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IL CAMBIAMENTO in peggio o in meglio? CHISSA’!

CAMBIO VERSO? sì ma quello delle poesie

Perché mai – mi vado chiedendo negli ultimi tempi – ho impegnato tanti dei miei anni nella Politica? E’ un mondo in genere di un’aridità e di una volgarità incommensurabile; non dico che non vi siano tante persone colte, raffinate, belle davvero “dentro”: dico che vi prevalgono essenzialmente le mezze cartucce che non si chiedono a chi serve il loro impegno ma a chi possa interessare il loro voto ed il loro appoggio e come trarne benefici personali o, al massimo, quelli del loro più stretto entourage. In questo non vi è alcuna differenza fra Destra, Centro o Sinistra e non salvo nessuna di queste categorie, considerandole di pari livello: infimo ovviamente. Certamente, e qui per correttezza mi ripeto, vi sono tantissime persone in buona fede che hanno portato, e continuano a portare, acqua ai mulini delle loro forze politiche; persone che non solo ci credono ma che sono pronte a giurare sulla onestà dei loro riferimenti nei diversi gradi di carriera. Per le loro capacità di sopportazione o di dabbenaggine li invidio ma non sono più disponibile a confondermi con loro. Quello che è accaduto nelle recenti elezioni amministrative regionali è il frutto di uno smantellamento evidentemente voluto – forse anche accelerato dagli scandalosi e criminosi comportamenti diffusi su tutto il territorio ed in tutti i Partiti – da una occulta regia di tutto l’ordinamento del nostro Stato. Ogni anello si tiene all’interno di una logica incontrovertibile e la Storia non va mai dimenticata; gli italiani ogni tanto se lo sentono ripetere ma non sono più in grado neanche di “ricordare” perché quasi sempre la dimenticanza fa rima con ignoranza. E non è quindi immotivato il mio allontanamento volontario dalla Politica all’interno di un Partito; mi dedicherò alla lettura ed alla scrittura. In modo esclusivo, continuando però a denunciare la deriva drammatica del nostro Paese, della nostra Democrazia e degli ideali che l’avevano creata all’indomani delle Seconda Guerra Mondiale.

Giuseppe Maddaluno

NASO LUNGO E PEDALARE

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Sì, è vero. Quel grillo (la minuscola è d’obbligo visto i tempi, per evitare di essere confusi) parlante potrei essere io o tanti (tanti, sempre di più, ma non lo si vuole capire: IO non diserterò le urne, lo si ricordi). E quel ragazzotto bellino, simpatico, carino, convincente nelle sue “bugie” (ma il naso che cresce alla fine le rivelerà e vanificherà i progetti) che alcuni chiamano PINOCCHIO potrebbe avere altra faccia, come ad esempio quella del leader PD e Presidente del Consiglio per grazia napoletanica ricevuta.

VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA – racconto con sceneggiatura – parte 4

 

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VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA – racconto con sceneggiatura – PARTE 4

Voce fuori campo di Giuseppe sulle immagini del giardino: “Dove eravamo? Ci sembrava di essere arrivati in un paradiso! Non ricordo mai di essermi sentito così pacato e tranquillo. Quel luogo mi piaceva…”

Voce fuori campo di Maria mentre le immagini girano intorno alla fontana centrale seguendo lo sguardo di Maria in soggettiva: “Dove poteva essere la città industriale? mi  pareva di essere arrivata in aperta campagna. La città ci aveva ben accolti, smorzando l’angoscia per l’incerto futuro e rinnovando l’entusiasmo per la scelta che si stava compiendo”.

In un angolo non visto dai due viaggiatori un piccolo set allestito con due giovani seduti su una panchina.

Giuseppe e Maria proseguono verso il Ponte alla Vittoria. Controcampo Giuseppe e Maria superano il Ponte.

Panoramica su Piazza San Marco con il “Buco di Moore”.

Voce fuori campo di Giuseppe: “Ci siamo chiesti subito cosa fosse…quella pietra fatta ad arco che troneggiava sul prato di fronte a noi.”

