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da San Paolo di Prato un recupero dal 2015 NIENTE E’ COME SEMBRA – cronaca di un sopralluogo per TRAMEDIQUARTIERE – una metanarrazione

PER CHI LO AVESSE PERSO O PER CHI E’ PIGRO E NON VUOLE AFFATICARSI A RICERCARE LE TRE PARTI DEL RACCONTO DA ME PUBBLICATO SU QUESTO BLOG eccolo per intero

NIENTE E’ COME SEMBRA – cronaca di un sopralluogo per TRAMEDIQUARTIERE – Prato 19 gennaio 2015 – una metanarrazione

19 – 20 gennaio – “un po’ per celia, un po’ per non morire”


Quella parte della macchina fotografica che inquadra il soggetto – o l’oggetto? – che decidi di riprendere collocandolo in un suo attimo eterno di fissità assoluta non poteva essere chiamato in maniera così distante dalla sua concreta essenza. L’ “obiettivo” è infatti ciò che più lontano non può essere rispetto alla reale “obiettività”. Tutto è fuorché “obiettivo”!
E, pur volendo rappresentare la realtà, la verità, non può che rappresentarne, sulla linea infinita del tempo, una minima minuscola infinitesimale parte di esso.
La dimostrazione pratica di quel che si scrive è data dalla impossibilità di fornire un’unica spiegazione logica “obiettiva” di qualsiasi fotografia.
Ecco, dunque, quel che accade quando ci troviamo, come persone comuni, di fronte agli oggetti che vogliamo fotografare: anche l’attimo che scegliamo e che riusciamo ad ingabbiare, che impropriamente chiamiamo “istantanea”, è inevitabilmente successivo a quello che avremmo voluto fermare. In questo caso l’obiettività ricercata sfugge a noi stessi che la intendevamo invece accogliere come unico ed essenziale punto di vista.

I ragazzi hanno percorso le strade di San Paolo. I ragazzi – ma sono soprattutto ragazze – che seguono il Progetto delle Trame li abbiamo indirizzati ed accompagnati ed hanno così potuto interrogare le varie realtà del quartiere con i loro strumenti, a partire da quelli fisiologici, gli occhi e le menti. Tutto è, dunque, relativo: al momento, alla persona che inquadra ed a ciò che viene inquadrato. Il momento della giornata, delle stagioni e del clima diverso, della luce che cambia. Ed anche le contingenze storiche e sociali di una minima realtà condizionano sia i risultati che le loro interpretazioni in modo emotivo. Diversamente.
Dal Circolo di via Cilea partiamo e chissà perché mi vengono in mente Pirandello ed Imperiali, in particolar modo quella storia “pirandelliana” che quest’ultimo narra ne “La fontana del Comune”. Sarà un presagio? Sarà un presagio!
Un gruppo va verso il “pallaio”, luogo di incontro soprattutto di anziani ( ma i giovani non mancano anche se sono una eccezione)che giocano o solo osservano giocare a bocce e mentre trascorrono il loro tempo al coperto ed al riparo dalle intemperie discorrono sulle malefatte dei Governi e su qualche maldicenza locale.
Accompagno Valeria alla CONADDE mentre Gino e Siria con gli altri, una parte se ne è già andata subito dopo pranzo, va verso l’area Baldassini. C’è un grande giardino attrezzato ed una quinta di archeologia industriale di esaltante bellezza, tanto è che l’urbanista, lo storico ed il costruttore difficilmente condividerebbero un unico pensiero.
Con Valeria corriamo, le chiedo se il mio passo sia troppo rapido per lei: lo faccio anche per marcare il mio segreto desiderio di non essere considerato quel che oggettivamente sono, un anziano troppo spesso rammollito e pantofolaio. Parliamo; in verità parlo soprattutto io per tutto il tempo, chissà che non annoi come fanno con me alcuni. Ma siamo veloci a ritornare dopo pochi minuti. E ci ricongiungiamo al gruppo, dopo aver scartato , solo in parte, l’incontro con uno strano tipo che, chissà perché, aveva sbagliato il tempo di un appuntamento con Saverio, il nostro coordinatore di Circolo Piddì, e mi tampinava. Bye Bye, gli dico, e fatti rivedere un altro giorno. Mi sento un verme, ma non sono in grado di essere migliore se mi si limita.

……Gli altri sono già agli “orti sociali”, una bella realtà, non c’è che dire: e di spazi così, abbandonati e ricettacolo di sterpi, rettili e qualche oggetto di arredamento fuori posto ma ancora degno di essere esposto in qualche “mercatino dell’usato” o in qualche “installazione di arte contemporanea”, ve ne sono altri qui in giro. Spazi che potrebbero essere utilizzati proprio come “orti sociali” destinati ad anziani, a famiglie, a bambini. I giovani del workshop si sbizzarriscono nel chiedere e nell’impostare inquadrature di uomini e natura. E qualcuno vi si perde e smarrisce. E il gruppo lo perde, proseguendo il suo viaggio pomeridiano tra strade, giardini privati, spazi verdi ordinati e spazi grigio-verdi disordinati e polverosi, antiche fabbriche dagli eleganti sontuosi aristocratici contorni architettonici che emanano sensazioni vetuste ma ancora caratterizzate da una certa nobiltà: quante operaie ed operai vi hanno agito? Quali tragedie quante e quali sofferenze e quante e quali festose ricorrenze hanno vissuto? Dentro esse abita la Storia di questa città e ne respira ora solo un lontano sentore colei o colui che vi transita riconoscendone i profondi valori storici che da lì promanano. Ora esse, pur rimanendo ancora erette con grande signorile apparente dignità, rischiano di essere destinate dall’incuria dei contemporanei ad essere abbandonate al degrado. Qualche espressione da “terzo paesaggio” attira le attenzioni dei giovani fotografi ed in particolare una struttura muraria che divideva gli spazi fra San Paolo e quello che era al di là di San Paolo, che poi solo di recente è stato identificato da Bernardo Secchi come “Macrolotto Zero”, mostra ad ogni modo di possedere una sua peculiare storica distinzione. Fra un’area coltivata ed uno spazio dove il disordine regna indisturbato si giunge al grande Giardino di via Colombo, luogo di incontro e raduno dal mattino alla sera della pacifica e disciplinata comunità cinese – con orari scanditi da ordinanza sindacale dopo le vibranti assurde proteste di un cittadino che lamentava la confusione ingenerata dagli strumenti che accompagnano la pratica del Tai-chi. Altre etnie – Prato ne è piena e ne conta più di cento – frequentano questo luogo. Ci sono anche gli italiani, ma provate per credere e venite pure a vedere, i cinesi – ebbene sì – sono la maggioranza. E ce ne sono davvero tanti, cosicché Valeria si appresta a rubare istantanee con le quali intende dimostrare ( e ce lo dirà solo dopo ) che è pur sempre un lunedì pomeriggio e c’è ancora luce e dunque non può essere del tutto vero che i cinesi lavorino soltanto, che lavorino tanto come si dice così spesso. Racconto a chi mi sta vicino l’esperienza di Emma Grosbois, una giovane fotografa che installa provocazioni artistiche e narro del comportamento dei cinesi, la loro compostezza, la ritrosia, la timidezza su cui però poi, quando Emma aveva completato l’installazione e se ne allontanava, prendeva corpo e forza la curiosità. Andiamo oltre e Valeria si diverte a fotografare i panni stesi dentro e fuori i terrazzini delle abitazioni cinesi lungo il nostro percorso. Li ricerca con curiosità: utilizzano gli “stand” industriali non potendo, per limiti regolamentari dei condomini, esporli all’esterno alla maniera delle famiglie mediterranee; ma non tutti in effetti sono rispettosi e Valeria di questo non può che essere contenta: riprenderà questi tessuti colorati che creano una sarabanda cromatica di straordinaria bellezza.

Lungo il tratto – via Puccini via Respighi via Rota, tutti grandi musicisti – che porta verso via Pistoiese, si incrociano etnie orientali islamiche, donne velate e bardate da drappeggi variopinti di gran buongusto. Anche io fotografo qualche scorcio e privilegio la figura umana e la documentazione del lavoro dei nostri giovani. Inquadro infatti la realtà in movimento e per questo temo sempre che vi sia qualcuno che possa non gradire queste mie intromissioni. Ecco infatti che da un auto ferma c’è qualcuno dall’interno, che a me sembra proprio un cinese, che mi apostrofa – lo vedo agitare la mano – e suona per tre volte anche se non in modo imperativo il clacson: faccio finta di nulla, potrei non essere io il destinatario, anche se sembra proprio il contrario, di tale protesta; ma il tizio insiste ed un signore dai tratti occidentali che gli è accanto all’esterno mi fa segno di avvicinarmi. Diamine, che vorrà da me, ora; e temo per la mia incolumità. Ma no! E’ un amico che ha voglia semplicemente di scherzare, dal momento che mi vede in mezzo a tanta bella giovane compagnia. Lo saluto con cordialità, rinfrancato. Una parte della bella compagnia se ne va verso la Stazione di Porta al Serraglio. Rimaniamo in cinque e ci inoltriamo nel cuore di quella che chiamano “Chinatown” un guazzabuglio di corpi e linguaggi in luoghi pittoreschi ma maleodoranti. Procediamo in questi ambienti e ne cogliamo alcuni aspetti conservandoli nei nostri “aggeggi” elettronici: ristoranti, pescherie, ortofrutta, supermercati caotici, sale giochi e per la strada avventori, passanti casuali, garzoni di bottega, signori ben vestiti con valigette e computer accesi ed operanti si mescolano in ambienti degradati. In una di queste strade, leggermente più riservata, accanto ad un’officina meccanica chiaramente italiana ( in questo settore i cinesi non si sono mai inseriti) c’è una chiesa cristiana rivolta ad ospitare parte della comunità cinese (è in un capannone industriale ) e di fronte ad essa si nota un asilo nido anche questo in tutta evidenza – oltre che per le insegne esterne bilinguistiche dalle decorazioni interne – al servizio delle famiglie cinesi, che attualmente sono le più prolifiche.
Si va facendo sera e così si ritorna verso il Circolo. Attraversiamo di nuovo via Pistoiese e per via Umberto Giordano (ritorniamo ai musicisti!) costeggiamo le mura ben mantenute della vecchia fabbrica Forti. Ne ammiriamo alcune parti soprattutto gli spazi antistanti via Colombo che ne evidenziano l’abbandono. La luce sta venendo meno ed è sempre più difficile fotografare; ci limitiamo a documentare ed infatti riprendo alcuni atti del gruppo residuo sulla “rotonda” di via Giordano/ via Colombo con la cornice bassa delle fabbriche abbandonate. E poi in un’istantanea Siria è con Valeria ed in fondo lungo la recinzione Gino leggermente voltato indietro verso un auto della Polizia Municipale “apparentemente” ferma allo Stop.
Diciamoci la verità: quell’auto si era messa in posa per essere fotografata! La foto “istantanea” casuale scattata senza una vera e propria volontà non avrebbe alcun significato. E non avrei potuto scattarne altre per documentare i fatti per non aggravare la situazione del “povero” Gino, malcapitato. L’auto era ferma, proprio, non apparentemente, ferma, ben piantata sullo Stop. Così come fermo era Gino, impietrito e stupito.
Cosa era accaduto? Fa parte della relativizzazione di cui accennavo soprattutto nell’avvio. Ciò che si vede può essere realtà ma anche impressione, suggestione. Questo lo sapevo, ma vaglielo a spiegare ai due solerti vigili urbani.
Lo dico sempre a mia moglie quando la sento imprecare contro quel tizio che ha parcheggiato malissimo ed ha occupato parte del posto nel quale lei dovrebbe parcheggiare. Ma cosa succede al ritorno? La macchina dell’autista che le ha maledetto è andata via ed ora è inevitabile che sia proprio la sua, quella di mia moglie, ad essere parcheggiata “da bestia”. Apparenza ma anche parte di realtà! Anche ai due vigili urbani era parso che il nostro Gino avesse divelto quel reticolato rugginoso ed incerto che si sbriciolava a pezzi solo a toccarlo: il nostro amico a tanti tipi può somigliare ma non di certo all’incredibile Hulk. Oppure sì? È forse un altro esempio di “relativizzazione” della realtà? Siamo di nuovo a chiederci se sia o meno “reale” quel che vediamo, quel che percepiamo. O soltanto ci illudiamo? Forse sì, la vita davvero è un sogno, bello a volte brutto in altre, ma pur sempre un sogno.

