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PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – quindicesima parte

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – quindicesima parte

PONTECORVO OSPITE DI “AZIONE SINDACALE” IL GIORNO DELLA GUERRA.

UNA GIORNATA PARTICOLARE di Ornella Nembi

Gillo Pontecorvo arriva a Prato il 16 gennaio,in tarda serata. Chiede subito notizie sulla crisi del Golfo, con quella sete di novità che ci ha incollati tutti, per ore, davanti ai televisori. Pontecorvo è venuto a Prato per partecipare ad un incontro organizzato da “Azione Sindacale’ e dal “Coordinamento donne della Cgil”, per discutere e tentare di approfondire il rapporto fra il cinema ed il mondo del lavoro.
L’incontro, fissato per il 17 gennaio, non ci sarà; la guerra, quella “vera”, raccontata tante volte da Pontecorvo nei suoi film (primo fra tutti ‘La battaglia di Algeri’), non è più solo una minaccia.
Pontecorvo ammette di avere sperato fino in fondo. “Sono convinto che si poteva aspettare” afferma il regista “si poteva dare una chance in più alla pace, si doveva continuare l’embargo.
Il comportamento dell’Onu aveva lasciato grandi speranze. La decisione di un embargo strettissimo era una grossa possibilità. Faceva sperare che l’orrore della guerra potesse uscire dal nostro orizzonte”. Pontecorvo non esita neppure un pò a partecipare alla manifestazione per la pace, indetta dalla Cgil. Si lancia in una corsa, anzi ci sfida lui che è stato uno sportivo per arrivare alla testa del corteo. Pontecorvo non ama parlare in pubblico, anzi è questa, da sempre, la sua paura. Tuttavia è instancabile e vivace, per niente schivo, quando si tratta di parlare senza avere davanti un microfono. A proposito di parlare in pubblico ci racconta, subito dopo la manifestazione, un episodio divertente, accaduto dopo la liberazione. ‘A quei tempi ero Presidente del Fronte della Gioventù -dice Pontecorvo – ma continuavo a non parlare in pubblico. Cercavo qualsiasi scappatoia, scrivevo biglietti, delegavo amici, mi adoperavo in tutte le maniere. Finchè un giorno Luigi Longo, che allora era uno dei vicesegretari del Pci, mi rimproverò dicendomi che faceva parte del mio lavoro parlare in pubblico. Io continuavo a cercare scappatoie finché, durante una riunione dei quadri del Pci del Piemonte, improvvisamente, senza avvisarmi, Longo mi chiamò al microfono. Nei quattro metri che mi separavano da quell’oggetto tanto temuto, cercai di inventarmi una via di uscita. Allora esordii dicendo che, in quella occasione, mi sembrava più giusto dare la parola ad un partigiano locale. Ci ero riuscito. Guardai Longo. L ‘avevo fregato ancora una volta”. Pontecorvo ricorda poi la sua uscita, insieme a quella di tanti altri intellettuali e militanti, dal Pci nel 1956. “Non volli uscire clamorosamente, come fecero altri” rìcorda Pontecorvo “Ero iscritto al partito dal 1941, in epoca clandestina. Comunicai la mia decisione alle persone con le quali ero in rapporto maggiore di amicizia, Giancarlo Pajetta ed Enrico Berlinguer. Non mi trovavo d’accordo soprattutto per la questione dell’Ungheria e poi sul centralismo democratico. Uscivo restando amico, come sono sempre rimasto tanto da essere stato candidato come indipendente nelle liste del Pci. Però uscivo”.

fine quindicesima parte

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – QUATTORDICESIMA PARTE – la costumista Elena Mannini

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – QUATTORDICESIMA PARTE – la costumista Elena Mannini

