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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

La Cultura salverà la nostra personale umanità, quella cui nella prima metà del secolo scorso attentarono uomini (e donne) obnubilate da miti nazionalistici che prefiguravano una superiorità di “razza” (termine purtroppo utilizzato nuovamente per costruire discriminazione e separatezza). Quel periodo fu contrassegnato da un abbassamento del livello di attenzione in un tempo di crisi economica, sociale e politica generalizzata prodotta allo stesso tempo da leadership nazionali che non vollero – o non ne furono capaci di – riconoscere che occorrevano interventi strutturali complessivi che tendenzialmente e progressivamente abbassassero il livello di odio che era susseguito alla prima Guerra mondiale.

Oggi – come accennato prima – sembra di rivivere quei tempi “non così lontani da noi”. LA CULTURA CI SALVERA’? dobbiamo solo sperarlo? o dobbiamo provare con tutte le nostre residue forze?

In una serie di post da qui al 27 gennaio pubblicherò e commenterò alcuni testi sia originali che non relativi ad un mio lavoro di venti anni fa.

Tra il 1997 ed il 1998, mentre ero consigliere comunale di Prato, con il “Laboratorio dell’Immagine Cinematografica che era da me diretto, realizzai un “Progetto” che riuscì a coinvolgere studenti di molte scuole superiori della città, a partire dall’ITC “Paolo Dagomari” nel quale insegnavo. Giovani studenti del Liceo Classico “Cicognini”, del “Datini”, del “Copernico” furono da me coordinati nella realizzazione del videofilm “Appunti sull’umana follia del XX° secolo: la deportazione”.
A dare un particolare sostegno al Progetto ci fu il prof. Antonello Nave con il suo gruppo “Altroteatro”; insieme a lui collaborarono i professori Mauro Antinarella, Giuseppe Barbaro e Giorgio de Giorgi. Gli studenti che furono impegnati sono in ordine alfabetico Irene Biancalani, Lorenzo Branchetti, Alberto Carmagnini, Juri Casaccino, Cristina Isoldi, Simone Lorusso, Stefano Mascagni, Lisa Panella, Monica Pentassuglia, Annarita Perrone, Daniele Peruzzi, Linda Pirruccio, Giulia Risaliti e Luca Vannini. Alcuni di loro (Lisa Panella e Luca Vannini) produssero anche dei testi originali. Il gruppo del “Cicognini” si impegnò prioritariamente a mettere in scena una libera interpretazione de “Le Troiane” dal titolo “Non posso tacere gli orrori” di Antonello Nave che fa da preambolo al film; nel video c’è, ispirato alla rielaborazione del prof. Nave, un testo da me scritto con il quale il lavoro si chiude.
Nella realizzazione del videofilm ebbi la collaborazione oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, anche del Teatro di Piazza e d’Occasione – TPO attraverso la figura di Marco Colangelo – e della Fondazione Teatro Metastasio ed in modo particolare Renzo Cecchini, Teresa Bettarini e Gabriele Bologna Mazzara. Fu nostro consulente costante Mario Fineschi della Comunità ebraica toscana.
Le musiche furono vagliate e scelte in modo coordinato: da Bach, “Passione secondo Matteo” a “Canti e Musiche Tradizionali ebraiche” di Moni Ovadia, alla colonna sonora de “Il paziente inglese” di Gabriel Yared a “Songs From A Secret Garden” di R. Lovland.
Le riprese ed il montaggio furono realizzate da Pippo Sileci di Filmstudio 22.
Nei prossimi giorni, come sopra annunciato, in concomitanza con la data del 27 gennaio (giorno della Memoria) giorno in cui vennero abbattuti dall’Armata Rossa i cancelli del campo di Auschwitz pubblicherò alcuni dei testi riferibili a quel lavoro.

Joshua Madalon

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Olocausto con Pippo Sileci interno Magnolfi