G.M.

I REGALI DI NATALE – p.2

Per fortuna c’è ancora molta luce. Napoli è luminosa; il suo clima è proverbialmente miracoloso. Anche se non più abituati, non ci sorprende il caos: basta lasciarsi portare dalla corrente, mantenendo il più possibile la barra dritta su una corsia, meglio quella centrale. Non bisogna avere reazioni nervose e da qualche tempo in qua per rimpinguare le casse del Comune ci sono multe salatissime per chi supera i 50 orari. Il caos illude il viaggiatore, ma difficilmente si riesce a superare quella velocità nella prima parte del percorso; piuttosto è più in là dopo l’uscita di Camaldoli, proseguendo verso Pozzuoli, che occorre evitare, complice un traffico solitamente molto meno intenso, di accelerare.

Siamo riusciti a arrivare con il vantaggio di un’oretta di luce. I mesi che sono passati ci hanno portato via anche qualche persona cara, non parenti ma grandi amici e mi si stringe il cuore a guardare quei balconi che pullulavano di energie creative anche durante il lockdown (erano lenitivi e consolanti i suoni e i canti, anche per noi che eravamo lontani e che osservavamo con attenzione quelle performance fino all’ultima che era apparsa un giorno prima che la triste notizia arrivasse sul tam tam dei social fino a noi) e che ora sono silenti e carichi di una profondissima struggente malinconia.

Scarichiamo l’auto con la solita difficoltà degli spazi a disposizione per poter manovrare agevolmente, ma per fortuna il carico è inferiore agli altri e qualche aiuto in più ci viene da nostra figlia e dal suo compagno, Bruno. Manovriamo sotto gli occhi vigili presenti o nascosti dei vicini di casa che affacciano sulla corte comune. I presenti argomentano anche un saluto e vorrebbero dopo questa lunga assenza anche recuperare il tempo perduto, ma dobbiamo scoraggiarli con gentilezza unita a fermezza, altrimenti a cosa sarebbero valse le ansie di arrivare perlomeno con un po’ di luce. Gli altri, quelli che occhieggiano dietro le tendine, ci diranno tra qualche ora, quando li contatteremo, di averci visti. La confusione ammassata, necessariamente con ordine, nell’auto diventa un guazzabuglio incontrollabile nelle prime stanze dell’appartamento. I pacchi si sovrappongono ad un’altra serie omologa che già è stata depositata da mia cognata, alla quale abbiamo dato il compito di fare una rapida ricognizione in casa, accertandosi che perlomeno funzionassero frigo, lavatrice e riscaldamento. Far partire il riscaldamento è un’operazione complessa per noi che in questa casa ci veniamo comunque – quando è andata bene (prima della pandemia) – due, tre massimo quattro mesi all’anno. Ognuno prende possesso degli spazi e per un paio d’ore si cerca di mettere ordine; perlomeno si sistema quel che necessita in modo primario.

Per far partire la caldaia devo uscire fuori al terrazzo e lo trovo molto sporco soprattutto di polvere; osservo il panorama del Monte Gauro, che è un vulcano e le collinette di Cigliano, che sono anche quelle la cornice agricola molto fertile di un altro vulcano, ma quel che mi colpisce è immediatamente una zaffata di quell’odore tipico della nostra terra, i Campi Flegrei e la Solfatara, che dista trecento metri da dove siamo. Si dice che quando è così intenso è segno di un’attività vulcanica molto forte. E nelle giornate successive ne avremo la conferma.

…2….

I REGALI DI NATALE – p.1

Faccio un passo indietro per descrivere quel che è il pregresso: le attese, le speranze, la voglia di recuperare un rapporto con la Madre Terra, o come meglio sarebbe dire “Terra Madre”, la terra natia: è di noi due ma in modo particolare e sorprendentemente da parte di nostra figlia. Decidiamo di partire il 22 dicembre, per evitare il rientro dei vacanzieri di fine anno, quelli in particolare collegati al mondo della scuola. Quando si parte, comunque si sia in due oppure in tre o quattro come questa volta, appariamo sempre una famiglia in trasloco e ci consola solo il fatto di non essere gli unici, felicitandoci del comune destino quando si incrociano altri veicoli ricolmi come un uovo. In realtà lo spazio è ridotto e i bisogni sono raddoppiati; in aggiunta si deve dire che tutte le vettovaglie che erano state lasciate nel gennaio del 2020 erano scadute e quindi dovevamo necessariamente portare con noi perlomeno i viveri di prima necessità.

Mi sono raccomandato con mia figlia affinché non si parta troppo tardi: voglio arrivare a Pozzuoli, in questo periodo di solstizio invernale, con un po’ di luce. Il mio desiderio, visto che sono considerato ormai un impenitente maniaco della precisione, viene esaudito; ma la speranza di trovare un traffico normale, no. Assistiamo inermi a lunghe file di centinaia di Tir che lottano arrancando per procedere in mezzo a chilometri di cantieri aperti. Si viaggia dunque quasi a passo d’uomo per molti chilometri. Per fortuna non fa tanto freddo e si possono tenere aperti anche se di poco i finestrini per aerare il poco spazio rimasto: c’è il rischio che qualcuno di noi covi il contagio, senza esserne consapevoli. E, poi, ho una strana tosse che mi scuote di tanto in tanto: a me sembra psicosomatica perché mi ritorna soprattutto se ci penso; ma il mio dottore ha detto che è collegata al reflusso gastro esofageo. Sarà; ma sono più o meno gli stessi sintomi che avvertivo nel marzo 2020 all’alba del Covid19.

Comunque, giusto per la cronaca, è proprio il gran traffico che mi impegna a mantenere desta l’attenzione ed anche la “tosse” non mi perseguita e di riflesso gli altri viaggiatori non hanno alcun motivo di preoccuparsi. I giovani ne approfittano per organizzare incontri e visite ad amici, luoghi da visitare e ristorantini dove rifocillarsi tutti insieme che diano garanzie di sicurezza. Mia moglie è intenta a seguire il traffico e di tanto in tanto distribuisce qualche snack. Il viaggio dopo le prime due ore e mezza da incubo procede abbastanza spedito; l’auto è revisionata ma non mi fido di lanciarmi oltre i 90 massimo 100 orari. Per fortuna non c’è più il gran traffico grazie anche alle corsie che da due sono tre, da Orte in giù. Ci siamo fermati solo per un parziale bisogno fisiologico; non mi sono mosso dall’auto. Arrivati a Santa Maria Capua Vetere, la sagoma del Vesuvio già si intravede sullo sfondo; poi sparirà e ritornerà dopo l’uscita dall’A1. Qualche altro chilometro e poi si entra nella bolgia infernale, che chi non è di queste parti non può immaginare (forse a Roma sarà la stessa cosa, ma qui a Napoli, entrare nella Tangenziale è il cordiale saluto della città e soprattutto dei suoi abitanti.

….1…..

5 novembre – Pasolini – otto canzoni scritte per lui e…da lui

Nel ricordo di Pier Paolo Pasolini, oggi pubblico alcune canzoni dedicate a lui e….in qualche caso, scritte da lui.


I ragazzi giù nel campo
Non si curano del tempo
Ma si buttano dentro i fiumi
Per pescare la croce premio
I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ad un pazzo
Poi lo strozzano con le mani
E lo bruciano in riva al mare.
Vieni figlia della Luna
Della stella mattutina
Che regala a questi ragazzi
Le carezze del gran cielo!
I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ai borghesi
Tagliano a pezzi
A pezzi le teste
Dei nemici e dei fedeli
I ragazzi giù nel campo
Colgono rami e rosmarino
E camuffano buche e pozzi
Per acciuffare le ragazze
I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ad un ricco
Gli fan togliere i denti d’oro
E li portano al mercato.
Vieni figlia della Luna
Della stella mattutina
Che regala a questi ragazzi
Le carezze del gran cielo!
I ragazzi giù nel campo
Non possegono memoria
Perciò vendono gli antenati
Poi son presi da tristezza.

Oggi è Domenica, domani si muore

Oggi è Domenica,
domani si muore,
oggi mi vesto
di seta e d’amore.

Oggi è Domenica,
pei prati con freschi piedi
saltano i fanciulli
leggeri negli scarpetti.

Cantando al mio specchio,
cantando mi pettino.
Ride nel mio occhio
il Diavolo peccatore.

Suonate, mie campane,
cacciatelo indietro!
“Suoniamo, ma tu cosa guardi
cantando nei tuoi prati?”

Guardo il sole
di morte estati,
guardo la pioggia,
le foglie, i grilli.

Guardo il mio corpo
di quando ero fanciullo,
le tristi Domeniche,
il vivere perduto.

“Oggi ti vestono
la seta e l’amore,
oggi è Domenica,
domani si muore”.

