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STATI GENERALI 3 – una variazione di CTS (per la parte 2 vedi 3 settembre)

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STATI GENERALI 3 – una variazione di CTS (per la parte 2 vedi 3 settembre)

Introduzione

“Mentre preparavo questo intervento è accaduto che l’Assessore alla Cultura di questa città, Giuseppe Vannucchi, si sia dimesso con una modalità che davvero ci sorprende, uno stile molto lontano da quel suo carattere, tanto schivo e riservato, cui ci aveva abituati. Forse questo è un segnale che non andrà sottovalutato: in questa città, così ricca di stimoli e occasioni culturali, da tempo si avvertiva l’esigenza di riportare la giusta attenzione su queste tematiche. Anche io, ancora una volta, non mi sottrarrò dalle critiche nei confronti di un’Amministrazione che giudica nei fatti (a chiacchiere si può ben dire tutto e il contrario di tutto) la Cultura come elemento assolutamente elitario e di scarsa importanza. Lo so già che mi verranno snocciolati i soliti interventi maxi elogiativi nei confronti del Teatro Metastasio e del Centro di Arte Contemporanea “Luigi Pecci”, che peraltro continuo a considerare assolutamente meritati e necessari anche se non del tutto in linea con l’importanza di queste due Istituzioni, ma resta il fatto che per la Cultura si spende ancora troppo poco in questa città, soprattutto se si tiene conto proprio della quantità e qualità di operatori ed associazioni, gruppi ed enti che, in modi diversi, si occupano di Cultura. Quanto alle due grandi strutture di cui ho appena accennato ricevono ingenti risorse (come dico prima, non sufficienti) ma restituiscono molto poco alla città.

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Carissimi amici,
l’iniziativa degli Stati Generali, così importante per tracciare percorso politico da qui ai prossimi appuntamenti elettorali risponde nel caso dell’incontro oggi previsto ad una domanda che da qualche tempo le cinque Circoscrizioni del Comune di Prato avevano formulato: ho ragione peraltro di ritenere che questa sessione degli Stati Generali che si vanno svolgendo in questi giorni sia stata da qualche tempo attesa anche – e dico “soprattutto” – dalle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato come primo – ma si spera non unico e ultimo – momento di riflessione e di chiarimento tutto politico sul ruolo, le funzioni e le potenzialità della politica amministrativa “decentrata” sul territorio in una situazione profondamente cambiata rispetto a quattro anni fa (allorquando si svolse una prima importante verifica, cui si riferisce la documentazione ufficialmente allegata dagli organizzatori di questo incontro), in un contesto di certo più maturo per costruire, con dei passi notevoli in avanti per una maggiore consapevolezza dei reali bisogni della città, un “decentramento maturo” che fornisca maggiori opportunità con maggiori risorse finanziarie ed umane a chi, come noi, amministratori “periferici”, lavora nelle realtà meno fornite di luoghi adatti alla fruizione culturale.
Le Circoscrizioni, per il vero, a Prato nella loro attuale struttura, sono giovani, non ancora maggiorenni e nemmeno “adolescenti”: sono “bambine”. Hanno dietro le loro spalle solo una legislatura e mezza; hanno potuto dimostrare tuttavia in questi sette anni circa di poter assolvere non solo al loro ruolo di “braccio esecutivo£ del Comune ma anche a quello di elaboratori autonomi e coordinati….

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La crisi e l’evoluzione dell’homo sapiens o “insipiens”? ancora su “Perché voto SI al Referendum del 20 e 21 settembre 2020″

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La crisi e l’evoluzione dell’homo sapiens o “insipiens”? ancora su “Perché voto SI al Referendum del 20 e 21 settembre 2020″

Un termine “ambiguo” soprattutto nella interpretazione di persone diverse: chi è pessimista lo legge come un momento di profonda difficoltà nel quale ci si arrende, ci si ferma delusi ed ipocondriaci; in tal modo ci si rinchiude in se stessi e si attende la fine. Chi è ottimista si attrezza per riflettere, sosta e poi riprende il cammino, rafforzato dalle nuove prospettive cui guarda.
Ecco: sono in “crisi”.
Forse lo sono da tempo, così come lo è il mondo consapevole dei propri limiti e non incline alla cristallizzazione dei propri convincimenti.
Errore giovanile di quel tempo in cui apparivano utili le certezze assolute, costituite allo scopo di una rivolta generazionale che da sempre ha caratterizzato la vita umana.
Errore giovanile che con il tempo e con l’età che avanza occorrerebbe fosse superato, ma così non è. Le forme rigide e fisse come le ideologie costringono a declinare l’agire umano in modo unidirezionale e si predispongono ad una conservazione irrispettosa dell’incessante ed impietoso mutare dei tempi.
Dal punto di vista generale si va verso una indistinzione congenita che fa propendere ad un appiattimento delle coscienze. Ed invece bisogna andare “oltre”; non sarà facile perchè le incrostazioni sono indurite e costituiscono limiti insormontabili soprattutto a causa della scarsa volontà nel volersene disfare – pur attraverso un lento percorso di ricognizione e di rinnovamento – da parte di vecchi diffusori e nuovi adepti.
Continuo ad essere perplesso verso il rifiuto che l’apparato sta ponendo all’approvazione della proposta di riduzione del numero dei parlamentari.
Fatti i conti, la riduzione ci porrebbe in linea con gli altri paesi europei: se passasse il NO avrebbero verso di noi più di una ragione per credere che non vi sia la volontà di “cambiare”. Già non abbiamo, a volte a torto altre a ragione, un buon credito.
So perfettamente di non essere in linea con quanti fino a pochi giorni or sono condividevo speranze. Ciononostante nessuna giustificazione addotta da chi ritiene che votare SI non sia di Sinistra ed invece votare il contrario appartenga alla Sinistra mi convince. Tanto è che il rimescolamento è così ampio da non lasciare ombra di dubbio. Essere – per me – di Sinistra è collegato al mantenimento dei valori fondamentali rappresentati dai primi 12 articoli della Costituzione ed alla possibilità di espressione libera del proprio pensiero, ancorché rielaborato senza vincoli ideologici mortificanti.

Giuseppe Maddaluno

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PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – parte 8 (per la 7 vedi 2 settembre)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – parte 8

Alla mail con il Resoconto molto sintetico dell’incontro di martedì 24 ottobre 2006 inviata da me risposero telefonicamente in tanti; Tina Santini invece sentì il bisogno di inviare una mail personale datata 5 novembre dal titolo “Riflessioni a lettera aperta”.

a tutti gli amici
penso sia importante per me esprimere la più totale concordanza con le idee e le riflessioni di Giuseppe; voglio aggiungere che trovo difficile capire fino in fondo perché ci debba essere differenza di opinioni su proposte che fra loro non sono alternative; trovo necessario presentarsi alla cittadinanza attraverso un sito sul quale possano intervenire tutti coloro che sono interessati e particolarmente interessante è lo strumento “sito” per coinvolgere i giovani, a patto che su esso i giovani trovino contenuti interessanti…altrimenti lo visitano al massimo una volta e lo abbandonano; idea brillante quella di riprendere l’iniziativa di Bologna per un appello alle associazioni, ai partiti, ai movimenti cittadini, “agli uomini (e alle donne) di buona volontà”; ottime le iniziative di coinvolgimento e di sollecitazione ad un dibattito svolte in campagna elettorale….da ripetere oggi con modalità diverse; tuttavia, oggi mi sembra inevitabile fare un passo in avanti e costituire un gruppo con regole democratiche che sfrutti al meglio le capacità di ognuno, ci permetta di avere una rappresentanza, (se per una sola persona è troppo gravoso l’impegno, saranno due o tre) che dia forza
– a chiunque di noi si troverà a confrontarsi con i partiti politici;
– a tutti noi che parteciperemo alle iniziative che verranno proposte; –
al sito che costruiremo e che comunicherà idee e einiziative condivise;
-all’appello che avrà maggiore forza perchè verrà da un gruppo che non è fermo, ma che si costruisce via via allargando sempre la propria platea;
– alla nostra capacità di fare pressione perchè nel Partito Democratico si affermino quei principi di cui abbiamo fin qui discusso e condiviso.
Credo sia indispensabile darsi uno statuto leggero, (quello dei Cittadini per l’Ulivo può essere una buona base di partenza) comunque è necessario decidere e penso che giovedì 9 novembre dovremo concludere con dei punti fermi.
Ringrazio tutte e tutti e vi invito anche io a venire giovedì sera 9 novembre alle ore 21.00 al Dopolavoro Ferroviario.
Con cordialità
Tina Santini
All’incontro del 9 novembre 2006 vennero presentate delle proposte di Regolamento e di Statuto.
La discussione fu intensa ed il 15 novembre il Comitato si costituì. L’incontro si tenne ancora una volta al Dopolavoro Ferroviario ed alle 22.40 fu redatto un REGOLAMENTO COSTITUTIVO. Si scelse come sede il Circolo ARCI “Ballerini” in via del Cittadino. I primi firmatari furono nell’ordine Giuseppe Maddaluno (che fu nominato Coordinatore provvisorio, rappresentante legale del’associazione che fu chiamata “Comitato di Prato per il Partito Democratico dell’Ulivo”), Mario Altimati, Ettore Sucato, Fulvia Bendotti, Guglielmo Buongiorno, Luciano Nappini, Giancarlo Ravenni, Nicola Verde, Lucio Lamanna, Francesco Guglielmo, Carmela Biondo, Massimiliano Tesi, Tina Santini e Giulia Ciampi.
I fondatori decisero di aderire alla Rete dei Cittadini per l’ULIVO”, alla quale fu inoltrata la richiesta di poter utilizzare il loro logo.

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con il Referendum ormai alle porte – I danni dell’ideologismo – perché mai io voto SI

con il Referendum ormai alle porte – I danni dell’ideologismo – perché mai io voto SI

Ho trattato questo tema in modo semplicistico, utilizzando più la testa che il cuore, mostrando molta fiducia nella tenuta democratica del Paese che non mi sembra, guardando alle vicende quotidiane incline a soluzioni eversive irrispettose dei valori fondanti della nostra Costituzione. Diffido di chi utilizza l’arma del testo costituzionale per tentare di impedire il cambiamento. Il confronto con il Referendum del 2016 è profondamente scorretto: in quella occasione cercammo di convincere l’allora Premier di “spacchettare” il complesso delle proposte. Fu sordo a quelle richieste e non potemmo fare altro che bocciarlo, bocciare il Referendum ed il Premier. Non è questo il caso: qui le vere scelte si faranno solo “dopo”.

Sull’appuntamento referendario che tra qualche giorno ci attende si vanno accendendo contese spropositate e fuorvianti, connotate tutte da un ideologismo deleterio e – per quanto concerne quella parte di sostenitori del No in malafede – cialtrone. Indubbiamente non posso tacere sul fatto che coloro che sono invece in perfetta buonafede siano anche creduloni e sprovveduti. Senza voler negare di avere la presunzione di saperne più di altri, trovo altrettanto presuntuosi coloro che si dichiarano certi – siano essi convinti o furbescamente insinceri – del grave pericolo incombente dopo l’approvazione della riduzione dei parlamentari. Detta così, siamo tutti ipersicuri che nulla di rischioso c’è in vista o grave sarà la conseguenza sulla tenuta democratica del nostro Paese. Da una parte quelli che ritengono che la riduzione del numero dei rappresentanti parlamentari produrrà un effetto benefico, consentendo di accedere ad un più rapido percorso degli iter legislativi, dall’altra coloro che denunciano l’aumento del numero dei “rappresentati”, che non consentirebbe alle minoranze di poter essere rappresentate.
Personalmente condivido molte delle preoccupazioni espresse dai sostenitori del NO: lo faccio al di fuori degli ideologismi, che prefigurano uno smantellamento della Costituzione. Queste preoccupazioni, così come sono mie, sono anche di molti altri sostenitori del SI. Le ho esposte in molti post in queste settimane; e ritengo che siano doverosi gli interventi da mettere in atto subito dopo l’approvazione di quel dispositivo legislativo, il cui iter è stato di fatto interrotto dalla pur legittima richiesta di referendum e dagli eventi pandemici di quest’anno.
Non solo una nuova Legge elettorale ma anche dei meccanismi intermedi di compensazione rappresentativa.
Rimettere, senza gli “infingimenti” con cui dopo averle sospese ed esautorate sono , in piedi gli organismi provinciali, ridiscutendone ruoli, ambiti e costi; abbassare il limite minimo di abitanti per poter istituire le Circoscrizioni; operare intorno anche alle “regole” di rappresentanza ed istituire sessioni di lavoro intensificato con obblighi di cura dei territori nei quali si è stati eletti. Tutte queste “proposte” non riducono il numero complessivo dei “rappresentanti” nè incidono minimamente sulla tenuta democratica del Paese.

