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La volgarità dei ribelli NO VAX – sulla proposta di Bersani e altro

La volgarità dei ribelli NO VAX – sulla proposta di Bersani e altro

Quel che colpisce in modo più rilevante nell’assistere al manifestarsi della volontà di contrapposizione alla vaccinazione è sempre più la volgarità che molti tra coloro che la dichiarano in modo aperto e libero mettono in pratica. Basta affacciarsi su un qualsiasi “social” e averne la dimostrazione. Per alcuni ne sono sorpreso ma non sono più intenzionato a sopportarli. Oltre agli accenti volgari essi diffondono menzogne, a volte utilizzando false ricostruzioni a volte costruendo elaborazioni pseudoscientifiche, aiutati semmai da illustri pseudo scienziati. Questi ultimi sono personaggi che da decenni non vivono nella comunità scientifica; in poche parole non possono essere considerati “scienziati”, in quanto lo si è solo se ci si confronta a 360° con tutti gli altri, anche con coloro che – vivendo sul “campo” – posseggono dati sempre più aggiornati e attinenti alle patologie con cui vengono a contatto e che dunque sono da essi studiate.

Per fortuna, la situazione nelle ultime settimane sta migliorando, grazie anche a delle scelte – di certo non pienamente condivise – che hanno sospinto una parte di No Vax a riconoscere che, se si vuole far parte di una comunità, occorra rispettarne le regole, anche quando queste impongano sacrifici. Nella prima fase della pandemia questo comportamento è stato ampiamente condiviso dalla stragrande maggioranza dei cittadini; non mancavano le trasgressioni ma in generale siamo stati esemplari per gran parte del mondo e abbiamo sopportato le limitazioni.

Pochi giorni fa, di fronte alla situazione che vedeva i reparti di terapia intensiva occupati in grandissima parte da pazienti No Vax, un uomo politico, che finora non aveva mai dato segni di instabilità, è arrivato  a chiedere, pur se in prospettiva, che quei reparti potessero essere riservati in modo prioritario da pazienti “vaccinati” che necessitassero, soprattutto in presenza di altre gravi patologie, di quelle cure per poter guarire. Ho visto che si è scatenata la polemica, in modo particolare nel mondo della Sinistra. Nulla da eccepire, a parte il fatto che sarebbe invece molto necessario dibattere su questi temi, perché “tale scelta” all’interno degli ospedali in tempi di sovraffollamento è stata e sarà materia quotidiana su cui decidere e indubbiamente coloro che hanno affermato l’inconsistenza e/o la pericolosità del “vaccino” meriterebbero di avere un trattamento in ragione delle loro convinzioni, nel rispetto dell’autodeterminazione del paziente. Non ho, a tale proposito, sentito voci discordi né da Destra che da Sinistra, allorquando qualche paziente Covid ha rifiutato di essere ospedalizzato ed ha firmato per le dimissioni. E non mi risulta che, nel ritornare nella propria comunità, esso sia stato limitato nei movimenti, ragion per cui gli è stato anche permesso di diffondere ulteriormente nella nostra – e sua – “società” il virus.

Partendo da quel “mantra” del “Non è il momento!” con il quale abbiamo sempre visto rinviare le scelte importanti dobbiamo oggi ancora una volta ribadire che forse già da quel febbraio marzo del 2020 i politici e gli amministratori (quelli che ci hanno detto sempre che “non era il momento!”) avrebbero dovuto porsi, a lato dell’emergenza, obiettivi di revisione, ammodernamento ed ampliamento dell’offerta sanitaria pubblica.

Voglio interpretare il “grido di dolore” di Pier Luigi Bersani come una provocazione, una sollecitazione a riprendere in mano il destino di noi tutti.

L’inciviltà dei ribelli NO VAX

NO VAX e l’inciviltà

A coloro che ancora si ostinino a considerare degni di essere ascoltati coloro che a loro volta proseguono ad opporsi “eroicamente(!)” alla vaccinazione contro il Covid consiglio di collegarsi con quanti hanno sollevato accuse infamanti verso quella madre che ha – con la sua denuncia – aperto un varco molto parziale sul comportamento antiscientifico e criminogeno di alcuni medici indegni di esercitare una professione che è in primo luogo a difesa della salute dei propri pazienti.

Ancora una volta si sono utilizzati collegamenti antistorici con regimi totalitari che in nulla possono essere assimilati ai nostri sistemi democratici. “Sistemi” in quanto fondati su un comune reciproco complesso rispetto ed un equilibrio stabile tra diritti e doveri.

Considerare “delazione” la legittima preoccupazione di una madre è un atto di inciviltà gravissimo. La sua denuncia è stata ben circostanziata non tanto da sospetti ma dalla conferma che alle preoccupazioni di sua madre è stata fornita dal figliolo. Beninteso fossero stati esclusivamente dei “sospetti” egualmente sarebbero stati “gravi” e bene avrebbe fatto un genitore a denunciarli. Fra l’altro colui che, “liberamente” scegliesse, anche di fronte ad un “obbligo”, di non vaccinarsi, non può contemplare tra i suoi “diritti” quello di avvalersi di un “falso”; e per aggiunta la “sua”, pur diversa ed esclusiva, libertà sarebbe un rischio elevatissimo per un’altra gran parte di cittadine e cittadini ugualmente liberi che – diversamente – considerano utile per la “salute” di tutti (la propria e quella di tutte le altre persone, a partire dai propri congiunti: ad esempio, quella madre) la vaccinazione.

