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IRRICEVIBILI FANFARONATE E SERIE PROPOSTE

Belluno 2
IRRICEVIBILI FANFARONATE E SERIE PROPOSTE

Negli ultimi giorni su Facebook, prototipo dei socials e testimone eminente dell’umana follia del XXI° secolo, si è svolto un dibattito che si occupava della mancata o scarsa o non pronta evidenza delle varie tragedie che hanno colpito il Paese ed in particolare il Nordest, con particolare attenzione all’area bellunese. Veniva denunciata la mancata pubblicizzazione da parte della stampa “di regime” (sic!) con una modalità pretestuosa e vuota di contenuti. Un attacco che veniva molto chiaramente da aree di Destra che intendeva essenzialmente diffondere la rabbia tra la gente del Nord nei confronti della Roma (non la squadra di calcio), che ora come ora non può essere più “ladrona”, visto che quella “Lega” che sventolava tali slogan è stata peraltro condannata proprio per ragioni che con quel “ladrona” hanno eccellenti riferimenti.
Quell’intervento tuttavia appariva fuori luogo a coloro che seguivano le informazioni attraverso la televisione in modo imparziale, dato che il cataclisma stava colpendo diverse zone del Paese ed è chiaro che non si poteva accontentare soltanto una parte di esso ed in modo particolare chi seguiva solo il proprio punto di vista, considerandosi “ombelico del mondo”.
Questi alcuni passi del post di cui parlo

“In Veneto sono giorni che le cataratte del cielo si sono aperte.
I danni sono incalcolabili, interi paesi nel bellunese rasi al suolo, migliaia di persone senza elettricità, senza acqua potabile, senza gas.
E tutto nel vergognoso silenzio dei media.
Tutto nella vergognosa indifferenza del resto del paese.”

Faccio notare però che attraverso la solita catena di solidarietà dalle mie zone già immediatamente e non per soddisfare l’egotismo dell’autore del post stavano partendo i soccorsi. Faccio notare che La7 attraverso il suo direttore già da qualche ora chiedeva di poter avviare una raccolta di liberi contributi come già fatto in altre occasioni (ciò non può avvenire attraverso un colpo di bacchetta magica, ma con meccanismi di garanzia istituzionali): il “noto” estensore lamentava anche “Niente gare di solidarietà, niente “dona 2 euro al numero…”.
Evito di aggiungere altro su questo individuo, mentre do un riconoscimento ad un altro figlio di quelle terre che contemporaneamente avanzava una proposta seria:

“Proporrei un fondo pluriennale che metta assieme risorse che stanno per essere stanziate per il reddito di cittadinanza,per i fondi stanziati per i comuni di confine,alfine di finanziare un grande progetto pluriennale dove si occupano dei disoccupati che formati e guidati da ditte boschive e agricole , anche edilizie e sotto il controllo dei comuni o dei servizi forestali possano servire a recuperare i boschi cancellati,la costante manutenzione idrogelogica e ambientale,la cura del territorio,gli sfalci.A mio parere sarebbe cosa utile e apprezzata da tutti e potrebbe mettere d’accordo perfino i mercati finanziari e l’unione Europea.”

Conosco quella realtà. L’ho amata e l’amo ancora. Conosco il carattere dei veneti, soprattutto quelli di altura e so per certo che hanno una grande forza, una straordinaria intelligenza e che apprezzeranno chi fa proposte serie e non fanfaronate,anche se sembrano essere di moda (penso in modo particolare a quell’invettiva di Salvini sugli “ambientalisti da salotto” senza alcun senso come tante delle altre sortite pittoresche dell’attuale Vicepremier).

Joshua Madalon

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DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”


