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IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 25 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

Il prossimo 5 marzo sarà il centenario dalla nascita del grande intellettuale italiano. Qui continua la trascrizione “difficoltosa” (lo sbobinamento non è mai stato verificato) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 25

PARTE 25

Ma nello stesso tempo però c’era anche qualche cosa che coinvolgeva molto fortemente. Con il tempo e soprattutto quando è uscito “Petrolio, che io considero un romanzo molto importante, anche se come sapete è nient’altro che un progetto di romanzo, beh lì allora lo spostamento di me come lettore, come fruitore è stato piuttosto dall’altro lato della contraddizione, cioè dal lato della accettazione. Ora con il tempo io credo che bisogna tenere presente ambedue questi poli accettazione e rifiuto. Questo significa non consegnare Pasolini ad una classicità alquanto, come dire, sciocca, alquanto conciliatoria in senso troppo placido, proprio mantenendo questa dimensione che è di distacco e di avvicinamento.

Noi non possiamo accettare alcune delle tesi di Pasolini e lo dico francamente. Non sono accettabili Perché non è immaginabile la difesa ad esempio della famiglia tradizionale, della maternità di tipo tradizionale nei confronti della questione dell’aborto. Voi sapete che aveva preso una posizione così chiaramente contro l’aborto che è qualcosa di non accettabile. Era sicuramente anche una provocazione che lui faceva, però questo non vuol dire che una tesi come quella si accettabile. L’idea di una omosessualità che è tutta all’interno di una dimensione maschile, diciamo un recupero ma attraverso alcune mediazioni della dimensione di una omosessualità greca in cui c’è un rapporto come dire da discepolo, da docente a discepolo nei confronti dell’amasio o appunto del giovane. Una diciamo lettura dell’omosessualità estremamente riduttiva e poi a lui veniva anche diciamo da una tradizione letteraria. Anche qui c’è una tradizione letteraria pensiamo a Jeed che ha una posizione sull’omosessualità molto simile. Beh, anche questo non è accettabile, soprattutto oggi noi vediamo che è una visione estremamente estetizzante della omosessualità, tra l’altro anche con una dimensione sadomasochistica esplicita. Quindi ci sono delle cose che non sono accettabili e che ci devono mettere in una situazione di rifiuto.

Al tempo stesso però poi, proprio elementi di questo tipo, condotti così o ricondotti con forza all’interno di un’opera aperta nel senso in cui Tricomi ha parlato di opera aperta, cioè non nel senso della neo avanguardia, ma nel senso di una letteratura che cerca una sua strada quale che sia la verità. Beh, allora questo diventa un elemento di contraddizione che può essere produttivo di qualche cosa proprio Perché ci mette in uno stato di contraddizione. Quindi, ad esempio, le tesi sul consumismo che vengono ormai citate in maniera diciamo quasi quotidiana come qualche cosa che Pasolini aveva già visto e che ci ha come dire consegnato con una profezia che si è realizzata, anche lì una tesi

come quella estremamente interessante nel momento in cui veniva svolta, veniva tirata fuori, cioè negli anni settanta in Italia soprattutto, anche quella va presa con un atteggiamento che è io direi di un sì e anche di un mah Perché non si è verificata nel mondo una omologazione generale delle culture, quelle culture che Pasolini andava riscoprendo e che cercava come qualche cosa che ancora manifestavano una resistenza alla omologazione delle culture, ma che in breve sarebbero sparite proprio quelle culture, quelle culture del terzo mondo ecc, hanno manifestato poi come abbiamo visto un qualcosa di più di una capacità di resistenza. Si sono reinventati una tradizione al punto che oggi noi non possiamo parlare di una omologazione delle culture sul pianeta, un discorso diverso andrebbe fatto per l’Italia, però anche lì ci sarebbe da diversificare l’analisi che faceva.

IL DOMINO LETTERARIO nuova edizione 2021-22 – secondo incontro

IL DOMINO LETTERARIO nuova edizione 2021-22 – secondo incontro: Alberto Di Matteo e il suo “Racconti del mondo rotto” giovedì 9 dicembre ore 21.00 al Circolo ARCI di via Cilea 3 San Paolo PRATO

Nel primo incontro abbiamo amabilmente sviscerato il mondo poetico, e letterario in tutte le sue sfaccettature, di Lorenzo Monticelli con la raccolta “Corpo a Corpo”. Come di consueto (è questa la “ratio” de IL DOMINO) è stato lo stesso Monticelli a designare il successivo autore, che a dire il vero era già presente ed è stato coprotagonista della serata.

L’autore è dunque Alberto Di Matteo. Quella che segue è la prefazione
di Massimo Acciai Baggiani ai suoi “RACCONTI DEL MONDO ROTTO” Porto Seguro Editore 2020

Diciotto racconti piuttosto eterogenei, surreali, sor­prendenti, che toccano vari temi di attualità. Racconti che pongono domande, stimolano la riflessione: Di Matteo riunisce in questo volume testi brevi e bre­vissimi, accomunati – come dichiara lo stesso autore – dalla fuga dalla noia e dall’impossibilità di reggere a lungo la pazienza. Da autore di genere fantastico, quale sono, ho apprezzato molto l’inventiva di queste storie; da lettore e da editor lo stile fluido e immedia­to, “teatrale” (non a caso l’autore è attore professioni­sta) che pure lascia molti sottintesi.