Irata

Consorzio Suonatori Indipendenti

Incombere umorale degli affetti del sangue
Incombere umorale delle idee delle istanze
Insolente promessa sciocca, vacua, solenne
Di bastare a sé Non tornerò mai dov’ero già
Non tornerò mai a prima, mai
Non tornerò mai a prima, mai
Non tornerò mai dov’ero già Incombere umorale delle idee delle istanze
Incombere umorale degli affetti del sangue
Potessi dirti quello che nemmeno posso scriverti
Esiterei nel farlo Oggi è domenica, domani si muore
Oggi mi vesto di seta e candore
Oggi è domenica, domani si muore
Oggi mi vesto di rosso e d’amore Non tornerò mai dov’ero già
Non tornerò mai a prima, mai
Non tornerò mai a prima, mai
Non tornerò mai dov’ero già Oggi è domenica, domani si muore
Oggi mi vesto di seta e candore
Oggi è domenica, domani si muore
Oggi mi vesto di rosso e d’amore Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare né so fare domande
Di cui non so parlare né so fare domande Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare né so fare domande
Di cui non so parlare né so fare domande Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare né so fare domande
Di cui non so parlare né so fare domande Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare né so fare domande
Di cui non so parlare né so fare domande Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare né so fare domande
Di cui non so parlare né so fare domande Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento

Una storia sbagliata

Fabrizio De André È una storia da dimenticare
È una storia da non raccontare
È una storia un po’ complicata
È una storia sbagliata
Cominciò con la luna sul posto
E finì con un fiume di inchiostro
È una storia un poco scontata
È una storia sbagliata Storia diversa per gente normale
Storia comune per gente speciale
Cos’altro vi serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite È una storia di periferia
È una storia da una botta e via
È una storia sconclusionata
Una storia sbagliata
Una spiaggia ai piedi del letto
Stazione Termini ai piedi del cuore
Una notte un po’ concitata
Una notte sbagliata Notte diversa per gente normale
Notte comune per gente speciale
Cos’altro ti serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite È una storia vestita di nero
È una storia da basso impero
È una storia mica male insabbiata
È una storia sbagliata
È una storia da carabinieri
È una storia per parrucchieri
È una storia un po’ sputtanata
O è una storia sbagliata Storia diversa per gente normale
Storia comune per gente speciale
Cos’altro ti serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite Per il segno che ci è rimasto
Non ripeterci quanto ti spiace
Non ci chiedere più com’è andata
Tanto lo sai che è una storia sbagliata
Tanto lo sai che è una storia sbagliata

A Pa’

Francesco De Gregori

Non mi ricordo se c’era luna
E né che occhi aveva il ragazzo
Ma mi ricordo quel sapore in gola
E l’odore del mare come uno schiaffo A Pà
A Pà E c’era Roma così lontana
E c’era Roma così vicina
E c’era quella luce che ti chiama
Come una stella mattutina A pà A pà Tutto passa, il resto va E voglio vivere come i gigli nei campi
E come gli uccelli nel cielo campare
E voglio vivere come i gigli nei campi
E sopra i gigli nei campi volare

L’alba dei tram

Remo AnzovinoMauro Ermanno Giovanardi Case e periferia
Fumo che non va via
Copre ogni voglia che ho
Di rialzarmi e andar giù Facce in attesa di un tram
Lunghe
Quanto la notte che ormai
Non c’è più Son donne appese a finestre
Le ombre che guardano in su
L’alba è qui già da un po’ Ma dove sei tu?
Là dove si sta
Li-, liberi di non aver paura
Di dir la verità
Di vivere la vita E tra queste strade bianche
Un uomo, con parole stanche
Ammira, come fosse d’oro
Quest’alba che sa di nuovo Là dove si sta
Li-, liberi di non aver paura
Di vivere la vita
Come si fa? Li. -liberi di non aver paura
Di dir la verità
Di far la verità Per vivere la vita Di dir la verità
Per vivere la vita

Bimba col pugno chiuso e lo sfondo della statua
Saluti alla tua mamma e saluti alla mia sposa
Mi aspetta la montagna e mi aspettano le veglie
Mi aspetta la mitraglia e mi aspettano le stelle

Nuovo Pignone, compagni uniti contro le catene

Hai visto la giulia bianca e hai visto a’ Pierpaolo
Quell’angelo del cazzo col bacio del diavolo
Che gira per Roma e gira per Roma
Sbagliando l’accento e sbagliando persona

Guarda bambina, c’è il mare mosso
Bandiera rossa, bandiera rossa, bandiera rossa

E per gli esseri umani col nome nel marmo
Io canto alla luna, alla luna

Guarda bambina, c’è il mare mosso
Bandiera rossa, bandiera rossa, bandiera rossa

Per gli esseri umani col cranio nel fango
Io canto alla luna, alla luna

Il centro di passaggio per le stelle più lontane
Il punto dell’appoggio per le tenebre più strane

Ci siamo tutti, ci siamo tutti, ci siamo tutti
Ai funerali di Togliatti
Ci siamo tutti, ci siamo tutti, ci siamo tutti
Ai funerali di Togliatti
Nuovo Pignone, compagni uniti vinceremo insieme

Piazza di San Giovanni, piazza di San Giovanni
Con le salsicce e coi cantanti
Piazza di San Giovanni, piazza di San Giovanni
C’è la tombola compagni

Guarda bambina, c’è il mare mosso
Bandiera rossa, bandiera rossa, bandiera rossa

La ruota gommata schiaccia e torce il corpo del poeta ucciso
Ruota gommata schiaccia e torce il corpo di Pierpaolo irriso
Danno il “Vangelo” in bianco e nero
In una sala parrocchiale di periferia

Guarda bambina, c’è il mare mosso
Bandiera rossa, bandiera rossa, bandiera rossa

Chissà se esiste nulla che Abbia più gran tedio di sé Di una piovosa domenica italiana. Se poi è già sera, ed è novembre Con il crepuscolo che scende Su questa guazza metropolitana, Più ancor rimpiango le veglie attorno ai fogolàr… All’oste l’ho dovuto dire: “Sei ancora in tempo per fuggire”, E lui temeva che fosse per la cena! Di Vecchia Italia onesta scorza, Anch’egli ignora la sua forza E quel suo affetto mi dà una dolce pena. Ma il vino suo denso sa sempre scaldarmi il cuore… Testimoniare verità: Null’altro resta ormai da dire, Vorrei il coraggio di una fede, O emanciparmi da viltà, Dalla paura di morire Come sa solo far chi crede. Ma sotto un disperato cielo Ciò che mi spinge adesso a uscire Sà ancora d’empietà, e spero Avrò nuove cristianità Dal clandestino mio Dies Irae, Perché anche lì vi è Pietà e Amore… Mi è caro il gergo popolare, Il puerile senso dell’onore, La sua allegrezza, la tragica incuranza. Vi è ancora un senso, una passione, Vi sopravvive una nazione Con residuale, sfrontata appartenenza. Non so per quanto, ma meglio di voi, di me… Forse a guardare troppo in là Mi ritrovai gli occhi feriti, E un balsamo vorrei, o un figlio. O un’innocenza che berrei Come tra giovani banditi Belli e cari agli Dei. E prego Mi si traghetti oltre la notte Lungo i canali delle vie, Fino alla quiete che Concede lo stolto tempo che gli Dei Li ha trasformati in malattie, Febbri dei giorni miei… Hai già cenato? Perché mi dai del Lei? Che famo, annamo?”

Certo hai vissuto una vita di ombre e di luce, alla scialba cultura del tempo facevi paura, ma tu, uomo sensibile e lucido amavi parlare e provocare reazioni alla gente comune. Al lido di ostia quel giorno c’era un bambino, che giocava a pallone incurante della situazione, e curiosi, esperti, fotografi, gente morbosa, a casa tua madre era in ansia che ti aspettava. Cinquantanni in quell’agile corpo dal fare bambino, una pietra preziosa cresciuta in un borgo piovoso, di un poeta, di un uomo, di un sogno, della verità, che ne sarà, che ne sarà che ne sarà. Cosa hai visto nell’ultimo istante della tua vita, la pellicola di una stagione per sempre finita, il chiacchiericcio di gente borghese che avrebbe archiviato in un comodo affare di sesso quel tuo segreto. C’è stata gente che poi ha vissuto una vita normale, dopo la notte in cui ti hanno fatto scoppiare il cuore, forse il mandante qualcuno lo sa e non cerca pietà, della verità che ne sarà…

