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CINEMA – 1946 – parte 29

Sempre nel 1946 due di questi registi, Frank Capra e Howard Hawks, saranno gli autori di due capolavori di genere diverso tra loro, “La vita è meravigliosa” e “Il grande sonno”. Il primo fa parte di quella particolare predilezione del cinema americano dei buoni sentimenti che si innesta nella condizione umana in un ambiente piccolo borghese nel quale il protagonista agisce quale esemplare del self made man che, operando in contesti provinciali e dotato di un grandissimo senso etico nei confronti della famiglia e dei suoi compaesani, si ritrova in un momento di profonda crisi, fino a meditare di togliersi la vita. Il film fa percorrere la “storia” di George Bailey, interpretato da un grande James Stewart in piena ascesa, grazie ad un escamotage narrativo, attraverso il quale un angelo, inviato da Dio per sostenere moralmente il protagonista affinché rinunci al proposito di suicidarsi, viene informato da San Giuseppe su tutte le buone azioni di cui George si è distinto. Il film non ebbe un grande successo di critica nell’immediato ma ancora oggi è uno dei film più presenti nelle programmazioni festive dei nostri canali televisivi, pubblici e privati.

L’altro film si collega al genere del giallo poliziesco noir che tanto lustro renderà alla produzione statunitense. Basato su uno dei romanzi del prolifico Raymond Chandler con protagonista il detective Philip Marlowe, “Il grande sonno” è interpretato da una coppia di attori che sarà a lungo molto presente sulla ribalta cinematografica, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, che si erano conosciuti da poco sul set di “Acque del Sud”, diretti dallo stesso Hawks. L’interpretazione del detective Marlowe da parte di Bogart sarà memorabile e segnerà per sempre nel ricordo dei cinefili e degli appassionati dei libri polizieschi (solo in Italia vi è la dizione “gialli” collegata al colore delle copertine della produzione mondadoriana.

Un altro film americano che segnerà il destino anche dell’inteprete è “Gilda” di Charles Vidor. Si tratta di un’altra grande diva, Rita Hayworth, che in questo film, sempre accreditabile al genere “noir”, fa coppia con un altro importante protagonista del Cinema quale è stato Glenn Ford. La grande attrice, reduce da una serie di riconoscimenti soprattutto da parte dell’esercito americano impegnato in Europa, incarna in “Gilda” una delle icone indelebili della produzione filmica, dando un’interpretazione superba aiutata non solo dalle forme sinuose ma dalla capacità di fare spettacolo grazie alle sue performance canore, quali “Put the Blame on Mame” e “Amado mio”, nelle quali mostra anche abilità straordinarie sia nelle danze che nella sua vocalità.

Nel prossimo blocco ci dedicheremo a trattare del cinema italiano che nel 1946 raggiunge le massime vette anche sul palcoscenico internazionale.

I REGALI DI NATALE – parte 7

Questa serie di post ha un titolo che difficilmente può essere spiegato se non si comprendono le ragioni primarie che li hanno ispirati.

Recupero un estratto dall’ introduzione (vedi 10 gennaio e 26 febbraio)

Scendere giù per Natale, da Prato a Pozzuoli (ecco il motivo del riferimento al bradisismo), dopo un’assenza di circa 22 mesi, un anno e tredici mesi a dir la verità, ci ha posto davanti ad una condizione inattesa, anche se avremmo potuto prevederla: il vecchio apparecchio televisivo era “off” per le “ovvie” ragioni che tutti dovrebbero ormai sapere, collegate al passaggio al digitale terrestre. A dir la verità, l’antenna aveva sempre mal funzionato ma una decine di canali fino al gennaio 2020 riuscivamo a intercettarli, e ci bastava per seguire le vicende del Paese e del Mondo. E poco più.

Cerco di recuperare con una deviazione doverosa:

Tra le mie passioni della vita c’è il Cinema; anche su questo Blog ne troverete indizi. E quasi sempre quando viaggio per un periodo medio lungo porto sempre con me qualche film. Di solito poi me ne vedo una parte solo “in solitario”, recuperando anche la “memoria” classica.