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Elena Mannini, costumista

Credo che “Giovanna” sia stata l’esperienza più importante nel mio lavoro, nella mia vita. E per me che ero giovanissima, avevo 16 anni, è stata un’esperienza esaltante. Cominciò in modo curioso, una volta che due giovani mi rincorsero con un auto scoperta, molto in voga in quegli anni, e suonavano il clacson mentre salivo su un autobus. Credevo fossero i soliti galletti. Invece era Montaldo che mi faceva segno di scendere. Sull’autobus la gente mi diceva di scendere perché era me che chiamavano. Io scesi, perché mi accorsi che era Montaldo, e vidi accanto a lui un altro signore che non conoscevo: un uomo bellissimo, poi seppi che era Pontecorvo. Avevo conosciuto Montaldo attraverso l’UDI, perché allora svolgevo attività politica studentesca. Montaldo, presentandomi a Pontecorvo, gli disse che facevo parte di quell’organizzazione femminile, che potevano contare su di me, che potevano farmi fare un provino, perché c’era bisogno di tante ragazze.
Io mi offrii dicendo che però il mio lavoro voleva essere un altro. Gli dissi che studiavo all’Istituto d’Arte, che volevo fare cinema e teatro, e in particolare occuparmi dei costumi e delle scene, e gli proposi di prendermi come costumista. Loro mi guardarono un po’ e poi dissero che non avevano pensato ai costumi, che forse non ce n’era bisogno, però se avessi partecipato potevano pagarmi come le comparse, cioè 1000 lire al giorno, e poi si sarebbe visto se c’era o meno necessità di una costumista. Cominciammo allora i sopralluoghi. I nostri contatti si intensificarono perché partecipavo con loro alle Feste dell’Unità, a cercare le donne che potevano essere adatte per questo film. Poi iniziarono le riprese del film e io iniziai a fare la costumista. Da allora divenne la mia attività.
L’esperienza di Giovanna è stata straordinaria. Ero l’unica donna del set e fui trattata con molta simpatia, con molto affetto Mi fecero anche degli scherzi terribili, che sono rimasti famosi nel cinema italiano, ma d’altronde è d’uso fare scherzi ai novizi. Io sono molto dinamica, e quindi lavoravo moltissimo. Facevo un po’ di tutto: la comparsa, la costumista, la truccatrice, andavo nel centro di Prato a prendere il materiale. La popolazione pratese fu molto disponibile ed anche i proprietari di quella fabbrica, la Romita, furono aperti e disponibili. Mi fu dato tutto quello che necessitava per il mio lavoro. E stata insomma un’esperienza di grande formazione intellettuale e anche umana, con una solidarietà tra le persone come soltanto in certi film si riesce ad avere.
Se devo giudicare la condizione della donna da Giovanna a oggi, posso dire cose ovvie, che la donna ha fatto molta strada, ha avuto delle affermazioni e così via. Però da una angolazione un po’ più approfondita penso che è andata avanti un certo tipo di donna, una donna che si rende indipendente economicamente e soprattutto intellettualmente, e che quindi conquista un rapporto molto diretto con l’altra parte del mondo che è l’uomo. Invece per la maggioranza delle donne, quelle che svolgono lavori alienanti, quelle che fanno lavori domestici e che stanno in casa dalla mattina alla sera, questa emancipazione non l’hanno neanche avvertita, cioè penso che la loro condizione sia sostanzialmente rimasta tale e quale. La strada insomma è ancora lunga.

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – tredicesima parte – si conclude l’intervista ad ANNA FONDI

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PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – tredicesima parte – si conclude l’intervista ad ANNA FONDI

Per quanto mi riguarda, sono stata nominata assessore nel dicembre 1960. A quell’epoca non si poteva fare l’assessore vivendo alla giornata, c’era una forte pressione della gente.
Io devo dire che pur essendomi trovata donna sola in giunta tanti anni ho dovuto fare delle battaglie, ma sempre solo delle battaglie per fare accettare certe linee- per i compagni era più difficile capire e poter condividere. Ma non ho mai dovuto combattere perché ero una donna.
Ecco, devo dirle con tutta franchezza, questa difficoltà non l’ho mai avuta. Ho trovato grosse difficoltà nel lavoro, ma non perché fossi una donna.
Ho sempre vissuto tra gli uomini. Ho sempre lavorato con gli uomini., compagni socialisti ed altre persone di tutte le estrazioni politiche: non ho mai avvertito grosse difficoltà per il fatto che fossi una donna. Il periodo mio, io sono entrata prima della Liliana, la Liliana è entrata dopo, è stato, non voglio peccare di immodestia, dicendo che è stato uno dei più belli dell’amministrazione comunale perché da pochissime cose che c’erano abbiamo messo in piedi tanti servizi, ed abbiamo fatto nel 63 i campi solari.
I bambini tutta l’estate stanno a casa, le mamme lavorano, quindi stano per strada. Quindi si pensò di organizzare un campo solare in Galceti. Cioè i bambini venivano presi la mattina con i pulmann, stavano in questo bosco, questo inizio do collina, facevano merenda, colazione, refezione, erano assistite dalle signorine. C’erano insegnanti di educazione fisica e venivano riportati la sera alle 6, alle 6 e mezzo a casa. Per la mia esperienza fu una delle cose più entusiasmanti, perché tante mamme ci furono veramente riconoscenti, da togliere i ragazzi dalla strada..
Come ho detto prima, quando sono diventata assessore, la refezione era fatto soltanto dal patronato scolastico e davano soltanto la minestrina. E anche questa era una spesa facoltativa e i comuni non dovevano fare, doveva fare il patronato scolastico. Io con altri compagni della giunta siamo andati in prefettura. Ripeto, era la prefettura che dava il giudizio – se diceva di no non si faceva.

