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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

Allora nel contesto della formazione e della costruzione del contratto sociale e della costruzione delle società umane, l’unica cosa che si può richiedere ai componenti della società è la cessione di una parte della loro libertà a favore di quella di tutti, questa parte di libertà di cui viene richiesta la cessione è in realtà quella relativa all’arbitrio individuale cioè appunto, come Beccaria poi più volte ripete, a fare il male, etc…
Di conseguenza se gli uomini si riuniscono in società sulla base di un principio di unione che è necessario per assicurarne la sopravvivenza è del tutto improponibile o comunque impensabile che invece che la minima porzione si ceda la massima ovverosia la vita, e che in questo contesto sia permesso a qualcuno di decidere sulla base di un principio esteriore, esterno rispetto alla convenzione del patto sociale chi debba vivere o chi non debba vivere, non solo, se la pena di morte non è un diritto della società, cioè qualcosa che la società ha il diritto di comminare a coloro i quali si sono posti contro di essa, è in realtà una espressione di una condizione di guerra da parte della società nei confronti di coloro i quali vengono considerati contrari o avversi alle sue necessità.
Di conseguenza la possibilità di dare la morte a qualcuno per Beccaria è possibile soltanto in quelle situazioni (questo è fedelmente ripreso nel proemio dell’editto di Pietro Leopoldo), cioè solo in quelle situazioni di rivoluzione o di anarchia ed incompatibili con uno stato saldamente fondato. Pietro Leopoldo dice, nelle turbolenze dell’anarchia e dei bassi tempi e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione. Beccaria dice, la morte di un cittadino può avvenire soltanto quando la nazione recupera o perde vla sua libertà nel tempo dell’anarchia. Pietro Leopoldo fa scrivere per mano del suo ministro Gianni che la pena di morte è qualcosa che deriva da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, come nell’incipit folgorante di “Dei delitti e delle pene” e che alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, cioè l’allusione è all’impero bizantino e soprattutto a Giustiniano autore di quel celebre e formidabile meccanismo di leggi che è il “Corpus Iuris Iustinianei”, “frammischiate poscia tra i riti longobardi ed involte in farraginosi volumi di privati oscuri interpreti”, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di legge ed è cosa funesta quanto comune al dì di oggi, che un’opinione di Carvozio, cioè un oscuro giurista del ‘600, un uso antico accennato da Claro un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio, siano le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero leggere le vite e le fortune degli uomini. Voglio dire che come vedete da questa breve comparazione, proprio Pietro Leopoldo sembra aver accettato in pieno l’indicazione critica, fortemente critica di Beccaria nei confronti di una legislazione radicata da un punto di vista dell’uso della consuetudine, ma che Beccaria ritiene assolutamente inadeguata e soprattutto non conseguente al libero esercizio della ragione degli uomini.

….VIII….

riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Coronavirus

riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Un mondo diverso, dicevamo, deve essere possibile. Ma perché si realizzi, bisogna essere in grado di analizzare le cause della diffusione massiccia del virus in aree altamente industrializzate come quelle della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Occorre farlo in modo scientifico e senza avere soggezioni settoriali. Abbiamo detto “altamente industrializzate” e questo può essere un dato di partenza. Vorrei, però, davvero, non farmi condizionare da una posizione pregiudiziale di tipo para ideologico: vorrei accantonare la mia formazione anche se , lo so già, non potrò farne a meno. Ed allora bisogna che ci si misuri a livello democratico; bisogna agire nelle sfere politico-culturali senza temere lo scontro. Mi riferisco allo scontro delle idee, utilizzando le sinapsi aiutate dai dati scientifici e comprovati a disposizione: troppi “guru” a libro paga girano sui social e nei salotti televisivi difendendo soprattutto gli interessi macrofinanziari, fingendo di avere a cuore il bene comune. Ovviamente per aiutarci a procedere si deve – è inevitabile – partire dagli errori, soprattutto da quelli “madornali” riconoscibili a occhio nudo, cioè senza bisogno di alcune lenti. Come quello che si è diffuso nelle prime avvisaglie della bassa letalità del virus, paragonato a “la classica ricorrente influenza stagionale”, di cui si facevano portavoci luminari illustri come la dottoressa Gismondo, microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano, alla quale faceva eco il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

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https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/coronavirus-sacco-1.5042749

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https://ilmanifesto.it/fontana-pompiere-il-covid-19-e-poco-piu-di-uninfluenza/