Tornando a ciò che è stata considerata “delazione”, basterebbe ricorrere ad esempi banali, come l’atteggiamento “civile” di fronte ad un qualsiasi tentativo di furto, di violenza, di illecito osservato semmai da una certa distanza: cosa farei io? Chiamerei immediatamente le forze dell’ordine, attivandone l’intervento. Ordunque, di cosa andiamo parlando?

Allo stesso tempo, laddove io conoscessi qualcuno che si fosse avvalso di una pratica illegale, qual è una falsa vaccinazione, non esiterei un attimo ad affrontarlo direttamente, chiedendogli di assumersi la responsabilità di autodenunciarsi; dopo di che soprattutto di fronte ad un atteggiamento superficiale di sottovalutazione dei danni che potrebbero essere causati alla società civile, lo denuncerei senza alcuna ombra di incertezza. Danni, quelli causati da questo persistente atteggiamento dei No Vax, immensi al consesso civile. Il fatto che si tratti di una minoranza non deve indurre a quelle forme di rispetto che di norma devono essere riconosciute a tale “status”; noi in tanti, componenti la maggioranza, stiamo soffrendo la mancanza di socialità indotta dal diffondersi del virus. Di fronte ad una pur limitata certezza, che è data dal “vaccino”, negarne in toto l’efficacia e partecipare a campagne parziali ed antiscientifiche è di per sé un comportamento criminale illegale ed incivile, che deve essere sanzionato di volta in volta.

Uno di questi “comportamenti” è l’aver pubblicizzato, da parte di un gruppo di ostinati No Vax il video in cui l’ “onesto” farmacista di non so quale esercizio pubblico o privato, dati alla mano, elencava come in una giornata “tipo”(!) il numero dei “tamponati” positivi fossero in netta prevalenza “vaccinati” con un piccolissimo gruppo di “non vaccinati” (se ben ricordo quel video, erano solo “tre”). Il “video” che vi posto nell’edizione palinodica si concludeva con un “eeee… non faccio commenti. Dico solamente quello che vedo”. Devo precisare che l’attribuzione di “onestà” serviva a corroborare da parte della “minoranza” NO Vax le risultanze dell’analisi parziale portata avanti in quel video; lo stesso professionista, accortosi di aver contribuito alla creazione di un enorme equivoco (un luogo ed un giorno non forniscono dati scientificamente significativi), ha aggiunto una sua sorta di “autodifesa” e fornito spiegazioni, probabilmente indotte da qualche “legale” di sua fiducia.

parte 3 POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti (la seconda parte dell’Introduzione del 2012)

POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti

IL 2022 (a proposito, AUGURI) sarà l’anno della ripresa di “PSF”

…..Nel resto del mondo vi sono condizioni anche più pesanti.

Negli ultimi tempi, tuttavia, si sono verificati dei cambiamenti politici in alcuni paesi (per esempio quelli africani che si affacciano sul Mediterraneo). Merito anche delle donne che hanno dato il loro contributo per queste “rivoluzioni” che sono state definite “primavere”.

Si spera che in tali paesi, come negli altri dell’intero pianeta, aumenti la determinazione femminile nella lotta per il riconoscimento dei propri diritti e della pari dignità di essere umano.

Un auspicio che vede tragicamente contrapposto il grave problema delle “schiave del sesso”.

Nel grande e redditizio “business” mondiale della prostituzione arrivano in Europa, dall’est e dal sud del mondo, donne rese schiave con la forza della violenza e del ricatto per incrementare il giro d’affari milionario della vendita del corpo.

E’ una vera e propria “tratta” ai danni delle donne provenienti dai paesi più poveri.

Si configura come un grande sfruttamento di esseri umani ridotti a merce di scambio: donne vendute ad aste da bande criminali ad altre; con microchip sottopelle per non perderne mai il controllo; minacciate ed uccise in modo esemplare dai loro sfruttatori, come da cronache recenti riportate negli articoli dei quotidiani; costrette a prostituirsi per ripagare il loro riscatto dal “debito” contratto con l’organizzazione che le ha fatte arrivare nei paesi ricchi, lavorando in strada per pochi soldi, o negli appartamenti, dove l’indice di violenza nei loro confronti è maggiore e più nascosto.

Un mercato infame a cui va ancora poca attenzione, mentre invece si dovrebbero indirizzare maggiori risorse per contrastarlo.

In tutte le situazioni si auspica che le donne possano avere i diritti che spettano a tutti gli esseri umani e in particolare che possano contare in modo incondizionato sui seguenti: essere se stesse, vivere in sicurezza, poter di dir no, essere trattate con rispetto e dignità, amare ed essere amate, avere spazi propri, avere proprie opinioni e poterle esprimere liberamente essendo ascoltate, guadagnare soldi propri e averne il controllo, prendere decisioni che le riguardino, possedere il pieno controllo della propria vita e poterla cambiare se questa non è felice.

La sfida dei Partiti del Centro Sinistra sarà quella di porsi a fianco delle donne nella lotta contro le penalizzazioni presenti nel mercato del lavoro, nella società e all’interno della famiglia. Si dovrà promuovere l’offerta di lavoro femminile, anche attraverso sgravi fiscali per le imprese e una particolare attenzione al lavoro part-time. Contemporaneamente occorrerà provvedere ad aumentare i servizi per l’infanzia e i congedi di paternità, migliorando l’assistenza agli anziani.

Valorizzare le donne sarà un bell’investimento per il futuro.

I componenti dei Gruppi Consiliari di Opposizione presso la Circoscrizione Prato Est ringraziano tutte le donne e tutti gli uomini che, in onore delle stesse, hanno inviato le poesie per contribuire alla pubblicazione dell’edizione di quest’anno.

