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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

Mentre avviavo a scrivere una riflessione sul libro di Federica Zabini, “Cartoline da Chinatown” ho rincorso alcuni frammenti dei miei ricordi recenti. Su quel libro, piccolo ma denso di riferimenti letterari ed antropologici, scriverò nelle prossime ore.
Un ringraziamento alla scrittrice per avermi indotto ad operare una forma di epifania creativa ispirata dalle sue “tranches de vie” della comunità cinese del quartiere tra la strada ferrata, le inverse direttive viarie parallele, via Filzi e via Pistoiese, e San Paolo: quella zona, insomma, che Bernardo Secchi, l’urbanista scomparso nel settembre 2014 aveva identificato come Macrolotto Zero, assegnando a quella parte del territorio pratese, dove la “mixitè” assumeva una funzione essenziale per comprendere le caratteristiche di quelle strutture mescolate tra abitazioni civili e spazi di produzione tessile di base, l’origine – il punto zero – della sua storia artigianale ed industriale.

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Nella vita spesso capitano giornate intense, durante le quali non si compiccia nulla, ma si corre si corre si corre…all’impazzata. “Beato te, che sei in pensione! hai tutto il tempo per te. Ah, chissà quando mi capiterà di poterci andare!…” me lo sento dire un giorno sì ed uno anche…ad ore alterne. Eppure, da quel giorno in cui ho salutato i colleghi in una delle feste che poi ricorderò per la tristezza che ci prese tutti nei giorni successivi, non sono ancora riuscito a realizzare la maggior parte dei miei desideri. Qualcuno potrà anche sorridere per l’esempio che farò, ma avevo programmato di andare a trovare un mio carissimo amico che a Firenze si occupa di cinema e, va là, son quattro anni che lo faccio aspettare. O quanti chilometri sono? Dieci, poco più, visto che è al di là dell’Arno. Non che non sia riuscito a far nulla, ma è che me ne vengono tante di quelle idee interessanti da rincorrere e ci vado dietro. Ed è così infatti che, in una delle iniziative culturali degli ultimi anni, mi è accaduto che il coinvolgimento sia stato tale da indurmi ad occupare il mio tempo nella narrazione, utilizzando le “storie” che mi venivano raccontate dai partecipanti al progetto che in piena sintonia con l’ambiente pratese e del mondo tessile che lo contraddistingue si chiamava “Trame di quartiere”. Ecco, un ottimo impiego del tempo a misura di anziano: guardali bene i pensionati maschi del quartiere che, soprattutto se hanno nipoti già grandi e moglie e figli che non hanno bisogno di loro, nelle giornate buie dell’inverno si ritrovano nei circoli a mo di quel che facevano i villani della contrada Albergaccio nel 1513 laddove Niccolò Machiavelli si ingaglioffiva “con questi…. per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.” (da la Lettera a Francesco Vettori 13 dicembre 1513).

E poi con l’arrivo dell’aria più mite si spostano lungo i viali e nei giardini a parlare dei problemi sportivi e di quelli politici, mostrando saggezze popolari ma anche una sicumera inattesa, una grande cocciutaggine nell’espressione dei loro gradimenti effimeri, altalenanti. Ed è stata una grande scuola di vita, basata sull’ascolto e sull’osservazione della prossemica espressa nella difesa delle proprie convinzioni. Comprendo bene sin dall’avvio di questa nota che potrà sembrare incredibile anche la mia ingenuità da settantenne conoscitore per mestiere della scrittura, ma nella vita non ci si stanca mai di conoscere e di sorprendersi perché, al contrario di quanto si possa credere e di quanto erroneamente – a mio parere – si esprime di solito, non c’è mai nulla che sia del tutto uguale a quel che abbiamo conosciuto, visto, letto, e le vite degli altri interconnesse tra loro non mancano mai di sorprenderci.

Joshua Madalon

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BUON COMPLEANNO, COSTITUZIONE! a passi lenti ma decisi/ 4

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BUON COMPLEANNO, COSTITUZIONE! a passi lenti ma decisi/ 4

Ed arriviamo così al 2 giugno del 1946.

Diciamo subito che i risultati del referendum del 2 giugno 1946 non furono così esaltanti per la Repubblica (a fare un calcolo ad occhio e croce la scelta referendaria dello scorso 4 dicembre è stata più netta a favore del NO allorquando 19.419.507 voti a fronte di 13.423.208 assegnarono la vittoria ai sostenitori del rigetto del quesito referendario). La scelta repubblicana fu approvata con poco più di 2 milioni di differenza da quella monarchica (12.718.641 votarono per la Repubblica, 10.718.502 per la Monarchia), mentre il 4 dicembre del 2016 la differenza ha toccato poco meno di 6.000.000 a favore del NO (19.419.507 contro 13.423.208).

