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UCCA 1985 parte 7 (per la parte 6 vedi 22 luglio)

UCCA 1985 parte 7 (per la parte 6 vedi 22 luglio)

Per contatti già presi all’interno della mia attività pratese ritengo di poter proporre queste Rassegne: a) Cinema d’animazione italiano, a partire da Bruno Bozzetto: incontri con le scuole italiane di cinema d’animazione e con gli autori, più la personale dell’opera omnia di Bruno Bozzetto; b) Cinema ungherese – Huszarik, Body e altri: le avanguardie figurative attraverso le opere dei maggiori artisti del cinema ungherese fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La raccolta di materiali fotografici, bozzetti, disegni ed acquerelli di Zoltan Huszarik che è stata già avviata in Ungheria tramite la seconda moglie del regista potrebbe essere utilizzata in una mostra, inoltre potrebbero essere presentati tutti i film realizzati da Huszarik e dal suo fotografo prediletto, Janis Toth e quelli di Gabor Body, famoso regista d’avanguardia, il tutto come pretesto per fare un discorso complessivo sull’arte visiva e figurativa d’avanguardia nell’Ungheria dei nostri anni; c) si sta concretizzando la prima fase – quella dell’ideazione di un discorso critico sul cinema italiano dal secondo dopoguerra ad oggi e che riguarda in particolare una ricerca sul linguaggio cinematografico e sulla sua evoluzione socio etno antropologica, una specie di “Storia di un italiano” e, visto che il titolo richiama quello di un contenitore televisivo a lui dedicato, senza escludere Alberto Sordi. Sempre nell’ambito delle Rassegne, ce n’è una già pronta sul tema “Cinema e Teatro”, curata da Maurizio Grande e che riguarda in particolare un’analisi dei rapporti tra il teatro ed il cinema nelle varie fasi che hanno caratterizzato il “fare teatro” e “fare cinema” nel corso del XX secolo. Come si è detto dianzi, nulla esclude che rassegne diverse da queste qui esposte possano avere l’adesione dell’UCCA ed essere pubblicizzate e decentrate con la nostra collaborazione, così come siamo a disposizione di chi volesse consultarci per la ideazione e realizzazione di corsi e rassegne di tipo cinematografico.
c) Passando ai problemi legati prioritariamente ai rapporti fra cinema e video, oltre a far esplicito riferimento al documento che la seconda Commissione ha elaborato a conclusione dei lavori del VI Congresso Nazionale dell’UCCA (7-8-9 dicembre 1984 – San Miniato di Pisa), è stato previsto di dedicarvi un pomeriggio di riflessioni, martedì 7 maggio, in quanto c’è la necessità di prendere delle decisioni in merito a recenti affermazioni svolte in sede di relazione da Walter Ferrara nella Conferenza di Programmazione del 23 – 23 marzo ultimo scorso e riprese da esponenti di primo piano della Mediateca Regionale. In questo settore la nostra organizzazione è molto indietro ed anche quelle strutture che avevano iniziato ad occuparsene, hanno faticosamente tirato avanti pe run po’, dopo di che hanno dovuto rinunciare , soprattutto per l’assenza di un orientamento sia politico che culturale che intervenisse con maggiore chiarezza su questo comparto.

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PACE E DIRITTI UMANI parte XIX 19 (per la parte 18 vedi 16 luglio)

PACE E DIRITTI UMANI parte XIX 19 (per la parte 18 vedi 16 luglio)

…Prosegue l’intervento della Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International (voglio qui ricordare che la relazione è stata tenuta il 30 novembre del 2000; in questi venti anni alcune cose sono cambiate, in meglio ed in peggio: vi fornisco un link da cui partire per capire lo “stato delle cose” nel 2020)
Nel 427 avanti Cristo l’assemblea degli Ateniesi si interrogava sulla deterrenza della pena di morte.
Nel 1764 Cesare Beccaria scriveva sulle assurdità di punire il diritto privato con un delitto pubblico.
Nel 1786 nel Granducato di Toscana veniva abolita la pena di morte e la tortura.
Nel 1979 Amnesty International inizia la campagna permanente per l’abolizione della pena di morte: 40 paesi abolizionisti, 122 i paesi mantenitori, seconda dati aggiornati al 31 agosto 2000; 109 paesi non applicano più la pena di morte, 75 l’hanno eliminata completamente, 13 l’hanno abolita per i reati ordinari e 21 risultano abolizionisti di fatto, essendosi impegnati formalmente a cancellare la pena di morte dai propri ordinamenti, o non eseguendo condanne a morte da almeno 10 anni.
Gli stati che mantengono la pena di morte sono 87.
Negli ultimi anni il processo abolizionista ha acquistato una velocità sempre maggiore: dal 1994 al 1999 gli Stati che hanno abolito la pena di morte sono 21.
Il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che riafferma la sua forte opposizione all’uso della pena di morte ovunque nel mondo e sollecita tutti i paesi ad adottare una moratoria sulle esecuzioni ed abolire la pena di morte. Una convinzione errata molto diffusa è che sia un deterrente per il crimine, come è già stato detto; per esempio, l’Arabia Saudita sostiene che l’esecuzione ferma il crimine: ma allora, perché le esecuzioni in questo paese sono in aumento? Nel 1996, 69 esecuzioni; nel 1997, 107. In Louisiana dal 1975 al 1991 la popolazione carceraria è aumentata del 250%, del resto questo si inquadra in una crescita nazionale: negli Stati Uniti la popolazione carceraria era nel 1980 di 500.000, nel 1990, 1.000.000, nel 1997, 1.600.000. anche in un recente studio delle Nazioni Unite si è affermato che è improbabile una prova della funzione di deterrenza di questa pena.
Un’altra convinzione molto diffusa è che la pena di morte abbia l’appoggio della gente ordinaria e che sia l’opinione pubblica a richiederla. Effettivamente tutte le volte che c’è un sondaggio è impressionante il risultato che ne scaturisce. Negli USA è da oltre 10 anni che il 75% vuole la pena di morte, una maggioranza schiacciante, ma se si chiede se si è disposti a commutare la pena capitale con l’ergastolo, ecco che la percentuale di favorevoli alla pena di morte in assoluto scende al 41% mentre il 44% sceglie l’ergastolo. Se poi viene chiesto “quanto” siete favorevoli, vediamo che solo il 43% si è dichiarato “molto favorevole”. La pena di morte è una soluzione facile e di rapido effetto, una posizione dura contro il crimine. Ma mostriamo alla gente comune, in un quadro più completo, la crudeltà della pena: i lunghi anni ed i lunghi giorni, che sembrano anni, trascorsi nel braccio della morte, in cui ogni giorno potrebbe essere l’ultimo; il terrore quando ti giunge all’orecchio che un compagno di pena viene giustiziato; l’orrore di essere seppellito fino alla cintola nel terreno per poi essere lapidato a morte; l’indescrivibile sensazione di quando il cappio viene messo attorno alla tua testa e capisci che è venuto il tuo ultimo momento.