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI 6

Ero stanco, ma allo stesso tempo attratto da quella folla straordinariamente ordinata nella sua giovanile prorompente allegria. E i due rampolli si erano sistemati e partecipavano con insolita attenzione allo spettacolo naturale che si andava svolgendo. Poi, all’improvviso tutto sembrò chetarsi. Anche io avevo trovato un lembo di prato libero e mi ero accovacciato accanto a loro. E fu solo un attimo dopo che mi ero sistemato che un “Ooooh!” collettivo accompagnò il primo fuoco che fiorì proprio davanti a noi alle spalle del palco dal quale si erano esibiti i karaokisti. Il botto che seguì di pochi millesimi di secondo non fu così intenso, nessuno se ne accorse soprattutto perché nello stesso tempo una pioggia di luci sembrò riversarsi su tutti. “Sembrò” con quell’effetto speciale stroboscopico che provoca timore negli inesperti, ma non ve ne furono tanti a rendersene conto. Gli stessi pargoli si erano distesi utilizzando come cuscini alcuni sassi ricoperti dalle morbide giacchettine leggere che Mary mi aveva dato prima di uscire, raccomandandomi di non far loro prendere freddo. Mi girai intorno e mi accorsi che ero tra i pochi ad essere rimasto in piedi e così mi feci fare un piccolo spazio, posi a terra la mia giacca e mi distesi con lo sguardo all’in su verticale ma anche obliquo verso la parte alta del palco. E non tardò dopo l’annuncio, l’apertura che dà il segnale di “attenzione”, a riprendere la “tarantella” delle stelle e delle bombe di varia forma, caratteristica e colore che illuminarono il prato dopo che per rendere migliore l’effetto erano state spente molte delle luci che avevano accompagnato le precedenti esibizioni canore.
Si susseguirono bombe a stelle e colpo scuro di colore rosso e verde a quelle “granatine” e “a raggi”, a “cannelli”, a “crociera di sfere” tutte mescolate con grande sapienza tecnica. E di poi nelle variazioni a più “spacchi” con lancio di di “stelle” a colori diversi che si dirigono in varie direzioni e sembrano quasi volerti abbracciare e colpire; ed ancora con “paracadute” ed altre forme geometriche, colorate ed eleganti come le bombe giapponesi di vario calibro. Tutto durò una buona mezzora anche se il tempo sembrò molto più breve e veloce. Il finale fu epico, tambureggiante, come ben si addice a professionisti di primo livello e con gli ultimi boati, quelli sordi, che danno il senso della compiuta operazione pirotecnica, partì un applauso sincero corrispondente alla felicità che era stata diffusa su quel prato.
Tempo dieci minuti, un deserto: o quasi. I bambini erano visibilmente stanchi, Daniele volle essere preso in braccio che non reggeva più dal sonno, forse anche Lavinia se ci fosse stato un posto libero tra le mie braccia ne avrebbe approfittato. Ma erano già occupate e da un peso non indifferente. Ma tant’è: mi avviai al parcheggio lungo il vialone che era ormai semideserto. Avevo anche il viaggio di poco più di cinquecento chilometri sul groppone. Mi fiondai a casa, stanco morto. Mary non dormiva ancora; è sempre così, non viene con noi ma è in pensiero finché non ci vede tornare. Daniele continuò a dormire forse sognando ancora quelle luci incantate, e Lavinia invece con toni bassi le andava descrivendo alla madre. Chissà per quanto tempo ancora avranno ricordato quei “fuochi”; chissà in che modo ne parleranno ai loro amici ed a quanti dopo di noi verranno; chissà se accadrà mai che condivideranno con i loro figli queste esperienze.

FUOCHI – fine

Foto di Agnese Morganti

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

5.
Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.
“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:
“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società. Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.
“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.
” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2
febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.
“Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”
Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?
No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.
Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.
Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.
Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.
E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene. Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.
Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.
E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del
tempo fascista”.
Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)
Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.
E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:, quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i
testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.
Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.
E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.
Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.
Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!
Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa
trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

…continua….

-a cura di Joshua Madalon –

“Carlo Monni – Balenando in burrasca” a cura di Pilade Cantini – Edizioni Clichy Collana “Sorbonne” 2016

http://www.maddaluno.eu/?p=7049

Lo scorso 28 dicembre pubblicando il post di cui sopra riporto lo shortlink scrivevo “…tratterò di un altro libro di Pilade Cantini dedicato al Monni, nel ricordare i quattro anni dalla sua scomparsa e i due esatti da quella del Casaglieri…” ed eccomi a voi con questo nuovo post, come promesso.

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“Carlo Monni – Balenando in burrasca” a cura di Pilade Cantini – Edizioni Clichy Collana “Sorbonne” 2016

Sarà per il richiamo tipicamente di natura letteraria che ne caratterizza il titolo…ma sarà anche il piacere ed il dolore, il dolore ed il piacere che si accompagna al ricordo di questo nobile personaggio delle campagne campobisentine che ha accompagnato il tempo della mia esperienza negli anni della maturità…sarà per il consiglio che mi è indirettamente pervenuto attraverso un’altra piccola grande stimolante operina che è “Il Manifesto del Partito Comunista in ottava rima” di Pilade Cantini, sarà per questo e tanto altro che non posso esimermi dal dedicare uno spazio a Carlo Monni, utilizzando questo “Balenando in burrasca” che a me sembra proprio la migliore evocazione antropologica e biografica che riesca a rendere a pieno la complessità dell’universo monniano.
Carlo Monni ha avuto la capacità di presentare la “poesia” di grandi autori come Angiolieri, Dante, Campana, Cardarelli, Prévert assumendola come personale espressione della sua naturale irrequietezza ed insieme dolcezza. Il suo essere nel corpo tozzo contadino si elevava nel divenire idealmente angelo per poi precipitare con una quasi inattesa naturalezza in un’edonistica materialità, riportando gli spettatori in quel mondo fatto di passioni veraci ed istintive, mai volgari, rappresentative della forza che la “letteratura” possiede quando si innerva in un contesto popolare.
Ad osservarlo bene, questo artista, non può che farci rammaricare di non averlo visto recitare Shakespeare quando nel 2009 con la regia di Andrea Bruno Savelli portò in scena il “Falstaff” in una libera interpretazione di quei due testi che afferiscono al mondo della crapula e della dissacrazione; sempre con Shakespeare e la sua poesia Monni aveva creato un sodalizio forte, e amava presentarla ai suoi pubblici.
Scorrendo le pagine del libro di Pilade Cantini sentiamo ancora una volta la sua voce, suadente, naturalmente impostata (la sua scuola è stata la strada, i circoli, i teatrini, i locali popolari fumosi come bettole, osterie, i viali delle periferie come Le Cascine) ripetere i versi del Campana

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele

o quelli del Cardarelli da cui il Cantini ha tratto ispirazione per il titolo

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

o ancora quei versi “eterni” che celebrano il “supremo motore dell’Universo” con il quinto canto dell’Inferno dantesco o con “Questo amore” di Jacques Prévert (il cui cognome Monni pronuncia in modo evidentemente “toscano” con la “t” finale ben nitida) o in quelli corrosivi dell’Angiolieri o quegli altri colti e triviali dell’Aretino, accompagnati da contributi “fai da te” della periferia fiorentina.