In modo particolare ringraziano il prof. Giuseppe Maddaluno per il suo lodevole impegno organizzativo e per la passione che mette da anni al fine della buona riuscita dell’iniziativa.

I Componenti dei Gruppi Consiliari di Centro Sinistra presso la Circoscrizione Prato Est – 2012

3. Post di fine anno – un “doppio” omaggio ad Antonio Gramsci: il post è degli ultimi giorni del 2019

ANTROPOLOGIACULTURAPOLITICASTORIA

SU UNA LETTERA “DAL CARCERE” DI ANTONIO GRAMSCI DATATA 30 DICEMBRE 1929

su una lettera “dal carcere” di Antonio Gramsci datata 30 dicembre 1929 – cioè novanta anni fa

Novanta anni fa, il 30 dicembre 1929, in una lettera apparentemente “familiare”, Antonio Gramsci “dal carcere” di Turi, dove era rinchiuso dal luglio del precedente anno, traccia tutta una serie di riflessioni politiche e pedagogiche, che a tutt’oggi sono elementi fondamentali per chiunque voglia approssimarsi a divenire un educatore. Come spesso accade, sono le semplici argomentazioni a divenire, partendo dal “particolare” generico ed occasionale e proprio per la loro capacità di arrivare al cuore delle problematiche, in definitiva universali. Gramsci scrive alla moglie Giulia Schucht, che aveva lasciato l’Italia con il figlio Delio ed incinta di Giuliano nell’agosto del 1926 e fa riferimento all’altra donna forse addirittura più importante dal punto di vista intellettuale, la più anziana, e matura, delle sorelle Schucht, Tatiana, sua prioritaria interlocutrice politica e culturale in tutto l’arco della sua permanenza in carcere.
Nella lettera del 30 dicembre Gramsci fa un diretto riferimento al rapporto, in qualche modo condizionato dall’assenza di Giulia con Tatiana, un rapporto molto più che “epistolare” visto che la donna faceva visita all’illustre recluso e ne era diventata la principale confidente.

Cara Giulia,
non mi sono ricordato di domandare a Tatiana con la quale ho avuto un colloquio qualche giorno fa, se ti aveva trasmesso le mie due ultime lettere a lei. Penso di sí, perché avevo domandato che lo facesse; perché volevo che tu fossi informata d’un mio stato d’animo, che si è attenuato, ma non è ancora completamente sparito, anche a costo di procurarti qualche dispiacere.

In Gramsci c’è questo profondo dissidio anche sentimentale: probabilmente avverte su di sè il peso di una intera famiglia, alla quale si è legato, la Schucht (innamorato in un primo tempo di Eugenia, aveva poi sposato Giulia), e comprende pienamente le ragioni che spingono Giulia a lasciare l’Italia, indebolita nell’animo e nel fisico, per tornare in Unione Sovietica.
La lettera di cui parlo, partendo da riflessioni condizionate dalla reclusione e dalla logica distanza con la famiglia si incentra sull’educazione del primogenito e sul suo grado di apprendimento.

Le osservazioni che farò devono essere naturalmente giudicate tenendo presente alcuni criteri limitativi: 1) che io ignoro quasi tutto dello sviluppo dei bambini proprio nel periodo in cui lo sviluppo offre il quadro piú caratteristico della loro formazione intellettuale e morale, dopo i due anni, quando si impadroniscono con una certa precisione del linguaggio, incominciano a formare nessi logici oltre che immagini e rappresentazioni; 2) che il giudizio migliore dell’indirizzo educativo dei bambini è e può essere solo di chi li conosce da vicino e può seguirli in tutto il processo di sviluppo, purché non si lasci acciecare dai sentimenti e non perda con ciò ogni criterio, abbandonandosi alla pura contemplazione estetica del bambino, che viene implicitamente degradato alla funzione di un’opera d’arte.
Dunque, tenendo conto di questi due criteri, che poi sono uno solo in due coordinate, mi pare che lo stato di sviluppo intellettuale di Delio, come risulta da ciò che mi scrivi, sia molto arretrato per la sua età, sia troppo infantile. Quando aveva due anni, a Roma, egli suonava il pianoforte, cioè aveva compreso la diversa gradazione locale delle tonalità sulla tastiera, dalla voce degli animali: il pulcino a destra, e l’orso a sinistra, con gli intermedi di svariati altri animali. Per l’età di due anni non ancora compiuti questo procedimento era compatibile e normale; ma a cinque anni e qualche mese, lo stesso procedimento applicato all’orientamento, sia pure di uno spazio enormemente maggiore (non quanto può sembrare, perché le quattro pareti della stanza limitano e concretano questo spazio), è molto arretrato e infantile.

in corsivo il testo della lettera

…..a seguire la seconda parte……

Joshua Madalon

LA “LETTERA DAL CARCERE” DEL 30 DICEMBRE 1929

IMMAGINE 31 DICEMBRE 2019 LASCIA UN COMMENTO MODIFICA

La “lettera dal carcere” del 30 dicembre 1929

30 dicembre 1929

Cara Giulia,
non mi sono ricordato di domandare a Tatiana con la quale ho avuto un colloquio qualche giorno fa, se ti aveva trasmesso le mie due ultime lettere a lei. Penso di sí, perché avevo domandato che lo facesse; perché volevo che tu fossi informata d’un mio stato d’animo, che si è attenuato, ma non è ancora completamente sparito, anche a costo di procurarti qualche dispiacere.
Ho letto con molto interesse la lettera in cui mi hai dato una impressione del grado di sviluppo di Delio.