E’ del tutto evidente che l’insistenza con cui ci si incaponiva a mantenere “aperta” la città di Milano mentre la tempesta già imperversava ben oltre “l’influenza stagionale” era molto collegata all’impianto economico industriale di quell’area. E non è un caso che tra coloro che erano stati reclusi tra le mura di Codogno alcuni proprietari di seconde case in Versilia – non di certo poveri operai – siano evasi (ed è solo uno degli esempi che la stampa ha riportato).

https://www.lanazione.it/massa-carrara/cronaca/coronavirus-marina-1.5052442

Come dire che “il virus si è mosso sulle gambe di persone che non avevano di certo bisogno della pura sussistenza” ed è arrivato sulle sponde tirreniche della Toscana. Avrebbero fatto meglio, quei signori, a rendersi conto molto prima, quando avevano scelto la loro seconda casa da quelle parti, ad emigrare allontanandosi dall’aria putrida venefica di quelle lande lombarde inquinate dai fumi incontrollati dell’industria. Quell’aria ha contribuito non poco alla sopravvivenza del virus e i dati oggi sono impietose attestazioni scientifiche del disastro ambientale fin troppo tollerato dallo Stato a difesa non dell’integrità dei lavoratori e dei cittadini ma della rendita finanziaria tout court.
La stessa insistenza, più volte vincente (le cui conseguenze epidemiologiche si sono vieppiù evidenziate), a “non chiudere” le attività e quella a voler riaprire senza garanzie per l’integrità fisica ed umana non solo delle maestranze ma dell’intera popolazione è un atto che potrebbe essere riconosciuto come criminale. Ci stiamo chiedendo in questi giorni quando ne verremo fuori, ma è più urgente sapere “come” ne usciremo. Il distanziamento potrà essere allentato, ma non del tutto annullato; ed alcune regole dovranno permanere a lungo, dovremo abituarci a queste modalità comportamentali tarando dunque il nostro stile di vita in tale direzione. Molto lavoro soprattutto quello amministrativo di segretariato può proseguire ad essere svolto da casa con periodici momenti assembleari online; nelle aziende artigiane o industriali si potrà anche riprendere a lavorare ai macchinari garantendo però la sicurezza (distanza, areazione, uso di protezioni) molto più di quanto non fosse prima. E via dicendo.

Joshua Madalon

COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in pidei una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

Pace e diritti umani

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

…Rinunciando al diritto di fare male agli altri permette però che il proprio diritto alla vita venga salvaguardato e questa è l’unica concessione di libertà che gli uomini sono disposti a fare. Di conseguenza per esempio la pena di morte è assolutamente assurda rispetto a questo principio, perché nessuno volontariamente cederà mai non solo una libertà superiore a quella di non fare il male ma non cederà mai a nessuno il diritto di decidere sulla possibilità di spegnere e di distruggere la sua vita, cioè nessuno cederà mai liberamente la libertà di disporre ad altri della propria vita, per cui la pena di morte già dal punto di vista teorico è illecita, perché nessuno permetterà mai agli altri di farlo in maniera spontanea, e di conseguenza la morte esercitata come pena altro non è che il ripristino di quel primitivo Stato di guerra, in cui tutti gli uomini si coalizzano, in cui tutti gli appartenenti alla società si coalizzano come a dire “sono in guerra” contro un elemento di essi che venga reputato nocivo o comunque molto pericoloso per le sue sorti. E’ questa poi la giustificazione della pena di morte precedente a Beccaria,per i teologi come San Tommaso d’Aquino o i filosofi che possono essere anche grandi esponenti della cultura filosofica dei secoli precedenti, da Bacone a Spinoza e che consideravano la pena di morte lecita proprio come strumento di difesa dalla parte della società.
Il paragone più frequente che viene fatto e viene poi ripreso è proprio quello del cane rabbioso, del cane ammalato di rabbia che va soppresso perchè il suo morso può contagiare e rendere gli altri a loro volta ammalati, quindi una funzione profilattica, una funzione di difesa della società nei confronti di un suo membro che sia negativamente inteso a minacciarne l’assetto, la struttura e la possibilità di propagazione e sviluppo.
L’obiezione di Beccaria è che appunto da un lato nessuno e vi leggo il passo dal paragrafo 28 di “Dei delitti e delle pene” nessuno accetterà mai di essere giustiziato in nome di un interesse pubblico così rilevato. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi, esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano sia la volontà generale che l’aggregato delle particolari, chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto come si accorda un tale principio con l’altro che l’uomo non è padrone di uccidersi e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre si è dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessario ed utile la distruzione del suo essere.