Non è una recensione, ma soltanto una serie di appunti sulle impressioni di uno spettatore, inconsapevole e parzialmente sprovveduto, sullo spettacolo di apertura della stagione teatrale del Teatro “Metastasio”. Non è una recensione perché, pur avendo qualche competenza in campo teatrale e cinematografico nel mio curriculum non ne posseggo alcuna nel campo artistico contemporaneo ipertecnologico. E quindi dovrei stare zitto? Niente affatto, visto che l’operazione della quale parlo consiste in una forma multidisciplinare mista tra letteratura, teatro, arte videocinematografica, computer grafica, danza, musica. Un bel mix a volte sovrapposto in una contemporaneità di azioni che inducono allo stordimento ed obnubilano le menti “mature” (per l’età) come quella mia.
Sto parlando di “Decameron 2.0” che già dal titolo annuncia un messaggio ben preciso. Utilizzare questi stilemi antichi e contemporanei tutti insieme per trattare dell’opera maggiore di Giovanni Boccaccio. Tutto sommato c’è un buon inizio sul buio di sala e palcoscenico con l’introduzione in voce da parte dell’autrice-regista della descrizione della peste del 1348 così come narrata dall’autore toscano quasi in diretta. Peccato che man mano che si va avanti, accanto alla oggettiva difficoltà della comprensione di un linguaggio necessariamente trecentesco ed aulico si sovrapponga una musica assordante in progressione che lo rende inintelligibile. Ma ci può stare anche questo: uno spettatore “preparato” sicuramente quella parte dell’opera boccacciana (non “boccaccesca” che allude alla licenziosità di alcune nvelle) se la sarà andata a rispolverare. E ci può stare anche che vi siano danzatori che nelle pose a volte si ispirano a danze macabre bianche e nere ed in altri momenti ripropongano immagini arricchite da sgragianti colori che richiamano alcune miniature, che poi vengono utilizzate a pieno nei video che di tanto in tanto appaiono su uno schermo piantato nel mezzo del fondale. Ed è anche profondamente giusto che il chitarrista viva la scena in diretta eseguendo la partitura che accompagna l’intero svolgersi del testo teatrale. Che, occorre dirlo, è naturalmente inconsistente dal punto di vista “classico”. Molto gradevole è la canzone rap sul testo petico di Boccaccio inserito nella novella settima della decima giornata, quella per capirci della Lisa e del re Pietro d’Aragona.

Muoviti, Amore, e vattene a messere,
e contagli le pene ch’io sostegno;
digli ch’a morte vegno,
celando per temenza il mio volere.

L’uso della computer grafica indubbiamente eccellente e professionale si contrappone ai temi letterari narrativi che di volta in volta vengono accennati, mai completamente svolti; si assiste ad un’attualizzazione del tema della peste e della crisi morale trecentesca, che ha tuttavia funzione catartica e rigenerativa, in una sequenza di sincopati lemmi che richiamano la tecnologia comunicativa dei giovani sia nella composizione di messaggi video sia in quella più moderna di Twitter e Whatsapp e che non offrono la stessa speranza di un recupero di umanità.
Certamente il messaggio ha un suo senso dal momento che si propone di sottolineare proprio la disumanizzazione derivante dalle tecnologie e. aggiungo io, la sfiducia verso il futuro, dato che non è ancora in vista un nuovo Umanesimo, come invece accadeva in quel tempo così lontano e così simile al nostro, che è in piena decadenza.
A mio giudizio, ma ripeto che non ha un gran valore, è la composizione complessiva, l’impasto, a non reggere del tutto. In generale non c’è passione che emerga, non c’è coinvolgimento del pubblico, che assiste passivamente allo snocciolarsi dei vari e diversi elementi. Ed anche la conclusione non è accompagnata come di consueto ad una partecipazione, tanto è che giunge inattesa, malgrado il tempo trascorso non sia stato poco .
Un lavoro molto interessante nelle diverse parti ma non nel suo insieme che risulta non ben riuscito al di là delle singole qualità espresse. Pubblico freddino, compreso la parte giovane più avvezza alle tecnologie moderne, che dovrebbe far riflettere gli organizzatori, anche se trovo difficile ed impossibile intervenire per modificare il tutto. Un ultimo appunto: i testi in inglese sono resi frenetici dalla tecnologia e non raggiungono molte volte il pubblico.
Ad ogni modo, uno spettacolo che va “rivisto” non solo nel senso delle possibili modifiche, ma anche “da rivedere” come spettatore…..

Joshua Madalon

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – parte 3

Ci siamo avviati verso il centro, ripassando accanto alla Chiesa di San Vincenzo ed al Monumento ai Caduti e oltrepassando l’ampio arco sotto la strada che pota al Rione Terra. La piazza della Repubblica era già gremita di avventori seduti ai tavolini dei bar che ormai occupano lo spazio centrale in lungo e in largo, lasciando ai passanti non consumatori piccoli varchi. Anche questo è un segno della modernità sconosciuta a noi quando eravamo giovani. Qualcuno dei miei coetanei si rammarica di questi aspetti ma tende a minimizzare l’impatto che nella nostra società ha avuto l’era berlusconiana, peraltro preceduta da quella craxiana e seguita da quella renziana. Di quei periodi siamo tutti responsabili, e non possiamo fingere di non esserlo. Li abbiamo subìti tirando a campare: alcuni addirittura ne hanno usufruito ed il dilemma è se siano ipocriti o pentiti. Anche per questo motivo fino all’ultimo nostro respiro, mostrando il ravvedimento, a rischio di essere sbeffeggiati ed insultati, di non essere creduti, dobbiamo impegnarci a riprendere il cammino di una vera e propria Sinistra di Governo. Attraversiamo dunque una parte del Corso della Repubblica e svicoliamo per via Cosenza, detta ‘O canalone, perché fino ai primi anni del secolo scorso a causa dei fenomeni bradisismici Pozzuoli poteva sembrare una piccola Venezia, attraversata come era dal mare. Oltre a qualche foto antica di repertorio cartolinesco ci sono dei frame nel film muto “Assunta Spina” del 1915 che riprendono proprio questa strada invasa dall’acqua e corredata di ponteggi per l’attraversamento: non proprio la Venezia dei ponti ma quella dell’acqua alta.

