Archivi categoria: Poesia

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 7

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 7

Tutto intorno ai nostri percorsi c’è un mondo nascosto sotterraneo che sarebbe molto interessante poter visitare. Napoli ha tesori incommensurabili nel sottosuolo e soprattutto in questa parte della città. La Sanità (Sanitas, ovvero “salute”) ha avuto un ruolo storico per il “popolo”. La nobiltà partenopea risiedeva sostanzialmente all’interno delle mura contrassegnate oggi dalle “porte” di ingresso. Quella da cui eravamo partiti con la guida, dal punto in cui c’era l’appuntamento, è Porta San Gennaro, la più antica delle nove porte di Napoli, anche se purtroppo è forse tra quelle meno conosciute; di certo era molto importante ed il suo nome derivava dal fatto che da qui partiva l’unica strada che conduceva alle Catacombe di San Gennaro; era conosciuta anche come porta del tufo”, perché da lì entravano i grandi blocchi di tufo provenienti dalle cave del vallone della Sanità, delle quali parleremo dopo. Tra le altre porte la più famosa è quella “Capuana” il cui toponimo è indicativo della direzione di uscita verso la città di Capua; per noi studenti liceali ed universitari rimane impressa Port’ Alba, sede di bibliofili e librai, a pochi passi dal Convitto “Vittorio Emanuele II”, dal Conservatorio “San Pietro a Maiella” e dall’Università “Federico II” in via Mezzocannone. Altre porte sono Porta di Costantinopoli, Porta Carbonara, Porta del Carmine, Porta Medina, Porta Nolana e Porta del Santo Spirito. La guida aveva trottato lasciando indietro un po’ di persone; poi per fortuna il caldo e l’ipotesi di dover parlare ancora un po’ la sollecitarono ad un breve break per acquistare una bottiglietta d’acqua. Così il gruppo si ricompose. Proprio di fronte a quel barettino c’era l’ingresso dell’Acquedotto augusteo del Serino. Un’opera fondamentale di origini per l’appunto “augustee” datato 10 d.C. che partiva (in verità continua a farlo) dall’entroterra campano irpino per raggiungere la sede della flotta imperiale romana a Miseno. Era chiuso ma non avevamo in programma la sua visita: sarà per una delle prossime volte!

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Dopo la sosta benefica – non solo per la guida – si riprese la sgroppata fino alla Chiesa di Santa Maria della Sanità, quella che potete ammirare anche nel recente film dei Manetti Brothers, “Ammore e malavita”. La piazza è ampia, quasi ad affermare la volontà del popolo a partecipare alle grandi adunanze di festa e di dolore. Nella torre abita un nobile moderno uomo di fede, Alex Zanotelli, che lì ha deciso di risiedere, in quel territorio così denso di contraddizioni dicotomiche. La costruzione è della fine del XVI secolo ma risiede sopra le Catacombe di San Gaudioso, alle quali si accede dall’interno della Basilica attraverso una cancellata posta sotto il presbiterio della chiesa seicentesca . Il territorio è ricchissimo di ipogei cristiani, grazie anche all’abbondanza di materiale tufaceo che veniva asportato per costruzioni edilizie che mantenessero gli interni delle abitazioni fresche di estate e calde d’inverno. Molto più importanti e non poco distanti vi sono le catacombe dette di San Gennaro.
Straordinari per la loro bellezza sono il pregevole monumentale pulpito ed una rampa barocca che si innalza da due parti verso il presbiterio. Molto suggestiva è la cripta sottostante.

Joshua Madalon

…fine parte 7…continua

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reloaded “PASSEGGIANDO NEL “DIGITAL STORYTELLING” di TRAMEDIQUARTIERE”

Oggi voglio ricordare l’esperienza di “TRAME DI QUARTIERE” attraverso un primo “book” fotografico e uno dei miei “metaracconti”.

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PASSEGGIANDO NEL “DIGITAL STORYTELLING” di TRAMEDIQUARTIERE
– continuando con la meta-narrazione –

Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono?

