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Si chiamava Christmas Blues e io non lo sapevo!

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TEMPO DI SINTESI

Le mie assenze sono il segno di una forma schizofrenica mai portata agli eccessi e per questo motivo non sempre evidenziata. Si accentuano quando si annunciano momenti di passaggio come la fine di un anno caratterizzata peraltro da una situazione meteorologica che tende al declino collegata ad un periodo dell’anno astronomico che non offre sufficienti garanzie a chi è depresso.
E allora mi soffermo a riflettere sullo stato delle cose, su quel che ho fatto e su quel che non sono riuscito a fare. Sin da quando ero fanciullo la mia condizione esistenziale mi conduceva a rinchiudermi nel mio “io” proponendo un aspetto di me che era in controtendenza rispetto agli standard di uomo mediterraneo latino: di me la famiglia di una zia che era emigrato nel Regno Unito per amore diceva che avevo un carattere britannico, austero e riservato. Certamente ero talvolta immerso nei miei pensieri, imbronciato (‘o pizzo a chiàgnere” diceva di me mia suocera) e tormentato da oscuri pensieri.
Comprendo tuttavia che le complessioni opposte, che si ritrovano tra quelle persone che si danno un gran da fare a ridosso delle feste natalizie e del passaggio tra l’anno vecchio e quello nuovo, siano il frutto di un’esorcizzazione estrema verso la fine della vita e l’esigenza di non essere troppo critici nei confronti di se stessi, utilizzando a proprio vantaggio una forma di “carpe diem” non sempre interpretata culturalmente e scelta consapevolmente.
Ho da sempre vissuto in modo schivo i tempi della “caciara”, cercando di utilizzare quella parte della vita per riprendere in mano i fili del discorso talvolta interrotti dal ritmo frenetico dei giorni che man mano sono diventati sempre più corti con il passare degli anni.
Non mi è mai tuttavia – forse in virtù di questo carattere – venuto in mente di coinvolgere altri (dai più vicini ai più lontani) in questo mio comportamento e, fino ad oggi, l’ho conservato dentro di me come un necessario segreto, figlio di quella mia riservatezza congenita.
Forse d’ora in poi cambierò, forse no. Di certo, chi si muove come me non ha molto da chiedere agli altri, oggi più che ieri e domani ancora più di oggi; ma, come ieri oggi e domani, non sono disposto neanche a svendere le mie idee per uno o due piatti di lenticchie, che di questi tempi sarebbero anche beneagurali per l’Anno nuovo!

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 6

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 6

Molto è andato perduto, e sarebbe meglio anche dire “troppo”. Da antiche carte sappiamo come antichi basolati romani, colonne ed arredi venissero prelevati spesso nemmeno di nascosto e, trasportati in altre città, venissero usati per (abbellire) altre costruzioni, inframmezzati ad altri materiali meno nobili o venduti da improvvisati antiquari ambulanti come arredo nelle case degli appassionati.

Nota post: Da ragazzino curioso mi ero incuneato in varchi minuti all’interno delle stanze funerarie della Necropoli di via Celle ma non ho mai trovato nulla se non tanta tanta polvere.

Contiguo a quello degli Astroni ma molto più vicino al nostro centro si può ammirare, accanto ad altri più piccoli e forse anche per questo meno riconoscibili, il cratere di Cigliano. Le colline che ne circondano la base sono coltivate a vigneti ed il vino che lì si produce è famoso da tempi immemorabili. E’ una zona, questa, in cui il poco verde che resta deve essere salvaguardato. Per questo ci appelliamo a voi, giovani cari amici.
Fu immenso il mio stupore quando, ritornando dopo qualche anno dalle mie scorribande giovanili attraverso le “cupe” che iniziano subito dopo via Celle verso Nord Est ed arrivando in quel posto detto “la Cava” alla ricerca dei ricordi dell’infanzia, scoprii che anche quella zona aveva acquistato una forma “lunare”, che la polvere vi abbondava e sapeva di cemento, là dove il profumo dei rovi mi aveva conquistato, mentre d’ora in poi non si sarebbe più trasformata in terra fertile. Dove non c’è il verde, c’è il grigio. E come è triste il grigio!

