Archivi categoria: Poesia

RITORNO ALLA GAIOLA con appendice

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4 agosto si ritorna all’isola della Gaiola.

Ad accompagnarci Oriana e Rachele. Oriana illustra in modo sintetico e concreto oltre che appropriato nei contenuti e nella forma le “storie” legate alla costruzione dell’ampio e lungo (ottocento metri circa) condotto che porta da Coroglio al complesso archeologico Pausilypon; le competenze sono multidisciplinari e vanno dalla Storia alla Geologia, dall’Ingegneristica alla Antropologia, dall’Archeologia all’Ecologia. Rachele ci segue per documentare foytograficamente la presenza di un gruppo che ha scelto di partecipare ad una escursione culturale chiamata “Terra Mare” perchè comprende anche un percorso su un battello la cui base è formata da un vetro trasparente.
E’ la terza volta che visito con parte della famiglia il sito “terrestre”. E’ la prima invece per la parte “marina”.
Una giornata indimenticabile nonostante il caldo africano. Complimenti all’Associazione che si occupa di tenere viva l’attenzione su questi temi così importanti, informando e divertendo.

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RITORNO ALLA GAIOLA con appendice

Flash forward e flash back si incrociano. La narrazione è composta essenzialmente da tanti puzzle autonomi la cui linearità a volte non è nemmeno in possesso di chi scrive. La ricomposizione può essere a carico dei singoli lettori.

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“Sarebbe bello portarci Daniele e Lavinia!” Mary era rimasta incantata da quel percorso guidato al quale già per due volte insieme a Jo aveva partecipato: la Grotta di Seiano sin dalla loro giovinezza aveva attratto l’attenzione ogni volta che si passava davanti ai cancelli “chiusi” oltre i quali si intravedeva una alta ed ampia feritoia nel tufo della punta estrema di Posillipo che si spinge nel Golfo di Coroglio, Nisida e Bagnoli. “O forse lasciare che ci vadano da soli. Certo, però, potremmo prenotare: quando arriveranno sarà già agosto e potremmo non trovare posto” ribattè Jo, sempre entusiasta di organizzare per sè e per il resto degli amici e della famiglia.

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“U no’ Nonno!, quanti anni hai?” “72” I giovani che Jo aveva incrociato mentre scendevano baldanzosi e sicuri verso la spiaggia della Gaiola stavano risalendo: non avevano trovato un solo posto libero sulla scogliera. Era già suonata la prima ora del pomeriggio e i tanti giovani che erano scesi giù lungo la stradina avevano riempito quasi tutti gli spazi disponibili: gli scogli erano tappezzati di teli da mare e di corpi ricchi di vitalità. Mentre con Mary risaliva lentamente, rapidi e garruli si avviavano verso il basso scendendo gli ultimi cento e più scalini. “Voglio vedervi quando salirete”. E infatti dopo una sosta per Mary e Jo poco sopra la fine degli scalini, il gruppo faceva ritorno forse deluso ma non dòmiti nella loro naturale arroganza. “Ah però ci ha un buon passo!” e Mary soggiunse “Da giovane è stato un maratoneta” esagerando e aggiungendo “E poi non fuma”.

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Al deskpoint a cento metri dal Belvedere di Coroglio c’è l’ingresso della Grotta. Da alcuni anni un’Associazione culturale ha riaperto il percorso ed organizza visite guidate: d’altra parte non sarebbe nemmeno giusto e consigliabile un accesso libero, soprattutto per i costi che dovrebbero essere a carico dello Stato. Mary e Jo sono sicuri che avranno le risposte ai loro quesiti, che in parte Jo già conosce, avendo maggiore pratica sulla consultazione dei siti, ma ci sono dei punti meno chiari da sviluppare. “Vorremmo fare la visita della Grotta e del Pausilypon e poi proseguire con la barca; vorremmo però sapere meglio il punto poi di arrivo.” Il problema è che dopo la visita del sito sulla media collina vi è la possibilità di proseguire scendendo verso il mare per un’esplorazione dell’Area protetta su una piccola imbarcazione dotata di una carèna piatta trasparente. Alla fine della visita non si può ritornare per il sito e la Grotta ma bisogna risalire dalla Discesa Gaiola. Mary e Jo si chiedono dove si può parcheggiare: in pratica sarebbe un vero disastro dover fare ritorno a piedi salendo verso il Parco virgiliano e poi discendendo verso Coroglio – un giro lungo non meno di un chilometro – verso il parcheggio nei pressi dell’ingresso di partenza, quello della Grotta di Seiano. La soluzione sarebbe che qualcuno di loro facesse ritorno con il gruppo dei visitatori che non optassero per il proseguimento in barca, ritirasse l’auto e scendesse giù dall’alto dell’anello del Parco virgiliano verso la Gaiola.
Flash forward e flash back si incrociano. La narrazione è composta essenzialmente da tanti puzzle autonomi la cui linearità a volte non è nemmeno in possesso di chi scrive. La ricomposizione può essere a carico dei singoli lettori…e poi ci sono le ellissi, quella specie di buchi neri narrativi che lasciano ai lettori la libertà di immaginare quel che è avvenuto.