 

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Decidiamo di dirigerci poi verso le rampe San Giuseppe, più agevoli di altre per portarci verso casa in collina. Si attraversano i binari della ferrovia Cumana, vetusta linea che da Torregaveta, frazione di Monte di Procida, porta a Napoli Montesanto, luogo centrale che attraverso la base dei Quartieri spagnoli e Pignasecca esce verso Piazza Salvo d’Acquisto e via Toledo, centro vitale della città di Napoli. Si cominciano a salire le scalinate lunghe che lasciano tempo anche al riposo, aiutate da un panorama eccelso di una parte del centro flegreo e del golfo fino a intravedere Monte Nuovo e il castello aragonese di Baia.

Le pareti delle rampe che portano poi alla Chiesa del Ss Nome di Gesù nota tuttavia come San Giuseppe ed all’ingresso secondario della Villa Avellino, che prende il nome da un archeologo Francesco Maria Avellino che la possedette a partire dal 15 marzo 1836, sono state decorate dalla fine del 2014  con murales da artisti locali come Stefania Colizzi, Aida Guardai, Antonio Isabettini, Bianca Ida Gerundo. Rappresentano con riferimenti locali i quattro elementi della natura Acqua, Aria, Terra e Fuoco. Gli elementi della natura sono anche accompagnati da riferimenti leggendari mitologici ed epici. Anche se un po’ invecchiate con il tempo sono forme gradevoli che rendono ancor meno faticoso il procedere. Salendo inoltre si incrocia la parte occidentale del complesso di palazzo Toledo, quella però meno pubblica. In alto poi si raggiunge la Chiesa e viale Capomazza per riprendere, passando accanto alla splendida chiesa barocca di San Raffaele, la strada che conduce al complesso di Villa Avellino-De Gemmis e si inerpica verso la Solfatara.

Joshua Madalon

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PASSEGGIATE FLEGREE di metà settembre 2018 – parte 2

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PASSEGGIATE FLEGREE di metà settembre 2018 – parte 2

 

Abbiamo deciso di scendere verso via Napoli attraverso le rampe Cappuccini sul far della sera per godere dell’ultimo sole d’estate rinfrescato però dalla brezza marina attenuata, quel caldo ma non tanto, piacevole frescolino serale. Lavi è scesa indossando un paio di infradita che hanno deciso di interrompere la loro collaborazione ed una dopo l’altra in diverse parti l’una dall’altra si sono rotte. Scegliere di utilizzare la pianta nuda dei piedi in un ambiente come quello di Pozzuoli non è proprio l’optimum e  allora dopo un tentativo di Mary, fallito, di riaggiustarle alla meglio, mia moglie stessa decide di andar in uno dei negozietti cinesi della città, che di certo è aperto nonostante sia domenica e per giunta di sera, a cercare un paio di ciabatte per sostituirle. Lavi ed io siamo rimasti seduti alla prima panchina libera che abbiamo trovato sul lungomare.

Si sorride del caso, rilevando che ogni volta che si decide di venir fuori qualche caso strano ci accade. Ricordiamo l’episodio dell’ape sulla spiaggia di Acquamorta che ci ha costretti a cambiare programma e temiamo possa accadere qualcosaltro di nuovo. “Questa è mia figlia Lavinia!” dico ai due amici gentili che si sono avvicinati. Gentili anche per un cortese passaggio serale di qualche giorno prima, quando eravamo scesi giù Mary ed io e li avevamo incontrati sullo stesso percorso. Spiegato l’accaduto, la gentilezza si ripete: “Se avete bisogno, questo è il mio numero di cellulare! Chiamateci e vi riportiamo volentieri su, più tardi”. “Grazie, ad ogni modo vi aggiornerò brevemente”.