Devo anche dire che mi è molto difficile sintetizzare le pagine di questo “Balenando in burrasca” che è in maniera esclusiva un “atto d’amore e d’amicizia” dell’autore verso Carlo Monni, basato essenzialmente sui percorsi comuni nei variegati territori teatrali della Toscana. In un andirivieni tra diversi momenti del passato, Pilade Cantini racconta il suo “incontro” con Carlo Monni ed il suo mondo. Il libretto è corredato di riferimenti biografici essenziali, di una Teatrografia e di una Filmografia.

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Joshua Madalon

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 5 con una breve premessa ed un preambolo

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 5 con una breve premessa ed un preambolo

Riprendo un racconto che avevo interrotto lo scorso 9 dicembre (parte 4) che era stato preceduto il 22 novembre dalla parte 3, l’ 8 di quello stesso mese per la parte 2 e per la prima parte il 5 novembre.
Il racconto partendo da eventi occasionali – esposti tuttavia in una parte introduttiva relativa ad una recensione datata 13 settembre 2014 che qui sotto riporto – si spinge poi nelle due parti conclusive (la quinta, questa!) e la sesta, che pubblicherò nei prossimi giorni, a rievocare una Festa de “l’Unità”, una delle tante, ora che sono diventate solo un ricordo!


FUOCHI di Joshua Madalon – Un preambolo (13 SETTEMBRE 2014)

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I fuochi d’artificio non si guardano mai da soli; sin da bambini ci hanno abituati a goderli “insieme” agli altri. E ancora adesso che ho figli adulti quando mi capita di sentire scoppiettii mentre lavoro in casa nelle notti sempre più insonni li chiamo a raccolta per goderne gli effetti variopinti e fantasmagorici. Se devo andare con la memoria a dei “fuochi” particolari nella mia mente ce ne è uno che ha rappresentato l’arrivederci per un gruppo di amici che, dopo poco, si è distribuito su territori diversi per lavoro. Di qualcuno di questi ho il profondo rimpianto di non poterlo rivedere. Eravamo ventenni ed a fine Agosto a Procida sul costone del sentiero che porta a “Fore Serra” e che guarda dall’alto Ciraccio, Chiaiolella, Vivara e Ischia attendevamo intorno alla mezzanotte i tradizionali “fuochi” della festa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce. E’ un ricordo per diversi motivi malinconico ma straordinariamente fissato nella mia memoria che ritorna ogni volta che assisto ai “fuochi” anche qui, dove vivo da alcuni anni, a Prato.
Ed è stato così giocoforza riandarci con la mente, avviando la lettura di “Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo” scritto da Vincenzo Gambardella. L’autore sarà presente a “Libri di mare libri di terra” Festival della Letteratura nei Campi Flegrei che si svolgerà a Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida dal 26 al 28 settembre. Ho già scritto nell’anticipazione che si trattava di un libro complesso e difficile, e mi riferivo in particolare alla qualità della scrittura che si basa su una prosa tecnica elaborata con un gergo popolare che, sin dall’inizio, impone al lettore una revisione profonda nell’approccio consuetudinario ai testi che circolano correntemente. Ma, attenzione, il mio è un giudizio condizionato dall’impressione che ho avuto dopo letture di ottimo livello ma caratterizzate da lessici a me familiari. Niente di tutto questo troverete in “Vinicio Sparafuoco…”! Ma dopo la prima fatica vi assicuro, e lo sottolineo senza ambiguità e condiscendenza supina o piaggeria che dir si voglia, che ci si trova davanti ad un autentico capolavoro letterario.

La storia narrata è quella di un gruppo di amici che si formano intorno al protagonista Vinicio Pierro come fuochisti. Nel libro il gergo particolare di questa professione è spesso utilizzato in modo scientificamente appropriato e potrebbe servire come “manuale per i principianti” (io stesso sono andato a ricercare sul web alcuni termini come “calcasse”). Insieme questa allegra brigata (ma vi saranno momenti tristi e drammatici anche se raccontati con estrema semplicità) partirà dal golfo di Pozzuoli per andare verso il Nord fino all’algida Germania per poi dopo vicende cui non accenno far ritorno in Costiera amalfitana (Minori) dove alcuni sogni trovano il loro positivo approdo. Se ho dato questo giudizio entusiastico lo si deve al lessico ed alla sintassi frizzante, scoppiettante e variopinta come i fuochi d’artificio. La descrizione dei personaggi è precisa e dettagliata a partire da Vinicio, cuore semplice, generoso ed umile all’inverosimile in una realtà come quella con cui siamo abituati a lottare quotidianamente, un “cuore gioioso” come lui stesso dice di sé con toni ingenui, primitivi e colti allo stesso tempo ma di una cultura popolare che è sempre più martoriata e trascurata (leggansi le “lettere” che Vinicio – in più occasioni – e Costanzo Ceravolo detto Magnesio scrivono anche a personaggi importantissimi come il Negus, la Regina d’Inghilterra e papa Wojtyla). Insieme a queste sono pagine di grande letteratura quelle dedicate alla storia di San Gioacchino e Sant’Anna, il cui culto è praticato a Bacoli, la terra flegrea da cui partono i nostri personaggi ed altre che non mancheranno di coinvolgervi e di trasmettervi piacere, se coglierete il mio consiglio di leggere “Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo” di Vincenzo Gambardella edizioni “ad est dell’equatore” collana liquid.

