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reloaded “PASSEGGIANDO NEL “DIGITAL STORYTELLING” di TRAMEDIQUARTIERE”

Oggi voglio ricordare l’esperienza di “TRAME DI QUARTIERE” attraverso un primo “book” fotografico e uno dei miei “metaracconti”.

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PASSEGGIANDO NEL “DIGITAL STORYTELLING” di TRAMEDIQUARTIERE
– continuando con la meta-narrazione –

Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono?

– continua –

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STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE
Scrivevamo l’altro giorno: “Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono? Dieci alle sette; tra qualche minuto anche il telefono sussulterà, vibrerà e poi suonerà. Decido di staccare la “sveglia”, non ne ho più bisogno e non voglio disturbare gli altri che continuano tranquillamente a dormire; mi alzo e vado in cucina a prepararmi il solito caffè. C’è meno luce del solito. Eppure siamo già al 15 di maggio. Con la tazzina di caffè fumante vado davanti all’ampia vetrage del salone attraverso la quale osservo la vasta pianura che va verso il mare, al di là delle colline pistoiesi che nascondono la piana di Montecatini e tutto il resto verso occidente. Le nuvole sono basse e continua a piovere. Ieri mattina a quest’ora la luce era così intensa e sono riuscito a fare una serie di buone riprese ed ottime foto.
Meno male, mi dico e continuo a dirlo mentre accedo al balcone esterno che guarda verso il Montalbano e si affaccia sul giardino e sulla vecchia Pieve. Sul balcone i fiori di cactus che ieri mattina erano aperti e turgidi si sono afflosciati, altri ne stanno nascendo e quando saranno pronti, come sempre faccio, li fotograferò. I colori della natura tendono in prevalenza al grigio, grigio-verdi, e la pioggia copre con il suo cadere a tratti i suoni ed i rumori della vita della gente che va a lavorare: è ancora presto per il “traffico” scolastico che tra poco si materializzerà. E continuo a pensare tra me e me: “Meno male che ieri mattina sono riuscito a fare le foto e le riprese di cui oggi avrò bisogno. Stamattina sarebbero state così cupe!”.
Da martedì insieme a pochi altri seguo un corso intensivo di soli quattro giorni: lavoriamo su “temi e storia” di questo territorio. Siamo a Prato. Quartiere San Paolo, periferia Ovest della città post-industriale. E’ piacevole ed interessante, forse anche utile. Siamo soltanto in sei suddivisi equamente quanto a genere ed età anagrafica. Il primo appuntamento è in una delle scuole della città appena alla periferia del nostro territorio. Mi sono presentato come uno scolaretto per l’appello del primo giorno. Molte le facce a me già note: in definitiva ad occuparci di Cultura ci si conosce. Sento subito che ci divertiremo, insieme. Handicap assoluto è la mia profonda impreparazione linguistica con l’inglese. La docente anche se in possesso di un curriculum internazionale di primissimo livello dal suo canto non capisce un’acca della nostra lingua: e questo mi consola ma non giustifica entrambi. C’è grande attenzione in tutti ma il più indisciplinato è colui che dovrebbe , per età soprattutto e per la professione che ha svolto, essere da esempio, cioè io. Mi distraggo, chiacchiero, insomma disturbo come un giovane allievo disabituato alla disciplina. L’americana mi guarda con severità e con quel solo sguardo impone il silenzio. Ciascuno viene chiamato poi a confessare in una sorta di autoanalisi, della quale non parlerò, le origini del proprio nome e della propria storia familiare. Io scherzo sul significato del mio cognome che richiama atmosfere donchisciottesche e sulle attività “carpentieristiche e marinare” di mio nonno paterno.

PROPOSTE
STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE – seconda parte

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L’americana detta poi compiti e tempi. A ciascuno la sua storia. Non ne parlerò per rispettare la consegna del “silenzio” anche se qualche indicazione emergerà dal “racconto”. Discutiamo, scambiandoci idee ed opinioni, poi scriviamo. Amo la sintesi: lo so che voi (che leggete) non lo direste, che non siete d’accordo. Molti dicono che sono un “grafomane”. Ma io, in effetti, scrivo molto ma poi taglio: scorcio e taglio.

E così andiamo avanti fino ad ora di pranzo: non tutti però sono pronti e quindi si ripartirà più tardi per il confronto finale, dopo pranzo.

La scrittura deve essere sintetica (e dagli con questa “sintesi”!) e sincopata per poter poi più agevolmente trasformarsi in uno story board dove le parole e le immagini si mescolino. Mentre le parole sono lì già pronte sul foglio di carta la docente ci invita a reperire quante più immagini possibili da poter collegare.

Dopo il pranzo infatti ciascuno di noi lavora per costituire il proprio esclusivo “database” da cui attingere poi foto e riprese in video da utilizzare.

