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LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

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LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

La Sinistra non c’è anche se dei piccoli pezzi di società qua e là possono cercare di ricomporla. Questo è il nostro obiettivo

Vorrei evitare polemiche e concentrare tutti gli sforzi verso la costruzione di un Programma di Governo della città che vogliamo che tenga conto di tutti gli elementi positivi già presenti, come eredità del lavoro di centinaia di compagne e compagni, che negli ultimi anni hanno visto disperdersi il loro impegno. Innanzitutto vi è stato l’abbandono dei luoghi del confronto, con progressivi attacchi da parte di chi sentendosi sicuro dell’appoggio potente e facendosi forza l’un l’altro hanno umiliata e disconosciuta l’importanza della partecipazione. I Circoli si sono rapidamente desertificati, le occasioni di popolo come la Festa de l’Unità ridotte a poco più che kermesse autoreferenziali di piccolo cabotaggio politico e culturale.
La Sinistra non c’è, posso anche essere d’accordo. Di certo non c’è in quel gruppo di potere che si chiama PD. Tuttavia c’è ancora tanto bisogno dei valori della Sinistra ed è necessario che qualcuno si avvii a farsene carico. Un nuovo modo di interpretare le istanze della gente, pensando soprattutto a quella parte più debole, che da tempo non ha difensori. Non lo possono essere i distruttori di pace, né tantomeno coloro che promettono senza nemmeno conoscere i propri limiti.
Non dobbiamo avere la presunzione di realizzare utopie, ma certamente dobbiamo ispirare il nostro lavoro verso la più alta vetta della giustizia, quella sociale, andando a combattere le differenze soprattutto quelle macroscopiche ed ingiustificate, soprattutto immeritate.
E allora andiamo avanti nella costruzione di un nuovo progetto che parta dal basso, cominciando a sostenere gli interessi dei più poveri, degli emarginati. Cominciamo ad ascoltare, non a farsi ascoltare e farsi imbrogliare ed imbrigliare da venditori di tappeto vecchi e nuovi.
Non dobbiamo inseguire le baggianate che ci racconteranno; le persone che incontreremo devono avere fiducia ma non collegabile a promesse: devono sentire che siamo davvero sinceri. Gli altri alzeranno il tiro come sanno fare, ben consapevoli tuttavia che non possono soddisfare quelle esigenze perché sono troppo compromessi, non solo i vecchi ma anche i nuovi e novissimi politici politicanti. Ma si sforzeranno in quella loro azione narcisistica guascone ed istrionica di far credere di essere in grado di farlo.

Joshua Madalon

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

Ma, dopo tutte queste belle sorprese, dov’era Salvatore? E chi era costui?
In una delle strade il cui nome si sviluppa intorno ad una fantasia creativa ma beneaugurale, Vico Giardinetto, e collegabile alle caratteristiche del personaggio che andremo a conoscere, c’è una bottega, all’apparenza disordinata e polverosa. L’insegna la identifica come MINIERA. E tale è!

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Simona si affaccia mostrandosi alla vetrata. “Sì, c’è. Salvato’ comme staie?” e ci invita ad entrare. Il gruppo è numeroso ma il giovane che appare vuole rendersi prima conto della consistenza e poi ci invita a scendere giù nella bottega vera e propria. In un primo momento pensiamo che il “luogo” sia solo quel piccolo spazio un po’ mal messo, ma quando si scende man mano ci si rende conto dell’ampiezza del locale e della sua profondità. Ci rendiamo conto che si tratti di una delle “cave” tipiche della Napoli tufacea anche se luminosa ed in un certo modo ordinata. Non appena siamo in ordine riappare Salvatore, una sorta di Alessandro Siani un po’ dimesso a causa di una febbre che lo ha colpito, dopo una sua breve incursione in quel di Venezia, città di cui non parlerà molto bene sottolineandone la tradizione mercantile che ancor oggi la caratterizza.