Tutto facile?
Jo, raggiunti gli anni di lavoro prescritti nella Scuola, era andato in pensione. E da allora aveva ripreso a ritornare molto più frequentemente alla sua terra. Insieme a vecchi e nuovi amici aveva proposto o partecipato ad iniziative culturali, quasi sempre collegate al mondo classico, ispirate dalle suggestioni mitiche che il territorio flegreo forniva a pieno e dai ricordi dei venti anni coscienti. La Grotta di Seiano a quel tempo, anni Cinquanta, era praticamente ignorata sia dagli studiosi sia dalla gran parte dei residenti. Forse alcuni più anziani ne avevano contezza per l’utilizzo di spazi protetti (i rifugi) nel periodo dei bombardamenti che tra il 1940 ed il 1944 distrussero la città e provocarono innumerevoli perdite umane tra la popolazione civile. Solo negli ultimi anni lo spazio è stato ripulito e posto a disposizione dei visitatori.
Mary si lascia condurre e Jo, rimessosi alla guida dell’auto, percorre la Salita Coroglio (eh già ma la toponomastica dice “discesa”: chissà perché?!) deciso a consultare il moderno oracolo di Google Map solo dopo aver raggiunto il culmine nello scollinamento. Jo si ferma un attimo attratto da una decina di tir parcheggiati e da un brulichio di operatori. Legge le intestazioni “Cinetecnica” e si rende conto che sono parte di un set cinematografico allestito o da allestire e la sua curiosità è immensa e la passione di una vita riemerge ma non c’è tempo per i ricordi: bisogna trovare la strada. Si ferma. Apre l’app, scrive “discesa della Gaiola” e attende il responso. Niente. Forse non c’è linea.Riprova. Niente. Poi dopo altri due tentativi “20 minuti” scrive Google. Jo è convinto che qualcosa non funzioni. Vorrebbe lanciare il cellulare fuori dal finestrino. Mary intanto si è affacciata ad uno chalet per chiedere informazioni.
L’imbocco della stradina è angusto: un’auto media forse riesce a passarci. Intanto qualcuno risale a piedi e qualche altro in vespa. Sulla strada c’è una pattuglia di Polizia municipale. Jo è accaldato. Fa manovra con grande difficoltà, la strada è ingobbita dai tronchi dei grandi pini che affiorano dall’asfalto dei marciapiedi.L’ora è tarda per chi voglia andare al mare: il sole è già a picco sulle teste e la canicola imperversa. Gli stessi vigili sostano all’interno della vettura, mantenendo la temperatura del condizionatore ad un livello gradevole. Non sa che fare, Jo. C’è un cartello che ammonisce a non entrare, riservando questo privilegio ai condòmini. Eppure laggiù ci sarà una spiaggia, c’è il mare. Fa segno quasi spazientito al vigile, che gentile forse comprendendo il disagio (non è da tutti i vigili, però!) apre il finestrino, sporge la testa e conferma che non si può accedere, che non c’è spazio per manovrare veicoli a meno che non si acceda verso una delle ville, ospiti o meno dei proprietari. Bisogna dunque parcheggiare e proseguire a piedi. Lo avevano lasciato intendere le due guide alla Grotta, ma Jo, soprattutto lui sognatore ormai irrecuperabile, non aveva voluto dar credito a ciò che in fondo non piaceva sentirsi dire, in quella condizione climaticamente difficile.

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Jo vede una Sirena.
Al gabbiotto, varcato il cancello, Mary e Jo precisano che non sono interessati alla visita che, dalla folla variopinta che gironzola intorno alle aiuole, sta per iniziare. “Vorremmo sapere quando e come poter prenotare una visita “Terra-Mare”. “Non la gestiamo noi; noi abbiamo solo la possibilità di farvi visitare la Grotta ed il Parco archeologico. Chiamate questo numero per le altre opzioni: c’è la possibilità di praticare lo snorkeling, il diving e noleggiare un kayak oltre al percorso Terra-Mare integrato comprendente la visita di Grotta e Parco Archeologico e l’utilizzazione della barca Aquavision per un percorso guidato via mare”. Jo vuole sapere però come organizzarsi una volta parcheggiata l’auto nello spazio antistante il Belvedere Coroglio, quello prospiciente la spiaggia omonima e l’Isola di Nisida. “Scusate, è possibile portare giù l’auto verso la Gaiola?” “E’ difficile trovare un posto e comunque non si arriva fino alla spiaggia” la risposta della Sibilla locale. Mary e Jo ritornano all’auto e si avviano per una ricognizione.
Il luogo, malgrado il caldo di una giornata estiva in una parte di essa – l’una e mezza – decisamente inopportuna da godersi per chi ha più di 65 anni, è da annoverarsi tra i mozzafiato. A Jo stranamente ricorda le cascate del Niagara o la vista del Gran Canyon, è di quelli che ispirano i poeti “Dovunque il guardo giro” e fanno diventare credenti per un lampo di vita gli atei “immenso Dio, ti vedo”. Blocchi di pietra lavica misti a tufo, manufatti di epoca romana mescolati a materiale piroclastico e costruzioni più recenti, risalenti a fine Ottocento. Più sopra i resti di un complesso residenziale del I° secolo dopo Cristo, con una villa arricchita da un teatro, un ninfeo e delle terme.

Non è stato facile accedere. La spiaggia, piccola, era già piena di teli: e la scogliera non tanto ampia da contenere tutti i pretendenti. Molto stretto lo spazio per chi, come Mary e Jo, volessero percorrerlo. “Lassù, dovete salire lassù” una giovane ragazza indica il luogo cui accedere “Lì c’è l’ufficio del Centro Studi della Gaiola”. C’è uno spazio protetto da un cordone: Mary vi accede, Jo invece lo aggira. Entrambi arrivano alla base di una scalinata dove c’è una lunga fila di giovani che appaiono in attesa di poter accedere.