Dalla prima scrittura a questo punto si passa ad una rielaborazione ad uso di traccia sonora parlata da ciascuno di noi. Dovremo essere noi a leggerla domattina, mercoledì 13 maggio, registrandola su una traccia audio che poi entrerà a far parte del nostro personale bottino.

Si ritorna a casa, però, con un compito da svolgere: cercare una musica da utilizzare, adattandola alle immagini. E’ una delle operazioni che mi coinvolgono a pieno; il suono musicale deve appartenere alle immagini con il ritmo che acquistano nel mio pensiero; i movimenti delle persone e degli oggetti devono corrispondere nel miglior modo possibile alle note all’interno della loro composizione; devono viaggiare all’unisono come corpi in un amplesso erotico. Ne sono stato sempre convinto: ascoltare musica genera orgasmi mentali.

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“La bellezza espressa da un artista non può risvegliarci un’emozione cinetica o una sensazione puramente fisica. Essa risveglia o dovrebbe risvegliare, produce o dovrebbe produrre, una stasi estetica, una pietà o un terrore ideali, una stasi protratta e finalmente dissolta da quello ch’io chiamo il ritmo della bellezza…..Il ritmo….è il primo rapporto estetico formale tra le varie parti di un tutto estetico oppure di un tutto estetico colle sue parti o con una sola oppure di una qualunque delle parti col tutto estetico al quale questa appartiene”

(da “Dedalus” di James Joyce trad.ne di Cesare Pavese, Frassinelli editore pag. 251)

 

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LA CURA DELL’AMBIENTE ED I COMPITI DI CHI AMMINISTRA

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LA CURA DELL’AMBIENTE ED I COMPITI DI CHI AMMINISTRA

Nei giorni scorsi, ma potremmo dire “nei mesi scorsi” anche con alcuni miei interventi su questo Blog, grande attenzione è stata riservata dall’opinione pubblica a Prato – attraverso i mezzi di informazione e segnatamente – di recente – a causa di un “inatteso” disservizio informativo (il differimento a data successiva – ci si riferisce al 1° Maggio – della raccolta porta a porta del materiale plastico ), si è levata la protesta dei cittadini verso il servizio offerto da ALIA spa relativamente alla raccolta “portaaporta”.
Ho potuto verificare in diretta, avendo residenza in questo Comune, che la scelta del portaaporta è stata condotta con eccessiva faciloneria dai vertici di ASMIU (poi divenuta ALIA) che hanno sottovalutato il problema soprattutto dal punto di vista didattico e regolamentare. Peraltro in modo isterico da parte dell’Amministrazione si è risposto alla difficoltà evidenziata dai territori dove è più intensa la presenza della comunità cinese, quella regolare e quella irregolare difficilmente valutabile numericamente. D’altronde non tanto meglio è andata la gestione dei rifiuti in aree dove la maggioranza dei residenti è autoctona. E non è solo riferibile ai casi più recenti come quello su menzionato del 1° Maggio.
Sin dai primi giorni della raccolta nella zona San Paolo abbiamo potuto rilevare – e denunciare ovviamente in senso e modo civile – molte inadempienze, a partire dallo scarso rispetto di quanto espresso a chiare lettere nell’esauriente (con indicazioni anche tradotte in cinese ed arabo) e ricco – di immagini e colori opuscoletto – distribuito ai cittadini. In esso si legge “Esporre sacchi e contenitori fronte strada dalle 21.00 del giorno precedente ed entro le 5.00 del giorno di raccolta”. Per ogni tipo di materiale c’è – in quell’opuscolo – un dettagliato elenco. Nel corso delle prime giornate si è potuto rilevare come in qualche caso venisse apposto un avviso in relazione ad alcuni errori di conferimento. Ad una verifica diretta ci veniva detto che dopo i primi avvisi sarebbero state comminate delle sanzioni. Gli errori sono continuati impunemente e di sanzioni non se ne è vista alcuna!
Proseguendo nella disamina delle problematiche si è potuto verificare che molti cittadini – la maggioranza – hanno utilizzato i contenitori a proprio piacimento, depositando i materiali ogni qualvolta lo ritenessero utile. Anche i condomìni più “virtuosi” hanno cominciato ad avere aspetti di piccole discariche. E questo è avvenuto con l’assenso dei responsabili di ALIA locali che, risponendo a richieste di precisazione in merito alla correttezza del conferimento “quando si vuole”, affermarono che ciascuno poteva deciderlo da sè.
Indubbiamente, tale ragionamento risulta essere diseducativo e l’Amministrazione da cui “indirettamente” dipende la cura ed il decoro dell’ambiente urbano rinuncia a svolgere a tutta evidenza il suo compito. Che – chiariamolo – non può consistere esclusivamente nella repressione, “ultima ratio”; ma deve avere aspetti educativi che possano però corrispondere ad un razionale intervento a sostegno dei contribuenti virtuosi ed operosi.
Negli ultimi giorni vediamo crescere il disordine nella città, ma non ci si può fermare soltanto a ciò che vediamo: dobbiamo sforzarci di andare “oltre”. Quel “disordine” rappresenta la nostra realtà; è il frutto del nostro disimpegno civile, che parte dalla cialtroneria dei dirigenti e degli amministratori e coinvolge la parte più debole della popolazione.