reloaded “LA SFIDA” un ricordo del novembre 1966

tempesta


reloaded “LA SFIDA” un ricordo del novembre 1966

La sfida
Quante partite nello scalo merci delle ferrovie avevano giocato; al pomeriggio prima di mettersi a studiare si ritrovavano nel piazzale all’ingresso della Stazione della Metropolitana di Pozzuoli; si contavano e quando il numero lo permetteva si andava a giocare. Intanto con il pallone di cuoio quello regolamentare si palleggiava sulla strada. Allora le auto circolanti non erano molte e quando arrivavano si chiedeva agli automobilisti di parcheggiare più in là. La porta, virtuale, era nel muraglione della villa signorile che affacciava sulla piazza: si sistemavano degli oggetti reperiti casualmente (a volte erano i nostri giubbini arravugliati, altre volte dei mattoni di tufo) per delimitare lo spazio orizzontale della “porta”; per l’altezza si andava “ad occhio” ma, ad ogni modo, quando il numero dei convenuti era consistente si spostavano all’interno dello Scalo.
A volte, considerando questa pratica un allenamento, affittavano un campo di calcio con il contributo di tutti e si sfidavano fra di loro oppure sfidavano altri gruppi come il loro, mettendo in palio “pizza e birra”.
Era la fine di un mese di ottobre ancora caldo; molti già discutevano su come il clima fosse cambiato. Era il 1966.
Alberto spesso si recava nell’isola; di solito vi trascorreva la bella stagione ma anche qualche fine settimana. Là poteva respirare aria buona, godere della libertà dai vincoli, a volte apprensivi, della famiglia. Aveva un gruppo di amici con i quali condivideva alcune passioni, teatro e musica. Aveva costruito anche qualche timida relazione, ma niente di importante e di fisso, con una ragazza del luogo, amicizia e nulla di più per accordo reciproco. Seguiva – da tifoso – una delle squadre di calcio locali, dove giocavano altri amici ed amici dei suoi amici. Ed una sera, una domenica di metà settembre, raccontò loro del gruppo di amici della Metropolitana, elogiandone le qualità tecniche, quasi a sottolineare la loro possibile superiorità: quasi! Ma agli “isolani” sembrò certa la provocazione di Alberto nei loro confronti. Ed il guanto della sfida fu gettato.
A quei tempi nel gruppo della Stazione tutti erano studenti, molti al Liceo Classico, una parte all’Istituto Tecnico e, tranne un paio di loro che erano già all’Università, frequentavano l’ultima o la penultima classe del corso di studi superiori. L’occasione buona sarebbe stata quella delle vacanze dei Santi e dei Morti che, con il 4 novembre, Festa dedicata all’Armistizio di Villa Giusti che nel 1918 concluse la prima guerra mondiale, e con la concessione di un “ponte” il sabato 5 componeva un utile filotto. E così si strinse un patto fra Alberto e gli “isolani” per una sfida ufficiale nel primo pomeriggio del giovedì 3 novembre.
La banchina, quella mattina, era sgombra; la notte il vento era stato così forte da aver provocato la caduta di alcuni cartelloni pubblicitari lungo il viale di accesso al porto…ma il cielo era sgombro di nubi, quella mattina. Non faceva molto freddo. Il mare nel porto di Pozzuoli, protetto dal lungo molo caligoliano alla fine del quale vi era un faro abitabile, piccolo ma ugualmente maestoso, appariva calmo. Alberto con i suoi amici si avviarono, dopo aver acquistato i biglietti di imbarco ed aver controllato anche gli orari per il ritorno, verso quella che ancora allora chiamavano la “Cumana”, in ricordo del fatto che già dall’Ottocento e poi fino a metà Novecento il collegamento fra Procida e la terraferma si svolgeva prevalentemente da Torregaveta, “terminal” della Ferrovia per l’appunto detta “Cumana”. Dopo il controllo dei biglietti, salirono a bordo. Al di là del personale non vi erano molti altri passeggeri.
Alle 9.45, in perfetto orario, la nave si staccò dalla banchina. Il viaggio durava all’incirca 45 minuti; dopo essere uscita dal porto di Pozzuoli girava a sinistra e proseguiva mantenendo sulla destra la riva di Baia e di Bacoli fino a doppiare il Capo Miseno dove, virando a destra e mantenendosi a distanza dalla costa di Miliscola e del Monte di Procida, avrebbe puntato verso l’Isola di Procida.
Un percorso semplice semplice, ma quel giorno non fu così.
Non appena usciti dal porto, superato il Faro, ci si accorse che il mare non era più così tranquillo come sembrava. La nave, una delle più grandi fra quelle che circolavano su quella linea, cominciò a beccheggiare di fronte ad onde larghe ed enormi che la colpivano lateralmente. Il capitano decise di spostare la prua in direzione delle onde per poterle affrontare; il rollio commisto al beccheggio creava una combinazione maligna che in un primo tempo, ricordando alcune delle attrazioni dei Luna Park, appariva piacevole ai giovani passeggeri che scherzavano fra loro mimando gli ubriachi lasciandosi andare da una parte all’altra del ponte godendosela e ridacchiando. La nave si allargò dal Capo Miseno e si inserì verso il canale di Procida affrontando onde altissime che la portavano nella parte più bassa del ventre impedendo ai passeggeri di vedere la terra e poi la sollevavano sulle loro creste per farle ridiscendere vertiginosamente.
I giovani amici di Alberto cominciarono a spaventarsi e più di uno di loro dovette liberarsi della colazione; lo stesso Alberto era confuso e fortemente preoccupato per i suoi compagni, e qualcuno si spinse anche ad offenderlo. Il mare si calmò soltanto all’ingresso del porticciolo di Procida protetto dalla scogliera. Il gruppo, un po’ malconcio, raccattò le sue borse, dove erano state riposte le tute, le magliette ed i pantaloncini della squadra, e si preparò a scendere dalla scaletta che era stata calata sulla banchina di Procida. Si era di fronte all’imponente palazzo Merlato del ‘600 e ad una serie di abitazioni dal vario colore mediterraneo, ma la traversata aveva messo ciascuno di cattivo umore e poi tutti erano arrivati a Procida in tempi migliori. Alberto aveva lanciato già lo sguardo dall’alto della nave per cercare qualcuno dei suoi “isolani” e non ne aveva visto alcuno. Si era fermato in uno dei bar della Marina Grande ed aveva, utilizzando un gettone, telefonato a casa di Valerio, l’allenatore della squadra locale. Rispose sorprendendosi del fatto che loro fossero arrivati; chi vive circondato dal mare conosce i suoi segreti e le previsioni non erano positive: il mare andava ancor più ad agitarsi ed il rischio dell’interruzione del servizio marittimo nelle ore successive era molto elevato. Ma, visto che c’erano, disse che poiché avevano confermato il loro allenamento pomeridiano, non ci sarebbe stato alcun problema per la “sfida”, a patto però che si evitasse il gioco duro.
Si fermarono tutti a Marina Grande rifocillandosi con tè caldo al Bar del Porto; e poi si avviarono verso il piccolo autobus che era arrivato, essendo stato avvisato da Valerio. Il biglietto lo si faceva direttamente a bordo e l’autista sapeva anche dove lasciarli scendere poco prima di giungere al capolinea che era la Marina Chiaiolella. Riconobbe Alberto ed anche lui, l’autista, che si chiamava Gennaro, lo rimproverò di non aver consultato le previsioni marittime; sarebbe bastata una telefonata alla Capitaneria del Porto, anche quella di Pozzuoli. Alberto allargò le braccia per giustificarsi così come poteva e chiese a Gennaro di indicargli una trattoria alla buona per il pranzo. Erano soltanto le 11; potevano mangiare un primo ed un po’ di frutta prima di andare a giocare. L’appuntamento per la “sfida” era alle 14.30 per avviare alle 15.00 e chiudere entro le 17.00 per poter poi ripartire per Pozzuoli alle 18.00.
Decisero dunque di arrivare giù alla Chiaiolella e di fermarsi in una delle trattorie dove di solito facevano da mangiare agli operai edili che venivano dalla terraferma. In quei giorni non erano arrivati non solo per il maltempo ma soprattutto per le ricorrenze, per cui i gestori furono ben contenti di avere una dozzina di clienti inattesi e si prodigarono per accontentarli. Alberto li conosceva ma non bene come quelli della Corricella e di Marina Grande; si presentò e presentò i suoi amici spiegando il motivo per il quale si trovavano quel giorno a Procida.
Insieme ascoltarono alla radio le previsioni meteo e seppero che in gran parte dell’Italia del Centro Nord aveva continuato a piovere mentre al Sud non erano previste perturbazioni pericolose: si rasserenarono convinti anche del fatto che, pur se il vento continuava ad essere intenso, non facesse freddo ed il cielo era pressoché sgombro di nubi. Tanto che, alla fine del pranzo, dopo il caffè si spostarono verso la spiaggia e si sedettero sulla sabbia al sole che era abbastanza caldo.
Fino alle 14 vi rimasero; poi a piedi si avviarono salendo verso il Campo sportivo. Lungo la strada Giovanni, il capitano della squadra, impartì alcune indicazioni sui ruoli da ricoprire: Luciano avrebbe fatto il portiere, come al solito; Alfredo e Gino avrebbero supportato la linea di difesa mentre al centro di questa vi sarebbe stato lui stesso; nel centrocampo avrebbero operato Mattia e Peppino; la linea di attacco con capacità e potenzialità di rientro sarebbe stata composta da Alberto, Nicola, Fulvio come centravanti, Saverio e Renato. Di certo non avrebbero avuto alcuna possibilità di sostituzioni; ma nelle “amichevoli” spesso accadeva così. Alberto faceva da segretario a tutta la compagnia e prese appunti diligentemente.
Arrivarono con qualche decina di minuti di anticipo rispetto alla squadra locale; così si spogliarono, indossarono magliette – con i numeri canonici – e pantaloncini e poi cominciarono a fare riscaldamento. C’era intanto un pubblico occasionale sorpreso di vedere tante facce nuove. Arrivarono i “locali” per la sfida mentre Alberto e gli altri stavano provando dei palleggiamenti. Valerio fece le presentazioni di Alberto e quest’ultimo presentò i suoi amici. Alle 15, forse poco dopo le 15, scelto come arbitro un ragazzo che si era proposto, cominciarono a giocare; decisero di fare due tempi di 35 minuti con un breve intervallo di 10, in modo da poter finire per le 16.30 e ripartire, anche perché Valerio paventava il rischio che sul far della sera il mare sarebbe diventato più agitato e non vi sarebbe stata possibilità alcuna di partire; il vaporetto che li aveva portati la mattina ritornava da Ischia e sarebbe partito alle 17.30 ed era il mezzo più sicuro rispetto alle altre imbarcazioni meno solide.
La partita si mantenne su un piano di gioco aperto ma molto corretto così come era stato previsto dai patti; e nessuno si lamentò del risultato che fu un pareggio per 2 a 2. Finita, si rivestirono tutti, bevvero del tè caldo che era stato portato dai “locali” all’interno di thermos e non appena ritornò il pulmino si salutarono e, così come erano arrivati la mattina, ridiscesero alla Marina Grande.
Il mare era abbastanza tranquillo nel porto, anche se con l’approssimarsi del tramonto il vento aveva ripreso a tirare ed a dire il vero non era freddo. Il gruppo di Alberto, tutti soddisfatti per l’esperienza vissuta, arrivò a Marina Grande con il piccolo autobus. Scesero e si avviarono alla biglietteria, ma la trovarono chiusa e videro anche un cartello affisso: “SERVIZIO SOSPESO per mare forza 9”. In effetti, il mare non appariva poi così tempestoso, ma uno degli ormeggiatori che Alberto conosceva disse che il moto ondoso era molto forte nella parte più aperta alle correnti aeree ed in particolare fra Ischia e Procida e nel canale di Procida; e , quel che era peggio, le previsioni non annunciavano miglioramenti nelle ore successive, anzi! Cosa fare, a quel punto? Alberto sapeva anche che in qualche occasione era stata ripresa la rotta per Acquamorta, al Monte di Procida; ne accennò al gestore del bar, Geppino, che conosceva da tempo ma quello gli rispose che, in simili condizioni, nessuno lo avrebbe potuto condurre dall’altra parte: la sera stava sopraggiungendo e non vi erano le condizioni per poter con certezza far ritorno e poi la Capitaneria non lo avrebbe consentito.
Alberto chiamò Valerio che, per fortuna, visto il maltempo, era ritornato a casa e lo informò. “Se qualcuno ci dicesse che di certo domattina si parte potremmo anche adattarci in un magazzino del porto o chiedere ospitalità in uno dei locali della Marina; ma ho la sensazione che non vi siano certezze in tal senso.” Alberto pensò anche di portare una parte dei suoi amici dai suoi parenti, ma Valerio lo rassicurò: “In occasioni come queste, voi siete stati nostri ospiti, tocca a noi ricercare una soluzione. Chiamo il Sindaco per capire quel che si può fare! Aspettatemi”. Alberto ringraziò ed avvertendo su di sé la responsabilità di averli condotti in quella “sfida”, informò il gruppo, che intanto come aveva fatto al mattino si stava rifocillando al caldo in una stanza interna del Bar con te e pastine varie.
Valerio arrivò dopo meno di un’ora; con lui c’era il vice Sindaco che assicurò tutti che l’isola avrebbe provveduto ad ospitarli in una struttura alberghiera (avevano pensato anche all’Ospedale, ma veniva utilizzato solo per il Pronto Soccorso e non aveva spazi organizzati) fin quando il servizio di navigazione non fosse ripreso. Alberto aveva telefonato alle zie e si fece escludere dal computo; disse che però li avrebbe accompagnati per accertarsi della sistemazione. In quei giorni, per la concomitanza delle festività e del maltempo, gli alberghi erano pressochè vuoti. Era consuetudine ad ogni buon conto avere il massimo rispetto per gli “ospiti”, ancor più in occasioni come quelle; e non capitava certamente spesso.
Valerio, il Vice Sindaco ed un altro amico fino ad allora sconosciuto li accompagnarono, utilizzando tre auto, ai due Alberghi che si trovavano fra Solchiaro e la Chiaiolella, il “Savoia” ed il “Riviera”. Furono accolti con estrema cortesia nella tradizione ospitale dell’isola. Alberto ringraziò gli amici di Procida, si accomiatò dai suoi amici assicurando loro che, presto, la mattina dopo sarebbe ritornato, suggerendo loro di essere pronti perché se il mare si fosse calmato ed il servizio ripreso sarebbero partiti. La notte il vento riprese vigore e la mattina, limpida perché sgombra di nubi annunciò tuttavia che nulla era cambiato e che il mare, lo si vedeva dall’alto della casa delle zie di Alberto, lo si vedeva altrettanto dall’alto delle terrazze dei due alberghi, era ancora più tempestoso. Alberto raggiunse presto gli amici e con loro, sapendo di dover rimanere ancora qualche ora, forse un giorno, si sperava un solo giorno, si incamminò sulla via “Panoramica” e da quella poterono osservare la maestosità delle onde marine che si scagliavano possenti contro la scogliera sollevando una schiuma corposa; ed il vento intenso rendeva il cammino faticoso lungo la strada. Alberto e pochi altri, rassicurati e protetti dalla dolcezza e dall’ospitalità dell’isola, ricordarono i versi di Lucrezio nel secondo libro del “De rerum natura”