Ma questa volta con la penuria di immagini ho poche soluzioni; una di queste, al di là dei dispositivi drive compatti, è il cellulare attraverso il quale collegarsi con la Rai e con qualche network privato come La7 per vedere o rivedere qualche programma. Lo utilizzo io la sera quando si è a letto per seguire le principali vicende che si sono verificate: ancora la pandemia fa da protagonista. Pur tuttavia c’è qualche bella promessa come ad esempio una nuova serie de “La penisola dei tesori” condotta da Alberto Angela. E’ annunciata la prima puntata della quarta stagione, dedicata in buona parte all’isola di Procida (anche questo tema, lo sa chi mi segue, mi è molto caro) e non vogliamo perdercela.

Guardare un programma sul cellulare è una fatica immane. Resistiamo giusto il tempo nel quale si tratta della nostra isola, quest’anno che verrà (il 2022) capitale italiana della Cultura. Poi pensiamo che potremo rivedere quella puntata con più calma a casa a Prato quando torniamo.

Ma in una delle serate successive non demordiamo e quindi vado a pescare un altro prodotto. Si tratta dell’opera originale di uno straordinario operatore culturale, un giovane che ha già realizzato molti programmi di grande qualità. La serie “Caro marziano” ne è un esempio. Si tratta di Pierfrancesco Diliberto, del quale ho apprezzato anche “La mafia uccide solo d’estate” e “In guerra per amore”. Ma non avevo ancora visto il nuovo “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”.

Una nota “contemporanea” alla stesura del post (oggi 13 marzo): trovo il titolo “profetico”, disarmante e disperato.

Proseguirò nel prossimo blocco…..

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 26 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 26

Quindi, diciamo, è proprio mettendoci in una condizione di accettazione-rifiuto al tempo stesso che noi possiamo venire a capo del problema Pasolini non prendendolo come un classico o peggio ancora come un santino. Questo diciamo è quello che volevo dire per così dire in appoggio alle tesi di Tricomi.

E poi volevo fare una domanda a Costa, di cui ho apprezzato il documentario, tra l’altro la citazione finale su cui si interrompe non è per esempio di Pasolini, ma è una cosa che lui ha preso da Bashlah, esattamente così nella Poetique della Reverì e lo dico semplicemente per fare vedere come Pasolini era uno che si muoveva tra varie cose e le utilizzava. Ma la domanda che io volevo fargli è questa: lui ad un certo punto ha parlato e sicuramente c’è questa dimensione diciamo di centralità della questione del montaggio su cui ha detto delle cose assolutamente (parola non comprensibile), una sintesi della posizione di Pasolini sul montaggio assolutamente condivisibile. Una domanda che vorrei fargli invece sul piano sequenza: cioè lui ha parlato, Costa ha parlato di un piano sequenza ininterrotto il che potrebbe diciamo essere messo in relazione con l’idea di un’opera aperta che non si conclude mai, che è sempre un’opera mancata Perché programmaticamente mancata. Quindi una sorta di piano sequenza ininterrotto. Però poi io ricordo che Pasolini, proprio a proposito mi pare de “Il Fiore delle mille e una notte” intervenendo così in risposta alle critiche che gli erano piovute addosso aveva detto: ma vi rendete conto che questo film è girato con un rifiuto continuo del piano sequenza? E’ girato invece appunto con tutte inquadrature fisse che dovrebbero dare una dimensione di estraneamento che non è assolutamente tipica del piano sequenza? Beh, allora una osservazione come questa di Pasolini su sé stesso, quindi come di uno che faceva film anche attraverso il rifiuto proprio del piano sequenza, come si concilia appunto con l’idea di una centralità del piano sequenza nell’opera finita generale. Grazie. >>

Parla il Professor Sandro Bernardi:

<< Forse si può rispondere volta per volta in modo che sia più diretta la cosa, altrimenti poi il discorso si finisce per generalizzare. >>

Parla voce non identificata:

<< Direi che questa figura dell’ossimoro che è stata rievocata riguarda un po’ anche questa sezione in Pasolini che, a proposito di queste due cose, prende delle posizioni che possono sembrare contraddittorie una rispetto all’altra. Io ho evocato quella che mi ha colpito di più, questa idea che la morte realizza un improvviso montaggio rispetto a quel piano della sequenza che è (parola non comprensibile), ed allora questa idea quella chiusura del senso che Pasolini non avrebbe mai voluto chiusa. Questa è una posizione generale in cui il montaggio, il piano sequenza sono da prendere in termini metaforici.