Come detto, quando sono diventata assessore, la refezione era fatta soltanto dal patronato scolastico e consisteva solo in una minestrina. E anche questa era una spesa facoltativa che i comuni non dovevano fare, in quanto doveva era di competenza del patronato scolastico. Con altri compagni della giunta andati in prefettura. Ripeto, era la prefettura che dava il giudizio – se diceva di no non si faceva Siamo andati in prefettura a fare una grossa battaglia e con un compromesso, accettando un maestro del patronato scolastico, siamo riusciti a fare la refezione completa (i bambini avevano la pasta, il secondo, la frutta) e quindi grosse battaglie, grossi movimenti, ma sempre sorrette dalle mamme, dalle famiglie, che avevano questo bisogno. Poi c’erano i doposcuola e quindi le donne potevano lavorare tranquille e lasciare i ragazzi nella scuola con questi servizi. Durante il periodo del mio assessorato è cominciata l’assistenza domiciliare, è una cosa in Italia è nata intorno al ’70 e quindi Prato nel 69 si incominciò. Io devo dire che sono grata al Comune di Bologna perché tutte le cose le ho imparate dal Comune di Bologna. Si incominciò nel centro storico a fare l’assistenza domiciliare con il primo centro società di incontro per anziani in viale Piave. Per me sono state esperienze meravigliose. Gli anziani buon volevano uscire di casa e non accettavano estranei in casa. Pian piano diventarono dei bersaglieri. Non c’era più posto per poterli accogliere. Riconquistarono dignità, volontà, voglia di vivere, è stata per me un’esperienza meravigliosa, insieme a tante altre.
C’era una grande volontà di partenza, il movimento delle donne aveva maturato in noi donne che andavamo a rappresentarle nelle istituzioni, aveva fatto maturare anche in noi anche la coscienza che i servizi erano importanti quanto il salario, quanto il lavoro, perché senza questi le donne non avrebbero potuto né lavorare restare tranquille a casa.
Poi c’erano i servizi per gli anziani, si incominciò, io ricordo, fatemelo ricordare, che quando io sono diventato assessore c’erano a Prato 350 bambini negli istituti. C’erano 6 istituti più i 200 bambini dei celestini. Con una politica, con un servizio società io quando sono diventata assessore, non c’era un assistente sociale nel Comune di Prato, si face l’assunzione di tre assistenti sociali e si incominciò a capire che l’istituto era sempre negativo (anzi tanti ragazzi li trovo ancora in carcere , drogati, quando leggo i loro nomi mi viene una stretta al cuore) e si incominciò a fare la politica della (bruttissima parola) della deistituzionalizzazione, studiando il modo di da re sussidi alle famiglie, di fare seguire i bambini dal servizio sociale, di comprare addirittura divani e poltrone letto, letti a castello, perché i bambini potessero tornare in casa, perché si mettevano i ragazzi in istituto perché c’era la fame, non c’era possibilità di dargli da mangiare in casa. Allora venivano le famiglie di immigrati – come faccio, ci ho due stanza, non so dove tenere questo bambino, lavora solo il mio marito, e la politica di allora, la migliore strada era l’istituzione. Quando sono andata via, ho smesso di fare l’assessore, tanti di questi istituti non c’erano più, c’era rimasto solo il santa Rita con le case famiglia, credo che si sia fato anche questo anche questo credo siamo stati un po’ di scuola a tutti gli altri comuni e tante altro cose che poi sono proseguite con le altre compagne, la Donatella gatteschi, che mi piace ricordare, l’Eliana Monarca, la Rosanna Minozzi, le compagne che sono venute dopo ed hanno proseguito su questa strada.

fine intervista ad ANNA FONDI

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“GIOVANNA” di Gillo Pontecorvo extra – un tentativo di metanarrazione ad uso personale – un recupero della memoria collettiva sulle conquiste che ci stanno rubando – terza parte

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“GIOVANNA” di Gillo Pontecorvo extra – un tentativo di metanarrazione ad uso personale – un recupero della memoria collettiva sulle conquiste che ci stanno rubando – terza parte

Il primo degli appuntamenti con Armida-Giovanna è per domenica 1° marzo. Manca una settimana; prima di salutare ho chiesto ad Armida il numero telefonico di casa: lo ritrovo sulla rubrica del cellulare e chiamo. Mi risponde la signora che le tiene compagnia e la accudisce e mi fa comprendere, non senza difficoltà da parte mia, che non è possibile che “Giovanna” esca né qui a Prato né dopo, ancor più, a Napoli. Sono confuso, e la mia interlocutrice lo intuisce e mi dice che ad ogni modo sarebbe meglio parlarne con le figlie. Mi faccio dare il numero di telefono di una di loro e poi saluto, lasciandone tanti anche per la “signora”. Men che mai voglio intromettermi nelle questioni private ma non posso fare a meno di chiarire la mia richiesta a persone che conosco fin da ragazze. “Purtroppo non è in grado di stare fuori casa se non per il minimo necessario per qualche visita medica; la mamma non esce più. In apparenza, sì è vero, sta bene, ma non è davvero il caso di insistere…”.
E, così, aspetto qualche ora per parlarne con le compagne ed i compagni.
Sono rammaricate ma comprendono.
Porterò “Armida-Giovanna” così come l’abbiamo registrata nel 1990, Pippo ed io, all’interno del suo luminoso salotto con le rigogliose ortensie con quella sua nobile figura con il suo capo leggermente inclinato verso sinistra mentre ci racconta la sua adolescenza già dedicata al lavoro e l’invidia che provava verso coloro che potevano studiare, lei che a tredici anni ogni mattina all’alba veniva giù dal Mugello fino a Prato a lavorare prima in tipografia poi in una ditta di cordami della famiglia Suckert (per intenderci, quella del “Malaparte”) e poi di sera, al buio, faceva ritorno a casa.
Domenica 1° marzo arrivo al Circolo di Figline un po’ prima del pranzo, come d’accordo, perché ho bisogno di provare le tecnologie. Mirko e le compagne più qualche altro maschietto sono impegnati a preparare il pranzo: leggo il menu ed il primo mi incuriosisce perché lo hanno voluto dedicare all’Armida; ma saluto senza entrare in cucina, altrimenti che sorpresa è? Le tecnologie non sono adeguate: i “comunisti”, soprattutto quelli “d’antan” sono ancora legati al passato, anche se si considerano “progressisti”. Ma i due giovani compagni che se ne occupano si danno da fare per superare le difficoltà e partono per recuperare dei cavi più adatti; altrimenti il rischio di non riuscire a vedere né il film di Gillo né le mie interviste sarebbe molto alto. Tra un problema e l’altro si decide però di cominciare il pranzo. Intanto è arrivata la Paola che è “Assessora” al Comune di Cascina, in provincia di Pisa; è con il marito e con il nipotino di circa sei anni, che è giustamente più attratto dal biliardino; avrà tempo per scegliere i suoi impegni “seriosi”: chissà che fanno oggi quei bambini che negli anni Settanta conoscevano a menadito la sequenza dei Segretari del PCI. In quale “Destra” saranno andati? E’ pur vero che “oggi” è più difficile distinguere la collocazione: sembra che la visione del conservatorismo e del ritorno al passato sia “vincente” aiutata da un “riflusso” generale che fa impallidire quello poderoso degli anni Ottanta. Ma il bambino di oggi è prudentemente tenuto ai margini delle discussioni politiche; ed è un bene. Tempo al tempo!