Un post-scriptum

Dopo la scelta popolare, prevalga il SI oppure il NO, cosa hanno in animo di fare realmente i nostri attuali rappresentanti politici?
Come pensano di ovviare al discredito profondo e diffuso (i sondaggi continuano ad essere impietosi) verso il mondo politico, soprattutto proprio quello rappresentato dai parlamentari.


Giuseppe Maddaluno

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza


UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO
20 OTTOBRE 1995
(nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Care compagne, cari compagni questa piccola Assemblea dovrà servire in maniera esclusiva a far emergere dal dibattito una posizione chiara anche se non necessariamente univoca del nostro Partito sulle problematiche culturali.
Era da tempo necessario incontrarci per riflettere e discutere insieme sulle problematiche inerenti la politica culturale della nostra città e della nostra Provincia.
Non intendo minimamente sottrarmi ad un’assunzione di responsabilità relative al ritardo con cui ci si incontra anche se appare utile fare alcune precisazioni che poi singolarmente e tutti insieme potremo valutare: 1) nel corso di questi ultimi mesi ho comunque prodotto una serie di interventi scritti sulle tematiche culturali, uno dei quali è stato consegnato al candidato Mattei, su esplicita sua richiesta; 2) dalle elezioni amministrative ad oggi per motivi più diversi (gli impegni di tutto, o quasi, il gruppo dirigente, le scadenze elettorali e referendarie) non solo il Dipartimento Scuola e Cultura, ma molti altri settori del Partito non hanno lavorato e solo negli ultimi giorni c’è stato qualche segnale diverso, e questo ne è un esempio.
Gli interventi scritti di cui parlavo, anche quando prodotti direttamente dal sottoscritto, si sono sempre rifatti sinteticamente al confronto con quanti, nel mio lavoro quotidiano, mi sono stati vicini ed hanno con me attivamente collaborato.
Ed è quindi da questi documenti che traggo ancora oggi la massima ispirazione, ritenendo opportuno, in particolare, che il partito di maggioranza assoluta in questa città (21 consiglieri su 40 in Comune) debba far sentire la propria voce e far pesare il proprio orientamento anche in fatto di politica culturale.
Lo deve perché rappresenta poco meno della metà degli elettori e soprattutto deve far sentire la sua voce, affinché non siano altri poteri a dire come questa città debba essere governata.
Contare non significa decidere, voler contare non significa voler decidere, è evidente che l’autonomia di chi amministra con le nuove regole deve essere mantenuta, ma è anche evidente che non si possa amministrare come se si fosse del tutto svincolati dal resto della realtà politica e culturale, non si può amministrare contro o a prescindere dal confronto con il maggior Partito di Governo di questa città.
La 142 stabilisce gli ambiti di competenza del Sindaco (art. 36) e quelli del Consiglio Comunale (art. 32) ma è evidente che la conduzione dell’Amministrazione debba tener conto di un consenso che non si basi su criteri di puro fideismo e neanche di cieca fiducia ma che si alimenti con un confronto continuo aperto e leale.
Bisogna che io faccia delle precisazioni “a monte” per poter meglio comprendere il senso di quel che poi dirò. C’è la sensazione che questa legislatura sia partita con una forte sottovalutazione delle problematiche culturali e con una sottovalutazione altrettanto seria delle idee che venivano esprimendo donne ed uomini che si occupano da anni di problematiche culturali in questo Partito: questo è apparso e appare frutto di presunzione che non ha ragion d’essere; o se ne ha, allora occorre capirne le motivazioni. Intanto, l’evento straordinario in questi primi di governo nel campo culturale in questa città è stato il riconoscimento e la valorizzazione istituzionale dell’opposizione: una cosa assurda, inutile e profondamente dannosa; che non porterà vantaggi né politici né istituzionali a nessuno né al nostro Partito né alla coalizione della quale facciamo parte: un dono “istituzionale” incomprensibile e scellerato che, se fosse il risultato di un accordo, sarebbe un vero e proprio scandalo, una vera e propria offesa al ruolo della cultura in questa città ed ai suoi cittadini che hanno scelto chi doveva governare e chi stare all’opposizione.
Appare allo stesso modo incomprensibile, almeno a prima vista, il motivo che ha spinto una parte del nostro Gruppo a scegliere questo percorso della quale cosa io spero ci si penta al più presto.
L’altra questione che occorre precisare è legata al taglio complessivo dell’intervento: non mi interessa in alcun modo costruire un progetto culturale che abbia come punti di riferimento soltanto le due megastrutture e poco altro.
Queste devono essere, come tante altre, gli strumenti, i mezzi attraverso i quali mettere in pratica un progetto complessivo di politica culturale, esse devono porsi quale obiettivo l’assunzione di un preciso ruolo di guida culturale in questa città.
Allo stesso tempo non mi galvanizza affatto l’uso di un metodo che molto spesso è stato adottato nel procedere alle nomine nel settore culturale e non solo, che è consistito nello scegliere prima i menbri nominati e poi gli orientamenti di fondo.
Mi sembra opportuno e corretto procedere all’inverso: prima si discute ampiamente sulle prioritarie scelte di politica culturale e poi si reperiscono le figure giuste da collocare all’interno delle diverse strutture perché possano adeguatamente funzionare.
Proprio per questo è necessario guardare la nostra città con occhi impietosi ed obiettivi.

Prato

La nostra città ha vissuto negli ultimi quindici anni una serie di mutamenti, messi in evidenza peraltro da alcune indagini scientifiche, quali quella dell’IRIS per il nuovo PRG. Scorrendo quelle pagine, tuttavia, la sensazione è che il punto di riferimento degli studiosi che le hanno redatte sia stato, in primo luogo ed in maniera preponderante, l’imprenditoria pratese nel suo complesso, con qualche accenno numerico alle altre componenti sociali. Io non dispongo di altri dati scientifici ma, per motivi professionali e politici, es essendo un immigrato interno, arrivato a Prato solo alla fine del 1982, ho cercato di essere particolarmente attento a quelle trasformazioni sociali ed ambientali che si possono toccare e vedere direttamente, che si avvertono, che si annusano, si sentono. In questi anni, di fronte ad un processo produttivo dell’industria pratese che ha avuto un notevole sviluppo qualitativo, c’è stato un fortissimo calo del livello culturale generale, misurabile sulla base dei dati che si riferiscono alla bassissima percentuale di laureati ed allo stesso tempo di una elevatissima percentuale di abbandoni scolastici nel post-obbligo, dati che assumono rilevanza notevole nella periferia.
Grande attenzione andrebbe dunque rivolta alle zone periferiche, che appaiono sempre più come quartieri-dormitorio, mentre il centro non riesce nel contempo ad assolvere pienamente, ed anche giustamente perché lì risiedono molte delle principali strutture culturali della città, ad una sua funzione propulsiva e propositiva di carattere positivo sul piano della Cultura.
Molto spesso sono stato invitato negli ultimi anni a guardare in particolare a ciò che in questa città funzionava, a quello che di buono c’era, senza soffermarmi troppo sugli aspetti “negativi”.
Non sono uno stupido, posso anche capire da solo che Prato è, rispetto a tante altre città, molto più avanti; ma il nostro obiettivo, compagne e compagni, almeno fra di noi diciamocelo, è quello di portarla ancora più avanti e, per poterlo fare non possiamo migliorare soltanto ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che “non” funziona, anche per un motivo, che è poi molto vicino a quello che enunciavo pocanzi che a Prato da alcuni anni in qua se un miglioramento c’è stato esso è collegato alle alte tecnologie, alla media e grande produzione, all’imprenditoria privata da quella artigiana a quella industriale, ma per gran parte dei ceti medi le difficoltà sono aumentate e nel settore culturale in generale si è speso da parte di tutti sempre meno e sempre peggio. Occorre affermare proprio in riferimento a ciò che appare fuori luogo un certo tipo di lavoro sull’immagine di Prato fatto esclusivamente di luccichii, perché tenderebbe a fornire di essa solo l’aspetto positivo, portando anche molti di noi al convincimento dell’assenza di questioni problematiche che invece continuerebbero a nostro dispetto ad esistere e non troverebbero facile riconoscimento.
Non vorrei, dunque, che ci si comportasse come i cicisbei che tendevano ad annullare la loro “puzza” (aborrivano notoriamente l’uso dell’acqua e sapone) con litri di profumi. Allo stesso tempo credo sia opportuni rilanciare l’immagine di Prato fra la gente di questa nostra città che, abituata a ritmi di lavoro quasi “cinesi”, non ne conosce la complessa ricca realtà culturale.
Prato ha vissuto anche nel suo apparato politico diffuso una crisi progressiva dalla fine degli anni Settanta ad oggi contrassegnata dall’assenza prolungata di passione civile, di impegno sociale che occorrerebbe recuperare.
I fenomeni negativi dello yuppismo e del rampantismo non ci sono stati del tutto estranei, lasciando spazio anche in noi ad una superficialità antropologica, un decadimento culturale ed un appannamento dei valori ideali. Si è celebrata anche da parte nostra troppo in fretta la morte delle ideologie ed a queste è stato sostituito un pragmatismo arido che ha teorizzato un modo di vivere giorno dopo giorno senza progetti senza futuro.
E’ evidente che di tanto in tanto ci si è risvegliati ma lo è stato sempre per brevi periodi, quasi tutti collegati a contese elettorali o a questioni contingenti del tutto passeggere. Le tematiche della solidarietà e dell’accoglienza non più intese come negli anni Sessanta e Settanta come esclusivo sostegno alle famiglie bisognose ma collegate in particolare all’inarrestabile fenomeno cosmico delle migrazioni extra-comunitarie non possono essere lasciate solo all’iniziativa dei cattolici, non possono essere affrontate nè con la chiusura tipica della Destra nè con il cinismo “piccolo borghese” di una società che, ancorchè opulenta e soddisfatta, è in profondissima crisi di valori ed in declino morale ed è incapace di risolvere i propri problemi e di affronatre le questioni, partendo in particolare dal rispetto umano e dalla tolleranza.
E’ altresì evidente che sussistono negli ambienti degli immigrati fenomeni di delinquenza e di illegalità diffuse che vanno accuratamente controllati e, dove possibile, prevenuti; ma questo, come per tutti, non deve pregiudicare in nessun modo il nostro rapporto con la maggior parte di questa gente. Allo stesso modo vanno perseguiti anche gli sfruttamenti cui queste persone vengono sottoposte da proprietari di fondi e da datori di lavoro senza tanti scrupoli.
Diverso, anche se di poco, è il problema dei nomadi che a Prato sono peraltro in generale in possesso di residenza con i quali occorre attivare un rapporto reciproco che consenta di pervenire ad una soluzione idonea a tranquillizzare la popolazione “stabile” e permettere ai nomadi una vita comunque degna di questo nome, pur nel rispetto degli usi e costumi di questi popoli. Quello che va accadendo negli ultimi giorni è un segno inequivocabile della caduta di tensione anche nella Sinistra, una Sinistra che a Prato (vale la pena ricordarcelo) è numericamente fra le più forti di Italia.

