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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Sono perfettamente consapevole della serietà tragica degli eventi di questa primavera, anche se molto spesso mi chiedo se questa farraginosità che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico attraverso livelli disparati di decreti ed ordinanze sovrapponibili, la cui applicazione può avvenire ad interpretazione soggettiva dei vari livelli nella gestione pratica, abbia una guida semmai occulta, una regia sovrana.
La risposta alla mia domanda è la stessa di quell’amico che, avendo io notato l’ambiguità dell’ordinanza della Regione Toscana che disciplina l’uso delle “mascherine” ed avendolo denunciato in una delle numerose chat che surrogano la mancanza fisica del confronto, ha esclamato un “boh!” significativo ed eloquente.
Ho letto e riletto quella indicazione n.2, che non si spiega logicamente, se non in quello che è il comune “buonsenso”. Questo, però, significa che – dopo aver letto e riletto il testo – io debba o possa fare come meglio creda.
Ma quel che io credo “meglio” di fare non è detto mica che sia ciò che meglio ritenga che io “debba” fare per il solerte vigile o poliziotto che mi incroci lungo la mia deambulazione.
Provo a rileggerlo insieme a voi:

Ordinanza del Presidente della Giunta Regionale Toscana N° 26 del 06 Aprile 2020

Oggetto: Misure straordinarie per il contrasto ed il contenimento sul territorio regionale della diffusione del virus COVID-19 in materia di utilizzo di mascherine

IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE (Toscana)…….

O R D I N A

“ 1. di disporre l’utilizzo obbligatorio della mascherina monouso, in spazi chiusi, pubblici e privati aperti al pubblico, in presenza di più persone, oltre che nei mezzi di trasporto pubblico locale, nei servizi non di linea taxi e noleggio con conducente;
2. di disporre l’utilizzo obbligatorio della mascherina monouso, in spazi aperti, pubblici o aperti al pubblico, quando, in presenza di più persone, è obbligatorio il mantenimento della distanza sociale;
….omissis……

Dopo il punto 1 non era affatto necessario un secondo punto, una cosiddetta “puntualizzazione” del tutto pleonastica, se l’obiettivo fosse quello che appare condivisibile, e cioè che “bisogna usare la mascherina quando si è in un luogo pubblico e si stia in contatto con altre persone in modo necessariamente ravvicinato”. Punto e basta.
Invece cosa accade: con il punto 2 si ingenera confusione. A questo punto anche io gioco con le domande:”E’ una scelta volontaria o involontaria quella di creare uno sbandamento mentale?” se è “volontaria” allora è “diabolica” ed è un misero tentativo di accostarsi al “Newspeak” orwelliano, quella forma linguistica artificiale progettata per umiliare l’intelligenza umana con una forma primitiva di bipensiero (dico una cosa ma ne faccio intendere un’altra).
Se, poi, è “involontaria” perché poco si sa di strategie luciferine, molto bene!

Consiglierei agli estensori ed al firmatario di riprendere il percorso scolastico forse interrotto, forse non del tutto fruttuoso, per seguire gli impegni amministrativi e politici, e dotarsi di santa pazienza e studiare, semmai con un modernissimo corso online, su come si fa una corretta utile comunicazione.

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Leggendo quel “brano” dell’ordinanza, non ho potuto evitare di accostarlo alle modalità seicentesche descritte dal Manzoni nell’elaborazione delle leggi e delle “grida”.

In fondo, non siamo cambiati, ed Azzeccagarbugli vive e cammina insieme a noi. Ahinoi!

J.M.

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Il costo delle limitazioni imposte, necessitate ma in ogni caso generate da tutta una serie di sottovalutazioni, errori macroscopici commessi soprattutto, ma non solo (e ciò deve essere riconsocita come un’aggravante), nella fase iniziale del contagio, deve essere severamente addebitato ad una classe dirigente inadeguata a svolgere il suo ruolo, soprattutto – ma non solo – in un settore così delicato per il “bene pubblico” come la Sanità.