FUOCHI – parte 5

Salutai rapidamente alcune compagne che erano sedute davanti alla tenda della Direzione, e che mi avevano invitato a stare con loro per discutere delle questioni politiche di inizio estate, che erano quasi sempre legate ad aspetti marginali, e anche per questo motivo feci segno che ci saremmo visti dopo, un dopo generico, e che ero impegnato con i pargoli, che non avrebbero troppo a lungo tollerato le mie distrazioni. Infatti già prima del mio fugace saluto non degnarono di alcuna attenzione le signore e proseguirono il loro cammino verso uno spiazzo dal quale provenivano musiche e voci, entrambi incomprensibili.
All’improvviso si aprì un varco nella vegetazione e le musiche e le voci divennero ben più vicine ma ugualmente poco chiare, indistinte. Ed insieme a queste in un grande prato illuminato a giorno apparvero centinaia di ragazze e ragazzi dagli occhi a mandorla che si agitavano urlanti verso un palco sul quale si esibiva un complesso formato da giovani ugualmente cinesi ed una ragazza pronunciava parole che il pubblico mostrava di comprendere e di poter condividere cantandole. A conti fatti, dopo la prima sorpresa la melodia era gradevole anche se non ci capivo niente. Lavinia e Daniele, miracoli della giovinezza, non mostrarono alcun disappunto sin dall’ingresso sul prato. Dove si sedettero continuando ad operare sul residuo di zucchero filato e schifezzuole gommose. Feci buon viso a cattivo gioco, ma ho un ottimo spirito di adattamento e mi impegnai, tranquillo per i figlioli che erano ormai bloccati da altre torme assise ed agitate in uno spazio ristretto, ad osservare le fisionomie, le loro smorfie, la loro prossemica del tutto simile a quella delle migliaia di giovani che a mia memoria avevano seguito concerti delle più importanti formazioni pop della mia gioventù. Erano belli di una bellezza che non riesci a cogliere in altri ambienti, quelli scolastici o di lavoro, dove molto spesso hanno un atteggiamento di straordinaria riservatezza. Lì i giovani si agitavano, urlavano, bevevano bibite tassativamente analcoliche e si abbracciavano, si baciavano in modo casto, abbandonando il classico pudore che li contraddistingueva in ambienti ugualmente pubblici ma dove non c’era la musica, che avvicina, accosta, facilita i contatti. Mi venivano in mente concerti degli anni Settanta, i figli dei fiori, la ricerca dell’assoluto, il rincorrere le utopie senza mai riconoscerle tali.
Sul palco intanto si alternavano ragazzi e ragazze gareggiando in una sorta di Karaoke cinese ed allora compresi che l’agitazione esagerata aveva un obiettivo molto pratico di sostegno ai vari concorrenti sia per la qualità sia per una conoscenza diretta da parte dei vari gruppetti di amiche ed amici.
Mi distrasse un attimo l’arrivo di un funzionario del Partito che volle salutarmi ed assicurarsi che nei giorni successivi io fossi a Prato. Volevano programmare alcune iniziative culturali per l’autunno ma pensavano di vedersi quasi a fine luglio. Dissi che non potevo ma che se fosse stato possibile avrei dato la mia collaborazione sin dai primi giorni del mese di settembre, alla ripresa del lavoro scolastico.

….fine parte quinta….continua

Joshua Madalon

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da PAESE SERA TOSCANA del 26 dicembre Un Natale di pace a tutti gli uomini di buona volontà

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Pubblico sul mio Blog l’articolo inviato a Paese Sera Toscana ed ivi pubblicato lo scorso 26 dicembre – Oggi 6 gennaio 2018 è l’Epifania – c’è un classico scambio di doni: questo è il mio per voi!

Un Natale di pace a tutti gli uomini di buona volontà
26 dicembre 2017

Giuseppe Maddaluno
Nel 2017 l’attenzione del gruppo ANNIVERSARI si è occupata di personaggi come don Lorenzo Milani, Antonio Gramsci e Danilo Dolci (una parte del gruppo ha organizzato alcune iniziative per ricordare Che Guevara e Pier Paolo Pasolini), ed eventi fondamentali della Storia come la Rivoluzione d’Ottobre.
Intorno alla figura di Antonio Gramsci ed agli eventi che precedono e realizzano la Rivoluzione del 1917 abbiamo avuto un valido sostegno da parte di uno dei più acuti studiosi gramsciani e degli eventi di 100 anni fa, il prof. Angelo d’Orsi.
Grazie al sostegno del Comune di Montemurlo (l’Assessore Giuseppe Forastiero, la funzionaria Roberta Chiti e gli operatori Valerio Fiaschi e Silvia Zizzo) ANNIVERSARI 2017 ha prodotto in cooperazione con l’Associazione Altroteatro Firenze (Antonello Nave, Giulia Calamai, Serena Di Mauro, Davide Finizio, Serena Mannucci, Bianca Nesi) un percorso ragionato di letture ed immagini sulla storia della Rivoluzione russa, curato da chi scrive, che ha preceduto la presentazione del libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE” alla quale ha partecipato da autentico protagonista il prod. D’Orsi.
Le serate di Montemurlo (6-13 e 20 novembre 2017) coincidevano con gli eventi di 100 anni fa; dal libro di cui sopra a pag.199-200 sentiamo quel che dice il 6 novembre del 1917 Kerenskij parlando dei bolscevichi Lenin e Trochij che praticano “uno sfruttamento sistematico dell’ignoranza, della ingenuità o degli istinti criminali della popolazione per creare ad ogni costo in Russia un’atmosfera di pogrom, per scatenarvi la follia della distruzione e del saccheggio…” e, di rimando cosa diceva lo stesso giorno Lenin ibidem pag.201-202: “Compagni,….La situazione è estremamente critica. E’ chiarissimo che ora ogni ritardo nell’insurrezione è veramente uguale alla morte…Non bisogna attendere!! Si può perdere tutto!!…La storia non perdonerà gli indugi ai rivoluzionari che potrebbero vincere oggi (e che quasi certamente vinceranno oggi), rischiando di perdere molto domani, rischiando di perdere tutto.”