Joshua Madalon

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

L’auto l’avevamo lasciata all’imbocco del tunnel che porta verso la struttura militarizzata di capo Miseno. Ritornammo da quella parte e dietro suggerimento di un amico scendemmo oltre a piedi: ci aveva indicato la presenza di un Ristorante tipico di quella zona, il “Primitivo”, suggerendolo per la qualità tipica del menu proposto basato su prodotti locali, soprattutto di mare. Lo trovammo chiuso con un’indicazione scritta a mano su un cartello apposto davanti ad un cancello, dal quale si intravedeva un interno agreste: una trattoria di campagna che ci riportava al ricordo delle classiche “pagliarelle” del secolo scorso, dove fermarsi a bere del buon vino e gustare il pesce azzurro. Non avrebbe aperto se non che dopo la nostra partenza e rimandammo la visita ad un nostro ritorno più in là nel tempo.
Ritornammo verso l’alto a riprendere l’auto ed incrociammo una coppia che proveniva dall’alto, da “Cala Moresca”,
ed era interessata a fare il nostro stesso percorso. Ci chiesero un passaggio nel tunnel, preoccupati “forse” della scarsa agibilità; ma da quel che ricordavo, vagamente per i trascorsi giovanili (era un luogo dove appartarsi con sicurezza), ci si passava con difficoltà ma “ci si passava”, nel caso avessimo dovuto incrociare un’altra vettura.
Era una coppia “mista” quanto a provenienza regionale: lui, molto chiaramente “siculo” di Catania; lei, invece, autoctona ma ormai “emigrata” al Centronord per lavoro. Entrambi avevano scelto di andare a vivere lontano dalle loro terre d’origine: e tutti e due erano nel settore dell’istruzione, lei in una Scuola d’infanzia lui in una Media Superiore. Parlammo di comuni esperienze e lei (non chiedemmo i nomi visto l’occasionalità dell’incontro) ci disse che tornava volentieri a Bacoli ma, non avendo più “casa” propria, si appoggiava ad una sorella. Ci soffermammo ad argomentare sui danni della “Buona Scuola” ed in particolare sui criteri prescelti che assomigliavano a quel famoso “Facite ammuina”

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

Il riferimento è ovviamente alla modalità con cui docenti del Sud sono stati sballottati al Nord o, quando è andata bene, al Centro o nello stesso Sud la qual cosa, essendo quel territorio privo di infrastrutture viarie (strade e ferrovie) sufficientemente utili a rapidi spostamenti, equivaleva ad andare molto lontano dalla propria città con enormi disagi
(per capirci, ed orientativamente, basta sapere che si arriva molto più velocemente a Roma da Napoli che da Pozzuoli a Napoli); senza aggiungere che i costi della vita sono molto diversi e chi dal Sud va verso il Nord deve mettere in conto spese ben superiori rispetto a chi dal Nord venisse verso il Sud. Ciò che è ancora più assurdo è il fatto che l’algoritmo “naturalmente” non considerava il “fattore umano” e posti liberi al Sud erano stati occupati da colleghi del Nord mentre lassù accadeva l’inverso.