Sarebbe bene che da questa esperienza si sia in grado di fare tesoro. Così dovrebbe essere sempre, come ci insegnavano i nostri “avi”, i nonni e i genitori, le persone sagge. Abbiamo la necessità, ce lo siamo detti dal primo momento, e ce lo ripetiamo costantemente, di uscire da questa emergenza senza tripudi scomposti ma con le idee più chiare per migliorare la nostra umanità. Per fare questo, però, occorrerebbe che, al di là delle tifoserie d’antan, avere la mente lucida, sgombra dalle consuete forme ideologiche, ma concreta nell’impostare la nostra esistenza e quella dei nostri figli e nipoti.

Già nei post precedenti in cui ho trattato il tema su “come dovrebbe essere il mondo dopo il Coronavirus” ho evidenziato la grande difficoltà con la quale dovremo fare i conti, dato che le diverse leadership economiche e politiche solleveranno ostacoli per mantenere i loro livelli di potere, portando i Paesi verso forme di limitazione della libertà individuale, alle quali ci vanno abituando in tempi di emergenza. Diranno che è necessario e che non è “mai” soprattutto per loro “il momento” per chiedere conto delle sottovalutazioni pregresse e degli errori.

Si giustificheranno, dicendo che “hanno fatto tutto il possibile”, che “non hanno commesso errori”, scaricando responsabilità sul “fatalismo” del “così doveva andare”: dimenticandosi tutte le critiche che già nel corso degli anni passati, decenni ormai, erano state rivolte ad un’organizzazione della Sanità troppo legata a figure eminentemente “politiche”, debitrici delle loro posizioni a lobbies esclusive e private, incapaci di assumersi impegni ma forti degli appoggi da cui dipendono. Esperienze dirette ed indirette, racconti che si possono snocciolare correntemente o che sono stati soltanto ascoltati da persone tuttavia di cui ho grande stima, potrebbero dimostrare queste inadeguatezze. E, d’altra parte, cosa si può capire dalla lezione “lombarda”? e i numeri non sono addebitabili a “fake-news”: parliamo di una Regione che faceva “sfoggio” della qualità della sua Sanità, difendendo la quale utilizzava quei livelli raggiunti per ottenere maggiore autonomia generale, dimenticando tuttavia tutte le iniziative non sempre chiare e limpide dal punto di vista legale che avevano prodotto grandi danni al “pubblico” a vantaggio dei “privati”.

In realtà questo “passaggio” di “poteri” dal “pubblico” al “privato” è stato generale ed anche la Toscana ha visto progressivamente ridurre, comprimere fino all’inverosimile (ma non c’è limite al “basso” ed è questo il punto da cui dobbiamo riportare “indietro” il tempo, facendo un’operazione paradossale ma utile) i livelli di cura, soprattutto nella prevenzione. Queste cose ce le dobbiamo dire e ripetere: mai più come prima ma assai meglio di prima. Come fare? Partire dunque dalla messa in discussione delle politiche sanitarie regionali e nazionali, senza “se” e senza “ma”, e soprattutto senza quel “non è il momento”! Facciamolo in particolare per quei nostri concittadini, compagni ed amici, che sono stati colpiti direttamente o indirettamente da questo virus, che è pericoloso quanto quello dell’indifferenza e del conformismo.

Joshua Madalon

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Avevo scritto quel che segue prima che da parte della società che proponeva, qui a Prato, di fare i tamponi a pagamento (circa 100 euro) si facesse “marcia indietro”. Tranne che per quest’ultima “scelta”, forse suggerita anche dalla situazione drammatica verificatasi all’interno di una Casa di Cura, dove la richiesta di “tamponi” era stata inevasa per circa un mese (il 9 marzo erano stati rilevati i primi casi positivi), è necessario tenere alta la guardia su ogni caso “sospetto” si verifichi. Se proprio dobbiamo usare quel modo di dire che a me non piace per niente, “non è il momento”, applichiamolo in questa direzione: non abbandoniamo l’impegno ed il coraggio!