– continua –

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STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE
Scrivevamo l’altro giorno: “Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono? Dieci alle sette; tra qualche minuto anche il telefono sussulterà, vibrerà e poi suonerà. Decido di staccare la “sveglia”, non ne ho più bisogno e non voglio disturbare gli altri che continuano tranquillamente a dormire; mi alzo e vado in cucina a prepararmi il solito caffè. C’è meno luce del solito. Eppure siamo già al 15 di maggio. Con la tazzina di caffè fumante vado davanti all’ampia vetrage del salone attraverso la quale osservo la vasta pianura che va verso il mare, al di là delle colline pistoiesi che nascondono la piana di Montecatini e tutto il resto verso occidente. Le nuvole sono basse e continua a piovere. Ieri mattina a quest’ora la luce era così intensa e sono riuscito a fare una serie di buone riprese ed ottime foto.
Meno male, mi dico e continuo a dirlo mentre accedo al balcone esterno che guarda verso il Montalbano e si affaccia sul giardino e sulla vecchia Pieve. Sul balcone i fiori di cactus che ieri mattina erano aperti e turgidi si sono afflosciati, altri ne stanno nascendo e quando saranno pronti, come sempre faccio, li fotograferò. I colori della natura tendono in prevalenza al grigio, grigio-verdi, e la pioggia copre con il suo cadere a tratti i suoni ed i rumori della vita della gente che va a lavorare: è ancora presto per il “traffico” scolastico che tra poco si materializzerà. E continuo a pensare tra me e me: “Meno male che ieri mattina sono riuscito a fare le foto e le riprese di cui oggi avrò bisogno. Stamattina sarebbero state così cupe!”.
Da martedì insieme a pochi altri seguo un corso intensivo di soli quattro giorni: lavoriamo su “temi e storia” di questo territorio. Siamo a Prato. Quartiere San Paolo, periferia Ovest della città post-industriale. E’ piacevole ed interessante, forse anche utile. Siamo soltanto in sei suddivisi equamente quanto a genere ed età anagrafica. Il primo appuntamento è in una delle scuole della città appena alla periferia del nostro territorio. Mi sono presentato come uno scolaretto per l’appello del primo giorno. Molte le facce a me già note: in definitiva ad occuparci di Cultura ci si conosce. Sento subito che ci divertiremo, insieme. Handicap assoluto è la mia profonda impreparazione linguistica con l’inglese. La docente anche se in possesso di un curriculum internazionale di primissimo livello dal suo canto non capisce un’acca della nostra lingua: e questo mi consola ma non giustifica entrambi. C’è grande attenzione in tutti ma il più indisciplinato è colui che dovrebbe , per età soprattutto e per la professione che ha svolto, essere da esempio, cioè io. Mi distraggo, chiacchiero, insomma disturbo come un giovane allievo disabituato alla disciplina. L’americana mi guarda con severità e con quel solo sguardo impone il silenzio. Ciascuno viene chiamato poi a confessare in una sorta di autoanalisi, della quale non parlerò, le origini del proprio nome e della propria storia familiare. Io scherzo sul significato del mio cognome che richiama atmosfere donchisciottesche e sulle attività “carpentieristiche e marinare” di mio nonno paterno.

PROPOSTE
STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE – seconda parte

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L’americana detta poi compiti e tempi. A ciascuno la sua storia. Non ne parlerò per rispettare la consegna del “silenzio” anche se qualche indicazione emergerà dal “racconto”. Discutiamo, scambiandoci idee ed opinioni, poi scriviamo. Amo la sintesi: lo so che voi (che leggete) non lo direste, che non siete d’accordo. Molti dicono che sono un “grafomane”. Ma io, in effetti, scrivo molto ma poi taglio: scorcio e taglio.

E così andiamo avanti fino ad ora di pranzo: non tutti però sono pronti e quindi si ripartirà più tardi per il confronto finale, dopo pranzo.

La scrittura deve essere sintetica (e dagli con questa “sintesi”!) e sincopata per poter poi più agevolmente trasformarsi in uno story board dove le parole e le immagini si mescolino. Mentre le parole sono lì già pronte sul foglio di carta la docente ci invita a reperire quante più immagini possibili da poter collegare.

Dopo il pranzo infatti ciascuno di noi lavora per costituire il proprio esclusivo “database” da cui attingere poi foto e riprese in video da utilizzare.

Dalla prima scrittura a questo punto si passa ad una rielaborazione ad uso di traccia sonora parlata da ciascuno di noi. Dovremo essere noi a leggerla domattina, mercoledì 13 maggio, registrandola su una traccia audio che poi entrerà a far parte del nostro personale bottino.

Si ritorna a casa, però, con un compito da svolgere: cercare una musica da utilizzare, adattandola alle immagini. E’ una delle operazioni che mi coinvolgono a pieno; il suono musicale deve appartenere alle immagini con il ritmo che acquistano nel mio pensiero; i movimenti delle persone e degli oggetti devono corrispondere nel miglior modo possibile alle note all’interno della loro composizione; devono viaggiare all’unisono come corpi in un amplesso erotico. Ne sono stato sempre convinto: ascoltare musica genera orgasmi mentali.

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“La bellezza espressa da un artista non può risvegliarci un’emozione cinetica o una sensazione puramente fisica. Essa risveglia o dovrebbe risvegliare, produce o dovrebbe produrre, una stasi estetica, una pietà o un terrore ideali, una stasi protratta e finalmente dissolta da quello ch’io chiamo il ritmo della bellezza…..Il ritmo….è il primo rapporto estetico formale tra le varie parti di un tutto estetico oppure di un tutto estetico colle sue parti o con una sola oppure di una qualunque delle parti col tutto estetico al quale questa appartiene”

(da “Dedalus” di James Joyce trad.ne di Cesare Pavese, Frassinelli editore pag. 251)

 

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

L’auto l’avevamo lasciata all’imbocco del tunnel che porta verso la struttura militarizzata di capo Miseno. Ritornammo da quella parte e dietro suggerimento di un amico scendemmo oltre a piedi: ci aveva indicato la presenza di un Ristorante tipico di quella zona, il “Primitivo”, suggerendolo per la qualità tipica del menu proposto basato su prodotti locali, soprattutto di mare. Lo trovammo chiuso con un’indicazione scritta a mano su un cartello apposto davanti ad un cancello, dal quale si intravedeva un interno agreste: una trattoria di campagna che ci riportava al ricordo delle classiche “pagliarelle” del secolo scorso, dove fermarsi a bere del buon vino e gustare il pesce azzurro. Non avrebbe aperto se non che dopo la nostra partenza e rimandammo la visita ad un nostro ritorno più in là nel tempo.
Ritornammo verso l’alto a riprendere l’auto ed incrociammo una coppia che proveniva dall’alto, da “Cala Moresca”,
ed era interessata a fare il nostro stesso percorso. Ci chiesero un passaggio nel tunnel, preoccupati “forse” della scarsa agibilità; ma da quel che ricordavo, vagamente per i trascorsi giovanili (era un luogo dove appartarsi con sicurezza), ci si passava con difficoltà ma “ci si passava”, nel caso avessimo dovuto incrociare un’altra vettura.
Era una coppia “mista” quanto a provenienza regionale: lui, molto chiaramente “siculo” di Catania; lei, invece, autoctona ma ormai “emigrata” al Centronord per lavoro. Entrambi avevano scelto di andare a vivere lontano dalle loro terre d’origine: e tutti e due erano nel settore dell’istruzione, lei in una Scuola d’infanzia lui in una Media Superiore. Parlammo di comuni esperienze e lei (non chiedemmo i nomi visto l’occasionalità dell’incontro) ci disse che tornava volentieri a Bacoli ma, non avendo più “casa” propria, si appoggiava ad una sorella. Ci soffermammo ad argomentare sui danni della “Buona Scuola” ed in particolare sui criteri prescelti che assomigliavano a quel famoso “Facite ammuina”