Le osservazioni che farò devono essere naturalmente giudicate tenendo presente alcuni criteri limitativi: 1) che io ignoro quasi tutto dello sviluppo dei bambini proprio nel periodo in cui lo sviluppo offre il quadro piú caratteristico della loro formazione intellettuale e morale, dopo i due anni, quando si impadroniscono con una certa precisione del linguaggio, incominciano a formare nessi logici oltre che immagini e rappresentazioni; 2) che il giudizio migliore dell’indirizzo educativo dei bambini è e può essere solo di chi li conosce da vicino e può seguirli in tutto il processo di sviluppo, purché non si lasci acciecare dai sentimenti e non perda con ciò ogni criterio, abbandonandosi alla pura contemplazione estetica del bambino, che viene implicitamente degradato alla funzione di un’opera d’arte.
Dunque, tenendo conto di questi due criteri, che poi sono uno solo in due coordinate, mi pare che lo stato di sviluppo intellettuale di Delio, come risulta da ciò che mi scrivi, sia molto arretrato per la sua età, sia troppo infantile. Quando aveva due anni, a Roma, egli suonava il pianoforte, cioè aveva compreso la diversa gradazione locale delle tonalità sulla tastiera, dalla voce degli animali: il pulcino a destra, e l’orso a sinistra, con gli intermedi di svariati altri animali. Per l’età di due anni non ancora compiuti questo procedimento era compatibile e normale; ma a cinque anni e qualche mese, lo stesso procedimento applicato all’orientamento, sia pure di uno spazio enormemente maggiore (non quanto può sembrare, perché le quattro pareti della stanza limitano e concretano questo spazio), è molto arretrato e infantile.
Io ricordo con molta precisione che a meno di cinque anni, e senza essere mai uscito da un villaggio, cioè avendo delle estensioni un concetto molto ristretto, sapevo con la stecca trovare il paese dove abitavo, avevo l’impressione di cosa sia un’isola e trovavo le città principali d’Italia in una grande carta murale; cioè avevo un concetto della prospettiva, di uno spazio complesso e non solo di linee astratte di direzione, di un sistema di misure raccordate, e dell’orientamento secondo la posizione dei punti di questi raccordi, alto-basso, destra-sinistra, come valori spaziali assoluti, all’infuori della posizione eccezionale delle mie braccia. Non credo di essere stato eccezionalmente precoce, tutt’altro. In generale ho osservato come i «grandi» dimentichino facilmente le loro impressioni infantili, che a una certa età svaniscono in un complesso di sentimenti o di rimpianti o di comicità o altro di deformante. Cosí si dimentica che il bambino si sviluppa intellettualmente in modo molto rapido, assorbendo fin dai primi giorni della nascita una quantità straordinaria di immagini che sono ancora ricordate dopo i primi anni e che guidano il bambino in quel primo periodo di giudizi piú riflessivi, possibili dopo l’apprendimento del linguaggio. Naturalmente io non posso dare giudizi e impressioni generali, per l’assenza di dati specifici e numerosi; ignoro quasi tutto, per non dire tutto, perché le impressioni che mi hai comunicato non hanno nessun legame tra di loro, non mostrano uno sviluppo.
Ma dal complesso di questi dati ho avuto l’impressione che la concezione tua e di altri della tua famiglia sia troppo metafisica, cioè presupponga che nel bambino sia in potenza tutto l’uomo e che occorra aiutarlo a sviluppare ciò che già contiene di latente, senza coercizioni, lasciando fare alle forze spontanee della natura o che so io. Io invece penso che l’uomo è tutta una formazione storica, ottenuta con la coercizione (intesa non solo nel senso brutale e di violenza esterna) e solo questo penso: che altrimenti si cadrebbe in una forma di trascendenza o di immanenza. Ciò che si crede forza latente non è, per lo piú, che il complesso informe e indistinto delle immagini e delle sensazioni dei primi giorni, dei primi mesi, dei primi anni di vita, immagini e sensazioni che non sempre sono le migliori che si vuole immaginare. Questo modo di concepire l’educazione come sgomitolamento di un filo preesistente ha avuto la sua importanza quando si contrapponeva alla scuola gesuitica, cioè quando negava una filosofia ancora peggiore, ma oggi è altrettanto superato. Rinunziare a formare il bambino significa solo permettere che la sua personalità si sviluppi accogliendo caoticamente dall’ambiente generale tutti i motivi di vita. È strano ed interessante che la psico-analisi di Freud stia creando, specialmente in Germania (a quanto mi appare dalle riviste che leggo) tendenze simili a quelle esistenti in Francia nel Settecento; e vada formando un nuovo tipo di «buon selvaggio» corrotto dalla società, cioè dalla storia.
Ne nasce una nuova forma di disordine intellettuale molto interessante.
A tutte queste cose mi ha fatto pensare la tua lettera. Può darsi, anzi è molto probabile, che qualche mio apprezzamento sia esagerato e addirittura ingiusto. Ricostituire da un ossicino un megaterio o un mastodonte era proprio di Cuvier, ma può avvenire che con un pezzo di coda di topo si ricostruisca invece un serpente di mare.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

Dante in siciliano

Siamo verso la fine dell’anno 2021 dedicato a Dante nel centenario della sua nascita. Nel rincorrere alcuni esempi di letteratura i cui temi abbiano trattato argomenti simili a quelli svolti da Alighieri nella sua “Commedia”, ed in particolar modo quelli del “viaggio” verso terre sconosciute a noi mortali sono poi arrivato a recuperare alcune traduzioni in lingua dialettale che nulla hanno da invidiare al testo originale per ricchezza di timbri e musicalità. Dopo quella in napoletano presento qui un testo in siciliano (la cui appartenenza autoriale mi è sconosciuta, per motivi tecnologici: non appena la recupererò apporterò la necessaria modifica a questo post) riferito ai primi versi del quinto canto dell’Inferno.