Il richiamo a “tempo di guerra” che si va diffondendo da diverse parti – se confermato soprattutto da chi detiene “potere” anche se in un ambito democratico – dovrebbe far emergere delle risposte efficaci nei confronti di quanti vanno approfittando dei disagi per lucrare in modo scorretto sulle spalle dei propri concittadini. Ci devono essere dei limiti per tutto e per tutti, oltre i quali è indegno l’agire di chicchessia. Ciascuno di noi sta vivendo delle limitazioni, soprattutto alla propria libertà di movimento e di azione, ma non è accettabile che vi sia chi, sull’onda delle preoccupazioni di ognuno verso se stesso ed i propri parenti ed amici, ne approfitti per costruire vantaggi personali “privati”.

Parlo sia di chi commercia già sui limiti, travalicandoli pure, della borsa nera con mascherine e prodotti alimentari sia di chi nella confusione generale si propone di attuare screening a pagamento con quei tamponi che, in regime speciale, dovrebbero essere affidati solo ad una struttura pubblica. Questi eventi ci fanno dubitare sull’assioma anche da molti di noi proclamato per il quale “questa emergenza ci renderà migliori”!

Il “pubblico” (Comune, Regione, Stato) faccia sentire la sua voce con appositi atti legislativi e ci eviti questa ulteriore ingiuria. Non bastano dichiarazioni che finiscono per essere tutte inserite nella categoria delle “ipocrisie”; occorrono scelte ancor più coraggiose di quanto finora messo in campo. Si è ancora una volta forti con i deboli lasciando che i forti “privati” continuino ad aggiudicarsi spazi che progressivamente sono stati portati via al “pubblico”. La rendita finanziaria, l’accumulazione progressiva di risorse economiche non ha nulla a che vedere con la “democrazia”: spesso ne è la negazione perchè si sottrae ai controlli.

Non facciamoci illudere da chi genericamente ci parla di “tempi migliori futuri”.

Facciamo in modo che il “dopo” sia davvero migliore ma, badate bene, non come intendono coloro che già “prima” comandavano e che vorrebbero addirittura aumentare le loro fortune sulla nostra pelle. E’, questo, un accorato appello rivolto a tutti, siano giovani che maturi ed anziani. Dobbiamo impegnarci anche per chi in questa vicenda triste ci ha lasciati: sono state vittime incolpevoli di un’incuria generale, dell’abbassamento dell’attenzione intorno alla Salute pubblica, a cominciare dalle grandi cattedrali ospedaliere delle regioni più ricche, quelle che, prima di tutte le altre, vantandosi di possedere le migliori strutture, hanno svenduto ai privati quel che doveva invece appartenere per storia e tradizione democratica a tutti noi.

Un appello urgente dunque a chi governa questo Paese: ne prenda in mano le sorti e con energia eviti che vi sia una deriva. Mentre la stragrande maggioranza del Paese nella consapevolezza della gravità della situazione va rispettosamente applicando le regole limitative ma necessarie ve ne è una parte che invece tende ad avvantaggiarsene illegalmente. Questi ultimi vanno colpiti e sanzionati non solo moralmente. Evitiamo che il cittadino onesto sia lasciato solo nel momento del bisogno.

Joshua Madalon

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Coronavirus

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Un mondo diverso, dicevamo, deve essere possibile. Ma perché si realizzi, bisogna essere in grado di analizzare le cause della diffusione massiccia del virus in aree altamente industrializzate come quelle della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Occorre farlo in modo scientifico e senza avere soggezioni settoriali. Abbiamo detto “altamente industrializzate” e questo può essere un dato di partenza. Vorrei, però, davvero, non farmi condizionare da una posizione pregiudiziale di tipo para ideologico: vorrei accantonare la mia formazione anche se , lo so già, non potrò farne a meno. Ed allora bisogna che ci si misuri a livello democratico; bisogna agire nelle sfere politico-culturali senza temere lo scontro. Mi riferisco allo scontro delle idee, utilizzando le sinapsi aiutate dai dati scientifici e comprovati a disposizione: troppi “guru” a libro paga girano sui social e nei salotti televisivi difendendo soprattutto gli interessi macrofinanziari, fingendo di avere a cuore il bene comune. Ovviamente per aiutarci a procedere si deve – è inevitabile – partire dagli errori, soprattutto da quelli “madornali” riconoscibili a occhio nudo, cioè senza bisogno di alcune lenti. Come quello che si è diffuso nelle prime avvisaglie della bassa letalità del virus, paragonato a “la classica ricorrente influenza stagionale”, di cui si facevano portavoci luminari illustri come la dottoressa Gismondo, microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano, alla quale faceva eco il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