Poi invece per quello che riguarda la tecnica di realizzazione di Pasolini, Pasolini forse è il registra cinematografico che più integralmente ha applicato il principio del montaggio verticale, ed il montaggio non è solo il collegamento tra….>>

* L’INTERVENTO SI INTERROMPE IMPROVVISAMENTE. DALLA REGISTRAZIONE RISULTA LA PROIEZIONE DI UN FILMATO.

…26……

parte 9 – POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE – parte 9 – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti (e questa è “La presentazione” della VIII edizione, del 2008)

La nona Edizione di cui abbiamo trattato lo scorso 1 marzo si svolse domenica 8 marzo 2009 presso l’Aula Magna dell’Istituto “Tullio Buzzi” (g.c.) in Viale della Repubblica 9 e le letture dei versi furono accompagnate da uno spettacolo di poesia e musica, “Quando la donna canta…” a cura di Lisetta Luchini

In questo nuovo blocco parliamo dunque dell’ VIII a Edizione riportando il testo della presentazione, un po’ insolita rispetto a tutte le altre.

Mi accorgo sempre più spesso che il tempo fugge e non riusciamo a fare tutto quel che vorremmo, anche le cose più necessarie, le più impellenti, le più urgenti, a volte le più belle ed interessanti. Devo, dunque, concentrarmi ed avviare questa ottava introduzione al libretto di poesie che ogni anno, con la Circoscrizione Est, preparo in omaggio all’universo femminile. Mi rivolgo in modo particolare a quelle donne libere, le tante donne che in questi anni sono state punto di riferimento delle nostre iniziative e chiedo loro di non lasciarsi imbrigliare dal potere e di essere sempre costantemente se stesse, con la loro autonoma capacità critica che è la loro principale forza. Il titolo è ormai straconosciuto anche fuori della nostra città e ne ho spiegato la genesi. La modalità ampliamente collaudata: non un concorso, non un premio, ma una vera e propria Festa della Poesia, parola che é di per sé – grammaticalmente parlando – un “sostantivo femminile”.

Mi accorgo sempre più spesso che l’uomo ha un profondo bisogno di POESIA; ha la necessità di approfondire temi legati alla sua esistenza, attingendoli alla sfera dei ricordi, delle sensazioni, delle sofferenze. La POESIA àncora di salvezza rispetto alle miserie della vita politica incapace sempre più di rispondere alle reali domande, di capire davvero la realtà; una Politica sempre più ancorata a sua volta ad una navigazione a vista di piccolo cabotaggio che si riempie la bocca solo di parole. Non ho ancora davanti a me tutte le poesie di quest’anno; fino a qualche giorno fa sembrava quasi che ne mancassero all’appello tante. Poi, all’improvviso, quasi per un miracolo laico (esistono anche questi) molte poesie sono arrivate, si sono materializzate, tante da parte di persone che per la prima volta hanno deciso di partecipare. E’ stupendo pensare che la “POESIA” sgorghi così all’improvviso in modo carsico dai nostri animi.

Abbiamo dunque nuovamente questa straordinaria occasione di vederci, di parlare, di esprimere le nostre sensazioni in forma sia individuale che corale. Stasera – tutti insieme – riconosceremo che si può realizzare un momento così bello, così importante, così coinvolgente con i nostri poveri mezzi, con la nostra immensa ricchezza interiore, quella che tante volte purtroppo scarseggia altrove.

Mi accorgo sempre più spesso che non siamo soli mi accorgo che la condivisione della parola poetica aiuta tutti noi a vivere meglio Mi accorgo che in questi anni noi come Circoscrizione Est siamo riusciti a mettere insieme tante donne e uomini che hanno scelto di parlarci, con cui noi abbiamo parlato e cantato

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Concludevo il post del 4 marzo ponendo una domanda scomoda:
può, e aggiungo oggi, un (“vero”) pacifista accettare che sia una soluzione l’eliminazione fisica violenta del “despota”?

