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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – terza parte (vedi post 10 febbraio 2020) )

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – terza parte (vedi post 10 febbraio 2020)

Il prof. Maddaluno legge (paragrafo 51 del codice “criminale” leopoldino di cui si tratta bella relazione del prof. Giuseppe Panella):

“Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata legislazione era decretata la pena di morte per delitti anco non gravi. Ed avendo considerato che l’oggetto della pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno la correzione del reo figlio, anche esso della società e dello stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei rei dei più gravi ed atroci delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il pubblico esempio che il governo nella punizione dei delitti e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci con il minor male possibile al reo. Che tale efficacia e moderazione insieme si ottiene più che con la pena di morte, con la pena dei lavori pubblici, i quali servono di un esempio continuato e non di un momentaneo terrore che spesso degenera in compassione e tolgono la possibilità di commettere nuovi delitti e nuova possibile speranza di veder tornare alla società un cittadino utile e corretto, avendo altresì considerato che una ben diversa legislazione potesse più convenire alla maggiore dolcezza e docilità di costumi del presente secolo e specialmente nel popolo toscano siamo venuti nella determinazione di abolire, come abbiamo abolito con la presente legge, per sempre la pena di morte contro qualunque reo, sia presente sia contumace ed ancor che confesso e convinto di qual si voglia delitto dichiarato capitale dalle leggi fin qui promulgate le quali tutte vogliamo in questa parte cessate ed abolite”.

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Riprende a parlare il prof. Giuseppe Panella:

“Come si era arrivati a questa determinazione da parte di Pietro Leopoldo, e soprattutto di che cosa era frutto questa esigenza di di riforma della legislazione criminale?
Non solo dell’azione dei ministri di Pietro Leopoldo, ma di un consimile e contemporaneo moto di riforme che attraversavano l’Italia e i diversi stati in cui l’Italia era divisa.
Era stata l’attività di un gruppo di giuristi dell’Università di Pisa tra i quali spiccano i nomi di Bernardo Tanucci che appunto da Pisa si sposterà a Napoli ove lungamente sarà Ministro di Carlo II e poi di Carlo III di Borbone e dove provvederà a tutta una serie di riforme e di razionalizzazioni dell’assetto giuridico amministrativo economico e politico del regno senza però poter arrivare appunto all’abolizione della pena di morte, grande cruccio dell’onestissimo ministro Tanucci del quale gli stessi contemporanei si stupivano dell’onestà e della capacità di mantenersi integro, pur tra le sollecitazioni e gli stimoli ad arricchirsi che gli venivano dal potere (Tanucci è rimasto famoso per questo e c’è una lapide a Stia in provincia di Arezzo dove egli è nato che dice appunto che Tanucci non solo in vita non si arricchì, ma lasciò la famiglia allo stesso livello di ricchezza nel quale l’aveva lasciata quando aveva assunto il titolo di primo ministro, cosa ripeto della quale non solo si stupiscono i contemporanei di oggi, ma si stupirono anche i contemporanei di Tanucci di come egli fosse stato integro al centro del potere).

Stia e Tanucci

….terza parte…..

(ritrascrizione a cura di Joshua Madalon)

MAGICI LUOGHI

MAGICI LUOGHI

In ogni territorio ci sono luoghi magici, sorprendenti. Ciascuno di noi, sin dall’infanzia ne ha conosciuti. Per me l’isola di Procida è stato un luogo di formazione, di sofferenze e di gioie. Lo sono stati anche altri luoghi come la Necropoli di via Celle ed alcune cave di tufo abbandonate in quella che chiamavamo “’a sèvera” dove andavamo a giocare. Nella Necropoli ci infiltravamo attraverso stretti cunicoli e ragionavamo di Storia e di Poesia, un po’ anticipando gli studenti del collegio Welton che in una grotta calcarica di notte andavano ricostituendo la Setta dei Poeti Estinti, con la complicità del professor Keating (ricordate? L’attimo fuggente): avevamo poco più di dieci anni, ma il nostro mondo in quel lembo di terra ci appariva troppo piccolo e ristretto. Là dentro sognavamo; nelle “cupe”, strette stradine ricavate da sentieri antichi, i nostri passi veloci per non perdere tempo, ci lasciavano immaginare avventure con pirati e tesori.

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Nel corso della vita ho conosciuto altri luoghi magici; di qualcuno, come il Cantiere di Prato, ho già parlato. Non pensavo però di poter incrociare altri luoghi così, fino a qualche giorno fa.
La mia famiglia, laica, ha un rapporto molto stretto e frequente con un’organizzazione che si occupa del riciclo partendo da un progetto religioso di vita comunitaria. Il dono è sacro contributo alla condivisione del quotidiano. E’ la Comunità Emmaus di Prato: abbiamo imparato a non disfarci del superfluo gettandolo in modo indistinto nei cassonetti, anche quelli che riportano destinazioni rassicuranti, e portiamo lì vestiti ed oggetti ancora in buono stato e funzionanti. Il nostro punto di riferimento è il Gruppo di Narnali in via Pistoiese 519.
In realtà abbiamo poi avviato a frequentare anche altre sedi. A Prato ce ne sono almeno cinque. In una di queste, “I libri dimenticati”, in fondo a via Santa Trinita 117, in un ambiente riservato e claustrofobico (il termine è tuttavia dotato di ambiguità: a me piacciono i luoghi stretti pieni di stimoli e di sorprese) si trovano molte occasioni. Qui vengono raccolti libri, riviste, dischi, stampe, quadri, cd, dvd e altro materiale cartaceo.
Ma l’altro giorno insieme a Mary ed a Lalla (Lalla, o meglio Lavinia, è nostra figlia ed è ricercatrice di Storia Moderna, dopo aver conseguito il dottorato a Cambridge) siamo andati in una delle altre sedi di Emmaus, “Le rose di Emmaus” in viale Montegrappa 310. C’eravamo stati più volte ed avevamo portato oggetti come videonastri VHS anche originali ed avevamo acquistato materiali vari. Anche il vestiario e biancheria di altissima qualità aveva attratto l’attenzione; oltre agli oggetti di uso comune, come piccoli elettrodomestici o mobili (a tale proposito c’è una falegnameria molto accurata che rimette in sesto anche qualche malandato mobile).
Ma quel che ci ha sorpreso è l’allestimento della “nuova” libreria (c’erano già da tempo degli scaffali e delle teche piene di volumi ben sistemati in ordine sia di materia trattata che di collezione in una delle prime stanze un po’ anguste). E’ stato molto difficile staccare gli occhi e le mani dai tantissimi e vari volumi, anche questi ben collocati per materia: alcuni di questi sono ormai testi introvabili anche in attrezzatissime biblioteche, come quella comunale “Lazzerini” che pure ha un grandissimo valore. E’ un luogo per me magico come gli altri e forse oggi, che la mia esistenza corre verso il declino, forse più degli altri: camminando lungo gli scaffali ritrovo amici di un tempo che consideravo perduti. Vale la pena ritornarci e rimanere là fin quando non sia l’ora di chiusura.