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I CONTI NON TORNANO 12. (per l’11 vedi 14 luglio)

I CONTI NON TORNANO

12.
In questa nuova tabella risultava una decrescita negli anni successivi 1999-2003 per il Gramsci da 446 a 373 (così sarebbero stati bene negli spazi del secondo blocco di via Reggiana) per il Classico Cicognini , per il Copernico (che invece continuò a crescere impunemente, senza rispettare per molti anni i limiti imposti, o almeno ritenuti come tali), per il “Dagomari” giusto per far ingoiare la pillola velenosa; mentre sarebbero cresciuti il Datini, il Buzzi, lievemente il Keynes. Su come fossero gli spazi assegnati al Dagomari (l’ex “Gramsci”) una Commissione di tecnici volenterosi, anche perché di parte (genitori, ex studenti, tra geometri ed avvocati) preparò un dossier. Sarà il prossimo argomento.
Fu preparata una Relazione tecnica dal titolo: Accertamento tecnico sulla possibilità di trasferimento dell’ITC Dagomari nell’attuale sede ITG Gramsci.
Il tecnico, incaricato da una rappresentante dei genitori a ciò delegata dall’intera comunità del Dagomari, descrive lo stato dei luoghi. Egli dice “…si nota che la superficie attuale del Dagomari risulta notevolmente superiore a quella dell ITG Gramsci, sia dal punto di vista dell’estensione, sia dal punto di vista del diverso utilizzo dei locali. Lo scopo del presente accertamento è quello di stabilire se le attuali esigenze delle attività didattiche, collettive e complementari del Dagomari possono essere supportate dal corpo di fabbrica del Gramsci, così come composto e senza mutamenti nella distribuzione interna dei locali. Detta operazione…risulta alquanto ardua sia per le carenti dimensioni del Gramsci, ma soprattutto per il diverso utilizzo dei locali fra un isttituo e l’altro….sulla scorta dei dati forniti da alcuni rappresentanti delle diverse componenti del Dagomari relativamente alle esigenze si è proceduto ad inserire e comparare i dati con le attuali dislocazioni dei vari locali del Gramsci”.
Non intendendo riportare l’intero corpo della Relazione, ne sintetizzo le conclusioni, aggiungendo che i documenti sono integralmente in mio possesso e possono essere verificati. La Relazione tecnica è accompagnata da una attenta comparazione, dalla quale emerge in modo netto come gli spazi del Gramsci fossero angusti ed inappropriati per le esigenze primarie del Dagomari. Ad esempio vi sono degli spazi vitali come ad esempio l’Aula insegnanti: nel raffronto tra quella del Dagomari e quella del Gramsci si rileva un rapporto da 63 a 33 metri quadrati: è pur vero che i 63 metri quadrati del Dagomari erano suddivisi in due aule, ma questo significava che nella “nuova” sede sarebbe stato necessario avere un altro spazio per i Docenti. Altro luogo di rappresentanza ma ugualmente necessario era la Presidenza (al Dagomari erano 71 i metri quadrati mentre la sede “nuova” ne forniva solo 38); ridotto da 27 a 17 metri quadrati erano i locali della Vicepresidenza. La Segreteria avrebbe dovuto essere ridimensionata, passando da 143 a 54 metri quadrati e così l’Aula Magna, che andava da 350 a 211 metri quadrati; e la Biblioteca, vanto storico della città, non avrebbe trovata alcuna collocazione. La stessa Mensa avrebbe avuto uno spazio del 50% e le Aule che in viale Borgovalsugana erano 45 per uno spazio complessivo di 2045 metri quadrati non avrebbero trovato tutte spazio nel Gramsci in via di Reggiana, dove ne erano disponibili solo 36 per 1743 metri quadrati. A conti fatti mancavano 1190 metri quadrati per consentire la normale attività dell’Istituto Dagomari, spostato dalla zona Est a quella Sud-Est (anche se il complesso di via Reggiana appartiene alla Circoscrizione Centro).