La stradina che dall’alto della rotonda della Rimembranza scende giù verso la Gaiola intorno all’una con un caldo asfissiante è percorsa da molti giovani che vanno e pochi che ritornano. Jo fa di tutto perché Mary utilizzi la sfera d’ombra sempre più risicata. L’atmosfera è quella di un paese come tanti in una campagna sul mare; ricorda gli anni giovani nell’isola e qualche incursione in Riviera, quella sorrentina ed amalfitana. Profumi di zagare e limoni, non di certo dissimili da quelli idilliaci di Eugenio delle Cinque Terre. Mary e Jo sono fortunati: vivono intensamente la loro età matura godendo dei frutti e delle emozioni che la Natura a piene mani liberamente spande.
C’è un muretto di mattoni di tufo, oltre il quale si accede alla parte riservata ai giovani che attendono di poter entrare, lo spazio è molto ristretto e non può ospitare tutti. Il cancelletto è custodito a chiave da una sorta di secondino che tiene in carcere i liberi e libera i carcerati. Su quel bordo Jo intravede una Sirena; ha le sembianze di una dolce fanciulla, non ha la coda ma si crogiola là come una lucertola rupestre.

Nell’ultima parte della discesa Gaiola la strada non è più percorribile da alcun mezzo, nè auto nè moto. C’è un angusto ingresso che somiglia ad un viottolo di campagna ed in qualche modo lo è. Si abbandona la strada asfaltata lungo la quale c’è l’annuncio di quel che il viaggiatore riuscirà a vedere. Lui crede già di aver visto il Paradiso, ma in realtà quel che gli si propone è solo un timido scorcio che in ogni caso cerca di ingabbiare nel suo smartphone semmai con un selfie testimoniale. C’è in ogni caso il silenzio tipico della controra in un ambiente agreste: qua e là si notano, lanciando gli sguardi attenti, attrezzi dell’agricoltura enologica: tini, torchi, scalette di legno. Dopo i primi cento metri di strada sterrata comincia il serpente di gradini di una lunga scalinata che si interrompe semplicemente quando si passa sempre in discesa un po’ meno ripida davanti a due fila di abitazioni basse tutte restaurate per l’uso turistico, ricordo di un villaggio di pescatori. A Jo vengono in mente altre scalinate verso il mare, a Capri, a Sorrento. In modo particolare anche quella che porta alla spiaggia di Chiaia a Procida. E ricorda la celebre “Scalinatella”, una delle canzoni più famose della tradizione napoletana.

C’è anche per la devozione tipica della gente di mare una piccola Cappella. Sopra bassi e stretti gradini alcune fanciulle non si sa se in attesa di riprendere il cammino verso il mare o verso la collina stanno sedute. Mary e Jo scendono con la curiosità di chi pur non conoscendo il cammino ne coglie conspevolmente le suggestioni evocanti della giovinezza. Baldanzosi ragazzotti in frotte veloci corrono verso il mare che si intravede soltanto con degli squarci di promesse. “Vi voglio rivedere quando risalirete” Jo dice tra sè, ma forse uno di loro lo sente e gli lancia uno sguardo silenzioso di sfida.
Mentre si scende c’è qualcuno che risale lento mogio e deluso “Non c’è un lembo di spazio!” ed è per questo che Jo ha vaticinato il loro rapido ritorno.
L’ultima parte del viaggio verso il mare è fatto ancora di scale: due giovani volontari dispensano informazioni generali sul Parco e sulle possibili attività, al di là del puro e semplice tuffo “dove l’acqua è più blu”! Jo li ringrazia chiamandoli “Eroi” e si guadagna un sorriso lungo tutto il tempo che trascorre tra la discesa e la risalita.
Lungo la strada del ritorno Mary e Jo salgono lenti e affaticati. Si fermano più volte: la parte più dura è proprio quella della scalinata. Il borgo però accoglie con una leggera ombra ed una brezza che comincia a venire su dal mare. “Porti….orizzonti…e alati messaggeri vengano a voi a lenire la vostra stanchezza” un signore dall’apparente età di settanta che dice di averne ottantasei li accoglie con una brocca di acqua fresca e limoni. Si chiama Gabriele, racconta sprazzi della sua vita e di tanto in tanto tra questi emergono brani in versi. E’ un moderno aedo la cui ricchezza la Fortuna riserva a chi sa cogliere simili occasioni. E si annulla ogni stanchezza in questo abbandono idilliaco della Natura e dell’Uomo indistinti.

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reloaded da POLITICS BLOG maggio 2014 prima parte

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nel maggio del 2014 un gruppo di compagni ed amici tra cui Stefano e Marzio Gruni, Paolo Giusti avvertimmo il bisogno di porre in essere uno strumento di comunicazione all’altezza dei tempi….non funzionò e ciascuno poi continuò il suo impegno “espressivo” su strade diverse – in questi giorni vado recuperando alcune parti di quella breve stagione….quella che segue è la prima parte di un mio post che rifletteva sulla crisi culturale conoscitiva di quella parte di persone che non aveva avuto accesso all’istruzione in un tempo in cui la trasmissione dei saperi avviene sempre più attraverso canali mediatici che non danno più la garanzia di stimolare un pensiero libero e critico…

reloaded da POLITICS BLOG maggio 2014 prima parte

“Un blog non può neanche lontanamente risolvere i problemi ma può denunciarli annunciarli ed avviare una ricognizione, suscitando attenzione e dibattito”