“Ma, se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria avrò vinto la causa dell’umanità” dice Beccaria.

…7….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

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…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

…6….

…(“Dei delitti e delle pene”) è il primo trattato, il primo caso di legislazione criminale nel quale viene limitato contemperato ed arginato quello che era uno dei punti dolenti della pratica della giustizia non solo del ‘700, l’arbitrarietà dei giudizi e la discrezionalità del potere dei giudici; quindi abbiamo un piano di legislazione criminale, un’analisi dei meccanismi di punizione e di controllo della società non solo molto precisa o rispondente ad un piano generale che è quello appunto della ricerca della felicità come fine ultimo del consorzio sociale, ma anche l’idea di un patto sociale che si sviluppi e si articoli fra uomini che sono in certa misura eguali gli uni agli altri e questa idea di fondo è quella che scandalizzò i contemporanei e che appunto attirò a “Dei delitti e delle pene” il consenso entusiastico dei filosofi, non so, pensate che Voltaire scrisse nel 1765 un commentaire di “Dei delitti e delle pene” quindi non solo aderì in pieno a questo spirito ma si sentì in dovere di farlo conoscere al pubblico francese attraverso la propria opera di commento; dicevo non solo suscitò l’entusiasmo dei filosofi ma suscitò anche però l’acredine e la violenta risposta, la violenta ripulsa da parte di pensatori non solo reazionari ma anche legati ad esempio alle gerarchie ecclesiastiche; pensate che “Dei delitti e delle pene” nel 1771 viene messo all’Indice dei libri proibiti cioè fino al 1980 come un libro maledetto anche se nessuno si è mai curato molto di questa proibizione, il libro è stato tranquillamente letto ed utilizzato dai penalisti e dagli uomini di governo, però devo dire che questa permanenza all’Indice fa pensare e pensare male appunto dello spirito di tolleranza che regnava almeno negli anni finali del ‘700 nelle gerarchie della Chiesa.
Il libro veniva visto come un libro eretico che infrangeva e metteva fine o comunque dichiarava come caduto un principio fondamentale della legislazione ma soprattutto uno dei principi su cui si reggeva la natura degli stati sovrani, cioè l’idea dell’investitura diretta da parte di Dio del potere del Sovrano. Il patto sociale, la convenzione tra gli uomini che rende possibile la convivenza tra di essi è qualcosa di oggettivamente umano ed è legato alla sanzione di un contratto sociale che interviene tra gli uomini per necessità e per convenienza. In questo Beccaria riprendeva anch’esso in pieno l’insegnamento del suo maestro, di quello che considerava il suo maestro, cioè Jean Jacques Rousseau ed al contratto sociale di Rousseau cui Beccaria continuamente si rifà, si rifà dal punto di vista generale per cui se la natura del patto sociale del contratto sociale è quella di una cessione di libertà da parte di ognuno dei suoi membri nei confronti di un’unica volontà o centro di governo, di modo che questa cessione di libertà impedisca la caduta e l’impossibilità di ogni forma di controllo e soprattutto di convivenza civile. La cessione di libertà avviene per dare agli uomini la possibilità di vivere sicuri e di non essere all’interno di quella situazione di guerra di tutti contro tutti, che contraddistingueva lo stato di natura, cioè se lo stato di natura è contraddistinto dal conflitto di tutti contro tutti l’unico modo per mettere fine a questa guerra tra tutti gli uomini è quella che ognuno di essi rinunci al diritto di far male agli altri.

No alla pena di morte

…6…

CORONAVIRUS: e dopo?

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CORONAVIRUS: e dopo?

Occorrerà stare ben attenti a quel che succederà dopo: le prospettive, a leggere alcuni post di gente che un po’ di sale nella zucca dovrebbero averlo, non sono affatto rosee. In tanti, troppi, che pure stanno rispettando – anche se a malincuore – le restrizioni “domiciliari”, le accettano nell’attesa che “tutto” ritorni come prima.