La scesa in campo così numerosa di “pacifisti” nelle manifestazioni di questi giorni è solo la cartina di tornasole del senso di colpa profondo che tanti di costoro, forse inconsapevolmente, avvertono nell’aver sottovalutato la pericolosità della presenza antidemocratica di alcuni personaggi sulla scena contemporanea, a partire ma purtroppo non solo da quella di Putin. Sulla sua figura da molto tempo vi erano delle forti perplessità relative al comportamento dispotico che aveva evidenziato soprattutto contro i suoi oppositori, non solo quelli che avrebbero potuto avere un ruolo di concorrenza politica, ma anche tutti coloro che, senza distinzione di classe sociale e di età, avevano provato a dissentire su piccole o grandi scelte. E’ – ed era – a tutti ben nota l’idiosincrasia verso i dissenzienti, che avevano anche portato ad eliminazioni fisiche, come è accaduto alla giornalista Anna Politkovskaja uccisa con un colpo di pistola il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca; e a tentativi più o meno falliti di eliminazione come nel caso di Alexei Navalny, attualmente in carcere. 

Non si può pensare di alzare barricate di bandiere con proclami semplicistici come il “Fermiamo la guerra, no all’invio di armi”; non si può pensare di avviare una trattativa, allorquando il fragore delle armi è priva di una forma razionale minima di disponibilità da una delle parti, mentre le altre, forse troppe e probabilmente non così unite come vorrebbero sembrare, cincischiano, pensando ad ottenere qualche piccolo vantaggio per sé nell’immediato futuro.

Anche se è vero, profondamente, che non ci si possa oggi fermare a tracciare le linee di demarcazione delle responsabilità della situazione, non di meno bisogna che ciascuno di noi comprenda che da quella consapevolezza occorre ripartire. La qual cosa significa anche che l’alternativa alla guerra potrebbe essere una trattativa nella quale dover riconoscere le ragioni della Russia, ma promuovere allo stesso tempo l’elaborazione di una strategia democratica di collaborazione tra popoli. Detta così è una grande formulazione utopica, a dimostrazione anche che tutte le buone volontà, di pace disarmo fratellanza, finiscono per naufragare di fronte alle velleità di quei pochi che spingono per far prevalere i loro specifici personali interessi.

E ce ne sono tanti, troppi ancora anche tra di noi; oltre ai tanti che fingono ora di essere contrari a Putin e che invece ne hanno esaltato lo stile fino all’altro giorno. E non mi riferisco solo ai nazionalisti nostrani, ma ai tanti che ancora si ostinano ad esaltare l’ex Unione Sovietica e i suoi successori, dimenticando che in quelle realtà “prima durante e dopo” non c’era libertà di pensiero e soprattutto di parole. In soldoni, non c’era la Democrazia. E vale a poco sussurrare che anche nella nostra realtà spesso i livelli democratici vacillano.

IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – i versi di un altro grande POETA, “Eduardo De Filippo” – una collaborazione “mancata”

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la “spalliera” di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la “spalliera”,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la “spalliera”
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Il 28 febbraio scrivevo un post sottolineando la debolezza degli Stati europei, della Nato e degli USA, ma non mancavo di cominciare ad esporre le mie perplessità intorno alla inadeguatezza e alla sempre più scarsa credibilità di un fronte pacifista, che finisce per avere connotati ideologici improduttivi. Non basteranno questa volta raduni oceanici a far girare la ruota della Storia; così come in altre occasioni “storiche” non è la bandiera della Pace che può fornire una giusta risposta ai problemi dell’Ucraina e del suo popolo. Piuttosto sarebbe opportuno chiedersi davvero cosa significhi l’invio di armi ai resistenti; solo un atto pietoso simbolico, dopo il quale occorrerà uno sforzo maggiore da parte delle potenze internazionali, UE e Cina comprese, nel perseguire una linea di trattative credibili, che possano concedere a tutti i concorrenti elementi di soddisfazione. Se questo non accade, e ci si limita a mettere in campo personalità in declino come Macron, significa praticamente che finiscono per prevalere posizioni molto personali dei grandi protagonisti, non solo Putin ma anche Biden, che giocano una battaglia poco nobile sulla testa di inermi cittadini e combattenti diversamente armati.