Fra le conseguenze negative della globalizzazione dei “mercati” e delle persone vi è stato di certo in contemporanea un degrado del livello di alfabetizzazione e di preparazione professionale, di acculturamento parallelo rispetto alle trasformazioni economiche e sociali che il mondo, soprattutto quello finanziario globale, stava subendo. A Prato l’imprenditoria piccola e media (ma in qualche caso anche quella medio-grande) non era stata costruita su una solida preparazione culturale ma piuttosto su una “praticità” istintiva che pure aveva prodotto eccellenze, destinate tuttavia a non reggere il passo sia per il susseguirsi di generazioni non sempre ben disposte ad una vita fatta soprattutto di sacrifici sia per il sopraggiungere di tecnologie innovative e mutamenti epocali nelle abitudini e nei consumi. Di fronte al tempo che scorre il mondo cambia e noi non sempre ce ne rendiamo conto.
La crisi del “tessile” a Prato è stata più volte annunciata ma poi in più occasioni con formule provvisorie è stata considerata come superata; ma non si è voluto riconoscere che il problema più importante era di tipo “culturale”, intendendo con questo termine la capacità complessiva di conoscere le trasformazioni ampie in atto. Ed è anche per questo che non si è percepita, forse non si è voluto, forse non si è riusciti a, percepire la cosiddetta “invasione” cinese nei suoi connotati “positivi”. Questa sottovalutazione dal punto di vista “politico” è stata “generale”, con qualche limitata eccezione, generando sia una forma di accoglienza umanitaria di tipo “cristiano” sia – dall’altra parte – un rifiuto categorico di stampo razzistico con in mezzo un atteggiamento ambiguo del tipo “non sono razzista, ma….” che si collocava in ogni caso in un’area culturalmente e socialmente assai modesta.
Se non si comprende questo punto di partenza non si è in grado di fornire alcuna soluzione al fenomeno che da un paio di decenni sta travagliando la società pratese e mettendo in crisi profonda la parte imprenditoriale “tessile”, non di certo quella immobiliarista, né quella commerciale che, grazie alla comunità cinese, ha visto, se non elevare, reggere i propri guadagni: se il mercato immobiliare è crollato meno che altrove lo si deve alla presenza straniera; se alcuni supermercati (vedi la PAM di via Pistoiese) reggono è per lo stesso motivo; se alcune concessionarie non hanno chiuso i battenti è perché hanno i migliori clienti fra la comunità cinese. Ad ogni modo il ”degrado” del territorio è direttamente collegato al degrado che la società “pratese” (quella fatta da “pratesi” doc o non doc poco importa) ha evidenziato negli ultimi venti\trenta anni e di ciò è indubbiamente colpevole la classe politica così come quella imprenditoriale e così anche l’intellighentia che non ha saputo interpretare i mutamenti e, laddove li ha riscontrati, poco ha fatto per divulgarli e chiedere alle diverse istituzioni azioni precise e decise per affrontarne le conseguenze.

….1…..

J.M.

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Flash forward e flash back si incrociano…e poi ci sono le ellissi…e le sirene…e gli alati messaggeri – 4

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Flash forward e flash back si incrociano…e poi ci sono le ellissi…e le sirene…e gli alati messaggeri – 4

Nell’ultima parte della discesa Gaiola la strada non è più percorribile da alcun mezzo, nè auto nè moto. C’è un angusto ingresso che somiglia ad un viottolo di campagna ed in qualche modo lo è. Si abbandona la strada asfaltata lungo la quale c’è l’annuncio di quel che il viaggiatore riuscirà a vedere. Lui crede già di aver visto il Paradiso, ma in realtà quel che gli si propone è solo un timido scorcio che in ogni caso cerca di ingabbiare nel suo smartphone semmai con un selfie testimoniale. C’è in ogni caso il silenzio tipico della controra in un ambiente agreste: qua e là si notano, lanciando gli sguardi attenti, attrezzi dell’agricoltura enologica: tini, torchi, scalette di legno. Dopo i primi cento metri di strada sterrata comincia il serpente di gradini di una lunga scalinata che si interrompe semplicemente quando si passa sempre in discesa un po’ meno ripida davanti a due fila di abitazioni basse tutte restaurate per l’uso turistico, ricordo di un villaggio di pescatori. A Jo vengono in mente altre scalinate verso il mare, a Capri, a Sorrento. In modo particolare anche quella che porta alla spiaggia di Chiaia a Procida. E ricorda la celebre “Scalinatella”, una delle canzoni più famose della tradizione napoletana.

C’è anche per la devozione tipica della gente di mare una piccola Cappella. Sopra bassi e stretti gradini alcune fanciulle non si sa se in attesa di riprendere il cammino verso il mare o verso la collina stanno sedute. Mary e Jo scendono con la curiosità di chi pur non conoscendo il cammino ne coglie consapevolmente le suggestioni evocanti della giovinezza. Baldanzosi ragazzotti in frotte veloci corrono verso il mare che si intravede soltanto con degli squarci di promesse. “Vi voglio rivedere quando risalirete” Jo dice tra sè, ma forse uno di loro lo sente e gli lancia uno sguardo silenzioso di sfida.
Mentre si scende c’è qualcuno che risale lento mogio e deluso “Non c’è un lembo di spazio!” ed è per questo che Jo ha vaticinato il loro rapido ritorno.
L’ultima parte del viaggio verso il mare è fatto ancora di scale: due giovani volontari dispensano informazioni generali sul Parco e sulle possibili attività, al di là del puro e semplice tuffo “dove l’acqua è più blu”! Jo li ringrazia chiamandoli “Eroi” e si guadagna un sorriso lungo tutto il tempo che trascorre tra la discesa e la risalita.
Lungo la strada del ritorno Mary e Jo salgono lenti e affaticati. Si fermano più volte: la parte più dura è proprio quella della scalinata. Il borgo però accoglie con una leggera ombra ed una brezza che comincia a venire su dal mare. “Porti….orizzonti…e alati messaggeri vengano a voi a lenire la vostra stanchezza” un signore dall’apparente età di settanta che dice di averne ottantasei li accoglie con una brocca di acqua fresca e limoni. Si chiama Gabriele, racconta sprazzi della sua vita e di tanto in tanto tra questi emergono brani in versi. E’ un moderno aedo la cui ricchezza la Fortuna riserva a chi sa cogliere simili occasioni. E si annulla ogni stanchezza in questo abbandono idilliaco della Natura e dell’Uomo indistinti.