Primo Piano dei due in raccordo con la scultura. Senza parlare lui la indica a lui. Poi PP dei due che fermano un signore di passaggio, gli chiedono (evidentemente) cosa mai sia. Ricevono con mimica inequivocabile  una risposta negativa.   Voce fuori campo di Maria: “Non eravamo gli unici a chiedercelo, anche fra i pratesi c’era chi non sapeva ancora cosa volesse significare”.   Dissolvenza in chiusura  e buio e sotto voce di Maria “Lo sapemmo solo più tardi, arrivando in albergo”. Suono di un campanello – dissolvenza in apertura e particolare del dito di Giuseppe sul pulsante.

Dissolvenza in chiusura. Musica in sottofondo “new age”. Dissolvenza in apertura. Reception di modesto albergo. Al desk non c’è nessuno. Campo totale su ambiente. Giuseppe si avvicina al desk mentre Maria si accomoda in una poltrona al suo lato con i bagagli. Giuseppe prepara intanto i documenti. Un signore di mezza età, chiaramente l’albergatore, si avvicina: “Buongiorno. I signori hanno prenotato?” “Giuseppe: “Sì, sotto il nome di Chiaromonte. Una matrimoniale”. L’albergatore osserva – siamo in Campo Totale – il registro. Poi Piano Americano dei due (albergatore e Giuseppe) alternato e Primo Piano sull’albergatore alternato con Primo Piano di Giuseppe dalle spalle dell’albergatore che preleva i documenti: “E’ la 205. Spero possa essere di vostro gradimento. E’ tranquilla e panoramica. Al quarto piano. C’è l’ascensore. In fondo a  sinistra quando uscite. Benvenuti a Prato, signori Chiaromonte.”

Entrano nell’ascensore in Campo Totale con albergatore e i due. Ellissi in soggettiva. Siamo di fronte alla 205. La porta si apre (non si vede chi la apre) e nel semibuio la ripresa avanza fino all’apertura delle tendine e della finestra su un panorama cittadino con abitazioni tutte più basse e campanili. La stanza si illumina e la ripresa la rappresenta. Voce fuori campo di Maria a partire dall’apertura della finestra, dal panorama e dalla camera: “Luminosa ed accogliente, saremmo stati bene, anche se non si trattava di una vera e propria vacanza. Avevamo il desiderio di trasferirci in un luogo che fosse più aperto, più ricco di stimoli, più colto; avevamo insieme pensato alla Toscana, a Firenze o ad un centro che fosse tranquillo ma anche pieno di attività artistiche e culturali, un luogo dove anche i rapporti umani e civili fossero altrettanto positivi aperti e proiettati verso il nuovo.”

Giuseppe intanto ha aperto le valigie ed ha ordinato gli oggetti personali suoi sul comò e sul comodino. Maria conclude il suo pensiero “off” e fa lo stesso mentre Giuseppe si avvicina alla finestra. La ripresa va a cogliere in soggettiva altri luoghi dall’alto della visuale: “La mia attività in provincia di Belluno era stata entusiasmante. Accanto alla professione di insegnante avevo speso più di una stagione nella pratica politica, sindacale e nell’organizzazione culturale di tipo integrale. Avevo avuto dei buoni risultati, soddisfatto sì ma volevo comunque cambiare aria, mi affascinava questa piccola possibile nuova avventura, questa nuova stagione ed avevo deciso che con quel poco d’esperienza avrei dedicato la mia attività all’arte, alla cultura, tralasciando la deludente pratica politica e sindacale.”

GIUSEPPE E MARIA parte 4 – continua

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reloaded IO SONO UN PAZZO CINEFILO – PASSIONE VIGOTRUFFAUT