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – settima parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – settima parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

continuano gli interventi “programmati” riprende la parola ELISA Valdambrini

Vogliamo per questo invitare il nostro Partito ad analizzare con severità e rigore tutte le fasi che hanno portato – negli ultimi anni – Prato ad essere amministrata, dopo più di 60 anni, dal Centrodestra. Crediamo sia fortemente indispensabile ed urgente perché si avvicinano importanti scadenze e non possiamo sottovalutare le critiche che, soprattutto dall’interno, o dall’immediata periferia del Partito, sono venute e continuano tuttora a venire. Ognuno di noi, è logico, si è fatta un’idea specifica di quanto è accaduto; ma non è più il tempo di ragionare per gruppi separati. E’ l’ora di lavorare tutti insieme, perché se si riesce a vincere, vinceremo tutti; se si perde, allo stesso modo, perderemo tutti. E non ci si venga a dire che questa esperienza del passaggio all’Opposizione è stata positiva – oltre che per noi – per la nostra città! E dunque noi dobbiamo cercare di vincere e dobbiamo farlo abbandonando gli errori dopo averli riconosciuti e costruendo una piattaforma programmatica chiara e comprensibile e, per poterlo fare, non bisogna attendere altro tempo: noi proponiamo la convocazione dei Forum per il Programma e pensiamo ad un Programma che, senza tralasciare alcun aspetto, si presenti alla fine con delle Sintesi ampie. Finora non abbiamo fatto altro che rincorrere le ubbie del Centrodestra; ora bisogna cambiare rotta. Per poterlo fare bene occorrerà aprire la discussione davvero e non solo per slogan, farlo preventivamente senza steccati precostituiti, raccogliere le idee e la progettualità, valutandone le reali concrete fattibilità, valorizzare la “parola” e diffondere le “idee”:

riprende la parola STEFANO Gruni

Per fare questo occorre innanzitutto un Partito Democratico unito e forte, anche perché “unito”. Nel PD le vecchie “anime” precostituenti si sono amalgamate solo in parte in modo positivo; le divisioni, al di là di schieramenti riferiti alle storie precedenti si riferiscono a malumori sopiti che affondano le loro piccole robuste radici in alcune diatribe prevalentemente di natura personale fra opposte fazioni a sostegno di questo o quel personaggio, di questo o quel candidato etc etc etc
E sarà necessario un impegno poderoso e robusto, coraggioso di tutti, proprio tutti e sottolineiamo tutti, in quella direzione.
A noi oggi il Partito appare in forte difficoltà: se non fosse vero, se fosse solo l’impressione di un minuscolo gruppetto di militanti incapaci di interpretare la Politica, non potremmo che esserne felici. Noi in effetti vediamo divisioni, sentiamo critiche spesso feroci non solo fuori ma anche dentro i gruppi Dirigenti; c’è una Segreteria Provinciale che non ci convince. Tutti sanno che questo Circolo, nel suo nucleo costitutivo, ha sostenuto la candidatura di Ilaria Bugetti e non ci accingiamo qui a smentire il nostro operato. Chiediamo un cambio deciso di passo; chiediamo che chi fa parte della Segreteria si assuma pienamente le sue responsabilità; non ci interessano le questioni personali: bisogna essere operativi come Gruppo, bisogna essere coesi e, se necessario, cambiare. Noi pensiamo che sia venuto il momento di fare chiarezza e bisognerà andare ad una gestione collegiale non necessariamente unitaria (intendendo con ciò che chi ha perso il Congresso può anche rifiutarsi di avere delle responsabilità ma chi lo ha vinto ha degli obblighi ed a questi deve corrispondere). Pertanto sarà opportuno procedere ad una verifica di “maggioranza” per comprendere cosa non abbia funzionato: non ci si può nascondere solamente dietro al disfattismo o complottismo della minoranza. C’è di certo qualcosa da verificare e bisogna farlo al più presto. E’ assolutamente necessario sviluppare una maggiore forza propulsiva sui territori e sulle tematiche evitando fra l’altro di lasciare spazi del tutto liberi ed incustoditi a quella che genericamente chiamiamo “Antipolitica”. C’è un’Assemblea Provinciale che viaggia a scartamento ridotto: parte di essa non è molto presente (scusateci l’eufemismo ironico!) e non partecipa al dibattito “aperto” e democratico neppure in modo apertamente critico. E questo, in una città governata male da un Centrodestra impreparato ed arrogante oltre che a tratti aggressivo ed offensivo, non è ammissibile. Occorre avvertire un senso di corresponsabilizzazione ed evitare, non solo apparentemente ed ipocritamente, divisioni che non siano il frutto di discussioni franche aperte e comuni, evitando incontri separati e semi-segreti o conventicole di parte.

Uno dei brani con cui si intervallarono gli interventi:

Sognamo il pane, bambino mio
E le mele rosse e lo scintillio
Dell’uragano che porta via
E pulisce l’aria di nostalgia
Un cuore caldo e le calze lunghe
Gli inverni corti e le libertà
Gli uccelli neri e la pioggia lieve
Che viene e và
Sognamo il mare, bambino mio
E le reti piene e lo scampanio
Un uomo in casa e la verità
La sua sposa rosa che riderà
Il passato è una fotografia
Ma l’avvenire ti aspetta già
Sulla nave bianca che un giorno o l’altro ti ruberà

Sognare è vita
è fare cosa non puoi fare
(è sentire che ti puoi) dimenticare
La porta aperta e poi dormire
Sognare è vita
è cogliere la luna amica
è l’acqua della fantasia

Sognamo il sole, bambino mio
Con il tempo bello del nostro addio
Mentre il canto della malinconia
è una chitarra giù nella via
Con un po’ di vino e la tua allegria
Un vestito nuovo e la mia poesia
Sotto le lenzuola di lino e neve tu voli via

Sognare è vita
è fare cosa non puoi fare
(è sentire che ti puoi) dimenticare
La luce accesa e poi dormire
Sognare è vita
è cogliere la luna amica
è l’acqua della fantasia
Sognare è vita
Sognare è vita
è il fuoco della tua follia
Sognare è vita
Sognare è vita

….7…..