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Flash forward e flash back si incrociano….e poi ci sono le ellissi… e le sirene 3

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Flash forward e flash back si incrociano….e poi ci sono le ellissi… e le sirene 3

Jo vede una Sirena.

Al gabbiotto, varcato il cancello, Mary e Jo precisano che non sono interessati alla visita che, dalla folla variopinta che gironzola intorno alle aiuole, sta per iniziare. “Vorremmo sapere quando e come poter prenotare una visita “Terra-Mare”. “Non la gestiamo noi; noi abbiamo solo la possibilità di farvi visitare la Grotta ed il Parco archeologico. Chiamate questo numero per le altre opzioni: c’è la possibilità di praticare lo snorkeling, il diving e noleggiare un kayak oltre al percorso Terra-Mare integrato comprendente la visita di Grotta e Parco Archeologico e l’utilizzazione della barca Aquavision per un percorso guidato via mare”. Jo vuole sapere però come organizzarsi una volta parcheggiata l’auto nello spazio antistante il Belvedere Coroglio, quello prospiciente la spiaggia omonima e l’Isola di Nisida. “Scusate, è possibile portare giù l’auto verso la Gaiola?” “E’ difficile trovare un posto e comunque non si arriva fino alla spiaggia” la risposta della Sibilla locale. Mary e Jo ritornano all’auto e si avviano per una ricognizione.
Il luogo, malgrado il caldo di una giornata estiva in una parte di essa – l’una e mezza – decisamente inopportuna da godersi per chi ha più di 65 anni, è da annoverarsi tra i mozzafiato. A Jo stranamente ricorda le cascate del Niagara o la vista del Gran Canyon, è di quelli che ispirano i poeti “Dovunque il guardo giro” e fanno diventare credenti per un lampo di vita gli atei “immenso Dio, ti vedo”. Blocchi di pietra lavica misti a tufo, manufatti di epoca romana mescolati a materiale piroclastico e costruzioni più recenti, risalenti a fine Ottocento. Più sopra i resti di un complesso residenziale del I° secolo dopo Cristo, con una villa arricchita da un teatro, un ninfeo e delle terme.

Non è stato facile accedere. La spiaggia, piccola, era già piena di teli: e la scogliera non tanto ampia da contenere tutti i pretendenti. Molto stretto lo spazio per chi, come Mary e Jo, volessero percorrerlo. “Lassù, dovete salire lassù” una giovane ragazza indica il luogo cui accedere “Lì c’è l’ufficio del Centro Studi della Gaiola”. C’è uno spazio protetto da un cordone: Mary vi accede, Jo invece lo aggira. Entrambi arrivano alla base di una scalinata dove c’è una lunga fila di giovani che appaiono in attesa di poter entrare.

La stradina che dall’alto della rotonda della Rimembranza scende giù verso la Gaiola intorno all’una con un caldo asfissiante è percorsa da molti giovani che vanno e pochi che ritornano. Jo fa di tutto perché Mary utilizzi la sfera d’ombra sempre più risicata. L’atmosfera è quella di un paese come tanti in una campagna sul mare; ricorda gli anni giovani nell’isola e qualche incursione in Riviera, quella sorrentina ed amalfitana. Profumi di zagare e limoni, non di certo dissimili da quelli idilliaci di Eugenio delle Cinque Terre. Mary e Jo sono fortunati: vivono intensamente la loro età matura godendo dei frutti e delle emozioni che la Natura a piene mani liberamente spande.
C’è un muretto di mattoni di tufo, oltre il quale si accede alla parte riservata ai giovani che attendono di poter entrare, lo spazio è molto ristretto e non può ospitare tutti. Il cancelletto è custodito a chiave da una sorta di secondino che tiene in carcere i liberi e libera i carcerati. Su quel bordo Jo intravede una Sirena; ha le sembianze di una dolce fanciulla, non ha la coda ma si crogiola là come una lucertola rupestre.

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NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 2

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NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 2

Poesia ritmata.

Quella della poesia ritmata è una tradizione anglosassone che viene da lontano. Non è dunque sorprendente o fuori luogo la scena del film “L’attimo fuggente” nella quale i giovani che hanno deciso di seguire le orme di Keating nel riproporre la Setta dei Poeti Estinti leggono brani poetici all’interno della Grotta Indiana e battendo ritmicamente su tamburi recitano ripetutamente in coro come un “rap” ante litteram i versi del poeta Vachel Lindsay

Preso dalla fede ebbi una visione, | dall’orgia io fuggivo ma non senza derisione. | Vidi il fiume Congo, scavare con la testa, | e una lingua d’oro tagliare la foresta.

La poesia come espressione di libertà.

Insegnare la struttura di un’opera poetica è di per sè una contraddizione in essere. Keating nell’invito a strappare le pagine teoriche del prof. Prichard esercita il suo ruolo. Oggi lo riconosciamo ma non era così nel 1959 ed a volte ancora oggi il gesto del prof. Keating non è apprezzato soprattutto dai nuovi bacchettoni, protagonisti e figli del Sessantotto.