Anfiteatro di Nimes
Les Mistons  e BernadetteLes Mistons ed anfiteatroTruffaut

Io sono un pazzo cinefilo. Sono nato con il Cinema nel sangue e quindi capita sovente che molti argomenti evochino in me rimandi cinematografici, ancor più se si tratta di storie francesi come quella di Aigues-Mortes di cui ho trattato nel post precedente. Merito, anche se non solo (e poi forse in fondo svelerò anche questo piccolo segreto), degli Esami di Stato e dell’incontro con l’allievo Niccolò Lair è questo approfondimento su un luogo che è la città di Nimes, capoluogo del dipartimento del Gard nella regione della Linguadoca-Rossiglione. In questa città risiede la nonna paterna di Niccolò e la classe è andata in quest’ultimo anno a visitare quella regione della Provenza e la stessa cittadina. Sotto la guida della nonna hanno potuto visitare l’Anfiteatro romano ed i resti del Tempio di Diana, oltre ad apprezzare la vivacità culturale della città moderna. Ma andiamo pure ai “rimandi cinematografici” del folle cinefilo che è in me. Ho visto decine di volte l’Anfiteatro di Nimes senza mai esserci stato e non in uno dei possibili documentari sulla Provenza e la Linguadoca ma nel film d’esordio di uno dei più grandi autori cinematografici, cinefilo anch’egli ed organizzatore di cineclub, Francois Truffaut. Non posso nascondere la mia predilezione per il grande regista francese che è stato il mio virtuale educatore prendendomi per mano con le sue storie ed accompagnando la mia vita dal 1957 al 1984. Truffaut per il Cinema è stato “tutto”: da bambino è stato precoce spettatore quasi sempre “clandestino” (si intrufolava dall’uscita); ma non gli bastava vederli (ne ha visti a migliaia fra i 14 ed i 24 anni): doveva scriverne e parlarne. Quindi amava proporsi come “critico militante”ed insieme ad altri giovani, come Godard, Rohmer, Chabrol, Rivette, iniziò quella rivoluzione del Cinema francese che si chiamerà “Nouvelle Vague”. Tutto inizia con un articolo sui “Cahiers du cinema” dal titolo “Une certaine tendance du cinéma francais” del gennaio 1954. Dalla critica militante all’elaborazione di nuove idee contro l’artificiosità e l’innaturalezza dei vecchi bacucchi il passo fu logico e conseguenziale. Attratti dal Neorealismo italiano i giovani futuri grandi cineasti cominciarono a girare in strada con attrici ed attori di nuovissima leva, utilizzando l’illuminazione naturale e la presa diretta. Truffaut, e qui torniamo a Nimes, dopo un primo timido approccio al Cinema con un prodotto in 16 mm del quale, complice l’autore, non abbiamo traccia, nel 1957 girerà il suo primo vero film tratto da un racconto di Maurice Pons, “Les Mistons” (letteralmente “I monellacci”), nel quale inserisce sia il passato cinematografico (“L’arroseur arrosé” dei fratelli Lumière) che alcuni richiami al cinema americano con la finta sparatoria che, per l’appunto, si svolge fra questi cinque protagonisti, i monellacci del titolo, nell’anfiteatro di Nimes. Questo sito archeologico viene ripreso nella sua interezza per seguire le vicende di una giovane, Bernadette, che stimola con le sue forme perfette le fantasie dei ragazzi nei loro primi loro turbamenti sessuali. Si impegneranno a fondo per disturbare la storia d’amore di Bernadette e Gerard fino a quando non scopriranno poi una drammatica tragica verità: Gerard è morto in un incidente e questo evento sancirà anche, forse, la loro maturazione. “Les Mistons” è anche caratterizzato da una certa ansia cinefiliaca, come dicevo prima, per cui Truffaut inserisce nel mediometraggio (26’) oltre alle passioni citate alcuni richiami ad un altro mito (suo ma anche mio) della Storia del Cinema e della malattia “cinefiliaca” che è Jean Vigo, acquisendone i movimenti dei corpi dei ragazzini che richiamano una profonda anarchia libertaria come in “Zero de conduite”. Inoltre “Les Mistons” anticipa tutta la serie successiva dedicata all’educazione ed alla crescita di Antoine Doinel, figura alter ego di Truffaut, del quale ricalca molti aspetti autobiografici. Il film ancora oggi, benché Truffaut non lo amasse in modo particolare, esprime una straordinaria freschezza, non fosse altro per la bellezza del corpo di Bernadette e per la straordinaria vitalità dei ragazzini (il personaggio di Gerard è opaco e non rimane impresso nella mente degli spettatori). Truffaut in effetti, come ha poi continuato a fare in seguito, si pone dal punto di vista dei “monellacci” sentendosi molto a suo agio nella descrizione delle loro intime tempeste, delle loro esuberanze. Anche il regista era attratto da Bernadette Lafont, interprete del personaggio femminile suo omonimo. “E’ sempre con emozione che ritrovo Bernadette Lafont, il suo nome o il suo viso, il suo mprofilo stampato su una rivista o il suo corpo flessuoso in un film, perché, anche se sono più vecchio di lei, abbiamo debuttato lo stesso giorno dell’estate del 1957, lei davanti alla macchina da presa, io dietro….Quando penso a B.L. artista francese, vedo un simbolo in movimento, il simbolo della vitalità, dunque della vita” dirà Truffaut in occasione di una retrospettiva dei film dell’attrice, alla quale nel 1972 aveva consegnato il ruolo di protagonista in un altro film “Une belle fille comme moi”.
Ed ora il film, dove si possono vedere le strade di Nimes, i boschi ed i corsi d’acqua che circondano quella città ed i reperti archeologici come l’Anfiteatro, va guardato per intero (lo troverete allegato a questo articolo). Rendiamo omaggio a chi ci ha stimolato a parlarne: l’allievo Niccolò Lair.
In definitiva vi svelerò il segreto: sto lavorando ad una presentazione di questi miei “amori” che sono Jean Vigo e Francois Truffaut di cui ad ottobre ricorrono rispettivamente gli 80 ed i 30 anni dalla morte. Grazie.
Continuerò a commentare altri stimoli sopravvenuti “grazie” agli Esami di Stato di quest’anno nei prossimi giorni.