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https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/coronavirus-sacco-1.5042749

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https://ilmanifesto.it/fontana-pompiere-il-covid-19-e-poco-piu-di-uninfluenza/

E’ del tutto evidente che l’insistenza con cui ci si incaponiva a mantenere “aperta” la città di Milano mentre la tempesta già imperversava ben oltre “l’influenza stagionale” era molto collegata all’impianto economico industriale di quell’area. E non è un caso che tra coloro che erano stati reclusi tra le mura di Codogno alcuni proprietari di seconde case in Versilia – non di certo poveri operai – siano evasi (ed è solo uno degli esempi che la stampa ha riportato).

https://www.lanazione.it/massa-carrara/cronaca/coronavirus-marina-1.5052442

Come dire che “il virus si è mosso sulle gambe di persone che non avevano di certo bisogno della pura sussistenza” ed è arrivato sulle sponde tirreniche della Toscana. Avrebbero fatto meglio, quei signori, a rendersi conto molto prima, quando avevano scelto la loro seconda casa da quelle parti, ad emigrare allontanandosi dall’aria putrida venefica di quelle lande lombarde inquinate dai fumi incontrollati dell’industria. Quell’aria ha contribuito non poco alla sopravvivenza del virus e i dati oggi sono impietose attestazioni scientifiche del disastro ambientale fin troppo tollerato dallo Stato a difesa non dell’integrità dei lavoratori e dei cittadini ma della rendita finanziaria tout court.
La stessa insistenza, più volte vincente (le cui conseguenze epidemiologiche si sono vieppiù evidenziate), a “non chiudere” le attività e quella a voler riaprire senza garanzie per l’integrità fisica ed umana non solo delle maestranze ma dell’intera popolazione è un atto che potrebbe essere riconosciuto come criminale. Ci stiamo chiedendo in questi giorni quando ne verremo fuori, ma è più urgente sapere “come” ne usciremo. Il distanziamento potrà essere allentato, ma non del tutto annullato; ed alcune regole dovranno permanere a lungo, dovremo abituarci a queste modalità comportamentali tarando dunque il nostro stile di vita in tale direzione. Molto lavoro soprattutto quello amministrativo di segretariato può proseguire ad essere svolto da casa con periodici momenti assembleari online; nelle aziende artigiane o industriali si potrà anche riprendere a lavorare ai macchinari garantendo però la sicurezza (distanza, areazione, uso di protezioni) molto più di quanto non fosse prima. E via dicendo.

Joshua Madalon

COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in pidei una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