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Il 23 luglio del 2014 scrivevo AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)

Oggi 23 luglio 2020 ripropongo un mio post del 23 luglio 2014

Il 23 luglio del 2014 scrivevo

AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)
Estate del 1992. Sono a Forlì in un caldo giugno impegnato in Esami di Maturità come Commissario esterno di Italiano e Storia. Campionato di calcio europeo senza l’Italia. La famiglia è a Riccione in una residenza che chiamiamo “casetta Ariosa”. Di mattina mi sveglio presto e prendo il treno; con me ho una borsa capiente per i documenti ed un piccolo registratore portatile con alcuni nastri musicali. Ho stretto un impegno, con il Comune di Prato, che ho chiamato “Laboratorio dell’Immagine” e da alcuni anni ho prodotto materiali audiovisivi coinvolgendo gli studenti di alcuni Istituti medi superiori nell’ideazione, scrittura e realizzazione di video; ne abbiamo prodotti già tre: “Capelli”, “L’ultimo sigaro” e “I giorni e le notti – parte prima”. Con gli studenti abbiamo discusso anche quest’anno, dopo una parte teorica, ma non sono venute idee particolarmente brillanti; tuttavia da parte dell’Assessorato alla Cultura, che si occupa anche dell’Educazione per gli Adulti, è venuta una sollecitazione a collegare l’impegno produttivo del Laboratorio a quel settore. A maggio mi è stato dunque chiesto di lavorare su dei prodotti che pubblicizzino i Corsi di Educazione degli Adulti che il Comune sta attivando per l’anno scolastico 9293 ed è logico che debbano essere preparati ed approntati per settembre. Ma non c’è nulla di pronto e, dunque, devo pensare a cosa proporre. Ho in mente qualcosa che si colleghi ai miei amori…cinematografici; penso in particolare a Francois Truffaut e ad uno dei suoi film, “L’uomo che amava le donne”.

 

Truffaut

 

 

E’ un film del 1977, nel quale un ingegnere di Montpellier è attratto dalle donne, in particolar modo dalle loro gambe. “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.” dice e poi: “Per me non vi è nulla di più bello che guardare una donna mentre cammina purché sia vestita con un abito o con una gonna che si muova al ritmo del suo passo”. Ecco: il ritmo! Immaginavo infatti due giovani, seduti sugli scalini del Duomo di Prato mentre fumano e bevono qualcosa che loro aggrada, nell’atto di osservare seguendole, accompagnati da una musica che arrivi a loro attraverso un auricolare, gambe di donne che circolano davanti ai loro occhi. Una battuta potrebbe suonare così chiudendo lo spot: “Voi, non fate come loro, non indugiate: iscrivetevi ai Corsi di Educazione degli Adulti organizzati dal Comune di Prato”. L’idea c’è, un invito a non perdere tempo, a non bighellonare; manca la musica adatta. Sono sempre stato maniacalmente portato a scegliere musiche “speciali” per i video che ho prodotto. E non è affatto il caso di smentirmi: e dunque ascolto di continuo musiche, le ascolto e le riascolto, soprattutto nei tempi morti; soprattutto quando mi tocca attendere i treni, notoriamente non sempre puntuali. Ed allora, mentre osservo varie gambe femminili nel loro movimento inserisco “varie” colonne sonore che aspirano a diventare “la colonna sonora” di quello spot che ho immaginato. “It’s a jungle out there” cantata da Bonnie Tyler è la prescelta. Provate anche voi ad ascoltarla mentre osservate gambe di donne che si muovono davanti ai vostri occhi e fatemi sapere se siete d’accordo. Il video funziona; così come funzionano gli altri spot per i quali penso di utilizzare musiche meno ricercate. In uno coinvolgerò alcuni studenti del corso serale dell’Istituto “Dagomari” (a quel tempo era ancora in viale Borgovalsugana 63); in questo caso il messaggio partirà da una realtà positiva: i protagonisti hanno già scelto e bisogna fare “come loro”! In un altro spot protagonista è una casalinga annoiata che trascorre il suo tempo bevendo alcoolici mentre in poltrona con un telecomando nervosamente fà zapping fra programmi televisivi di scarso valore: in questo caso siamo tornati ad un punto di partenza “negativo” e ad un invito in “positivo” a non ingaglioffirsi davanti alla tv. Il quarto spot si svolge in una realtà bucolica un po’ paradossale; i protagonisti sono galline e pulcini cui sovrintende un gallo sotto l’occhio stanco di un cane da caccia affacciato alla sua cuccia. Il tutto avviene in un vecchio cascinale storico ed il messaggio parte dalla consapevolezza che “loro” (gli animali) non potranno iscriversi ai corsi ma, ed ecco il gallo che “canta”, è il momento di darsi una mossa per tutti gli altri. Gli spot sono dunque pronti nella loro ideazione; occorre realizzarli. Lo farò fra luglio, al ritorno dagli Esami, e agosto con i pochi allievi disponibili. Ma spero che siano un successo. Era l’estate del 1992.

per intero “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut Intorno alla Nouvelle Vague

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su “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut
Intorno alla Nouvelle Vague