reloaded NON SONO UNA PERSONA NORMALE con un brevissimo post scriptum

…e ci metto la faccia!

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“NON SONO UNA PERSONA “NORMALE”; suppongo, però, che nessuno fra quanti mi leggono possa dire di essere “normale” nè io ritengo di poterlo mettere in dubbio. Fin qui, mi pare, mi vado inoltrando in uno sterile “sofisma”. Ed io, dunque, nè per esaltare nè per offendere e tanto meno per mostrare e mantenere equilibrio posso dire di alcuno che sia persona “normale”. E non giurerei, ponendo la mano sul fuoco, possano essere considerate “normali” le macchine, gli automi, dotate ciascuna di esse di elementi unici anche quando sono prodotte in serie per motivi sia umani che meccanici. E la mia, come la vostra, unicità è legata in modo inscindibile alle innumerevoli uniche e varie esperienze vissute in modo diretto o indiretto.. il mondo in cui viviamo oggi è lontanissimo da quello in cui agivamo negli anni della nostra infanzia e della giovinezza; è abbastanza lontano anche da quello in cui eravamo trentenni o quarantenni, e cinquantenni: ora siamo nella fase del “sessantennio” verso la sua fine. Abbiamo più da ricordare che da sperare per noi; ma non ci fa difetto la progettualità perché, anche se non ci è stata data l’esperienza diretta della guerra e della desolazione ne abbiamo raccolto gli elementi ed i valori positivi e non li abbiamo mai dilapidati soffocandoli con una miscela di disvalori quando a tanti sembrava lontana la fase dell’impegno sociale e civile e venivamo intontiti attraverso i mass media con le città da bere e da vivere allegramente, con la creazione di illusioni per i poveri costretti a rifugiarsi sempre più davanti alla “scatola magica” delle televisioni commerciali. Ecco, se penso ad una normalizzazione penso all’inebetimento dei consumatori di programmi televisivi sempre più ammiccanti e di bassissimo livello culturale, quelli che appartengono con una formulazione molto cult chic alla produzione “nazional-popolare”.
Gli anni progressivi di una crisi incessante che ha seminato e prodotto miseria distribuendola in modo iniquo e quasi sempre con gli stessi recapiti: ai ricchi maggiori ricchezze, ai poveri maggiore miseria; quegli anni ci stanno addosso come una coperta di bollente pece che non vuole staccarsi.
Provate a leggere i settimanali “leggeri” fatti per menti semplici ed aspiranti voyeurs che abbiano bisogno di nutrirsi di storielline amene e piccanti che le consolino o le facciano gioire di rimando godendo semmai della felicità o delle tragiche vicende altrui, meglio se noti e ricchi. Provate a seguire qualcuno di quei programmi che si occupano delle feste e dei ritrovi “vip” o, semplicemente, se vi trovate a passare, ad affacciarvi alla porta di uno di questi locali ( come ho fatto io, tre anni orsono al Twiga Beach Club*, locale solo per gente facoltosa di Forte dei Marmi ) ed allora scoprireste che, lì, come hanno continuato a dirci per anni per umiliarci ulteriormente, la crisi non si è affacciata e che quei signori lì considerano noi “straccioni” degli “sfigati” e invitano i nostri figli, anche quelli ben diplomati e laureati, a lavorare per loro, garantendo munifiche mance. Altro che “brioches”. Anche questi “vip” non sono persone normali; il loro tempo ha ritmi diversi da quelli che, ad esempio, mi appartengono. Ed è anche nel “tempo” che ci si diversifica: il tempo dello studio, quello della socialità, quello ancora della “curiosità”. Esso si sviluppa nell’azione culturale ed in quella politica e spazia nella società. Questo è il mio tempo che fa di me una persona “unica”, “speciale” non “normale”. Così come uniche speciali e non normali sono tutte le altre persone ivi comprese le tante che in apparenza hanno poco da raccontare. Cercherò, da persona “non normale”, di raccontare le tante storie di donne ed uomini “non normali” in questo BLOG.
Joshua Madalon