Pace e diritti umani

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

…Rinunciando al diritto di fare male agli altri permette però che il proprio diritto alla vita venga salvaguardato e questa è l’unica concessione di libertà che gli uomini sono disposti a fare. Di conseguenza per esempio la pena di morte è assolutamente assurda rispetto a questo principio, perché nessuno volontariamente cederà mai non solo una libertà superiore a quella di non fare il male ma non cederà mai a nessuno il diritto di decidere sulla possibilità di spegnere e di distruggere la sua vita, cioè nessuno cederà mai liberamente la libertà di disporre ad altri della propria vita, per cui la pena di morte già dal punto di vista teorico è illecita, perché nessuno permetterà mai agli altri di farlo in maniera spontanea, e di conseguenza la morte esercitata come pena altro non è che il ripristino di quel primitivo Stato di guerra, in cui tutti gli uomini si coalizzano, in cui tutti gli appartenenti alla società si coalizzano come a dire “sono in guerra” contro un elemento di essi che venga reputato nocivo o comunque molto pericoloso per le sue sorti. E’ questa poi la giustificazione della pena di morte precedente a Beccaria,per i teologi come San Tommaso d’Aquino o i filosofi che possono essere anche grandi esponenti della cultura filosofica dei secoli precedenti, da Bacone a Spinoza e che consideravano la pena di morte lecita proprio come strumento di difesa dalla parte della società.
Il paragone più frequente che viene fatto e viene poi ripreso è proprio quello del cane rabbioso, del cane ammalato di rabbia che va soppresso perchè il suo morso può contagiare e rendere gli altri a loro volta ammalati, quindi una funzione profilattica, una funzione di difesa della società nei confronti di un suo membro che sia negativamente inteso a minacciarne l’assetto, la struttura e la possibilità di propagazione e sviluppo.
L’obiezione di Beccaria è che appunto da un lato nessuno e vi leggo il passo dal paragrafo 28 di “Dei delitti e delle pene” nessuno accetterà mai di essere giustiziato in nome di un interesse pubblico così rilevato. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi, esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano sia la volontà generale che l’aggregato delle particolari, chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto come si accorda un tale principio con l’altro che l’uomo non è padrone di uccidersi e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre si è dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessario ed utile la distruzione del suo essere.

“Ma, se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria avrò vinto la causa dell’umanità” dice Beccaria.

…7….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

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…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

…6….

…(“Dei delitti e delle pene”) è il primo trattato, il primo caso di legislazione criminale nel quale viene limitato contemperato ed arginato quello che era uno dei punti dolenti della pratica della giustizia non solo del ‘700, l’arbitrarietà dei giudizi e la discrezionalità del potere dei giudici; quindi abbiamo un piano di legislazione criminale, un’analisi dei meccanismi di punizione e di controllo della società non solo molto precisa o rispondente ad un piano generale che è quello appunto della ricerca della felicità come fine ultimo del consorzio sociale, ma anche l’idea di un patto sociale che si sviluppi e si articoli fra uomini che sono in certa misura eguali gli uni agli altri e questa idea di fondo è quella che scandalizzò i contemporanei e che appunto attirò a “Dei delitti e delle pene” il consenso entusiastico dei filosofi, non so, pensate che Voltaire scrisse nel 1765 un commentaire di “Dei delitti e delle pene” quindi non solo aderì in pieno a questo spirito ma si sentì in dovere di farlo conoscere al pubblico francese attraverso la propria opera di commento; dicevo non solo suscitò l’entusiasmo dei filosofi ma suscitò anche però l’acredine e la violenta risposta, la violenta ripulsa da parte di pensatori non solo reazionari ma anche legati ad esempio alle gerarchie ecclesiastiche; pensate che “Dei delitti e delle pene” nel 1771 viene messo all’Indice dei libri proibiti cioè fino al 1980 come un libro maledetto anche se nessuno si è mai curato molto di questa proibizione, il libro è stato tranquillamente letto ed utilizzato dai penalisti e dagli uomini di governo, però devo dire che questa permanenza all’Indice fa pensare e pensare male appunto dello spirito di tolleranza che regnava almeno negli anni finali del ‘700 nelle gerarchie della Chiesa.
Il libro veniva visto come un libro eretico che infrangeva e metteva fine o comunque dichiarava come caduto un principio fondamentale della legislazione ma soprattutto uno dei principi su cui si reggeva la natura degli stati sovrani, cioè l’idea dell’investitura diretta da parte di Dio del potere del Sovrano. Il patto sociale, la convenzione tra gli uomini che rende possibile la convivenza tra di essi è qualcosa di oggettivamente umano ed è legato alla sanzione di un contratto sociale che interviene tra gli uomini per necessità e per convenienza. In questo Beccaria riprendeva anch’esso in pieno l’insegnamento del suo maestro, di quello che considerava il suo maestro, cioè Jean Jacques Rousseau ed al contratto sociale di Rousseau cui Beccaria continuamente si rifà, si rifà dal punto di vista generale per cui se la natura del patto sociale del contratto sociale è quella di una cessione di libertà da parte di ognuno dei suoi membri nei confronti di un’unica volontà o centro di governo, di modo che questa cessione di libertà impedisca la caduta e l’impossibilità di ogni forma di controllo e soprattutto di convivenza civile. La cessione di libertà avviene per dare agli uomini la possibilità di vivere sicuri e di non essere all’interno di quella situazione di guerra di tutti contro tutti, che contraddistingueva lo stato di natura, cioè se lo stato di natura è contraddistinto dal conflitto di tutti contro tutti l’unico modo per mettere fine a questa guerra tra tutti gli uomini è quella che ognuno di essi rinunci al diritto di far male agli altri.