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La nostra guida ha tenuto nascosto per garantirci una sorpresa quelle che sono le peculiarità dell’impegno del ragazzo che stiamo conoscendo. Lui ci racconta parte della sua storia, di reietto o in ogni caso di aspirante tale, che lo ha portato a conoscere come tanti altri giovani come lui il carcere, la droga, la violenza. Lui in qualche modo ha saputo poi mettere in pratica ed in modo positivo la tipica filosofia napoletana dell’arrangiarsi. Certamente si ricorda, in senso negativo, quella invenzione della cintura dell’automobilista praticamente disegnata direttamente sulla maglietta o su altro indumento superiore. Ma quello è un caso che può far sorridere ma non è utile davvero. Invece, facendo tesoro degli scarti, che sono sempre più abbondanti e spesso ingombranti le stradine dei quartieri, ne ha ricreato l’uso sotto altra forma, inventandosi la “Riciclarte”. In questo “lavoro” ha cominciato a coinvolgere altri ragazzi come lui, destinati diversamente a vivere ai margini negativi degli ambienti degradati della città, facendo sviluppare in loro la creatività. E’ un uomo umile ma determinato “Se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti. Ogni giorno cerco di trovare dei giovani a cui insegnare il mestiere di falegname per dargli una prospettiva lavorativa che non sia la strada e la delinquenza”. Con loro raccoglie materiali di scarto e li trasforma in cestini per la spazzatura, resi artistici con disegni colorati, ha costruito panchine artistiche partendo da assi di legno e letti abbandonati sulla strada, ha prodotto insegne sia per indicare esercizi commerciali e luoghi di interesse storico ed artistico sia per indirizzare il turista un po’ sperso tra vicoli strade e vicoletti. Ha incoraggiato peraltro la produzione di “arte di strada” da parte di giovani writers. Interessanti sono i volti ritratti di Maradona e di Giancarlo Siani, il giovane giornalista ucciso dalla camorra.

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Salvatore parla di sé e della sua mission che ormai è diventata un vero e proprio lavoro, sociale, culturale, artistico. La sua però non è un’impresa facile, anche perché non sempre le istituzioni posseggono la giusta sensibilità e ci parla di grandi difficoltà, anche perché il ragazzo è orgoglioso, giustamente, e non vuole scendere a compromessi che lo vincolino poi a delle condizioni che snaturino poi i suoi obiettivi. Occorre seguirlo anche da lontano per coglierne le potenzialità e copiare le buone pratiche esportandole nei nostri territori.

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3


Sulla base della piazzetta c’ è un rettangolo piastrellato leggermente rialzato, sotto il quale si apre celato oggi alla nostra vista uno dei tanti pozzi-cave di tufo utilizzati come rifugio nel corso della guerra ed in altro modo prima e dopo di essa. La “Napoli sotterranea” è diventata celebre dal punto di vista turistico e meriterebbe altra escursione per tutti noi. La guida, riferendosi alla caratteristica conformazione tufacea del terreno, ci spiega il motivo per cui i palazzi si siano sviluppati in altezza piuttosto che in orizzontale sul territorio.
Proseguendo nella passeggiata “parlata” ci si ferma per un caffè in uno dei piccoli bar locali proprio accanto a Vico Conte di Mola. E’ l’occasione per accennare alla storia dei “cafè chantant” francesizzanti ma esclusivamente “napoletani”. La moda del “can can” del “Moulin Rouge” aveva coinvolto anche Napoli e, a due passi dal luogo dove ci si è fermati c’era fino a pochi anni fa (ne ho memoria personale”) il Salone “Margherita” teatro dove per l’appunto ai miei tempi si svolgeva attività di avanspettacolo nel quale si impegnava il fior fiore della “sceneggiata” e si esibivano procaci ragazzone a mantenere alto il morale di marinai di stanza nel porto e ragazzotti che avevano preferito esser là piuttosto che a scuola. Non era un luogo adatto a me ma per ragioni di studio socioantropologico mi rammarico oggi di non averlo mai frequentato.
Il Conte di Mola come luogo è menzionato in una delle canzoni più celebri dell’avanspettacolo locale, nota però ormai a tutto il mondo: “Lily Kangy”.

Nel testo di quella che chiamiamo “sciantosa” (dal francese “chanteuse” cioè cantante) c’è il riferimento a questa pratica che si basava sul rifiuto di avere “personale” straniero – francese – sui palcoscenici che tuttavia avrebbe dovuto imitare il più celebre “can can” e Lily afferma di essere in grado, pur se nata al vico Conte di Mola, di imitare le più titolate sue rivali, facendosi scambiare o per francese o per spagnola.
E c’era anche la più locale “Ninì Tirabusciò”, nome inventato che si riferisce al “cavatappi” tradotto in francese maccheronico, che ha dalla sua l’invenzione della mossa”.