* nel 2012 ero Presidente di Commissione Esami di Stato a Marina di Massa ed ospite pagante della Casa per Ferie La Versiliana a Fiumetto – avevo fra i candidati dei “fortunati” giovani che lavoravano nella struttura che era gestita da Briatore e quindi ero bene informato. Un “misero” docente, lieto ed orgoglioso di non essere una persona “normale”, non avrebbe mai potuto accostarsi al Twiga Beach Club.

Post scriptum per il “reloaded”: contento di non essere una persona normale ma ancor più contento nel sapere che un personaggio come Briatore mi dicono che abbia molta stima verso l’attuale Premier! ed è in ottima compagnia!

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – UN CONTRIBUTO DI Germana Volpe – LUX in FABULA – Pozzuoli 21 ottobre ore 18.00

Copertina Sales Gomes

A POZZUOLI PRESSO LUX IN FABULA – RAMPE CAPPUCCINI 5 – MARTEDI’ 21 OTTOBRE ALCUNI GIOVANI – Federica Nerini, Emma Prisco – Germana Volpe e Roberto Volpe coordinati da Claudio Correale (Lux in Fabula) e Giuseppe Maddaluno (Dicearchia 2008) discuteranno di Jean Vigo e Francois Truffaut a 80 anni e 30 anni dalla loro scomparsa