No alla pena di morte

…6…

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

5.
Oggi può sembrare ovvio che intellettuali milanesi del secolo XVIII ed in particolare gli aderenti all’Accademia dei pugni voluta fortemente da Alessandro e Pietro Verri alla quale non solo Beccaria aderì fra i primi ma di cui fu uno degli animatori, non è a dire appunto che gli intellettuali che facevano parte di questa accademia non fossero intinti, impregnati, pieni di cultura francese, ma è anche vero, caso anch’esso raro, rarissimo anche nella cultura italiana del ‘700 che qui fossero gli italiani, fossero gli illuministi italiani ad insegnare qualcosa ai filosofi francesi dei quali non solo avevano ripreso ma dai quali avevano attinto la principale ispirazione per la loro opera di riforma della cultura ma soprattutto dell’Amministrazione e per l’instaurazione della felicità pubblica in Lombardia.
Non è un caso infatti che il piano di legislazione criminale di Beccaria abbia come intento non soltanto la riforma del codice penale, ma anche la riforma della società che tale codice penale deve in certa misura sostenre, nel senso che è impossibile e questo ovviamente è un dato di fatto con il quale i legislatori continuamente e quotidianamente si scontrano, è impossibile riformare in astratto un codice penale o civile se non si porta avanti contemporaneamente una conseguente riforma della società ne della cultura inerente a quella società stessa.
Il piano di Beccaria quindi prevedeva la costruzione ed il consolidamento di una società come egli scrive nell’Introduzione a “Dei delitti e delle pene”, una società nella quale gli uomini fossero tenuti insieme da un patto di uomini liberi ed in cui valesse il punto di vista della massima felicità divisa per il maggior numero. Per cui anche il codice penale, anche il codice criminale, come si diceva allora, deve avere come fine non il regno del terrore, non la punizione severa e spietata delle pene, ma il conseguimento di un ideale di felicità passivamente diffuso tra gli uomini. Per cui non solo le pene devono essere miti ma devono essere commisurate alle colpe e comminate in misura tale da renderle alla fine il più possibile inutili, il che costituisce la grande utopia di Beccaria cioè l’addolcimento delle pene in maniera tale che non siano più necessarie a guidare ed indirizzare gli uomini, ma già l’idea di una mitigazione delle pene e dell’abolizione dei supplizi costituisce un atto che non solo era allora anticipatore e sconvolgente ma lo è tuttora.

Prima di passare all’analisi del paragrafo sulla pena di morte infatti a me preme dire una cosa alla quale tengo particolarmente, e che l’importanza di “Dei delitti e delle pene” non è soltanto quella di essere il primo testo di legislazione criminale nel quale la pena di morte viene rifiutata perché inutile e non adeguata al proprio scopo ed al proprio obiettivo.
“Dei delitti e delle pene” è un testo fondamentale perché per la prima volta viene dichiarata inutile, assurda e nociva la pratica della tortura che era diffusissima all’epoca e non solo……

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Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.
Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.