Mi sono sempre chiesto da dove il male….. Pino Petruzzelli recita Bonhoeffer

Mi sono sempre chiesto da dove il male….. Pino Petruzzelli recita Bonhoeffer

Un utile promemoria per chi ha poca memoria o non conosce la storia; anche questo è un recupero di memoria in qualche modo personale, anche se afferente ad un Progetto che con Stefano Gruni abbiamo promosso (ne accenno in quella lettera a Mattia Diletti riportata l’altro ieri, 8 gennaio, in questo Blog) nella frazione San Paolo di Prato

Il video è stato registrato dal nostro amico e compagno Luca Bravi. All’inizio del Progetto che poi non ebbe un seguito dopo il naufragio della nostra partecipazione a “Luoghi (idea)li” in un incontro nella stanzetta del Circolo San Paolo avemmo l’opportunità di incontrare Pino Petruzzelli, anche se nessuno di noi ne conosceva le qualità.

Oggi vogliamo intanto solo in minima parte riparare a quella ignoranza. Se volete sapere di più andate pure sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/teatroipotesi/

https://www.wuz.it/biografia/407/Petruzzelli-Pino.html

Ad ogni modo ascoltate le parole di Dietrich Bonhoeffer perchè sono molto utili ad evitare facili entusiasmi legati a discutibili proposte.

Joshua Madalon

RACCONTO D’AUTUNNO-INVERNO (con annunci di primavera) – 3 ed ultima BUON NATALE 2019

RACCONTO D’AUTUNNO-INVERNO (con annunci di primavera) – 3 ed ultima BUON NATALE 2019

3.
C’è aria di festa. Le tre ragazze cinesi si attardano, attendono che anche il “grande uomo” si congedi. Con aria di complicità inattesa mi porgono una borsina colorata “Questo è per lei!” mi dice la più vivace tra loro. Smetto di preparare il mio zaino e “Grazie! Cos’è?” “Un piccolo pensiero” fermandosi sulla “erre” come sempre (…rrro, rrro!). Lo prendo e guardo dentro: c’è una confezione trasparente ed infiocchettata di rosso. La sollevo e la osservo: è una bolla di vetro che contiene un piccolo grazioso presepe, simbolo della natività. Sorrido, non posso che ringraziare del dono speciale che mi hanno consegnato. Come segno di apprezzamento concreto sistemo il dono su un tavolino e scatto una foto con il mio smartphone, la invio subito a mia moglie con la sottolineatura dell’importanza del dono, segno del riconoscimento delle nostre tradizioni, che vanno al di là della specificità laica che mi contraddistingue.

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D’altra parte anche io, laico ed ateo, non posso non dirmi “cristiano”, intimamente e costitutivamente, così come aveva scritto nel suo breve saggio del 1942 Benedetto Croce. Anche la mia presenza in un contesto cattolico e religioso, anche interreligioso, assume una significazione speciale.
Saluto e mentre le ragazze escono mi soffermo a registrare gli ultimi argomenti trattati. Un attimo e i nuovi allievi entrano; salutano con rispetto e deferenza, ma non sono i miei. Esco dopo un paio di minuti e mi soffermo a parlare con le altre colleghe. Nel pomeriggio ci sarà una festa, un classico rendez-vous a chiusura dell’anno solare. Ci sarà il Vescovo. Si riprenderà il 9 gennaio. Avverto che difficilmente potrò partecipare e annuncio che sarò via per tutta la metà del mese prossimo: vado a Napoli. C’è una notazione pregiudizievole da parte di una delle segretarie organizzative; con una smorfia che è tutto un programma e qualche battutina contornata da beffardo sorriso dileggia la città partenopea. Le faccio notare che la mia città natale è a pieno titolo una delle capitali della Cultura mondiale, forse non superiore a Firenze ma di certo non inferiore ad essa. Un luogo nel quale la passione e l’inventività non hanno paragoni e sono elementi sostanziali di creatività e genialità; l’arte e la Storia sono diffuse in ogni angolo, molto più di quanto avvenga in realtà baciate maggiormente dalla ricchezza materiale. Ad ogni modo raccolgo il sostegno delle mie colleghe, che dimostrano di conoscere bene la realtà di cui accenno in rapida necessaria sintesi.
Saluto. Devo andare in banca…devo pagare l’IMU sulle seconde case.
Non c’è una gran fila. E poi gli sportelli sono tutti aperti ed operativi. Mentre attendo do uno sguardo ad alcuni libri che sono a disposizione dei clienti dietro una minima offerta di un solo euro: c’è Telethon nei prossimi giorni. Due signore in attesa parlottano tra loro e non posso fare a meno di ascoltarle.
“Vuoi sapere” dice una signora sobriamente vestita sulla via dei sessanta all’altra molto più giovane, quarantenne molto più appariscente “vuoi sapere cosa ha combinato mio nipote?”
“Chi? Andrea? Quanti anni ha fatto?”
“Quattro. A settembre”
“Cosa avrebbe combinato?”
“Nulla di grave, ma è sorprendete ad ogni modo!” aggiunge la “nonna” compiaciuta visibilmente.
“E allora?”
“Ha chiamato il padre mentre era in ufficio e gli ha annunciato che aveva deciso di sposarsi….”
“Mah, guarda un po’ quel soldo di cacio!” commentò la più giovane. “E cosa gli ha risposto Vittorio?”
“Vittorio mi ha detto che era rimasto incuriosito, anche se lì per lì stava per chiedergli di ragionarne in un altro momento: in ufficio si lavora; ma invece gli ha chiesto subito con chi volesse sposarsi….”
“E con chi?…”
“Con me…” la nonna era, come si dice a Napoli, “priata” cioè “lusingata”.
“Con te?… e Vittorio?”
“Vittorio…eh Vittorio gli ha risposto che non poteva sposare la nonna perchè era sua madre”
“E Andrea?”
“Andrea…” la nonna era visibilmente commossa “il piccolino non si è perso d’animo e gli ha risposto”
Momento di attesa.
“Gli ha semplicemente detto: e perchè mai non posso sposare la tua mamma; tu, non hai sposato la “mia”?”
Indubbiamente nulla da obiettare!