 fine terza parte…. continua

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – continua intervista ad Anna Fondi – dodicesima parte

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PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – continua intervista ad Anna Fondi – dodicesima parte

L’inverno del 1953, quando vennero Pontecorvo e Montaldo a proporci questa cosa, era un inverno bruttissimo, uno di quegli inverni dove su Prato ci stava la nebbia quindici giorni per volta e nella fabbrica c’era freddo, erano degli stanzoni semiabbandonati e quindi lavorare là dentro era veramente faticoso.
Ricordo un episodio curioso. Gillo Pontecorvo aveva bisogno di un bambino per la scena in cui le donne sono nella fabbrica occupata e parlano con chi è fuori attraverso un microfono di un furgoncino. Gillo cercava un bambino di un anno! Io mi rifiutati. Gli dissi: “dove vado a trovare un bambino di un anno per tenerlo fuori in questo inverno così tremendo, e magari mi prende una polmonite!”. Loro però riuscirono a trovarlo, non so dove e in che modo.
Ricordo che eravamo sempre in contatto, io parlavo spessissimo e avevo rapporti diretti con Giuliano Montaldo, con Giuliani, sempre per queste difficoltà di trovare le donne.
Mi ricordo il nostro “Raffa”, Giachini, molto conosciuto a Prato, che faceva il direttore della fabbrica, che voleva impedire alle donne di entrare in fabbrica, e poi Giannino, che guidava il furgoncino.
Era un inverno molto brutto e c’erano grandi difficoltà a lavorare nel freddo.
Poi c’erano altre difficoltà per noi, perché erano gli anni della guerra fredda, gli anni dove essere comunisti era una cosa estremamente difficile, e quindi i registi ci dicevano di non venire alla fabbrica. Io non sono mai entrata alla Romita. Gillo trovò non poche difficoltà a girare questo film, e perché non aumentassero doveva fare in modo che non sembrasse che dietro questa iniziativa ci fosse il Partito Comunista.
C’erano quindi molte difficoltà: di denaro e anche difficoltà, in quella stagione così rigida, a far lavorare le donne partecipanti al film, a tenerle al freddo tutto il giorno e specialmente un bambino di un anno che Pontecorvo e Montaldo riuscirono a trovare non so dove e che prese parte ad una scena molto bella.

Le figure femminili, le compagne di quell’epoca alcune sono ancora attive, altre purtroppo non ci sono più , erano Liliana Rossi, che….è stato un grande assessore all’istruzione, come me una persona che aveva fatto solo scuole elementari ed era riuscita solo con la volontà, con l’intelligenza, con la capacità, a conquistarsi la stima del mondo della scuola, a battersi, a realizzare delle cose importanti.
Fra le donne che si occupavano più direttamente di politica, tra le compagne, ce n’erano ancora alcune che sono ancora in attività, altre che purtroppo non ci sono più.

