era riferita alle Amministrative del 2019 ma “Prato A Sinistra” naufragò sulle scogliere delle elezioni politiche del 2018, 4 marzo. Ci si divise, a Prato con naturalezza senza polemiche, tra Liberi e Uguali e Potere al Popolo. Mancò la possibilità di una decisione diversa da quella nazionale, dato che quel rassemblement detto “Brancaccio”, il cui scopo era proprio lo stesso che aveva animato “Prato A Sinistra”, nel novembre del 2018 chiuse definitivamente I battenti.
A Prato alcuni di noi, rappresentanti soprattutto del “civismo”, avendo ormai da tempo abbandonato l’appartenenza a forme partitiche, decisero di rimanere ai margini, pur preferendo agire in modo collaterale all’interno di un percorso più moderato e disponibile ad un dialogo basato su un confronto dialettico. Si sceglieva LeU pur rispettando PaP, i cui aderenti apparivano tradizionalmente meno disponibili a rimettere in discussione strutture del loro pensiero categorizzate come imprescindibili. In un certo senso, l’assolutizzazione del pensiero rendeva impossibile un dialogo, anche se la speranza di una possbilità futura ci sorreggeva.
Ad ogni buon conto la presenza di alcuni, come me, all’esterno di LeU, poneva una condizione sine qua non per la quale non sarebbe stato accolta una scelta di appoggio al Partito Democratico, in particolar modo a quel Partito che non rimettesse in discussione molte delle scelte centriste e molto più consone ad un’Amministrazione di Centrodestra.
L’implosione di LeU, successiva all’esito catastrofico del 4 marzo ed in vicinanza del nuovo appuntamento amministrativo locale del 2019, è stata provocata proprio da questa profonda ambiguità.


simbolo PRATO in Comune

Mirco Rocchi nel frattempo continuava ad occuparsi della sua attività principale, lo spettacolo, il teatro, il cinema ma non ci si perdeva del tutto di vista. Di tanto in tanto ci si sentiva a telefono, a volte ci si incrociava in qualche occasione “culturale”. Intanto, alcune ed alcuni di noi ci si organizzava per riproporre quel percorso unitario alternativo ad un PD che aveva progressivamente perduto (è la mia idea, non condivisa da quanti ritengono che non l’abbia mai posseduta) la sua visione democratica di una Politica al servizio dei più deboli. Abbiamo lavorato insieme, in modo intenso nella seconda parte del 2018, rappresentanti ufficiali di un mondo politico strutturato di Sinistra, come Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista (Potere al Popolo forse osservava ma non partecipava), e singoli appartenenti ad ex forze politiche e persone sensibili elettrìci senza mai avere aderito ad alcuna compagine.
Il 6 ottobre abbiamo presentato il nostro Manifesto in un incontro al Cinema “Terminale”. In quell’occasione sia Andrea Martinelli che io chiamammo Mirco. Ricordavo che sui temi della Cultura aveva preparato un suo intervento articolato e connotato da una visione originale dei temi già ai tempi di Prato A Sinistra ed avendone un file lo ristampai, chiedendogli di proporlo all’Assemblea. Mirco venne ed intervenne con la sua straordinaria capacità comunicativa, aggiungendo nuove elaborazioni ai contenuti del documento di un anno prima.
Da quell’incontro poi presero il via alcuni Gruppi di Lavoro e sulla Cultura, pur avendo io delle esperienze pregresse e mai del tutto abbandonate, pensammo di affidarne la guida a Mirco, che tuttavia era spesso in giro per I suoi impegni lavorativi. Su quei temi infatti abbiamo tardato. Ci siamo occupati di Urbanistica, di Scuola, di Welfare, di Democrazia partecipata, di Lavoro e di tante altre questioni. Sulla Cultura pensavamo sempre che se ne dovesse occupare Mirco Rocchi e così a metà dicembre 2018 convocammo un primo incontro organizzativo sulle tematiche culturali al Circolo ARCI di Coiano. In quell’occasione – con Mirco e Marzio, unici presenti oltre me – emerse l’idea di organizzare un vero e proprio evento programmatico sul tema “Le Culture nella città che vogliamo”, proponendo a Mirco di condurlo. Avremmo noi strutturato, attraverso il coinvolgimento di altre figure rappresentative delle varie forme di Cultura (quella giovanile, quella di genere, del mondo del lavoro, antroposociologica, sportiva, artistica, teatrale, e altro) quella serata, che si svolse con grande partecipazione e successo il 16 gennaio del 2019 presso il Circolo “Curiel”. L’idea, che si è rivelata vincente era che la Cultura sia elemento fondamentale dell’attività amministrativa e che dovesse sostanziare di contenuti ogni altra tematica.