Le vicende e i personaggi si muovono “ai confini della realtà” (per citare una nota serie americana degli anni Sessanta) ma anche in situazioni assolutamente quotidiane, in piccoli borghi di provincia: una scul­tura che un artista misterioso ricava da un albero (Un fiore nel deserto), un uomo vede attorno a sé tutte per­sone col solito volto bovino (Tutti uguali), un sogno che coinvolge molte persone (Siamo ancora qui), una passeggiata di un bambino con la mamma (Ricordo di  bimbo), un uomo che ricorda la vita del padre moren­te (Pompeo)… solo per citare i primi racconti. Si parla anche di immigrazione, di calcio, di proteste studen­tesche, e molto altro.

I racconti che mi hanno colpito di più sono Lo scrit­tore e la Divina, dove si traccia un affascinante ritratto di chi, come me e Di Matteo, pratica questo affascinan­te “mestiere”, e l’inquietante Diario di un assessore, in cui il non proprio onesto protagonista scopre di aver perso la propria ombra e deve cercare di nasconde­re questo bizzarro e increscioso accidente, per evitare uno scandalo. Molto interessante anche Lettera a Pape Samba, in cui le usanze degli italiani sono osservate dal punto di vista straniante di un immigrato (mi fa pensare a quel delizioso libretto del 1920 di Tuiavii di Tiavea, in realtà un falso letterario di Erich Scheur­mann, Papalagi) mentre l’ultimo racconto, A pezzi, mi porta alla mente una vecchia canzone di Gaber del 1973, Quello che perde i pezzi. Tante le suggestioni, i richiami, gli ammiccamenti alla letteratura. L’autore conosce bene la materia che tratta, come si evince dal suo curriculum; le sue ambientazioni sono convincen­ti e la lettura molto gradevole.

Massimo Acciai Baggiani

IL DOMINO LETTERARIO edizione 2021/22 – dopo il primo incontro del 2 dicembre 2021 (verso il secondo)

IL DOMINO LETTERARIO edizione 2021/22 – dopo il primo incontro del 2 dicembre 2021 (verso il secondo)

Ieri sera al Circolo ARCI di via Cilea abbiamo dato il via alla nuova Edizione del “Domino letterario”.

Quest’anno sarà un nuovo soggetto ad occuparsi di questi eventi. Si è formato una nuova Associazione culturale; fondata da un gruppo di cittadine e cittadini della frazione San Paolo di Prato, “IDEE in Circolo” si propone di riavvivare il dibattito culturale e politico (quest’ultimo in senso molto ampio, molto al di là delle formazioni partitiche sempre più in crisi, soprattutto nelle realtà periferiche) nei territori emarginati.

Di “IDEE in Circolo” si è già parlato su questo Blog. Del “DOMINO LETTERARIO” anche: e quindi andiamo avanti.

Ieri sera non eravamo in molti al Circolo ma la serata ha raggiunto livelli molto alti, contando su due protagonisti, Lorenzo Monticelli e Alberto Di Matteo, due artisti prima che docente il primo e autore di testi teatrali il secondo.

Ho introdotto esplicando ai pochi presenti il significato de “IL DOMINO” e il progetto, a larghe linee, dell’Associazione “IDEE in Circolo”.

Ho annunciata la 13a edizione di “POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE” poesie di donne e per donne, che si svolgerà nel prossimo mese di marzo. Il Bando ( non si tratta, e le esperte e gli esperti lo sanno bene, di un concorso; ma di una compartecipazione) verrà presentato alla Stampa tra un paio di settimane: saranno indicate le modalità con cui i materiali verranno raccolti e gli aspetti “compartecipativi” delle/degli aderenti.

Nel presentare Lorenzo Monticelli ho spiegato i motivi della “mia” scelta: il primo autore viene invitato dall’organizzatore che sceglierà il secondo e via via via andando avanti. Con Lorenzo ho sin dai primi incontri, dopo il mio arrivo in Toscana, un particolare feeling culturale, collegato a tre elementi: la Scuola, il Teatro e il Cinema. Nel 1987 e nel 1988 abbiamo insieme partecipato con ruoli abbastanza diversi ad esperienze culturali significative nel settore del Film Making amatoriale.

Durante la prima fase della pandemia, quella più dura ma anche più ricca di stimoli, ho letto il suo “Sotto il pollaio”, una forma di ricostruzione della sua esperienza rivisitata e rielaborata in modo ironico, amaro e divertente al contempo. E mi sono riproposto di invitarlo proprio ad aprire con quel suo scritto questa nuova Edizione. Leggendo quei capitoli avevo sorriso, in modo malinconico, ricordando alcune caratteristiche del Lorenzo del secolo scorso.

Il tempo però è trascorso e quando stavamo per riemergere dalla pandemia, Lorenzo era già andato oltre e aveva pubblicato un libro di poesie, “Corpo a corpo”. Al mio invito a presentare il testo in prosa ha infatti frapposto un rifiuto, ma era interessato e disponibile a presentare i suoi versi.