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

Il riferimento è ovviamente alla modalità con cui docenti del Sud sono stati sballottati al Nord o, quando è andata bene, al Centro o nello stesso Sud la qual cosa, essendo quel territorio privo di infrastrutture viarie (strade e ferrovie) sufficientemente utili a rapidi spostamenti, equivaleva ad andare molto lontano dalla propria città con enormi disagi
(per capirci, ed orientativamente, basta sapere che si arriva molto più velocemente a Roma da Napoli che da Pozzuoli a Napoli); senza aggiungere che i costi della vita sono molto diversi e chi dal Sud va verso il Nord deve mettere in conto spese ben superiori rispetto a chi dal Nord venisse verso il Sud. Ciò che è ancora più assurdo è il fatto che l’algoritmo “naturalmente” non considerava il “fattore umano” e posti liberi al Sud erano stati occupati da colleghi del Nord mentre lassù accadeva l’inverso.

Joshua Madalon

…fine parte 3…. continua

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale… quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

Ci si arrampicava con una vecchia FIAT 750 donata al Partito Comunista da qualche sostenitore su per i tornanti insieme al compagno Damiano Rech; questo accadeva soprattutto quando portavamo la tessera a queste famiglie montanare, all’interno delle quali c’erano anziane ed anziani che avevano partecipato alla Resistenza e qualcuno di quelli che avevano vissuto il tempo della Prima Guerra Mondiale in quei territori a cavallo tra i confini italiani ed austro-ungarici: non era – e forse non lo è ancora oggi – insolito sentirsi rispondere: “Comandi!” al solo accenno di un quesito. Nelle campagne elettorali ritornavamo in quei luoghi a fornire le indicazioni di voto ed altre volte, ma raramente, ci capitava di passare di là per la consueta distribuzione del nostro quotidiano, “l’Unità”. Ogni domenica o festività laica, il 25 aprile o il 1° maggio, organizzavamo i gruppi, di solito formati da due compagni, per la distribuzione delle copie del giornale in città e nelle frazioni e non di rado ci si fermava a parlare, invitati a bere un bicchiere di grappa o di vino, che personalmente ho spesso rifiutato guadagnandomi inimicizie non solo formali: il diniego era considerato una vera e propria offesa. Nei primi tempi non riuscivo a districarmi da questo “impegno” e tornavo “ciùco” a casa, per fortuna accompagnato da qualche compagno gentile.
Una delle prime volte che con il Sindacato ci si era recati a Belluno fui vittima della generosità di un compagno molto robusto ed alto che, sulla via del ritorno, mi obbligò a bere del vino aspro perché fatto con uve non del tutto mature alternato a grappe. Il guaio era che l’amico occasionale si fermava a tutti i punti di ristoro che si incrociavano sulla Strada Statale 50 che da Belluno riportava a Feltre e mi costringeva a bere mostrandomi un ghigno ad ogni timido rifiuto. Ovviamente dopo quella volta non capitò più, perché stetti così male, ma così male!
Intanto in quegli anni insieme alla maturazione politica e sindacale si sviluppò anche quella cinematografica e trovai per questa “passione” la collaborazione dello IULM sede staccata di Feltre, dipendente da quella centrale di Milano. Fu molto importante allo stesso tempo l’amicizia con un giovanissimo, Francesco Padovani, che ora è il Direttore della Biblioteca di Pedavena e con alcuni docenti come Cristina Bragaglia o critici cinematografici come Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini o grandi cinefili come l’architetto Carlo Montanaro. Insieme a Francesco fondammo il Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” ispirato in modo indiretto al film di Marco Ferreri, ma per noi doveva significare “una grande scorpacciata” di film. E mettemmo in piedi molte rassegne, aiutati da strutture pubbliche come la Scuola Media, dove c’era un Preside molto disponibile con noi giovani, Gianni Campolo; oppure il Cinema della Curia, che ospitò alcune Rassegne, una delle quali indirizzata espressamente ai giovani con pellicole che si riferivano ai grandi concerti pop del tempo (anni Settanta). E non mancarono rassegne dedicate al cinema d’animazione – per grandi e piccini – così come quella relativa ai capolavori del giallo. Con l’Università allestimmo anche dei percorsi sull’Espressionismo e sul Cinema francese degli anni Trenta; a seguire ma fuori dall’Università, nei locali Liberty della Birreria Pedavena, lanciammo uno sguardo d’insieme al nuovo Cinema tedesco che in quegli anni stava producendo autentici capolavori grazie ad autori come Herzog, Wenders, Fassbinder e altri.