Dunqui lu primu circu abbannunai pri st’autru, ch’è chiù strittu, e chiù stroppia Chà chiù si scinni, e strinci, e su’ chiù guai.

C’è Minos a la porta chi sgrignia, ci fa la causa all’armi appena entrati, e a mezzo di la cura sintinzia.

Comu arrivano ddà l’armi dannati, iddu prima ci fa di cunfissuri, e po’ a tinuri di li so piccati,

lu postu assigna ad ogni piccaturi, e secunnu lu gradu chi ci duna, cu la cuda si fa tanti cudduri.

Armi davanti nn’havi munzidduna, nta un dittu e un fattu fa lu so giudiziu, e l’arrizzola sutta ad una ad una.

“o tu chi veni nta stu tristu spiziu” grida Minos a mia, quannu mi vidi, lintannu un pocu lu mpurtanti uffiziu,

“prima chi trasi, bada a cu’ t’affidi, la porta e granni , ma ‘un tinn’abusari” Ci rispunni lu mastru ”pirchì gridi?

E inutili lu passu ostaculari; Chiddu chi tuttu po cussì disponi, e di nu’ autri chiù nun t’occupari”.

Ora veni la vera afflizioni, ora ‘un su chiù suspiri, ma lamenti, ora è un chiantu chi fa compassioni;

ora e scuru pirfettu, e ccà si senti du murmuru chi fa mari ‘n timpesta quannu si cuntrarianu li venti.

Ccà dintra l’arma vola e mai s’arresta, lu ventu, cu li so rufuliuna di ccà e di ddà fa sbattiri la testa;

quannu a lu pricipiziu arriva ognuna, prova forsi un duluri accussi ntenzu, cha chianci, e strilla, o sfoga a santiuna.

Ntisi ca su’ dannati docu mmenzu Chiddi chi fannu piccati carnali, La ragiuni ‘un scutannu, ma lu senzu;

e comu nta li iorna autunnali, a toccu a toccu li strunedda vannu, cussì d’armi, bianchì sprovvisti d’ali,

iavanu nta du scuru svulazzannu; nò di riposu o pena chiù liggera speranza pri in eternu mai nun hannu.

Comu li groi chi volanu a filera, lu du cantu monotunu e picchiusu, daccussì vitti d’animi una schera

chi lu ventu sbattia di ‘nsusu ‘ngnusu

(Inferno V 1/49)

1. Post di fine anno – questo è del 2017

Un preambolo

Manca poco alla fine dell’anno; si chiude con chiari e scuri. Per alcuni i “chiari” prevalgono; per altri non è così. La riflessione su quest’anno la farò, a tempo debito. Per ora pubblico questi miei interventi scritti alla fine degli anni passati.

UN AUGURIO – UN AUSPICIO PER IL 2018 E IL 2019

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UN AUGURIO – UN AUSPICIO PER IL 2018 e il 2019

Manca davvero poco alla fine del 2017 ed avverto l’esigenza personale di fare chiarezza rispetto a ciò che abbiamo ed a ciò che ci manca, che per me consistono in un medesimo obiettivo: attuare una Politica di Sinistra di Governo del nostro Paese.
Infatti abbiamo l’esigenza di costruire un soggetto forte che sia in grado di dare le giuste risposte al bisogno di giustizia sociale senza intaccare i diritti ma garantendo questi ultimi nel pieno rispetto dei doveri, delle regole e della legalità.
Negli ultimi tempi, dopo un periodo di conquiste sociali, le abbiamo progressivamente perdute mettendo seriamente a rischio la convivenza civile.
Per Sinistra di Governo intendo parlare di un tentativo di costruire un equilibrio tra chi ha fino ad ora partecipato (o assistito, appoggiandola, senza parteciparvi) alla costruzione di una forza politica moderata progressista e democratica e chi ha privilegiato una forma di testimonianza nuda e cruda, pura, dei fondamentali valori della Sinistra radicale, dogmatica, intransigente. La perpetuazione della separatezza tra chi ha uno sguardo critico ma moderato nelle forme e chi invece ha privilegiato una forma di perenne protesta e contestazione spesso sterile e tendente a forme improduttive dal punto di vista pragmatico non può che condurre ad una vittoria delle Destre e di quella pseudo-Sinistra che si è catalizzata intorno al Partito Democratico e ad una nuova sconfitta della Sinistra.
Le ultime vicende relative alla costituzione da una parte della lista “Liberi e Uguali” e dall’altra della formazione di un’altra variegata e multiforme struttura che prende il nome di “Potere al popolo” confermano i miei timori rispetto al prossimo futuro.
Gli insegnamenti si sprecano, non essendo in grado di cogliere gli aspetti positivi ed accantonare quelli che appaiono da una parte e dall’altra negativi. Non si perdonano ad esponenti di “Liberi e Uguali” l’aver fatto parte di un progetto fallimentari, manco fossero stati dei “neofascisti”, e l’aver sostenuto leggi contestate come Job’s Act, la Buona scuola e l’abolizione dell’art.18; non si perdona alla parte radicale l’intransigenza: nessuno dei due però fa un passo avanti e questo è deplorevole politicamente e civilmente.
Fra poche ore entreremo nel 2018. A inizio marzo avremo le elezioni politiche, che probabilmente ci forniranno utili indicazioni per il futuro. Nel 2019 voteremo a Prato. Mi permetto di sollecitare una riflessione che parta in anticipo su quello che sarebbe utile fare. Il mio impegno già dichiarato è a favore di un contenitore unico della Sinistra, che riesca ad aggregare le forze democratiche, progressiste ed innovatrici del territorio per costruire un Programma ampio di Governo della città dopo dieci anni di malgoverno prima del Centrodestra e poi del Centrosinistra.