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C’è in ogni caso qualche segnale positivo di risveglio negli ultimi giorni, e questo ci conforta.
Ma altri problemi che attengono al mondo culturale, nel senso più vasto del termine, ci preoccupano. Non ultima la questione ambientale con le scelte decisive relative allo smaltimento dei rifiuti. E’ necessario, dopo aver assunto impegni nella maggioranza (e questo è formalmente in parte già avvenuto) fornire le dovute garanzie alla popolazione, trattando, nel limite delle possibilità anche vantaggiose contropartite.
In ogni caso bisogna dire a qualche alleato di governo che non si può sottoscrivere un accordo e recedervi in meno di 24 ore per puri calcoli personali o per amene bizzarrie.
Si può essere ambientalisti in una realtà come la nostra costruendo uno o più impianti, garantendone tuttavia lo stretto controllo quanto ad impatto ambientale e verificando oculatamente già in anticipo costi e ricavi non solo di tipo economico.
Non è neanche trascurabile il problema generale dei giovani, le ragioni del cui disagio sono complessivamente assenti dalle nostre analisi politiche, mentre dedichiamo più tempo ed energie ad altri argomenti più tattici e solo in apparenza più urgenti; senza affrontare le questioni si creano così sorprendenti miscele esplosive che si evidenziano in atteggiamenti di frustrazione, di violenza, di nichilismo, in scelte complessivamente negative (alcool, droga, superstizione, ecc…) dalle quali è molto difficile tornare indietroe che determinano un generale disorientamento nella società che, incapace di affrontare i problemi, si avvia a sua volta verso forme di frustrazione o, quel che è peggio, di cinismo, creando un circolo vizioso. Occorre, anche nel nostro piccolo, affrontare le questioni della disoccupazione giovanile e dare risposta soprattutto alla richiesta di nuove opportunità, connesse in particolare al settore della cultura, dell’ambiente, del turismo e del tempo libero.
In questa direzione mi è apparsa personalmente molto interessante la scelta della General Video e di Cecchi Gori di impiantare a Prato un’attività avanzata di produzioni video, particolarmente nel settore didattico. Allo stesso modo e nella stessa direzione è stato indicativo qualche tempo l’intervento della Casa Editrice Giunti.
Tantissimi altri problemi attendono una soluzione e fanno di Prato un’isola non del tutto felice: dai problemi della casa a quelli sociali, che sono in attesa anche di una scelta di tipo istituzionale forte che garantisca il proseguimento del lavoro che era stato avviato in particolare nella passata legislatura.
Sarebbero veramente tante le questioni checoncernono le problematiche culturali, e non ci sarebbe il tempo per elencarle ed esporle tutte, figuriamoci per analizzarle! Un altro argomento che tuttavia ci coinvolgerà pienamente e ci costringerà a discutere sin dalle prossime settimane sarà il Piano Regolatore Generale. Noi tutti sappiamo quale importanza rivesta per la nostra città e quanta importanza vi ripongano in ogni senso numerose categorie professionali (più che gli stessi politici ed amministratori nel loro complesso).

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Molte delle tematiche culturali diffuse sono legate alla struttura del PRG: ed è dunque ad esso che occorrerà guardare con particolare attenzione, in special modo per conoscere le caratteristiche della vivibilità in particolare nelle nostre periferie, le identificazioni dei “luoghi per lo svago ed il tempo libero, per la cultura sia come fruizione che come produzione, i cosiddetti loghi centrali”.
Per i temi squisitamente culturali mi rifarò in gran parte per mia comodità al testo che avevo consegnato al candidato a Sindaco Fabrizio Mattei. Risulta evidente che il “Metastasio” è trattato in questo primo ambito a monte della “querelle” degli ultimi mesi, ma vi si può lo stesso notare una profonda coerenza con quanto vado affermando adesso: il resto (non so se è un bene o un male) mi sembra ancora attuale. Nell’ambito di un progetto culturale complessivo per il governo della nostra città terremo presenti alcune linee essenziali: a) concedere maggiore forza e dignità, con un conseguente incentivo di bilancio, all’Assessorato alla Cultura;
b) realizzare progetti culturali integrati che vedano come soggetti attivi, oltre alle due grandi strutture, anche quelle importanti strutture intermedie così radicate e diffuse sul territorio pratese;
c) portare a compimento il processo di trasformazione del “Metastasio” da Consorzio a Fondazione, particolarmente per quel che concerne la produzione e la formazione, senza tuttavia trascurare il “cartellone”, che deve avere un supporto didattico in senso ampio, ovverosia deve essere conosciuto più diffusamente, superando alcune difficoltà che si sono presentate nella scorsa stagione;
d) mettere in evidenza il ruolo peculiare del Museo “Pecci”: quello di essere una struttura sia pubblica che privata, in cui per il suo funzionamento c’è uno sbilanciamento forte, quasi a totale carico della parte pubblica; proprio per questo, occorre che l’Amministrazione faccia sentire maggiormente la sua presenza per far valere il suo ruolo, garantendo anche l’uso “pubblico”, nel senso più ampio del termine, di questa struttura;
e) invertire il senso di marcia della “politica culturale”, che non significa sguarnire il “centro” e valorizzare la “periferia” a scapito del “centro” ma costruire un progetto di “cultura” che sia strategicamente rivolto all’innalzamento del livello qualitativo della cultura in modo lento e progressivo, particolarmente nella periferia, ascoltando anche le esigenze che sono espresse dai nuovi Quartieri ai quali va realmente garantita la prevista autonomia ma anche va data la possibilità di incidere concretamente sulla programmazione e di essere propositivi attivamente nell’elaborare un progetto culturale complessivo che parta dal loro territorio almeno a partire dalla condivisione degli indirizzi generali;
f) valorizzare e dare consistenza alle richieste che provengono dal mondo giovanile, che lamenta l’assenza di luoghi di fruizione del tempo libero: si pensi al già progettato Palazzetto dello Sport, ad un possibile Teatro Tenda, alla costruzione di una nuova Piscina ed all’adeguamento di altre strutture di carattere sportivo; allo stesso tempo occorrerebbe sapere se nella definitiva stesura del PRG si riuscirà a tenere presenti queste richieste, affinché in ogni Quartiere siano reperiti spazi per la fruizione e la produzione di Cultura;
g) valorizzare al massimo (ed incentivare) tutte le potenzialità culturali di base espresse dalla gente di Prato: si pensi ai gruppi teatrali (in particolare il TPO, che ha gestito e curato con meriti particolari tutto il settore del Teatro Ragazzi, conseguendo risultati eccellenti in campo nazionale e non solo); si pensi alle corali, ai gruppi musicali, ai singoli musicisti così tanti e diffusi; agli innumerevoli artisti a volte organizzati in scuole o gruppi associativi, a volte individualmente presenti; si pensi ai film video makers, che a Prato sono tanti;
h) valorizzare il patrimonio artistico ed architettonico della città, sul solco di quanto già fatto dalla precedente Amministrazione, con un occhio più attento anche alla conservazione di qualche elemento di “archeologia industriale”.
Tutto questo noi lo scrivevamo già prima delle elezioni e riteniamo siano in gran parte ancora molto attuali ed attuabili. Noi pensiamo che nel corso di questi primi mesi del nuovo governo di questa città tutti, a partire soprattutto da noi, avremmo potuto fare qualcosa di più, avremmo dovuto soddisfare da tempo l’esigenza di farci ascoltare prima delle decisioni allo scopo, mi si creda, soprattutto di confrontarci e di evitare così spiacevoli equivoci e contrasti. Non è mai troppo tardi, certo! Io spero in ogni caso che stasera non si celebri un rito ma che ci sia un vero confronto, reciproca disponibilità all’ascolto e comprensione ma anche che si arrivi a fissare comuni obiettivi. Diciamo questo senza avere noi la presunzione di indicare quali strade debba obbligatoriamente compiere un Assessore o lo stesso Sindaco, ma allo stesso tempo non vogliamo esimerci da diritto dovere prima di tutto come cittadini di fornire qualche modesto semplice consiglio e dal diritto dovere di estrinsecare, più o meno pubblicamente, quello che sono le nostre principali preoccupazioni, a partire da un clima non sempre sereno in contrasto con quel Governo dolce, quel Governo amico che si vorrebbe fosse il nostro Governo. Ritornando su alcuni punti esposti in precedenza noi riteniamo che il concedere maggiore forza e dignità all’Assessorato alla Cultura sia da collegare oltre che ad un incentivo di bilancio soprattutto ad una progettualità che tenga conto delle priorità espresse. Nessuno di noi ritiene che ogni evento, ogni momento collegato allo spettacolo ed alla Cultura debba obbligatoriamente produrre e lasciare segni del suo passaggio ma non si può pensare ad una cultura di evasione di tipo effimero per la maggior parte: occorrerebbe che per una buona percentuale la fruizione sia pensata anche come occasione di stimolo e di crescita, creando essa stessa altre occasioni di produzione e di fruizione; un progetto complessivo deve assolutamente contenere quelle che sono le linee programmatiche, gli indirizzi entro cui si muove la politica culturale dell’Assessorato, non essere frutto di occasionalità nè dipendere troppo da influssi sporadici e disarticolati esterni nè dalle scelte unicamente personali di chi ha la resposnabilità di quel settore. C’è invece la sensazione che non si persegua una politica delle “progettazioni complesse”, che non sono tuttavia dei “patchwork” ai quali partecipino più soggetti ma occasioni per lasciare il segno, procurando piacere e “fabbricando” cultura, una cultura permanente, non gli eventi, l’evento fondamentalmente fine a se stesso.

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.
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Tutti voi sapete poi quel che è accaduto in questi ultimi mesi. C’è stata una particolare attenzione sul Met con un fuoco concentrico al quale ho partecipato anche io perché ho avvertito questo attuale Consiglio di Amministrazione troppo lontano dal territorio e troppo chiuso in se stesso.
La mia opinione critica si è fermata a queste considerazioni, perchè comunque ritengo che questo CdA abbia ancor oggi le carte in regola per operare e che non abbia bisogno di essere posto sotto tutela. Le dimissioni di Veronesi da Presidente hanno solo minimamente modificato questo mio modo di vedere, perché credo che il CdA possa ancora sopperire da solo alle necessità in questa fase così delicata. Stiamo attenti a non inserire senza le opportune riflessioni in un meccanismo reso già debole dalla situazione pregressa elementi che possano portare ad una conflagrazione, che non mi auguro, ma che è ritenuta molto prevedibile e, ritengo a giusta causa, anche da qualcuno, ricercata. Sinceramente è questo che mi preoccupa di più in tutta questa faccenda. Mentre avverto negli interventi di qualcuno vecchi rancori, ansia di rivincita e quanto altro, io vi assicuro che tendo esclusivamente a salvare la situazione, senza sentirmi il “padrino” di chicchessia.
Va dato atto a questo CdA di essersi incamminato sulla strada giusta, allestendo un programma di notevole spessore culturale e molto stimolante; ed all’Assessore alla Cultura di aver offerto una certa disponibilità ad un lavoro comune che, più che sui programmi, si appunti sugli indirizzi e gli obiettivi, a partire dalla produzione. Ma, secondo me, ben altro è il ruolo di Assessore da quello di Presidente del Met. Sono due figure, soprattutto poi in questo passaggio, non intercambiabili, in quanto lo stesso Assessore non ha mai nascosto in particolare nella fase delicata della sua genesi di aver molto poco gradito la Fondazione e la scelta della produzione; inoltre ritengo che con difficoltà la sua presenza si combinerebbe efficacemente con quella di Massimo Castri. Devo aggiungere che non trovo convincenti neanche le motivazioni che l’Assessore adduce di tanto in tanto per porre in discussione la produzione (“l’Assessore Regionale non si è impegnato….non è poi così certo che Prato possa mantenere la produzione….”), che non è per me un “tabù” come conquista assoluta ma che difenderò strenuamente fin quando proseguirò a considerarla come scelta “vincente”.
Nello stesso documento presentato in Consiglio comunale sulla produzione l’atteggiamento dell’Assessore è tiepidamente difensiva, mentre ( se la convinzione fosse reale) occorrerebbe dire che il progetto produttivo non si tocca, se non che per migliorarlo e collegarlo maggiormente alla nostra realtà territoriale locale e regionale e non si aspetterebbero, praticamente da fermi, le scelte della Regione. L’Assessore Regionale può anche aver cominciato a cambiare idea sotto la pressione di altre realtà territoriali; di certo la cambierà definitivamente se non si interviene in modo convincente per difendere questa nostra scelta.
E se non vi dispiace, vi invito a considerare questa evenienza come una perdita secca di immagine oltre che di mezzo miliardo l’anno più un altro mezzo miliardo se ci venisse riconosciuto, come sembra sia, il “progetto speciale”.
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