Joshua Madalon
….continua….

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IL VORTICE DELLA VITA – ricordando François Truffaut – Jeanne Moreau

Un omaggio a François Truffaut – Il film è “Jules et Jim” tratto dall’omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché ed a Jeanne Moreau.
Il primo video è tratto direttamente dal film, il secondo è riferito alla interpretazione di Vanessa Paradis e Jeanne Moreau a Cannes nel 1995.

Le parole sono di Cyrus Bassiak (pseudonimo di Serge Rezvani, scrittore, pittore francese, nato a Teheran nel 1928), la musica di Georges Delerue.

Le tourbillon de la vie

Elle avait des bagues à chaque doigt,
Des tas de bracelets autour des poignets,
Et puis elle chantait avec une voix
Qui, sitôt, m’enjôla.
Elle avait des yeux, des yeux d’opale,
Qui me fascinaient, qui me fascinaient.
Y avait l’ovale de son visage pâle
De femme fatale qui m’fut fatale {2x}
On s’est connus, on s’est reconnus,
On s’est perdus de vue, on s’est r’perdus d’vue
On s’est retrouvés, on s’est réchauffés,
Puis on s’est séparés.
Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie
Je l’ai revue un soir, hàie, hàie, hàie
Ça fait déjà un fameux bail {2x}.
Au son des banjos je l’ai reconnue.
Ce curieux sourire qui m’avait tant plu.
Sa voix si fatale, son beau visage pâle
M’émurent plus que jamais.
Je me suis soûlé en l’écoutant.
L’alcool fait oublier le temps.
Je me suis réveillé en sentant
Des baisers sur mon front brûlant {2x}.
On s’est connus, on s’est reconnus.
On s’est perdus de vue, on s’est r’perdus de vue
On s’est retrouvés, on s’est séparés.
Dans le tourbillon de la vie.
On a continué à toumer
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.
Puis on s’est réchauffés.
Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie.
Je l’ai revue un soir ah là là
trallallla
Elle est retombée dans mes bras
Quand on s’est connus,
Quand on s’est reconnus,
Pourquoi se perdre de vue,
Se reperdre de vue?
Quand on s’est retrouvés,
Quand on s’est réchauffés,
Pourquoi se séparer ?
Alors tous deux on est repartis
Dans le tourbillon de la vie
On à continué à tourner
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.

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Traduzione in italiano

Il turbinio dell’esistenza

Portava un anello per ciascun dito
una montagna di braccialetti ai polsi
e poi cantava con una certa voce
che pure mi acchiappava

Aveva certi occhi certi occhi d’opale
che mi affascinavano, o se mi affascinavano
e poi c’era l’ovale di quel pallido viso
di donna fatale che fatale mi fu.

Ci siamo conosciuti e riconosciuti
ci siamo persi di vista, ci siamo ripersi di vista
e ci siamo ritrovati e poi riattizzati
e poi ci siamo separati

Ciascuno è ripartito per fatti suoi
nel vortice della vita
e poi l’ho rivista una volta di sera trallallalla
e’ un ballo famoso

Al suono del banjo l’ho riconosciuta
quel curioso sorriso m’aveva invaghito
la voce fatale sul viso bello e pallido
mi emozionarono più che ma

Mi sono stordito mentre l’ascoltavo
l’alcool fa dimenticare
mi sono svegliato e sentivo
dei baci sulla mia fronte ardente

Ci siamo conosciuti e riconosciuti
ci siamo persi di vista, ci siamo ripersi di vista
e ci siamo ritrovati e poi riattizzati
e poi ci siamo separati

E abbiamo continuato a girare
allacciati insieme
allacciati insieme
ci siamo riattizzati

Ciascuno è ripartito per fatti suoi
nel vortice della vita
E poi l’ho rivista una sera
trallallla
e mi è ricaduta tra le braccia

Quando ci siamo conosciuti
quando ci siamo riconosciuti
perché perdersi di vista,
perdersi ancora di vista?

Quando ci siamo ritrovati
quando ci siamo riacchiappati
perché separarsi?

Allora tutti e due siamo ripartiti
nel vortice della vita
E abbiamo continuato a girare
allacciati insieme
allacciati insieme

The whirl of life
traduzione di Vanessa Paradis

She had rings on every finger
Tons of bracelets around her wrists
And then she used to sing with a voice
That, immediately, seduced me.

She had eyes, eyes like opal
That fascinated me, that facinated me
The oval of her pale face
Of a femme fatale who was fatal to me

We met, we recognized each other,
We lost sight of each other, we lost sight again
We met again, we heated up each other,
Then we separated

Each one is gone
In the whirl of life
I’ve seen her one day at night, ouch, ouch, ouch,
It’s been a long time now ( x 2)

To the sound of banjos I recognized her.
This strange smile that was so appealing to me.
Her voice so irresistible, her beautifull pale face
Moved me more than ever.

a cura di J.M.