Dopo questa esperienza l’umanità – anche quella parte di essa che ci appartiene in modo più vicino e diretto – dovrà rivedere molti dei suoi comportamenti. Ovviamente, anche per l’età che ho, ciò riguarderà la parte che ora è più giovane: ma non mi sottraggo ad un ruolo che mi appartiene di diritto e cercherò di impartire lezioncine ai sopravvissuti, sperando comunque di poter essere ancora per un po’ tra questi ultimi.
Comprendo pienamente che si andrà incontro ad una riduzione della socialità così come l’abbiamo finora conosciuta e dovremo limitare gli assembramenti oceanici che tanto appassionavano i leader politici di ogni schieramento. Allo stesso tempo bisognerà salvaguardare la Democrazia, il rispetto delle regole comuni democratiche condivise tra le diverse classi sociali, utilizzare strumenti per mantenere questi equilibri adattati in un tempo di post crisi che non si annuncia breve e che potrebbe diventare “normale”.
Dobbiamo porci questi obiettivi in modo preventivo e questi giorni di riflessioni più o meno imposte anche dalla sedentarietà dovrebbero e potrebbero essere meglio utilizzati proprio in tale direzione.
In realtà in questi giorni si continua a discutere di tutti i temi: la Sanità, il Lavoro, la Scuola, l’Economia, la Cultura, il Turismo, le Infrastrutture, i Rapporti con il resto del Mondo sono tra quelli che mi vengono in mente solo a pensarci un attimo. E ne discutiamo con un “prima”, un “durante” ed un “dopo”, anche se l’urgenza ci fa privilegiare soprattutto il secondo ed il primo dei “tempi”, mentre poco si riesce a discutere intorno al “terzo tempo”: quello del “futuro”. Ed invece sarebbe opportuno avviare delle serie riflessioni su come, sulla scorta delle esperienze concrete, lavoriamo intorno alle prospettive.
Può, ci viene da chiederci, l’Economia e l’Imprenditoria e la Finanza continuare ad egemonizzare i ritmi dell’umanità? Soprattutto potrà esimersi dall’ assumersi la responsabilità di una disumanizzazione dei processi produttivi; potranno continuare, i suoi sacerdoti, a non riconoscere la prevalenza dei fattori umani nella creazione di ricchezza?

THE MEDIATOR BETWEEN HEAD AND HANDS MUST BE THE HEART!
IL MEDIATORE FRA MENTE E BRACCIA è IL CUORE!

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

5.
Oggi può sembrare ovvio che intellettuali milanesi del secolo XVIII ed in particolare gli aderenti all’Accademia dei pugni voluta fortemente da Alessandro e Pietro Verri alla quale non solo Beccaria aderì fra i primi ma di cui fu uno degli animatori, non è a dire appunto che gli intellettuali che facevano parte di questa accademia non fossero intinti, impregnati, pieni di cultura francese, ma è anche vero, caso anch’esso raro, rarissimo anche nella cultura italiana del ‘700 che qui fossero gli italiani, fossero gli illuministi italiani ad insegnare qualcosa ai filosofi francesi dei quali non solo avevano ripreso ma dai quali avevano attinto la principale ispirazione per la loro opera di riforma della cultura ma soprattutto dell’Amministrazione e per l’instaurazione della felicità pubblica in Lombardia.
Non è un caso infatti che il piano di legislazione criminale di Beccaria abbia come intento non soltanto la riforma del codice penale, ma anche la riforma della società che tale codice penale deve in certa misura sostenre, nel senso che è impossibile e questo ovviamente è un dato di fatto con il quale i legislatori continuamente e quotidianamente si scontrano, è impossibile riformare in astratto un codice penale o civile se non si porta avanti contemporaneamente una conseguente riforma della società ne della cultura inerente a quella società stessa.
Il piano di Beccaria quindi prevedeva la costruzione ed il consolidamento di una società come egli scrive nell’Introduzione a “Dei delitti e delle pene”, una società nella quale gli uomini fossero tenuti insieme da un patto di uomini liberi ed in cui valesse il punto di vista della massima felicità divisa per il maggior numero. Per cui anche il codice penale, anche il codice criminale, come si diceva allora, deve avere come fine non il regno del terrore, non la punizione severa e spietata delle pene, ma il conseguimento di un ideale di felicità passivamente diffuso tra gli uomini. Per cui non solo le pene devono essere miti ma devono essere commisurate alle colpe e comminate in misura tale da renderle alla fine il più possibile inutili, il che costituisce la grande utopia di Beccaria cioè l’addolcimento delle pene in maniera tale che non siano più necessarie a guidare ed indirizzare gli uomini, ma già l’idea di una mitigazione delle pene e dell’abolizione dei supplizi costituisce un atto che non solo era allora anticipatore e sconvolgente ma lo è tuttora.