Ho provveduto a ordinare il suo libro e non appena l’ho ricevuto ho intanto compreso il senso del titolo. Con i versi egli ingaggia un vero e proprio conflitto “corpo a corpo” con il suo passato e il suo presente, con le sue idiosincrasie congenite, i suoi convincimenti consolidati. Egli lancia uno sguardo vuoto verso il futuro senza trovare varchi, uno sguardo cupo ricolmo di quella ipocondria congenita e ormai rassegnata ma anche corrosiva ed irriverente, nella migliore tradizione toscana.

Il libro è ricco di spunti che rimandano a diverse tematiche, tra le quali vanno segnalate quelle che rimandano al rapporto esistenziale con il padre e con il figlio, quelle che afferiscono alla presenza/assenza di una divinità superiore con cui pure si vuole dialogare o, per dir meglio, ingaggiare un conflitto. Su tutto prevale poi la straordinaria forza vitale espressa di fronte alla consapevolezza della finitezza dell’esistenza e l’approssimarsi della vecchiaia e della morte.

L’incontro di ieri sera è stato molto piacevole, a riprova della qualità dei protagonisti. Il prossimo è previsto per il 9 dicembre, stesso luogo stessa ora. Alberto Di Matteo porterà il suo libro, “Racconti del mondo rotto”. Aspettiamo di avere un pubblico più numeroso ma attento e stimolante come quello del primo incontro.

Alberto Di Matteo


21 novembre – non solo Dante – Dante in napoletano

Proseguendo nella disamina di opere che abbiano toccato tematiche “dantesche” come quelle del “viaggio nell’aldilà” corre l’obbligo di menzionare una sorta di traduzione della “Divina Commedia” in dialetto napoletano. In realtà ve ne sono diverse. Una degli ultimi è “Nfierno, Priatorio, Paraviso. Nove canti della Divina Commedia in napoletano” edizione LFA Publisher del 2020.

Molto interessante è l’operazione che ha prodotto il quotidiano napoletano “Il Mattino”, fondato nel 1892 da due grandi poeti della seconda metà dell’Ottocento come Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, Eccovi un file di riferimento per poter avere un’idea intorno a quest’altra possibile proposta.

https://www.ilmattino.it/napoli/cultura/dante_in_napoletano_terzine_divina_commedia_traduzione_mattino-5684506.html

Ma quello che oggi propongo è  Il Dante popolare o la Divina Commedia in dialetto napolitano pubblicato a Napoli nel 1870 a firma di Domenico Jaccarino, professore, giornalista, poeta e saggista, nato nel 1840 a Napoli, dove morì nel 1894. Egli, nel 1867 fu autorizzato dal ministro dell’Istruzione di quel tempo, Michele Coppino a fondare la Scuola popolare dantesca a Napoli. Godetevi questi primi versi del Canto primo dell’Inferno (vv1-99).

A meza strata de la vita mia
Io mme trovaie ntra na boscaglia scura,
Ch’avea sperduta la deritta via.
Ah! quanto a dì comm’era è cosa addura
Sta voscaglia sarvaggia, e aspra, e forte,
Che mme torna a la mente la paura!
E tanto amara che pò dirse morte;
Ma lo bene pe dì che nce trovaje,

Dirraggio cose che non songo storte.
Non saccio manco dì comme passaje,
Tanto comm’a stonato m’addormette,
Quanno la vera strata io llà lassaje.
Ma pò ch’io na collina llà vedette.
Addò chella campagna se feneva,
Che ‘ncore la paura me mettette;
Guardaie pe l’aria, e arreto llà vedeva
Li ragge de lo luceto chianeta.

Che dritte fa sorcà li figlie d’Eva.
La paura no poco fuje coieta
Che dinto a chisto core èra durata
La notte eh’ io passale tanto scoieta.

E comm’a chillo ch’ a lengua affannata,
Arrivato a la riva de lo mare,
S’ avota a l’ acqua che se sbatte, e sciata:
Accussì st’arma mia stette a votare
Pe chillo luoco arreto da bardascio,
Che fice tanta gente annegrecare.
E arreposato io disse: ccà mo nascio,
Mme ncammenaie pe la riva deserta,
Sì,ca lo pede nnanze era cchiù bbascio.

E a lo principio teccote de ll’erta,
Na diavola veco de pantera,
Che de pilo ammacchiate era coperta.
E mme guardava co na brutta cera,
Anze li fatte mieje tanto guastava,
Ca voleva ì da dò venuto nn’ era.
Tiempo era, e la matina se schiarava
E lo Sole saglieva co le stelle.
Ch’aveva co isso, quanno Dio criava
E’ Ncielo e’Nterra tanta cose belle;
Mme dette da sperare e co ragione
De chella fera la pittata pelle,
E l’ ora de lo tiempo, e la stagione;
Non mperò che paura non me desse
La vista de gruossissemo lione,