Questo è un contributo di Germana Volpe

La biografia di Sales Gomes, dal titolo Vita ed opere del grande regista anarchico Jean Vigo, portata direttamente da Giuseppe Maddaluno presso i locali dell’Associazione Lux in Fabula, mi ha permesso di conoscere un maestro del cinema francese, noto per i suoi film documentari dal forte contenuto sociale.
Jean Vigo nasce a Parigi il 26 aprile 1905: suo padre è Eugène Bonaventure de Vigo, militante anarchico e direttore della testata giornalistica Le Bonnet Rouge, meglio noto come Almereyda (Y a la merde), secondo un gioco di parole molto in voga presso gli ambienti anarchici francesi. L’intensa attività politica di Almereyda, volta ad arginare l’avanzata dei repubblicani guidati da Clemenceau, è interrotta nel 1914 con l’arresto nella prigione di Fresnes. Nel 1917 il suo corpo viene trovato in cella, strangolato con i lacci delle sue scarpe. Jean Vigo, appena dodicenne, apprende la dolorosa notizia della sua scomparsa. La libertà di pensiero, la voglia di cambiamento, la speranza in condizioni di vita migliori che caratterizzavano lo spirito di Almereyda, saranno motivo di orgoglio per Jean e filo conduttore di un legame che non verrà mai a mancare, nemmeno nei film che il giovane Jean Vigo realizzerà nel corso della sua breve attività cinematografica. Le sue pellicole trattano tutti i temi da sempre cari al mondo anarchico paterno, dimostrando tutta l’influenza che questa figura seppe avere su di lui. Al contrario invece, la madre del giovane, Emily Clero, non ha mai buoni rapporti con il figlio e questo muro così spesso e difficile da abbattere, sarà analizzato e superato attraverso l’arte e con la maturità.
Suo primo film, la pellicola muta del 1929, dal nome A proposito di Nizza, è un’aspra critica contro quella società borghese sorda al grido di miseria e povertà che si avverte nel bassifondi cittadini, dedita solo al gioco d’azzardo e al divertimento sfrenato. Il clima carnevalesco che si respira nella città è il pretesto per svelare i falsi valori a cui il mondo dei ricchi, comodamente seduti al sole, fa riferimento. Bellissima la fotografia e i giochi a cui Vigo da spazio nel corso delle varie scene: tutto inizia con delle spettacolari riprese aeree.
Il secondo film è Zero in condotta, pellicola del 1933, opera biografica in cui Jean racconta la dura vita trascorsa nel collegio di Millau. Girato in soli otto giorni, in condizioni di salute molto gravi, il film vanta la partecipazione di soli tre attori professionisti (il direttore del collegio, il professore e il sorvegliante), mentre i bambini, veri protagonisti dell’opera, sono stati scelti direttamente dalla strada o dai retrobottega: a loro vanno i meriti maggiori per la riuscita del film. Tra le ingiuste punizioni inflitte dagli ottusi adulti della struttura a tre giovani, c’è “lo zero in condotta”, voto che impedisce a questi di godere dell’uscita domenicale concessa abitualmente. Stanchi di subire i ragazzi mettono in atto un piano per sabotare i grandi e ribellarsi finalmente alle angherie dei loro superiori. Il film è stato censurato perché definito antipatriottico dalla critica (si temeva, infatti, che alla sua visione sarebbe seguita la rivoluzione) e vide la luce solo nel 1945. Molti sono i riferimenti all’anarchia: non dobbiamo dimenticare che negli anni 30’ il fascismo la faceva da padrone in Europa ed ecco perché la censura ha avuto la meglio su questi film dall’alto contenuto anti-capitalistico e anti-autoritario.
Nel 1934 fu la volta de L’Atalante, ultima opera del maestro Jean Vigo. Il film è stato girato nei pressi di un fiume nel mese di novembre e racconta della storia d’amore tra due giovani, un marinaio di nome Jean e la sua bella, Juliette. Il film non ha una chiave di lettura semplice: i due novelli sposi partono a bordo della nave da cui prende nome il film. La monotonia dei giorni in mare e un litigio tra la coppia, causato per l’attrazione che Juliette nutre nei confronti di Pere Jules, altro marinaio, è causa dell’abbandono dell’imbarcazione da parte della donna, che decide di fare un giro per Parigi, ma non riesce più a ritornare a bordo per uno strano scherzo del destino.
Jean Vigo, gravemente malato di tubercolosi, muore a Parigi il 15 ottobre 1934, lasciando l’affezionatissima moglie Lidou. Sino alla fine dei suoi giorni, durante il lungo periodo di malattia che lo vide sempre in preda ad una fortissima febbre, Jean Vigo non ha mai smesso di far sorridere i suoi cari e di dedicarsi al suo lavoro. Una frase riassume tutta la sensibilità di cui era dotato questo genio dell’arte cinematografica, scomparso troppo prematuramente, a soli trent’anni: “Godiamo di una calma esteriore e la nostra inquietudine batte meno forte. A mangiar bene, a dormire venti ore, a riposare sulle sdraio, a passeggiare un poco, a parlare di meno, si arriva a risultati sbalorditivi. Certo conserviamo tutte le nostre pene, tutti i nostri debiti che anzi possono pure aumentare. E se ci dolgono i reni fino a piangere, ebbene, si va avanti. L’avvenire non si schiarisce, e la nostra situazione materiale, morale e artistica, rimane altrettanto brillante che dopo mille perdite di tempo dietro personaggi qualificati e inqualificabili. Ma almeno non si toglie niente al proprio amore. Lo sguardo è lungo quanto deve esserlo, e la carezza anche. Una spalla è sempre pronta per la tua testa stanca e la mano non viene mai meno. …alle telefonate di amici troppo tristi, tu rispondi e aspetti la loro visita perché puoi fare molto per loro, se però prima metti via l’orologio.”
Senz’altro, se questo brutto male non lo avesse colpito, sarebbe rimasto in vita più a lungo, allietandoci con ulteriori capolavori: ma il destino permette a chi vive poco di vivere intensamente ogni attimo… e Vigo ci è riuscito. Ha saputo prendere il brutto e il cattivo delle sue giornate, piene di una sofferenza che non possiamo nemmeno immaginare, riempiendolo di tutto l’amore che aveva per la sua arte e a vivere pienamente l’affetto dei suoi cari amici. E se siamo qui ancora a ricordarlo, a distanza di ben ottant’anni, è perché la sua opera ha lasciato indubbiamente un segno nella storia del cinema, come umanamente lui nel cuore di chi ha avuto modo di conoscerlo.
La biografia di Jean Vigo è disponibile gratuitamente in formato digitale sul sito di Città Vulcano a chiunque ne faccia richiesta.