Nota post: per visitare il cratere occorre penetrare attraverso una fenditura che accompagna vecchi casolari contadini. Non bisogna temere di chiedere il permesso per poter poi godere della vista: si entra in una sorta di Shangri-La e chissà che non vi sia ivi la vita eterna.

Alle falde del cratere di Cigliano, lungo la via Campana antica, lungo la via Celle e lungo i binari della ferrovia statale si trova la più bella raccolta di tombe antiche della nostra zona (e forse non solo di quella): tombe d’età romana messa una al di sopra dell’altra. Gli ultimi lenti lavori di restauro le hanno meglio portate alla luce, ma le hanno rese, con quel grigio che le contraddistingue or ache son prive della vegetazione che le ricopriva, meno poetiche.

Nota post: più volte sono ripassato da quelle parti, nulla è cambiato nè in meglio nè in peggio.

Proseguendo per la via Campana nuova tra il complesso del Monte Gauro-cratere di Campiglione (di cui subito dopo accenneremo) ed il cratere collina di Cigliano si arriva, attraverso lo stretto passaggio (due auto si incrociano con difficoltà: immaginatevi altri più ingombranti mezzi) della Montagna Spaccata, opera dei Romani (si può notare chiaramente l’ “opus reticulatum”, formato, come dice la stessa parola, da moltissimi cubetti messi l’uno accanto all’altro in posizione di rombi), nella pianura del comune di Quarto.

Nota post: sono due dei miracoli che ci accompagnano. Il primo è legato alla capacità ingegneristica dei nostri antenati che per rendere più agevole il passaggio in men che non si dica riuscivano a tagliare le colline. Il secondo è riferito alla tecnica edilizia per rinsaldare le pareti della collina con opera che hanno sfidato I millenni. Oggi quel che costruiamo non supera il secolo di vita, a volte anche molto meno.

…fine settima parte – 6 – continua….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 5

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 5

Da un aggettivo derivato dalla lingua greca e che significa “ardente” la nostra zona fu detta “Campi Flegrei”. Tale dovette essere l’impressione per I primi colonizzatori di questa terra, che avevano anche attinto alle loro precedenti conoscenze (“Flegrea”, che deriva da un verbo Greco che significa “bruciare”, era l’antico nome di una penisola greca e nella sua pianura era avvenuta la mitologica battaglia di Giove con I Giganti, rei di averlo volute sfidare).
Se ci alzassimo ora in volo sopra questo territorio, potremmo spiegarci anche il perchè di questa denominazione. Molti sarebbero infatti I crateri che noi potremmo vedere a cominciare da quello molto ampio degli Astroni, sede anche di un piccolo lago, di un parco botanico e zoologico aperto ai visitatori grandi e piccolo (questi ultimi solo se accompagnati).

Nota post: Non conosco le attuali condizioni del “luogo” in quanto quel territorio è stato più volte oggetto di devastazioni attraverso incendi dolosi.

L’altro cratere vicino, quello di Agnano (di cui gà abbiamo accennato) è interessato tuttora da fenomeni vulcanici secondary con emission di vapori e fango, entrambi utilizzati a scopi industriali nelle famose Terme.

Nota post: Sono stato alcuni anni fa – circa dieci – in quelle Terme in visita istituzionale come membro dell’Esecutivo della Circoscrizione Est del Comune di Prato in occasione del gemellaggio con il Municipio di Bagnoli e ne ho potuto apprezzare le caratteristiche.

La Solfatara, cratere di vulcano allo stato inerte, è caratterizzata da numerosi fenomeni come emissione di fango ad elevata temperature, fumarole che emettono vapori densissimi, sorgenti d’acqua; le sue pendici, che emanano costantemente vaporti di zolfo (da cui deriva il nome del luogo), hanno un colorito giallognolo e mancano del tutto di vegetazione. Ma in questo caso la colpa non è dell’uomo.

Nota post: Una delle particolarità del luogo è che sia proprietà di un privato, che ne ha tenuto cura. Circa un anno fa è accaduto un evento tragico, a seguito del quale il sito è stato chiuso al pubblico. Gli studiosi vulcanologi e sismologi continuano ad occuparsene.