Joshua Madalon

…fine parte 3…. continua

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 4

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 4

Tra la scuola, il Partito ed il Sindacato con la passione del Cinema, tralasciato l’ambito del Teatro in modo ufficiale ma portandomi comunque dietro l’esperienza di tipo metodologico ed organizzativo da utilizzare nei rapporti sociali, ho vissuto per sette anni in quella tranquilla realtà altoveneta mentre si intravedevano gli albori della Lega Nord e in larga parte del Paese il terrorismo mieteva vittime innocenti. Il timore che anche la nostra realtà venisse colpita l’avevamo costantemente, mentre ci confrontavamo con quella parte di giovani che contestavano i percorsi della Sinistra governativa che stava definitivamente abbandonando la classe operaia e la sua stessa storia. Erano anche gli anni della piena affermazione di Comunione e Liberazione e lo scontro tra le culture laiche e quelle integraliste religiose si acutizzava soprattutto nella Scuola. Nondimeno tuttavia, pur essendo inserito in un percorso politico ideologicamente diversificato, in quegli anni avevamo accolto la testimonianza dell’impegno sociale di don Lorenzo Milani; con gli studenti delle 150 ore, in massima parte attratti dalla Sinistra sia governativa che extraparlamentare, approfondivamo il messaggio del priore di Barbiana collegato ai temi dell’eguaglianza, della dignità e della libertà. “Lettera a una professoressa” fu oggetto di attenta analisi che portarono ad una critica dei metodi scolastici fino ad allora in uso – malgrado gli esiti del Sessantotto – di cui si avvertivano i limiti. Ed allo stesso tempo i giovani adutli che frequentavano quei corsi scoprirono la realtà della disobbedienza civile leggendo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo era una figura molto lontana dalla Chiesa di allora, soprattutto in quella realtà, dove “l’obbedienza” era stata da sempre considerata un valore primario (ricorderete il “Comandi!”) e la partecipazione alle guerre elemento sociale ed antropologico costitutivo del territorio stesso.
In mezzo a tutto questo “impegno” si trovava il tempo anche per rilassarsi, ma era quasi sempre nell’ambiente politico che ci si incontrava per qualche festa, quelle ufficiali e quelle “private” dove si finiva troppe volte con delle ubriacature: credo che da allora ho imparato ad essere “astemio”. Non del tutto però, anche se pubblicamente lo dichiaro per evitare malanni.
Intanto era arrivata anche Marietta: ci eravamo sposati il 14 luglio del 1977 ed abitavamo in via Mezzaterra, una strada centrale nel borgo antico di Feltre. Marietta non sapeva andare in bicicletta ed a me venne l’idea di insegnarle a guidarla: un’idea balzana che fu interpretata come un tentativo di femminicidio. Acquistai per lei una “Graziella” di quelle che si smontavano e piegate su se stesse entravano facilmente nel vano bagagli della nostra 127. La mia idea era che la inforcasse e si lasciasse andare in discesa verso Porta Castaldi, uscendo su via Roma; ma lei non accolse la proposta, considerando la sua pericolosità. E quella bicicletta è rimasta inutilizzata fino a quando non l’ha adoperata nostra figlia Lavinia che è nata nel 1984 a Firenze. Con Marietta però si facevano delle lunghe camminate su per le montagne bellunesi, mai d’inverno però! Mia moglie ha da sempre odiato la neve ed il freddo, lei che era nata proprio “sul” mare!

Joshua Madalon

….continua….

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale… quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

Ci si arrampicava con una vecchia FIAT 750 donata al Partito Comunista da qualche sostenitore su per i tornanti insieme al compagno Damiano Rech; questo accadeva soprattutto quando portavamo la tessera a queste famiglie montanare, all’interno delle quali c’erano anziane ed anziani che avevano partecipato alla Resistenza e qualcuno di quelli che avevano vissuto il tempo della Prima Guerra Mondiale in quei territori a cavallo tra i confini italiani ed austro-ungarici: non era – e forse non lo è ancora oggi – insolito sentirsi rispondere: “Comandi!” al solo accenno di un quesito. Nelle campagne elettorali ritornavamo in quei luoghi a fornire le indicazioni di voto ed altre volte, ma raramente, ci capitava di passare di là per la consueta distribuzione del nostro quotidiano, “l’Unità”. Ogni domenica o festività laica, il 25 aprile o il 1° maggio, organizzavamo i gruppi, di solito formati da due compagni, per la distribuzione delle copie del giornale in città e nelle frazioni e non di rado ci si fermava a parlare, invitati a bere un bicchiere di grappa o di vino, che personalmente ho spesso rifiutato guadagnandomi inimicizie non solo formali: il diniego era considerato una vera e propria offesa. Nei primi tempi non riuscivo a districarmi da questo “impegno” e tornavo “ciùco” a casa, per fortuna accompagnato da qualche compagno gentile.
Una delle prime volte che con il Sindacato ci si era recati a Belluno fui vittima della generosità di un compagno molto robusto ed alto che, sulla via del ritorno, mi obbligò a bere del vino aspro perché fatto con uve non del tutto mature alternato a grappe. Il guaio era che l’amico occasionale si fermava a tutti i punti di ristoro che si incrociavano sulla Strada Statale 50 che da Belluno riportava a Feltre e mi costringeva a bere mostrandomi un ghigno ad ogni timido rifiuto. Ovviamente dopo quella volta non capitò più, perché stetti così male, ma così male!
Intanto in quegli anni insieme alla maturazione politica e sindacale si sviluppò anche quella cinematografica e trovai per questa “passione” la collaborazione dello IULM sede staccata di Feltre, dipendente da quella centrale di Milano. Fu molto importante allo stesso tempo l’amicizia con un giovanissimo, Francesco Padovani, che ora è il Direttore della Biblioteca di Pedavena e con alcuni docenti come Cristina Bragaglia o critici cinematografici come Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini o grandi cinefili come l’architetto Carlo Montanaro. Insieme a Francesco fondammo il Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” ispirato in modo indiretto al film di Marco Ferreri, ma per noi doveva significare “una grande scorpacciata” di film. E mettemmo in piedi molte rassegne, aiutati da strutture pubbliche come la Scuola Media, dove c’era un Preside molto disponibile con noi giovani, Gianni Campolo; oppure il Cinema della Curia, che ospitò alcune Rassegne, una delle quali indirizzata espressamente ai giovani con pellicole che si riferivano ai grandi concerti pop del tempo (anni Settanta). E non mancarono rassegne dedicate al cinema d’animazione – per grandi e piccini – così come quella relativa ai capolavori del giallo. Con l’Università allestimmo anche dei percorsi sull’Espressionismo e sul Cinema francese degli anni Trenta; a seguire ma fuori dall’Università, nei locali Liberty della Birreria Pedavena, lanciammo uno sguardo d’insieme al nuovo Cinema tedesco che in quegli anni stava producendo autentici capolavori grazie ad autori come Herzog, Wenders, Fassbinder e altri.