Tra le figure femminili di quell’epoca voglio ricordare prima di tutto la compagna Liliana Rossi, che è stata un grande assessore alla Pubblica Istruzione, una persone che, come me, aveva fatto solo le scuole elementari ed era riuscita solo con la volontà, con l’intelligenza, con la capacità, a conquistare la stima del mondo della scuola ed a realizzare delle cose importanti.
Quando io ho cominciato la mia attività politica, Liliana Rossi era la responsabile del partito. Poi, dopo un periodo di assenza dall’impegno diretto, fu nominata assessore, ed abbiamo lavorato insieme per tanti anni. Liliana è stata veramente per il Comune di Prato uno dei pilastri. Credo che se il settore della Pubblica Istruzione ha avuto una svolta nel nostro comune, una svolta positiva che ha fatto venire a Prato tante persone a vedere le nostre esperienze, è stato gran merito della compagna Liliana Rossi, che ha saputo supplire alle carenze culturali, formative della scuola con un grande impegno di intelligenza.
Poi c’erano tante altre compagne, la Giovanna Nieri, la Milva Malevolti, la Nara Marconi, la Cesarina Tortelli, la compagna Linda, la Licia Canovai, la Neda Melani, che è stata consigliere comunale con me per tanti anni, la Gina Vestri, tante e tante compagne e mi dispiace dimenticarmi di qualcuna.

– continua intervista ad ANNA FONDI

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – undicesima parte (Anna Fondi)

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Chi è Anna Fondi

http://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2013/12/12/news/prato-oggi-saluta-anna-fondi-un-gigante-di-donna-1.8286890

RICORDI DI “GIOVANNA” – ANNA FONDI

D. Le donne negli anni ’50. “Giovanna”, il personaggio del film del quale parliamo, può essere considerato un simbolo lontano o vicino dalla realtà di allora?. Ce n’erano di “Giovanne” nella realtà locale ?

R. Fare un confronto tra la figura di Giovanna negli anni ’50 ed oggi è un po’ difficile perché da allora le donne hanno fatto, dal punto di vista della loro emancipazione, notevoli passi in avanti.
Negli anni ’50 persone come Giovanna ce n’erano. Non era una situazione generalizzata, però c’erano delle figure importanti che potevano essere confrontate con la figura di Giovanna, donne che maturavano attraverso le lotte, perché quello era un periodo di grandi lotte.
Io ero la segretaria dell’UDI. Gillo Pontecorvo e Giuliano Montaldo si rivolsero in particolare alla nostra organizzazione per trovare non solo l’interprete del personaggio di Giovanna, ma anche tutte le altre donne che dovevano partecipare a questo film.
La cosa non fu facile, considerando anche che negli anni ’50 non era semplice trovare persone disposte ed esibirsi in un film.
“Giovanna” fu trovata in Armida, le altre donne erano in gran parte operaie alcune delle quali, proprio per le lotte di quegli anni, erano state addirittura licenziate.
Era un periodo particolarmente difficile. Pontecorvo e Montaldo non avevano grossi fondi per sostenere questa impresa e le cifre che venivano offerte, mi sembra 1500 lire ogni giorno di lavoro, non erano certo un invito alla partecipazione.
Non fu facile né convincere Armida né convincere le altre. La cosa ci richiese non poco lavoro.
Erano anni difficili ma belli. Le donne, uscite dal periodo della guerra, erano rientrate pian piano nelle fabbriche ed avevano ripreso contatto con una realtà difficile, durissima. Era il periodo della ristrutturazione delle nostre fabbriche, dei licenziamenti, con gli industriali che davano i telai per il lavoro a domicilio, che più facilmente erano presi dagli uomini piuttosto che dalle donne.
Come sempre, anche in questo periodo difficile per la nostra industria, le donne erano le più colpite: erano le prime ad essere licenziate. Però era il periodo nel quale le donne pian piano cominciavano a prendere coscienza dei propri diritti. In questo svolse un grande ruolo l’Unione Donne Italiane. Ricordo che in qual periodo nascevano i circoli delle donne, si svolgevano tante riunioni e tante discussioni. Vi erano anche grandi soddisfazioni.
I problemi principali erano la parità salariale e la tutela della maternità, oltre al tema della pace. Si pensi che all’epoca non c’era parità salariale. Una tessitrice che lavorava allo stesso telaio, che svolgeva lo stesso lavoro, riscuoteva il 20% in meno del compagno di lavoro.
Non c’era inoltre una legge di tutela della maternità. E quindi, assieme alle lotte per il lavoro, perché quello era il periodo delle ristrutturazioni industriali, c’erano anche questi problemi che erano più specifici delle donne. La legge per la maternità fu conquistata successivamente, noi la chiamammo la “legge Noce”, per questa grande compagna che per prima si pose il problema della tutela delle lavoratrici madri.

Nelle lotte degli anni 1950-51, alla Calamai ecc., erano emerse delle bellissime figure di donne, la Frini ???, la Linda Fiaschi, la Iolanda, la Marcella, la Licia e tante altre, donne profondamente convinte delle lotte che si conducevano. Anche quelle donne che si riuscì a convincere a partecipare a questo film lo fecero con grande entusiasmo, perché allora vi era un grande slancio, molto diverso da adesso.
(Ricordo le difficoltà a cercare la fabbrica, essendoci il sospetto che fosse coinvolto il Partito Comunista Italiano o addirittura l’Unione donne Italiane, che era vista come un’appendice, come un’emanazione del PCI)…

…continua intervento di Anna FONDI

IL “DOMINO” LETTERARIO all’interno di “Contaminazioni generali” al CIRCOLO DELLE IDEE a partire dal 27 marzo

IL “DOMINO” LETTERARIO all’interno di “Contaminazioni generali” al CIRCOLO DELLE IDEE a partire dal 27 marzo

next round il 10 aprile

Questo è solo un primo “lancio”!
Segnatevi la data venerdì 27 marzo– l’ora è quella canonica delle iniziative politico-culturali (21.00) – il luogo è il Circolo ARCI di via Cilea a Prato

Vi spiegherò di cosa si tratta nei prossimi giorni.