Care amiche e cari amici, Buon Natale! State sereni, ma seriamente, non per metafora negativa come ormai è diventata consuetudine nell’agone politico.

Joshua Madalon

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BUON NATALE 2019

BUON NATALE 2019

La grande sognatrice 001

ORFEO, EURIDICE “LA GRANDE SOGNATRICE”

Orfeo aveva amato davvero una donna che casualmente si
chiamava come quella narrata da Virgilio ed Ovidio; ed anche
lui aveva visto morire Euridice la sua donna vittima di un male
crudele che l’aveva dapprima lentamente debilitata e poi
stroncata. L’aveva amata così intensamente che non aveva
mai più voluto conoscerne altre ed aveva deciso di vivere la
sua vita lontano dal mondo coltivando da solo il suo orto lassù
fra le montagne di Vernio al confine fra la Toscana e l’Emilia.
Di Euridice aveva conservato soltanto un’immagine, un
disegno con cui lui stesso aveva voluto tracciare su un
cartoncino con del carbone i lineamenti del volto sul letto di
morte; e questo oggetto custodiva con affetto in una tasca
interna segreta del suo vecchio cappotto. Erano passati
anni ed anni ed Orfeo andava ormai vivendo la sua vecchiaia
lontano dal mondo, isolato lassù nei boschi e aveva ricercato
la solitudine evitando il più possibile di incontrare e di parlare
con anima viva, autoescludendosi anche dalla partecipazione,
fosse morbosa o umanamente mostrata, dei vicini che però
distavano da lui circa un chilometro più giù verso la valle del
Bisenzio….. le stagioni si alternavano ed alle nevi seguivano
le fioriture primaverili e le calure estive ed i colori intensi e
variegati della natura accompagnavano le giornate di Orfeo,
che non aveva mai più nemmeno nella sua immaginazione
incrociato una figura umana che pur lontanamente
assomigliasse alle fattezze di Euridice, alla bellezza del suo
corpo, al suo bel volto, del quale custodiva il disegno, che
ogni notte per migliaia e migliaia di volte aveva estratto dalla
tasca interna del suo consunto paltò, quel disegno che non
era però mai invecchiato, come il volto che vi era ritratto,
sempre giovane, sempre bello, sempre sorridente anche se
quella donna, la sua Euridice, era là sul letto di morte; ed
erano trascorsi quasi trenta anni.
Orfeo era invece invecchiato per trascuratezza oltre che per
il tempo; non aveva ancora sessanta anni e dalla tragedia che
lo aveva coinvolto non si era più mosso dalla sua casa, quella
che aveva costruito per la sua donna e per la famiglia che
avrebbe voluto avere. Un pomeriggio, verso la fine
dell’autunno, il tempo aveva già mostrato i primi freddi ma si
alternavano splendide giornate di sole a quelle ventose e
piovose, Orfeo decise all’improvviso di scendere verso la
città. Come un clochard indossò il suo sdrucito largo
cappotto e con un ampio cappello si coprì la testa quasi a
voler celare la sua identità. Solo qualcuno lo notò, ma pochi lo
conoscevano, quando sulla Provinciale salì sulla corriera per
scendere verso Prato; nessuno gli diede a parlare per tutto il
viaggio. Prato la ricordava così come era negli anni Ottanta;
con Euridice l’aveva vissuta, frequentandone i teatri ed i
circoli: a lei piacevano la musica e la danza ed aveva praticato
da ragazza quelle arti, da protagonista. Ed era in quei luoghi
che Orfeo, appassionato soprattutto di musica classica,
l’aveva conosciuta. Inoltratasi nella città, la corriera aveva
attraversato le strade i parchi e i giardini lungo il fiume del
loro giovane amore e delle loro passioni; il cuore di Orfeo
riprendeva a battere seguendo i ritmi delle sue emozioni.
Il cuore di Orfeo batteva più forte ed intenso proprio là dove
era il suo segreto.
******
Decise di scendere all’altezza del “Fabbricone”, una vecchia
megastruttura industriale adibita sin dalla fine degli anni
Sessanta come sede supplementare del più vetusto e glorioso
“Metastasio”, e vi si avvicinò: notò una grande confusione
ma comprese immediatamente dal modo in cui era vestita la
gente che non si trattava di pubblico del teatro ma di clienti,
soprattutto donne, di alcuni supermercati. Decise di non
inoltrarsi nella stradina che portava al Teatro e, tornato
indietro, proseguì verso il Centro.
Anche le strade erano più nervosamente ed intensamente
trafficate e la gente faceva a gara con il vento che a Prato è
intenso ed a volte furioso, impetuoso: la gente sia a piedi che
in auto sembrava impazzita, correva correva ed Orfeo non
capiva il senso di questa frenetica fretta. Era innervosito da
tutto questo e, procedendo come in un sogno, non riusciva
nemmeno più a comprendere le ragioni di quella sua discesa;
che c’era venuto a fare dopo tanti anni? O che non stava
bene lassù vicino ad alcuni dei suoi ricordi più belli seppur
lontano da altri legati alla sua infanzia, alla sua adolescenza,
alla sua giovinezza, al suo “amore”? nessuno avrebbe potuto
riportare indietro il suo tempo. Ora spettava ad altri scoprire
la dolcezza dell’amore, sentire il profumo dei capelli e la
morbidezza della pelle e così mentre si muoveva quasi furtivo
in mezzo alle folle osservava le mani di ragazze e ragazzi che
si toccavano, i volti che si annusavano e si avvicinavano, le
labbra che si socchiudevano nell’attesa, i corpi che si
toccavano. Lui tutto questo lo aveva vissuto ma poi il destino
lo aveva voluto segnare con crudeltà.
Superato il Serraglio, percorrendo Via Magnolfi in Piazza
Duomo ci arrivò ma era stracolma di bancarelle dove si
vendeva di tutto: questa delusione non gli impedì per un
attimo di ricordare quella notte di tanti anni prima, una notte
magica; era inverno e da qualche ora nevicava in modo
intenso; le strade erano coperte di un candido manto,
soffice e profondo, i passi crocchiavano lenti e i rumori erano
attenuati e la luce dei lampioni emanava una serenità profonda
nel silenzio quasi totale.
Orfeo aveva da pochi giorni conosciuto quella splendida
gioiosa ragazza ad un concerto in San Domenico; là – a
pochi passi – c’era una Scuola di Danza dove Euridice da
alcuni anni procedeva nella sua specializzazione essendo
passata da studentessa modello ad aiutante della Direttrice di
quei corsi. E quella sera, mentre nevicava, Orfeo andava ad
attenderla fuori della Scuola: voleva parlare, voleva
condividere quello strano turbamento che le aveva trasmesso
solo lo sfiorarsi le mani quando si erano salutati nell’amicizia
appena avviata; voleva capire se…anche lei aveva bisogno di
capire. Arrivò davanti al Circolo proprio mentre Euridice
stava salutando alcune sue giovani allieve ed i loro genitori.
Le fece un segno; non avrebbe voluto importunarla ma