Una delle mie passioni cinematografiche è stata quella per la Nouvelle Vague, il Free Cinema ed il Nuovo Cinema Tedesco. Da giovane, la mia voglia di indagare, scoprire, essere disponibile alla contestazione ma attento anche alla riflessione, mi spinse verso i movimenti cinematografici giovanili e sperimentali, ma anche narrativi. E fu così che mi accostai al cinema di Truffaut e Godard, a quello di Lindsay Anderson e di Karel Reisz fino a Wenders, Herzog e Fassbinder. La passione si affinò nel periodo “feltrino” a contatto con alcuni studiosi del Cinema, dal collezionista cinefilo Carlo Montanaro al prof. Antonio Costa alla docente di Cinema Cristina Bragaglia ai critici cinematografici come Maurizio Grande, Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini, che avevano appena contribuito in prima fila alla redazione della “Storia del Cinema” a cura di Adelio Ferrero per la Marsilio Editori.
Una volta trasferito in Toscana alla fine del 1982, tra Prato, Firenze ed Empoli proseguii a coltivare la mia passione.
Alcuni aspetti della mia presenza a Prato in quei primi anni sono già stati oggetto di analisi su questo Blog (il lavoro nell’ARCI, l’attività cinefila nell’UCCA, la fondazione del Cinema “Terminale”). Oggi credo sia molto importante ricordare l’attività del Cinema d’essai ad Empoli svolta con il compagno cinefilo, conosciuto alle varie edizioni del Festival del Cinema di Venezia negli anni precedenti, Jaurés Baldeschi. Accanto all’Unicoop di Empoli c’era uno spazio Cinema. Era non molto lontano dalla sede dell’Istituto (il Tecnico Commerciale “Enrico Fermi”) nel quale insegnavo ed infatti nelle ore libere, prima o dopo le lezioni, mi trattenevo tra l’Unicoop e la Biblioteca Comunale, dove lavorava sia Baldeschi sia Franco Neri, che ne era il Direttore (Franco poi è stato per lungo tempo alla “Lazzerini” di Prato con lo stesso incarico), ed insieme ad altri amministratori comunali e membri del Cineclub Unicoop si organizzavano inziative culturali, una delle quali peraltro produsse anche un volume preziosissimo di materiali critici cinematografici. Di questo intendo da oggi per qualche giorno attraverso più post trattare. Il tema che trattammo fu proprio la Nouvelle Vague. L’esperta di quel periodo era Giovanna Grignaffini. La contattai e la coinvolsi.
Nella parte organizzativa, insieme al citato Baldeschi, che è tuttora molto attivo sempre nell’ambito della cultura cinematografica in quel di Castefiorentino, a Bruno Berti, un medico appassionato di Cinema, e Giulio Marlia, che ha continuato ad occuparsi di Cinema come docente a Pisa, ebbi un ruolo primario (d’altra parte ero responsabile regionale dell’UCCA e membro nazionale del direttivo dello stesso organismo); non potetti essere molto partecipe nella parte finale del progetto, poichè in quelle settimane si annunciò la nascita di mia figlia Lavinia, che avvenne l’8 gennaio, e mi impegnò notevolmente nelle settimane decisive.
Su indicazione di Giovanna Grignaffini trovammo molto centrato il titolo della Rassegna “Verso la Nouvelle Vague”: l’intento era infatti di ricostruire la genesi cinefila che aveva prodotto la passione dei protagonisti di quel periodo, nata – quella passione – accrescendo la sua Cultura tra i locali cinematografici ed alcune riviste, una su tutte i “Cahiers du Cinéma” di André Bazin, suo protettore e mentore.
E, come già scritto sopra, cooperammo nella composizione di un libro denso di materiali di prima mano appositamente tradotti per la prima volta: “La pelle e l’anima – Intorno alla Nouvelle Vague”.

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PELLE E ANIMA — seconda parte
Il libro, edito da Casa Usher – Biblioteca dello spettacolo – Cinema a pagina IV portava una sintesi:
“Questo volume viene pubblicato con il contributo del Comune di Empoli, Assessorato alla Cultura, in occasione della rassegna “Fino all’ultimo Godard – 25 anni di Nouvelle Vague”, tenutasi ad Empoli dal 24 gennaio al 18 aprile 1984, allestita a cura di Jaurès Baldeschi, Bruno Berti, Giuseppe Maddaluno, Giulio Marlia, con la collaborazione di Regione Toscana, Amministrazione Provinciale di Firenze, Cineclub Unicoop, ARCI Empoli, Distretto scolastico n.25, Istituti scolastici superiri, Consorzio Toscano Cinematografico, Ambasciata di Francia.”
A pagina VII una breve presentazione da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Empoli, Lucano Ferri (che aveva seguito in prima persona tutte le fasi ideative ed organizzative della Rassegna):
Da qualche anno oramai, ad Empoli, si è sviluppato un nuovo interesse nei confronti del cinema, grazie al prezioso lavoro svolto dal cineclub Unicoop e dall’ARCI e da un nuovo e costruttivo rapporto che si è sviluppato con il mondo della scuola. Sono questi i presupposti che ci hanno stimolato a raccogliere questi maeriali di studio sulla Nouvelle Vague che ci sembrano di interesse, non solo nel nostro ambito locale, ma un più ampio respiro di carattere nazionale. L’interesse per il cinema transaplino è partito dalla primavera del 1983, quando, su specifiche richieste della scuola, il Comune di Empoli promosse una serie di incontri sul cinema francese degli anni trenta che ottennero un discreto successo e a cui parteciparono vari studiosi dell’arte cinematografica. Da qui lo stimolo per continuare l’analisi su una realtà cinematografica come la Nuovelle Vague che ha finito per influenzare e sconvolgere il panorma cinematografico mondiale. Pertanto, gli scritti e i materiali, inediti in Italia, che vedono la luce vogliono essere un modesto contributo al dibattito e alla riflessione su questo importante fenomeno.”

A pagina IX troviamo una Nota introduttiva curata da Jaurés Baldeschi:
“Tra il gennaio e l’aprile del 1984 il Comune di Empoli, attraverso il comitato comunale per le attività cinematografiche, ha realizzato una ampia rassegna cinematografica dedicata alla Nouvelle Vague con la presentazione di una quarantina di film, alcuni dei quali inediti in Italia. Perché una rassegna cinematografica, e di ampia portata, dedicata alla Nouvelle Vague? Per moda, per una trovata estemporanea, per snobismo culturale? Niente di tutto questo. La Nouvella Vague ha rappresentato uno dei momenti più alti di riflessione del cinema su se stesso, ha puntato uno sguardo molto attento sul mondo sociale e politico, ha vuto un notevole sviluppo nell’acquisizione di linguaggio, tecniche e tematiche, che anche se non del tutto originali perché mutuate dalla letteratura e dall’arte in genere, sono state approfondite sensibilmente e fatte proprie dai “nuovi maestri” del cinema. Se nel panorama cinematografico di oggi troviamo numerosi autori, più consapevoli del mezzo che usano, si deve soprattutto a quella stagione cinematografica. Se pensiamo a un film pregevole come “Lo stato delle cose” di Wenders, con la sua affascinante riflessione sul rapporto tra finzione e realtà nel cinema, sul senso del raccontare delle storie, non possiamo fare a meno di andare con il ricordo al Godard di quindici o venti anni fa (“Pierrot le Fou”, “Week-end”)….