“Continuate a strappare ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille Dalton. Armate di accademici avanzano misurando la poesia. No! Non lo permetteremo. Basta con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli occhi di Pitts dice che la letteratura dell’Ottocento non c’entra con le facoltà di economia e di medicina, vero? Può darsi. E lei, Hopkins, è d’accordo con lui e pensa: “Eh, sì, dovremmo semplicemente studiare il professor Prichard, imparare rima e metrica e preoccuparci di coltivare altre ambizioni.” Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi. Avvicinatevi. Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Citando Walt Whitman, «Oh me, oh vita, domande come queste mi perseguitano. | Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. | Che v’è di nuovo in tutto questo, oh me, oh vita? | Risposta. | Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, | che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.» Quale sarà il tuo verso?”

La passione per la poesia che non finisce.

Uno dei giovani, il più sensibile Nell, legge i versi di Tennyson che sono un invito alla condivisione

«Venite amici, | che non è tardi per scoprire un nuovo mondo. | Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte, | e se anche non abbiamo l’energia che in giorni lontani | mosse la terra e il cielo, siamo ancora gli stessi. | Unica, eguale tempra di eroici cuori, | indeboliti forse dal fato, ma con ancora la voglia | di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere.»

E sul vecchio libro del prof. Keating dei versi di Henry David Thoreau scritti a mano come un’epigrafe.

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.

Sorpresa finale

Sto ritornando verso casa dopo l’intervista a Massimo Smuraglia. Non sono ancora tranquillo perché non ho ricevuto notizie di Daniele che è andato a Parigi dalla sorella Lavinia. Parcheggio lungo il perimetro dei giardini e poco più avanti un’altra auto si è appena fermata: scendono tre giovani ragazzi. E’ passata la mezzanotte. Facciamo qualche passo insieme a distanza di pochi metri. Chiacchierano e poi si siedono sulle panchine sotto i glicini folti. Sono curioso. “Cosa ci fate qui, a quest’ora? Io abito lì sopra”. Rispondono con cortesia, anche se avrebbero potuto mandarmi a quel paese. E così scopro che si ritrovano come i giovani de “L’attimo fuggente”. Lo conoscono, il film e questo è un’altra bella sorpresa consolatoria. Quel giardino per loro è come la Grotta Indiana: e allora mi ritorna in mente anche il video che girai proprio su quel giardino.

Joshua Madalon

CLICCARE su “Giuseppe” per vedere il video

Giuseppe

NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 1

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NOTERELLE sparse intorno a “L’attimo fuggente” presentato a Coiano l’altra sera con sorpresa finale – 1

Non vedevo Massimo (Smuraglia) da alcuni anni; ci eravamo sfiorati in qualche occasione culturale ma nulla di più. Quando Mario Barbacci mi ha chiesto di partecipare ad uno degli eventi dell’Estate al Circolo di Coiano ho accettato e l’ho fatto ancor più volentieri perché si trattava di un doppio lieto evento per me, quello di intervistare Massimo che avrebbe parlato de “L’attimo fuggente”. Se si andasse a riavvolgere il nastro delle nostre vite (quella mia e quella di Massimo) troveremmo due elementi comuni: il Cinema e la Scuola. Entrambi (noi e il film) – pensai – qualcosa possiamo mettere a disposizione della società attuale.
Ci siamo sentiti qualche giorno prima utilizzando squarci di tempo libero per concordare qualche aspetto dell’intervista. Massimo poi mi ha anche inviato il suo curriculum con tanti tasselli che non conoscevo. Ne ricavo solo una parte: non avremo molto tempo a disposizione. E così decido di preparare le domande. Partirò dai “sogni” del ragazzo e poi via via verso la maturità, seguendo anche la sceneggiatura del film di Peter Weir.
Riguardo il film e mi sorprendo a scoprire atmosfere dimenticate ( non quelle intorno a Keating e il “Carpe Diem”, o l’”Inno alla gioia” e le scene di giubilo, nè l’ “O Capitano mio Capitano!” finale”).
Arriviamo insieme a Coiano venerdì 5 luglio. Gli chiedo se ha letto le domande. Credo di sì, ma lui si schermisce borbottando non so quale scusa per dirmi che no, non le ha lette. Gliele riassumo. Il resto è quel che è accaduto: tutto alla perfezione. Domande sintetiche al massimo per ridurre il tempo, risposte piene di riferimenti colti non solo cinematografici.
Poi la proiezione.

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“Cane, signore?” “O no, oggi no!” “Guardi che un cane fa bene ogni tanto!….Uno può fare un pasto completo a base di cane…” dallo schermo Keating irriverente e provocatorio legge brani assurdi ai suoi giovani attenti e coinvolti allievi. La signora accanto a me, che aveva tra le sue braccia un canino piccolo piccolo si alzò ed a me sembrò che andasse via, offesa e preoccupata di quel che sarebbe seguito: un vero e proprio menù a base di cane. “Si comincia con cruditè di dalmata, si continua con un bel cocker flambèe, e per finire un pechinese al pepe rosa”. Si allontanò di poco forse per dissetare il canino e poi tornò, proprio mentre andava in scena uno dei momenti clou del film, quando Keating invita i suoi studenti a cambiare il punto di vista, saltando sulla cattedra.

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ED IO MI SENTO come Keating sessanta anni dopo

“Perché sono salito quassù? Chi indovina?
Per sentirsi alto.
No […]. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

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SUI FILI DELLA MEMORIA – un excursus a ritroso nel tempo insieme a Massimo Smuraglia….