Joshua Madalon
….continua….

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….e quella politica – ottava parte – 2

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….e quella politica – ottava parte – 2

L’iscrizione al PCI era avvenuta già nel 1975 nel pieno della campagna elettorale che vide l’affermazione della Sinistra in tante grandi città tra le quali Napoli con l’allora Sindaco Maurizio Valenzi. Era la prima volta che Napoli aveva un “Comunista” come primo cittadino. A Pozzuoli la tradizione operaia aveva espresso sin dall’immediato dopoguerra un’alternanza favorevole però alle Sinistre.
Ricordo che salii sulla sede di via Cesare Battisti dove c’era il Comitato elettorale; la sede principale ancora allora era nella Piazza della Repubblica: vi si accedeva per una stretta scala dietro un’edicola. Lì sotto, ma in Piazza con un palco allestito, da bambino avevo ascoltato comizi di Amendola, Pajetta e Napolitano insieme a mio nonno e cantato “Bandiera rossa”. Sempre da bambino ero stato al Teatrino dei Pupi che era allocato là dove adesso c’è un negozio di mesticheria popolare ed una farmacia.
Mi accolsero sorridenti alcuni amici, che imparai a chiamare “compagni” come Ignazio Gentile ed i fratelli D’Oriano, come Mario e Pina Lama che meglio conobbi poi con l’andare degli anni. Tuttavia la mia iscrizione a Pozzuoli con le vicende legate al “lavoro” fu semplicemente simbolica, non perché fossi disinteressato poi alla pratica politica che nell’accezione culturale, sociale ed antropologica mi intrigava e coinvolgeva parecchio ma perchè non ebbi mai più il tempo di approfondire i legami con il mio territorio e mi buttai a capofitto nella nuova realtà nella quale il destino mi aveva catapultato.
La mattina insegnavo (ho scritto altrove delle mie giravolte iniziali tra Auronzo, Pelos e Feltre e non le racconto di nuovo) all’IPSIA “Carlo Rizzarda” ed al pomeriggio insieme al mio amico, quel Renzi di cui non ricordo il nome, seguivo le “storie” operaie dei frequentatori delle “150 ore” alla media “Rocca”. Un luogo ed un crogiolo di vicende umane impagabile. Mi impegnai nel Sindacato Scuola diventando rappresentante della categoria nel Direttivo Provinciale e questo mi consentì di operare in maniera diretta entrando negli organismi locali nati con i Decreti Delegati del 31 maggio 1976, DPR 416, sia nella scuola dove insegnavo sia nel contesto distrettuale.
Ma l’aspetto che prediligevo era quello umano della conoscenza. Con il Sindacato ed il Partito sviluppammo non senza ostacoli da parte di alcuni rappresentanti della Chiesa locale e della Democrazia Cristiana una serie di progetti che andavano da lezioni di letteratura che presentassero prevalentemente temi storici e sociali ed escursioni sui luoghi della Storia, in particolar modo quella della Prima Guerra Mondiale. Ricordo che andammo attraverso i contrafforti di Primolano sull’Altopiano di Asiago a leggere versi di Ungaretti e racconti di Rigoni Stern dentro le trincee.
Contemporaneamente il mio impegno nel PCI divenne intenso soprattutto in occasione delle elezioni comunali del 1976 allorquando a Feltre venne eletto per la prima volta un Sindaco del PCI, Giorgio Granzotto, figlio di un comandante partigiano, ed egli stesso protagonista nella Resistenza.
Memorabili furono le campagne elettorali su per le montagne bellunesi ed il rapporto che, da autentici “terroni”, io ed altri, come il compagno Loiacono, sapemmo costruire con il mondo politico feltrino, a partire da quello progressista, democratico e sindacalizzato.

Joshua Madalon

…continua….