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PELLE E ANIMA terza parte
…Questa iniziativa ha teso ad essere un tentativo di opposizione al riflusso politico ed ideologico dominante ed al massiccio revival del cinema hollywoodiano favolistico ed incantatore. In ultima analisi, un nvito a pensare criticamente il cinema.
L’interesse degli organizzatori era soprattutto quello di rivolgersi a due specifici settori di pubblico: la scuola e il “pubblico normale”. Per il primo si sono presentate diverse articolazioni nel modo seguente: il primo intervento è stato rivolto esclusivamente agli studenti con la preparazione di alcuni materiali propedeutici alla conoscenza del periodo e della tecnica cinematografica, l’altro diretto particolarmente ai docenti , ma senza escludere gli allievi, che tendesse a mostrare la rivoluzione linguistica e teorica della Nouvelle Vague, ad analizzare le valenze ed i significati del linguaggio filmico. Un terzo momento rivolto ad insegnanti e studenti con la presentazione in moviola (usando il videoregistratore) di alcuni film fondamentali della Nouvelle Vague. Per il “pubblico normale”, naturalmente non esclusi studenti e insegnanti, è stata allestita la visione di film e la fornitura dei materiali informativi. L’intervento si è articolato in più sezioni: al mattino cinque incontri nelle scuole superiori con una presenza media di quaranta studenti e due insegnanti. Venti proiezioni pomeridiane con una media di venticinque/trenta spettatori ciascuna, introdotte da un telegrafico commento e accompagnate da una scheda informativa. L’aspetto nuovo e interessante è stato l’inserimento nella normale programmazione del cineclub Unicoop di otto film di autori della Nouvelle Vague che hanno avuto ( e hanno ancora) un vivo successo, oltre che di critica, anche di pubblico, dal Godard di “Fino all’ultimo respiro” al Resnais di “La vita è un romanzo”. La partecipazione media a questi film ha oscillato tra le centottanta e le duecento presenze per ogni proiezione. L’iniziativa prevedeva inoltre, con una programmazione a incastro, una serie di sezioni monografiche così suddivise: film di autori che piacquero ai registi della Nouvelle Vague (Hawks, Hitchcock, Ray, Rossellini); film di autori attivi nello stesso periodo che in qualche modo furono influenzati e influenzarono la Nouvelle Vague. A completamento di questo lavoro abbiamo ritenuto utile proporre una serie di scritti inediti che, presentando una certa autonomia e completezza, non pretendono certo di porsi come esaustivi. L’idea di raccogliere questi interventi voleva rispondere ad una duplice esigenza, da un lato offrire agli interlocutori dell’iniziativa nel suo complesso anche un materiale più “specialistico”, e dall’altro individuare anche un interlocutore più generalizzato che è dato da quanti lavorano e studiano di aspetti cinematografici.
In questo senso la struttura stessa del volume ha tenuto presente quanto già edito in Italia su questo fenomeno, e soprattutto i materiali in corso di preparazione, legati all’iniziativa che il secondo Festival Internazionale Cinema Giovani di Torino dedicherà nel mese di ottobre all’esperienza della Nouvelle Vague.
Jaurés Baldeschi
Subito dopo a pagina XI del libro “La pelle e l’anima” c’è il frontespizio interno con l’Introduzione di Giovanna Grignaffini; ne riporterò qualche pagina per dare un’idea del valore del testo.
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PELLE E ANIMA – parte quarta
A pagina XIII del libro due frasi a epigrafe svelano le ragioni del titolo.
La prima è di André Bazin, figura fondamentale per gli autori della Nouvelle Vague, in modo particolare per Francois Truffaut, ed è riferita ad uno degli autori più importanti della Storia del Cinema, non solo quello francese, Jean Renoir. “I film di Renoir sono fatti con la pelle delle cose”
La seconda frase è invece di uno degli autori più colti e raffinati tra quelli che arricchirono la Nouvelle Vague, Eric Rohmer ed è riferita ad un altro dei grandi cineasti cui guardarono con particolare attenzione i giovani autori di quel periodo, Roberto Rossellini. “…come se “Europa ‘51”, solo con la forza di ciò che fa vedere….si proponesse di provare l’esistenza dell’anima stessa.”
Come avevo specificato a conclusione della parte terza, riporto solo una pagina, la XIII, dell’Introduzione di Giovanna Grignaffini