La polemica si è poi incentrata sullo Statuto. Lo si vuole modificare per ridurre l’autonomia del CdA, forse lo si vuole modificare anche per adeguarlo maggiormente alle nuove leggi (vedi “designazione del Presidente”), forse lo si vuole modificare per garantire un peso maggiore del principale Socio fondatore, qualche altro vorrebbe intervenire sulle indennità, considerate troppo elevate. Trovo legittime tutte le necessità, a patto che non si finisca per stravolgere le ragioni fondamentali dell’Istituzione. Considero meno importanti – per me – la prima e l’ultima, in quanto ritengo che chi si occupa in maniera seria e professionale di un Ente così rilevante non possa farlo bene ed in modo sereno se non è incentivato anche con una dignitosa indennità. Allo stesso tempo credo che, senza stare a ripetermi troppo, non sia poi così straordinaria l’autonomia del Consiglio di Amministrazione se ci si capisce, se ci si confronta, se si riesce a ragionare tra uomini ragionevoli e assennati, tra persone competenti che abbiano quale scopo principale uno spirito di servizio costruttivo. Ho sentito, in questi giorni che anche tra i compagni ce ne è qualcuno che alimenta la polemica su questo Consiglio di Amministrazione. Anche io ho perso la pazienza, una volta, ma invito tutti a leggere bene quell’intervento nella stesura originale non quella riportata dalla stampa: avevo lanciato messaggi (forse non in maniera abbastanza chiara) affinchè questo CdA comprendesse che vi era la necessità che da parte dei membri si facesse un passo verso il nuovo Consiglio Comunale, che si aprissero in questo modo alla città. Lo dico ancora una volta, anche al Sindaco, anche all’Assessore: la nuova legge elettorale dà poteri straordinari al Sindaco e alla Giunta, ma sul fronte ci siamo anche noi piccoli consiglieri che dobbiamo alzare la manina per approvare o disapprovare per cui le strategie non si possono discutere soltanto tra un CdA e il Sindaco e l’Assessore, altrimenti non ci si può sorprendere se c’è qualche dissenso. Anche io ho ritenuto opportuno dire la mia su un Consiglio di Amministrazione troppo appiattito sulla punta di iceberg del Potere, ma ho anche capito che è necessario consentire in una fase come questa l’importanza della tranquillità operativa a chi sta lavorando, senza risparmiare nè critiche nè elogi quando avremo i risultati di questo impegno.
Grandi responsabilità tra le altre cose potrebbero essere addebitate a chi non riuscisse a far crescere il progetto produttivo, moltiplicando (è possibile farlo, non è un’utopia) i fondi e riducendo progressivamente l’intervento del Comune e degli altri Soci. Ai compagni che alimentano la polemica dico che hanno la memoria corta. Fondazione e Statuto, la produzione, il Consiglio di Amministrazione sono state approvate dalla passata legislatura poco più di un anno fa; occorrerebbe ricordarsi che alcuni dei nostri attuali compagni e qualche collega dell’opposizione erano presenti ad approvare il tutto, e, quindi, (a parte il fatto che in Politica può sempre accadere di tutto: mai dire mai) mi sembra abbastanza curioso che ci si stia ripensando.

Per andare verso la conclusione dico che sul Teatro e sul ruolo che esso deve avere nella nostra società mi appaiono illuminanti e precise le affermazioni generali rese da Luconi in Consiglio comunale nella prima parte del testo, soprattutto quando parla di un Teatro aperto; mentre per quel che riguarda la produzione ritengo indispensabile far riferimento ad alcune pagine sul Teatro (pagg.8,9) di un documento fornitomi dal precedente Assessore alla Cultura, prima della campagna elettorale del 23 aprile (1995). Un’altra questione di fondamentale importanza nell’ambito delle politiche culturali è a mio parere il Teatro Ragazzi. Si tratta di uno dei settori culturali più avanzati che la città di Prato abbia prodotto negli ultimi 15 anni. Il Teatro Ragazzi, per opera del “Teatro di Piazza e d’Occasione” ( TPO ) ha raggiunto risultati considerevoli di rilevanza nazionale ed internazionale, ottenendo svariati riconoscimenti nel settore produttivo e finanziamenti statali, svolgendo un ruolo prezioso soprattutto di tipo didattico. Ci sono dati incontestabili sul lavoro svolto e sui risultati ottenuti, che non lasciano alcun dubbio.

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In questi ultimi tempi, però, la storia del Teatro Ragazzi si è andata intrecciando con le problematiche connesse all’atavica mancanza di strutture culturali nella nostra città ed al destino del Teatro Santa Caterina, sede “storica” di questa attività.
Proprio negli ultimi giorni, poi, dovendo il Comune procedere al restauro del Santa Caterina, il dibattito, diciamo così, è entrato nel vivo, cosicché all’interno della Giunta si sono fronteggiate due tipi di scelta sul futuro di quella struttura: la prima che prevederebbe l’uso per uffici comunali, l’altra che riterrebbe più opportuno un uso culturale polivalente. Fatto sta che soprattutto l’una ma anche l’altra non consentirebbero, pur prevedendola a parole, la sopravvivenza dell’esperienza del Teatro Ragazzi e, di riflesso, del TPO, che ne è l’anima, il cuore. Infatti tra le proposte avanzate al TPO, da quel che ci risulta, ci sarebbe quella di rimanere nella struttura con un compito umiliante di “portierato”: posso pensare che una tale proposta la avanzi chi non si intende di “Teatro”, ma mi ha molto sorpreso sapere che una simile proposta fosse stata avanzata invece da chi si occupa prevalentemente di Teatro e da chi afferma di amare il Teatro. Io non voglio fermarmi alla denuncia: chiedo che con urgenza si affronti questo problema, con la necessaria massima serietà, sapendo che occorre difendere ciò che di buono è stato realizzato in questa città. Una delle forme possibili potrebbe essere quella di una convenzione temporanea con il TPO con l’uso di una sede per le attività e l’affidamento di una struttura “provvisoria” adeguata ai bisogni in attesa del reperimento di una “definitiva”.
Vado alle conclusioni per davvero. E dico anche con un certo imbarazzo alcune cose, che preferisco lasciare al ricordo scritto. Ho sentito più volte rivolgermi da parte di Luconi un invito “accorato e caloroso” a collaborare, senza mai chiaramente poter capire, forse per mia difficoltà, come ciò potesse essere possibile in pratica.
La mia indole e la mia esperienza vorrebbero sempre accettare, il mio attuale ruolo mi dissuade – mi si creda – con molta amarezza.
Sono cresciuto come operatore culturale e nell’organizzazione sia teatrale, sia cinematografica sia da poco quella musicale ho realizzato momenti anche entusiasmanti. Potrei indubbiamente dare una mano a qualcuno con cui condividere un progetto, ma per altri due motivi proprio non ci riesco, non posso: il primo, perché per ora non intravedo ancora un progetto; il secondo, perché per poterlo realizzare concordemente occorrerebbe un’investitura istituzionale che non caldeggio e che comunque non accetterei senza il superamento del primo dei due motivi.
Una questione finale: tra poco più di un mese il nostro Partito (ndt.: il PDS) dovrà tenere la Conferenza-Congresso allo scopo si rinnovare il gruppo dirigente ed il suo Segretario. Bene, io credo che non vi possa essere né Segretario né Gruppo Dirigente che non si ponga il problema di affrontare le tematiche qui da me trattate e non le avvii a soluzione. Voglio – proprio per questo – lanciare qui una sfida “culturale” ai compagni che sono o saranno candidati al ruolo di Segretario del Partito qui a Prato: comincino ad esprimersi fin da ora sulle questioni fondamentali della Cultura; io infatti credo che solo così facendo noi potremo trovare il giusto Gruppo Dirigente per affrontare il nostro immediato futuro.

Prato 20 ottobre 1995 Giuseppe Maddaluno

PACE E DIRITTI UMANI – 23 (per la 22 vedi 31 agosto)

XXIII – 23
PACE E DIRITTI UMANI

…Prosegue l’intervento della Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International

Gli elevati tassi di errore sono risultati costanti in tutto l’arco di tempo considerato dallo studio ed in tutto il paese; oltre il 90% degli stati degli USA che emanano sentenze capitali presentano un tasso di errore superiore al 52%.
Relativamente agli stranieri nel braccio della morte alla fine di luglio Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Mondi lontani violazione dei diritti dei cittadini europei nel braccio della morte” nei bracci della morte degli USA si trovano oltre 80 stranieri in attesa di esecuzione; il rapporto esamina i casi di 10 di essi, tutti cittadini europei. In violazione della convenzione di Vienna sulle relazioni consolari, sottoscritta anche dagli USA, nessuno di essi è stato informato successivamente all’arresto o durante la detenzione sul suo diritto a contattare il proprio consolato per chiedere l’assistenza; pertanto tutti sono stati processati e condannati a morte senza il beneficio dell’assistenza consolare che avevano diritto di chiedere e di ricevere. In molti di questi casi un tempestivo accesso all’assistenza consolare avrebbe potuto evitare la condanna a morte. I casi presentati nel rapporto illustrano molte delle storture intrinseche nell’applicazione della pena di morte negli USA: prove riguardanti l’iniquità del processo emerse dopo la condanna; rappresentanza legale sotto pagata, o inadeguata, condotta scorretta da parte delle autorità; incompetenza mentale, innocenza provata dai fatti. Sono tutti elementi che caratterizzano procedure che si collocano in maniera inaccettabile al di sotto degli standard stabiliti dal diritto internazionale in materia di diritti umani. Quanto ai sondaggi di cui accennavo anche prima: il “sì” alla pena di morte è sempre meno forte, come dimostrano alcuni recenti sondaggi. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Eldes su un campione di 1000 persone tra il 13 ed il 17 luglio (ndt.: vi ricordo che siamo nell’anno 2000), il 64% degli intervistati si è dichiarato a favore della pena di morte, a fronte del 75% del ’97 e del 71% del ’99. Per Afri Taylor, direttore dell’Istituto Eldes, il dibattito sulla qualità della giustizia nei processi capitali, il rovesciamento di diverse condanne a seguito di test sul DNA e la moratoria sull’esecuzione in Illinois hanno influito sull’atteggiamento del pubblico. Il 94% degli intervistati ritiene che siano stati condannati a morte degli innocenti, mentre solo il 44% contro il 47% del ’99 pensa che la pena di morte abbia un effetto deterrente. Alla fine di luglio il “Wall Street Journal” e la NBC hanno condotto un altro sondaggio sulla pena di morte. Alla domanda “in base alla sua conoscenza ritiene che la pena di morte sia applicata in modo equo?”, il 42% degli intervistati ha risposto “sì” ed una analoga percentuale “no”; alla domanda “sarebbe favorevole ad una sospensione della pena di morte per studiare il problema della sua equità?” il 63% ha risposto “sì” ed il 30% “no”. Infine il terzo e più significativo sondaggio condotto da 2 istituti di ricerca legati rispettivamente ai democratici e ai repubblicani, ha rivelato che l’80% degli intervistati è a favore di una riforma o dell’abolizione della pena di morte, e che il 64% ritiene che le esecuzioni debbano essere sospese fino a quando non siano stati chiariti e risolti tutti gli aspetti relativi all’equità del sistema capitale.