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 2

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 2

Il cielo in quei giorni era terso, il clima più che primaverile annunciava l’estate anticipata. Si era venuti su per il Monte Miseno e ci si era fermati all’ingresso del tunnel che porta al faro. Poi, a piedi, ci si era mossi lungo la stradina che, erta, si affaccia sui golfi e porta all’Hotel Ristorante “Cala Moresca”, all’Agriturismo “Cetrangolo” ed al Caracol Gourmet. Operai tuttofare esperti nella potatura delle siepi di pittosporo aulente diffondevano con le loro possenti forbici il profumo dei fiori bianchi che, insieme a parte delle infiorescenze e dei rami, giacevano temporaneamente sul selciato ed entrambi i muretti laterali già imbiancati da poco per l’apertura della stagione degli eventi, in primo luogo quelli matrimoniali. Marietta, ringraziando del lavoro di cura gli operai, ne raccolse un mazzolino, scegliendo i rametti più alti da poter inserire in un piccolo vaso. Il panorama magnificente creazione, impagabile contorno delle nostre esistenze, sospingeva le nostre curiosità. Un sentiero circondato da alberi mediterranei come lecci, alloro, corbezzoli e lentischi ed arbusti vari mescolati ad una vegetazione bassa ricca di profumi, mirto, finocchio selvatico, cisto, erica, rosmarino tra le grandi agavi e le siepi fiorite di vario colore della classica “unghia di janara” ci avvicinava alla vista del mare da un altro punto. La strada scendeva ripida ed anche là un giovane operaio accudiente ripassava di fresca bianca calcina i muretti di delimitazione. “E’ un ristorante esclusivo “gourmet” riservato a 15 posti” probabilmente pensava potessimo essere interessati ad una tale frequenza, il giovanotto ci indicò la strada da percorrere in modo più agevole: un sentiero circondato da steccati rustici. Il nostro interesse si limitava al godimento della vista e dell’olfatto, per il palato ed il gusto in questo caso giudicammo inadeguato il nostro portafoglio. Lentamente per rendere anche più duraturo il nostro godimento procedemmo verso il basso. Fino a raggiungere una piccola struttura protesa sul bordo costiero della parte occidentale del Monte Miseno. La discesa era stata impetuosa nella sua ripidezza soprattutto nella parte riservata al transito dei mezzi di trasporto; noi l’avevamo evitata ma era quella che forniva un significato al nome prescelto per il locale, “Caracòl”.
Solo qualche rumore di stoviglie dall’interno del locale e qualche voce indistinta. Tutto intorno nella parte retrostante un giardino attrezzato con tavolini all’aperto e comode sedute su altalene multiple attendevano ospiti forse nel pomeriggio o in serata: i vialetti erano dotati di illuminazioni artificiali.

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Ci inoltrammo sotto un arco di passaggio verso la veduta del mare, continuando a far foto che fossero parti del ricordo della nostra esplorazione. “Incantevole location, complimenti!” al giovane che si affacciò venendo dall’interno del locale verso la terrazza sul mare. Di fronte il panorama non smentiva la nostra scelta di proseguire in quella visita straordinaria. “Buongiorno, desiderate?” forse nella professionale attesa di una proposta di conferma. “Nulla di particolare….eravamo su a “Cala Moresca” e siamo scesi qui seguendo la vista del mare. Siamo flegrei, di origine e di complessione”.
“Non potevate scendere qui! Non avete visto il divieto? E’ posto ben prima di inoltrarvi nella discesa!”. Non lo avevamo visto e quasi certamente non avremmo derogato all’impedimento. Lo dicemmo, scusandoci mentre dentro di noi ci dicevamo che era valsa la pena non averlo visto. Chiedemmo, presentandoci in anticipo, cognome e nome del nostro interlocutore-padrone e ne custodimmo l’identità. Ci allontanammo felici di avere scoperto la bellezza di un luogo nel quale noi non saremmo mai andati non solo perché il nostro censo non ce lo avrebbe consentito ma anche per l’assenza di una capacità imprenditoriale fondata sui rapporti umani a prescindere da quelli economici. “E’ anche vero – dicemmo tra noi allontanandoci – che dobbiamo essere consapevoli della presenza di persone con disponibilità economiche elevatissime, ma non possiamo mai rinunciare a comprendere che la vera ricchezza è la Cultura che si possiede e che ci permette di condividere esperienze “umane” comuni tra persone diverse”.
Il divieto in effetti c’era ma si riferiva al transito automobilistico non a quello umano.
La valutazione non incide sulla indubbia qualità artistica del cibo probabilmente preparato per la clientela d’alta classe “economica” ma per quella forma di esclusione dal godimento dei beni paesaggistici che “non può” essere preclusa a chicchessia, anche perché mi piacerebbe sapere come sia stato possibile costruire strutture ben fissate sul terreno in quel territorio.

…fine parte 2…continua….

Joshua Madalon

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Quando si arriva a Napoli

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Quando si arriva a Napoli….