Chisto pareva ‘ncontro a mme venesse,
Co la capa auta, e co arraggiuse diente,
Che lo Cielo parea nne resentesse;
E pò na lupa, che de tanta gente
S’avea magnate gamme vraccie e ccore,
Attuorno mme venette into a no niente;
E sentennome mpietto n’antecore
La speranza perdette ch’avea vista,
De saglire a lo monte ncantatore;
E comme a chillo che trisore acquista,
E de morte arrivato ntra lle strette
Cchiù l’arma soja s’arraggia, e se fa trista

Accussì chella bestia mme facette,
Che venennome attuorno chiane chiano
Fice si che a lo scuro mme mettette.
E mentre stea pe scennere a lo cchiano,
Lla nnanze a ll’uocchie mieje se presentaje
Chi zitto e muto steva da lontano.
E quanno lo vedette accommenzaje:
Piatà de me, lo dico nfra de nuje,
O ommo, o ombra, o chello che sarraje.
E isso: Ommo non già, ommo già fuje,
E lli pariente mieje fujeno Lombarde,
A Mantova nascenno tutte e dduje.
Sotto a Giulio nascette, e fuje già tarde,
E stette a Romma sotto a Ron Avusto
Ntiempo de chille Dieie fauze e busciarde.
Fuie Poeta, e cantaie chill’ommo justo,
Anea, che pò de Troja lassaje lle mura,
Quanno li Griece ficero l’arrusto!
Ma pecche tuorne a tanta seccatura?
Pecche non saglie ncopp’a chillo monte,
Prencipio e causa d’ alleria sicura?
Sì tu chillo Vergileo e chella fonte.
Che chiacchiereja comm’a no Papasso?
Lle risponnette co scornosa fronte.
0 de l’autre poete lummo a grasso,
Pe chell’opera toja, pe chill’ammore,
Pecchè letto l’ aggio io passo pe passo.
Tu si lo masto mio, tu si l’aotore,

E da te schitto io lesto copiaje
Lo bello scritto che m’ à fatto annore.
Guarda la bestia, pe essa io m’avotaje.
Saccente mio, mo damme ajuto, e ntutto:
Ch’ essa mme fa tremmà, ma proprio assaje;
Cammino àje da cagnare pe lo ntutto
Dice, pocca ie chiagnette co sospire,
Si vuò sta pe sto luoco ascuro e brutto.

Ga chesta bestia che staje a sentire.
Non fa passa nisciuno pe la strata,
Primma lo sbramma e ppò lo fa morire.
E co natura accussi trista è nata,
Che magna primma, e doppo se nne lagna
E cchiù de primma sta peggio affamata !

7 Novembre – non solo Dante – ALTRI INFER(N)I – Teofilo Folengo (il “Baldus”)

7 Novembre – non solo Dante – ALTRI INFER(N)I – Teofilo Folengo (il “Baldus”)

Rincorrendo i temi di una “letteratura” che abbia trattato “l’aldilà”, in quest’anno nel quale ricorre il settimo centenario dalla morte di Dante, ci siamo imbattuti in uno dei protagonisti della letteratura “buffa”, bizzarra e “satirica” per meglio definirla, che ebbe tra i suoi protagonisti Ariosto e Rabelais per menzionarne solo alcuni. Ma oggi qui vogliamo ricordare uno dei capostipiti di un genere un po’ particolare, a torto considerato “minore”.

Gerolamo Folengo, detto Teofilo e noto con tanti altri pseudonimi (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Teofilo_Folengo), è noto ai cultori della letteratura come promotore dell’ uso della lingua latina “maccheronica”, cioè quella forma mista di latino e volgare che ha poi avuto vari altri seguaci, non solo in Italia (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Latino_maccheronico).

La sua opera più importante è stata il “Baldus”, uno dei maggiori poemi del Cinquecento, pubblicato nel 1517. E’ la sua “opera prima” ed è caratterizzata da un latino intriso di un volgare dialettale, collegato agli ambienti in cui Folengo era cresciuta, in quel di Mantova.

Nella seconda redazione del poema (se ne contano ben quattro) sono stati aggiunti altri otto capitoli nel corso dei quali Baldo, che è uno squinternato manigoldo popolano che ne fa di cotte e di crude, si spinge fino all’aldilà e si scontra con i diavoli ed assiste ad una baruffa violenta tra Caronte ed un gigante, che spinge il nocchiero delle anime nel profondo della cavità infernale.

Per avere un’idea del linguaggio maccheronico e di “Baldus” riporto qui un brano dove c’è proprio la descrizione di Caronte

Dante nel III canto scrive: Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! …”

Folengo scrive:


Talia dum stabant una parlare barones Ecce venit sbraiando Charon, chiamatque bravazzus: “Papa Satan, o papa Satan, beth, gimel, aleppe. Cra cra, tif taf noc, sgne flut, canatauta, riogna”. Canutam mentozzus habet sine pectine barbam, quae bigolum distesa coprit, tangitque ginocchios. Non habet in calva solettum fronte peluzzum, ac si cum rasa testa, penitusque pelata, vellet in aspect populi mazzare gatuzzam, Strazzolenta sibi carnes schiavina covertat, quam “saltibarcam” chiozotta canaia domandat. Navigat in fretta super orlum navis adunchae, stansque pede in sponda paret cascare deorsum, nec cascare tamen metuit quia praticus ille est.