Sempre da un immaginario aereo, potremmo notare la fettuccia d’asfalto che ha deturpato la verde zona del nostro entroterra, rendendola colam di detriti e facile preda di speculazioni.
Essa è un’impportante arteria stradale che collegherà il nostro centro con Napoli, rendendo più scorrevole il traffic sulle attuali strade ed il suo nome è ormai noto: “Tangenziale Est-Ovest alla città di Napoli”. “Tangenziale” significa pressappoco “che tocca” e cioè che unisce I vari luoghi più vicini al nostro capoluogo. La Natura è sacrificata alla Tecnica. Questa, in omaggio della quale sono state occultate innumerevoli testimonianze, sul suo cammino tenta di calpestare molto di ciò che ci va ricollegando al passato, protesa come è verso un future nel quale l’uomo non avrà più possibilità di vivere, là dove le strutture di cemento e di acciaio, l’asfalto, il petrolio, le machine e tutto ciò che le riguarda, avranno il predominio sulla natura e sull’uomo.

Nota post: Nei luoghi dove è stata costruita la Tangenziale molti di noi abbiamo vissuto le prime avventure fantastiche. La chiamavamo “ ’A selva ” e nelle sue “cupe” ombrose e contorte immaginavamo storie orientali. In alcuni spazi più ampi di vecchie cave si giocava anche a calcio e più in là per qualcuno nacque qualche storia d’amore.

Joshua Madalon

…fine parte settima – 5….continua

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 4

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 4

Proseguo a riportare con qualche lieve modifica e poche note aggiuntive il testo di “Passeggiata nei Campi Flegrei – Pozzuoli” scritto da me nel novembre 1971 edito dall’Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo in occasione dei 2500 anni dalla Fondazione della città di Pozzuoli (Dicearchia)

….Lungo la via S.Francesco ai Gerolomini, che parte dal corso che porta a Bagnoli e si inerpica sulla collina rasentando all’inizio le Terme Puteolane, nelle giornate più terse o verso il tramonto, man mano che si sale – meglio a piedi – l’orizzonte si allarga ed allora una parte della nostra città e del Golfo antistante fin verso il Capo Miseno, fin verso le isole, ci apparirà incantevole. E’ un tipico paesaggio per il quale vale la pena di sopportare una pur lieve fatica. Da non perdere tale occasione. Così come da non perdere è una visita al Rione Terra, ora che le sue stradine e le sue casupole sono per lo più deserte ed ha acquistato un tono di città morta.

(Nota post: lo scritto è del 1971; oggi il Rione Terra ha mantenuto lo stesso tono. Si gira per le sue strade nei giorni prescritti – solitamente I prefestivi e festivi – ma le case ristrutturate in modo ultramoderno sono vuote ed alcune possono addirittura essere visitate clandestinamente)

Questa zona risulta oggi carica di motivi sentimentali sia per chi ha vissuto in questi luoghi e ha dovuto lasciarli nei primissimi giorni del marzo ’70 sia negli altri cittadini che hanno ugualmente sofferto la tragedia degli amici, costretti ad abbandonare le loro case e con esse i ricordi più belli e struggenti della loro esistenza, anche se carichi di sofferenza e miseria.

(Nota post: alcune amiche, come Giovanna Buonanno, ed amici come Giuseppe M. Gaudino e Claudio Correale, hanno trattato questa parte di storia della mia città. Allegherò qualche esempio)

Attraverso queste stradine abbandonate e solo per questo, diversamente dal resto della città chiassosa, silenziose, riusciamo a intravedere anche paesaggi bellissimi. Qua e là i palazzi, alcuni dei quali austeri testimoni di diverse fortune, dichiarano la loro età attraverso gli stili architettonici evidenti sulle loro facciate ed è così che proprio accanto a impianti moderni possiamo trovare quelli settecenteschi e frammisti ad opera di più recente costruzione l’incastro di pregevoli marmi talvolta istoriati o di colonne con capitelli che ne evidenziano l’origine tardoromana.
I fotografi sguinzagliati in un colto safari si sono sbizzarriti. Dilettanti o professionisti hanno ripreso angolo per angolo, pietra su pietra questa zona, alla riscoperta degli scorci più pittoreschi ed inediti là dove le line architettoniche riuscivano a formare grovigli geometrici di rara bellezza. La fotografia è una passione molto interessante da coltivare. Insieme ai vostri insegnanti dedicate un po’ di tempo anche a questa material, riprendendo anche voi ciò che più vi avrà impressionato. Chissà che non ne esca qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno prima aveva mai notato. Anche così potreste essere utili alla conoscenza della nostra città, al miglioramento suo e dei suoi cittadini.