Girovagando poi si parla dell’attività di molte donne dei “bassi” ora non più praticata così come lo era quando me ne narravano le “gesta” alcuni miei amici un po’ vecchi e scafati di me. Nella “tradizione” socioantropologica sostavano discinte e scosciate davanti ai loro usci. Famosissimo è il personaggio creato da Raffaele Viviani, quella “Bammenella ‘e copp’e Quartiere”, che ha attratto l’attenzione di molti di noi appassionati di teatro.

Sempre riferendosi a questi luoghi Simona ci mostra due stradine, due vicoli, anzi un vicoletto ed un vicolo che riportano lo stesso nome, “Tofa”.
Un’avvertenza è d’obbligo: non utilizzate questo termine nei confronti di altri e soprattutto di “altre”. “Tofa” in realtà è una conchiglia di mare utilizzata per emettere un suono prolungato come le “trumpette” della festa di Piedigrotta; ma a causa dei “luoghi” di cui sopra la parola è traslata, trasmigrata a significare “poco di buono”, una poco di buono, per cui “Si’ ‘na tofa” è offensivo.

…fine parte 3….

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

Veniamo a scoprire che a realizzare quei cartelli sia stata la stessa persona di cui si parla all’inizio come forma di interlocuzione letteraria (“Chissà chi è ‘sto Salvatore?”). E Simona ce ne mostra altri che stanno ad indicare luoghi, strade, persone, esercizi commerciali.
I Quartieri appaiono puliti ed ordinati, ad eccezione del traffico di auto e motorini che tuttavia attendono pazienti il deflusso del gruppo. La realtà è ancora più sorprendente se si segnali la data della visita guidata, il 4 gennaio, a ridosso del rito liberatorio del passaggio di anno, che richiama alla mente altri passaggi significativi nel corso dei quali ci si libera dei panni vecchi per indossarne di nuovi. Mi riferisco all’abitudine di lanciare giù sulla strada qualche oggetto consunto o fuori uso per una sostituzione migliorativa. La nostra guida sottolinea questo cambiamento di mentalità, probabilmente collegato alle ristrettezze finanziarie degli ultimi anni e poi aggiunge “C’è tutto un impegno soprattutto in questo Quartiere ma non solo per un riciclo utile di vecchi materiali ed arnesi. Se c’è Salvatore, ve lo rivelerà!”.
Intanto proseguiamo il nostro viaggio a zigzag nei Quartieri. E’ quasi ora del pranzo, quasi perché non è ancora scoccato il mezzodì. Davanti ad una pizzeria c’è già una gran fila formata da un gruppo di stranieri, sembrano statunitensi dallo strascichio del loro linguaggio simile all’inglese. La pizzeria è collocata in mezzo alla strada con una serie copiosa di tavolini già pronti; all’interno c’è un gran daffare per il personale. Simona ci dice che si tratta di una pizzeria tipica che ha come sua caratteristica il modo di trattare “spiccio” i clienti. Sullo stile del volgare più spinto. Più avanti c’è – almeno così ci dice la guida – un vecchio monastero. Se ci passate non ve ne accorgete, perché in realtà “c’era”. Tuttavia ci fa entrare in un portone, mentre qualche abitante ci osserva ed un passante lancia un avvertimento scherzoso “Nun è overo!” rivolto alle dotte indicazioni della Simona, che non si scompone. Saliamo pochi gradini ed entriamo in un cunicolo che in modo contorto ci porta in una piazzetta interna sulla quale affacciano molti ballatoi con ingressi separati come le “case di ringhiera” del Nord industriale. C’è anche una torre che funge da divisorio per i diversi ingressi. Era un vecchio monastero che nel tempo aveva subito storie e trasformazioni: vantava anche di essere stato un set per quel bellissimo film di Nanni Loy che celebrava “Le quattro giornate di Napoli”.

…fine parte 2….

Joshua Madalon

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Si chiamava Christmas Blues e io non lo sapevo!