IL “DOMINO” LETTERARIO all’interno di “Contaminazioni generali” al CIRCOLO DELLE IDEE a partire dal 27 marzo

NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

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NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

Viabilità
Il Quartiere di San Paolo è collocato ed è stretto, da una parte, a ridosso della linea ferroviaria FirenzePratoPistoia, dall’altra dall’asse viario di percorrenza veloce della strada detta “Declassata” che conduce a Firenze o a Pistoia e dall’altro asse che è la Tangenziale che porta verso la Vallata. Nel corso degli anni ed in particolar modo negli ultimi sei il territorio di San Paolo è stato compresso per la lungaggine dei lavori non ancora a tutt’oggi terminati per la costruzione del nuovo Ospedale. Tutto ciò ha notevolmente aggravato e compromesso il senso di Sicurezza da parte della popolazione residente. L’incuria delle ultime Amministrazioni ha prodotto un abbassamento non solo percettivo della qualità della vita e della percezione di Sicurezza. Avanzare proposte che affrontino queste tematiche servirebbe a creare un clima di maggiore tranquillità (si pensi soltanto al fatto che a pochissime centinaia di metri dall’abitato di San Paolo è stato costruito il nuovo Ospedale di Prato ma per accedervi per gli abitanti di questo territorio vi sono più difficoltà rispetto a prima quando il nosocomio cittadino era a due chilometri di distanza) per tutti.

Anche in questo caso struttureremo i nostri interventi allo scopo di ottenere risultati tangibili; abbiamo già avviato delle riflessioni sul disagio che una viabilità inadeguata ha prodotto sui cittadini di San Paolo (2012 e 2013); ora proseguiremo con un’attività di critica propositiva a chiedere che alcune questioni vengano affrontate ed alcuni nodi vengano sciolti.
Il tema della viabilità sarà affrontato in tre fasi:
– Studio sulle cartine e discussione con esperti, tecnici e cittadini;
– prime proposte alternative all’attuale viabilità;
– studi sulla fattibilità e prime progettazioni.
Relazioni economiche
Il tema delle relazioni economiche è fortemente condizionato da quello dell’evasione fiscale e dello sfruttamento dei lavoratori da parte degli imprenditori cinesi. Sono fra i temi più attuali collegati al lavoro all’interno dei capannoni laddove in special modo la comunità cinese opera e vive per tutto l’arco delle ventiquattro ore, sottoposta a ritmi di lavoro che essa accetta in cambio di guadagni che consentano loro di poter innanzitutto liberare i loro “passaporti” e poi di riuscire diventare imprenditori in proprio o in patria o fuori di essa. Oltre alle problematiche di ambiente malsano e di igiene vi è tutta la partita dell’evasione fiscale e contributiva che pesa gravemente sulle spalle della nostra comunità; occorre trovare vie d’uscita che non siano solamente quelle repressive attuate dall’Amministrazione di Centrodestra che non vuole ascoltare le critiche che una parte avveduta della città non obnubilata da forme xenofobe e razziste le rivolge e continua imperterrita a proporre blitz ed incursioni hollywoodiane che non producono poi effetti reali sull’economia. Il Circolo propone dunque di incontrare funzionari della Guardia di Finanza, imprenditori e commercialisti attivi nell’ambito dell’imprenditoria straniera locale e confrontarsi anche con le categorie sociali e sindacali locali.
Ascoltando le opinioni della gente spesso prevale la sensazione che l’evasione o elusione dei diversi oneri sia prevalentemente ascrivibile alla comunità cinese; noi vorremmo capire meglio cosa accade. Ascoltando altre opinioni verifichiamo se dietro questo comportamento illegale si celino interconnessioni la cui responsabilità ricada su parte della comunità italiana che lucra sulla manodopera straniera a bassissimo costo, anche perché troppo spesso quasi costretta alla vita clandestina.
Noi vorremmo dimostrare che non è affatto “buonismo” la ricerca della verità e l’utilizzo di forme di intervento che tengano in massimo conto della complessità dei fenomeni e che non continuino ad accanirsi in modo irrazionale e generalmente unidirezionale come ha fatto l’attuale Amministrazione di Centrodestra di Cenni e Milone.
Il lavoro si svolgerà attraverso incontri nei Circoli e nei luoghi comuni (Giardini, piazze, sedi parrocchiali) allo scopo di confrontarsi in modo ampio con la maggior parte dei cittadini. Suddivideremo in tre fasi il nostro intervento:
– Scelta degli interlocutori “esperti” e primi approcci con le problematiche attraverso incontri “riservati” agli operatori di questo progetto;
– incontri pubblici nei Circoli con discussioni sui dati a disposizione e sulle possibili “exit strategies” da proporre alla prossima Amministrazione comunale;
– applicazione di parte delle strategie evidenziate nella pratica amministrativa locale.