Di lì a poco, un messaggio whatsapp di Mary ci annuncia che ha trovato un paio di ciabatte e che arriva, noi di risposta diamo indicazione del luogo dove ci troviamo.  Sono buffe le ciabatte, tipicamente cinesi, che ci porta Mary, ma dopotutto Lavi le utilizzerà. Annunciata da una telefonata, appare anche Teresa, la zia e la cognata, che ci ha raggiunto per fare una passeggiata. Finalmente. Ci fermiamo sul Lido che è stato strutturato quest’anno  sulla scogliera ed argomentiamo intorno alla difficoltà di poter nuotare lì davanti con le onde che battono sulle impalcature: pensiamo anche ai bambini che non sanno ancora nuotare e ci chiediamo anche come si possa investire in strutture turistiche marine in assenza di balneabilità, accertata e palesata con cartelli diffusi su tutta la linea della riva. So che potrebbero rispondere che lo spazio, piuttosto elegante, opera come “solarium” e la discesa a mare attraverso delle ampie e sicure scale in legno serve esclusivamente per bagnarsi senza immersione.

In questo scorcio di fine estate la sera, prefestiva e festiva, gli spazi vengono utilizzati come bar esclusivo, il cui accesso è sorvegliato da un giovanotto che facendo passare chi lo desidera comunica agli addetti al servizio del locale quanti posti sono necessari preparare. Un segno, questo, di professionalità che fa piacere scoprire e che, tutto sommato, rende meno severa la critica. Non è il mio mondo, questo; non lo è mai stato. Ma ne conosco l’esistenza e non mi ergo a giudice sulle scelte libere soprattutto dei giovani.

Ci si muove per procedere. La serata è calda piacevole, come si era annunciata.

Joshua Madalon

 

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PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – ‘o Valione

 

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PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – ‘o Valione

L’impatto è devastante; il Valione è uno dei luoghi dove Mary ed io andiamo frequentemente. Ci sono molti motivi che ci spingono a farlo. Nei prossimi post ne parleremo. Tornando in questi luoghi nel settembre 2018 dopo una mia breve assenza da Pozzuoli abbiamo visto che non è accessibile più “per lavori”. E ci siamo chiesti: Qual è il Piano alternativo per la fruizione anche parziale dello spazio detto “O Valione” da parte dell’Amministrazione comunale di Pozzuoli ora che stanno per partire i lavori di risistemazione di quella parte? Come sarà possibile accedere alla Chiesetta della Madonna Assunta ed al Laboratorio Vallozzi? E come si pensa di rendere meno complicata la vita dei pescatori che avevano accesso per trasportare tutto ciò che era necessario per il loro lavoro?

Non penso di potermi ergere a loro interesse e difesa, non ne ho il diritto né le competenze. Ma ho la sensazione che tutto sia stato ordinato senza concordare preventivamente le soluzioni. Da un giorno all’altro sono state sistemate delle  alte recinzioni che hanno delimitato il perimetro della darsena e  ne hanno limitato l’accesso.

 

 

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Abbiamo incontrato qualche giorno fa Antimo Vallozzi, l’ultimo rappresentante di una famiglia di Maestri d’ascia, davanti al suo Laboratorio; aria stanca che tuttavia sparisce quando lo si coinvolge nel racconto di quello che è stato il suo lavoro. Ha davanti a sé un modellino di nave: è del nipote e lo sta restaurando.      Ci parla anche delle caratteristiche della barca “puzzulana” (di Pozzuoli)  della cui costruzione è specializzato tecnico e descrive la differenza tra questa e quella “sorrentina”. . Ci racconta del progetto “ultima barca” preparato da alcuni anni e mai avviato a causa di vari eventi e condizioni sfavorevoli. Ne volevano fare un documentario che seguisse le varie fasi; poi sono morti un fratello ed uno degli organizzatori locali ed il documentario è stato realizzato solo in parte attraverso interviste e documentazioni  (“Una città in barca” è il lavoro di Dario Antonioli del 2014 contornato ancora da un lieve ottimismo relativo al futuro)  ma l’ultima barca non è stata costruita.      Antimo Vallozzi rammaricato ci dice che tutta la legna che doveva servire per quel progetto è accatastata là dentro il casotto e non ha più né la forza né la voglia di metterci  mano:  avverte la stanchezza e la solitudine. Tra l’altro l’Associazione che avrebbe dovuto sovraintendere a quel lavoro “si è sfasciata” come una vecchia barca. Inoltre denuncia gli atti di vandalismo subiti e lo scarso rispetto che i giovani hanno per quel luogo, utilizzato spesso come bivacco notturno dove ubriacarsi e far trascorrere “allegramente” la serata. Antimo Vallozzi è forse anche disilluso dalla trascuratezza vissuta anche umiliazione da parte delle istituzioni che non sono state in grado di valorizzare le sue competenze aiutando a trasmetterle a nuove generazioni. Vita difficile e grama, con scarsi risultati economici ma vita sana certamente e aiutata da interventi pubblici e privati di sostegno culturale a questa attività. Ma purtroppo non c’è la giusta sensibilità verso il passato tale da poter traghettare al futuro la conoscenza tecnica di quel mestiere.