avvertiva quella necessità, impellente. Per questo le fece solo
un timido cenno di saluto; ma Euridice mostrò immediatamente
di essere molto felice di vederlo. Orfeo, lui non se
ne era accorto, aveva il berretto ricolmo di neve e sembrava –
essendo molto magro – con la palandrana uno spaventapasseri
in un campo innevato. Euridice gli sorrise e gli si accostò
con evidente gioia.
“Che fai? Sei stato ad un altro concerto?” “No, sapevo che
saresti uscita più o meno a quest’ora e son passato…avevo
bisogno di parlarti” “Mi accompagni, allora? Vado verso casa,
in Piazza Ciardi”. Orfeo non chiedeva di più e per sostenere la
ragazza la prese sottobraccio, dapprima, e poi le avvolse il
braccio sinistro sulle spalle come per proteggerla dalla neve
che continuava a venir giù ed evitarle qualche possibile
ruzzolone.
Orfeo ricordava passo dopo passo quel percorso, parola dopo
parola quelle frasi, le emozioni, la passione e la vita che veniva
segnata da quei minuti; Orfeo ricordava quel bacio, il primo,
più degli altri che quella sera stessa poi fioccarono insieme
alla neve sotto il porticato del Pulpito di Donatello in Piazza
Duomo…
*******
Andò oltre, non volle soffermarsi in quel caos così lontano
dalle magie di tanti anni prima e si infilò in una via Mazzoni
ancor più caotica resa più stretta dalla presenza di tavolini e
sedie per i clienti di un pub. Arrivò in Piazza del Comune, un
crocevia di diverse abitudini ed interessi, e stancamente
osservò la statua del Datini costretta imperterrita a mostrare i
prodotti del suo lavoro ai pratesi più ignoranti e ne ebbe
un’infinita pena. Ma gli voltò le spalle e si avviò verso San
Francesco; faticò a riconoscere quella piazza, caotica come
era, ricolma di auto.
Non riusciva a rendersi conto di come il tempo trascorso
lontano dalla sua città fosse stato tanto e tale da condizionare
le reciproche trasformazioni in modo irreparabile. Eppure in
quella piazza la storia d’amore si era arricchita di tantissimi
altri momenti che non avrebbe mai potuto dimenticare ma che
il “tempo” ormai aveva lasciato solo nella sfera dei suoi, solo
dei suoi, ricordi. Si sedette su una panchina e si toccava
l’esterno del vecchio cappotto proprio a sinistra all’altezza del
cuore e lo accarezzava; era ormai un vecchio, di sicuro più
vecchio di quelli che avevano la sua stessa età perché così si
sentiva ma poi in effetti per davvero che lo era! E
continuava a chiedersi dentro di sé perché mai quel giorno lui
avesse deciso di ripercorrere quasi come una serie di stazioni
penitenziarie alcune delle tappe fondamentali della storia sua e
di Euridice.
*******
Rimase sulla panchina assorto nei suoi pensieri mentre la
gioventù gioiva nell’attesa del Natale; e vi rimase fin quando le
luci della città e quelle della “festa” imminente si accesero in
corrispondenza del buio della vicina notte. Il traffico di
persone e di mezzi era diventato in modo ossessivo
soffocante ma Orfeo non se ne avvedeva punto. Non
ricordava quel caos ma non se ne sentiva particolarmente
infastidito, il suo pensiero era rivolto altrove: nella sua
memoria vi era un tempo ormai lontano ed assai diverso.
Si sollevò e decise di andare verso Piazza del Castello, vi si
diresse ma dopo pochi passi scelse di avviarsi attraverso
Piazza Sant’Antonino verso Piazza Santa Maria in Castello.
Era stato attratto da una luce della quale però non riusciva ad
intravedere l’origine. Era calata la sera e con essa un vento
freddo che proveniva dalle gole dell’Appennino aveva fatto
scendere la temperatura; le strade si erano progressivamente
liberate da quel caos: era anche l’ora in cui ci si ferma a
cenare ed i negozi si chiudono. Orfeo entrò in quella piazza
ed alzò i suoi occhi sollevando la tesa del suo ampio cappello
per dirigere la sua vista verso la luce e si fermò. Principiava
a far freddo ma lui non ne soffriva, era abituato a quelle più
rigide temperature lassù sulle montagne dove per tantissimi
anni era rimasto isolato. Sollevò gli occhi e vide la luce che
lo aveva invitato a muoversi verso di lei: era un volto di
donna, sorridente, un ovale perfetto, chiusi gli occhi dalle
belle lunghe ciglia.
Ma era proprio la donna che aveva amato, conosciuto ed
amato; la donna che lo aveva amato, conosciuto ed amato
trenta e più anni prima; la donna il cui volto aveva disegnato
sul letto di morte anche per poterla ricordare così come era,
ancora giovane e bella della bellezza dei giovani non ancora
corrotta dai segni del tempo.
Si toccò il cuore accarezzando ciò che conteneva quel
pastrano sdrucito ma sempre caldo di quel calore che in
maniera più forte e straordinaria emanava quel vecchio
cartoncino che là dentro aveva custodito. Non ebbe ragioni
per confrontarne le somiglianze: era proprio Euridice, era
proprio lei che dal grande muro regnava su tutta la piazza; e
gli occhi erano chiusi così come lo erano stati quelli della sua
amata quell’ultimo giorno in cui la vide. Le ultime persone
attraversarono la piazza mentre lui senza mai togliere gli occhi
da quel volto si accostò in un angolino e si accovacciò;
avrebbe voluto che quella donna aprisse i suoi occhi e lo
guardasse, gli sorridesse ed immaginò dentro di sé di poterla
nuovamente incontrare come in un sogno, in un bel sogno,
ma non riuscì a sognare se non ad occhi aperti. Scese la
notte ed il freddo portò su tutta la pianura leggeri petali di
neve; ben presto anche la piazza fu ricoperta di un manto
bianco e morbido ed Orfeo ricordò quel primo bacio e quelli
che vennero poi quella sera di tanti anni prima… e lui
rimaneva là con quel suo sogno segreto… Nessuno nei
giorni seguenti fece caso a quel vecchio signore che in un
angolo della Piazza attendeva la sera perché il miracolo
avvenisse; con la luce del giorno il volto spariva.
***************
La gente aveva sempre più fretta ed in quella piazza non
c’erano abitazioni né negozi. Arrivò la notte di Natale, la gente
era nelle case a festeggiare; nevicava e suonarono a festa le
campane del Duomo e quelle più vicine di Santa Maria delle
Carceri, ma Orfeo non le sentì. Euridice aveva aperto gli
occhi, era venuta giù ed aveva preso per mano Orfeo ed
insieme erano andati a ritroso nel tempo ripercorrendolo.
Orfeo era felice e sorrideva, Euridice lo rassicurava; poi tutto
si dissolse. Il mattino seguente un netturbino che spazzava la
neve si accorse della presenza di un vecchio signore
rannicchiato in uno degli angoli della piazza e poiché non
rispondeva agli stimoli chiamò il 118. Al calar della sera la
“grande sognatrice” in Piazza Santa Maria in Castello nel
centro di Prato si illuminò nuovamente ma non aprì mai le sue
palpebre.