Ma qui voglio anche ricordare lo scrittore Lev Vojtolovskij che in “Seguendo la guerra” raccolse alcune testimonianze su vicende che caratterizzeranno le festività natalizie sui fronti di guerra.
Ecco uno dei momenti “magici” durante i quali la presa di coscienza dell’insensatezza di una guerra senza quartiere prevaleva tra i soldati che spontaneamente anche su altri fronti in concomitanza per l’appunto con le festività natalizie avevano dato vita ad una “tregua” festeggiando “insieme”: le alte gerarchie però non furono mai d’accordo ed anzi si affrettarono a proibire tali debolezze.

“Durante l’inverno del 1916 sul fronte regnava la calma. Si era arrivati al punto che in prima linea i soldati che scorgevano il nemico non sparavano più. Lo stesso facevano gli austriaci. Talvolta accadeva che questi gridassero: “Signori! Finite la guerra!” E chiamavano presso di sè i russi e questi facevano altrettanto. La fraternizzazione con il nemico era incominciata nel nostro settore sin dall’ottobre 1916; questo primato, naturalmente, ci valeva non pochi soprusi da parte degli ufficiali; nel gennaio la fraternizzazione era diventata ormai un avvenimento di tutti i giorni, quasi banale. Le cose erano giunte a un punto tale che noi soldati barattavamo diversi oggetti, dando pane o zucchero e ricevendo in cambio un temperino, un rasoio”.
C’è un bellissimo tenero film di Cristian Carion del 2005, “Joyeux Noel”, che tratta proprio uno di questi episodi.
Nel libro di Angelo d’Orsi di cui abbiamo parlato, e che ci ha ispirato, egli alle pagine 236-237 ci riporta la tesimonianza di Antonio Rotunno, un militare semplice di origine salernitana (nato a Padula il 5 marzo 1881) che presta servizio presso il 266° fanteria Brigata Lecce, 3° battaglione, 8^ compagnia

È la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1917, è la notte di Natale anche nelle trincee che lambiscono il Piave nei pressi di Sant’Andrea di Barbarana in provincia di Treviso al di qua del Piave dove l’esercito italiano aveva, ritirandosi da Caporetto, posto il suo fronte.

Egli scrive nel suo lungo diario:
“Ad un tratto, quando l’ora della notte è già inoltrata e quando tutti noi siamo seduti accanto al focolare su cui divampa vivida e grande una fiamma che benevolmente ci riscalda e ci illumina, ecco che tra il cupo e fitto silenzio giunge fino a noi l’allegro schiamazzare dei nostri nemici austriaci. Costoro, avendo trasformato le loro trincee in luoghi di divertimento, con chitarre, violini, mandolini, flauti e tamburi fanno un chiasso da baccanale, divertendosi a più non posso, come se si trovassero nelle proprie famiglie o nel proprio paese e non nel luogo terribile e pericoloso in cui si trovano. Si divertono, si divertono come se la guerra fosse già finita da un lungo periodo di tempo.
Il loro divertimento, il loro strepito giunge sempre più distinto, sempre più preciso fino a noi, tanto che incuriositi usciamo dai nostri covi e, fermatici alle falde dell’argine di S. Andrea di Barbarano, assistiamo alla scena che i nostri nemici austriaci svolgono tra la più matta e la più sfrenata allegria nelle loro trincee, in questa notte memoranda e solenne del S. Natale dell’anno 1917.
Tra le altre cose, è bello il fare menzione di un invito che, in modo di preghiera, è rivolto a noialtri italiani, e le cui parole, nonostante lo strepito ed il baccano che si fa nelle loro trincee, pure giungono fino a noi chiare e distinte.
Essi ci dicono: – O buoni italiani, lasciateci divertire tranquillamente in questa sera della vigilia di Natale! Non tirate! Non tirate alla nostra volta! Vedete? Anche le nostre batterie non tirano mica e da parecchie ore sono diventate mute! Divertitevi anche voi e buona notte!
E come per incanto, su tutta l’estensione del fronte del Piave sembra che regni la calma ed il silenzio, come se la guerra fosse cessata da lungo tempo o come se le trincee fossero vuotate o disertate dai due eserciti combattenti. Non si odono più quei soliti colpi del moschetto e del fucile che le sentinelle, di tratto in tratto, durante il proprio servizio, erano solite tirare a vuoto nel silenzio della notte, e neppure si ode più lo scoppio terribile delle granate e delle bombarde: le batterie nemiche e le nostre tacciono e tacciono sempre.”
Ecco, voglio oggi ricordare, a cento anni di distanza, quell’atmosfera di pace e di serenità.