“Suàve , marì magnò turbàntibus àequora vèntis
è terrà magnum àlteriùs spectàre labòrem;
nòn quia vèxarì quemquàmst iucùnda volùptas ,
sèd quibùs ìpse malìs careàs quia cèrnere suàve est.”

“bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano.
Non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
ma la distanza da una simile sorte”

e fecero ritorno, dopo aver acquistato alcuni prodotti per l’igiene intima in un “Coloniali” in Piazza Olmo, uno di quei negozi che emanano profumi di pulito e vendono di tutto, ai loro Alberghi. Era il 4 novembre, venerdì e nel Nord ed il Centro d’Italia, si stava consumando la tragedia delle alluvioni. Trento, Venezia, Udine, Brescia, Padova subirono enormi danni; Firenze fu sommersa dall’Arno. Un patrimonio immenso di Arte, Cultura e Civiltà rischiò di essere perduto. Alberto ed i suoi amici si incollarono alle radioline che riportavano i notiziari del “dramma”. Compresero di essere davvero fortunati. La mattina dopo riuscirono a far ritorno. Il mare non era ancora tranquillo ma il servizio era ripreso.

Joshua Madalon

Firenze 66

3 novembre – reloaded EPIFANIE – Pasolini e Bach a Bergamo alta” di Giuseppe Maddaluno

reloaded
EPIFANIE – Pasolini e Bach a Bergamo alta” di Giuseppe Maddaluno

Una camera spartana; era quello che aveva trovato a due passi dal Centro storico di Bergamo bassa, in via Pignolo. La proprietaria, una signora sui sessanta, aveva richiesto l’ anticipo dell’affitto settimanale; non si fidava dei meridionali. Troppe fregature aveva avuto e non le bastava che Fulvio le fosse presentato da un pigionale d’annata, anche lui era meridionale! Una stanza spoglia con pochi mobili e nessuna possibilità nemmeno di utilizzare la cucina; per fortuna Fulvio conosceva molto bene uno dei suoi amici terroni che lavorava alle Ferrovie dello Stato e che, ancora celibe, utilizzava a pranzo ed a cena la Mensa del Dopolavoro Ferroviario. Così, introdotto come amico fraterno, Fulvio ne poteva utilizzare i servizi pagando come “esterno” un prezzo molto conveniente. A Bergamo c’era anche un altro suo amico, Fausto, che abitava in via Novelli. Lo aveva conosciuto durante il servizio militare, Fausto. Era un ragazzo molto attento alle trasformazioni sociali ed era politicamente impegnato senza appartenenza ad alcun Partito; un “cane sciolto” attento alle attività dei “centri sociali”. Gli telefonò ed andò anche a trovarlo una domenica mattina; lavorava in una fabbrica nell’hinterland milanese e tornava a casa solo il fine settimana. Sembrò sfuggente, un po’ vago e superficiale nei rapporti che mostrava, in contrasto con la serenità dei giorni della “naia”, freddino! Era la fine di ottobre del 1975; il cielo era limpido e si respirava una buona aria. Bergamo non era inquinata come Milano e le giornate, mattina e pomeriggio, erano libere per Fulvio, che aveva ricevuto una supplenza ad un corso serale all’Istituto Tecnico e Commerciale “Vittorio Emanuele II”. Il lavoro era impegnativo ed occorreva prepararsi in modo adeguato: gli “studenti”, tutti adulti, erano desiderosi di apprendere e spesso, essendo coetanei o più anziani, sapevano molto di più dei loro docenti; se non altro, possedevano loro competenze specifiche di cui non celavano le conoscenze. Di giorno, Fulvio studiava, prevalentemente la mattina, e poi andava ad esplorare la città; al pomeriggio frequentava il cineclub “Giovanni XXIII” sul viale omonimo. Oppure andava in giro per le scuole del territorio per capire se vi fosse bisogno di lui al termine della supplenza; di solito, ci andava di mattina. E quel giorno nel quale si recò a Pontida, in una Scuola Media, sceso dal treno lesse sulla locandina de “l’Unità” che era morto Pier Paolo Pasolini. Si precipitò ad acquistarla e divorò le pagine con rapidità. Che grande, bella persona era Pier Paolo Pasolini; odiato dalla Destra e rinnegato dalla Sinistra, aveva messo a nudo le contraddizioni della società del suo tempo, rivelandone la metastasi in atto nella “mutazione antropologica”. Che grande perdita per il nostro Paese; la sua lucidità analitica aveva accompagnato alcuni dei giovani di allora nella conquista della consapevolezza che fosse necessario un profondo radicale cambiamento. Misteriosa quella sua avventura nella notte allo Scalo di Ostia, quel mattino occupò per intero la mente ed il cuore di Fulvio. Era il 3 novembre 1975; Pasolini era stato ucciso in circostanze di difficile lettura nella notte fra il 1° novembre, giorno dei Santi, ed il 2 novembre, Giorno dei Morti. Ed i commenti erano perfidi, irridenti la sua omosessualità che dava fastidio ai fascisti maschilisti ed ai perbenisti di Centro e di Sinistra. Fulvio, continuando a leggere le pagine del suo giornale preferito, fece ritorno a Bergamo subito dopo essere stato informato che una supplenza ci sarebbe stata dalla settimana seguente ed aver lasciato il suo recapito domiciliare provvisorio. Quel pomeriggio al cineclub proiettavano “I tulipani di Harleem” un film di Franco Brusati, regista di culto in quegli anni. Vi si recò e si innamorò di Carole André (la Lady Marianna di “Sandokan” televisivo, per intenderci).
Con gli studenti quella sera poi avviò a trattare la difficile fase delle “Guerre di successione”; alcuni però vollero sapere di Pier Paolo Pasolini e così fu che si avviò una discussione fra chi lo etichettava come un immorale frocio e chi lo riconosceva come poeta assoluto. Fulvio parlò della sua spietata lucida analisi della società condotta su quotidiani come “Il Corriere della Sera” e “Il Tempo” e sul settimanale “Il Mondo” e su riviste vicine al Partito Comunista come “Vie Nuove” e “Rinascita”. Ne sottolineò gli aspetti analitici e critici ed in particolare toccò il tema del “genocidio culturale” e della metamorfosi antropologica in atto. Parlò del suo cinema ed in modo attento alle prime prove, “Accattone” e “Mamma Roma”, che senza alcun dubbio erano collegabili ai romanzi più famosi come “Una vita violenta” e “Ragazzi di vita”. Accadeva così, nel corso serale: erano gli studenti, quelli più attenti (qualcuno sonnecchiava), a proporre la linea della serata. E Fulvio si adattava.
Era un novembre climaticamente accettabile e Fulvio ne aveva utilizzati alcuni fine settimana, quando le scuole erano chiuse, per visitare altre parti di Bergamo. Bergamo alta (la città antica medievale romanica) è un piccolo gioiello inatteso per chi viaggia soltanto nella “bassa”, dove si sono invece sviluppate le caratteristiche moderne economiche ed industriali. Vi si accede attraverso un servizio di funicolare (a piedi è molto più faticoso arrivarci) e la percezione storica del mondo bergamasco cambia totalmente. Quel 4 novembre di festa Fulvio prese la Funicolare e attraverso stradine strette giunse nella splendida Piazza Vecchia, un vero e proprio capolavoro nel suo insieme. Vi fu girato “Il cavaliere del sogno” film dedicato alla vita di un grande bergamasco, Donizetti. Vi si trovano tutti insieme il Palazzo del Podestà, il Palazzo della Ragione e la Torre medievale del Comune. Andando avanti si trovano poi la Cappella Colleoni che celebra altro illustre figlio bergamasco, il Duomo romanico e la Basilica di Santa Maria Maggiore. Fulvio notò affisse delle locandine in alcuni dei locali che annunciavano per la sera del 4 novembre un grande Concerto all’interno del Duomo. Un’ orchestra tedesca con un Coro internazionale avrebbe proposto la “Passione secondo Matteo” di Bach. Non poteva mancare. Fulvio risalì di nuovo a Bergamo alta quella sera; non aveva mai sentito la “Passione” per intero ma ne aveva ascoltato brani proprio nei film di Pasolini e gli sembrò un “segno” straordinario quella concomitanza di eventi. Il Duomo alle sei e mezza di quel pomeriggio era gremito all’inverosimile; vi erano delle transenne che limitavano il passaggio fra il pubblico “comune” e le autorità cui era stata riservata la parte più ravvicinata all’orchestra su comode poltrone. Su una di queste vi era anche il Vescovo, figura possente per altezza e larghezza. Fulvio non si scoraggiò e superando il varco si posizionò in forma asiatica intrecciando le gambe. Non vi era alcun servizio d’ordine e l’esempio fu seguito da altri giovani, incoraggiando anche qualche meno giovane a fare la stessa scelta.
Alle sette in punto di quel pomeriggio gli orchestrali, circa 25 elementi, fecero il loro ingresso davanti al pubblico, sistemarono i loro spartiti sui leggii ed avviarono la loro azione per provare gli accordi. Dopo circa cinque minuti entrò il Coro formato da circa 20 elementi maschili e femminili e poi entrarono e si posero a sedere davanti ai lati dell’Orchestra tre donne e tre uomini (2 soprani, 1 contralto, 1 tenore e due bassi). Subito dopo, accompagnato dagli applausi del pubblico, fece il suo ingresso il Direttore e dopo due inchini al pubblico ed agli orchestrali che furono invitati ad alzarsi, salì sul suo podio e dopo aver impartito alcune indicazioni avviò il Concerto. L’avvio, musicale e corale, è immediatamente solenne e Fulvio, colpito da un brivido di emozione e di piacere, venne trasportato su una “nuvola” lieve ed eterea; voci angeliche pietose accompagnano l’Uomo con la sua Croce verso il suo estremo sacrificio. A tanta ieraticità non resse la stanchezza del Vescovo che scrollava la testa sonnacchioso. Al Corale ampio n.10 (“Son io che dovrei espiare Legato mani e piedi Dannato all’inferno Gli insulti e le catene E i tuoi patimenti Tutto ha meritato l’anima mia”) l’Alto prelato crollò in un sonno profondo ed in esso permase cullato dal Corale n.15 e da quello più tranquillo del n.17. A nulla servì il Tenore ed il Coro dell’Aria n.20 né la Corale n.20 che mantennero invece Fulvio ad un’altezza costante sulla sua “nuvola”, dalla quale fu costretto a scendere dopo il Corale conclusivo della prima parte, causa breve intervallo. Anche il Vescovo si scosse, disturbato da un addetto che gli chiese se aveva bisogno di bere qualcosa. Il concerto riprese e nulla cambiò: il vescovo riprese anch’egli il suo sonnellino e Fulvio il suo viaggio estatico. Non aveva mai sentito nulla di simile nei suoi giovani anni; il mondo gli sembrò più accettabile e comprese anche quanto la morte di Pasolini avesse proiettato quel grande nell’eternità, accomunandola a quella del Cristo. Quella sera uscì dal Duomo sorretto da due angeli che lo mantenevano al di sopra di tutte le altre persone accompagnato dalle note della “Passione” e dai suoi cantori.
fine