Fine XXIII – 23

11 settembre LA SCUOLA AL TEMPO DI BERLUSCONI Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) in 11 post a partire dal 30 aprile fino al 27 agosto 2020 – qui nella sua interezza

LA SCUOLA AL TEMPO DI BERLUSCONI Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) in 11 post a partire dal 30 aprile 2020 – qui nella sua interezza

Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato)
E’ un tempo questo, di cui tratto nell’intervento, in cui è in atto una vera e propria trasformazione del quadro politico nazionale –abbiamo governi “quadripartiti” (Giuliano Amato dal 28 giugno 92 al 29 aprile 93) e di unità nazionale (Carlo Azeglio Ciampi 29 aprile 93 – 11 maggio 1994) seguito dal primo Governo Berlusconi che durerà 9 mesi fino al 17 gennaio 1995

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Nell’ultimo anno abbiamo dedicato alla scuola un’attenzione particolare attivando anche alcuni momenti specifici come la costituzione di un Forum sui problemi scolastici ed alcuni incontri con parlamentari, come la senatrice Alberici, ai quali hanno partecipato esponenti di forze sociali ed operatori del settore, protando il loro contributo.
Va ricordato che nell’a.s. 1993/1994 fu realizzato nella scuola un intervento parecchio contestato come il decreto IERVOLINO che portò all’aumento del numero di allievi per classe; nello stesso anno si andava profilando la positiva soluzione di tantissimi problemi della scuola con l’approvazione, in uno dei rami del Parlamento, della Riforma della scuola media superiore” con tutto quello che ciò significava.
Ricordiamo anche come in preparazione della campagna elettorale delle “Politiche” il gruppo Progressista ha stilato un documento sulla scuola che conteneva per intero il “progetto scuola” del nostro Polo. Purtroppo sappiamo tutti come è andata! (il riferimento è alla vittoria inattesa delle Destre con Berlusconi).
La proposta del Polo che, in maniera disorganica ma in defintiva pur sempre del tutto funzionale alla creazione di un primo blocco di destra, veniva fatta nella campagna elettorale in particolare proprio da Berlusconi si caratterizzava per il “leit-motiv” del “buono scuola” e della “parità fra scuola pubblica e privata”.
La vittoria di Berlusconi e compagnia “bella” ha fatto sì che si profilasse la realizzazionendi questa ipotesi, di volta in volta accantonata (solo) per ragioni finanziarie.
Nel giugno ’94 il nuovo Ministro Pubblica Istruzione Francesco D’Onofrio ha dato il via ad una serie di proclami disarticolati che si riferivano ad alcune parti della “Riforma”:
a) Abolizione esami di riparazione;
b) Esami di maturità;
c) Autonomia degli Istituti;
d) Riforma vera e propria.

Andiamo punto per punto:
a) In modo demagogico, al di là della giustezza dell’intervento, il Ministro D’Onofrio ha annunciato l’abolizione degli esami di riparazione: ha quindi presentato prima un disegno di legge ed avviato poi la discussione su questo in Commissione alla Camera. Poi, all’improvviso, in un raptus di decisionismo, ha presentato un Decreto Legge che gli consentisse di apparire davanti all’opinione pubblica come l’unico vero salvatore delle famiglie italiane, sapendo bene che le critiche, anche dell’opposizione, non sarebbero state avanzate nei confronti dell’abolizione ma certamente sulla sua realizzazione pratica e sullo sganciamento da una riforma complessiva vera e propria.
Spinto dalle richieste che provenivano dal mondo degli operatori scolastici, il Ministro senza troppa fretta ha inviato delle generiche e vagle disposizioni, una circolare applicativa che finiva per confondere le idee sotto una parvenza di grande autonomia didattica degli istituti.

Berlusconi

Un mese fa, poi, dinanzi ad una serie di proposte di disegni di legge (Lega Nord – PDS –PPI) sullo stesso tema ma con visioni, anche se non in modo molto accentuato, diversificate, in Commissione al Senato si è arrivati alla decisione di far accompagnare il decreto da un disegno di legge che fa propri alcuni passaggi dei diversi disegni di legge presentati dalle forza politiche.
Qualche giorno fa, poi il Ministero ha inviato alle scuole una “ordinanza” che regola, in attesa dell’approvazione del disegno di legge, tutta la materia per l’anno scolastico in corso. Notevoli saranno i problemi organizzativi, a partire dalla necessità di stipulare convenzioni con gli Enti locali per l’accesso alle mense e con le ditte di trasporti per consentire agli allievi rientri articolati; per andare poi alle questioni relative all’orario da organizzare, sia di mattina che di pomeriggio, in quanto una parte delle ore a disposizione di mattina potrebbero essere utilizzate di pomeriggio, e nella strutturazione degli orari pomeridiani occorrerà tener conto degli allievi che non avranno da recuperare tutti le stesse materie e lo stesso numero di materie. Viene inoltre meno anche il progetto di eliminare le lezioni private, in quanto c’è sempre la possibilità di ricorrere, per evitare i disagi di cui sopra, ad esse. Un’ulteriore “spada di Damocle” pende sulla testa degli allievi: infatti in quasi tutte le scuole l’ora di lezione attualmente è di 50 minuti. Sembra che per risparmiare si vogliano utilizzare i minuti, che il docente praticamente risparmia, per i corsi di recupero. Con il risultato quasi certo che, poiché la scelta di portare l’ora di lezione a 50 minuti è stata ritenuta praticamente “necessaria”, i docenti chiederanno, piuttosto che essere impiegati gratuitamente nei corsi di recupero, di ricondurre l’ora di lezione a 60 minuti. Cosa accadrà? Gli allievi finiranno spesso le lezioni antimeridiane intorno alle 15.00 e, se necessario, frequenteranno corsi di recupero fino alle 18.00; senza parlare dei corsi serali che potrebbero andare anche oltre le 24.00. per ora questa ipotesi è solo ventilata, ma non è impossibile che venga concretizzata!
Nella proposta di abolizione degli esami di riparazione e di sostituzione dei corsi integrativi non si tiene inoltre conto della situazione scolastica di vaste aree del Paese con aule e strutture fatiscenti e con doppi e tripli turni: insomma, come al solito, si parte dalla vetta senza aver costruito le basi!

Passiamo al secondo punto, quello relativo agli esami di maturità
b) Quanto agli esami di maturità, non si tratta per adesso di una loro “riforma”. C’è soltanto un articolo della Finanziaria che prevede per questo anno scolastico la nomina di Presidenti e Commissari a livello strettamente locale, stabilendone diarie ed indennità di missione. Non c’è nulla che riguardi lo svolgimento tecnico dell’Esame, per cui sotto questo aspetto sarà più o meno come negli ultimi venticinque anni. Su questo, se c’è da protestare, è proprio per l’assenza di una vera e propria proposta di Riforma.

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Punto c – Il progetto di “autonomia” è fondamentalmente necessario e legato ad esigenze reali: proviene già dalla Finanziaria 94 del Governo Ciampi che aveva poi rinviata l’attuazione con una delega. Si parla di autonomia finanziaria, amministrativa, didattica. La delega è scaduta ed ovviamente non poteva essere rinnovata da un Governo diverso, cosicché è stata riscritta ogni cosa ed è di nuovo in discussione in Commissione al Senato. Sulla questione dell’autonomia vanno dette alcune cose:

1) molti sono stati gli equivoci, molta la disinformazione, per lo più voluta e strumentale; è stato creato un collegamento forzato fra “autonomia” e “privatizzazione”, senza il necessario approfondimento e senza avvertire la necessità, in particolare da parte dei giovani, di avanzare “controproposte”, in cui fossero evidenti e chiare e precise le regole da rispettare, specialmente nella parte finanziaria, collegata ai contributi “esterni”;
2) nell’autonomia amministrativa politica appare troppo pesante il ruolo dei Capi di Istituto, i cosiddetti “presidi-manager” e non è chiaro il loro sistema di reclutamento e di aggiornamento: affidare una scuola nelle mani di alcuni Presidi (penso a figure concrete in carne ed ossa) con questi compiti, con questi poteri è veramente un fatto pericolosissimo; c’è da aggiungere che alcuni Presidi, avveduti e scrupolosi, sono molto critici ed hanno notevoli problemi a vedere amplificare il loro ruolo e le loro responsabilità; 3) appare, proprio per questo strapotere dei presidi, non a caso chiamati “Capi di Istituto”, sempre più evidente il ruolo progressivamente più ridotto degli Organi collegiali, con particolare rilevanza della scarsa presenza degli studenti, che invece farebbero bene a richiedere una maggiore attenzione su questo aspetto, senza ostinarsi a cobattere l’ “autonomia” per quello che non è, ovverosia per la privatizzazione. Non intendo dire che non vi sia questo rischio, ma certamente se il ruolo e la presenza degli studenti negli Organi collegiali (ed il potere, già ridotto, di questi ultimi) venisse ulteriormente a diminuire, la situazione sarebbe davvero molto grave ed irreparabile. Una questione a parte è collegata al mancato decentramento dei poteri.
d) Da qualche giorno c’è sul tavolo della Commissione Cultura e Pubblica Istruzione del Senato anche il progetto di “Riforma”. Noi non possiamo che vedere con piacere che si parla di “innalzamento dell’obbligo” fino ai 16 anni, ma dobbiamo puntare concretamente ad un ulteriore innalzamento fino ai 18 anni. Pur tuttavia dobbiamo rilevare con una certa preoccupazione e sconcerto che al comma 7 dell’art.1 sia consentito l’assolvimento dell’obbligo nell’ambito dei corsi biennali di formazione professionale regionale. Al di là di quelle che possono apparire delle assicurazioni (“rispetto di standard di qualità…”), si deve sottolineare la volontà di questo Governo di distinguere una scuola di serie “A” da una scuola di serie “B”, dove si entra in possesso di una cultura e di una formazione di serie “A” e “B”, relegando i meno abbienti e dotati in un eterno “Limbo”.

Berlusconi La scuola al tempo del Governo Berlusconi – quarta parte (per terza parte vedi 18 maggio)
Questa scelta è inoltre, a mio parere, un incentivo forte ad un ulteriore abbassamento del livello culturale, un invito a chi “sente” di essere meno dotato, a chi è indotto alla pigrizia mentale a dirottare il proprio impegno quasi “obbligato” verso la formazione professionale con il rischio comunque di a) dare forze a strutture spesso inefficienti e squalificate (vedi molte realtà del Centro-Sud); b) erogare un servizio che non forma cittadinanza e non fornisce nemmeno cultura di base; c) distogliere la Formazione Professionale dal suo specifico compito che in alcune realtà molto operose dal punto di vista artigianale e industriale, come le nostre, è stato di grande rilevanza. Anche su questo argomento poco si dice e si discute fra i giovani.
Cosa è accaduto nella Scuola?
Parliamo innanzitutto di docenti. C’è stato da parte loro un atteggiamento di sconcerto di fronte alla vittoria delle Destre: un pessimismo più accentuato di quello che ho visto trapelare dal malumore di alcuni compagni qui in Federazione, una sensazione che non vi fosse più spazio per la rivincita e questo pessimismo, questa sensazione viene trasmessa da chi dovrebbe essere in possesso di maggiore carisma anche agli altri colleghi ed in modo meno diretto agli allievi più sensibili all’impegno civico. Se avessimo aspettato che si muovessero i docenti, almeno quelli che conosco io, anche i più bravi ed impiegati, avremmo ancora oggi una “calma piatta”. Invece si sono mossi gli studenti: sono più sensibili ma anche meno condizionati, più liberi! I docenti sono fondamentalmente timorosi: chi avrebbe potuto impedire ad un operaio di dimostrare la propria contrarietà al Governo nel suo specifico luogo di lavoro? Nella scuola non si può teoricamente farlo! Ci sono delle eccezioni, ma servono quasi esclusivamente a confermare la regola! Lo studente può farlo! E’ importante tuttavia che anche lo studente sappia calibrare adeguatamente le proprie lotte, gestendole ma arricchendole con la sua freschezza naturale anche con delle regole che tendano a non vanificarne gli effetti. L’impegno degli studenti in questo scorcio di anno è stato, a Prato ma non solo, collegato a questioni specifiche e dirette: la scuola e solo la scuola, piattamente la scuola. Se si leggono i diversi volantini con le piattaforme si fatica a trovare un riferimento al problema previdenziale (eppure sono i giovani ad essere i maggiori colpiti dall’attuale Finanziaria), alle questioni fondamentali dell’informazione e della cultura, ai problemi acuti del contrasto fra i diversi poteri dello Stato.