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PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO terza parte

'O vico e poesie Di Giacomo

PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO terza parte

Il mio cognome è all’origine della denominazione successiva al mio atto di nascita. “Maddaluno” ha una grande diffusione nell’area Campania nord. Ha peraltro grande diffusione a Pozzuoli, dove risiedeva la mia famiglia (sono nato a Napoli così come i miei figli, toscani, sono nati a Firenze, anche se noi risiediamo dal 1982 a Prato). Vi sono delle variazioni diffuse in tutta Italia: a Belluno ad esempio vi è la variante Maddalozzo, con una splendido museo dedicato ad una famiglia rurale di quei luoghi ad Arsiè a pochi passi dalla Valsugana dentro la quale cui si perviene scendendo attraverso i tornanti di Primolano mentre di fronte lo sguardo si allunga verso Enego, primo contrafforte dell’altopiano di Asiago. Altre varianti sono Maddaluni, Mataluna, Maddaloni, che forse è quello più diffuso. Mi rifaccio con uno sguardo storico alle origini di quest’ultimo così come riportate da Wikipedia nel commento del toponimo della cittadina in provincia di Caserta, per l’appunto “Maddaloni”.

“Nel corso del tempo vari studiosi si sono cimentati nella ricerca dell’origine del toponimo Mataluni, ma non si è ancora giunti ad una conclusione certa; tra i tanti, il de’ Sivo si concentra sul Castrum Kalato Magdala, cioè il monastero di Maria Maddalena la cui chiesa fu distrutta dal terremoto del 5 giugno 1694. Secondo il Mazzocchi «questo nome fosse venuto al castello dalla voce araba di Magdalo, che vuol dire appunto castello, imposta a quel luogo forte dà Saraceni, che assai probabilmente dovettero farsene un nido di rapina». Per don Francesco Piscitelli, arciprete della Collegiata di San Pietro e studioso maddalonese, invece, il toponimo deriverebbe dal principe Matalo, capitano dei Galli Boi che seguirono Annibale nella sua discesa in Italia durante la seconda guerra punica: poiché lo stesso Annibale si curò poco di loro, essi, «avvezzi ad abitare appiè delle Alpi, trovarono alle falde del Tifata un sito conforme alle loro abitudini».
Decisero, quindi, di stabilirsi lì e di non seguire il condottiero punico a Capua: dal nome del principe, Matalo, gli abitanti di quella zona furono detti Mataluni. Altra ipotesi vorrebbe che il nome derivi, dal Medioevo, da “Mezza Luna”, descrivendo così la forma che è andata assumendo l’espansione del centro abitato rispetto alla collina che sorge dietro di esso. Una quarta ipotesi vede la città citata al tempo dei Romani con il nome di Meta Leonis, ovvero a forma di leone, sembra a causa di un masso di tale forma sito nei pressi”.

A dire il vero, ho sempre pensato che il mio cognome mi appartenesse senza dubbio per il mio sguardo “utopico” sulle vicende del mondo. Una composizione amena di origine iberica: “Mata Luna” come dire “Ammazza la Luna”, un “sognatore” come il “Don Chisciotte” di Cervantes. Oppure una derivazione poco affascinante da “Media Luna” (“Mezzaluna”) riferita alla presenza di quell’immagine nello stemma, emblema dell’islamismo.
Ecco, però, ritornando al mio “nomignolo”, fu proprio l’esigenza di variarlo, derivata dalla diffusione del cognome nell’area flegrea abbinato ad un nome, Giuseppe, altrettanto inflazionato essendo il secondo nome più diffuso in Italia, superato solo da Maria. Perché “variarlo”? Una delle mie passioni è stata quella del “teatro” e già da ragazzo ho calcato le scene con alcune compagnie locali e, dovendo distinguermi dagli omonimi, decidemmo di modificare “ad arte” il mio nome in Giosuè. Sulle locandine appariva così, accanto al personaggio, il nome dell’interprete, semplicemente “Giosuè”. I miei registi sono stati Nunzio Matarazzo ed Enzo Saturnino, con una puntata entusiasmante con Peppe La Mura con il quale abbiamo costruito un testo straordinario “Ccà puntey ll’arbe” (Spunta l’alba”) in dialetto puteolano, ispirato alla celeberrima “Cantata dei pastori”.
Fu in occasione di una delle proposte colte “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde al Teatro Lopez dove interpretavo la parte del reverendo Chasuble che venne a vedermi Marietta, mia moglie. Da allora – e non solo lei – mi chiamano Giosuè.

Joshua Madalon

L'importanza di chiamarsi Ernesto 001

16 marzo 1916 – 16 marzo 2018 mio padre oggi avrebbe 102 anni

16 marzo 1916 – 16 marzo 2018 mio padre oggi avrebbe 102 anni
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Sì questa è una data importante per le mie radici; 102 anni fa nasceva mio padre, Raffaele. Una persona umile, riservata, dedita alla sua piccola famiglia (sono stato figlio unico), alla quale debbo tantissimo. Non credo di essere l’unico a ricordarlo così. Per anni, forse ancora oggi, attendevo una sua telefonata di sera, dopo la sua morte.
Lo ricordo attraverso una metanarrazione in “Procida l’eterno ritorno” allegro e divertente, baldanzoso ma anche molto serio. Un uomo affidabile, a ben vedere, che pur non avendo conseguito il diploma minimo di scuola elementare era in grado di far di conto discorrendo con geometri ed ingegneri nei calcoli del cemento armato. Un uomo di altri tempi, nei quali la Cultura era pane quotidiano formazione di vita, vera e propria Scuola di Lavoro.

Joshua Madalon

DOPO L’8 MARZO è sempre “festa”! Alla ricerca di “Giovanna”!

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DOPO L’8 MARZO è sempre “festa”! Alla ricerca di “Giovanna”!