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TEMPO DI SINTESI

Le mie assenze sono il segno di una forma schizofrenica mai portata agli eccessi e per questo motivo non sempre evidenziata. Si accentuano quando si annunciano momenti di passaggio come la fine di un anno caratterizzata peraltro da una situazione meteorologica che tende al declino collegata ad un periodo dell’anno astronomico che non offre sufficienti garanzie a chi è depresso.
E allora mi soffermo a riflettere sullo stato delle cose, su quel che ho fatto e su quel che non sono riuscito a fare. Sin da quando ero fanciullo la mia condizione esistenziale mi conduceva a rinchiudermi nel mio “io” proponendo un aspetto di me che era in controtendenza rispetto agli standard di uomo mediterraneo latino: di me la famiglia di una zia che era emigrato nel Regno Unito per amore diceva che avevo un carattere britannico, austero e riservato. Certamente ero talvolta immerso nei miei pensieri, imbronciato (‘o pizzo a chiàgnere” diceva di me mia suocera) e tormentato da oscuri pensieri.
Comprendo tuttavia che le complessioni opposte, che si ritrovano tra quelle persone che si danno un gran da fare a ridosso delle feste natalizie e del passaggio tra l’anno vecchio e quello nuovo, siano il frutto di un’esorcizzazione estrema verso la fine della vita e l’esigenza di non essere troppo critici nei confronti di se stessi, utilizzando a proprio vantaggio una forma di “carpe diem” non sempre interpretata culturalmente e scelta consapevolmente.
Ho da sempre vissuto in modo schivo i tempi della “caciara”, cercando di utilizzare quella parte della vita per riprendere in mano i fili del discorso talvolta interrotti dal ritmo frenetico dei giorni che man mano sono diventati sempre più corti con il passare degli anni.
Non mi è mai tuttavia – forse in virtù di questo carattere – venuto in mente di coinvolgere altri (dai più vicini ai più lontani) in questo mio comportamento e, fino ad oggi, l’ho conservato dentro di me come un necessario segreto, figlio di quella mia riservatezza congenita.
Forse d’ora in poi cambierò, forse no. Di certo, chi si muove come me non ha molto da chiedere agli altri, oggi più che ieri e domani ancora più di oggi; ma, come ieri oggi e domani, non sono disposto neanche a svendere le mie idee per uno o due piatti di lenticchie, che di questi tempi sarebbero anche beneagurali per l’Anno nuovo!

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 6

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 6

Molto è andato perduto, e sarebbe meglio anche dire “troppo”. Da antiche carte sappiamo come antichi basolati romani, colonne ed arredi venissero prelevati spesso nemmeno di nascosto e, trasportati in altre città, venissero usati per (abbellire) altre costruzioni, inframmezzati ad altri materiali meno nobili o venduti da improvvisati antiquari ambulanti come arredo nelle case degli appassionati.

Nota post: Da ragazzino curioso mi ero incuneato in varchi minuti all’interno delle stanze funerarie della Necropoli di via Celle ma non ho mai trovato nulla se non tanta tanta polvere.

Contiguo a quello degli Astroni ma molto più vicino al nostro centro si può ammirare, accanto ad altri più piccoli e forse anche per questo meno riconoscibili, il cratere di Cigliano. Le colline che ne circondano la base sono coltivate a vigneti ed il vino che lì si produce è famoso da tempi immemorabili. E’ una zona, questa, in cui il poco verde che resta deve essere salvaguardato. Per questo ci appelliamo a voi, giovani cari amici.
Fu immenso il mio stupore quando, ritornando dopo qualche anno dalle mie scorribande giovanili attraverso le “cupe” che iniziano subito dopo via Celle verso Nord Est ed arrivando in quel posto detto “la Cava” alla ricerca dei ricordi dell’infanzia, scoprii che anche quella zona aveva acquistato una forma “lunare”, che la polvere vi abbondava e sapeva di cemento, là dove il profumo dei rovi mi aveva conquistato, mentre d’ora in poi non si sarebbe più trasformata in terra fertile. Dove non c’è il verde, c’è il grigio. E come è triste il grigio!

Nota post: per visitare il cratere occorre penetrare attraverso una fenditura che accompagna vecchi casolari contadini. Non bisogna temere di chiedere il permesso per poter poi godere della vista: si entra in una sorta di Shangri-La e chissà che non vi sia ivi la vita eterna.

Alle falde del cratere di Cigliano, lungo la via Campana antica, lungo la via Celle e lungo i binari della ferrovia statale si trova la più bella raccolta di tombe antiche della nostra zona (e forse non solo di quella): tombe d’età romana messa una al di sopra dell’altra. Gli ultimi lenti lavori di restauro le hanno meglio portate alla luce, ma le hanno rese, con quel grigio che le contraddistingue or ache son prive della vegetazione che le ricopriva, meno poetiche.