Molto spesso siamo condizionati da punti di vista veicolati dal Potere nostrano, per cui – sì davvero – Putin appare il demonio e Biden l’angelo del Bene. Non è così, a parte quelle che sono le caratteristiche personali di facciata, per cui Putin rappresenta il “machismo” e Biden il “buon padre di famiglia”. Poi è del tutto evidente che chi utilizza le armi (ma gli USA hanno brillato in tal senso) non può avere consensi tra la stragrande maggioranza della gente comune; ma quest’ultima parte della società conta davvero molto poco e prevalgono ristrettissime oligarchie sia tra gli uni (la Russia, per noi i “cattivi”) che tra gli altri (USA, Nato e UE, per noi i “buoni”).

Partendo dalla consapevolezza che non è così netta la distinzione tra buoni e cattivi, bisognerà anche ragionare intorno ad un dilemma che dovrebbe essere motivo di turbamento da parte di coloro che, risvegliandosi dal letargo, ergono il vessillo della Pace, a tutti i costi. Una delle condizioni migliori per loro sarebbe che, toccato da un effetto miracoloso, il despota russo ritorni anche solo parzialmente sui suoi passi e si disponga ad un accordo, facendo fermare e retrocedere l’esercito. Ma questa soluzione appare oggi improbabile utopia. L’altra possibilità potrebbe essere che una parte del gruppo di oligarchi politici e militari che circonda Putin lo convinca a desistere, a farsi da parte in modo pacifico con un suon “buen retiro” una sorta di prepensionamento (ma, visto il lungo tempo di permanenza al Potere, sarebbe cosa buona e giusta) come è accaduto per alcuni suoi predecessori, a partire da Gorbaciov, e di converso si avvii una fase nuova di trattative, che potrebbero essere anche più vantaggiose per la stessa Russia (estromesso Putin, ciò non sarebbe impossibile). Una terza ipotesi tuttavia potrebbe essere elemento di “turbamento” per le menti pacifiste. Ed è il principale dilemma di cui accennavo poco qui sopra: può un pacifista accettare che sia una soluzione l’eliminazione fisica violenta del “despota”?

Questa non è un’ipotesi peregrina, visto il cumulo di odio che si è addensato sulla testa di Putin.

I REGALI DI NATALE – parte 6

I REGALI DI NATALE – parte 6.

E’ una consuetudine passeggiare lungo il viale che ai miei tempi (e per molti ancora oggi è così) era noto come via Napoli. Ci si veniva anche d’estate per fare il bagno, in alternativa a Arco Felice, Lucrino, Baia, Bacoli e Miliscola. Ora il Lungomare è stato intitolato a Sandro Pertini. Da qualche anno c’è stato un prolungamento esterno che sembra voler circumnavigare il promontorio del Rione Terra. Non sempre i giardini che nell’intenzione iniziale dell’amministrazione dovevano essere ridenti, lo sono rimasti. A volte li si trova abbandonati e trascurati, in altre occasioni nei nostri sporadici ritorni li abbiamo ritrovati accoglienti. Dopo i ruderi postmoderni del vecchio ristorante (quello originale era in legno con palafitte ed era balzato agli onori nazionali come “location” per qualche film; i residui di ora sono soltanto gli effetti di un tentativo di illecito non riuscito) c’è un porticciolo turistico popolare con barchette che alternano l’uso dei remi a quello del motore. Ricordo di esserci passato e di esserc

mi inoltrato in un ameno rustico boschetto fatto crescere per ripararsi dal sole qualche anno addietro quando nostra figlia fece una serie di foto ad ambienti e pescatori con la sua Rolleiflex.

2487,0,1,0,356,256,333,2,2,186,50,0,0,100,0,1972,1968,2177,370784

Procediamo fino in fondo là dove poi una struttura in muratura intervallata da una serie di recinzioni metalliche limita il passaggio; ma è molto rilassante fermarsi lì e ascoltare in silenzio lo sciabordio delle onde che si infrangono sulle scogliere e le penetrano. E’ uno dei riti di riappropriazione della nostra terra, noi che siamo esuli volontari mai tuttavia pentiti di essere appartenuti a questi luoghi. Per noi è uno dei “regali” che ci facciamo ogni volta che ritorniamo qui.