“La pelle e l’anima. Titolo provocatoriamente anacronistico, senza dubbio. Indubbiamente omologo però rispetto ai materiali che compongono questa antologia: materiali dentro a cui quei termini affiorano e rimbalzano con un’insistenza che diventa vera e propria ossessione. E riproporli non significa solo mettere in scena il desiderio di liberarsi di questa ossessione. Qualcosa di più. Innanzitutto la dichiarazione esplicita di non voler rimuovere lo sfondo in cui questi materiali si collocano e che non è semplicemente un generico “idealismo diffuso”, ma arriva a sfiorare quel cattolicesiomo che in Francia negli anni Quaranta Cinquanta si muoveva in bilico tra spiritualismo e fenomenologia. Nella convinzione, ovviamente, non che lì bisogna arrivare ma che da lì bisogna partire. La nostra intende dunque porsi come ricognizione che tenta il più possibile di stare a ridosso del proprio oggetto, nel tentativo non di cercarne alcune, fin troppo facili, modernizzazioni a posteriori, ma di farne emergere, lavorando sulla superficie dei testi, se non l’anima, almeno una qualche parziale verità. Ed è solo una speranza. Secondariamente, la convinzione che quei due termini siano in grado di significare, o almeno evocare, il nucleo teorico più originale e unitario che scorre attraverso la diversità dei materiali raccolti. Meno provocatoria, e più direttamente ancorata a paramteri storicisti, potrà apparire la seconda articolazione del titolo: Intorno alla Nouvelle Vague, che tende ad istituire un rapporto di derivazione tra questi testi di critica e teoria e l’esperienza cinematografica affermatasi in Francia verso la fine degli anni Cinquanta. Una derivazione questa, che la stessa “Mappa cronologica del nuovo cinema”, proposta in apertura di questa raccolta, sembra accreditare. A parte il fatto che quella “Mappa” parla di “Nuovo cinema” e non di Nouvelle Vague in senso stretto (e la cosa, come vedremo, non è affatto irrilevante), va sottolineato (come cerca di fare la stessa definizione “Verso la Nouvelle Vague. Dentro al cinema) che i testi presentati possono disporsi ad un doppio livello di lettura, potendosi riferire cioè innanzitutto ad un discorso generale sul cinema e secondariamente a quella esperienza cinematografica specifica. E si tratterà anche di stabilire le forme e i modi attraverso cui far scattare l’ipotesi della derivazione…………..

IX. UN MIO AMPIO INTERVENTO (PER L’OTTAVA PARTE VEDI 6 LUGLIO)

IX. UN MIO AMPIO INTERVENTO PER L’OTTAVA PARTE VEDI 6 LUGLIO

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.

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8 luglio un reloaded di un mio post del 7 marzo u.s. TEMPI NUOVI ….ci risiamo

8 luglio un reloaded di un mio post del 7 marzo u.s.
TEMPI NUOVI ….ci risiamo

Tempi nuovi. Lo dicevo ieri; lo ripeto oggi. Sicuramente questo grande evento cosmico (la “pandemia” non è stata ancora annunciata, ma di ciò si tratta) sconvolgerà le nostre esistenze. Inatteso come è giusto che sia, anche se le avvisaglie c’erano tutte ma fa parte dell’essere umani non riconoscerle o quantomeno, fingendo di non curarsene, esorcizzarne gli esiti.
Bisognerà in ogni caso resettare molta parte delle nostre giornate e guardare al futuro con una grande disponibilità a rivedere continuamente e progressivamente le nostre attività.
Ho di certo, per l’età, bisogni diversi da quelli dei miei figli e degli amici più giovani; ma sento il dovere di contribuire a far sì che anche per loro questa revisione possa essere meglio sopportabile, costruendo alternative utili, con la speranza che, poi, proseguano a praticarle.
Nel 2020 ci troviamo davanti alla chiusura delle scuole per un periodo – per ora – previsto di 11 giorni, ma che si annuncia essere molto più lungo (a cosa servirebbero 11 giorni? Forse è il “tempo” utile per avviare un resettaggio delle modalità didattiche): d’altronde è il 2020 ed in tantissime altre occasioni la letteratura distopica ha tentato di porci di fronte alle responsabilità che nel futuro sarebbero state necessarie di fronte ad eventi simili – ben peggiori – a questi.
In “tempi” diversi, alcuni anni addietro, in situazioni di “non emergenza”, ho anche io utilizzato le nuove tecnologie ( sono ancora presenti dei “gruppi” su Facebook che afferivano a classi di ragazze e ragazzi con cui si interloquiva annunciando temi, proponendo argomenti corredati da link: avevano dei “limiti” collegati essenzialmente al fatto che non tutti accedevano, per motivi diversi, a quelle piattaforme ) e ritengo che – nel pieno rispetto dei ruoli e dell’età – funzionassero come stimoli, pur nei limiti sopra esposti.
Da allora è trascorso poco meno di un decennio (le prime erano del 2010-2011, una terza, una quarta ed una quinta A ed una terza B) e le tecnologie sono migliorate. Guardate cosa fanno alcuni docenti (nella foto collegata all’articolo de “Il Tirreno” riconosco Marcello Contento) nella scuola dove ho insegnato per trenta anni.

https://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2020/03/07/news/il-dagomari-non-si-ferma-lezioni-a-distanza-grazie-a-un-applicazione-1.38559565

Dagomari
Quel che è importante è che ciascuno dei membri (sia docenti che allievi) possa partecipare in modo attivo e propositivo.
Tra le altre questioni che mi preme mettere all’attenzione è la consapevolezza “positiva” dei limiti umani di fronte ad eventi così drammatici (utilizzo il termine nella sua accezione catartica senza negatività). Gli stessi cinesi utilizzano lo stesso ideogramma per i concetti di “crisi” ed “opportunità”. Dunque, perchè non approfittarne in questo comune travaglio per coglierne insieme il senso?
E’ per questo motivo che la lettura dell’articolo del Corriere – sull’inserto culturale “7” – del 25 gennaio scorso sembra tagliato proprio intorno alle riflessioni che da qualche tempo ci perseguitano, al di là del Coronavirus. Quell’articolo merita un supplemento di indagine, partendo dalla mia realtà contingente, casualmente collegata all’epidemia in corso. Da un po’ di tempo trascorro ore ed ore, senza tuttavia trovare il bandolo della matassa, per mettere ordine nelle mie cose. Anche io ho accumulato fogli e fogli, libri e libri, immagini ed immagini.
Ne riparleremo, poprio a conferma dell’impossibilità di tale impresa.

https://www.corriere.it/sette/opinioni/polito/20_gennaio_25/pulizie-morte-diventare-grandi-quando-scompaiono-genitori-6255f93e-3fb7-11ea-9d81-62d1a4802e12.shtml?fbclid=IwAR3sqY59xB7grK0ts7TukWI5EMkDNdSLS1La_-Ocx2qRDTWJ3pVHQ1iJb90