Germana Volpe

Passeggiata storica a Poggio a Caiano (Po) presso la meravigliosa Villa Medicea Ambra e il colle di Bonistallo

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Avevamo dedicato un post (il 20 settembre u.s.) su questo Blog alla visita alla quel con l’Associazione “ARTUMES” e con Maria Antonia Serafini avevamo partecipato lo scorso 20 settembre. Ne avevamo annunciata un’altra. ECCOLA!

PASSEGGIATA STORICA A POGGIO A CAIANO (Po)
GIORNO 11 OTTOBRE 2014, ORE 15:00

Dopo il successo della passeggiata storica a Comeana l’Associazione Artumes propone un nuovo appuntamento alla scoperta di Poggio a Caiano: un meraviglioso percorso tra le sale della Villa Medicea Ambra, recentemente entrata a far parte del Patrimonio dell’UNESCO. Inoltre l’appuntamento ci porterà in visita anche presso le chiese di Bonistallo alla ricerca della storia del territorio! Ritrovo presso l’ingresso della Villa Medicea, Piazza dei Medici 14, alle ore 15:00. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA entro le ore 12 di giorno 11 ottobre. Per info e prenotazioni: 339 1958024, mail info@artumes.it. L’iniziativa si svolgerà con un minimo di 10 partecipanti, anche in caso di pioggia. Contributo: euro 3 a persona. Vi aspettiamo!

Salve a tutti! Invitiamo coloro che vorrebbero partecipare alla nostra passeggiata storica a Poggio a Caiano (Po) presso la meravigliosa Villa Medicea Ambra e il colle di Bonistallo a contattarci, prenotare o confermare la loro presenza. Per info e prenotazioni: 339 1958024, mail info@artumes.it
Grazie
A presto!

CAMBIO VERSO – per la mia vita – 3

sono davvero carini questi “gufetti!!!”

Qualcuno fa finta di sorprendersi rispetto alle mie riflessioni, perché l’Ipocrisia che troppo spesso è stata spacciata per furbizia, scaltrezza tipica della Politica praticata l’ha fatta da padrona: è stata la “stella polare” cui si è affidato il proprio destino “fortunato”. E comincia così ad accadere che alcuni assertori del Verbo “rinnovato”, senza smentire la loro scelta, negli incontri pubblici ma interni al Partito Democratico si riempiano la bocca del Verbo di Fabrizio Barca, che ha molto poco a che vedere, anche se resiste apparentemente in modo imperturbabile ad operare nell’ambito del PD, con quello dello pseudo rinnovamento. Fa una certa impressione sentir dire da alcuni dirigenti che occorra applicare il “metodo Barca” e Barca su Barca giù sembra quasi che non si sappia che pesci pigliare, dove appigliarsi per salvare la zattera alla deriva su cui si è deciso di viaggiare. In questa bagarre vedo facce che non mi sono mai piaciute (ed alle quali – credo – non sono mai piaciuto) e con le quali non intendo condividere il mio tempo e le mie conoscenze, le mie competenze (le une e le altre per scarse che siano), ne faccio a meno ma non traccheggio come fa per motivi molto misteriosi qualche altro. Vi saluto con rispetto e deferenza e vado via.