perché ho accolto con piacere l’invito ad organizzare la presentazione del documento “LA SCUOLA SALVA IL MONDO” – una forma di preambolo “lungo” (1) (dedicato agli orbi ed ai deboli di udito)

perché ho accolto con piacere l’invito ad organizzare la presentazione del documento “LA SCUOLA SALVA IL MONDO” – una forma di preambolo “lungo” (1)
(dedicato agli orbi ed ai deboli di udito)

Abbiamo vissuto un tempo strano, per alcune parti di esso e per alcuni di noi, un tempo “sospeso”. Si agiva perennemente sotto una cappa minacciosa di un nemico invisibile.

E’ stato anche il tempo delle “mancanze”, materiali e spirituali, quella forma di consapevolezza che “dopo questa esperienza non potevamo più essere gli stessi”, che avremmo dovuto far tesoro di tutto quello che ci stava coinvolgendo, che interrogava severamente il nostro stile di vita, che ci spingeva, attraverso le varie tipologie di solitudine ad interrogarci più a fondo. Abbiamo potuto, laddove ci era permesso da un certo livello di serenità, lavorare al recupero di una memoria che si era andata appiattendo nell’immediato facendoci rimpiangere la realtà, nel suo complesso, “precaria”, di una società sospinta verso il consumismo sfrenato, un edonismo leaderistico a tutti i livelli che aveva condizionato l’economia producendo un divario sempre più forte tra ricchi più ricchi e sempre più numericamente ridotti e poveri più poveri e sempre più in crescita numerica.

Si è finito per correre un rischio, che ancora incombe come una classica spada di Damocle sul nostro futuro, che è stato quello di credere e di far credere, complici la dabbenaggine ipocrita di una gran parte del mondo politico, che il mondo nel quale avevamo vissuto prima dello scoppio della pandemìa fosse paragonabile ad un’ età dell’oro, nella quale tutto funzionava a pennello, il lavoro era strasicuro in tutto e per tutto, le regole in generale venivano rispettate, l’ambiente era curato al fine di evitare i disastri che già si andavano annunciando, le scuole erano luoghi ameni accoglienti e sicuri, dove far crescere i nostri giovani e potersi cimentare con le nuovissime tecnologie ed aprirsi al futuro alla pari con tutti gli altri paesi avanzati.  Ovviamente, nella memoria collettiva, i treni “allora” viaggiavano in orario. Allo stesso tempo “allora” i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Carta venivano rispettati, le leggi valevano per tutti, indistintamente. Si stava “allora” affinando tutta quella parte legislativa che avrebbe definitivamente aperto le porte al riconoscimento ed alla valorizzazione delle diversità, avrebbe consentito l’accoglienza ed assegnato la cittadinanza a chiunque si fosse sentito parte del nostro Paese.  Il Belpaese dove per l’appunto “allora” i treni arrivavano in orario. E nella Sanità pubblica i livelli assistenziali erano garantiti e diffusi al massimo su tutti i territori.  E nella Scuola i livelli di di dispersione e di abbandono erano scesi ai minimi termini, quasi azzerati; e per abbattere quei livelli si era aperta una vera e propria progettazione per il recupero dell’alfabetizzazione con corsi, diffusi su tutti i territori da Sud a Nord, di Educazione degli Adulti, soprattutto di Alfabetizzazione digitale riservata soprattutto, anche se non solo, agli anziani; e sui territori la partecipazione delle comunità in senso ampio era considerata dalle Istituzioni una ricchezza da incentivare con copiosi investimenti;  e poi “in quel tempo” veniva riconosciuto il merito, valorizzando le competenze e le peculiarità di ciascuno fino ai livelli massimi.

Ecco, con questi presupposti da “Libro dei sogni”, collegati alla drammaticità della realtà con cui si doveva fare i conti (i bollettini dei contagi dei ricoveri e dei decessi; le difficoltà economiche di una parte consistente della società; la precarietà e soprattutto l’incertezza verso il futuro) attendevamo che l’emergenza finisse anche con la collaborazione del mondo politico che incondizionatamente, come nei tempi passati, si era impegnato in una battaglia comune, senza personalismi senza distinzioni ideologiche, per garantire il superamento più rapido possibile delle difficoltà e per riprendere a vivere nella normalità quotidiana la nostra socialità, come avveniva per l’appunto “prima” che la pandemìa ci confinasse nei piccoli ristretti recinti dei trecento metri di raggio.

Era – come tutti sappiamo – un sogno dentro un incubo, un incubo dentro un “sogno”.

17 settembre – CANI GATTI E FIGLI – intero

Cani gatti e figli – il nostro “primo figlio” era “peloso” parte prima

…1….

Non ho avuto mai una grande passione per i cani per diversi motivi. Innanzitutto trovo che possono anche essere fedeli ma non sono autonomi, e quindi sono molto lontani dal mio prototipo di riferimento animale ed umano: un cane avrà sempre dei “padroni” o “il padrone”.  In secondo luogo, anche se per una ragione molto simile alla prima, hanno bisogno di essere “accompagnati” e di essere “curati” (non escono da soli nè sono in grado di provvedere alle loro deiezioni in ambienti ristretti, producono una salivazione eccessiva e nn sono in grado di autoregolarsi nelle pulizie: in sintesi, spesso “puzzano”). Hanno la necessità di essere “portati” fuori e lì, complici “padroni” incivili (non tutti, per fortuna, ma tanti e troppi!), alzano la loro gambetta, di solito quella più vicina ad un muro o ad un oggetto solido, per pisciare e poi… non si limtano a questo e producono altri tipi di deiezione qui e là. Spesso ringhiano ed abbaiano non sempre in modo logico: lo fanno esclusivamente in modo selvatico per difendere il loro territorio. Indubbiamente svolgono anche un ruolo di difesa della proprietà del loro padrone. Spesso lo fanno mentre stanno in casa, abbandonati da “padroni” che li trascurano, ed in quel caso a volte disturbano il vicinato di giorno e di notte. Per tutti questi motivi non ho mai avuto un mio “cane” ma ho accolto quelli di altri con il rispetto dovuto anche ai loro padroni. A qualcuno di loro accennerò.

I gatti, sì, mi sono sempre piaciuti per la ragione opposta a quella che provoca in me una repellenza verso i cani. Sono liberi, autonomi, pieni di inventiva, sorprendenti nella varietà di espressione della loro essenza; le loro azioni sono irripetibili e le reazioni esprimono un livello di partecipazione unico nel suo genere. Ne ho avuti sin dalla mia più tenera età ed a loro ho dedicato anche liriche infantili che ho scoperto essere rimaste nella memoria di qualche compagno di scuola  (da qualche parte ho anche i manoscritti), e ringrazio ancora quanti, tra i felini, mi hanno fatto compagnia nella solitudine da “figlio unico”.

Crescendo, poi, avendo sempre meno tempo (ero in perenne fuga) e rimanendo spesso lontano da casa non ho avuto altri amici pelosi, anche se i miei genitori per ragioni forse associabili alla mia assenza hanno continuato ad averne. Quando poi ho incontrato Mary e sua sorella Teresa ho conosciuto anche “Pallina” un siamese bisbetico ed umorale, che provava grandi simpatie ma altrettante insofferenze verso alcuni ospiti, ai quali riservava minacciosi agguati. Credo di poter dire che, pur non essendogli (“gli” e non “le” perchè “Pallina” era un gatto maschio) del tutto simpatico, mi sopportava ma non mi riservava per niente attenzione, vale a dire che “mi snobbava” fin quando, poi, per una serie di vicende di tipo sanitarie (veterinarie) non ebbe bisogno lui di coccole. D’altra parte, è nel DNA dei felini, questo adattarsi al bisogno.

parte 2.