Nota post: più volte sono ripassato da quelle parti, nulla è cambiato nè in meglio nè in peggio.

Proseguendo per la via Campana nuova tra il complesso del Monte Gauro-cratere di Campiglione (di cui subito dopo accenneremo) ed il cratere collina di Cigliano si arriva, attraverso lo stretto passaggio (due auto si incrociano con difficoltà: immaginatevi altri più ingombranti mezzi) della Montagna Spaccata, opera dei Romani (si può notare chiaramente l’ “opus reticulatum”, formato, come dice la stessa parola, da moltissimi cubetti messi l’uno accanto all’altro in posizione di rombi), nella pianura del comune di Quarto.

Nota post: sono due dei miracoli che ci accompagnano. Il primo è legato alla capacità ingegneristica dei nostri antenati che per rendere più agevole il passaggio in men che non si dica riuscivano a tagliare le colline. Il secondo è riferito alla tecnica edilizia per rinsaldare le pareti della collina con opera che hanno sfidato I millenni. Oggi quel che costruiamo non supera il secolo di vita, a volte anche molto meno.

…fine settima parte – 6 – continua….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 5

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 5

Da un aggettivo derivato dalla lingua greca e che significa “ardente” la nostra zona fu detta “Campi Flegrei”. Tale dovette essere l’impressione per I primi colonizzatori di questa terra, che avevano anche attinto alle loro precedenti conoscenze (“Flegrea”, che deriva da un verbo Greco che significa “bruciare”, era l’antico nome di una penisola greca e nella sua pianura era avvenuta la mitologica battaglia di Giove con I Giganti, rei di averlo volute sfidare).
Se ci alzassimo ora in volo sopra questo territorio, potremmo spiegarci anche il perchè di questa denominazione. Molti sarebbero infatti I crateri che noi potremmo vedere a cominciare da quello molto ampio degli Astroni, sede anche di un piccolo lago, di un parco botanico e zoologico aperto ai visitatori grandi e piccolo (questi ultimi solo se accompagnati).

Nota post: Non conosco le attuali condizioni del “luogo” in quanto quel territorio è stato più volte oggetto di devastazioni attraverso incendi dolosi.

L’altro cratere vicino, quello di Agnano (di cui gà abbiamo accennato) è interessato tuttora da fenomeni vulcanici secondary con emission di vapori e fango, entrambi utilizzati a scopi industriali nelle famose Terme.

Nota post: Sono stato alcuni anni fa – circa dieci – in quelle Terme in visita istituzionale come membro dell’Esecutivo della Circoscrizione Est del Comune di Prato in occasione del gemellaggio con il Municipio di Bagnoli e ne ho potuto apprezzare le caratteristiche.

La Solfatara, cratere di vulcano allo stato inerte, è caratterizzata da numerosi fenomeni come emissione di fango ad elevata temperature, fumarole che emettono vapori densissimi, sorgenti d’acqua; le sue pendici, che emanano costantemente vaporti di zolfo (da cui deriva il nome del luogo), hanno un colorito giallognolo e mancano del tutto di vegetazione. Ma in questo caso la colpa non è dell’uomo.

Nota post: Una delle particolarità del luogo è che sia proprietà di un privato, che ne ha tenuto cura. Circa un anno fa è accaduto un evento tragico, a seguito del quale il sito è stato chiuso al pubblico. Gli studiosi vulcanologi e sismologi continuano ad occuparsene.

Sempre da un immaginario aereo, potremmo notare la fettuccia d’asfalto che ha deturpato la verde zona del nostro entroterra, rendendola colam di detriti e facile preda di speculazioni.
Essa è un’impportante arteria stradale che collegherà il nostro centro con Napoli, rendendo più scorrevole il traffic sulle attuali strade ed il suo nome è ormai noto: “Tangenziale Est-Ovest alla città di Napoli”. “Tangenziale” significa pressappoco “che tocca” e cioè che unisce I vari luoghi più vicini al nostro capoluogo. La Natura è sacrificata alla Tecnica. Questa, in omaggio della quale sono state occultate innumerevoli testimonianze, sul suo cammino tenta di calpestare molto di ciò che ci va ricollegando al passato, protesa come è verso un future nel quale l’uomo non avrà più possibilità di vivere, là dove le strutture di cemento e di acciaio, l’asfalto, il petrolio, le machine e tutto ciò che le riguarda, avranno il predominio sulla natura e sull’uomo.