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – parte decima – si conclude la testimonianza di Pietrino Vannucci

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO – parte decima – si conclude la testimonianza di Pietrino Vannucci

Una lotta esemplare ed importante fu l’occupazione della Calamai Michelangiolo, ove 700 lavoratori, in maggioranza donne, occuparono l’azienda per molti giorni. Nel pratese i processi di ristrutturazione, di smantellamento, andavano oramai avanti a ventaglio, e migliaia erano i licenziamenti. Stabilimenti e lanifici (San Martino, Fratelli Lucchesi, manifattura di Casarsa, Giovannelli, Ciabatti, Forti, Lanificio La Briglia e altri) erano entrati in crisi, in una crisi dalla quale non uscirono più.
L’occupazione della Calamai galvanizzò in tutto il pratese il movimento nel suo insieme.
Alla testa di queste lotte si trovarono tante ‘Giovanne’: alla Calamai Michelangiolo ricordo Linda Fiaschi, Licia Cangioli, Magazzini. Al lanificio La Briglia, tra le tante, Teresa Martini. Al Fabbricone Tosca Brunini, Gina Vestri, Cangioli e tantissime altre. Tante donne delle quali non ricordo il nome ma di cui ricordo con affetto i volti e che voglio ancora ringraziare per quanto hanno fatto per il movimento operaio.
In quel periodo di grandi lotte venne a Prato il ministro Vanoni, ministro dell’allora governo De Gasperi. In una riunione presso la Unione Industriali incoraggiò gli industriali portando la solidarietà del governo e indicando loro i due inseparabili obiettivi da portare avanti: diminuire la caparbia resistenza dei lavoratori delle fabbriche perché erano, così diceva il ministro, strumentalizzati dai comunisti, e ristrutturare l’industria tessile rompendo i cicli continui nelle aziende, dando ai lavoratori il macchinario a sconto di lavoro. Il risultato fu l’incremento del lavoro a domicilio e per conto terzi, e l’ulteriore aumento dei licenziamenti.
E’ in questo quadro che nel 1953 i disoccupati decisero un grande sciopero alla rovescia, realizzando la ristrutturazione e l’allargamento della via Bologna, che era in condizioni pessime. Assieme a Bruno Fattori, che allora era segretario della Camera del Lavoro, partecipai all’organizzazione dello sciopero. Riuscii a reperire un camion per metterlo a disposizione dei disoccupati, e fummo assieme ai lavoratori fin dal primo colpo di piccone.
Lo sciopero fu un grande successo. Fu un successo per la tenacia e la decisione dei lavoratori e per la capacità professionale che dimostrarono, anche perché molti avevano lavorato nelle miniere del Belgio e quindi erano pratici di questi lavori. Anche qualche imprenditore, mi ricordo Sbraci Metello, proprietario di una fabbrica presso La Foresta, invece di prendere una posizione contraria solidarizzò coi lavoratori, espresse il suo compiacimento al sottoscritto e alle forze di polizia che erano intervenute massicciamente. Di fronte a queste posizioni e alla solidarietà che Prato esprimeva ai disoccupati in sciopero, le forze di polizia si ritirarono ed iniziò così una fase nuova, la costituzione di una cooperativa, diretta dal compagno Martini, che permise a questi lavoratori di conquistare il salario. Fu un successo importante che dette fiducia al movimento sindacale e democratico pratese, in un momento di gravi difficoltà, di fronte allo smembramento delle fabbriche e alla divisione che nel paese si tentava di creare tra i lavoratori.
Molti anni fa Giovanna venne proiettato di nuovo, per iniziativa del Comune di Prato, al ‘Controluce’, nella zona del Soccorso, con la partecipazione dell’allora vicesindaco Montaini e del sottoscritto in rappresentanza della Camera del Lavoro. Con Gillo Pontecorvo erano presenti il critico Ciruzzi ed altri. Nel rivedere il film rimanemmo entusiasti perché ci apparve ancora più bello, per il suo valore culturale, per la mano magistrale dei registi; inoltre rivedemmo con piacere i tanti lavoratori che avevano partecipato alla realizzazione. In quell’occasione ricordo di essere intervenuto per paragonare l’occupazione della fabbrica che avviene in Giovanna con quella del lanificio Balli, e ricordai l’estrema cura di questi lavoratori nel pulire e mantenere le macchine, perché finita l’occupazione si doveva tornare al lavoro. Vi erano state le occupazioni delle università, condotte spesso in maniera molto diversa, e io portai a modello per i giovani proprio il comportamento di quei lavoratori.

Pietrino Vannucci è stato dirigente sindacale, segretario degli edili, negli anni ’50, poi membro della segreteria CGIL, segretario dei tessili dal 1963 e negli anni ’70 segretario della Camera del Lavoro.