Come tanti “siamesi” era cagionevole di salute, soprattutto quando per motivi logistici era costretto a cambiare dieta. Accadde, dunque, che in una delle vacanze estive, all’inizio degli anni Settanta a Maratea, Pallina si ammalasse gravemente, era inappetente, svogliato, indolente. Quasi certamente era immalinconito dal cambio di sede, pur provvisorio o forse, come ci disse una giovane veterinaria del posto, era stato punto da qualche insetto.   Mary per alcuni giorni era diventata esclusiva badante del gatto e decise di interrompere la vacanza, ritornare a casa e riportare Pallina alle buone abitudine alimentari. Ripartii anche io dal mare e, insieme a Mary, ci si prese cura del gatto, che si riprese pur lentamente ma del tutto in meno di una settimana. A me parve che dopo quella vicenda gli fossi rimasto più simpatico; era, diciamocelo, meno geloso.

Purtroppo, poi, Mary ed io ci siamo allontanati per inseguire il nostro progetto di vita e non avremmo mai pensato di poter avere una compagnia in una realtà provvisoria come quella dove ci siamo trovati “insieme” a stare: una mansarda di legno in una palazzina storica ma vetusta (anche se per noi è stata una vera e propria “reggia”) nel centro storico di Feltre, che è una bella cittadina nella provincia meridionale di Belluno. “Pallina” rimase solo e condizionato da tutta una serie di vicissitudini di tipo tellurico con la terra puteolana ballerina e si ritrovò sfollato tra gli umani in quel di Castelvolturno e  si smarrì nella pineta probabilmente andando “a caccia”. Di lui rimasero indelebili gli agguati ai canarini in gabbia e il tentativo di balzare sulla “pelata” di un amico di casa, nonchè sono ferme nella memoria le passeggiate sul bordo dell’inferriata del balcone da cui, più di una volta, era cascato facendo voli di qualche metro.

Nella “mansarda” di Feltre nel periodo in cui avevo vissuto da “single”, condividendo lo spazio, ampio (tre camere da letto) con alcuni colleghi, tutti “terroni” come me (andando verso il Nord “terroni” sono tutti quelli che abitano anche solo a pochi metri verso Sud): Saverio era reatino, Salvatore casertano e Pinuccio barese. Gli ultimi due erano da soli; il primo aveva con sè un “collie”, buono buono come il pane, se ne stava tranquillo e, per me, era davvero come se non ci fosse. Anche Saverio era una persona straordinariamente riservata e questo quasi certamente si rifletteva sul suo cane, che mi accettava anche quando lo portavo fuori al posto del suo padrone. Saverio peraltro era libero per l’intera giornata, insegnando alle “150 ore” che appena allora avevano preso il via, riservate ai lavoratori per recuperare anni di scuola media. E quindi, anche per questo motivo, la sera ero io a portarlo giù per via Mezzaterra fino alla sede della Scuola Media: e non poche volte mi sono aggregato tra studenti e docenti, facendo leva sulla mia attività non solo di docente ma anche, in quel periodo, di sindacalista.

…2….

parte terza

Con Saverio, il cui cognome è identico a quello di un politico verso cui non ho stima (non lo menziono per non fargli alcun tipo di pubblicità), abbiamo anche organizzato iniziative culturali di prestigio e delle escursioni di tipo storico sul Grappa e sull’Altopiano di Asiago alla ricognizione delle vecchie trincee della Prima Guerra Mondiale, che a quel tempo – metà anni Settanta – non erano state delimitate a uso turistico: di quest’ultima gita conservo una foto nella quale sono proprio con il suo cane. Ho scritto questa parte  per dimostrare quanto i miei giudizi sui “cani” siano chiari e non del tutto indicativi di un rifiuto totale nei loro confronti: detto questo, spero che non mi mordano!

Poi, i miei colleghi uno dopo l’altro andarono via per trasferimento. E d’altra parte Mary ed io avevamo deciso di sposarci e la mansarda “arredata” sarebbe stato il nostro primo appartamento per la nuova vita in comune.

Una notte di inverno (era gennaio) non particolarmente gelida in quella realtà del centro della città antica, dove non ci sono rumori nemmeno nei periodi di festeggiamenti, sentimmo un pigolio come si trattasse di un paperottolo. Era incessante e accorato. All’alba quel pianto proseguiva ad interrogarci: “Cosa fate?”

“Che facciamo!?”, ci affacciammo alla luce tenue del giorno per capire da dove provenisse; lo facemmo dalle piccole finestrelle della cucina e del bagno che davano su un cortile interno dove c’erano ambienti disabitati ormai abbandonati come ruderi e pieni di una vegetazione varia.

Vi si accedeva attraverso un vano stretto e buio adibito al pianterreno come deposito di attrezzi per spalare la neve e per accatastare legna per il camino. Anche per questo motivo (l’inverno era ancora lungo e a Feltre dura fino al marzo inoltrato)  lo spazio per transitare verso il cortile era ridotto. Mary ed io andammo a vedere dove fosse il paperottolo e, con grande sorpresa scoprimmo che si trattava di un minuscolo gattino, di pochi giorni, quasi del tutto sfinito dalla fame e dalla disperazione. Mary corse su a prendere un panno, una vecchia maglia sdrucita con cui agguantare la bestiolina, sia per difendersi dalla naturale ritrosa aggressività, solo potenziale ma non reale visto che aveva ancora gli occhi chiusi e doveva essere venuto al mondo da pochissime ore, sia per dare a quel corpicino un po’ di calore.

Lo avvolsi nella lana e lo portammo su in mansarda. Mary si vestì e corse alla Farmacia che distava un trecento metri da casa subito dopo la Porta da cui si accede sul “liston”. Su consiglio della dottoressa acquistò un piccolissimo biberon e poi si fermò alla Standa per comprare del latte. Intanto io avevo recuperato uno scatolo di scarpe e, inseriti a giaciglio altri panni un po’ riscaldati sui termosifoni, vi avevo adagiato il micetto, che appariva sempre più tranquillo. Era un gatto europeo dal pelo striato tra grigi chiari e rossicci. Un esserino indifeso, il cui destino sarebbe stato segnato in modo negativo se non ne avessimo percepito la presenza.

Parte 4

La proprietaria della mansarda che aveva seguito con curiosità le nostre manovre da una sua finestrella mi portò un sacchetto con un residuo di lettiera che aveva per un suo gatto che da qualche mese aveva perso anche la sua “settima” vita ed era stato sepolto nel giardino sotto casa.  Era a tutta evidenza un modo per solidarizzare con noi e condividere la gioia di questo “lieto evento”, inatteso.

Mary ritornò molto presto.  Intanto mi ero accorto che si trattava di una gattina. Lo dissi subito a Mary, al suo ritorno.  Aveva raccolto  i consigli di una delle farmaciste, della quale conosceva la passione per i gatti, e così era passata  a comprare del latte “senza lattosio”  da riscaldare, come le era stato suggerito, solo leggermente per renderlo più simile possibile a quello della “mamma-gatta”.

Procedemmo subito alle operazioni di “ristoro” ed il micetto,  sfibrato dal lungo digiuno, si accoccolò famelico e dolcissimamente paziente tra il mio busto ed il braccio, chiudendo gli occhi e suggendo con immenso piacere il latte, stringendo con le zampine anteriori il piccolo biberon. Dopo un po’, beato, sembrò addormentarsi continuando a suggere le ultime goccioline. Era un piccolo esserino che entrava a far parte della “famigliola”; mi accorsi che, una volta smesso di nutrirsi, aveva un grande piacere a rimanere accoccolato con la punta del mio indice in bocca, come un bambino con il suo ciuccio. Era uno spettacolo guardarlo, con una grande immensa tenerezza.

Poi, però, si pensò che avrebbe dovuto abituarsi alla sua vita autonoma e lo depositammo nello scatolo apprestato a cuccia. Probabilmente i panni non erano tiepidi come le mie braccia e scattò fuori miagolando. Seguiva me, ma non avrei mai potuto sostituire “mamma gatta” e facendoci forza né io né Mary lo riprendemmo “in collo”. Allestimmo uno spazio riservato alla “lettiera”, pronti ad interpretare i “bisogni” per evitare che utilizzasse qualsiasi altro angolo della mansarda. Quando si avvertiva che era il momento, lo si prendeva per la collottola, così come fanno le “mamme-gatte” e lo si adagiava nel giaciglio appositamente preparato all’uopo. Occorreva fare attenzione, perché di norma le prime volte cercava di sfuggire; ma a quel punto lo si riagguantava e lo si riportava dove avrebbe dovuto “imparare” a svolgere quelle pratiche. Dopo un paio di tentativi, il meccanismo educativo andò in funzione con regolarità.

La sera, però, quando per noi “umani” era ora di andare a dormire, non c’era verso di indurre il micetto, che avevamo chiamato “Pussypussy”, a rimanere nella sua “cuccia”. Di norma noi chiudevamo la porta della camera da letto non tanto per “privacy” quanto per il clima freddo tipico di quella realtà (c’è un detto: “Se vuoi soffrir le pene dell’inferno vai a Trento d’estate e a Feltre di inverno”), ed il riscaldamento era centralizzato e funzionava fino all’incirca alle otto di sera, quando i proprietari che lo regolavano andavano a letto. Ovviamente i nostri ritmi erano un po’ diversi ma ci adattavamo.

…4…

parte 5

Quanto ai ritmi di vita nostra ovviamente vennero sconvolti dalla presenza nuova del micetto. Era il nostro pensiero costante; ed essendo ancora da svezzare come un vero e proprio umano neonato ci alternavamo il più possibile a rimanere in casa, anche per evitare qualche “naturale” danno al parquet con il quale tutto l’appartamento era pavimentato.

Per fortuna essendo un gatto e non un cane aveva istinti molto più adatti ad un ambiente casalingo. Un cane – lo si sa – avrebbe avuto bisogno di uscire ed io me ne ricordavo; sarebbe stato un impegno molto diverso. Il collie di Saverio era stato sempre molto buono e paziente, non aveva mai disturbato ma quasi sempre non è così: negli appartamenti i cani tendono, soprattutto quando sono soli e pur temporaneamente abbandonati, ad abbaiare e fanno nascere molti contenziosi “condominiali”.

In realtà il “bello” di un cane è che ha una sua vita in gran parte dipendente dai loro umani di riferimento ma sanno stare in disparte tranquilli quando sanno di essere in compagnia. Un gatto invece sa ricavarsi spazi di autonomia quando gli “umani” sono assenti, mentre sentono il bisogno di rapportarsi non appena la presenza umana si concretizza. Quando si partiva per andare a scuola, la mattina, ci rincorreva fino alla porta ma, ce lo diceva la signora Cason, non lo aveva mai sentito miagolare in nostra assenza. A dire il vero, avendo condiviso questa adozione con lei, le avevamo anche dato l’autorizzazione ad entrare in casa in nostra assenza laddove Pussypussy avesse disturbato la quiete degli altri condòmini.