Ci siamo andati insieme a nostra figlia Lavinia, curiosa osservatrice degli aspetti sociologici ed antropologici della terra di origine dei suoi genitori. Ci siamo arrivati dopo un sopralluogo alla ricerca dei ricordi, così come qualche giorno prima ci eravamo andati, Mary ed io.

“Ah, mastu Peppe era proprio nu scassacazzo! T’’o ricuorde?” e chi era Mastu Peppe? La prossima volta ne parleremo.

 

 

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IL TEMPO NON TORNA PIU’ La corda, usurata, si rompe! Sappiatelo

 

 

 

IL TEMPO NON TORNA PIU’

 

La corda, usurata,  si rompe! Sappiatelo

Se corro con la mente indietro nel tempo, trovo sempre più il senso della sofferenza che alcuni di noi hanno patito nella partecipazione ricca di ideali e passione alla vita politica.

La saggezza degli anziani mi aveva accompagnato nel corso degli anni giovanili, consigliandomi di non occuparmi di Politica, ma “giovane” e ribelle come si addice all’età dei quindici-venti anni non potevo sottrarmi all’impegno per combattere le ingiustizie e soprattutto le differenze di classe.

Ho raccontato tante parti di me, non – come suppone un mio attuale detrattore – per vanità, per segnare il passaggio dei nostri giorni ad una fase rigenerativa, superate le secche delle delusioni.

Basta seguire questo Blog e leggerne alcuni post dal 2014 ad oggi, anche se costerà fatica a chi volesse aderire a questo invito, per capire le fasi delle delusioni e quelle delle battaglie culturali e politiche.

Non sono stato uomo di rotture decise, ho sempre privilegiato passaggi soft, anche se come nel caso della mia esperienza consiliare in Comune “sbattendo la porta” (così dissero alcuni giornalisti) ma transitando temporaneamente in Gruppo misto indipendente.

Ci fu poi il mio periodo con l’Asinello attratto da Prodi e da Landini Goffredo. I Democratici prodiani poi si accostarono al Partito Popolare, ex DC che aveva formato poi la Margherita. Per me la scelta non poteva prendere quella strada: altri lo fecero. Ma le differenze erano notevoli tra il mio ed il loro pensiero e, così, all’insegna di un nuovo passaggio soft, entrai nei Democratici di Sinistra, visto che nel frattempo il PDS era stato già superato.

Intanto veniva avanti una nuova idea, tutto sommato accattivante, pensando alla possibilità di smantellare metodi e pratiche politiche. Illusione ovviamente di un giovane cinquantenne. Il nuovo soggetto mi vide in una prima fila, a seguire dapprima le giravolte di un gruppo che si era costituito intorno all’avvocato Rocca per poi decidere, di fronte alle ambiguità ed alle indecisioni di questa prima esperienza, di costituire ufficialmente il Comitato per il PD insieme alla carissima amica Tina Santini.

Quel periodo ha evidenziato in modo palese le ragioni per cui l’attuale PD sta fortunatamente correndo verso la sua autodistruzione.

Insieme ad altre persone stiamo lavorando per mettere in piedi un nuovo soggetto plurale che rappresenti le idee della Sinistra a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Sarà un’impresa; ma vale la pena provare.             Mi aiuta padre Dante Inferno canto XXVI vv.114-116   “…a questa tanto picciola vigilia / de’ nostri sensi ch’è del rimanente / non vogliate negar l’esperienza….”

 

Non possiamo sottrarci: non mi rimane molto da vivere, anche se mi auguro che avvenga più tardi possibile, ma non è umano pensare di avere “tutto” il tempo a propria disposizione. Bisogna dunque mettere tutta la nostra forza in gioco.

 

J.M.

AGOSTO FLEGREO 2018 – 6

 

 

AGOSTO FLEGREO 2018 – 6

La scalinata che dalla chiesetta di San Vincenzo porta verso la passeggiata che si distende tra I blocchi di case marinare e la scogliera ha un che di aristocratico e pare molto adatta a location di sfilate di moda. Purtroppo come notavo precedentemente l’ambiente si è progressivamente degradato, forse non più di quanto lo fosse prima. Le aiuole sono aride e prive di radici, come se vi fosse passata un’orda di cani barbarici. L’idea era interessante anche perché prevedeva che una striscia di terra o ponti di legno sorretti da travi d’acciaio avrebbe dovuto abbracciare l’intero corpo del Rione Terra e spuntare all’altezza della Chiesina della Madonna Assunta; per capirci meglio nel luogo dove eravamo poco prima.

La passeggiata è romantica e colma di tanti ricordi cinematografici: mi viene in mente subito il corto di Antonio Capuano, “Sofialorèn”, inserito ne “I Vesuviani”.