Ast ubi nos fortuna locum deduxit ad istum, nos, inquam, medios longa stracchedine mortos, affuit ecce Charon, praesentis nauta riverae, qui tenet officium curvo transferre batello damnatas animas et ademptas morte secunda. Ergo rogabamus si nos trascendere vellet, sponentes illi causam pietatis, amoris et fidei, quam nos patri debere tenemur. Ille ribaldonus, crestosus vecchius, et omni fraude sat impressus, velut omnis nauta catatur, promisit nos velle quidem passare delaium, sed non insemmam, dicens quod transiet unus post alium, fietque duplex vogatio nostra.

Sed Charon, aspecto Baldo sociisque, cridabat: «Quae vos in patres nostras ventura guidavit? Ola, quibus dico? si barcam scandere vultis, ponite corpoream somam carnisque valisam. Una mihi cura est animas transferre solutas, non altramenter fluvium passabitis istum». Baldus ait: «Taceas, taceas, scornute diavol, ad caput inchinum nisi vis andare sotacquam. Nonne hic Meschinum varcasti corpore ficcum? nec mihi commumem poteris concedere passum? Cui dico? dico ne tibi, parone bugiarde? Huc accosta ratem nobis, huc volge timonem. Quo premis in laium? in quaium dico, maruffe».

6 novembre – IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – parte 16

IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – Parte 16

Una mia nota: Voglio ancora una volta ricordare che vado riportando il dibattito che si svolse il 27 aprile del 2006 così come riportato dai trascrittori che sbobinarono le registrazioni. Ecco quindi perché a volte ci sono degli errori o comunque delle incertezze.

In qualche modo Pasolini in ogni sua opera chiama in causa il lettore o lo spettatore chiedendo a questo lettore o a questo spettatore di portare lui a compimento l’opera che Pasolini in un certo senso gli consegna incompiuta, dove compimento significa due cose: compimento estetico ora dirò in che senso e compimento pratico. Cioè mettere in pratica questa opera.

In che senso compimento estetico? Perché spero che l’altro senso sia più chiaro. Compimento estetico nel senso che soprattutto l’ultimo Pasolini, diciamo il Pasolini dalla metà degli anni sessanta in poi, quindi il Pasolini di “Alì dagli occhi azzurri” poesie in forma di rosa, da lì in avanti, tende realmente a consegnare i testi non finiti al pubblico, dove non finiti significa costitutivamente non finiti. “Alì dagli occhi azzurri” è presentato da Pasolini stesso come un libro nel quale viene stipato del materiale eterogeneo di racconti che partono come racconti da farsi e finiscono come racconti non (parola non comprensibile).

“Petrolio” è tutto costruito in questo modo. “La divina mimesis” è un testo che addirittura Pasolini licenzia delle stampe fingendolo, e poi di fatto lo è, non compiuto. Un testo addirittura ritrovato. Ed è un testo ritrovato Perché “La divina mimesis” risale addirittura a prima della metà degli anni sessanta, vecchio progetto che si intitolava (parola non comprensibile).

Dunque, dicevo non finito anche addirittura in senso estetico per cui al pubblico spetta la voglia di mettersi quasi idealmente accanto l’autore e nella propria testa portare a compimento un’opera che in qualche modo compiuta non è. Però, appunto Perché descrivevo prima il rapporto tra Pasolini e i suoi lettori e i suoi spettatori come un rapporto politico, tutto ciò che Pasolini vuole evitare è un rapporto conflittuale con questo pubblico. E così torno alla ragione per cui ho qualche riserva sempre a parlare di classicismo a proposito di Pasolini. Se Pasolini vuole essere usato, e più o meno è quello che noi stiamo continuando a fare da trent’anni, e non ha nessuna preoccupazione di consegnare opere in questo senso irrisolte, è chiaro che il rapporto con i propri lettori è quasi costitutivamente un rapporto conflittuale, Perché essere usati non significa soltanto essere assecondati, molto spesso può significare e significa essere violentemente contestati. Cosa che Pasolini sa e che, come dire, prevede nel momento in cui costruisce e poi consegna la propria opera. Insomma il tipo di lettore ideale di Pasolini è un lettore che si cimenta in un corpo a corpo davvero conflittuale, davvero drammatico. Quindi un lettore che non abbocca passivamente a tutto ciò che Pasolini vuole fare da un lato e che però è disposto a scommettere sulla veridicità dei testi di Pasolini cioè a concepirli e a viverli come depositi non solo di bellezza, quella è secondaria, ma di verità. Questo è il concetto.

1 Novembre – IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – parte 14

14

prosegue l’intervento di Antonio Tricomi

Ora, dicevo, nella presentazione di “Trasumanar e organizzar”, Pasolini ad un certo punto parlare dell’autore di quel libro come un autore che oscilla fra accettazione totale e rifiuto totale della letteratura. E’ esattamente l’atteggiamento sadomasochistico che cercavo di descrivervi prima. La gaffe, la forma, il vincolo letterario e le maniere dei maestri sono accettate e disgregate dall’interno. Dovete immaginare in questo senso l’atteggiamento di Pasolini verso l’oggetto e la forma letteraria, come l’atteggiamento di chi guida il congegno estetico, l’oggetto estetico come una prigione provi lentamente a forzare le sbarre della prigione, ma non rade mai al suolo la prigione.