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A quell’incontro del 16 gennaio era stata invitata anche un’altra persona, una giovane donna rappresentativa anche dell’universo culturale e civile della Sinistra, alla quale avevamo mostrato interesse affinchè fosse lei a guidare la lista (o le liste, nell’eventualità che si fosse costruita una coalizione) del nostro soggetto politico. Non c’era stato un rifiuto anche se non c’era stato nemmeno un assenso: diciamo che il nostro era, come si suol dire, un “cauto ottimismo” verso un’accettazione di questa proposta. Non ho una documentazione certa su come davvero siano andate le cose, ma sono molto sicuro invece sul fatto che la sua candidatura venisse letta da una parte come “escludente” rispetto a quel che erano le attese di “una parte” minoritaria che aveva già in modo separato una propria candidatura da proporre. Anche per questo motivo, come potete ben capire, taccio sull’identità della nostra prima proposta.
Di fronte al naufragio di una proposta che consideravamo “sintesi” del Progetto di Prato in Comune, alcuni di noi hanno pensato a Mirco, con il quale avevamo nel frattempo instaurato un rapporto molto più denso e continuativo. La storia di Mirco cominciavamo a conoscerla un po’ alla volta e ci convinceva vieppiù la sua appartenenza ad una realtà culturale che metteva insieme tutta una serie di elementi politici ad una parte di noi molto vicini (essere lui un chiaro appartenente agli immigrati interni, avere sostenuto con il voto sempre forze di Sinistra senza mai avere aderito ad un Partito, guardare alla realtà pratese con uno sguardo libero da pregiudizi annosi, occuparsi dei giovani in modo specifico attraverso il Teatro, il Cinema e l’Arte collaborando con l’Università, essere particolarmente attento ai temi ambientalistici, urbanistici e sociali), la qual cosa ci aiutava a realizzare al meglio l’obiettivo di creare un collegamento con il mondo al di là delle forze partitiche strutturate e quello di aprirsi a quella parte della Sinistra delusa dalle politiche neocentriste ed ambigue, dal punto di vista ideologico, del Partito Democratico.
Mirco Rocchi è una persona che possiede una preparazione culturale derivante dalla sua apertura mentale e grande disponibilità al confronto. Sin da subito, dopo aver accettato di partecipare alla sfida insieme a noi, si è messo a lavoro, facendo contemperare i suoi numerosi impegni lavorativi, prevalentemente artistici, a quelli nuovi ai quali noi con un “tour de force” incessante lo stiamo sottoponendo.

Joshua Madalon

simbolo PRATO in Comune

CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – 3 GIU’ LE MANI DALLA GRETA

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CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – 3

GIU’ LE MANI DALLA GRETA

Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi

Scandali che vanno scandali che vengono. Mentre la vicenda Marino aiuta a riflettere su quanto male abbia fatto al decorso del Partito Democratico la presenza di Matteo Renzi e di coloro che lo hanno aiutato e sostenuto “convintamente”, quel che sta accadendo in queste ore in Umbria ci sospinge a ritenere che il malessere non possa essere considerato sulla via della guarigione. Beninteso, può darsi che anche questi sospetti possano essere considerati “non sussistenti” ed in cuor nostro ce lo auguriamo; ma vediamo anche intorno a noi, e soprattutto all’interno di quelle forze che hanno una loro consistenza per così dire “di massa”, un groviglio di paradossi e contraddizioni nello stile puro del “politichismo” peggiore. Troppe connivenze esplicite e nascoste spingono a lanciare promesse impossibili e peraltro inesistenti su quelle carte che consideriamo “ufficiali”. E così ai difensori dell’Ambiente si promette battaglia su quei temi, a partire da un certo qual “no” all’Aeroporto per andare alle centinaia di migliaia di nuovi insediamenti arboriferi mentre d’altra parte si continua a coprire di cemento zone verdi con inutilizzabili appartamenti, dai costi esorbitanti e proibitivi per la stragrande maggioranza della gente, soprattutto delle nuove giovani generazioni, destinate a subire condizioni disumane nell’ambito lavorativo.
E’ da parecchi anni che si chiede di riconvertire il settore dell’edilizia dal nuovo al recupero del patrimonio esistente con operazioni di riadattamento di messa a norma e di adeguamento energetico; invece si preferisce elevare manufatti nuovi che fanno diminuire gli spazi verdi. Di tutto questo, che è ben chiaro nel Piano operativo, si tace quando si vuol parlare ai giovani ed a quella parte di elettorato più sensibile a queste tematiche. Detto con molta più chiarezza, trovo ipocrita e davvero fuori luogo il farsi scudo della Greta.