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BUON NATALE a tutte le persone di buona volontà – BUON NATALE a tutti i pacificatori!
….e Buona EPIFANIA da
Joshua Madalon

DANILO DOLCI e la sua “AVVERTENZA” ad introduzione di “Banditi a Partinico”

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DANILO DOLCI e la sua “AVVERTENZA” ad introduzione di “Banditi a Partinico”

Abbiamo parlato nei giorni scorsi di Danilo Dolci nell’ambito degli ANNIVERSARI 2017-2018 con riferimento alla Costituzione (Dolci è morto 20 anni fa e la Costituzione è stata approvata, promulgata ed è entrata in vigore 70 anni fa) e lo abbiamo collegato alle figure di Norberto Bobbio e di Piero Calamandrei.
Il secondo, padre costituente, ha avuto contatti fondamentali con Danilo Dolci, che a lui si è rivolto per consigliarsi prima di procedere con quell’azione “illegale” che era sia lo sciopero della fame sia lo sciopero alla rovescia: non potè consigliarlo perché i due non si incrociarono a Firenze ma subito dopo il parere di Calamandrei fu espresso nella “difesa” che egli fece nel processo al quale fu sottoposto il Dolci ed alcuni altri suoi collaboratori. Il contributo del primo (Bobbio) l’ho riassunto in due post che si riferiscono alla Prefazione che egli appose al libro oggetto anche di questo nuovo post, cioè “Banditi a Partinico”.

Di notevole importanza per comprendere le caratteristiche dell’impegno di Danilo Dolci risiedono nell’AVVERTENZA con la quale egli, dopo l’introduzione di Norberto Bobbio volle aprire quel libro. Qui di seguito la riporto quasi integralmente :

“Tra noi c’è un mondo di condannati a morte da noi.
Talvolta, anche per giusta insofferenza, tenta di ribellarsi: col mitra e la galera si risponde.
Si smetta di star dalla parte dei più forti, di lasciare a loro la possibilità di soffocare gli altri, proprio per sistema, alla luce del sole.
Non credo che tutti siamo tanto crudeli da voler continuare ad ammazzare, e a lasciar ammazzare, così….
Nella zona del maggior banditismo siciliano (Partinico, Trappeto, Montelepre: 33.000 abitanti), dei 350 “fuorilegge”, solo uno ha entrambi i genitori che abbiano frequentato la quarta classe elementare.
A un totale di circa 650 anni di scuola …..corrispondono 3000 anni di carcere. E continuano i processi contro “i banditi”.
Superano il centinaio gli ammalati di mente, gli storpi e i sordomuti.
Ogni mese si spendono 13 milioni per polizia, “forze dell’ordine”, galera. Più di 150 milioni l’anno….. a 4000 persone occorre subito lavoro. L’inefficienza, il disordine della vita pubblica persistono.
In nove anni si è intervenuti spendendo più di 4 miliardi e mezzo del pubblico denaro per ammazzare e incarcerare quando non si era mosso un dito, ad esempio, per utilizzare l’acqua del fiumicello vicino…..e ciò avrebbe dato facilmente lavoro a tutti. Se ci fosse stato lavoro non ci sarebbe stato banditismo…..
Il banditismo sul mare perdura: dal gennaio 1954, motopescherecci hanno pescato fuori legge per 350 giorni interi, indisturbati o, di fatto, favoreggiati dai responsabili.
Stavamo lavorando. Amici chiedevano notizie di noi e di questa zona: non potendo sempre rispondere esaurientemente ad uno ad uno, abbiamo pensato di raccogliere alcuni appunti e pubblicarli; è giusto confidare in tutti.
Son pagine, queste, scritte dalle cose e da tutti.
Talvolta abbiamo detto noi, talvolta abbiamo fatto parlare alcuni di questi condannati che, qui, non sanno il toscano. Non abbiamo voluto filtrare sempre questo mondo attraverso di noi ché troppo abbiamo mangiato e per troppi anni. Chiedo scusa, d’altronde, se sono rimasti brandelli di noi, e molti – e non i peggiori, forse –in queste pagine; ma volevamo più da vicino documentare, e partecipare le nostre speranze.”
Partinico, 19 gennaio 1955 D. D.

CortileCascino

Ho avuto molta difficoltà a ridurre il testo; potete rilevarne la sinteticità, la crudezza della descrizione del “mondo” che Danilo Dolci volle assumere come “suo” e nel quale impegnò l’intera sua esistenza, facendolo diventare un Laboratorio socio-antropologico di primaria importanza per comprendere le dinamiche che dalla povertà, dalla miseria troppo spesso conducono all’illegalità, al banditismo. Non c’è mai in Danilo Dolci indulgenza, giustificazione, ma c’è un atto d’accusa verso il Potere dei più forti, incapaci di comprendere il dramma dell’esistenza in assenza della principale forma di dignità per l’uomo che è inserita nell’art.1 della Costituzione italiana.
Ricordiamocelo!

Joshua Madalon

ANNIVERSARIO (triste) di straordinaria insolita allegria: FRANCO CASAGLIERI

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ANNIVERSARIO (triste) di straordinaria insolita allegria: CASAGLIERI e MONNI