MINICOLLANA DI RACCONTI
1
ORFEO
EURIDICE
LA GRANDE SOGNATRICE
di
GIUSEPPE MADDALUNO
J.M.

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riprendo da un post del 23 marzo 2019 DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 11

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 3

Mi ero ripromesso di pubblicare su questo mio Blog il testo di un mio libretto preparato in occasione dei 2500 anni dalla fondazione di Dicearchia, nome greco della mia città di provenienza, cioè Puteoli – nome romano – Pozzuoli. Avevo da tempo questa intenzione. Ora, in coda alla mia presenza estiva su questi luoghi della mia infanzia adolescenza e giovinezza, mi appresto a pubblicarlo. Può apparire datato; tuttavia, le problematiche antropologiche e sociali sono peggiorate o perlomeno poco è cambiato, a volte tuttavia in peggio. La mia non è una critica senza dolore; nell’intenzione del giovane che ero esisteva la volontà di un cambiamento in meglio. Tuttavia ritorno alla mia terra e non rilevo miglioramenti nella sua cura. Anche i tanti interventi prodotti potenzialmente  positivi subiscono il degrado antropologico ormai strutturale.

So bene che gli amministratori sono dotati di una volontà propositiva  eccellente; pur tuttavia non riescono per motivi che mi sfuggono a superare le numerose difficoltà che incontrano ed anche alcuni interventi  che avrebbero dovuto e potuto produrre effetti positivi  sono stati poi negletti e disattesi come ad esempio lo spazio antistante l’uscita dal tunnel del tram chiamato Piazza Rione Terra, nel quale peraltro si celebrava la Storia della città, la mia, di Pozzuoli.

Sul mio Blog dall’inizio ho parlato del mio ritorno in questi luoghi che mi hanno visto crescere. Non ho mai accettato di ricevere rimproveri per essermene allontanato che tendevano a ribaltare su coloro che da qui sono partiti la responsabilità del degrado che se non è peggiorato – come io credo –  è di certo rimasto ai livelli precedenti. Non sarei stato in grado di cambiare e forse sarei rimasto invischiato in quei meccanismi antropologici che io critico o mi sarei isolato come è accaduto a qualcuno dei miei amici antichi. Quindi non ho  volontà specifiche  sanzionatorie nei confronti di chi ha amministrato ed amministra e di quella “intellighentia” alla quale avrei potuto essere affiliato.

Dal libretto possiamo comprendere l’entusiasmo di un neofita: nel 1971 avevo 24 anni e la volontà di produrre un cambiamento. Sono andato via da questa città poco dopo per lavoro e quando ne avevo la possibilità non sono ritornato. Non avrei potuto cambiare nulla; ma il mio sguardo mitteleuropeo l’ho potuto costruire rimanendo tra l’Alto Veneto e l’Alta Toscana. Non sono pentito di averlo fatto.

 

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 11

…riprendo questo tema dopo l’ultimo mio post del 23 marzo 2019….

…..Dall’alto del nostro (immaginario) aereo potremmo notare altri laghi (per lo più stagni costieri) nella nostra terra: a nord il lago di Patria, ora sede di competizioni sportive (Olimpiadi 1960); ad ovest il lago del Fusaro fra Cuma e il Monte di Procida, i cui mitili sono ancora riconosciuti fra i migliori della nostra zona; a sud-ovest il Mare Morto fra il Monte di Procida e il Capo Miseno. Altro cratere evidente è la pianura che sorge in una vasta concavità al di sotto e verso l’interno del castello Aragonese di Baia. E’ questo un posto di rara bellezza.
Molte rientranze costiere nascondono crateri, dove la forza delle acque ha corroso o i fenomeni bradisismici evidenti su tutta la zona del litorale flegreo hanno inabissato una parte del ciglio craterico. Luogo di grande interesse è il Capo Miseno anch’esso oggetto di incendi, di speculazioni incontrollate che hanno deturpato irreparabilmente il paesaggio, a difesa del quale si alzarono autorevoli voci.