La memoria comincia a tradirmi, anche se…in parte! Ancora una volta – di tanto in tanto mi capita – mi chiedono di parlare del film “Giovanna” e allora ricordo quei giorni del 1991 durante i quali avevamo ricercato in modo rocambolesco la donna che aveva interpretato il personaggio principale che dà il titolo al corto di Gillo Pontecorvo. Ad un certo punto ci fermammo perché, leggendo i resoconti di un Convegno, organizzato a Firenze dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) insieme a Laboratorio Immagine Donna nel 1985, avevamo letto che la protagonista del film era morta.
Nei mesi precedenti il nostro impegno era stato intensissimo, perché come accade nei “paesi” molti ci fornivano notizie che si rilvelavano del tutto infondate anche se un briciolo di verità emergeva.
Mi sembra di sentire le battute dei soggetti umani che Amadeus tutte le sere ci presenta su Rai 1 nella trasmissione “I soliti ignoti”: “No, non sono io….però….”. Infatti era una vera e propria “catena di S.Antonio” quella che ci ha coinvolto in quell’impresa “Alla ricerca di Giovanna”. La memoria dei nostri informatori non era più incisiva di quella mia di ora – vedi sopra – ed i punti di riferimento erano le “Feste de l’Unità” durante le quali in questa zona d’Italia con prevalenza di Sinistre – ed in particolar modo del PCI – vi era una parte dedicata alle “Miss” (sì, proprio così: io stentavo a crederci ma il femminismo non era ancora radicato tra le compagne). E le indicazioni andavano proprio in quella direzione: si sottintendeva che chi fosse stata “disponibile” per fare il Cinema dovesse essere una sorta di “starlette” come la Mangano, la Bosè, la Loren, la Lollo.
E quel “…però!” pronunciato dai “testimoni” di turno apriva altre porte, a loro volta anticipatrici di un nuovo “No, non sono io….però!”. La ricerca intanto si era bloccata alla notizia che “purtroppo non c’era più Giovanna”.
Come noi la si ritrovasse l’ho raccontato in altre occasioni, l’ho anche scritto su questo Blog negli scorsi anni.
Questa volta nel riprendere il filo dei ricordi avevo una piccola amnesia: tre anni fa andai a cercare Armida nella sua abitazione di via Fra’ Bartolomeo. Non era cambiata, eppure erano passati circa venticinque anni dall’intervista e Armida aveva già quasi ottanta anni.
Negli ultimi tempi, avevo sentito che intanto si era trasferita, era ritornata dalle sue parti, nel Mugello.
Avevo pensato però, per informare tutti dell’evento programmato per l’8 marzo, di far riferimento ad una delle sue ragazze (Armida ha avuto due figlie) che, sapevo, lavorava in Comune qui a Prato; ma…non ricordavo il cognome del marito di Giovanna (eh già sempre quel “nome” appiccicato a lei, Armida Gianassi) e non sapevo come fare. L’unico modo che avevo per risolvere questo inghippo era quello di recarmi in via Fra’ Bartolomeo. Sotto la pioggia che scioglieva il manto nevoso con un tempo da lupi ci sono andato: con un po’ di fatica ed un pizzichino di cialtroneria investigativa, sollevando un’etichetta ho riportato alla mia memoria il cognome, che “ovviamente” non posso svelarvi.

Joshua Madalon

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reloaded per l’8 marzo 2018 – “ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

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“ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

Una voce chiara, melodicamente legata al testo; una voce che proprio per la sua innata caratteristica jazz non avrebbe bisogno di altro accompagnamento, una voce piena, calda, corposa. E’ quella di Stefania Tarantino. L’avevo apprezzata anche in tal senso già durante la presentazione del prof. Aldo Masullo nel pomeriggio del 24 aprile a Pozzuoli nel Palazzo “Migliaresi” durante la prima giornata della seconda Edizione del Festival delle Idee Politiche. Come anticipavo l’altro ieri, la filosofa napoletana che ha organizzato insieme a Iaia De Marco e Giovanna Buonanno quegli eventi mi ha fatto dono di un cd, “Incandescente”, del suo gruppo, Ardesia, nel quale svolge il ruolo di leader (sua è la “voce” come dicevamo, ma sue sono le musiche dei 10 brani e le parole di 6 fra essi). Alcuni brani sono direttamente collegati a poetesse come Emily Dickinson (“The grass so little” è il secondo titolo della raccolta, mentre “I held a Jewel” è il numero 9) o ispirati a Virginia Woolf, “Le tre ghinee” (“Incandescente” è il terzo titolo) o influenzati dal pensiero di una filosofa politica come Hannah Arendt (“Secret love” è il brano numero 8 e le parole sono di Maria Letizia Pelosi, che ha studiato in particolare l’approccio giovanile arendtiano ad Agostino). L’ultimo brano, il decimo, “Vai pure”, è liberamente ispirato dalla lettura del testo omonimo di Carla Lonzi, critica d’arte, esponente di Rivolta Femminile, gruppo storico del femminismo italiano. Gli altri brani, il primo (“Le ombre”), il terzo (“Incandescente” che dà il titolo alla raccolta), il quarto (“Ad un’amica”) ed il settimo (“Oscuramenti”) sono produzioni assolute – parole e musica – di Stefania Tarantino. Tutta questa Cultura non inficia minimamente la freschezza del prodotto che è davvero affascinante e stimolante per tutti coloro che volessero andare oltre quelle che sono le piacevoli sonorità di voci e strumenti che accompagnano le performances del gruppo “Ardesia” al quale fa riferimento, oltre alla Tarantino, Maria Letizia Pelosi alla chitarra che interviene anche in voce (elegante e coinvolgente anch’essa) in quattro brani e con l’armonica in “Respira”, quinto brano della lista; al basso ed alla tromba, Ciro Riccardi; al violino, Antonino Talamo; alla chitarra elettrica in due brani, “Oscuramenti” e “Secret love”, Giuseppe Fontanella. Il progetto è in tutta evidenza “un tentativo di mettere in musica la sensibilità “differente” dell’universo femminile”. Parte di queste musiche fanno parte anche del bellissimo documentario di Nadia Pizzuti “Amica nostra Angela” dedicato ad Angela Putino, straordinaria ed indelebile figura di filosofa femminista scomparsa prematuramente nel 2007. Già all’avvio del filmato si odono le note di “The grass so little” ed è la voce di Stefania, calda corposa e suadente allo stesso tempo, che legge alcune riflessioni di Angela Putino. Stefania ha avuto modo di partecipare negli ultimi mesi di vita della Putino alla creazione della rivista on-line «Adateoriafemminista», nella quale erano state coinvolte altre donne e uomini di diverse generazioni.
Con questo mio post volevo evidenziare come, in questo deserto delle anime che abbiamo frequentato occupandoci esclusivamente o quasi di “politica” , esistano storie straordinarie e così piene di incommensurabile bellezza e ricchezza così forti ed impellenti da farmi avvertire il dovere di contribuire a valorizzare, riconoscendo i miei limiti che mi hanno condizionato emarginandomi in una personale particolare “ignoranza”. Grazie, Stefania ed un saluto cordialissimo da Prato. In bocca al lupo per i futuri “successi” non solo quelli musicali!