…fine parte settima – 4…..continua

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reloaded ad uso futuro “DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3″

Il 14 settembre scorso scrivevo quel che segue nell’intento di proseguire nella ricognizione di alcune mie “imprese”.
Riprendo solo ora nella convinzione che “SOLO LA CULTURA CI POTRA’SALVARE”

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3 Continua la lettura di reloaded ad uso futuro “DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3″

GIORNI

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GIORNI

Giorni uggiosi schizofrenici tra bassi e alti, alti e bassi, con lenti sonnacchiosi risvegli e serate che decollano troppo tardi, costringendoti ad addormentarti ad ora tarda dopo aver avuto colpi di sonno. Un giorno senti di essere molto più giovane di quanto sei ed addirittura senti dentro il desiderio di ritornare al lavoro che hai condotto per tanti anni; un altro subito dopo, un altro giorno, cammini lento portandoti dietro molto più peso di quanto dovresti. Capita per l’ appunto in modalità schizzata proprio in quel giorno in cui sei ritornato a scuola per una festa di commemorazione per un giovane ex allievo di tanti anni fa, che se ne è andato via, così all’improvviso: quello proprio il giorno giusto, no, per sentire dentro di te la vitalità! Roba da psicanalisti anche di quelli alle prime armi o di un counselor che come la mosca cocchiera si possa credere alla stessa altezza dei migliori professionisti. Certamente contribuisce a farti sentire vivo la tragedia di una vita stroncata anzitempo, anche se Menandro suggerirebbe che quella tragica fine sia cara agli dei. Ancor più la giornata mite tranquilla pur di un autunno maturo e l’incontro con docenti che non vedevi da tempo e che nella distanza “forse” hanno imparato ad apprezzare meglio quel che valevi e ti sorridono, mentre alcuni anni prima non erano così cordiali e felici di incontrarti. Ed ancor più la presenza di allievi di quelli ancora più giovani che, casualmente, incroci nei corridoi ti riconduce il desiderio di riprendere un rapporto più sereno e maturo.

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Il giorno dopo ti svegli più presto del solito. A fine novembre è ancora buio. Devo lavorare in casa prima di uscire. Devo farlo entro le 8.00 perchè per le 9.00 devo essere a scuola; non quella del giorno prima. Esco di casa dopo una mezza dozzina di caffè perchè non sono riuscito ancora a scrollarmi di dosso la sonnolenza. Per fortuna non piove. Fa freddo, sì, ma non piove e questo mi dà garanzie che non correrò il rischio di impallarmi nel traffico, come in altre occasioni. La città è come me sonnacchiosa. Esco presto anche perché parcheggio in un posto lontano dal luogo dove devo recarmi. Mi dà la possibilità di camminare, che per un settantenne è necessario terapeuticamente. Mi fermo in un parcheggio libero dove non c’è quasi nessun’ altra auto. Mi fermo e
prima di uscire nascondo alla vista qualsiasi oggetto che pur immeritatamente possa indurre in tentazione qualche ladruncolo di passaggio. E poi con una lentezza biblica come se dovessi attraversare un deserto mi avvio lungo la pista pedonale del Bisenzio andando verso il centro. Cammino, mi fermo ed osservo tutti i soggetti che la Natura propone. C’è un sole tiepido rinfrescato dal venticello della valle ma è straordinariamente piacevole prendersela comoda, ed avvertire la forza morale dell’età che si contrappone alla sensazione di un inevitabile lento declino.