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Un post che anticipa l’evento organizzato dal Circolo ARCI di Coiano per venerdì 5 luglio ore 21.00 all’interno del contenitore IncontrARCI per capirsi Estate 2019

Avrò il piacere di intervistare Massimo Smuraglia che conosco sin dai giorni in cui approdai a Prato, venendo dall’Alto Veneto; anzi già qualche mese prima lo avevo incrociato a Pesaro alle giornate della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema dedicato quell’anno al cinema magiaro ed jugoslavo, di cui ho trattato già su questo mio Blog.

http://www.maddaluno.eu/?p=9560

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Con Massimo Smuraglia abbiamo anche percorso un tratto di strada culturale insieme negli anni intorno alla fondazione del Cinema Terminale nel gennaio del 1984, allorquando egli nel CEDRIC insieme a Ignazio Gullotta seguiva le programmazioni di alcuni cinema d’essai collegati all’UCCA Toscana (Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI). Poi le strade si sono diversificate pur mantenendo comunque un’attenzione comune verso il mondo del Cinema e la sua diffusione didattica nelle scuole. Entrambi abbiamo praticato anche la realizzazione di documentari e film in modo diverso: il mio più artigianale e collegato direttamente all’insegnamento, il suo molto più professionale all’interno della Scuola di Cinema “Anna Magnani”.

La scelta del film “L’attimo fuggente” fatta da Massimo ha dunque un senso profondo collegato al nostro vissuto comune.

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SIETE TUTTE/I INVITATE/I A PARTECIPARE

Venerdì 5 luglio 2019 ore 21.00 – CASA DEL POPOLO DI COIANO via del Bisenzio a San Martino 5/F PRATO

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PROCIDA

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Qualche anno fa ebbi modo di interloquire con una intellettuale che mi sollecitò a dire chi io fossi, relativamente alla mia origine flegrea ed in parte, per linea materna, procidana. A quell’isola su questo blog ho dedicato pagine segrete ma anche pagine molto chiaramente ispirate. Il dialogo si aprì e si chiuse con queste righe che seguono

Gentilissima signora

Cercherò di esserle utile! Comincio subito:
Sono nato a Napoli (semplicemente perchè mia madre, Ruocco Assunta, procidana di Ciraccio, che aveva sposato un puteolano, ebbe la necessità di partorire in clinica, diversamente dalla maggior parte delle donne che abitualmente era assistita direttamente da un’esperta – “la vammana” – in casa). Ma fin dai primissimi giorni di vita, una delle mie zie procidane, Agnese, la più energica ed attiva, veniva a prenderci a Pozzuoli e si attraversava il mare per portarci molto spesso alla casa dei nonni materni in via Flavio Gioia.
La famiglia materna era soprannominata “Mainardo”; è un’abitudine frequente e diffusa da quelle parti.
Di mio nonno Vincenzo ricordo vagamente e lontanamente come un’ombra i contorni; avverto ancora ora la sua presenza patriarcale e mi rivedo sollevato dalle sue braccia. Mia nonna Rachele la ricordo invece molto bene perchè, al contrario di mio nonno è venuta meno quando ero negli anni della pubertà e di lei rammento il periodo della senilità durante il quale aveva problemi di memoria e suscitava in noi nipoti una certa irriverente ilarità.
Fra gli episodi più significativi che io ricordi vi erano quelli che ponevano mia nonna in rapporto alle tecnologie di comunicazione (parlo delle radioline a transistor – il televisore arrivò successivamente alla sua morte in quella casa) per le quali non solo non riusciva a comprendere il funzionamento – e sarebbe stato normale per tutti noi – ma non si capacitava che qualcuno parlasse e lei non riuscisse a vederlo; e per questo lo cercava sempre dietro agli strumenti………..

Ho detto che iniziavo; parlerò di molto altro fino a quando lei vorrà.

Copio e incollo per mantenere la memoria (tenga presente che mentre scrivevo avevo dimenticato il soprannome della famiglia di mia madre e solo grazie a questo esercizio me ne sono ricordato; non è più il tempo di aspettare per fermare i ricordi; la ringrazio per la sollecitazione).
Un saluto affettuoso

Giuseppe Maddaluno

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Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato. Che fare? Mah!CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

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CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato.
Il sabato è giornata di “riflessione”, non si può fare campagna elettorale. C’è il “silenzio”.
http://www.maddaluno.eu/?p=9546
Nei giorni che precedevano la manifestazione antifascista del 23 marzo scorso in Piazza delle carceri – manifestazione di risposta a quella di Forza Nuova – ed in quelli ad essa seguenti avviavo una riflessione intorno alle scelte politiche che stavamo approntando in vista delle elezioni amministrative – oltre che politiche europee – di fine maggio.
Preparando il percorso di “Prato A Sinistra” prima e “Prato in Comune” dopo avevo posto molta attenzione intorno a quel che avrebbe dovuto significare la nostra essenza di “Sinistra”. Prima o poi la riflessione personale dovrebbe trasformarsi in una consapevolezza sempre più ampia e condivisa. Pena la inconsistenza progressiva del contenitore. I nodi se non sciolti, o avviati a sciogliere, vengono prima o poi al pettine, ed il rischio è quello di finire in un buco nero. In una serie di miei post forse autoreferenziali ed inascoltabili, vista la pochezza e l’inaffidabilità dell’autore, ho avviato la denuncia di una parte delle contraddizioni della Sinistra, soprattutto di quella fortemente identitaria, radicale, antagonista, che si pone autonomamente sullo scranno più alto dell’ortodossia divenendo elitaria.
Basterebbe guardare appena al di là del proprio naso, oltre il piccolo orto di casa, per capire non solo che il mondo è cambiato, che è una forma lapalissiana utile per tutte le stagioni della vita, ma soprattutto che la Sinistra – così come da quella parte si intende – si è fermata più o meno agli anni Settanta del secolo scorso. La Sinistra così come è in gran parte ora non riesce a distinguersi, pur presupponendo di farlo, da altri soggetti assai diversi e lontani ideologicamente da essa. Non riesce soprattutto ad affrontare le emergenze strutturali del mondo contemporaneo, non riesce nemmeno a provarci, ròsa dal dubbio di compromettersi: preferisce rimanere nel proprio guscio asfittico ed improduttivo considerandosi superiore a tutto il resto del mondo.
Sarà che nelle mie frequentazioni di Sinistra ho incontrato solo dei “geni”, di quelli che hanno il Verbo “incorporato” e non si pongono domande, non hanno mai dubbi (il rischio è quello di dover poi vivere tra poche persone che ritengono di sapere e tante altre che acquisiscono come “unico e assoluto” quel sapere), e finiscono per costruirsi il proprio recinto, tronfi di poterlo governare. Anche se in una progressiva emarginazione.
Rigetto peraltro l’idea che non ci sia più la Sinistra. Fatemi utilizzare una forma anch’essa “lapalissiana”, ovvia. Se c’è la Destra ed è del tutto evidente che ci sia, non può non esserci la Sinistra. Certamente non è quella di cui troppo spesso si tratta sui mass-media; non è quel centrosinistra pallido targato PD, che mostra tanti limiti da non essere più riconoscibile nella sua accezione parziale di Sinistra. “Sinistra” essenzialmente è in questo periodo quella di cui parlo sopra, che se non si adegua al nuovo mondo finisce certamente per essere emarginata. Abbiamo bisogno di gente che si interroga, che riesce ad emergere dagli angoli, che sia disponibile a ragionare fuori dagli schematismi meramente ideologici. il mondo non è mai stato di chi si ferma agli “assiomi” senza procedere verso i “postulati”.
Per oggi basta; forse ho già scritto troppo. Forse si capirà anche quale sarà il mio “voto” di domani. Ma non ve lo dico in modo chiaro, anche perché non mi è consentito.