Quando si arriva a Napoli uscendo dall’Autostrada del Sole per andare verso l’area flegrea occorre entrare sulla Tangenziale. Se siete credenti fatevi la croce – se non lo siete provate a fare la stessa cosa: nessuno penserà a rimproverarvi di blasfemia. L’arteria che si chiama Tangenziale è proprio come una delle parti di un corpo umano: ricorda quella scena di un cartone animato didattico, “Siamo fatti così” con migliaia di globuli bianchi e rossi che sgomitano. Se capitate la prima volta in quella sarabanda di vetture potreste rimetterci qualche specchietto o qualche parafango e qualcuno si blocca del tutto. Ma dopo qualche esperienza non ci farete più tanto caso e vi adeguerete. Basta essere svegli! Non vi conviene arrivarci troppo stanchi. Pensate all’autoscontro dei vostri anni verdi; è più o meno così. Fino a qualche anno fa era peggio, anche se qualcuno li rimpiange. Non c’erano molti controlli e spesso si finiva all’ospedale, perché oltre al gran traffico ed al gran disordine vi era la grande velocità con cui ci si muoveva da destra a sinistra, saltando per il centro e viceversa da una parte all’altra: il tutto correndo all’impazzata. Poi le autorità esasperate hanno deciso di mettere un freno a quel tipo di follia con gli autovelox e fioccavano multe salatissime, alcune delle quali però inesigibili per l’astuzia tipica dei partenopei. Negli ultimi tempi però si va più piano ma le infrazioni continuano in modo diversificato ad essere compiute. Chi vive in questo territorio non se ne rende nemmeno conto: è il suo ambiente “naturale”! Ad ogni buon conto, se vi trovate da quelle parti procedete con prudenza e non agitatevi troppo se all’improvviso dietro di voi spunti qualcuno che vi supera e vi si piazza davanti senza neanche segnalare la sua decisione: è del tutto normale in quella città. Anzi, nel caso in cui vi capitasse di trovare qualcuno che invece segnala “prima” di procedere nella scelta, non abbiate alcun dubbio: non si tratta di un autoctono. Detto questo, però, bisogna sapere che questo modo di essere fa parte del bagaglio antropologico tipico di questo popolo ed ha aspetti di positività, collegati all’inveterato ottimismo. Avrete potuto ben notare, dopo un attento esame della realtà, che il parco auto generale è davvero malandato a dispetto della stessa età di quei veicoli: è che ai partenopei non interessa apparire, preferiscono essere. E dite poco? In un mondo che viaggia al contrario, Napoli è una straordinaria eccezione culturale e quegli oggetti altrove così tanto venerati, coccolati, vezzeggiati hanno una loro esclusiva funzione: far muovere le persone in modo autonomo da una parte all’altra del territorio. Punto e basta.

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da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

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da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

Ben prima che si concludesse la mia esperienza militare involontaria (lo chiamavano “obbligo”), in attesa che si svolgesse il concorso per gli aspiranti docenti, avevo già inoltrato una serie di domande per supplenza in varie scuole del Paese. il desiderio di mettermi alla prova era tanto ed anche la volontà di affrancarmi dalla famiglia, che non mi aveva mai fatto mancare il sostegno ma non possedevo altra autonomia che la mia naturale esistenziale e generazionale “rabbia”, che mi spingeva alla fuga. Avevo scelto scuole in realtà lontane dai miei luoghi: Lombardia, Veneto; oppure province periferiche come Rieti. Utilizzai il tam-tam degli amici più anziani, che erano già partiti e dispensavano saggi consigli a coloro che desideravano avviare la loro storia lavorativa prima possibile. Erano ancora tempi pre-elettronici e le convocazioni pervenivano attraverso telegrammi. Il primo che arrivò a casa fu quello di un Istituto Tecnico Industriale di Bergamo: una supplenza di dieci giorni per sostituire un docente che doveva sottoporsi ad un intervento chirurgico. Era il 1975. Fine ottobre. A Bergamo avevo dei punti di riferimento: un mio carissimo amico di naia, attivissimo nel sociale e nella politica praticata extra parlamentare di Lotta Continua ed un ferroviere che negli anni precedenti avevo avuto modo di valutare sui campi di calcio e sul selciato dei nostri spazi ludici. Li contattai prima di partire giusto per orientarmi. In partenza non sapevo di dover avviare la mia storia di docente confrontandomi con la realtà del mondo del lavoro; sostituivo il “collega” in due classi di serale e cominciai immediatamente anche se il tempo sarebbe stato breve a conoscere meglio il variegato cosmo delle attività lavorative. Più che trattare della guerra dei Trent’anni, che in ogni caso affrontai, ascoltammo la voce del mondo operaio ed impiegatizio. Avevo mattine e pomeriggi liberi, anche se in quel breve spazio di tempo, e frequentavo insieme a Fausto e Peppino (i due amici di cui accennavo) gli ambienti politici e sindacali.
Erano anni di grande fermento e di grandi paure. Il 1975 aveva visto l’affermazione del PCI nelle elezioni amministrative del 15 giugno ma nell’anno precedente c’erano stati picchi sanguinosi della strategia della tensione proprio allo scopo di impedire l’avanzata del movimento operaio: il 28 maggio in Piazza della Loggia, a Brescia a pochi passi da dove mi trovavo ed il 4 agosto sulla linea ferroviaria Bologna – Firenze con il treno Italicus due gravissimi attentati terroristici di matrice fascista insanguinarono il Paese.