Prima di passare all’analisi del paragrafo sulla pena di morte infatti a me preme dire una cosa alla quale tengo particolarmente, e che l’importanza di “Dei delitti e delle pene” non è soltanto quella di essere il primo testo di legislazione criminale nel quale la pena di morte viene rifiutata perché inutile e non adeguata al proprio scopo ed al proprio obiettivo.
“Dei delitti e delle pene” è un testo fondamentale perché per la prima volta viene dichiarata inutile, assurda e nociva la pratica della tortura che era diffusissima all’epoca e non solo……

….5….

Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.
Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.

MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 8 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio, la numero 4 del 17 febbraio, la numero 5 del 1° la 6 del 13 e la 7 del 17 marzo)

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MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 8 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio, la numero 4 del 17 febbraio, la numero 5 del 1° la 6 del 13 e la 7 del 17 marzo)

8.
Abbiamo scelto per accennare alla “manipolazione programmata delle giovani menti” due “poesie” tratte da un libro scolastico (l’articolo determinativo sarebbe più corretto, ma l’abitudine democratica dei nostri tempi ci condiziona: si trattava infatti di un “testo unico”, “il” libro, che nella ideologia fascista si accompagna al moschetto, uguale per tutte le seconde classi del 1938 – anno XVI dell’era fascista): in esse traspare una singolare naturalezza con una propensione all’odio ed alla violenza della quale erano dotati gli “amministratori” di quel periodo.

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Ninna nanna

Sono questi in pratica gli esempi di come si vorrebbe “controriformare” la scuola italiana, di come si vorrebbe intervenire sui “libri di testo” a partire da quelli di Storia?
Eugenio Tinti non ha conosciuto per evidenti limiti di età (nell’anno della Marcia su Roma aveva già 23 anni) la scuola fascista ma ha contrapposto il suo socialismo permeato di pacifismo alla evidente carica di violenza che il Fascismo trasmetteva nemmeno tanto velatamente addirittura alle giovanissime generazioni (bambini e bambine di appena 7 anni): il moschetto che ritorna in entrambe le “liriche”, il messaggio che viene inviato addirittura sotto forma di “ninna nanna”, quel “lotterem fino alla morte” che è giusto presagio dei disastri bellici nei quali l’Italia sarebbe stata spinta dal Fascismo. E questo è purtroppo solo un limitato esempio del ricchissimo florilegio di cui siamo a disposizione, per ricordare ai nostri giovani che cosa è stato il regime fascista e quali siano gli esempi cui oggi si ispirano alcuni “nostalgici” dell’Ordine e della Libertà.

Marite, la figlia di Eugenio Tinti, ci ha voluto raccontare un episodio che la vide protagonista insieme al fratello a Firenze nella casa in Borgo dei Greci: erano gli ultimi giorni prima della Liberazione e si era scatenata anche a Firenze la caccia al partigiano, ai politici ai sindacalisti. Eugenio aveva come amico il Segretario dei minatori della Camera del Lavoro fiorentina e lo aveva nascosto in casa: qualcuno aveva denunciato la cosa ai tedeschi ed infatti una mattina questi si presentarono alla porta del Tinti: andò ad aprire proprio Marite con l’incarico di temporeggiare (“Erano soldatini tedeschi molto giovani e fu forse più facile mostrarsi sorpresi e guadagnar tempo mentre mio padre ed il sindacalista scappavano su per i tetti” dice Marite). Questo episodio tragico ed epico ci riporta con la mente alle contrapposizioni frontali che caratterizzarono particolarmente gli ultimi anni del conflitto mondiale: la Storia ci ha insegnato che nel corso del secolo XX quegli eventi si sono periodicamente ripetuti in altre terre a noi molto vicine, qui alle porte dell’Europa. Animare lo scontro sociale, creare forti contrapposizioni in alternativa all’unità progettuale potrà rappresentare un vantaggio per pochi a danno di tutti gli altri; quindi la lezione del Novecento non dovrebbe essere dimenticata: lo scontro sul piano umano rappresentava sempre una forte drammaticità, ma era allora uno scontro fra chi propugnava la libertà per tutti (tanto che, al di là di pochi casi, chi era stato filofascista potè continuare ad affermare la propria identità all’interno di una vera “democrazia”; e questo, sia ancora una volta ben chiaro, addirittura a danno di una parte considerevole – che si era battuta fianco a fianco con gli altri antifascisti e che fu impunemente discriminata al tempo della guerra fredda) e chi come obiettivo prioritario esaltava le differenze ideologiche a vantaggio del Fascismo e teorizzava la limitazione e l’abolizione delle principali libertà dell’uomo.
Bisogna ricordare ed opporsi a quanti, anche recentemente, hanno ventilato l’ipotesi di “ritoccare” i libri di Storia.
prof. Giuseppe Maddaluno
presidente Commissione Cultura
della Circoscrizione Est
del Comune di Prato