 

Il panorama volgendoci a destra è indimenticabile; mentre a sinistra lo sguardo va a colpire quella struttura incompiuta, giustamente forse tale, elevata sulla base dell’ex Ristorante “Vicienzo a mmare”. E’un colpo allo stomaco ritornare ogni volta e trovarla in piedi. C’è stato un acceso dibattito tra vecchi amici, interrotto per motivi tristi. Lucio era convinto che sarebbe stato meglio rimettere in piedi la vecchia struttura in legno; sono convinto, lo ero già da prima, che il tempo non ritorna mai indietro e che, una volta distrutto un manufatto anche per l’incuria della proprietà successivamente ai fenomeni sismici che hanno prodotto ben altre profonde ferite nella realtà puteolana non si possa pensare ad una ricostruzione ma vada abbattuto ed utilizzato semmai per scopi pubblici. Anche in questo caso ci è sembrato che l’indecisione prevalga e che torneremo molte altre volte in questa città e ritroveremo il “mostro”. Eppure a quello spazio mi legavano ricordi festosi e ricchi di passione politica ed anche in questo caso immagini del Cinema, come quelle di “Catene” degli anni Cinquanta con Amedeo Nazzari.

 

 

 

Superato quell’obbrobrio abbiamo passeggiato serenamente lungo il nuovo Corso Umberto con il Lungomare Pertini e Lungomare Yalta, frequentatissimi da persone di tutte le età soprattutto verso sera quando si può godere la brezza marina. Spazi vari, sedute comode per larghezza e straordinariamente pulite; ampio lo spazio per il passeggio tanto che si può proseguire in pattini o bicicletta. E’ uno dei luoghi dove quasi ogni sera si va ed a volte si incontrano vecchi amici.

Rendo omaggio a Claudio Correale mostrando uno dei suoi video che illustra proprio questa parte della città. A metà percorso io e Mary ci siamo fermati davanti ad un balcone arredato artisticamente un po’ come quelli della Napoli del popolo. Ma ne parleremo poi.

J.M.

AGOSTO FLEGREO 2018 – 5

 

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AGOSTO FLEGREO 2018 – 5

Di fronte al Monumento ai caduti c’è la sede dell’Ufficio Turistico.  Avevo avuto modo di fotografarlo mentre, nell’approssimarsi della stagione estiva a giugno era tristemente “chiuso” con l’indicazione che “erano finiti i fondi”.  Segno anche questo dell’indolenza fatalistica di questo popolo che pure mi appartiene; dell’incapacità a progettare di cui già accenno altrove. Era aperto ma allo stesso tempo chiuso; ho picchiato lievemente le nocche sul vetro ed una gentile signorina è venuta ad aprire. Quasi certamente incolpevole e succube di un destino, non ho argomentato in merito al suo futuro, limitando la richiesta ad un paio di riviste qualitativamente di buon livello, “My Country”. Fossi un visitatore inglese qualsiasi della classe operaia sarei compiaciuto; se però fossi un inglese colto mi porrei più di un quesito in merito alla necessità di intitolare una rivista che parli del tuo paese italiano, intitolandola “My Country”. La nostra è una lingua storicamente importante, al di là della sua diffusione universale.

Abbiamo ritirato le riviste e salutato. Procedendo a ridosso del rione Poerio ristrutturato in modo egregio utilizzando le forme mosse preesistenti, siamo passati davanti alla composizione maiolicata di un trittico che rappresenta  a sinistra di chi guarda la Vergine del Rosario con il Bambino supplicata da San Vincenzo Ferrer e dalle anime dell’Inferno; da notare anche il simbolo dei Domenicani, un cane con in bocca una fiaccola accesa. Al centro poi la Crocifissione con personaggi contemporanei alla realizzazione del trittico adoranti. A destra di chi osserva poi l’Apoteosi di San Vincenzo che sovrasta una delineazione di come doveva essere la città di Pozzuoli a metà Ottocento, età in cui il trittico fu realizzato. E’ una delle opere artistiche più importanti della Pozzuoli moderna ancor più per il fatto che sia godibile pubblicamente.

 

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La Chiesa ha una sua grazia naturale anche per la sua collocazione e per quella della canonica la cui struttura scenografica interna ed esterna sospinge verso il mare. Credo che il mio amico Giuseppe Gaudino puteolano e cultore a suo modo “artistico” della storia locale ne abbia tratta ispirazione per uno dei suoi ultimi film, “Per amor vostro”, in quelle inquadrature oniriche che spingono oltre balconi e finestre. Ai visitatori chiedo di non limitarsi alla visita della Chiesa ma di procedere a sinistra percorrendo qualche ansa della canonica fino ad affacciarsi sul lungomare che si trova a destra dello scheletro orrendo dell’ex “Vicienzo a mmare”.