Joshua Madalon
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Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Per 25 anni sono stato puteolano (Pozzuoli è la città dei miei genitori; io sono nato a Napoli), per cinque anni sono stato feltrino (Feltre è stata la città nella quale ho svolto il mio primo impegno collettivo: docente, sindacalista, politico, cinefilo), per tutto il resto della mia vita (trenta e più anni dal 1982 ad oggi) sono stato pratese.

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A Feltre sono tornato un paio di volte, ma ci manco da venti anni ed ho contatti solo attraverso un paio di amici che qualche volta tornano a trovarci qui a Prato. Altri li sento sporadicamente attraverso i moderni canali di comunicazione (i social) ma non ci vediamo da tempo.

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A Prato ho lavorato in una sola scuola, il “Dagomari”, e mi capita molto spesso di incontrare miei allievi, che si sono impegnati nella costruzione di una loro identità e provo un grande piacere nell’essere stato parte, pur minimamente, della loro formazione. Quando sono arrivato in questa città portavo con me l’esperienza bellunese, quel complesso di cui sopra sinteticamente accennavo. In via Frascati c’era il PCI, in via Pomeria l’ARCI, in Piazza Mercatale la CGIL. Furono i luoghi di un altro periodo formativo. Scuola, Politica, Sindacato, Cinema: tutto insieme. L’impegno nell’UCCA, in prosecuzione del lavoro svolto a Feltre con la fondazione di un Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” (un omaggio a Ferreri), l’impegno nel PCI e nella CGIL sui temi di raccordo tra “Cinema e Lavoro”, la fondazione del Cinema “TERMINALE Movies”, prima vera e propria “sala d’essai polivalente” della città, l’attenzione avuta verso il mondo del lavoro con l’esperienza indiretta delle “150 ore” a Feltre insieme ad un grande compagno il cui cognome impropriamente richiama una delle iatture della nostra recente storia repubblicana, Renzi (ma se ben ricordo lui si chiamava – è da tanto tempo che non ci si sente – Saverio). Con il PCI ho poi operato mantenendo per un breve periodo la conduzione della Commissione Scuola e Cultura sotto la segreteria di Daniele Panerati. Ho fatto per un breve periodo anche delle “prove” di giornalismo nella fase di partenza della redazione cittadina de “Il Tirreno”. Ho realizzato anche alcuni video coordinando vari gruppi. Ho collaborato a costruire eventi come “Film Video Makers toscani”. Ho prodotto format culturali come “La Palestra delle Idee”, “Il Domino letterario” e “Poesia sostantivo femminile”.
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Sono stato in Consiglio comunale per cinque anni dal 1994 al 1999 e Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est dal 1999 al 2009. In questo ultimo ambito sono stato coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni. E di sicuro dimentico qualcosa.

Con questo complesso di attività, mentre la famiglia cresceva, ho avuto modo di conoscere tante persone. A Prato che pure rispetto a Feltre e Pozzuoli è una metropoli (pur sempre è la terza città più popolosa dell’Italia centrale) mentre cammino incontro gente che conosco ed essendo “animale sociale” ne provo piacere: non ho ancora il desiderio di isolarmi completamente dal mondo, che tanti miei coetanei hanno scelto di intraprendere.

Molto diversamente mi accade quando torno a Pozzuoli. Lì riconosco purtroppo sempre meno persone. Il mio tempo si è fermato agli anni settanta del secolo scorso. Le generazioni successive non le ho incrociate; anche quando si ritornava con i bambini il nostro tempo era dedicato esclusivamente alla famiglia ed agli immediati rapporti di vicinanza. Quando ci ritorno può accadere di rivedere amici di un tempo, ma è raro ed a volte la memoria non mi aiuta e provo grande difficoltà (anche ieri un caro amico mi ha scritto: “Quando torni?” ho risposto la verità: “Non lo so”).
E, dunque, che dire? Sono “pratese” storicamente.

Joshua Madalon