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quarta parte (vedi post 14 febbraio 2020)

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quarta parte (vedi post 14 febbraio 2020)

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A contribuire alla determinazione di Pietro Leopoldo era stata anche l’attività del Professore di diritto pubblico che era collega di Tanucci e che di lui riprese l’insegnamento e soprattutto l’esempio qui in Toscana. Francesco Maria Gianni, che poi fu, come si sa, l’estensore materiale del codice e di tutti i codici e gli editti e le ordinative di riforma che poi appunto passeranno alla storia con il nome del sovrano.

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Ma soprattutto il grande artefice della riforma del codice criminale insieme a Gianni fu Pompeo Neri, altro professore di Diritto penale, che era un sostenitore abbastanza determinato dell’applicazione e della consequenzialità dell’applicazione delle leggi di intendenza rispetto alla materia penale ed alla materia specifica della punizione della pena che si ritrovavano in quell’aureo libretto che è “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria.

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Ora non c’è stato mai probabilmente nella storia della cultura occidentale – almeno non ne abbiamo prove fino ad ora – un libro così esile; sono 97 pagine, è un testo smilzissimo, di poche pagine: appunto, nessuna delle edizioni che io conosco, supera le 100, non si è dato mai caso di un libro così smilzo e direi anche per certi aspetti di non facile lettura, ma anche così fondamentale. Leggendo il paragrafo ventottesimo dedicato alla pena di morte, vi accorgerete che appunto la lingua di Beccaria non è certamente una lingua corriva e semplice ma è una lingua complessa, molto articolata ed anche tutta piena di neologismi, tutta piena anche di echi francesi e dialettali, nonostante appunto si tratti di un libro di non facile lettura, di un libro molto complesso e molto articolato da un punto di vista teorico e filosofico, non c’è libro appunto nella storia della cultura occidentale che si possa paragonare a questo per il numero di effetti, per la conseguenza, per la vitalità,per la longevità della prospettiva e direi anche per la forza anticipatrice, per la dinamica ed esplosiva utopia che esso contiene, abbiamo quindi un libro molto breve e molto conciso, molto compatto che però ha fatto scuola a partire dall’anno della sua uscita che, vi ricordo, è il 1764, anno della prima edizione ma il libro ne conoscerà ben sette in vita di Beccaria e soprattutto conoscerà un destino singolare che merita forse un breve cenno, nel senso che la prima edizione di Beccaria del 1764 è un testo che circola appunto come afferente a Beccaria insieme a Pietro Verri, con cui il primo degli autori in realtà lo scrisse e lo articolò.
Giunta però in terra di Francia l’eco dell’importanza di questo scritto, il traduttore francese Andrea Morellet, non solo lo traduce ma lo riordina, dandogli una sequenza e anche una struttura probabilmente molto più sicura e molto più compatta rispetto alla prima edizione.
Beccaria approvò questa edizione Morellet e anzi non solo la approvò, ma se ne servì, tanto è vero che la sesta edizione, quella che di solito viene stampata, diciamo nelle edizioni non filologiche , è la traduzione italiana della traduzione francese di Morellet, tanto che noi abbiamo un testo che viene tradotto in un’altra lingua e ritradotto in italiano di modo che appunto migliori, venga sviluppato, venga meglio fatto conoscere attraverso questa forma di collaborazione non solo tra traduttore ed autore ma tra appartenenti a due lingue diverse, questo a dimostrare non solo lo straordinario quasi spasmodico interesse che “Dei delitti e delle pene” suscita nell’intellettualità europea, ma anche il fatto che il testo veniva incontro ad esigenze di riforma molto profonde, molto radicate, non solo nella cultura milanese del ‘700 ma anche nella cultura francese.

….quarta parte…..