Joshua Madalon

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IRRICEVIBILI FANFARONATE E SERIE PROPOSTE

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IRRICEVIBILI FANFARONATE E SERIE PROPOSTE

Negli ultimi giorni su Facebook, prototipo dei socials e testimone eminente dell’umana follia del XXI° secolo, si è svolto un dibattito che si occupava della mancata o scarsa o non pronta evidenza delle varie tragedie che hanno colpito il Paese ed in particolare il Nordest, con particolare attenzione all’area bellunese. Veniva denunciata la mancata pubblicizzazione da parte della stampa “di regime” (sic!) con una modalità pretestuosa e vuota di contenuti. Un attacco che veniva molto chiaramente da aree di Destra che intendeva essenzialmente diffondere la rabbia tra la gente del Nord nei confronti della Roma (non la squadra di calcio), che ora come ora non può essere più “ladrona”, visto che quella “Lega” che sventolava tali slogan è stata peraltro condannata proprio per ragioni che con quel “ladrona” hanno eccellenti riferimenti.
Quell’intervento tuttavia appariva fuori luogo a coloro che seguivano le informazioni attraverso la televisione in modo imparziale, dato che il cataclisma stava colpendo diverse zone del Paese ed è chiaro che non si poteva accontentare soltanto una parte di esso ed in modo particolare chi seguiva solo il proprio punto di vista, considerandosi “ombelico del mondo”.
Questi alcuni passi del post di cui parlo

“In Veneto sono giorni che le cataratte del cielo si sono aperte.
I danni sono incalcolabili, interi paesi nel bellunese rasi al suolo, migliaia di persone senza elettricità, senza acqua potabile, senza gas.
E tutto nel vergognoso silenzio dei media.
Tutto nella vergognosa indifferenza del resto del paese.”

Faccio notare però che attraverso la solita catena di solidarietà dalle mie zone già immediatamente e non per soddisfare l’egotismo dell’autore del post stavano partendo i soccorsi. Faccio notare che La7 attraverso il suo direttore già da qualche ora chiedeva di poter avviare una raccolta di liberi contributi come già fatto in altre occasioni (ciò non può avvenire attraverso un colpo di bacchetta magica, ma con meccanismi di garanzia istituzionali): il “noto” estensore lamentava anche “Niente gare di solidarietà, niente “dona 2 euro al numero…”.
Evito di aggiungere altro su questo individuo, mentre do un riconoscimento ad un altro figlio di quelle terre che contemporaneamente avanzava una proposta seria:

“Proporrei un fondo pluriennale che metta assieme risorse che stanno per essere stanziate per il reddito di cittadinanza,per i fondi stanziati per i comuni di confine,alfine di finanziare un grande progetto pluriennale dove si occupano dei disoccupati che formati e guidati da ditte boschive e agricole , anche edilizie e sotto il controllo dei comuni o dei servizi forestali possano servire a recuperare i boschi cancellati,la costante manutenzione idrogelogica e ambientale,la cura del territorio,gli sfalci.A mio parere sarebbe cosa utile e apprezzata da tutti e potrebbe mettere d’accordo perfino i mercati finanziari e l’unione Europea.”

Conosco quella realtà. L’ho amata e l’amo ancora. Conosco il carattere dei veneti, soprattutto quelli di altura e so per certo che hanno una grande forza, una straordinaria intelligenza e che apprezzeranno chi fa proposte serie e non fanfaronate,anche se sembrano essere di moda (penso in modo particolare a quell’invettiva di Salvini sugli “ambientalisti da salotto” senza alcun senso come tante delle altre sortite pittoresche dell’attuale Vicepremier).