PERCHE’ “I CONTI NON TORNA(VA)NO” (sulla “SCUOLA” di ieri e quella di oggi)

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PERCHE’ “I CONTI NON TORNA(VA)NO” (sulla “SCUOLA” di ieri e quella di oggi)

domani ritorna la parte 10 de “I CONTI NON TORNANO”

Avevo avviato su questo Blog a trascrivere e scrivere in forma di “racconto morale” un resoconto di quel che accadde alla fine del secondo millennio in quel di Prato. Lo avevo fatto dal 2016, dopo essere andato in pensione e dopo aver fatto decantare quella parte di irruenza che aveva caratterizzato la mia ( e quella di tante altre persone come me ) esperienza poltica e professionale, che nel caso in oggetto si riunivano in una sola ed unica. Avevo conservato molti materiali e li avevo riposti in una corposa e trasbordante cartella verde in una parte nascosta del ripostiglio. Sopra la copertina c’è scritto “Dimensionamento Dagomari”. Dentro ci sono tutti i materiali che possono ricostruire quel che avvenne. Come dicevo, poichè “I conti non torna(va)no”, aspettavo che fosse – a mio parere – maturo il tempo per riprenderli in mano e riportarli alla luce. Sembrava facile, ma non era così. Anche perchè il passare del tempo aveva accentuato il mio convincimento che in quell’occasione fosse stato inferto uno sgarbo verso uno dei più importanti istituti scolastici pratesi, il “Dagomari”, a vantaggio di un altro che in linea di massima era dello stesso valore, ma che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un trattamento addirittura migliore senza metterlo in concorrenza ( e porre in contrapposizione i loro fruitori appartenenti alle diverse componenti ).
Come dicevo, ho avviato nel 2016, con un post del 10 settembre, raccontando quel che accadde, utilizzando una forma di metanarrazione. In quel tempo ero docente di materie letterarie in quell’Istituto (il “Dagomari”), ero stato eletto consigliere comunale con il PDS nella prima Giunta Mattei con un alto numero di voti (terzo dopo Roberto Rosati e Yuri Chechi), ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura della Federazione PDS di Prato: una serie di ruoli che mi coinvolgevano molto in modo diretto sulla questione “Dimensionamento” quanto al destino della mia scuola, all’interno di un ragionamento politico che coinvolse tutti i partecipanti della Commissione politica (ivi compresi quelli che ricoprivano incarichi amministrativi).
Essendo tuttavia trascorso molto tempo dai fatti (1998-2000) e dallo stesso avvio di una trascrizione non solo metanarrativa ho ravvisato l’esigenza di spiegare nuovamente il “senso” di questi miei post.
La sequenza di eventi drammatici connessi ai fenomeni pandemici del Covid19 ha posto in evidenza ulteriormente gli errori macroscopici commessi negli ultimi decenni, di cui quelli connessi alla “storia narrata e documentata” sono evidenti avvisaglie.
In questi giorni, durante i quali si chudono le operazioni scolastiche – con gli Esami di Stato – e si svolgono in modo più urgente i dibattiti su come riaprire nel prossimo settembre, sarebbe bene avere in mente quali siano stati gli errori che hanno inferto colpi mortali alla Scuola (sovraffollamento, ambienti inidonei, obsolescenza delle tecnologie, esaltazione della burocratizzazione del lavoro docente, inadeguamento didattico: solo per menzionarne alcuni così come mi vengono in mente ex abrupto). In realtà sono questi i problemi più gravi cui far fronte e non possono essere delegat le soluzioni – se non nel tempo ristretto dell’emergenza – ai Dirigenti scolastici.
Dunque, nel procedere a strutturare i “ricordi” nel recupero della “memoria” (che è una delle mie “mission” dichiarate espressamente in alcuni post), qui dispongo una ssrie di post dal titolo “I conti non tornano”. Non torna(va)no allora e questi altri conti, a noi contemporanei, sono qui a spiegare perché mai, oltre ai temi della Sanità (pubblica vs privata) e dell’Economia (pubblica vs privata) abbiamo da valorizzare innanzitutto la parte “pubblica” della Scuola.

Joshua Madalon

STATE BUONI SE POTETE, PER PIACERE – TUTTO TORNERA’ COME PRIMA PEGGIO DI PRIMA – “Se ti va bene a queste condizioni…diversamente la fila è lunga!”

STATE BUONI SE POTETE, PER PIACERE

TUTTO TORNERA’ COME PRIMA PEGGIO DI PRIMA

“Se ti va bene a queste condizioni…diversamente la fila è lunga!”