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Sembra che questi argomenti non facciano parte dell’universo-scuola, dell’universo-giovani. Gli allievi, cioè, appaiono ormai sempre più vittime del distacco che in questi anni si è andato formando fra la scuola e la realtà ad essa immediatamente esterna ed inoltre è evidente sempre più il venir meno dell’apporto educativo della famiglia e del ruolo dei docenti.
C’è un elemento positivo, quest’anno, che è dato da un fattore negativo: si tratta di una consapevolezza da parte degli studenti dei propri limiti, temperata lievemente da una richiesta giusta di autonomia, importante, a mio parere, per la loro crescita e maturazione. A Prato c’è stato un movimento, nella seconda parte del mese di ottobre, che io giudico molto positivamente. Rispetto agli altri anni c’è stato meno folklore e più concretezza, e questo già da solo basterebbe a giustificare un giudizio positivo. Ci sono stati degli incontri con forze politiche e sindacali; gli studenti hanno cercato di sapere, di capire, di imparare, hanno discusso con gli altri studenti e fra di loro, sono nati dei coordinamenti, potrebbero profilarsi anche dei soggetti politici nuovi da prendere in considerazione. Qualcuno si sofferma a prendere troppo in considerazione solo quel che sta accadendo nel resto d’Italia, a partire dalla stessa vicina Firenze: se sarà necessario, gli studenti scenderanno in piazza, come già hanno deciso di fare con la fiaccolata del 24 novembre. Non si può misurare il grado di sensibilità degli studenti dalle loro proteste plateali, pittoresche: è molto importante ricordare a tutti noi come il voto giovanile a Prato per i Progressisti nelle ultime elezioni Politiche sia stato del 50 % circa, lo dico anche per confermare gli apprezzamenti positivi che ho già rivolto loro.
Un problema gravissimo che non avevo tuttavia dimenticato è quello della parità fra scuola pubblica e privata. Un documento sottoscritto da molte personalità, fra le quali spicca Vittorio Campione, responsabile per la scuola del PDS nazionale, ha posto l’accento su questo problema in maniera insolitamente tempestiva (era ora!), scatenando un dibattito non sempre civile. Su questo tema occorre un supplemento di approfondimento: mi limito a dire che ritengo necessario discuterne per evitare che le scelte, pur fossero esse a favore di una parità, non prevedano la configurazione di standard non solo formativi (dal reclutamento alle garanzie di rispetto del pluralismo e della democrazia nella circolazione delle idee), che possano garantire in ogni caso una formazione non diversificata.

Quel che sta accadendo negli ultimi mesi mette in evidenza anche un grosso rischio: alcuni settori, meno appetibili all’interno dell’opinione pubblica corrente, come la scuola primaria e la scuola media inferiore finiscono per essere sacrificati ed emarginati nelle scelte, mentre avrebbero bisogno di corposi interventi fondamentali per la loro crescita.
A Prato va ripreso il lavoro del Forum, anche perché sono convinto che i problemi della dispersione e dell’abbandono non saranno suerati con l’abolizione degli esami di riparazione.
Nella nostra città si assiste, negli ultimi anni, ad un notevole (non so se progressivo ed esponenziale abbassamento del livello culturale generale. I dati esposti dai compagni che lavorano nella Formazione Professionale erano a me già noti, ed è bene però che di tanto in tanto qualcuno ce li ricordi.
Non condivido per niente l’atteggiamento trionfalistico di chi considera Prato come il posto migliore di questo mondo: se c’è qualcosa di buono (ed anche io dico che non è poco!) manteniamolo e miglioriamolo ma procediamo in avanti in modo critico. E’ comunque assente un progetto culturale-educativo che coinvolga la città, partendo non dal suo centro, ma dalle sue periferie. Occorre pensare ai giovani, stimolarli ad essere sempre più soggetto politico collettivo pur mantenendo una loro autonomia e produrre per loro e con loro progetti che li coinvolgano e li vedano protagonisti. Occorre pensare ai meno giovani per un ampliamento ed una diffusione di una educazione permanente che non sia solo ricreativa e poco più che ludica. Occorre realizzare, o contribuire a farlo con gli organismi competenti, un orientamento che consenta di operare al meglio non solo nel passaggio dalla fascia dell’obbligo alle superiori ma anche successivamente.
Occorre costruire un saldo – e franco – rapporto con il mondo delle imprese e dell’industria che non si appiattisca sul settore della formazione professionale così come essa è attualmente, ma che preveda l’istituzione di nuovi percorsi formativi.
A livello generale direi che occorrerebbe 1) innescare un trend positivo che porti alla soluzione complessiva del problema asilo nido-materne, utilizzando, anche se con la necessaria cautela, le strutture private; 2) proseguire ed ampliare il progetto continuità, affrontando e risolvendo i problemi che sorgono; 3) razionalizzare e distribuire equamente le strutture sul territorio, dando loro un respiro largamente provinciale; 4) utilizzare a pieno le strutture ed il personale per diffondere cultura e conoscenza sul territorio.
Fine del documento
Un annuncio: nel rovistare tra le carte di quel periodo ho trovato dei dati sulla dispersione scolastica, un articolo de “Il Tirreno” ed alcune lettere tra noi di Prato ed i vertici nazionali del PDS tra il febbraio del 1993 e l’agosto del 1994. In uno dei prossimi post ne parlerò.

Come avevo annunciato, c’è un “extra” a quelle riflessioni che puntavano una certa attenzione sui temi della “dispersione e dell’abbandono” scolastico.
Protocollato 26.3 del 28.01.1993 un Comunicato Stampa del Partito Democratico della Sinistra Federazione di Prato – Dipartimento Scuola e Cultura analizza i dati allarmanti che subito dopo riporterò in modo analitico intorno all’abbandono ed alla dispersione scolastica nelle scuole superiodi di secondo grado della città. Per fare questo utilizzerò “in parte” un articolo che uscì il giorno dopo, 29 gennaio 1993, su “Il Tirreno” Cronaca di Prato a firma di Fabio Barni.
COMUNICATO STAMPA
Il Ministero della Pubblica Istruzione, guidato dalla signora Rosa Russo Iervolino si sta caratterizzando per l’ottica bigotta e codina, impedendo la diffusione nelle scuole di un manuale di prevenzione dell’AIDS per l’uso che ivi viene fatto della parola “profilattico” (come se i bambini ed i ragazzi, le bambine e le ragazze non dovessero conoscere quell’oggetto a forma di palloncino cilindrico che molto spesso vedono, oltre che in televisione, nei cassetti dei loro genitori!); si è altresì caratterizzato di fronte alla crisi economica, con scelte contraddittorie ma parimenti miranti a rendere più squilibratoe difficoltoso il percorso formativo nell’ambito della scuola italiana: ci si riferisce in particolare al blocco del contratto per il personale della scuola (che impedisce di fatto ogni possibile rinnovamento) , all’evidente volontà di far fallire ogni ipotesi di reale riforma della scuola, ed in particolare della scuola media superiore (con il proliferare di sperimentazioni, per le quali si parla di entrata prossima in ordinamento!), all’incapacità di affrontare gli enormi sprechi (esami di maturità, esami di riparazione, corsi di aggiornamento speciali, convenzioni costose ed improduttive, ecc…). il Ministero della P.I. non interviene invece su quelli che sono i problemi più acuti del percorso formativo dei giovani: l’abbandono e la dispersione, legati soprattutto al settore della scuola media superiore. Il Dipartimento Scuola del PDS di Prato ha analizzato alcuni dati provenienti dall’Assessorato alla P.I. del Comune di Prato ed intende lanciare un primo allarme sulla situazione cittadina, in materia particolarmente di dispersione, che si attesta su livelli superiori (anche di molto) alle percentuali nazionali. Nei prossimi giorni il Dipartimento attiverà una seria riflessione per ricercare le possibili soluzioni e culturali per far sì che nei futuri anni scolastici sia sensibilmente ridotto il tasso di dispersione.
Il tasso di dispersione è dato dal rapporto fra allievi iscritti e promossi nell’arco di un anno scolastico o di un quinquennio. Risulta evidente che il dato reale è da considerare in ogni caso ben superiore a quello espresso, in quanto fra i promossi ed i maturati non vengono conteggiati i ripetenti la cui condizione è da annoverare già fra i “dispersi” di un anno precedente o di un quinquennio appena precedente. Allo stesso modo non vengono espressi gli “abbandoni” che si sommano dunque al numero dei dispersi. Ad una prima riflessione occorre dire che ci si trova di fronte ad un sistema di orientamento che non funziona; ad una scuola ancora troppo “squilibrata” nei suoi comparti; ad un’organizzazione scolastica complessivamente fallimentare.
Si allega prospetto sui dati finora pervenuti
Quale responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS (Partito Democratico della Sinistra) Federazione di Prato scrissi al compagno Vincenzo Magni che nella Direzione Nazionale si occupava dei temi scolastici. La lettera è del 1 febbraio 1993 protocollata 29/3
“Caro Vincenzo, ti spedisco alcuni dati sulla dispersione scolastica nelle scuole medie superiori della città di Prato. Sono riferiti ad un quinquennio (1987/88 – 1991/1992) e ad un anno (1991/92) per quel che riguarda la prima classe (numero iscritti – numero promossi alle due sessioni). A prima vista, siamo molto al di sopra delle percentuali nazionali. Nei prossimi giorni ci incontreremo per una riflessione più appropriata. Ti terremo al corrente. Ciao. Giuseppe Maddaluno
Il tabulato che avevamo approntato cui si fa riferimento fu pubblicato da “Il Tirreno” Cronaca di Prato da Fabio Barni in data 29 gennaio 1993 e qui sotto ne riporto il riquadro generale dell’articolo e quello particolare con alcune correzioni (mie) a mano perchè evidentemente non erano pervenute alla redazione.
Manca nella foto dei tabulati riportata dall’articolo il raffronto tra la media nazionale della dispersione (38,75) e quella pratese (51,75) relativamente al quinquennio.
I dati più preoccupanti erano riferiti agli Istituti tecnici professionali come l’IPSIA “Marconi” (52,69%), e l’ITG “Gramsci” (42,2%); al terzo posto della non lusinghiera classifica c’era l’ITIS “Buzzi” (38,59%). Ad ogni modo i dati li potete leggere in modo diretto.
Tuttavia riporto il testo dell’articolo menzionato a firma di Fabio Barni:
“Il PDS fa scattare l’allarme. I dati sulla dispersione scolastica a Prato, superano di gran lunga la media nazionale. Oltre la metà degli studenti degli istituti medi superiori pratesi non conclude il ciclo di studi in cinque anni, mentre nel resto d’Italia, considerate le aree geografiche in cui il fenomeno è allarmante, la media è del 38 per cento. In città, insomma, c’è il tredici per cento di possibilità in più che altrove di vedersi respinti o di abbandonare la scuola. Un dato davvero preoccupante, che spinge il partito della Quercia ad aprire una discussione tesa ad approfondire aspetti e motivi del fenomeno. Le cifre, fornite dall’Assessorato alla pubblica istruzione, appaiono ancora più gravi in relazione agli istituti tecnici o professionali. Basti pensare che al “Marconi” soltanto un allievo su cinque porta a compimento il proprio ciclo di studi entro il quinquennio. Pur considerando chi opta per oncludere nel triennio, il dato è davvero allarmante. E non va meglio presso gli istituti tecnici commerciali o la scuola per geometri. Al “Dagomari” chi giunge senza problemi al quinto anno, fa parte di un ristretto 34 per cento, mentre al “Gramsci” la cifra si aggira sul 43% e al Buzzi si attesta intorno al 50%.. Non disponibili i dati relativi al “Keynes”* e al Liceo Classico “Cicognini**, la situazione appare migliore nelle due scuole superiori ad indirizzo scientifico…..
*Nota del redattore 2020: alcuni dati sono presenti redatti a mano per la parte di dispersione relativamente al pimo anno 1991/92 con un 23% significativo ricavato dagli iscritti nelle classi prime raffrontati ai promossi alle seconde
**come sopra: gli alunni iscritti alle prime classi 1987/88 erano 112 – gli alunni maturati nel 1991/92 erano 77 ed il tasso di dispersione è del 31,25