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Ebbi modo di conoscere altri giovani docenti e, dopo il proseguimento della mia iniziale supplenza, ebbi altre occasioni di lavoro, intervallate da pochi giorni impegnati essenzialmente alla loro ricerca. Funzionava così: non so se fosse del tutto regolare ma era difficile per tantissimi “aspiranti” accettare pochi giorni di supplenza ed allo stesso tempo era difficile per i Dirigenti di allora coprire quelle “assenze” di cinque-sette giorni. Conclusa l’esperienza del “serale” non tralasciai di seguire le vicende politiche e sindacali sia quelle nazionali che quelle locali: uno degli ambienti più fervidi sotto questi aspetti era la mensa del Dopolavoro ferroviario, dove consumavo i miei pranzi, che a quel tempo era aperto anche ai non ferrovieri, che – come me – lo utilizzavano per la convenienza soprattutto ma non solo di tipo economico.
E l’altro luogo che frequentavo di pomeriggio era una Sala cinematografica d’essai intitolata a papa Giovanni XXIII.

Joshua Madalon

…fine parte sesta….

da giovane: “Una vocazione religiosa?” terza parte

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da giovane: “Una vocazione religiosa?” terza parte

D’altra parte non mi ero mai sentito a mio agio in quel Circolo, dove le dissonanze superavano le consonanze sia dal punto di vista sociale quanto da quello culturale e politico. Man mano andava maturando la mia scelta ideologica molto diversa da quanto ciascuno dei miei pochi interlocutori avrebbero potuto immaginare. Erano tempi di grandi passioni civili e noi ci guazzavamo dentro.
Nel frattempo, mentre il Circolo dei maturi rampolli della classe borghese si avviava al declino un altro di gruppo di ragazzi, tutti più giovani di me, mi volle coinvolgere per una nuova avventura associativa. Mentre il primo si riferiva all’antico nome della città il secondo fu intestato ad un grande studioso dell’area archeologica flegrea, il professor Amedeo Maiuri. L’età dei ragazzi e la presenza di alcune giovani ragazze mi rassicurava sugli obiettivi che peraltro in seguito si sarebbero poi spinti molto più in avanti. La differenza sostanziale era che il nuovo gruppo si sarebbe formato dal punto di vista culturale, professionale e politico lentamente nei tempi, anche oltre l’esistenza del Circolo. Si costruirono progetti più autentici e coinvolgenti ma molto meno strumentali ed interessati. Memoriabili furono le “Tribune elettorali locali” connesse alle competizioni politiche cittadine che consentivano di prepararsi anche a successivi impegni amministrativi ma senza foga: era una modalità che poi ho personalmente trasposto quando negli anni più maturi della giovinezza ho cominciato ad occuparmi di Politica, anche se lontano dalla mia città.
Nel periodo di cui vado scrivendo non avevo mai abbandonato la mia passione per il Teatro. Sin dai tempi della mia partecipazione all’Azione Cattolica, che aveva avuto in tante parti del Paese un ruolo importante dal punto di vista sociale, resistendo nella prima parte del secolo agli attacchi del regime fascista e difendendo i fondamentali valori sociali della libertà e dell’uguaglianza, il mio impegno era stato interpretato come una “vocazione”. Era la mia naturale propensione ad una conoscenza totale che veniva scambiata per dedizione di tipo ecclesiale. Nell’oratorio collaboravo con il già citato Presidente del Centro Sportivo Italiano, Nunzio Matarazzo, ancor prima che divenissi segretario di quella Associazione. Con lui avevo cominciato a mettere in scena sotto forma di “improvvisazioni” dei quadretti comici. Al pubblico, di certo benevolo, forse perché erano quasi tutti parenti ed amici, la nostra proposta piaceva. Ed imitando Nunzio, che ci faceva da regista ma non disdegnava di interpretare qualche ruolo, quando capitava che anche d’inverno io fossi a Procida , l’isola nella quale era nata mia madre, proponevo ad un gruppo di giovani della Parrocchia Madonna della Libera di mettere in scena nei pomeriggi della domenica qualcuna delle scenette che avevamo costruito.
In quel periodo era da poco sbarcato in quella sede un giovane parroco “forastiero”, don Salvatore, che portava con sè idee innovative accolte con entusiasmo dai giovani un po’ meno dalle persone più mature, non del tutto disponibili verso le aperture ed i cambiamenti che gli anni Sessanta con il Concilio Vaticano II andavano proponendo. La collaborazione con don Salvatore e la mia passione “organizzativa” non tardò di condurre a qualche equivoco.

…fine terza parte….

Joshua Madalon

Foto di Agnese Morganti