Joshua Madalon

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PRATO E DILETTANTISMO AMMINISTRATIVO – L’emergenza rifiuti

Mie care e miei cari “pochi lettori” (mneno di quelli manzoniani, forse!), scrivevo questo post tra giugno e Agosto del 2017.
Siamo in dirittura d’arrivo di una campagna elettorale nella quale si fa a gara a proporre il tutto ed il suo contrario. Ci sono molti aspetti che ci mostrano una realtà “peggiorata” a causa di un’Amministrazione incapace, alla cui difesa non si può frapporre una identica posizione ideologica.
Indubbiamente la lista “politica” che rappresento, “PRATO IN COMUNE”, sente doverosamente – e non per partito preso – di non condividere le posizioni espresso dal candidato della Destra – ed in modo specific – della Lega. Esse si pongono in modo distruttivo e diseducativo, senza tener conto delle reali problematiche, parte delle quali già esprimevo in questo post del 2017.

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reloaded di un post dell’8 giugno u.s. – PRATO E DILETTANTISMO AMMINISTRATIVO – L’emergenza rifiuti

Una città allo sbaraglio: non parlo della Capitale, dove la responsabilità del degrado è antica e non può essere addebitata esclusivamente alla Giunta in carica, sulla quale ho espresso forti critiche soprattutto in relazione ai livelli culturali ed alla possibilità di discostarsi da quelle precedenti per rinnovare in meglio quei territori. Parlo di Prato, la cui realtà penso di poter conoscere meglio in modo diretto, vivendoci da circa 35 anni ed avendo ricoperto incarichi politici ed amministrativi di secondo livello a cavallo del passaggio di secolo per tre quinquenni.
Nelle prossime settimane tratterò altri aspetti del degrado urbano da diversi punti di vista. Oggi mi soffermo sull’emergenza rifiuti.
Da alcuni mesi è stato completato gradualmente nell’intera città il progetto di raccolta porta a porta dei rifiuti solidi urbani. La partenza ha rilevato grossolane sottovalutazioni dal punto di vista educativo in larga parte della città, insieme ad una profonda incapacità gestionale complessiva delle esigenze reali. Come spesso accade, le critiche in partenza si sono dirette sui classici “capri espiatori” rappresentati dagli “stranieri”, in primis la comunità cinese. Ci sta che possa anche essere parte “rilevante” della verità, visto il degrado che caratterizza l’habitat di larga parte di quelle comunità, condizionate dal “mercato” a vivere in ambienti del tutto insufficienti sia per spazio che per igiene. E quindi occorreva una riflessione globale che colpevolmente sarebbe far partire a posteriori, consolandosi con un “meglio tardi che mai”.
E’ così: manca la “progettazione” e si viaggia a tentoni, facendosi prendere da isterismi vari, come quel punitivo infantile rifiuto di far svolgere una delle manifestazioni culturali più riuscite che coinvolgeva realtà locali con la comunità cinese, la “Festa delle luci”.
Andando “oltre” le comunità straniere destinatarie dei primi “strali” popolari, cavalcati dalla Destra e dalla pseudo-Sinistra di governo, il degrado appare diffuso a tappeto in tutta la città, essendo chiaramente insufficiente il servizio di raccolta porta a porta programmato dalla società ALIA che ha inglobato Asm. Occorrerebbe un intervento progettuale che crei intanto una profonda intensa “cultura del riciclo”, coinvolgendo il tessuto complessivo della società, creando semmai sovrastrutture e strutture territoriali umane coinvolgenti. Non è certamente inutile sottolineare come nell’ultimo quinquennio sia venuto a mancare completamente l’apporto della sovrastruttura amministrativa, denominata Circoscrizione, che non è stata sostituita nemmeno da un livello volontaristico riconoscibile e riconosciuto.
In alcune parti della città più che in altre il degrado è evidente; le abitazioni nel centro storico o nell’immediata periferia sono state costruite in assenza di vincoli specifici per garantire il rispetto dell’igiene: tante di esse non hanno spazi sia interni che esterni in grado di sopportare il “lezzo” dell’organico nell’attesa del turno di raccolta ed il “package” esagerato richiesto da un “mercato” assolutamente impermeabile a rinnovarsi, adeguarsi alle nuove esigenze non consente di essere raccolto in spazi esigui senza creare problemi di convivenza nella comunità dei condomini. E quindi che dire? Non vale la pena stare a discutere dei massimi sistemi senza rendersi conto che è dalle nostre radici, dai piedi, dalla terra che calpestiamo che bisogna partire.

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