Al “Livi” i maturati nel quinquennio superano l’80% e al “Copernico” il 76%. Inciampa, invece, circa la metà degli iscritti all’Istituto Magistrale. La media pratese degli abbandoni e delle bocciature si aggira invece sul 52 per cento contro il 39 per cento circa su scala nazionale. Preoccupanti anche i dati relativi alle promozioni degli alunni iscritti alle prime classi. Considerando anche in questo caso sia i promossi di giugno che quelli di settembre, in alcuni istituti si sfiorano livelli davvero allarmanti. Al “Marconi” sono 97 su 205 gli iscritti alle prime che accedono al secondo anno, al “Buzzi” 113 su 184, al “Rodari” 273 su 347, al “Gramsci” 121 su 213, e così via. I dati presentati ieri si prestano subito a tre osservazioni. Occorre in primo luogo riflettere su una scuola che appare squilibratissima, con l’assenza di una vera connessione fra medie e superiori. E sembra mancare anche un vero orientamento dello studente che si appresta ad entrare in un istituto superiore, così come un periodo di ambientamento, nel quale verificare con test la predisposizione, le conoscenze di base e gli handicap di ogni singolo allievo. Appare inoltre evidente che chi sceglie il liceo ha già formata una sua caratteristica di base, mentre non sempre chi opta per un istituto professionale o tecnico sa bene a che va incontro o come affrontare il ciclo quinquennale. Appare inoltre evidente che chi sceglie il liceo ha già formata una sua caratteristica di base, mentre non sempre chi opta per un istituto professionale o tecnico sa bene a che cosa va incontro o come affrontare il ciclo quinquennale. Con la diffusione dei dati sulla dispersione scolastica, all’interno dei quali i movimenti trasversali, da e per altre città o altre scuole, si compensano, il PDS spera di aprire il dibattito sui problemi della scuola pratese. Certo è, infatti, che rispetto all’intero paese, Prato si pone come uno dei casi peggiori per dispersione e difficoltà scolastiche.
Fabio Barni Il Tirreno Cronaca di Prato pag. IV del venerdì 29 gennaio 1993
In contemporanea anche “La Nazione” su pagina regionale lanciò l’allarme con un articolo di Sandro Bennucci il cui sommario era “Studenti toscani, metà non arriva al diploma” il sottotitolo recitava “Deludente radiografia nella regione: grande fuga nei primi due anni di media superiore”.
Bennucci, accanto al tema della dispersione e dell’abbandono, tocca anche un altro argomento che è da sempre “fondamentale”: le strutture scolastiche.
FIRENZE – Uno studente su due non arriva al diploma di scuola media superiore. E si fa lezione in edifici modesti, spesso costruiti per altri usi. Ecco la “fotografia” della scuola toscana scattata dalla Regione. Un’istantanea deludente, che mostra approssimazione in chi organizza gli studi e incertezze; dispersioni e addirittura “fughe” da parte dei ragazzi. Ragazzi cresciuti in una fetta d’Italia evoluta sul piano culturale, ma inclini a scoraggarsi e ad abbandonare alla prima, o magari alla seconda difficoltà. Se quasi il cento per cento dei bambini iscritti alla prima elementare arriva a superare l’esame di quinta, la percentuale si contrae considerevolmente nella scuola media: solo l’87 per cento ottiene la licenza e sono significative, a questo proposito, anche le differenze fra le province tocane, con Arezzo che si attesta intorno al 94 per cento e Pistoia che non supera l’81 per cento. Ma il problema si ingigantisce nelle superiori. La media regionale di chi arriva in fondo è regredita dal 67 per cento del 1986/87 al 63 per cento del 1988/89. E mentre i licei(soprattutto il classico) assicurano la “sopravvivenza” di circa i tre quarti dei loro iscritti, gli istituti tecnici e professionali registrano un’autentica falcidia: solo il 50 per cento degli studenti iscritti al primo anno termina con successo il corso di studi fino al consguimento del diploma. E ciò dimostra come a quell’accesso sempre più generalizzato ai livelli di istruzione superiore, non corrisponda neanche lontanamente una pari opportunità di riuscita. La “fotografia” della Regione (che manifesta sensi di colpa solo oggi, all’apertura della “conferenza toscana sull’Istruzione” in programma fino a sabato all’Istituto degli Innocenti di Firenze) è accompagnata da una considerazione: l’abbandono scolastico non sarebbe dovuto al disagio economico delle famiglie, ma piuttosto al tessuto socio culturale nel quale sono inseriti i ragazzi che lasciano precocemente la scuola. Ragazzi – dice la Regione – che vivono in Comuni senza cinema, né teatri nè bibilioteche. Ma è una spiegazione che lascia almeno perplessi nel caso dei fiorentini, dei livornesi, dei pisani, dei pratesi e di tutti coloro che abitano in tanti altri evolutissimi comuni. E lo stesso assessore regionale alla Cultura, Paolo Benesperi, cita un esempio significativo: Castiglione della Pescaia è il comune con il reddito pro capite più alto della Provincia di Grosseto, ma ha il tasso più alto di “mortalità” scolastica. E le aule? Oltre la metà risultano di modeste dimensioni. La maggiore incidenza di piccole strutture è rilevata a Massa Carrara e Grosseto.”*
Trascorse più di un anno e di certo molti altri furono gli interventi a livello locale dal Dipartimento Scuola e Cultura della Federazione pratese del PDS.
Ne riporto appunto uno del 31.08.1994 sotto forma di Comunicato Stampa da me firmato.
“Questi, che stanno per iniziare, saranno dunque gli ultimi esami di riparazione. Il PDS da anni si è battuto per la loro abolizione, inserendola tuttavia in un contesto più ampio di riforma complessiva dell’intero comparto della scuola media superiore. Questo Governo, che imposta il suo lavoro prevalentemente sui sondaggi, ha preferito utilizzare la facile demagogia di un decreto legge, partendo dall’aspetto conclusivo dell’attuale “iter” senza indicare, ad esempio, i meccanismi di orientamento, che sono invece alla base della maggior parte delle difficoltà riscontrate dagli studenti. Allo stesso tempo non vi è stato accenno alcuno sui programmi, sull’aggiornamento e sulle modalità di applicazione dello stesso decreto, che sono lasciate discrezionalmente alla libera inventività del Consiglio di Classe e dell’Istituto.
Un edificio senza fondamenta, una coda senza la testa, un incompiuto: questi sono alcuni degli esempi che più spesso si sentono portare (al di là delle soddisfazioni giuste di famiglie ed allievi ) sul decreto legge del Ministro D’Onofrio.
Il PDS teme che a pagare queste sortite demagogiche siano poi sempre gli stessi, i più deboli fra gli studenti, specialmente coloro che non possono ricevere né culturalmente né materialmente un vero e proprio sostegno nell’ambiente familiare e si batterà perché si vada al più presto a realizzare una vera e propri riforma, che abbia come obiettivo primario la riduzione progressiva dell’abbandono e della dispersione scolastica.”
Prato 31.08.1994 Dipartimento Scuola e Cultura PDS –Federazione Pratese – Giuseppe Maddaluno

*Nota del Redattore 2020: I problemi sottolineati all’inizio (si fa lezione in edifici modesti, spesso costruiti per altri usi) e alla fine (Aule di modeste dimensioni) dell’articolo di Bennucci sono ancora tremendamente attuali, ancor più “oggi” dopo la pandemia del Covid19.

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LA SCUOLA AL TEMPO DI BERLUSCONI – PARTE 11 25 anni dopo ”Le colpe dei padri ricadranno sulle spalle dei figli”

Chi ci ha governato – e chi ci governa – in questi anni non ha modificato in meglio ciò che pure molto spesso ha criticato. Dopo Berlusconi, la Moratti e la Gelmini sul comparto Scuola (e Università) si è prodotto un progressivo incessante intervento mortificatorio delle competenze e vessatorio nei confronti di coloro che nella Scuola (e nell’Università) operano o ne sono fruitori diretti ed indiretti.
Attualmente a causa delle difficoltà sopraggiunte con la crisi pandemica si procede a tentoni e il Governo Conte, che pur ha grandi meriti, mostrando una grande padronanza dei propri mezzi, che nasconde tuttavia una incapacità progettuale, che non produce effetti benefici nè a breve nè a medio termine, non è riuscito a rimettere in moto le energie positive che nella Scuola non sono mai mancate.
In questi post (“La scuola….” e “I conti non tornano”) ho riportato quel che avveniva non solo per demerito delle Destre ma anche per quelli della Sinistra intorno agli anni Novanta del secolo scorso e nell’approccio non ho notato differenze “ideologiche” ma un’opera costante di smantellamento della libertà di coscienza perpetrata a danno delle future generazioni. Non c’è stato mai una seria presa in considerazione delle urgenze denunciate (l’abbandono scolastico, la inadeguatezza delle strutture scolastiche, un reclutamento per meriti a partire dal giusto riconoscimento delle competenze acquisite in modo diretto da parte del precariato “anziano”, sempre più anziano ed una retribuzione dignitosa) ed oggi, il “futuro” di ieri, se ne pagano le conseguenze, sia per i “morsi” della pandemia sia per l’abbassamento del livello culturale generale prodotto in questi anni di abbandono ed incuria. E’, se vogliamo essere buoni e concedere ai “contemporanei” la buona fede, il classico “piangere sul latte versato” ma, a ben vedere, neanche i “nostri” di oggi sembrano essere in grado (o fingono di voler cambiare le “cose” ma non ne hanno nemmeno tanta voglia!) di procedere verso un cambiamento.
Ho scritto più volte sui temi della Scuola; a favore del Ministro posso dire che si sta trovando ad operare in un terreno molto difficoltoso, pieno zeppo di insidie: a suo sfavore – qui mi ripeto – sta il non aver compreso (almeno a me così sembra) che l’assunzione delle responsabilità pregresse non può essere addossata a questo Governo, poichè per la maggior parte non le appartengono. Di certo una parte di questo Esecutivo ha grosse colpe ma non sarà semplice fargliene riconoscere alcuna: le parole “pentimento” ed “autocritica” sono sconosciute nel ceto politico corrente. Mostrare una grande sicumèra come fa la Azzolina di fronte alla catastrofe, lasciando credere che “tutto andrà bene” (questo poteva servire come “placebo” durante il “lockdown” ma ora è il tempo delle scelte), e magicamente a settembre tutto funzionerà alla perfezione, è da “irresponsabili”. Occorre avere il coraggio di dire che la situazione è tragica a causa dell’incuria di decenni, della quale sono corresponsabili Governi di Centrodestra e di Centrosinistra. Il problema serio è che se non c’è “condivisione” nella compagine nel riconoscere tali trascuratezze ed inefficienze si rischia di rompere la maggioranza. Bene! Di fronte a tali possibili scenari preferirei la “chiarezza” e non la sopravvivenza in questa fetida palude dell’ignavia

Joshua Madalon

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9 settembre Aspetti negativi e aspetti positivi della Sanità pubblica toscana (partendo da alcune esperienze personali) un’introduzione

Aspetti negativi e aspetti positivi della Sanità pubblica toscana (partendo da alcune esperienze personali)

Ci sono due distinti livelli da prendere in considerazione quando ci si occupa di questo settore (in un certo senso la stessa cosa accade per il mondo dell’istruzione e per altri ambiti): quello politico amministrativo gestionale e quello puramente sanitario professionale. Nel primo non è difficile imbattersi in presunzione, superficialità, scarso senso di responsabilità, sottovalutazione dei reali bisogni della gente; nel secondo abbiamo tutti quegli aspetti che ci fanno sentire solidali con l’abnegazione, il profondo senso del dovere, la professionalità. Grazie agli operatori sanitari di tutti i livelli la Sanità, non solo quella toscana, è fra i settori sociali più avvertiti in modo positivo dal sentire comune: anche per questo, con una modalità paradossalmente esagerata, nel corso dei recenti eventi pandemici abbiamo assegnato meritatamente a quegli operatori il termine di “Eroi”, di “Angeli” e dobbiamo rilevare che la parte “amministrativa” ha concesso loro miserabili riconoscimenti per il lavoro straordinario (1 euro l’ora).
Proprio a parziale dimostrazione di quel che ho scritto sopra, racconterò la mia esperienza recente.