Sì, certamente la mia esperienza amministrativa in una Circoscrizione che era grande quanto la mia città d’origine è stata entusiasmante e ne sono stato arricchito immensamente. Il lavoro in Circoscrizione è gratuito; solo i Presidenti del Consiglio Circoscrizionale percepivano un compenso che era basato su quello degli Assessori. A tutti gli altri eletti veniva corrisposto un gettone di presenza ad ogni partecipazione in Consiglio o in Commissione. Ma personalmente quel lavoro l’avrei fatto anche gratis ed a pensarci ora lo rifarei ancora di più gratis. In quegli anni ho avuto modo di conoscere tantissima gente di Cultura e di Spettacolo perché mi occupavo di questi temi come Presidente della Commissione Scuola e Cultura. E sin dai primi giorni prima nella sede di via Firenze e poi in quella di via De Gasperi ho lavorato per dare un contributo anche personale (qualcuno ha rilevato nel tempo che fosse “troppo personale”) alla gestione del programma culturale del territorio di mia competenza. Indubbiamente alla fine dei miei due mandati potevo dire di avere costruito dei contenitori che sarebbero andati avanti quasi da soli ma non avevo fatto il conto con il cambiamento di maggioranza che si verificò nel 2009, sia in Circoscrizione che in città.
Fu in quegli anni che ebbi modo di conoscere Franco Casaglieri, che peraltro abitava anche nel territorio circoscrizionale, quando mi fu presentato da Gianfranco Ravenni, che si occupava negli uffici non solo delle mie materie ma che per le questioni culturali ha sempre avuto una grande cura ed attenzione. Franco, non appena lo incontravi metteva in moto quella sua verve straordinaria che oltre a mettere a proprio agio gli interlocutori non ti consentiva di capire se stava a prenderti in giro o faceva sul serio. Io, ad esempio, non l’ho mai capito. Ma alla fin fine non era questo quel che importava: lui arrivava, ti presentava un’idea, la discuteva con te, ti faceva sentire importante perché tu la condividessi , stabiliva con il funzionario il budget, e via! E poi qualche settimana prima ti faceva sapere bene chi sarebbero stati i suoi compagni di viaggio. Franco aveva una capacità di coinvolgimento ampio e con lui vedevi arrivare Carlo Monni, Logli Altamante, Bobo Rondelli e ti poteva capitare che nel pubblico si affacciassero anche Ceccherini, Paci, Ettore il Grezzo, un tale Roberto Benigni e su di lì. Una volta si esibirono al Cantiere e gli abitanti del quartiere vuoi per timidezza vuoi per maleducazione (che a volte si confondono in un tutt’uno) non si decidevano a schierarsi sul davanti del palco e continuavano, mentre il Monni si impegnava con i suoi monologhi un po’ scollacciati inframezzati a canzoni come “L’amore è come l’ellera…”, a rimanere di lato e dietro, mentre davanti c’era un minuscolo drappello di “autorità” e qualche loro amico e parente.
Dopo un quarto d’ora di quella solfa, Monni si rifiutò di continuare la sua esibizione, anche perché nessuno dei “cantierini” ne voleva sapere di mettersi davanti.
In un’altra occasione con la Circoscrizione, affidandoci sempre a Franco, pensammo bene di organizzare un Concerto di Bobo Rondelli nella frazione di Gonfienti. A quell’evento avrebbe partecipato anche Carlo Monni. L’iniziativa era collegata alla festa paesana che si svolgeva in collaborazione con la Parrocchia: nessuno di noi aveva previsto che tra il cantante e la gente per bene, timorata di Dio, religiosa non poteva correre buon sangue. Ed infatti fu un vero disastro con polemiche che durarono alcuni giorni sulla stampa locale.
Di occasioni di incontri con Franco ve ne sono stati tanti anche fuori dai contesti pubblici; l’ultima volta che l’ho visto è stata la presentazione del libro di Maurizio Giardi e Marco Mannori, “Il fratello di Marta” alla Libreria Mondadori a Prato (oggi non c’è più “anche” quella libreria), ma non capii che stava male: era fatto così, scherzava come sempre, ti prendeva (o no?) per il culo. Poi arrivò la notizia della sua morte il 31 dicembre del 2015. Due anni fa, proprio il 2 gennaio, ci furono i funerali nel Duomo. Funerali solenni, anche allegri come lui avrebbe voluto che fossero se vi avesse potuto partecipare da vivo. Solenni anche perché ufficiati da due vescovi, l’emerito Gastone Simoni e quello in carica Franco Agostinelli oltre che dall’esperto di arte e spettacolo don Giuseppe Billi.
Uno dei suoi amici pratesi più cari, un artista dell’ottava rima come Gabriele Ara in quell’occasione ebbe a chiedergli proprio di salutare Carlo Monni non appena lo avesse incrociato lassù nei pascoli del cielo.

Joshua Madalon

In giornata ripubblicherò anche quel che scrissi il 2 gennaio del 2016

http://www.maddaluno.eu/?p=4009

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 2

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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 2


Come preannunciato giorni fa, in ricordo della figura di Danilo Dolci a venti anni dalla sua morte e di Piero Calamandrei, uno dei più illustri tra i “padri costituenti”, a 70 anni dalla approvazione, promulgazione ed entrata in vigore della Costituzione italiana ho pensato di fare cosa gradita nel pubblicare l’arringa in difesa di Danilo Dolci pronunciata il 30 marzo del 1956 nel Tribunale penale di Palermo. Tale discorso è indirettamente una denuncia esemplare dell’incapacità del Governo di allora (ma molto poco è cambiato se non peggiorato in termine di rispetto dei valori fondanti della Carta) di applicare gli elementi fondamentali della Costituzione e di rispettare e far rispettare le regole della convivenza civile. Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)
In quegli anni tra l’altro i pescatori di Trappeto si vedevano depauperati della possibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro a causa della presenza di grandi pescherecci collegati a potentati locali che portavano via dal mare antistante la maggior parte delle materie prime di cui legalmente avrebbero potuto usufruire le povere famiglie del posto.

Piero Calamandrei morì pochi mesi dopo aver difeso Danilo Dolci, il 27 settembre del 1956 a Firenze.