Pietrino

TRAMEDIQUARTIERE E METANARRAZIONE – un nuovo esempio – “I giardini di via dell’Alberaccio” – seconda parte

TRAMEDIQUARTIERE E METANARRAZIONE – un nuovo esempio – “I giardini di via dell’Alberaccio” – seconda parte

…Il quartiere fra gli anni Sessanta e i Settanta si era affollato a dismisura; vi erano arrivati nuovi immigrati – molti dal Sud altri dal Centro e dal Nord, i primi soprattutto i primi qui li chiamavamo “marocchini”. L’affluenza era stata così massiccia in un periodo di tempo molto limitato al punto che il Comune non ebbe modo, in effetti non volle, di verificare e seguire progettazioni e realizzazioni urbanistiche e i “palazzoni” sorsero come funghi, senza criteri prestabiliti e senza alcun controllo. Era tutto necessario ma ovviamente qualcuno ne approfittò.
A quel tempo ero ormai adulto; avevo altri amici con i quali ero cresciuto, Giuseppe, Vincenzo, Elda, Sirianna, Michelangelo e con loro si andava a ballare nei Circoli e nelle Case del Popolo; ce n’era uno al Centro ben frequentato, il Circolo “Rossi”, a due passi dal Castello dell’Imperatore e proprio sotto la sede del Partito Comunista. Con loro ero anche iscritto al Partito, tutti lo eravamo ed io insieme a Giuseppe ero nel Direttivo locale; e c’era anche una struttura di Quartiere con un Presidente ed un Comitato tutto di non eletti. in tutta quella confusione innescata da quegli arrivi “di massa”, nessuno – nemmeno noi che eravamo nel Quartiere e lavoravamo nelle Sezioni – sapeva quel che stava per accadere. In verità nessuno aveva mai saputo molte delle non-scelte urbanistiche che l’Amministrazione aveva attuato nel corso degli ultimi anni.
E così una mattina… ero appena rientrato dal turno di notte della tessitura che fu proprio Michelangelo a scampanellare dal portone. Mi affacciai per vedere chi fosse il disturbatore mattutino: “Oh vieni giù! ci sono già le ruspe…” Non capii bene cosa volesse dirmi ma mi riaggiustai i pantaloni alla meglio ed ancora in pantofole e con la tazzina di caffè tra le mani scesi per le scale e rapidamente, senza nemmeno badare alle ultime gocce la lasciai sul bordo del primo finestrone, fui giù. “Che succede, Michelangelo?” In effetti non ci avevo capito granché anche se mi ero reso conto della gravità della situazione. “Là in quello spiazzo dove noi abbiamo sempre pensato di farci un giardino ci sono le ruspe e gli operai lo stanno transennando…Saranno arrivati con il buio!” Rientrai in casa con la stessa velocità con cui ero sceso, misi le scarpe senza nemmeno allacciarle e volai giù. “E allora, andiamo!”
“Il sonno, Andrea, mi era passato ma allora non ci pensavo nemmeno. Lungo il percorso ci si fermò a chiamare altri compagni, altri amici cui spiegavamo il motivo della nostra concitazione: ed in men che non si dica anche questi ne chiamarono altri. Le donne accorsero con i bambini che avrebbero dovuto accompagnare a scuola, gli anziani sollecitati dalle donne informate da un tam tam mediterraneo erano confluiti tutti davanti a questo spiazzo, proprio qua dove ora ci troviamo, caro Andrea. E proprio io, insieme a Michelangelo ed Elda che ci aveva raggiunti, con questa folla alle spalle – più di centocinquanta forse duecento persone – andai a parlare con il capomastro, chiedendogli di sospendere i lavori. Era a tutta evidenza che volevano tirar su un altro “palazzone”! Lui però ci disse che non ci poteva fare nulla.
La gente diventò irrequieta e ci toccò calmarla facendo ragionare quelli che sembravano più agguerriti ma anche capaci di comprendere. Poi io e Elda andammo a casa del Presidente del Quartiere che dopo una nostra breve illustrazione ci accompagnò al Palazzo Comunale dove, grazie soprattutto a lui, al suo credito, fummo subito ricevuti dal Sindaco che, informato delle intenzioni “ragionevoli” della gente, telefonò ai vigili chiedendo che facessero sospendere, perlomeno in quella giornata, i lavori. Noi, però, chiedemmo al Sindaco di venire ad ascoltarci; mentre con la 500 del Presidente andavamo verso il Centro avevamo concordato con lui di convocare un’Assemblea urgente; ed era giusto che vi fosse invitato il Sindaco…. E tu lo vedi, come è andata a finire. I lavori non ripresero, anche se per più di un mese le ruspe ed altri attrezzi per gli scavi delle fondamenta e materiali vari rimasero minacciosi sul posto difesi da un doppio recinto di metallo e di legno.
A quel tempo Ginotto era andato già via, credo in Belgio ma non ne ho più avuto notizie ed alcuni dei miei amici sono partiti per sempre. Tu, Andrea, ricorda che gli interessi dei poveri come noi che pure stiamo ancora bene non sono quasi mai gli stessi dei ricchi, soprattutto quelli che hanno il brutto difetto di volere sempre di più, perché hanno una gran paura di diventare come noi o peggio di noi. E per noi un giardino conquistato ci fa stare bene, ci fa vivere meglio. Loro non ne sentono il bisogno o, forse, e questo è triste, non sanno nemmeno più di cosa hanno bisogno”.

FINE