Quando ho definito l’opera di Pasolini come un’opera mancata, Perché io credo che Pasolini non ci abbia dato opere finite e perfette, dovete prendere il giudizio non come un giudizio critico, ma come una definizione intera della cultura. Per opera mancata di Pasolini cioè intendi un’opera che l’autore che non vuole sia finita. Cioè l’opera di un autore Perché proprio Perché oscilla tra accettazione e rifiuto della forma e quindi oscilla di continuo tra tradizionalismo e masochismo verso le norme letterarie, non vuole darci per capirci il capolavoro, l’opera perfettamente finita, l’opera esteticamente finita, invece preferisce darci di nuovo per capirci un’opera a cui è come se mancasse l’ultima verniciatura, come se cioè l’autore in qualche modo si sottraesse all’obbligo che insieme è morale di consegnarla alla propria perfezione. Ancora una volta per l’atteggiamento sadomasochistico verso la letteratura di cui parlavo prima, Perché per Pasolini la letteratura e l’arte sono sempre due cose e mai da sole, ovvero una possibilità di bellezze e di verità e di crescita culturale, ma in quanto secondo lui la cultura e la letteratura sono sempre un contesto borghese, e la cultura e la letteratura sono anche momenti di dominio della classe egemone sulla classe non egemone.

Per cui fare letteratura senza portare i propri testi alla totale perfezione estetica, per Pasolini significa in qualche modo salvare i propri testi dalla possibilità-necessità di essere operazioni di dominio della classe egemone sulla classe non egemone. Quindi il vincolo che trattiene Pasolini qua dalla possibilità di darci il capolavoro, è un vincolo che come vedete è estetico, etico e politico. Ma su questo tornerò praticamente tra due minuti.

Prima dicevo però che in questo senso l’opera di Pasolini va intesa come un’opera mancata, cioè non portata a compimento. Ed ancora il sadomasochismo di cui parlavo prima mi pare possa essere definito come una possibilità di oscillazione tra gesto e maniera dove la gestualità sta dal lato del (parola non comprensibile), il masochismo invece sta dal lato del manierismo. Cosa intendo dire? Ancora una volta se le forme letterarie vanno recuperate, svecchiate e aggredite, la gestualità sarà l’atteggiamento di un autore che appunto Perché non vuole darci opere estetiche finite, tende a ridurre queste opere a proprie performance culturali ed etiche. Cioè in Pasolini c’è sempre una tendenza a fare di un testo, in senso fisico in senso letterario, una sorta di prolungamento del proprio corpo e della propria testa per poter immettere sul mercato delle idee….>>

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31 ottobre – IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI parte 13 con un preambolo “aggiunto” agli interventi del Convegno del 2006

31 ottobre – IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI parte 13 con un preambolo “aggiunto” agli interventi del Convegno del 2006

Il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini viene barbaramente ucciso all’Idroscalo di Ostia – in questi giorni ci sarà l’anniversario. Ai politici che molto spesso “giudicano” i comportamenti umani non violenti ma semplicemente afferenti alla sfera sessuale chiedo che evitino le consuete ipocrisie – a Pasolini dedicherò maggiore attenzione in questi giorni, pubblicando altre parti di quel Convegno del 2006 programmato per la ricorrenza del trentennale da quell’evento che sconvolse la vita di tanti giovani, come ero io non ancora trentenne. Il 3 novembre ripubblicherò un mio scritto su quei giorni.

continua l’intervento del prof. Antonio Tricomi, classe 1975

….Ora, non mi interessa il giudizio ovviamente di Pasolini su Tasso e Alfieri, ognuno la pensi come vuole, però in qualche modo qui Pasolini da subito segnala e vive sulla propria pelle un problema: ovvero che la tradizione per intenderci alta, la tradizione dell’umanesimo mostra la cosa in qualche modo gli autori che appartengono a quella tradizione lì, al giovane Pasolini annoiano. Non ovviamente tutti gli autori, non tutti allo stesso modo, non per quanto riguarda la loro intera produzione, però c’è un problema di trasmissione del sapere che Pasolini vive in prima persona, ma c’è anche un invecchiamento delle forme letterarie. Per cui Pasolini ventenne si accorge che c’è un problema della tradizione umanistica, umanistica ed in particolare letteraria. Ora tutta intera la sua opera culturale ed opera letteraria altro non sarà, a mio parere, che la risposta a questo specifico problema che dovessi riassumere in una formuletta potrebbe essere più o meno questo: come salvare una tradizione letteraria dallo (parola non comprensibile – VOCE FUORI MICROFONO)…una tradizione letteraria di riflesso alla cultura dell’umanesimo. Perché se ci pensate tutti i vari snodi dell’opera di Pasolini in fondo sono diversi modi di rispondere a questo stesso problema. Poi, ad un paio di questi snodi accennerò.