Nota post: Nei luoghi dove è stata costruita la Tangenziale molti di noi abbiamo vissuto le prime avventure fantastiche. La chiamavamo “ ’A selva ” e nelle sue “cupe” ombrose e contorte immaginavamo storie orientali. In alcuni spazi più ampi di vecchie cave si giocava anche a calcio e più in là per qualcuno nacque qualche storia d’amore.

Joshua Madalon

…fine parte settima – 5….continua

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 4

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 4

Proseguo a riportare con qualche lieve modifica e poche note aggiuntive il testo di “Passeggiata nei Campi Flegrei – Pozzuoli” scritto da me nel novembre 1971 edito dall’Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo in occasione dei 2500 anni dalla Fondazione della città di Pozzuoli (Dicearchia)

….Lungo la via S.Francesco ai Gerolomini, che parte dal corso che porta a Bagnoli e si inerpica sulla collina rasentando all’inizio le Terme Puteolane, nelle giornate più terse o verso il tramonto, man mano che si sale – meglio a piedi – l’orizzonte si allarga ed allora una parte della nostra città e del Golfo antistante fin verso il Capo Miseno, fin verso le isole, ci apparirà incantevole. E’ un tipico paesaggio per il quale vale la pena di sopportare una pur lieve fatica. Da non perdere tale occasione. Così come da non perdere è una visita al Rione Terra, ora che le sue stradine e le sue casupole sono per lo più deserte ed ha acquistato un tono di città morta.

(Nota post: lo scritto è del 1971; oggi il Rione Terra ha mantenuto lo stesso tono. Si gira per le sue strade nei giorni prescritti – solitamente I prefestivi e festivi – ma le case ristrutturate in modo ultramoderno sono vuote ed alcune possono addirittura essere visitate clandestinamente)

Questa zona risulta oggi carica di motivi sentimentali sia per chi ha vissuto in questi luoghi e ha dovuto lasciarli nei primissimi giorni del marzo ’70 sia negli altri cittadini che hanno ugualmente sofferto la tragedia degli amici, costretti ad abbandonare le loro case e con esse i ricordi più belli e struggenti della loro esistenza, anche se carichi di sofferenza e miseria.

(Nota post: alcune amiche, come Giovanna Buonanno, ed amici come Giuseppe M. Gaudino e Claudio Correale, hanno trattato questa parte di storia della mia città. Allegherò qualche esempio)

Attraverso queste stradine abbandonate e solo per questo, diversamente dal resto della città chiassosa, silenziose, riusciamo a intravedere anche paesaggi bellissimi. Qua e là i palazzi, alcuni dei quali austeri testimoni di diverse fortune, dichiarano la loro età attraverso gli stili architettonici evidenti sulle loro facciate ed è così che proprio accanto a impianti moderni possiamo trovare quelli settecenteschi e frammisti ad opera di più recente costruzione l’incastro di pregevoli marmi talvolta istoriati o di colonne con capitelli che ne evidenziano l’origine tardoromana.
I fotografi sguinzagliati in un colto safari si sono sbizzarriti. Dilettanti o professionisti hanno ripreso angolo per angolo, pietra su pietra questa zona, alla riscoperta degli scorci più pittoreschi ed inediti là dove le line architettoniche riuscivano a formare grovigli geometrici di rara bellezza. La fotografia è una passione molto interessante da coltivare. Insieme ai vostri insegnanti dedicate un po’ di tempo anche a questa material, riprendendo anche voi ciò che più vi avrà impressionato. Chissà che non ne esca qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno prima aveva mai notato. Anche così potreste essere utili alla conoscenza della nostra città, al miglioramento suo e dei suoi cittadini.

…fine parte settima – 4…..continua

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Il 14 settembre scorso scrivevo quel che segue nell’intento di proseguire nella ricognizione di alcune mie “imprese”.
Riprendo solo ora nella convinzione che “SOLO LA CULTURA CI POTRA’SALVARE”

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3 Continua la lettura di reloaded ad uso futuro “DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3″