 

Noi avveduti infatti procedemmo in tale direzione ed un gentilissimo sagrestano anziano ci tenne compagnia senza negare dettagli storici ed archeologici conditi da inserti antropologici, tutti insieme abbastanza inesatti ma appassionati.

 

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Dalla terrazza il panorama è magnifico ad eccezione dei ruderi contemporanei dell’ex ristorante “Vicienzo a mmare”. In effetti, purtroppo non si tratta proprio delle vestigia di quel locale ma di un fabbricato in cemento armato orribile nella sua incompiutezza ed abbandono, ricettacolo per decenni di monnezza varia e di tossici alla ricerca di una copertura per spaccio e consumo. Punto dolente è tuttavia anche  la vista di un percorso alberato oramai già consumato in gran parte,  che divide il terrapieno dove si trova la Chiesa e le abitazioni del rione Poerio dalla scogliera. Ai tempi dell’inaugurazione era uno dei fiori all’occhiello della Giunta comunale. Ora ci si va per lamentarsi o, in linea di massima, per accontentarsi. Dopo tutto, è la rassegnazione la peggior disgrazia che colpisce questa parte di mondo.

 

J.M.

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AGOSTO FLEGREO 2018 – 3

AGOSTO FLEGREO 2018 – 3

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3.

In conclusione alla seconda parte di queste mie riflessioni “a ruota libera” scrivevo

“Il problema vero è che questa città opera come una Penelope, che di giorno fila la tela e di notte ne smonta le trame. In più e diversamente dalla donna di Ulisse a Pozzuoli quel che si fa o di giorno o di notte si disfa negli stessi periodi indistintamente e progressivamente, con il risultato che quel che poteva essere un abbellimento  finisce per diventare più brutto e tremendo di quel che c’era prima”.

Mi riferivo ad una serie di interventi  sul territorio che dimostrano da una parte la volontà di valorizzare ciò che si possiede sia dal punto di vista storico sia da quello paesaggistico che pure è uno degli aspetti che afferisce alla “Storia”.

Nel corso degli anni sono stati molteplici e significativi, ma hanno avuto vita breve, finendo spesso in modo inglorioso nel dimenticatoio. A mio parere, manca la progettazione dietro ogni intervento. C’è un’approssimazione colpevole che scoraggia i volenterosi; a parte il fatto che anche tra questi ultimi prevale l’indolenza e lo scoramento mentre è latente l’indignazione, spesso sostituita da rabbia inespressa che sfocia poi nel disinteresse totale. Manca l’aspetto pedagogico educativo e l’idea di difendere il proprio territorio dai facinorosi barbari locali.

“Dovunque il guardo giro…” poetava il poliedrico Pietro Metastasio nella sua “Passione” del 1736; anch’io volgo lo sguardo ma non vedo Dio: o almeno laicamente spero non sia volontà di Dio questo immenso disordine, anche se i panteisti che non mancano mai mi confermerebbero il contrario. Accade che è sconfortante il degrado, pur in contemporanea presenza di eccezioni positive. Non sono un turista, da queste parti, sono un cittadino in temporaneo ritorno; in fondo da quando sono in pensione lo sono anche quando faccio ritorno a Prato. In effetti sono un contribuente anche qui a Pozzuoli. I turisti si lasciano incantare dai paesaggi mozzafiato, dalla gentilezza interessata dei mercanti che, in definitiva, li coccolano, anche se i cialtroni riconoscibili non mancano di certo anche qui. Chi questa terra l’ha calcata con piedi infanti, adolescenti e giovani ed ha cercato anche di produrre cultura non ha solo occhi incantati.

Facendo ritorno dalla processione del 15 agosto Mary ed io siamo passati in via Camillo Benso di Cavour che costeggia il Rione Terra. Arrivati in vista del tunnel di via Tranvai (ci passava il tram fino al secondo dopoguerra) c’è una Piazza “vivibile” con panchine ed uno spazio che dovrebbe essere verde e corredato da fontane e giochi d’acqua. In verità avrei dovuto scrivere “c’era” perché tre anni fa, forse poco dopo la sua inaugurazione,  ebbi modo a famiglia completa di sostare compiaciuto per l’opera realizzata. In questo agosto lo spettacolo è stato desolante.  Tutto il luogo sporco ed abbandonato, sbiadite del tutto stile nebbia milanese le tabelle illustrative che riportavano in modo correttamente storico le caratteristiche del luogo e delle vicende che vi si erano nel corso del tempo svolte.