2487,0,1,0,365,256,328,2,2,201,51,0,0,100,0,1973,1968,2177,25726

Dopo il rito dell’ascolto, aiutato da una presenza discreta di altri che forse come noi rivivono le medesime sensazioni, facciamo ritorno e risaliamo per delle scalette che conducono verso la Chiesa di San Vincenzo (noi la conosciamo così anche se, andando su Google Maps troviamo innanzitutto “Chiesa di Gesù e Maria” e solo tra parentesi “Ss Rosario e San Vincenzo Ferrer). Negli anni “giovani” c’era un parroco molto attivo tra i giovani; ma purtroppo ci ha lasciato molto presto. Notiamo un certo movimento e leggiamo che nei sotterranei è stato installato un presepe; ci dicono che è un presepe stanziale messo su nel corso degli anni, ma ovviamente aperto solo nel periodo natalizio: a noi non era mai capitato evidentemente di passare da quelle parti nelle nostre fuggevoli presenze festive e quindi non ne sapevamo alcunché. Decidiamo di visitarlo e scendiamo in uno stretto cunicolo dall’interno della Canonica. Questi spazi li conosciamo perché d’estate una volta siamo stati coinvolti da una sorta di sagrestano senior che decise di illustrarci parti storiche e leggendarie della città di Pozzuoli e di tutta l’area flegrea, portandoci sulla terrazza che dà proprio sul golfo. Ma in quell’occasione nulla ci disse della presenza del presepe.

Prima di entrare notiamo che c’è un banchino gestito da due signore anziane con una sorta di raccoglitore libero di offerte. Parlano tra loro; noi con un cenno procediamo disponibili al ritorno a fermarci per offrire un nostro contributo.

…6…

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 25 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

Il prossimo 5 marzo sarà il centenario dalla nascita del grande intellettuale italiano. Qui continua la trascrizione “difficoltosa” (lo sbobinamento non è mai stato verificato) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 25

PARTE 25

Ma nello stesso tempo però c’era anche qualche cosa che coinvolgeva molto fortemente. Con il tempo e soprattutto quando è uscito “Petrolio, che io considero un romanzo molto importante, anche se come sapete è nient’altro che un progetto di romanzo, beh lì allora lo spostamento di me come lettore, come fruitore è stato piuttosto dall’altro lato della contraddizione, cioè dal lato della accettazione. Ora con il tempo io credo che bisogna tenere presente ambedue questi poli accettazione e rifiuto. Questo significa non consegnare Pasolini ad una classicità alquanto, come dire, sciocca, alquanto conciliatoria in senso troppo placido, proprio mantenendo questa dimensione che è di distacco e di avvicinamento.

Noi non possiamo accettare alcune delle tesi di Pasolini e lo dico francamente. Non sono accettabili Perché non è immaginabile la difesa ad esempio della famiglia tradizionale, della maternità di tipo tradizionale nei confronti della questione dell’aborto. Voi sapete che aveva preso una posizione così chiaramente contro l’aborto che è qualcosa di non accettabile. Era sicuramente anche una provocazione che lui faceva, però questo non vuol dire che una tesi come quella si accettabile. L’idea di una omosessualità che è tutta all’interno di una dimensione maschile, diciamo un recupero ma attraverso alcune mediazioni della dimensione di una omosessualità greca in cui c’è un rapporto come dire da discepolo, da docente a discepolo nei confronti dell’amasio o appunto del giovane. Una diciamo lettura dell’omosessualità estremamente riduttiva e poi a lui veniva anche diciamo da una tradizione letteraria. Anche qui c’è una tradizione letteraria pensiamo a Jeed che ha una posizione sull’omosessualità molto simile. Beh, anche questo non è accettabile, soprattutto oggi noi vediamo che è una visione estremamente estetizzante della omosessualità, tra l’altro anche con una dimensione sadomasochistica esplicita. Quindi ci sono delle cose che non sono accettabili e che ci devono mettere in una situazione di rifiuto.