breve post – Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Danza

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

La distanza tra gli apparati (grandi, medi e piccoli) politici della Sinistra (nessuno escluso, in quanto tutti sodali a difesa dei propri parchi, giardini, giardinetti, orti ed orticelli) ed il sentire della gente non può essere colmata dal pannicello delle “sardine”. Anche se affollate quelle piazze sono la dimostrazione evidente della sconfitta e della debacle futura. Anche se ci si aggrappa a valori fondativi dell’antifascismo, tutti condivisibilissimi, non rimane altro ed emerge tutta l’incapacità a riprendere un cammino che sia di rinascita. Per mantenere i loro posti, ci si accorda con le lobbies, bypassando totalmente i bisogni primari della gente (in ordine alfabetico quelli che mi vengono in mente sono Ambiente, Casa, Istruzione, Lavoro, Salute). Tutti ormai capiscono che per fare Politica occorrono gli “schei” ma questo impedisce nei fatti di privilegiare gli interessi comuni, a partire da quelli minimi riferiti alla parte più debole. Invece si opera attraverso meccanismi diabolici condizionanti che finiscono per allontanare sempre più le persone dalla Politica: i più deboli, poi, verranno condizionati da ricatti vergognosi in nome di un antifascismo farlocco, che in defintiva serve a coprire le nefandezze politiche alle quali stiamo assistendo.

Joshua Madalon

GLI ESSERI UMANI sono tutti uguali

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GLI ESSERI UMANI sono tutti uguali
di Joshua Madalon

Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo ‘universo’, una parte limitata nel tempo e nello spazio.
Sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza.
Questa illusione è una sorte di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per le poche persone che ci sono più vicine.
Il nostro compito è quello di liberarci da questa prigione, allargando in centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza.

(Albert Einstein)

Quando si può, se non piove a dirotto o se fa tanto freddo o c’è un vento forte Gil e Mary escono a piedi anche solo per comprare un pezzo di pane. Non amano i piccoli supermercati vicini e quindi si allungano verso via Pistoiese fino alla Pam.
La giornata di sabato ha già l’aria di festa. Dopo alcune giornate di pioggia incessante c’è un’arietta freschina ma pulita; e non c’è vento. La palazzina dove abitano è impacchettata con impalcature ferrose ricoperte da drappi fatti di plastica tipo canapa per sacchi. Gli operai pur in una giornata semifestiva stanno lavorando a rifinire la base di alcuni balconi prima di procedere con la posa delle piastrelle.
Davanti al bar di fronte alcuni avventori osservano i lavori con il solito interesse dei nullafacenti, mentre sgranocchiano patatine e noccioline per il consueto rito dell’aperitivo. Da un balcone di fronte una giovane signora gentile accenna un saluto, al quale Gil e Mary cordialmente rispondono. Con un sorrisino beffardo rilevano come in modo ben diverso altri, nascondendo la loro maleducazione dietro una presunta timidezza, anche se salutati, sembrano non avvedersi della loro esistenza. Ma la sorpresa è in arrivo lungo il marciapiede che Mary e Gil percorrono.
Prato – quando si andava in giro per il Paese negli anni passati – era nota per il “tessile”, per il “panno”; da qualche anno invece, allorché da pratesi si rivela la loro dimora, “ci sono i cinesi?!” dicono esprimendo l’incapacità ad approfondire altre caratteristiche, come la presenza di luoghi d’arte magnifici, di un Museo dedicato al tessuto, di un Teatro che ha vissuto grandi successi, di un Centro per l’Arte contemporanea unico al mondo per la sua “mission”.
Quando cammini, particolarmente nelle vie di San Paolo, ne incontri di cinesi! Ci sono anche due famiglie nel condominio di Gil e Mary, gente operosa e molto aperta all’Occidente, e non importa se tale ampiezza di vedute sia strumentale nella forma tipica dei “mercanti”.
Non è stato semplice avviare una convivenza condominiale, ma non lo è a prescindere dalle diverse nazionalità: ad esempio, nel contesto di cui si tratta, è più difficile il rapporto tra la gran parte degli altri, autoctoni o comunque immigrati interni come Gil e Mary. Diverse questioni, a partire dal corretto conferimento dei rifiuti, per il quale tuttavia non vi è stata cura da parte dell’ente preposto a tali controlli.
Un raggio di sole illumina lo stretto marciapiede attraverso il sorriso di una piccola bimba, tenuta per mano dalla mamma, che già da qualche metro agitava la manina per mostrarsi a Gil che in realtà era stato distratto da alcuni suoi pensieri e vagava con la mente. Gil infatti se la ritrova direttamente abbarbicata ad una delle sue gambone. Vuole essere sollevata, ricorda Gil di averlo fatto con i propri figli che ora sono molto grandi e, anche se non obesi, pesanti. La solleva e la bimba lo abbraccia come se fosse pratica consueta, quella con un nonno o con uno zio. Sprizza energia attraverso gorgheggi come un uccellino…..
Anche la madre, una giovane ragazza probabilmente abituata ad un contatto non ostile, è sorpresa. Chissà quali siano i suoi pensieri e quali quelli della bimba, si chiede Gil. E’ solo un attimo: sempre sorridente, dopo l’abbraccio si sporge verso la mamma e passa tra le sue braccia. Rivolge il sorriso a Gil dal comodo nido conquistato. Chissà, pensa Gil, che non lo abbia fatto proprio per quel transito furbesco. Ma è proprio bella e gli ricorda la sua bambina. A dire il vero, a Gil ricorda in quello stesso momento un cagnolino che aveva incontrato, condotto dal suo padrone al guinzaglio: non voleva camminare e continuava a piccoli passi con lo sguardo innalzato supplichevole verso il ragazzo, rifiutandosi di procedere. Lo disse a Mary, alla quale tornò in mente subito un altro episodio con un cane di grossa taglia che praticamente si stendeva spiaccicato in un corridoio di un discount. Sorrisero e proseguirono verso il supermercato. La dolcezza degli esseri viventi ha espressioni che li rendono molto simili tra loro. Anche lo sguardo truce di un uomo o quello sprezzante di una donna può assomigliare al ringhio di un doberman.
Camminare a piedi permette di osservare il mondo gli oggetti i condomìni; meglio farlo lentamente senza avere fretta. Mary e Gil passarono attraverso i giardini di via dell’Alberaccio e si diressero verso quelli di via Vivaldi, in fondo. Mary riferendosi agli stranieri che da alcuni anni hanno cominciato ad abitare quei caseggiati si rammentò di una querelle nella quale due famiglie di un contesto complesso di ben dodici condòmini avevano portato in tribunale le altre dieci perché non avevano accettato che in due occasioni all’anno lo spazio comune venisse impegnato in incontri multiculturali coinvolgenti tutto il caseggiato compreso alcune delle famiglie formate da persone di altre nazionalità. Per fortuna, dice Mary, che hanno trovato un buon giudice, un giudice giusto che ha dato loro torto, riconoscendo la funzione civile di un contesto condominiale.
Parlando parlando arrivano al supermercato. E’ uno di quelli frequentato quasi esclusivamente da stranieri, in massima parte cinesi. La spesa è anche l’occasione in uno spazio non tanto affollato di guardare le merci come si fa al mercato generale. Non c’è molta scelta, ma ciascuno si ferma a particolari banchi. Mary al pane, Gil alle verdure; Gil ai formaggi, Mary alle carni e via via poi ci si guarda intorno e si va verso le casse. Accanto ad esse ci sono prodotti vari, dai rasoi ai chicchi dolci, dalle ricariche telefoniche alle batterie di diversa forma e potenza. C’è anche lì in fila una giovane mamma cinese con una bimbina che frigna e allunga la mano verso una mini confezione di cioccolatini. La madre la dissuade ma pur se con dignità la bimba continua a mugolare. C’è dietro Gil e Mary un signore di età avanzata che mostra visivamente di non sopportare l’espressione della bambina e con voce alta avvia ad affermare che non se ne può più di questa gente, che se ne tornassero a casa loro. Mary non può tacere e sottolinea come i bambini siano molto simili tra loro qualsiasi sia la provenienza geografica delle loro famiglie. Si avvia una controversia intorno alla educazione da impartire ai propri figli. I miei, dice quel signore là, non hanno mai piagnucolato. E lo afferma con sguardo truce. Saranno stati repressi e cresciuti nella rabbia e nel rancore, aggiunge Mary, che si becca un “cattolica di merda” dall’aggressivo signore. Mary, che peraltro “cattolica” non è, soggiunge “meglio cattolica che infelice come lei”. Il commesso ha seguito ma, professionalmente, non interviene. La bimba ha smesso di frignare, mentre gioca con i corti capelli della madre, ignara di avere scatenato un empito cieco razzistico. Gil e Mary pensano ai figli del signore, infelici e repressi. Saranno, ora, grandi e da genitori forse saranno diversi, pensano. Lo si spera, ma forse, quel signore là, non ha mai avuto figli; o perlomeno non ha mai avuto bambini come tutti quelli che noi conosciamo. E si avviano verso casa.