Joshua Madalon

Poesia sostantivo femminile – nuovissime edizioni 2022

Ci si incrocia solitamente su Facebook e qualche volta al supermercato (quasi sempre con la figlia, Giovanna) e non mancano mai gli abbracci;  pochi giorni fa passavo con Mariella  sotto i portici di Parco Prato all’altezza della Coop ed abbiamo incrociato Mirella.  Inevitabilmente abbiamo trattato temi politici, soprattutto collegati alle ragioni che hanno fatto allontanare tante brave persone di Sinistra dal Partito Democratico, e poi si è parlato di Franco che 31 anni fa, colpito da un malore improvviso mentre era da solo, come spesso accadeva, nel suo ufficio, era mancato a tutti noi. In quel periodo lavoravamo per un “progetto” che avrebbe anticipato perlomeno di venti anni (solo nel 2017 a Prato è partito “Manifatture digitali”) l’idea che a Prato si potessero produrre servizi innovativi per le produzioni cinematografiche eaudiovisive.

Oggi che è l’anniversario della sua scomparsa, riprendendo un ricordo che già nel luglio e nel novembre 2014 avevo pubblicato, voglio ricordarlo mettendomi a disposizione per organizzare semmai per il prossimo novembre 2022 una Mostra in sua memoria.

 Nel 2014 trattavo anche un altro tema, quello di “Poesia Sostantivo Femminile” sul quale vado, nel rispetto della tradizione tessile pratese, riannodando fili.

Questo pomeriggio è passato a trovarmi Pippo Sileci; mi ha portato una copia in dvd di “Capelli”, un film scritto da me insieme ad un gruppo di allievi del Liceo “Copernico” alla fine degli anni Ottanta di cui avevo un master in U-Matic e la mente è andata ai giorni in cui per la prima volta conobbi Pippo come collaboratore di Franco Morbidelli prima al Sindacato di Piazza Mercatale e poi in una struttura autonoma situata in una palazzina proprio alla confluenza fra Viale Montegrappa e Viale Veneto. Franco era (purtroppo “era”) uno straordinario artista ed una persona molto attenta a valorizzare idee e persone che presentassero progetti innovativi nel campo della produzione videocinematografica. In quegli anni mi occupavo con l’ARCI di cinema (ero nel Direttivo regionale dell’UCCA) e stavo seguendo per la rivista del Sindacato “Rassegna Sindacale” una serie di interventi sul tema “Cinema e lavoro” (ci si chiedeva, allora, come mai il Cinema non si occupava più da tempo del mondo del lavoro); di lì a poco mi sarei inoltrato nell’impresa di recuperare sia la pellicola che la protagonista del primo film di Gillo Pontecorvo, “Giovanna”, girato a Prato a metà anni Cinquanta. Ma parleremo di questo e di altre vicende che riguardano quel periodo più in qua; ritorno a Franco Morbidelli, alla memoria del quale alla Circoscrizione Est dedicammo alcune iniziative come il Premio di Pittura e di Grafica. E fu proprio nel tentativo di collegare più iniziative in ricordo di Franco (Musica, Arte e Poesia) che, durante una notte insonne (le idee navigano nelle tenebre), mi venne l’idea di abbinare al Premio Morbidelli uno spazio per la Poesia. Il titolo mi venne di getto, per consuetudine metodologica ma anche per razionale concretezza; ed altrettanto per la grande difficoltà di identificare altrimenti il significato del termine. Per rendere più elevata la partecipazione pensai ad una struttura aperta, escludendo il concorso a premi, che mi sembrava macchinoso e costrittivo, fortemente legato alla soggettività delle giurie, contrario alle forme di espressione libera che dovrebbe essere tipica della parola poetica. Era il 2000, il dicembre del 2000,  e nasceva l’idea di “Poesia Sostantivo Femminile” che avrebbe avuto un grande successo per dodici anni vedendo la partecipazione di centinaia di donne ed uomini che, in occasione dell’8 marzo, inviavano i loro versi avendo un solo vincolo, che se non erano prodotti da donne dovevano ad esse essere dedicati. Con la Poesia donne ed uomini soddisfano l’esigenza di utilizzare registri alti per comunicare i propri sentimenti, le proprie ansie, le proprie inquietudini, i propri valori in una società troppo spesso contrassegnata da ritmi eccessivi, da rapporti difficili e complessi, da una diffusa incomunicabilità, da un confronto sempre più competitivo. E la Poesia è libertà, è la voglia prorompente di affermare i propri desideri, di mettere a nudo i propri sogni, le aspirazioni, di esorcizzare le paure, le angosce esistenziali, tutto quello che altri preferiscono a volte mantenere dentro, comprimendolo ed inaridendosi. Coltivare la poesia, sia per le donne che per gli uomini, significa saper sapientemente innaffiare questa tenera pianticella e farla crescere lentamente dentro di sé fin quando non arriva il momento di metterla a disposizione degli altri, del mondo. Un mondo che se fosse senza poesia sarebbe un deserto invivibile. “Poesia Sostantivo Femminile” ha dunque vissuto 12 edizioni dal 2001 al 2012 ma potrebbe essere nuovamente riproposta nel 2015 se si trovassero dei “volontari” per organizzarla. I costi sono sempre stati molto contenuti e la partecipazione è sempre stata alta sia numericamente che per la qualità. Una delle immagini (quella in evidenza in alto) ripropone la copertina della prima Edizione con una poesia di Giovanna Fravoli, che ce l’aveva portata in Circoscrizione scritta di getto su un foglio “Il tempo è troppo lento per chi soffre troppo breve per chi gioisce troppo lungo per chi aspetta, solo tu luce dei miei occhi solo tu stella luminosa nella notte più buia e tu sei lucente solo tu goccia di pioggia sei nel cielo senza nuvole ….solo tu nel mio cuore amica cara il mio bene per te conserverò”