Non dirò nulla che non si sappia già.
Le condizioni erano che il lavoratore veniva assunto a part-time ma poi le ore di lavoro effettive diventano molte di più. Molte volte c’è un rapporto di subordinazione servile che induce lo stesso lavoratore a non denunciare questi abusi. In qualche caso, durante un controllo, addestrati a mentire resi consapevoli e preoccupati dalla carenza di posti di lavoro “normali” (legali), dichiarano semmai di essere appena arrivati. Fondamentalmente il ricatto è legato a questa cronica carenza di “lavoro” e quindi ad un diffuso bisogno di trovarne uno, anche se in parte o in tutto illegale. Questo è solo un esempio minimo; a volte l’operaio, nel controllo, dichiara di essere appena arrivato e di essersi disposto a “provare”; oppure in altri casi i datori di lavoro, durante le ore notturne, quando il timore di un controllo è ridotto, accelerano i ritmi delle operazioni. Indubbiamente la condizione del lavoro è a rischio di un ritorno al passato, a forme di schiavitù che avremmo voluto ormai tramontate. In alcuni settori, come quelli della ristorazione ed in particolare nei pub o comunque in localini dislocati nel centro delle città, dove si svolge la “movida”, non è raro imbattersi in rapporti di lavoro siffatti più o meno legali, a seconda del grado di onestà dei datori.
Chi dovrebbe controllare perchè a ciò preposto e delegato si dice molto spesso che non abbia strumenti e mezzi per poterlo fare in modo diffuso e questo, forse, è in gran parte vero. In qualche occasione, poi, sorge il dubbio che alcuni strumenti ed alcuni mezzi non vengano utilizzati di proposito; ed in questo caso ovviamente si può parlare di complicità. Ovviamente dovrebbe essere lo Stato a pretendere che le leggi vengano rispettate anche nella loro applicazione concreta: un maggiore e rigoroso controllo potrebbe comportare una migliore condizione sociale diffusa. Un “controllo” sociale potrebbe essere una delle soluzioni: chi svolge la sua attività onestamente dovrebbe essere il principale controllore. Chi rispetta le regole ne paga gli effetti mentre coloro che non le rispettano finiscono per nuocere principalmente ai primi ed intossicano il mercato. Per non parlare di quel che significa questa elusione (in qualche caso anche “evasione”) per le casse dello Stato nel suo complesso: ci si lamenta dell’esosità dello Stato, e a volte lo si fa per giustificare – a se stessi ma non solo – l’illegalità; tuttavia quello che accade è un generale abbassamento del tenore di vita generale ed impoverimento sociale.
Ho portato pochi esempi, ma voglio qui ricordare quel che scriveva l’altro giorno un mio amico di Facebook riportando un dialogo “illuminante” ascoltato in uno dei tanti bar eleganti della città
“… E allora gli ho spiegato a quei tre: prendete la cassa integrazione ma venite a lavorare e io vi pago a nero. Alla fine costate meno ma guadagnate di più”.
Forse era un artigiano, un industriale, non so, l’amico non lo specifica. Ma è indubbio che con questa gente, dopo l’emergenza, le cose andranno peggio, altro che “meglio”, altro che “andrà tutto bene!”. Non so se tra i commenti ci sia stato qualcuno che, illuminato, abbia segnalato che in questa particolare situazione, laddove ci fosse un controllo fatto bene, a venirne sanzionato – penalmente, fiscalmente e moralmente – non sarebbe soltanto il datore di lavoro ma anche l’operaio che avrebbe frodato lo Stato e nociuto gravemente anche ad altri più onesti e corretti di lui.

UN PROGETTO PER IL CINEMA -Prato 2 gennaio 1984 seconda parte (per la “prima” vedi 5 giugno)

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UN PROGETTO PER IL CINEMA Prato 2 gennaio 1984 seconda parte (per la “prima” vedi 5 giugno)

Lo “stato del Cinema”

Intendo soffermarmi, anche se solo brevemente, su alcune considerazioni di carattere teorico, che appaiono necessarie a delineare il quadro della nostra realtà e della nostra società entro il quale intendiamo agire per sviluppare le basi per un suo rinnovamento, per un suo miglioramento.
Personalmente ritengo che tutte le premesse teoriche possano servire a riempire molte pagine, ma siano inutili, vuote ed ipocrite senza un progetto serio di attuazione pratica che le sostenga: è inutile quindi affastellare argomenti su argomenti, citazioni su citazioni, è inutile ripetere le stesse idee, spesso le stesse frasi, ormai rese degli “slogan” pronti ad ogni uso, è inutil soffermarsi a far grandi, e quasi sempre uguali, valutazioni sullo “stato delle cose”, è inutile preconizzare mutamenti sociali in positivo senza offrire un progetto di cambiamento effettivo della realtà con la partecipazione attiva delle masse. E certamente, cerchiamo di capirci, quando scrivo “masse”, intendo non una massa di persone indistinte, ma un gruppo sempre più largo di persone coinvolte e a loro volta coinvolgenti, interessate ed interessanti, stimolate e stimolanti, che partecipino con pari dignità , con pari meriti e responsabilità alla gestione dell’Azienda.

Diversamente ci troveremmo di fronte ad un progetto che, pur prevedendo il contributo della gente, in effetti tende ad emarginarla, a renderla soggetto piatto e passivo solamente e privo, se non altro, di capacità analitica. Nello stesso momento, dunque, in cui mi accingo ad esprimere mie opinioni su questa nostra realtà, cerco di sintetizzare teoria e prassi dell’intervento che andiamo a compiere.

Ci troviamo di fronte ad una situazione, soprattutto quella italiana, per quanto riguarda il “cinema” e proviamo ad analizzarla. Questo settore attraversa uno stato di crisi che si trascina da anni ed ha una doppia natura: di idee e di spettatori. Se da una parte le due accezioni praticamente sintetizzano una situazione particolarmente drammatica, che si concretizza poi in una continua e sempre più irreversibile chiusura di sale cinematografiche, dall’altra un nuovo settore viene ad essere privilegiato, quello della televisione, canale di diffusione dei materiali filmici, scelto sempre più frequentemente dagli stessi produttori, come stanno ad attestare le recenti messe in onda de “Il Conte Tacchia”, “Il Marchese del Grillo”, “Il tempo delle mele”, quest’ultimo poi ritirato “in extremis” dalla casa di produzione francese GAUMONT.
Tutto questo si verifica in un contesto, più volte denunciato dalla nostra Associazione, che si caratterizza pr una assenza legislativa colpevole da parte di governi latitanti ed irresponsabili, che non riescono da una parte a costruire una legge sulla cinematografia che sia al passo dei tempi (ma l’iter di una qualsiasi legge di riforma nella nostra storia parlamentare ha raramente permesso di fornire una risposta adeguata ai bisogni reali della gente), dall’altra ad emanare nuove disposizioni che regolamentino l’attività delle televisioni private e che colpiscano duramente quei “network” che trasgrediscono le regolamentazioni preesistenti.

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