Joshua Madalon

ricordando “Giovanna” di Gillo Pontecorvo – 8 marzo 2018 Biblioteca “Lazzerini” Prato ore 21.00

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ricordando “Giovanna” di Gillo Pontecorvo – 8 marzo 2018 Biblioteca “Lazzerini” Prato ore 21.00

Voglio oggi riproporre quel che mi disse Armida Gianassi, protagonista del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo, quando nel 1990 la intervistai per il documentario “Alla ricerca di Giovanna”

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inizia l’intervista ad
Armida Gianassi, interprete del personaggio di Giovanna

“Mi ricordo un pomeriggio in cui eravamo, come succedeva spesso, a ballare al circolo Rossi. Ad un tavolino c’erano dei signori nuovi. Li notammo perché siamo un po’ abituati a vedere sempre le stesse facce nei locali dove abitualmente andiamo. Quei signori guardavano, guardavano, osservando le coppie che ballavano. Dopo un po’ si alzarono e mi vennero a domandare cose un po’ strane – chi ero, cosa facevo – poi mi chiesero se mi andava di fare un provino per un film. Lì per lì mi venne da ridere – mah…, mi dissi, un film, io…- Li guardai un po’ e poi ricominciai a ballare. Loro sedettero di nuovo e continuarono a osservare, e di nuovo dopo poco si avvicinarono. Mi dissero: “guardi che noi facciamo sul serio, non è che scherziamo”. Intanto li avevo visti seduti con il sindaco Giovannini, con Bruno Fattori, con persone che conoscevo da tanto tempo e quindi cominciai a pensare che forse forse non scherzavano. E così, sia il sindaco che Fattori mi dissero: “ma guarda che fanno sul serio, vuoi fare un provino?” Io accettai. Ho fatto il provino e dopo qualche giorno mi dissero che tutto andava bene, che se volevo…e così abbiamo fatto il film.
I ricordi di allora sono tanti, vengono in mente così…un ricordo tira l’altro. Come quando si prende una pallina in mano e via via vengono in mente le filastrocche di quando eravamo bambini. Al tempo di Giovanna facevo la vita delle ragazze di allora: il lavoro, il sabato a ballare, le passeggiate a Firenze e così via; non c’era molto altro da fare a quei tempi. Alla sera andavo spesso al circolo a Grignano, mi ero iscritta alla Federazione Giovanile Comunista, ma non facevo molta attività, perché contemporaneamente avevo ricominciato ad andare a scuola, frequentavo i corsi serali alle scuole Calamai di via Pugliesi: cultura generale, storia, italiano, matematica, stenodattilografia. I corsi erano fatti abbastanza bene e molto interessanti , con vecchi professori che avevano insegnato al Cicognini, Mi ricordo del prof. Bresci, del prof.Balugani. Non era che un diploma di scuola serale, però a me serviva, perché volevo migliorare.la mia condizione. Lavoravo dalle otto del mattino fino alle cinque e mezza di pomeriggio, alle sei cominciavano i corsi, fino alle otto mezzo o anche alle nove. Insomma il tempo era quello che era e anche l’attività al circolo diminuì.
Sono nata nel Mugello. Mi ricordo quando venivo a lavorare a Prato, avevo soltanto 13 anni la prima volta. La mia mamma era terrorizzata all’idea di mandarmi in questa città di lavoro, e mi accompagnava la mattina all’autobus. L’autobus passava sulla strada provinciale tra S.Piero a Sieve e Barberino di Mugello e sul ponte a Bilancino faceva la fermata. La mamma si raccomandava all’autista e diceva “Piero – così si chiamava l’autista, era un uomo piuttosto grosso – mi raccomando questa bambina, dà un occhio!”, diceva proprio così: “dà un occhio!”. Così venivo a lavorare a Prato. Allora lavoravo alla tipografia Rindi, proprio dietro Piazza Duomo.
La mattina mi alzavo alle cinque, alle sei avevo l’autobus, dopo aver fatto un chilometro a piedi, sempre in corsa, sempre all’ultimo momento. E molte volte di lontano vedevo l’autobus fermo e sentivo che mi chiamavano (nella notte i suoni si sentono bene). Bastava che urlassi “eccomi!” e mi aspettavano. L’ho fatta per cinque anni quella vita. D’inverno non vedevo il sole durante la settimana, partivo alle sei la mattina e ritornavo a casa alle otto di sera. Solo la domenica vedevo il giorno.
Mi ricordo che quando arrivavo in piazza Duomo, la mattina, guardavo i ragazzini che andavano a scuola. Era il sogno della mia vita andare a scuola, però non potevo permettermelo: nella mia famiglia eravamo quattro sorelle e un ragazzino piccolino, c’era solo mio padre che lavorava, e non sempre. Sicché studiare era un sogno e basta. Io nella vita non ho mai invidiato null’altro, solamente i libri sotto il braccio di quei ragazzi. Era una cosa che mi faceva male dentro. Non so se era invidia… era dolore, proprio dolore. Ho sempre sognato di andare a scuola, anni dopo ho frequentato le scuole serali, ma era un’altra cosa.