Al tempo stesso però poi, proprio elementi di questo tipo, condotti così o ricondotti con forza all’interno di un’opera aperta nel senso in cui Tricomi ha parlato di opera aperta, cioè non nel senso della neo avanguardia, ma nel senso di una letteratura che cerca una sua strada quale che sia la verità. Beh, allora questo diventa un elemento di contraddizione che può essere produttivo di qualche cosa proprio Perché ci mette in uno stato di contraddizione. Quindi, ad esempio, le tesi sul consumismo che vengono ormai citate in maniera diciamo quasi quotidiana come qualche cosa che Pasolini aveva già visto e che ci ha come dire consegnato con una profezia che si è realizzata, anche lì una tesi

come quella estremamente interessante nel momento in cui veniva svolta, veniva tirata fuori, cioè negli anni settanta in Italia soprattutto, anche quella va presa con un atteggiamento che è io direi di un sì e anche di un mah Perché non si è verificata nel mondo una omologazione generale delle culture, quelle culture che Pasolini andava riscoprendo e che cercava come qualche cosa che ancora manifestavano una resistenza alla omologazione delle culture, ma che in breve sarebbero sparite proprio quelle culture, quelle culture del terzo mondo ecc, hanno manifestato poi come abbiamo visto un qualcosa di più di una capacità di resistenza. Si sono reinventati una tradizione al punto che oggi noi non possiamo parlare di una omologazione delle culture sul pianeta, un discorso diverso andrebbe fatto per l’Italia, però anche lì ci sarebbe da diversificare l’analisi che faceva.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

continua la trascrizione “difficoltosa” (lo si comprende dal testo riportato proprio in questo blocco) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 24

* PROIEZIONE DI UN DOCUMENTARIO

FINE LATO B PRIMA CASSETTA

SECONDA CASSETTA INIZIO LATO A

Parla voce non identificata:

<< Io vorrei, in questo intervento molto breve, dire qualcosa sul discorso che ha fatto Tricomi e poi rivolgere una domanda, una semplice domanda a Costa che non nasconde inibizione, ma è proprio una domanda. Per quanto riguarda la relazione di Tricomi che si rifà a due libri che ha pubblicato in questi ultimi tempi su Pasolini, io devo dirvi innanzitutto che trovo la tesi, che lui ha presentato qui, che appunto ha discusso ancor meglio in questi volumi, assolutamente convincente. A me sembra che si possa dire che tutto quello che Tricomi fa, ma lo fa con una grande dovizia di documentazione sia in sostanza svolgere dispiegare quello che era un giudizio critico di Franco Cortini su Pasolini, che Pasolini accettava peraltro, e cioè la possibilità di leggere Pasolini, l’opera di Pasolini secondo la figura retorica della sineciosi o dell’ossimoro. L’ossimoro sapete è una figura retorica in cui due contrari sono unificati all’interno di una stessa formula, come per esempio quando si dice un morto vivente. Questo è un ossimoro e un po’ tutto Pasolini è un ossimoro. Io credo che questo lo si veda bene proprio attraverso la tesi di Tricomi del sadomasochismo, no? Questo rapporto che Pasolini ha con la tradizione letteraria, con il potere, con la sessualità anche che è un rapporto di contraddizione perenne in cui non si arriva mai ad una sintesi, quindi ad una conciliazione degli opposti, ma al contrario si ha una configurazione in cui gli opposti sono presenti e si scontrano continuamente. Quindi non una soluzione del conflitto, ma un conflitto esibito in maniera costante. Allora questa cosa, questa dimensione per esempio della accettazione rifiuto di una tradizione letteraria, questo è secondo me visibilissimo se vediamo ad esempio la svolta che appunto conduce Pasolini dalle prime prove che si possono in qualche modo, sia pure con una certa approssimazione, considerare neorealistiche o almeno realistiche fino poi alla diciamo sperimentazione piuttosto forsennata degli anni ’70, questo si vede per esempio in un libro come “Petrolio”, beh questa dimensione di accettazione e rifiuto di una tradizione letterariami sembra una cosa che viene esibita continuamente.

Ma l’idea che io ho e che è in qualche modo una sorta corollario della tesi di Tricomi è che il lettore stesso debba mettersi in una condizione di ossimoro quando si avvicina ad un’opera come quella di Pasolini. Cioè la dimensione dell’accettazione e del rifiuto devono convincere, altrimenti non si coglie veramente il punto. Devo dire anche che questa cosa può procurare, come dire, degli sbalzi di umore nella lettura di Pasolini. Io li ho sentiti molto, molto fortemente anche Perché così per età anagrafica faccio parte proprio di quella generazione di giovani nevrotici, pallidi, forse anche brutti che lui aveva così fortemente criticato. Quindi la dimensione del rifiuto era sicuramente prevalente quando ero un ragazzo e anche veniva fuori in maniera molto forte quando vedevo un suo film ecc.

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