Joshua Madalon

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Due euro l’ora e altri film

Due euro l’ora e altri film

Poche volte il “caso” bussa alla porta in perfetto orario. E’ accaduto ieri sera. Come molte altre volte, trascorro la prima parte del riposo collegandomi con il mio smartphone a RaiPlay (in tempi di Fiorello, tuttavia, non ho ancora visto una sola delle puntate del suo “VivaRaiPlay”: sarà che il titolo non mi convince!). Guardo film, documentari (molto belli quelli sul Cinema non solo quelli della RAI ma anche e soprattutto le “sintesi” di “Blow Up, l’actualité du cinéma (ou presque) – ARTE” di cui allegherò una clip per consentirvi di accedere (l’app è gratuita). Vado sulla “banda” delle opzioni e digito “On demand” e scorro le offerte.

Ieri sera, però, ho cliccato su “La mia lista”, casualmente. E mi è apparso un titolo di cui non sapevo nulla (di solito i film si scelgono e, poi, non avendo il tempo di guardarlo, lo si accantona in una “lista”. In questo caso, no. Non riesco a comprendere come mai ci fosse “quel” titolo. Forse il “sistema operativo” ha interpretato le mie sensibilità, i miei gusti, così come la “mia” propensione politica ideologica.

“Due euro l’ora”. Il titolo suggerisce immediatamente problematiche lavorative di sfruttamento della manodopera e mette a nudo questa pratica diffusa sui nostri territori capillarmente (non c’è luogo immune da essa ed è ancor più presente nelle realtà periferiche) e non esclusiva di una nazionalità (uno dei protagonisti, il perfido padrone della ditta di confezioni, è “italiano”). Le operaie subiscono trattamenti violenti, vessazioni, angherie senza avere neanche il supporto delle forze dell’ordine e questo mette in luce una delle tante questioni che non sono state affrontate con vigore per poter essere risolte (diciamo che il “buonismo” va male da una parte e va bene dall’altro).
Ovviamente, il film è molto più altro nella narrazione complessa del tema “emigrazione” che ci coinvolge: c’è chi è andata e chi ritorna, c’è chi è andato e chi vuole partire. Le terre meridionali (il film si basa su una vicenda realmente accaduta a Montesano sulla Marcellana, un piccolo comune in provincia di Salerno ai confini con la Lucania) sono sempre state povere, ma la globalizzazione ha spinto più rapidamente alla loro desertificazione.
Tutto il film è costruito in maniera egregia. Un piccolo capolavoro di cui sentiremo ancora parlare: una menzione speciale voglio tuttavia dedicare alla colonna sonora di Fausto Mesolella, straordinaria figura di musicista autore, componente degli Avion Travel (a proposito il perfido è interpretato da uno straordinario Peppe Servillo, anima del complesso), scomparso a fine marzo del 2017.

Negli ultimi tempi il cinema ha prodotto dei veri piccoli “capolavori” a basso costo che parlano del nostro Sud. Uno di questi è “Lucania – Terra Sangue e Magia” di Gigi Roccati, giovane documentarista alle prese con un vero e proprio film; è uscito nella prima parte di quest’anno. L’altro che è invece uscito da qualche giorno è “Aspromonte – La terra degli ultimi” di Mimmo Calopresti, regista di successo che ha alternato nel tempo la realizzazione di documentari e di film. Nel primo, quello sulla Lucania, troviamo Pippo Delbono che interpreta un malvivente ecologico; nel secondo troviamo Marcello Fonte. “Gli ultimi” mi richiama alla mente quel film dimenticato di padre David Maria Turoldo: siamo lontani dal Sud ma in terre altrettanto povere.