“Poi abbiamo lasciato la campagna. Con tanto rimpianto. Per chi nasce in campagna è difficile vivere nella città. Firenze la conoscevo fin da bambina, perché mio padre qualche volta mi ci portava. Prato invece era una città anomala, si lavorava, si lavorava e basta. L’unico respiro era salire su un autobus e andare a Firenze, lì c’era un’altra atmosfera. Poi sono passati gli anni, mi sono abituata a Prato. Era la città che mi aveva accolto, che mi aveva dato da vivere, che mi aveva fatto crescere, in cui avevo mosso i primi passi nella vita, e sono sempre pieni di entusiasmo e di sogni. Quindi sono riconoscente a questa città, e qui sono ritornata a vivere dopo averla lasciata. Però è una città che mi ha fatto anche soffrire.
Io non ho vissuto l’esperienza della grande fabbrica. Quando mi proposero di fare Giovanna lavoravo alla ditta Suckert, in via S.Silvestro all’angolo di Piazza Mercatale. Ho lavorato lì perché conoscevo i proprietari, la famiglia Suckert. Li avevo conosciuti nel Mugello quando ancora stavo lassù. Era una piccola ditta che fabbricava corde per filature, con poche persone a lavorarci. In tutto, al completo, eravamo sette o otto. Era una ditta a dimensione familiare in cui si stava bene, se c’era qualche problema ci aiutavamo, se c’era qualche rivendicazione da fare al titolare parlavamo una per tutte e la cosa veniva definita.
Mi ricordo che quando ho avuto l’occasione di Giovanna non sapevo come fare, perché in ditta c’era molto lavoro. Chiesi il permesso al titolare, vennero sia Montaldo che Pontecorvo a chiedere se poteva concedermi i permessi per girare il film. Durante la lavorazione non ho mai smesso completamente di lavorare in fabbrica. C’erano giorni in cui dovevo essere tutto il giorno sul set, altri in cui ci stavo mezza giornata, e mezza giornata andavo a sbrigare il mio lavoro in fabbrica. I proprietari non mi crearono problemi, anzi furono quasi contenti di darmi i permessi.
Dopo il film Giovanna ho continuato a lavorare, ho fatto le stesse cose che facevo prima, anche se c’era qualcuno in più che mi salutava per strada o mi riconosceva. Poi mi hanno invitata a Roma, ho visto il film. Ho anche avuto qualche proposta, però l’ho rifiutata perché già a quel tempo avevo conosciuto mio marito, e quindi…. Insomma, avevo preso un’altra strada.
Ho continuato a lavorare nella stessa ditta, nell’attesa di farmi poi una famiglia. Poi mi sono sposata e ho lasciato Prato per andare a vivere a Firenze, e così ho fatto la vita di tante donne che si sposano, che lasciano la propria città, le amicizie, e ho ricominciato daccapo. Ho avuto i miei figli, la prima una bambina, e per guardare mia figlia ho rinunciato a lavorare. Così la mia vita è continuata come quella di tante e tante altre donne. Poi ho avuto un’altra figlia, ho cambiato ancora città, ho lasciato Firenze. Insomma un susseguirsi di cose, cose normali di una vita normale. Ho cercato di trasmettere alle mie figliole i sogni che io forse non avrei realizzato, ma il cammino continuava e sarebbe continuato con loro, e forse in parte i miei sogni gli avrei realizzato attraverso di loro. Ho sempre insegnato alle mie figlie che, pur essendo nate donne, non per questo non dovevano avere la loro vita. Dovevano cercare soprattutto di studiare. Io ho sempre avuto il pallino dello studio, forse perché, quando ero giovane, non ho potuto realizzare questo desiderio.
Confesso che soltanto quando vidi il film tutto montato ho capito l’importanza della cosa, più grande di quella che mi era sembrata durante la lavorazione; ho capito che valeva la pena averlo fatto, perché Giovanna rappresentava nel film il problema di tante donne, specialmente a Prato dove le fabbriche erano così tante: rappresentava la sofferenza della donna nella fabbrica, la fatica della donna che lavorava e che aveva il doppio lavoro, in fabbrica e alla sera in casa, in famiglia. Quando vidi il film mi sono detta che era proprio quello che pensavo, che intuivo ma non riuscivo ad esprimere con tanta chiarezza.”

– a cura di Giuseppe Maddaluno (Joshua Madalon)

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