Bisogna intanto sapere che dal 22 novembre 2019 funziona il numero unico del cup. Prima il cittadino utente – contribuente – poteva accedere a numeri più direttamente connessi al territorio per il quale intendeva usufruire i servizi sanitari.

Riporto qui il testo del comunicato ufficiale della Regione Toscana

https://www.toscana-notizie.it/-/asl-toscana-centro-attivo-il-nuovo-numero-unico-del-cup-055-545454

Asl Toscana Centro, attivo il nuovo numero unico del CUP: 055 545454
Novità in vista per le prenotazioni telefoniche di visite ed esami. E’ attivo, a partire da venerdì 22 novembre, lo 055 545454, il nuovo numero unico del call center del Cup, il centro unico prenotazioni aziendale. Per il momento il numero è funzionante in via sperimentale per il solo servizio di Ufficio Relazioni con il Pubblico, ma prossimamente sarà questo il numero da chiamare anche per visite ed esami, per tutti i territori della Ausl Toscana centro (Firenze, Empoli, Prato, Pistoia). Il passaggio sarà graduale e pertanto fino al momento in cui ciascun servizio non sarà portato sulla nuova centrale telefonica, saranno ancora attivi per ogni area aziendale i singoli numeri attualmente in funzione. Anche i vecchi numeri Urp fino a che la sperimentazione su numero unico 055 545454 rimane attiva, continueranno ad essere funzionanti, ma solo per informare l’utente delle modalità per collegarsi al nuovo numero unico.
Il numero è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 7,45 alle 18,30 e il sabato dalle ore 7,45 alle 12,30.

Un servizio al cittadino (contribuente) così pubblicizzato dovrebbe creare effetti positivi, virtuosi; invece la tendenza è a risparmiare ( e questo sarebbe anche giusto ) ma il risultato è quello di creare maggiori difficoltà e ritardi. La scelta di razionalizzare i servizi risponde ad esigenze concrete; ma nel corso dell’operazione bisogna testare le problematiche impreviste (con questo aggettivo intendo concedere agli amministratori un livello di buonafede generale, anche se un Dirigente deve essere in grado di prevedere tutte le variabili ben prima di attivare le trasformazioni ) per ovviare tempestivamente al disservizio. Nel prossimo post tratterò della mia esperienza diretta, recente

I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 13 (per la 12 vedi 26 luglio)

I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 13 (per la 12 vedi 26 luglio)

Molti tra noi si attivarono: erano anni in cui il nostro impegno politico aveva una sua intensità. Alcuni di noi erano presenti anche nei consessi amministrativi cittadini e quindi cercavano di costruire attraverso un confronto serrato una certa ragionevole programmazione politica gestionale dei territori. Anche io ero tra questi: ero stato per alcuni anni della legislatura membro della quinta Commissione ed in quello scorcio finale ne ero divenuto Presidente. In quella veste avrei dovuto mantenere una certa distanza ma erano sopravvenute delle difficoltà politiche, delle divergenze inattese, collegate a delle profonde scorrettezze nei rapporti interni. Come scriverò in una delle lettere aperte che spedii ad alcuni personaggi politici di quel periodo, mi ero sentito “come” un amante tradito.

Qui di seguito pubblico alcune riflessioni che diventarono poi argomentazioni ed interventi pubblici in quel periodo: che “i conti non tornassero” lo dimostrammo anche se le scelte erano fatte e non ci erano favorevoli.
Quello che segue è un documento della Commissione n.5, quella che si occupava (e si occupa) di Cultura e Istruzione:

Commissione Cultura – Documento sul dimensionamento

Bozza di proposta

La Commissione Cultura del Comune di Prato, dopo una serie di incontri svoltisi sin dai mesi scorsi sulla questione del dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche della Provincia di Prato, ai quali hanno partecipato anche i due Assessori alla Pubblica Istruzione del Comune e della Provincia di Prato, intende esprimere apprezzamento per il lavoro svolto anche ai fini di una condivisione del progetto conclusivo la più larga possibile.

La Commissione n.5 concorda con le linee espresse nel “Documento di indirizzo e criteri generali” redatto dalla Conferenza Provinciale per il Dimensionamento ottimale delle Istituzioni Scolastiche che si richiama espressamente al DPR n.233 del 16 giugno 1998 ed al Regolamento n.4 del 28 luglio 1998 prodotto dalla Regione Toscana.

La Commissione ritiene inoltre che, nell’impostazione definitiva del PIANO si dovrà tener conto del quadro complessivo della realtà scolastica, procedendo di pari passo e contestualmente (si parla infatti di PIANO e non di PIANI) sia nel settore dell’obbligo che in quello delle scuole medie superiori, allo scopo di poter utilizzare, laddove fosse necessario per ridurre i disagi, tutte le strutture rese disponibili da eventuali accorpamenti o fusioni. Criteri e modalità relative alle fasi di attuazione del dimensionamento devono essere ispirate ad una metodologia unica, allo scopo sempre di prendere in considerazione delle strutture disponibili anche in fasi successive concordate.

La Commissione giudica con estremo interesse le scelte operate nel settore dell’obbligo in relazione alla verticalizzazione, in quanto si rende possibile un lavoro che si basi su di un percorso più ampio con la possibilità di una programmazione didattica maggiormente incisiva, che tenga conto della continuità. Allo stesso tempo ritiene che in qualche caso si possa procedere a delle orizzontalizzazioni, più verosimilmente nel centro principale.

La Commissione ritiene che occorra dimensionare gli istituti scolastici della scuola dell’obbligo, così come precisato dal documento del Consiglio Scolastico Provinciale, organismo ampiamente rappresentativo della realtà scolastica locale, approvato qualche giorno fa a larghissima maggioranza ed al quale si fa ampio riferimento, ”in funzione di un’offerta formativa differenziata e flessibile in modo che il processo di apprendimento passi attraverso una didattica laboratoriale, in cui siano presenti consistenti spazi di progettualità e che privilegi le modalità del riflettere e del fare rispetto ad una concezione solo trasmissiva del sapere”.

La Commissione esprime invece alcune preoccupazioni per quel che riguarda la scuola media superiore, laddove alcune scelte già ventilate hanno creato forti dissensi e numerose perplessità nell’opinione pubblica e fra fruitori ed addetti ai lavori, incidendo negativamente sul precedente clima di buon rapporto di collaborazione progettuale esistente fra le diverse scuole nella realtà pratese.

…fine 13….

A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – seconda parte (per la prima parte vedi 29 agosto)

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A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – seconda parte

2.

Prima di ritrascrivere il testo di accompagnamento alla rappresentazione pubblica va rilevato che agli inizi del 1970 la parte storica popolare di Pozzuoli (Rione Terra e zone attigue al porto) fu forzatamente evacuata; la popolazione fu costretta a dislocarsi prima in alloggi di fortuna (molte delle abitazioni “estive” della zona a nord dell’area flegrea oltre Cuma, cioè Licola, Varcaturo,Pinetamare, Castelvolturno e Mondragone furono sequestrate ed adibite a tali scopi) e poi in un nuovo insediamento, Monterusciello.
Fu con questa modalità militaresca decretata anche la fine della persistenza della lingua puteolana.
“Ccà puntey ll’arbe!” con l’ attività istruttoria del “Collettivo” fu un modesto tentativo di recuperare parte di essa.

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Il “Collettivo Teatrale ‘75” che agisce nell’ambito del “Centro Sociale Flegreo” è composto da un gruppo variamente impegnato nel campo del lavoro: pescatori, operai, artisti, insegnanti. I giovani che vi fanno parte, coloro che hanno voluto collaborare al tipo di lavoro che ha svolto e che svolge il “Collettivo”, sono pienamente consapevoli che non vi è oggi alternativa in materia culturale: qualsiasi tipo di indagine, di ricerca non può rifiutarsi di partire dalle esigenze primarie, dalle necessità pratiche, quotidiane, che le masse sempre più folte di contadini, operai, giovani o meno giovani o diversamente tali, avvertono, sì, ma sono anche portate a mistificarle con una sorta di rifiuto, di abulia, intervallata da frenetiche improvvise prese di coscienza, giustificando quasi, in questo modo, il reazionario appello alla limitazione della libertà, di cui fin troppo, secondo alcuni, ha gosuto il popolo italiano.
Certo, oggi, l’intellettuale è scomodo. Scomodo è il prete operaio o colui che, investito di cariche dal potere vigente, tradisce le aspettative non sempre del tutto oneste e genuinamente popolari del suo “datore” di riferimento. Il “Collettivo Teatrale ‘75” non si lega a precise precostituite linee di qualsivoglia parte, ma non smentisce di avere nella maniera più assoluta delle precise simpatie per chi, fino ad oggi, non ha mai tralasciato di costruire collegamenti con il movimento operaio, ed intende con questo impegno aderire ad un tipo di indagine sociale che non si stacchi dalla realtà quotidiana delle fabbriche, dei rioni ghetto, delle masse dei disoccupati, degli sfruttati (in particolare il lavoro minorile e la pratica del lavoro nero), dei lavoratori delle fabbriche, quelli del mare, i contadini, gli emarginati in toto e soprattutto i bambini che, ancora innocenti ed inconsapevoli, hanno bisogno di qualcuno che costruisca per loro un futuro sostanzialmente diverso. Oggi tutti, e specialmente la gente del Sud che tanto ha già sofferto fino ad ora, hanno bisogno estremo di razionalizzare le proprie esigenze, prenderne coscienza; questo, che risulta difficile, può essere ottenuto attraverso il tipo di lavoro che il “Collettivo” svolge, in questo periodo di tempo, insieme a tanti altri gruppi nel Sud e che va tecnicamente sotto il nome di “Decentramento culturale”.
“Ccà puntey ll’arbe!” è il secondo lavoro di indagine culturale spettacolare di tipo teatrale affrontato da questo Collettivo.
Con esso si vuole dare risalto al dialetto puteolano, vivo ancora oggi ai margini della società puteolana, per lo più sul porto, fra i pescatori del “Valione”. Partendo da una necessità oggettiva, di essere presenti sulle scene, pur continuando ad interessarsi di problemi sociali politici e culturali, il Collettivo ha creduto di poter superare la sua iniziale difficoltà creativa, affidandosi ad un canovaccio popolarissimo come “La Cantata dei Pastori”, tradizionale commedia natalizia.