La mia notazione vorrebbe essere uno stimolo ad un maggior rispetto del bene pubblico, nella consapevolezza che in questo Paese esistono anche luoghi nei quali la “bellezza” è tenuta in grande considerazione e luoghi dove alberga il disordine mentale.

Tocca soprattutto ai governanti costruire eventi che abbiano una loro progettazione a lunghissimo termine. Nel caso esposto (ma non dubitino i puteolani, sottolineerò accanto alle cose buone della nostra terra quelle meno buone di altre città, come ad esempio Prato). Non c’è stata ed attendo smentite alcun tipo di progettazione e temo che questo sia il metodo, con buona pace dei fondi, siano essi europei o meno, che sono stati investiti.

 

Le foto le riporto a commento; le prime sono riferite per l’appunto a tre anni orsono.

Le seconde sono quelle attuali; addirittura c’è stato un peggioramento “in corso d’opera” che evidenzierò in una foto subito dopo la mia sigla.

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Joshua Madalon

 

c’è una nuova mano sulle tabelle “illustrative”!

 

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AGOSTO flegreo

 

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AGOSTO flegreo

Intorno alla metà di agosto di solito avviene un cambiamento del clima: “di solito” significa anche “non sempre”. Ma quest’anno la tradizione si è confermata e già un giorno prima del Ferragosto c’è stata un’intera giornata con temporali, fulmini e tuoni possenti con acqua che veniva giù dritta e copiosa. Indubbiamente non è dappertutto così, ma qui nell’area flegrea la ricorrenza della festività della Madonna Assunta che è tradizione consolidata è stata – quest’anno – colpita non solo dalla immane tragedia genovese ma anche dall’inclemenza naturale del clima nelle ore precedenti allo svolgersi delle funzioni laiche (il tradizionale “Palo a sapone”) e religiose (la Processione della Madonna).

Don Antonio ci aveva accolti qualche giorno prima, descrivendo con il giusto orgoglio come si sarebbe svolta la funzione e la processione; ma non aveva potuto tener conto degli eventi futuri. Aveva accennato ad una Messa all’aperto nello spazio ben più ampio antistante la piccola chiesa sul lieve declivio del “Valione”  ma poi il 14 agosto per l’intera giornata e nottata dello stesso 15 si era scatenato Giove pluvio e non era stato possibile né consigliabile allestire il palchetto esterno, per cui tutta la funzione religiosa  era stata ricondotta all’interno, come peraltro era avvenuto negli anni passati. Nel pomeriggio invece la popolare competizione del  “Palo a sapone” era stata rinviata in segno di rispetto per il lutto nazionale per il quale anche le navi da diporto che solitamente usano lanciare il proprio saluto sonoro in omaggio alla Madonna erano state tristemente  silenti.

Mary ed io ci eravamo confusi tra la folla del popolo e le autorità che seguivano in modo distratto dall’esterno lo svolgimento della funzione religiosa. Solo una minima parte riusciva a lanciare lo sguardo all’interno.  Dopo un po’ abbiamo cercato un posto dove sederci e lo abbiamo trovato sotto il portico del Laboratorio dei Vallozzi, Maestri d’ascia di grande valore storico e culturale, che purtroppo hanno dovuto chiudere per stanchezza e consunzione fisica (uno dei due fratelli è venuto meno e l’altro non se la sente più di continuare in assenza di discepoli: è la storia che si ripete purtroppo in relazione ad attività artigianali specifiche e speciali). La loro era un’impresa portata avanti con genialità, della quale ha parlato Dario Antonioli in un film documentario  di qualche anno fa, “Una città in barca” che purtroppo non ho ancora visto. Me ne aveva accennato in un sopralluogo per una location di tipo teatrale un amico di gioventù, Enzo D’Oriano, che è stato l’ideatore di quel film. Sulla porta chiusa c’è una formula “però a comm’stann’ca capa” a segnalare che quell’attività è collegata non tanto alle necessità economiche ma alla libera espressione dell’ingegno umano.

Mary ed io ci siamo però ricordati che qualche mese prima eravamo passati di là e ci eravamo affacciati per curiosare ed avevamo  interloquito con un signore anziano che ci aveva accolti in modo cortese e gentile. L’ambiente presentava già i segni dell’abbandono anche se vigeva un certo ordine. Di tanto in tanto spuntava da qualche segreto nascondiglio qualche gatto impaurito da presenze estranee. In ambienti marinari è consuetudine avere comunità feline per difendersi dai roditori; in cambio ricevono doni ittici, siano residui interi o parziali di un possibile pescato. Non ci trattenemmo molto, però; ed ora che seduti su una delle basi per la costruzione delle barche attendevamo l’uscita della statua della Madonna Assunta  davanti alla porta chiusa ce ne rammaricavamo.

J.M.