Allora dicevo si è eredi di una generazione che bisogna smentire, la generazione dei padri a cui bisogna in qualche modo disobbedire, che è erede di una tradizione letteraria invece (parola non comprensibile – VOCE FUORI MICROFONO). Dicevo che la rivista Eredi non nascerà mai, però in qualche modo lo stesso gruppo di Eredi sarà quello che pochi anni dopo darà vita ad Officina, una rivista che in qualche modo impone Pasolini all’attenzione delle critica letteraria e lo impone anche come critico letterario oltre che come poeta. Ed allora da questo atteggiamento di Pasolini verso la tradizione letteraria che è da svecchiare ed aggiornare ai contesti nuovi e a forme linguistiche nuove, io ho credo di poter definire l’atteggiamento di Pasolini e anche la sua cifra stilistica come un atteggiamento in qualche modo sadomasochistico. Rispetto alla tradizione letteraria cioè Pasolini ha una pulsione quasi di rifiuto e di violenza vera e propria: la tradizione letteraria sta invecchiando quindi bisogna in qualche modo aggredirla e quindi il sadismo di Pasolini verso la tradizione letteraria. Però anche l’atteggiamento masochistico di chi dalla tradizione letteraria e dalle forme letterarie completamente non vuole liberarsi mai e cerca anzi di (parola non comprensibile) a sé. Di recuperarle, di riscriverle appunto per tentare il salvataggio di cui parlavo prima.

Allora questo atteggiamento sadomasochistico in qualche modo è Pasolini stesso, e siamo ormai nel ’70-’71, a dichiararlo nell’autorecensione a “Trasumanar e organizzar”. Un altro breve inciso: è vero che Pasolini che tutti noi oggi ricordiamo è essenzialmente quello degli anni ’70, però questo stesso Pasolini, prima di quello che (parola non comprensibile) ha definito un colpo di teatro, guardate che è un autore in qualche modo che comincia ad essere (parola non comprensibile) Perché “Trasumanar e organizzar” non viene recensito da nessun critico letterario. Tenete presente che è il libro di un autore, Pasolini, che non era considerato autore. Cioè “Trasumanar e organizzar” non lo recensisce nessuno. Tant’è vero che Pasolini se lo autorecensirà.

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28 settembre – INFER(N)I – altri Inferni – non solo Dante – La navigazione di San Brandano

INFER(N)I – altri Inferni – non solo Dante – La navigazione di San Brandano

Si tratta di un testo precedente alla elaborazione che ne ha fatto Dante, che certamente era da lui conosciuto. E’ un’opera anonima scritta in latino e tramandata in manoscritti a partire dal X secolo. Vi si narra di un viaggio condotto da un frate benedettino irlandese che decide di intraprenderlo insieme ad un gruppo di altri monaci alla ricerca del Paradiso terrestre che si immaginava poter essere situato su un’isola Riporto qui un brano dell’opera nella traduzione di Giuseppe Bonghi…..

Di Unknown mediaeval scribe. – University of Applied Sciences, Augsburg, Germany (image), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1603556


“Padre, sali sulla nave e navighiamo sul mare ad occidente verso l’isola che è chiamata terra promessa dei Santi che Dio sta per dare ai nostri successori in un futuro molto prossimo”. Salimmo a bordo e mentre navigavamo una fitta nebbia ci coprì tanto che appena potevamo scorgere la poppa o la prora della navicella. Trascorso lo spazio di quasi un’ora ci avvolse una grande luce e apparve una terra spaziosa, verdeggiante e ricca di frutti. Fermata la nave, raggiungemmo la terra e cominciammo a percorrere l’isola per 15 giorni, come credemmo e non potemmo trovarne l’estremo confine. Non vedemmo nessun’erba senza fiori e nessun albero senza frutti. Ed anche le pietre sono preziose per loro natura. Inoltre al quindicesimo giorno scoprimmo un fiume che scorreva da Oriente verso Occidente. Considerando tutte queste cose, fummo assaliti dal dubbio su cosa dovessimo fare. Preferimmo attraversare il fiume. Ma aspettammo il consiglio di Dio. Avendo ragionato di queste cose fra di noi, all’improvviso apparve un uomo di grande splendore davanti a noi. E lui subito ci chiamò coi nostri nomi e ci salutò dicendo: “Evviva, buoni fratelli. Il Signore veramente vi ha rivelato questa terra che sta per dare ai suoi santi.