Un’altra immagine è riferita alla undicesima Edizione che si svolse al Dopolavoro Ferroviario. La poetessa che legge una delle sue poesie è Leila Falà che venne da Bologna per partecipare alla nostra iniziativa. L’ultima rappresenta una scritta che potete vedere venendo da Capalle verso Prato sulla vostra sinistra prima di arrivare ai magazzini di Mondo Convenienza.

20 novembre 2021 CINEMA storia minima – parte 25 – per la parte 24 vedi 14 settembre

CINEMA storia minima – parte 25 – per la parte 24 vedi 14 settembre

Riprendo a trattare in modo “minimo” la Storia del Cinema seguendo una linea cronologica. Sempre nel 1944 (cui appartengono “Prigionieri dell’oceano” di Alfred Hithcock e “La fiamma del peccato” di Billy Wilder, di cui abbiamo trattato nel blocco 24) esce uno dei film più noti di Frank Capra, del quale abbiamo già accennato circa i precedenti “L’eterna illusione” – vedi blocco 14 – e “Orizzonte perduto” – vedi blocco 11. E’ un’operazione ben diversa, di certo meno ambiziosa, quella di mettere in scena una commedia di successo come “Arsenico e vecchi merletti” di Joseph Kesserling. Il successo era scontato, ma a realizzarlo contribuirono non poco le scelte del cast: un protagonista assoluto in una delle sue più riuscite interpretazioni fu Cary Grant, coadiuvato da Peter Lorre e dalle due “ziette” Josephine Hull e Jean Adair, senza dimenticare Raymond Massey che interpreta lo psicopatico Jonathan Brewster, nel ruolo che
nella piece teatrale era stato di Boris Karloff. Il film che ha accompagnato molte generazioni, essendo stato tra i più gettonati dai canali televisivi, non ha avuto molti riconoscimenti ufficiali, ma è stato inserito nella lista AFI’s 100 Years…100 Laughs” come uno dei migliori prodotti della commedia statunitense, alla trentesima posizione. https://it.wikipedia.org/wiki/AFI’s_100_Years…_100_Laughs

Passando a un altro genere ma ugualmente significativo dal punto di vista storico troviamo Howard Hawks con il suo “Acque del Sud”. Lo menzioniamo per poter poi avviare nei prossimi blocchi un recupero di sue realizzazioni che dal 1944 fino alla fine degli Anni Sessanta ne caratterizzarono in modo più significativo la sua carriera mettendo maggiormente in evidenza la sua eclettica professionalità. Nel film i due protagonisti sono interpretati da due mostri sacri del grande schermo, come Humphrey Bogart e Lauren Bacall, che dopo alcune brevi esperienze teatrali a Broadway e l’inizio di una brillante carriera come fotomodella era appena all’esordio. Per parafrasare il grande Poeta, “Galeotto fu…il film…e chi lo diresse” o, meglio, chi li mise insieme. Tra i due scoppiò la passione. La differenza di età (tra i due ve ne erano 25, Bogart aveva 44 anni, Bacall 19) non li scoraggiò e l’anno dopo si sposarono e come nelle più belle “storie” vissero “finchè morte non li separò” (nel gennaio del 1957 Humphrey Bogart morì). Va ricordato che il film è tratto da un romanzo di Ernst Hemingway ed è collegabile sia per lo stile che per i fatti narrati ad uno dei film più noti interpretati da Bogart, cioè “Casablanca”.

Rimanendo negli Stati Uniti e nello “star system” non si può non ricordare l’esordio cinematografico di una stella di prima grandezza come Elizabeth Taylor. Si tratta di “Gran Premio” diretto nel 1944 da Clarence Brown ed interpretato da altre due stelle del firmamento cinematografico come Mickey Rooney e Angela Lansbury. Si tratta di un prodotto tradizionale “per famiglia” con il quale viene raccontato un rapporto di fiducia tra un’umana ed un cavallo; una di quelle storie in cui la cinematografia americana si è distinta, in modo particolare nel settore preferito dall’universo disneyano non solo quello di animazione. Al film vennero due alti riconoscimenti con l’Oscar del 1946 alla migliore interpretazione non protagonista, ad Anne Revere (il doppiaggio italiano di questa attrice fu affidato alla grande attrice di teatro italiano Wanda Capodaglio) ed al montatore Robert Kern.

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19 novembre – IDEE IN CIRCOLO – block notes – le iniziative ricreative e culturali – pochi cenni

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Molti aspetti sono stati già sviscerati, anche se occorrerà concordare con tutte le diverse realtà associative, culturali, confessionali, etniche, commerciali e via dicendo le modalità con cui li affronteremo e poco alla volta li porteremo a realizzazioni.