Joshua Madalon

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DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”


Non è una recensione, ma soltanto una serie di appunti sulle impressioni di uno spettatore, inconsapevole e parzialmente sprovveduto, sullo spettacolo di apertura della stagione teatrale del Teatro “Metastasio”. Non è una recensione perché, pur avendo qualche competenza in campo teatrale e cinematografico nel mio curriculum non ne posseggo alcuna nel campo artistico contemporaneo ipertecnologico. E quindi dovrei stare zitto? Niente affatto, visto che l’operazione della quale parlo consiste in una forma multidisciplinare mista tra letteratura, teatro, arte videocinematografica, computer grafica, danza, musica. Un bel mix a volte sovrapposto in una contemporaneità di azioni che inducono allo stordimento ed obnubilano le menti “mature” (per l’età) come quella mia.
Sto parlando di “Decameron 2.0” che già dal titolo annuncia un messaggio ben preciso. Utilizzare questi stilemi antichi e contemporanei tutti insieme per trattare dell’opera maggiore di Giovanni Boccaccio. Tutto sommato c’è un buon inizio sul buio di sala e palcoscenico con l’introduzione in voce da parte dell’autrice-regista della descrizione della peste del 1348 così come narrata dall’autore toscano quasi in diretta. Peccato che man mano che si va avanti, accanto alla oggettiva difficoltà della comprensione di un linguaggio necessariamente trecentesco ed aulico si sovrapponga una musica assordante in progressione che lo rende inintelligibile. Ma ci può stare anche questo: uno spettatore “preparato” sicuramente quella parte dell’opera boccacciana (non “boccaccesca” che allude alla licenziosità di alcune nvelle) se la sarà andata a rispolverare. E ci può stare anche che vi siano danzatori che nelle pose a volte si ispirano a danze macabre bianche e nere ed in altri momenti ripropongano immagini arricchite da sgragianti colori che richiamano alcune miniature, che poi vengono utilizzate a pieno nei video che di tanto in tanto appaiono su uno schermo piantato nel mezzo del fondale. Ed è anche profondamente giusto che il chitarrista viva la scena in diretta eseguendo la partitura che accompagna l’intero svolgersi del testo teatrale. Che, occorre dirlo, è naturalmente inconsistente dal punto di vista “classico”. Molto gradevole è la canzone rap sul testo petico di Boccaccio inserito nella novella settima della decima giornata, quella per capirci della Lisa e del re Pietro d’Aragona.

Muoviti, Amore, e vattene a messere,
e contagli le pene ch’io sostegno;
digli ch’a morte vegno,
celando per temenza il mio volere.

L’uso della computer grafica indubbiamente eccellente e professionale si contrappone ai temi letterari narrativi che di volta in volta vengono accennati, mai completamente svolti; si assiste ad un’attualizzazione del tema della peste e della crisi morale trecentesca, che ha tuttavia funzione catartica e rigenerativa, in una sequenza di sincopati lemmi che richiamano la tecnologia comunicativa dei giovani sia nella composizione di messaggi video sia in quella più moderna di Twitter e Whatsapp e che non offrono la stessa speranza di un recupero di umanità.
Certamente il messaggio ha un suo senso dal momento che si propone di sottolineare proprio la disumanizzazione derivante dalle tecnologie e. aggiungo io, la sfiducia verso il futuro, dato che non è ancora in vista un nuovo Umanesimo, come invece accadeva in quel tempo così lontano e così simile al nostro, che è in piena decadenza.
A mio giudizio, ma ripeto che non ha un gran valore, è la composizione complessiva, l’impasto, a non reggere del tutto. In generale non c’è passione che emerga, non c’è coinvolgimento del pubblico, che assiste passivamente allo snocciolarsi dei vari e diversi elementi. Ed anche la conclusione non è accompagnata come di consueto ad una partecipazione, tanto è che giunge inattesa, malgrado il tempo trascorso non sia stato poco .
Un lavoro molto interessante nelle diverse parti ma non nel suo insieme che risulta non ben riuscito al di là delle singole qualità espresse. Pubblico freddino, compreso la parte giovane più avvezza alle tecnologie moderne, che dovrebbe far riflettere gli organizzatori, anche se trovo difficile ed impossibile intervenire per modificare il tutto. Un ultimo appunto: i testi in inglese sono resi frenetici dalla tecnologia e non raggiungono molte volte il pubblico.
Ad ogni modo, uno spettacolo che va “rivisto” non solo nel senso delle possibili modifiche, ma anche “da rivedere” come spettatore…..