È infatti la metà di quest’isola fino a questo fiume. (Non vi è lecito proseguire) oltre. Ritornate dunque d’onde siete venuti”. Dopo aver detto queste cose, (subito gli chiesi di dove fosse) e con qual nome si chiamasse. E lui disse: Perché mi chiedi di dove sono e qual è il mio nome? Perché non mi chiedi di quest’isola? Così come la vedi è rimasta dall’inizio del mondo. Manchi di cibo o di acqua o di vestimenti? (un anno infatti) sei vissuto in quest’isola e non ti è mancato cibo o acqua. Mai fosti oppresso dal sonno né la notte ti ha mai avvolto. Infatti c’è sempre il giorno senza mai la cecità (qui delle tenebre. Il Signore nostro Gesù Cristo) stesso è la Luce di questo luogo. Senza indugio intraprendemmo il viaggio e quell’uomo (con noi arrivò fino alla zona caliginosa) (all’isola deliziosa). E quando i fratelli ci
videro esultarono con grande gioia per il nostro arrivo e si lamentavano per la nostra così lunga assenza dicendo: “Perché padri avete lasciato (senza pastore le vostre pecorelle) erranti in questa selva? Sappiamo che il nostro abate spesso s’allontana da noi per rifugiarsi in qualche grotta a noi
sconosciuta, talvolta per un mese, talaltra per una o due settimane o più o meno”. Appena udite queste cose, cominciai a confortarli dicendo loro: “Fratelli, non (pensate se non a cose buone. Il vostro soggiorno senza dubbio avviene davanti alla porta del Paradiso. Qui vicino si trova l’isola
chiamata Terra della Promessa di Redenzione dei Santi), ove né la notte incombe né il giorno finisce mai. E là si porta spesso il nostro abate Mernocato. (Infatti un Angelo del Signore) la (custodisce). Non riconoscete nell’odore dei nostri vestimenti che siamo stati nel Paradiso di Dio?”
Allora i frati risposero dicendo: “Abate, sappiamo che siete stato nel Paradiso di Dio al di là del mare, ma ignoriamo dove si trovi questo Paradiso. Infatti spesso abbiamo sentito la fraganza odorosa dei vostri vestiti nei quaranta giorni seguiti al vostro ritorno.” “Laggiù, in verità, sono
rimasto due settimane con il mio figliolo senza cibo né acqua. Là abbiamo ricevuto tanto cibo per la sazietà del corpo che agli altri sembravamo ripieni di mosto. Ma dopo quaranta giorni, ricevuta la benedizione dei fratelli e dell’abate, sono ritornato con i fratelli per portarmi alla mia cella alla quale ci sarò nuovamente domani.”

19 agosto – …e vi regalo un “racconto” in bozza, collegato in modo diretto a TRAMEDIQUARTIERE

…e vi regalo un “racconto” in bozza, collegato in modo diretto a TRAMEDIQUARTIERE

STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE
Scrivevamo l’altro giorno: “Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono? Dieci alle sette; tra qualche minuto anche il telefono sussulterà, vibrerà e poi suonerà. Decido di staccare la “sveglia”, non ne ho più bisogno e non voglio disturbare gli altri che continuano tranquillamente a dormire; mi alzo e vado in cucina a prepararmi il solito caffè. C’è meno luce del solito. Eppure siamo già al 15 di maggio. Con la tazzina di caffè fumante vado davanti all’ampia vetrage del salone attraverso la quale osservo la vasta pianura che va verso il mare, al di là delle colline pistoiesi che nascondono la piana di Montecatini e tutto il resto verso occidente. Le nuvole sono basse e continua a piovere. Ieri mattina a quest’ora la luce era così intensa e sono riuscito a fare una serie di buone riprese ed ottime foto.
Meno male, mi dico e continuo a dirlo mentre accedo al balcone esterno che guarda verso il Montalbano e si affaccia sul giardino e sulla vecchia Pieve. Sul balcone i fiori di cactus che ieri mattina erano aperti e turgidi si sono afflosciati, altri ne stanno nascendo e quando saranno pronti, come sempre faccio, li fotograferò. I colori della natura tendono in prevalenza al grigio, grigio-verdi, e la pioggia copre con il suo cadere a tratti i suoni ed i rumori della vita della gente che va a lavorare: è ancora presto per il “traffico” scolastico che tra poco si materializzerà. E continuo a pensare tra me e me: “Meno male che ieri mattina sono riuscito a fare le foto e le riprese di cui oggi avrò bisogno. Stamattina sarebbero state così cupe!”.
Da martedì insieme a pochi altri seguo un corso intensivo di soli quattro giorni: lavoriamo su “temi e storia” di questo territorio. Siamo a Prato. Quartiere San Paolo, periferia Ovest della città post-industriale. E’ piacevole ed interessante, forse anche utile. Siamo soltanto in sei suddivisi equamente quanto a genere ed età anagrafica. Il primo appuntamento è in una delle scuole della città appena alla periferia del nostro territorio. Mi sono presentato come uno scolaretto per l’appello del primo giorno. Molte le facce a me già note: in definitiva ad occuparci di Cultura ci si conosce. Sento subito che ci divertiremo, insieme. Handicap assoluto è la mia profonda impreparazione linguistica con l’inglese. La docente anche se in possesso di un curriculum internazionale di primissimo livello dal suo canto non capisce un’acca della nostra lingua: e questo mi consola ma non giustifica entrambi. C’è grande attenzione in tutti ma il più indisciplinato è colui che dovrebbe , per età soprattutto e per la professione che ha svolto, essere da esempio, cioè io. Mi distraggo, chiacchiero, insomma disturbo come un giovane allievo disabituato alla disciplina. L’americana mi guarda con severità e con quel solo sguardo impone il silenzio. Ciascuno viene chiamato poi a confessare in una sorta di autoanalisi, della quale non parlerò, le origini del proprio nome e della propria storia familiare. Io scherzo sul significato del mio cognome che richiama atmosfere donchisciottesche e sulle attività “carpentieristiche e marinare” di mio nonno paterno.