Oltre tutto, bisognerà rimettere in piedi il tessuto culturale e ricreativo, partendo certamente dai “luoghi” ma chiamando a raccolta anche tutte le forze commerciali e produttive del territorio. Bisognerà stimolare e poi partecipare alle progettualità che i commercianti vorranno riprendere a proporre per rendere più vitale e appetibile la presenza umana sulle strade del territorio. Quanto a me sto già rimettendo in piedi percorsi come “Il Domino letterario” e “Poesia sostantivo femminile”. Il primo progetto sarebbe già partito l’11 di novembre senza l’inciampo che si è verificato al Circolo ARCI di via Cilea. Sto in queste ore verificando la possibilità di riprenderlo a dicembre. Sul secondo progetto ho bisogno di collaborazioni sia tecniche che organizzative. Entrambi potrebbero essere ospitati nei vari Circoli del territorio con formule molto agili. “Il Domino” può anche sdoppiarsi o triplicarsi nelle varie strutture (ARCI – CSI – ACLI, ma non solo se si pensa alla presenza di strutture afferenti in modo particolare alla comunità cinese); così come la presentazione di spettacoli sia teatrali che cinematografici, al chiuso e all’aperto. “Poesia sostantivo femminile” ha bisogno anche di un progetto produttivo perché ha dei costi mediamente importanti. Il progetto ha una sua “Storia” già consolidata, ed è stato interrotto proprio per i suoi costi, improponibili – anche se minimi – senza un contributo pubblico o privato che lo sostenga.

Con la comunità cinese, anche per aprirsi maggiormente al territorio, bisognerà attivare dei contatti. Non va dimenticato che in questa città due rappresentanti di quella comunità sono presenti in Consiglio comunale. Ed è quindi anche da parte loro doveroso mettersi a disposizione del nostro territorio, quello peraltro su cui la presenza cinese è maggioritaria rispetto a tantissime altre comunità etniche.

10 novembre – IDEE IN CIRCOLO – block notes

IDEE IN CIRCOLO – block notes – primo blocco

Non avevamo neanche finito di discutere tra di noi della temporanea struttura dell’Associazione che ci veniva comunicata la chiusura del Circolo ARCI di via Cilea per un tempo indeterminato a causa di un focolaio Covid: parte dei dirigenti e degli operatori erano risultati positivi al tampone, dopo aver avuto qualche lieve sintomo. La chiusura precauzionale non risultava collegata ad un intervento dell’Azienda Sanitaria ma per una profonda impossibilità a gestire le funzioni del Circolo. Ma ciascuno di noi, chi più chi meno si è preoccupato di mantenere un profilo meno pubblico. C’era infatti chi era stato “molto” presente e chi molto poco. Avevamo in quella prima serata del 22 ottobre fissato subito un primo incontro con il presidente provinciale dell’ARCI sia per conoscere le iniziative che la sua (che è anche quella cui molti di noi aderiscono) Associazione intende intraprendere in questa fase che necessariamente deve assumere una funzione di ripresa dopo la crisi nella quale siamo piombati. Allo stesso tempo avevamo previsto di mettere in piedi un “block notes” con le “nostre” proposte da sviluppare sul territorio. Il giorno dopo, come d’accordo, ho sentito Enrico Cavaciocchi ed ho annunciato questo nostro intendimento. Dopo una breve consultazione abbiamo previsto di vederci il 4 novembre. Purtroppo il 28 ottobre intorno a ora di pranzo ci è pervenuta la comunicazione da parte del Presidente del Circolo circa la chiusura temporanea ma “sine data” per i motivi di cui sopra.

Fatte le nostre verifiche sanitarie, che per la gran parte di noi erano “negative” (si intende “non contagiati”), ci siamo premurati di conoscere le condizioni degli altri, quelli che invece erano risultati “positivi”. D’accordo con loro abbiamo deciso di rinviare l’incontro del 4 novembre “a data da decidere”. Tuttavia, abbiamo pensato di mantenere l’appuntamento tra noi, cercando un luogo dove riunirci, anche per poter procedere nella attività teorica progettuale. Uno dei nostri si è dichiarato disponibile ad ospitarci.

Non eravamo in molti (è un eufemismo) ma abbiamo ugualmente affrontato una serie di tematiche di tipo sociale da declinare in “buone” pratiche territoriali per partecipare al fronteggiamento delle diverse emergenze cui la pandemìa ci ha costretti.

In primo luogo si è avvertita la necessità di confrontarci non solo con l’ARCI ma anche con altre Associazioni che organizzano spazi sul nostro territorio (lo ricordo a chi legge e non è pratese, si tratta della frazione San Paolo); di sicuro c’è l’ACLI che organizza il Circolo “Giorgio La Pira” in via Donizetti, il CSI che ha come punto di riferimento il Circolo “Linari” in via Bellini, il Circolo “Curiel” di via Filzi affiliato all’ARCI, così come il Circolo “Borgonuovo” di via Lorenzo da Prato e quello di via Cilea. C’è anche una struttura in via Attilio Ciardi che probabilmente non è più funzionante come Circolo culturale, ma occorre fare una verifica. In questa direzione abbiamo cominciato a muoverci nei giorni successivi al 4 di novembre e a breve avvieremo un confronto per ora su Meet.

Sempre in relazione al tema associativo si è ritenuto importante verificare lo “stato delle cose” relativamente a “Pro Loco” e “San Paolo Viva”.

…..continua……