Joshua Madalon

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE DI META’ SETTEMBRE 2018 – parte 3

Ci siamo avviati verso il centro, ripassando accanto alla Chiesa di San Vincenzo ed al Monumento ai Caduti e oltrepassando l’ampio arco sotto la strada che pota al Rione Terra. La piazza della Repubblica era già gremita di avventori seduti ai tavolini dei bar che ormai occupano lo spazio centrale in lungo e in largo, lasciando ai passanti non consumatori piccoli varchi. Anche questo è un segno della modernità sconosciuta a noi quando eravamo giovani. Qualcuno dei miei coetanei si rammarica di questi aspetti ma tende a minimizzare l’impatto che nella nostra società ha avuto l’era berlusconiana, peraltro preceduta da quella craxiana e seguita da quella renziana. Di quei periodi siamo tutti responsabili, e non possiamo fingere di non esserlo. Li abbiamo subìti tirando a campare: alcuni addirittura ne hanno usufruito ed il dilemma è se siano ipocriti o pentiti. Anche per questo motivo fino all’ultimo nostro respiro, mostrando il ravvedimento, a rischio di essere sbeffeggiati ed insultati, di non essere creduti, dobbiamo impegnarci a riprendere il cammino di una vera e propria Sinistra di Governo. Attraversiamo dunque una parte del Corso della Repubblica e svicoliamo per via Cosenza, detta ‘O canalone, perché fino ai primi anni del secolo scorso a causa dei fenomeni bradisismici Pozzuoli poteva sembrare una piccola Venezia, attraversata come era dal mare. Oltre a qualche foto antica di repertorio cartolinesco ci sono dei frame nel film muto “Assunta Spina” del 1915 che riprendono proprio questa strada invasa dall’acqua e corredata di ponteggi per l’attraversamento: non proprio la Venezia dei ponti ma quella dell’acqua alta.

 

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Decidiamo di dirigerci poi verso le rampe San Giuseppe, più agevoli di altre per portarci verso casa in collina. Si attraversano i binari della ferrovia Cumana, vetusta linea che da Torregaveta, frazione di Monte di Procida, porta a Napoli Montesanto, luogo centrale che attraverso la base dei Quartieri spagnoli e Pignasecca esce verso Piazza Salvo d’Acquisto e via Toledo, centro vitale della città di Napoli. Si cominciano a salire le scalinate lunghe che lasciano tempo anche al riposo, aiutate da un panorama eccelso di una parte del centro flegreo e del golfo fino a intravedere Monte Nuovo e il castello aragonese di Baia.

Le pareti delle rampe che portano poi alla Chiesa del Ss Nome di Gesù nota tuttavia come San Giuseppe ed all’ingresso secondario della Villa Avellino, che prende il nome da un archeologo Francesco Maria Avellino che la possedette a partire dal 15 marzo 1836, sono state decorate dalla fine del 2014  con murales da artisti locali come Stefania Colizzi, Aida Guardai, Antonio Isabettini, Bianca Ida Gerundo. Rappresentano con riferimenti locali i quattro elementi della natura Acqua, Aria, Terra e Fuoco. Gli elementi della natura sono anche accompagnati da riferimenti leggendari mitologici ed epici. Anche se un po’ invecchiate con il tempo sono forme gradevoli che rendono ancor meno faticoso il procedere. Salendo inoltre si incrocia la parte occidentale del complesso di palazzo Toledo, quella però meno pubblica. In alto poi si raggiunge la Chiesa e viale Capomazza per riprendere, passando accanto alla splendida chiesa barocca di San Raffaele, la strada che conduce al complesso di Villa Avellino-De Gemmis e si inerpica verso la Solfatara.

Joshua Madalon

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2487,0,1,0,360,256,443,5,2,155,51,0,0,100,0,1970,1968,2177,666860

 

2487,0,1,0,360,256,443,5,2,165,53,0,0,100,0,1968,1968,2177,290933
2487,0,1,0,360,256,443,5,2,165,53,0,0,100,0,1968,1968,2177,290933

 

2487,0,1,0,360,256,443,5,2,154,59,1,0,100,0,1973,1968,2177,439595
2487,0,1,0,360,256,443,5,2,154,59,1,0,100,0,1973,1968,2177,439595