Quando si ritornava da scuola, era una festa “muta” fatta di rincorse, morsettini alle caviglie e arrampicamenti lungo i pantaloni. Erano un segno di affetto in attesa di avere il latte tiepido nel biberon. Ormai me ne occupavo io e sempre più ero il surrogato inconsapevole di “mamma gatta”. La sera, avendo intenzione di difendere la “nostra” intimità, chiudevamo la porta della camera da letto ma… dopo un po’ sentivamo grattare le unghie del micetto che mugolava con discrezione, piatendo di essere accolto tra noi. Cercavamo di fare i duri ma quasi sempre gliela davamo vinta: l’accoglievamo tra noi e si allungava in mezzo a noi, godendo del calduccio naturale.

Lo svezzamento avvenne poi, quando nella nostra piccola accogliente cucina stavo mangiando un panino con il prosciutto e il gattino si è arrampicato lungo le mie ginocchia, si è accomodato sul mio grembo ed ha allungato la zampina sul panino, staccandone un pezzo e portandoselo alla bocca. Da lì in poi lentamente ma progressivamente lo svezzammo, abituandolo a mangiare molti dei nostri cibi, seguendo i nostri ritmi alimentari.

Avremmo di sicuro visto crescere la nostra cucciola, diventare adulta, ma quello fu, in parte volontariamente in parte no, l’ultimo anno in cui vivemmo a Feltre. Per la prima volta avevamo la possibilità di chiedere il trasferimento per ridurre la distanza con la sede dei nostri genitori.

…5…

Tutti ci scoraggiavano, sottolineando che sarebbe stato molto difficile avere un trasferimento nelle zone dove “noi” volevamo andare (la Romagna o la Toscana). Era essenzialmente anche un attestato di “stima”. Il nostro impegno “giovane” pieno di entusiasmo ed iniziativa era apprezzato. Io mi occupavo di Politica, di Sindacato e di Cultura, soprattutto quella cinematografica per la quale avevo da molto tempo acquisito qualche esperienza. Mary insegnava in un Liceo Scientifico e tra le sue allieve c’era una ragazza che abitava a Porcen uno dei tanti paesini del territorio “feltrino” sulla strada che porta a Seren del Grappa e possedeva una piccola fattoria; si chiamava Silvia e poiché Mary le parlava della nostra gattina si candidò a prendersene cura nel periodo in cui saremmo stati via d’estate. A dire il vero non pensavamo, anche noi, di riuscire ad avere il trasferimento ed avevamo progettato oltre alle vacanze in famiglia una breve sortita in Sicilia anche per ritrovare alcune amiche che avevamo conosciuto nei primi anni di permanenza in Veneto e, poi, in agosto saremmo andati in Slovenia e Croazia.

Pensammo di lasciare la micetta a Silvia, con la possibilità di riprendercela a fine agosto. Ma, mentre eravamo a Taormina a Mary giunse un telegramma inatteso anche se sperato: aveva ottenuto il trasferimento a Prato. Dovemmo cambiare programma e rinunciare al viaggio nei Balcani, che avevamo minuziosamente preparato. Andammo a Prato (la storia è narrata in “Giuseppe e Maria” che potete trovare su questo Blog in 10 blocchi) e poi ritornammo a Feltre. Io peraltro non avevo ottenuto il trasferimento e quindi avrei dovuto rimanere perlomeno qualche settimana dall’inizio delle lezioni a Feltre (il Sindacato mi dava molte speranze in merito ad un accoglimento di una domanda di assegnazione provvisoria per avvicinamento al coniuge). Uno dei primi impegni fu riservato proprio alla visita alla fattoria di Silvia. Ricordo sempre con grande emozione quel che accadde: Eravamo appena scesi dall’auto e insieme a Mary ci stavamo avviando verso l’abitazione della famiglia della ragazza, quando vidi spuntare da un cespuglio una bestia che galoppava di gran carriera verso di noi. La riconobbi subito e lei fu rapida ad aggrapparsi in un abbraccio commovente al mio collo. Non ci aveva dimenticati. Silvia ci raccontò della bravura della nostra micia nel tenere lontani i topi e della simpatia che aveva da subito mostrato nel rapporto con gli umani e con altri animali come il cane pastore che era purtroppo abbastanza vecchio e malconcio e tendeva più a rimanere in casa al riparo. Sentimmo che c’era affetto da parte di Silvia e di tutta la sua famiglia verso la nostra gattina. Ci allontanammo con molta discrezione e di lei abbiamo seguito poi quella parte della vita che l’ha vista diventare madre più volte e sempre felice.

Fine

17 luglio – GLI ESSERI UMANI…. prima parte

Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo ‘universo’, una parte limitata nel tempo e nello spazio.
Sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza.
Questa illusione è una sorte di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per le poche persone che ci sono più vicine.
Il nostro compito è quello di liberarci da questa prigione, allargando in centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza.

(Albert Einstein)

Quando si può, se non piove a dirotto o se fa tanto freddo o c’è un vento forte Gil e Mary escono a piedi anche solo per comprare un pezzo di pane. Non amano i piccoli supermercati vicini e quindi si allungano verso via Pistoiese fino alla Pam.
La giornata di sabato ha già l’aria di festa. Dopo alcune giornate di pioggia incessante c’è un’arietta freschina ma pulita; e non c’è vento. La palazzina dove abitano è impacchettata con impalcature ferrose ricoperte da drappi fatti di plastica tipo canapa per sacchi. Gli operai pur in una giornata semifestiva stanno lavorando a rifinire la base di alcuni balconi prima di procedere con la posa delle piastrelle.
Davanti al bar di fronte alcuni avventori osservano i lavori con il solito interesse dei nullafacenti, mentre sgranocchiano patatine e noccioline per il consueto rito dell’aperitivo. Da un balcone di fronte una giovane signora gentile accenna un saluto, al quale Gil e Mary cordialmente rispondono. Con un sorrisino beffardo rilevano come in modo ben diverso altri, nascondendo la loro maleducazione dietro una presunta timidezza, anche se salutat, sembrano non avvedersi della nostra esistenza. Ma la sorpresa è in arrivo lungo il marciapiede che Mary e Gil percorrono.
Prato – quando si andava in giro per il Paese negli anni passati – era nota per il “tessile”, per il “panno”; da qualche anno invece, allorché riveliamo la nostra dimora, “ci sono i cinesi?!” ci dicono rivelando l’incapacità ad approfondire altre caratteristiche, come la presenza di luoghi d’arte magnifici, di un Museo dedicato al tessuto, di un Teatro che ha vissuto grandi successi, di un Centro per l’Arte contemporanea unico al mondo per la sua “mission”.
Quando cammini, particolarmente nelle vie di San Paolo, ne incontri di cinesi! Ci sono anche due famiglie nel condominio di Gil e Mary, gente operosa e molto aperta all’Occidente, e non importa se tale ampiezza di vedute sia strumentale nella forma tipica dei “mercanti”.
Non è stato semplice avviare una convivenza condominiale, ma non lo è a prescindere dalle diverse nazionalità: ad esempio, nel contesto di cui si tratta, è più difficile il rapporto tra la gran parte degli altri, autoctoni o comunque immigrati interni come Gil e Mary. Diverse questioni, a partire dal corretto conferimento dei rifiuti, per il quale tuttavia non vi è stata cura da parte dell’ente preposto a tali controlli.
Un raggio di sole illumina lo stretto marciapiede attraverso il sorriso di una piccola bimba, tenuta per mano dalla mamma, che già da qualche metro agitava la manina per mostrarsi a Gil che in realtà era stato distratto da alcuni suoi pensieri e vagava con la mente. Gil infatti se la ritrova direttamente abbarbicata ad una delle sue gambone. Vuole essere sollevata, ricorda Gil di averlo fatto con i propri figli che ora sono molto grandi e, anche se non obesi, pesanti. La solleva e la bimba lo abbraccia come se fosse pratica consueta, quella con un nonno o con uno zio. Sprizza energia attraverso gorgheggi come un uccellino…..

…1….G

13 luglio – COAST to COAST 2021. work in progress. intro

Piccoli ma il più piccino tra i figli era già in grado di muoversi autonomamente; Pozzuoli era lontana da Prato e così si sperimentavano luoghi di vacanza più vicini, relativamente vicini, visto che da Prato i due mari (Tirreno e Adriatico)  distano più o meno in linea d’aria gli stessi chilometri. Il Tirreno è più vicino perchè ha il vantaggio di una strada abbastanza diretta, la A11, che porta verso Migliarino o  Viareggio e tutto il resto; per raggiungere l’Adriatico bisogna fare un po’ di montagne russe, anche se poi la costiera romagnola è in linea perfetta (letta con il metodo dei paralleli) con la città toscana.

Negli anni precedenti, quando Mary ed io eravamo solo una coppia senza figli, eravamo stati sia da una parte che dall’altra. Conoscevamo Donoratico e Rimini, una costa e l’altra. Eravamo stati a Riccione ed a Cecina, a Misano e a San Vincenzo e c’eravamo inoltrati nell’entroterra di entrambi i territori. San Leo e Volterra, Bolgheri e Gradara, San Marino e Castagneto Carducci, e tante altre località ci avevano spinto a pensare di poter poi trasferirci dalle montagne bellunesi finalmente al mare. E così, poi, quando per seguire la sorte ci venne offerta l’opportunità di venire in provincia di Firenze, pensammo che saremmo stati alla fine dei conti più vicini ai “nostri” (quasi a metà strada) ed in una posizione “intermedia” tra i due mari.

Nel corso degli anni con la nascita dei due figli siamo tornati a frequentare le due coste. Lo abbiamo fatto quasi regolarmente ogni estate. Con incursioni anche nell’Isola d’Elba. Ma un anno a Donoratico, un altro a Riccione; un altro anno a Tirrenia e un altro ancora a Miramare di Rimini e via dicendo alternando le nostre presenze tra una sponda e l’altra.

Siamo stati in alcune abitazioni: memorabili sono state l’ex Pensione Ariosa a Riccione, dove siamo stati molto bene più di una volta, ed è per questo motivo che ci siamo ritornati;  e un appartamento nella pineta di Donoratico, un po’ isolato ed abbastanza triste, e poi il mare non era (e non è) adatto a bambini piccoli. La riva non esiste quasi perché l’acqua è subito fonda ed in alcune occasioni si trovano veri e propri tranelli, pericolosissimi.                                                                                                                                                                                           Il mare di Rimini è quello che tutti conoscete, non è di certo allettante, tranne che di prima mattina.Non migliore è stata la sistemazione a Tirrenia anche se invece in quella località toscana il mare è più adatto, anche se mosso, ma la battigia è abbastanza bassa per qualche decina di metri. Poi c’erano attività che coinvolgevano i nostri figli che non erano più bambini ma nemmeno adulti. Erano in quello spazio di mezzo tra la fanciullezza e la pubertà.