Coronavirus, ipocondria e altre cose serie

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Coronavirus, ipocondria e altre cose serie

https://iltirreno.gelocal.it/prato/2020/03/15/news/l-odissea-per-avere-un-tampone-che-poi-e-risultato-positivo-1.38596809

http://www.notiziediprato.it/news/una-settimana-per-avere-il-tampone-che-poi-e-risultato-positivo-la-denuncia-della-vicepresidente-dei-medici-pratesi

Quel che è accaduto è gravissimo e, soprattutto, richiede un urgentissimo chiarimento da parte di tutte le autorità preposte al rispetto delle disposizioni impartite alla popolazione italiana. Quella popolazione alla quale si chiede di rimanere in casa per evitare la diffusione del contagio ma che allo stesso tempo vuole essere difesa nel momento del bisogno, soprattutto allorquando si tratta di cose serie e non semplicemente collegate a forme di ipocondria. Che ci stanno tutte pienamente e meritano attenzione e rispetto.
Occorre salvaguardare anche la dignità del lavoro degli operatori (in questo caso sembra trattarsi di un’operatrice) del 055 5454777. Non è del tutto fuori luogo che agli operatori abbiano dato indicazioni di non eccedere: io sono probabilmente in errore – ed in questa particolare situazione drammatica dovrei temporaneamente tacere -, ma di certo il comportamento della Sanità “pubblica” non è stato neutro in questa direzione ed agli stessi medici i vertici hanno contingentato prescrizioni di farmaci e di prestazioni, soprattutto per queste ultime riducendo all’osso il servizio “pubblico” a favore dei tantissimi “privati” che sono nati come funghi dopo le piogge autunnali.
Come scrivevo prima “non è il momento” e sono perfettamente d’accordo; ma non ce la faccio a tacere e vi dico anche perché: gli italiani hanno un grave difetto – sono di memoria “corta”. Arriverà il momento delle feste e finirà, come ci auguriamo, a tarallucci e vino. Mentre ce lo auguriamo, facciamo però un patto: la resa dei conti “totale” subito dopo le “feste” dovrà essere impietosa. Non è una minaccia rivolta ad una parte politica: lo è invece “rivolta” al mondo politico ed economico “in toto”.
Forse sarebbe bene ricordare che il nostro “sistema sanitario” stava scivolando lentamente ma progressivamente verso una vera e propria “americanizzazione”. Una volta l’America poteva anche essere un punto di riferimento, ma soprattutto negli ultimi anni la sentiamo molto lontana e Trump non fa nulla per farcela sentire vicina.
E non dimentichiamoci nemmeno che l’operosa Lombardia dopo i primi casi di Codogno e Lodi strombazzava, sostenuta da alcuni leader politici e dall’imprenditoria, che “Milano non si ferma”. E che dire di quello che hanno sostenuto poi i capi di Confindustria, riuscendo ad ottenere che le fabbriche, dopo la dichiarazione di chiusura completa di tutto il territorio nazionale da parte del Governo non si fermassero. E che dire di quelli che dalle zone rosse sgusciavano andando ad infettare altri territori ed altre regioni? Non erano solo “disperati” ma anche professionisti e piccoli imprenditori che per rincorrere il loro Dio, il “denaro” e il successo, non si sono fatti alcuno scrupolo a diffondere l’epidemia.
Con la mia ipocondria, che tuttavia riesco a tenere per la maggior parte del tempo segreta, già da alcuni giorni – soprattutto nelle ore notturne – ho riflettuto sulla grande difficoltà che hanno, non solo coloro che siano infettati da questo nuovo flagello, anche coloro che avessero seri problemi di salute immediati, urgenti, bisognosi di cure mediche ospedaliere di terapie intensive. Come dire? C’è il Coronavirus ma non è sparito l’ictus, l’infarto, un blocco renale o intestinale. Anche se, a sentire in giro, tutti i canali informativi parlano solo e soltanto di questo nuovo cataclisma. E cosa fanno i poveri cristi che avvertono, al di là delle paturnie ipocondriache, un malessere?

Ipocondria