Ho già pubblicato lo scorso 31 dicembre la prima parte dell’intervento di Piero Calamandrei In difesa di Danilo Dolci – qui di seguito troverete la seconda parte. Confrontate il tutto con quanto scritto da Norberto Bobbio nella prefazione a “Banditi a Partinico” (vedi post di ieri 1 gennaio 2018) e, se non ancora conoscete Danilo Dolci e siete stimolati ad approfondirne le qualità e le caratteristiche che lo hanno fatto definire “Gandhi italiano” (insieme ad un altro grande come Aldo Capitini), andate in Biblioteca – o in libreria – e cercate le sue opere. Ancora, BUON ANNO 2018! L’anno della Rivoluzione del “68 (a 50 anni)
Joshua Madalon

2.
Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito? Perché noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi più alti? di che stiamo noi discutendo?
In verità io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, così tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; né riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilità dell’aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest’aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un’ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.
No no, il dissidio non è qui, in questa aula: il dissidio è più lontano e più alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l’epiteto di ” assassini “. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudeltà più inveterate, di tirannie secolari, più radicate e più potenti; e più irraggiungibili.
Di quello che è avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale è
soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall’alto. In quanto a me, vi dirò anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d’ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato. In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d’ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d’ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo. Quello che conta è un’altra cosa: conoscere il perché umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.

….fine parte 2…..continua

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BUON 2018 – Danilo Dolci e Norberto Bobbio – pagine esemplari

BUON 2018 Danilo Dolci e Norberto Bobbio – pagine esemplari

Su “Paese Sera” del 19 dicembre e sul mio blog del 23 dicembre u.s. accennavo alla Prefazione che Norberto Bobbio scrisse per “Banditi a Partinico” di Danilo Dolci.
Accanto al testo di Piero Calamandrei anche questo dell’illustre filosofo torinese andrebbe fatto studiare ai giovani (ed ai meno giovani, bisognosi di essere incoraggiati alla partecipazione attiva, civile, civica, politica). Sono passati più di sessanta anni e le parole di Norberto Bobbio, così come quelle altre cui accenno e che ho avviato a pubblicare perché siano viatico esemplare per chiunque voglia impegnarsi socialmente ed abbandonare il pessimismo risuonano ancora come fossero a noi contemporanee.
Qui di seguito riporto solo alcune parti ma vi consiglio di impadronirvi dell’intero testo non appena ne avvertirete il bisogno.
Dice Bobbio: “…..Vorrei quasi considerare queste pagine come una salutare iniziazione allo studio della vita politica in Italia, salutare per tutti coloro che son venuti prendendo coscienza della impossibilità di separare ciò che si è come uomini e ciò che si è come membri di una società storicamente determinata, intesa la politica nel senso più proprio come complesso dei rapporti tra individui e Stato, tra privati cittadini e pubblici poteri…..vorrei che si leggessero queste pagine come un commento, amaro e talora crudele, sempre spietatamente smascheratore delle belle frasi di cui la classe dirigente, politica e sacerdotale, riempie e decora i propri discorsi.
Crediamo di sapere, a sentir quei discorsi, che democrazia significa uno Stato in cui il cittadino è sovrano e gli organi della pubblica amministrazione sono al suo servizio, e più ancora che l’Italia attualmente è una vera democrazia…..Crediamo di sapere che diritto significa regola che impedisce l’esplodere della forza incontrollata delle passioni e degli interessi, e che il nostro Stato è uno Stato di diritto….E la giustizia dello Stato non è la forza superiore alle parti dalla quale ci attendiamo che la violenza privata non rimanga impunita?….E perché mai esistono una legge e uno Stato, questa imponente e costosa macchina di funzionari (i “fedeli servitori” della pubblica retorica) se non per impedire che il potente spadroneggi e il debole sia annientato?…..
…Si esce dalla lettura di queste pagine perseguitati dal fetore di quelle stanze e di quelle strade, dall’immagine di quegli interni desolati e confusi, di quei volti stanchi o torbidi o malati…col senso di una società più che pervertita guasta, più che corrotta disfatta, che vive sotto il segno della precarietà e del disvalore – disarmonia contro armonia, miseria contro ricchezza, malattia contro sanità, ignoranza contro conoscenza, superstizione contro religiosità, morte contro vita -, di una società dove l’avvilimento quotidiano di cui si discorre senza stupore e angoscia come del tempo che fa, è la morte……
….Per molti di noi il crollo del fascismo e la guerra di liberazione sono stati l’occasione per la scoperta di un’Italia segreta e nascosta, dell’Italia non ufficiale, di cui la cultura dominante, tutta affaccendata in polemiche filosofiche o ideologiche o di scuola (contro il positivismo, contro il pragmatismo, contro l’attivismo e via con mille altri nomi astratti) ci aveva poco o nulla parlato, e di cui la politica dei politici aveva spudoratamente negato l’esistenza. Si cominciò a guardare l’Italia non più dall’alto in basso, ma di sotto in su, dal punto di vista dei poveri, dei diseredati, degli oppressi, di coloro che non erano mai stati protagonisti…..”

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Norberto Bobbio ci ha lasciato pagine esemplari come queste che precedono la descrizione quotidiana, meticolosa, scientifica delle condizioni di coloro che avevano smarrito la loro identità di uomini, donne, cittadine e cittadini per assumere nomi collettivi come plebe, massa, banditi.
Guardiamolo oggi questo nostro Paese a sessanta anni e più dal tempo di “Banditi a Partinico” e confrontiamo quelle descrizioni con il mondo attuale, provando ad affrontare le problematicità con nuovo vigore ed uno sguardo attento alle esigenze ed ai bisogni dei più deboli.

Joshua Madalon

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