L’Italia del 2 giugno risultò peraltro spaccata in due con un Nord quasi tutto schierato a favore della Repubblica con realtà come Cuneo e Brescia dove il risultato fu molto equilibrato ed altre realtà tradizionalmente resistenti al nazifascismo come Genova, Milano, Bologna, Parma e Trento (dove la scelta per la Repubblica fu dell’ 85%) chiaramente repubblicane. Al centro a sostegno della Repubblica si distinsero, superando il 70% dei consensi, le città toscane ed Ancona, mentre Roma pur percorsa da una grande partecipazione popolare a favore della Liberazione il risultato fu lievemente a vantaggio della Monarchia, così come avvenne in tutto il mezzogiorno, con valori altissimi come a Napoli dove si sfiorò l’80% del sostegno ai Savoia.

Contemporaneamente alla scelta istituzionale si svolsero le elezioni per l’Assemblea costituente: prevalse la Democrazia Cristiana con il 35,2%; le due forze di Sinistra – il PSIUP – Partito Socialista di Unità Proletarie ed il PCI – Partito Comunista Italiano – ottennero rispettivamente il 20,7% ed il 18,9% superando di fatto di 22 unità il numero di deputati ottenuto dalla DC (207 a fronte dei rispettivi 115 più 104). L’Unione Democratica Nazionale di ispirazione liberale ottenne il 6,8% con 41 rappresentanti, il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini ebbe il 5,3% con 30 eletti, il Partito Repubblicano Italiano il 4,4% con 23 membri ed il Blocco Nazionale delle Libertà che si dissolse poi rapidamente tra Liberali, Monarchici e Qualunquisti prese il 2,8% con 16 deputati. Lo storico Partito d’Azione raccolse solo l’1,4% con 7 rappresentanti.

Proclamati i risultati il Consiglio dei Ministri l’11 giugno volle subito portare a compimento il
3° comma dell’art. 2 del Decreto Legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98: «Nella ipotesi prevista dal primo comma (cioè la vittoria della Repubblica, n.d.r.), dal giorno della proclamazione dei risultati del referendum e fino alla elezione del Capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni saranno esercitate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in carica nel giorno delle elezioni».

Per una forma di cortesia istituzionale il Consiglio dei Ministri affifdata la guida ad Alcide De Gasperi si affrettò a stilare un documento da sottoporre all’attenzione del re Umberto II:

«Preso atto della proclamazione dei risultati del referendum fatta dalla Corte di Cassazione, tenuto conto che questi risultati, per dichiarazione della stessa Corte di Cassazione, sono suscettibili di modificazione e di integrazione, nel supremo interesse della concordia degli italiani, si consente che, fino alla proclamazione dei risultati definitivi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, on.le Alcide De Gasperi, eserciti i poteri del Capo dello Stato, di cui all’art. 2, DLL 16 marzo 1946, n. 98, secondo i principi dell’attuale ordinamento costituzionale”.

Joshua Madalon

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COERENZA ED AFFIDABILITA’ (i perché di una Storia) ripartire da San Paolo con la Palestra delle Idee

La Palestra delle Idee - prossima fermata

COERENZA ED AFFIDABILITA’ (i perché di una Storia) ripartire da San Paolo con la Palestra delle Idee

Mi sono già molte volte trovato a sottolineare la distanza tra il Partito Democratico ed una parte sempre più considerevole di coloro che ne avevano sostenuto la Fondazione, tra i quali mi annovero.
Forse è necessario ribadire che già nella fase fondativa alcuni di noi (e dunque me stesso) avevano scelto di impegnarsi in modo critico e propositivo. In uno dei documenti da me stilati e datato 29 giugno 2008 scrivevo:

“abbiamo lavorato in modo particolare per il cambiamento, per un Partito davvero nuovo, per un Partito davvero aperto, per un Partito che includesse e fondesse; abbiamo lavorato “contro” coloro che non volevano cambiare pur profferendo parole di cambiamento o rimanendo in silenzio “in attesa fiduciosa”.
Questo nostro convincimento che occorresse restituire entusiasmo e fiducia alla gente, che occorresse rimettere in moto le passioni civili ed ideali ha dato fastidio, ha creato una sorta di muro difensivo da parte dei “politici di mestiere” soprattutto perché si chiedeva a “tutti” di rimettersi in discussione, di aprirsi al confronto, di riproporsi in modo nuovo.”

Trovammo dileggio e contrasti, ma siamo andati avanti.

A San Paolo poi abbiamo avviato un lavoro “democratico” lottando nel vero senso della parola ma con l’uso della ragionevolezza e della dialettica per poter aprire un Circolo nuovo nei metodi e nelle scelte. Altri contrasti ed altre contrapposizioni accompagnate da blandizie e tranelli vari. Di cosa si preoccupavano? Di sicuro di un metodo “democratico” aperto ai contributi di quante persone fossero interessate a partecipare in modo attivo (non ho visto affluire gente che non condividesse pienamente i valori della Sinistra) ed è nata così “La Palestra delle Idee”, un modo come l’altro di affrontare questioni territoriali e nazionali come l’Immigrazione, la Formazione, il Lavoro, la Sanità, la Cultura, l’Ambiente, il Territorio e via dicendo. Anche per questo la meteora Barca ci coinvolse con il suo “sperimentalismo democratico” che a San Paolo avevamo anticipato a praticare. E, fallito quel progetto insieme all’eclissi dello stesso Fabrizio Barca, abbiamo partecipato da protagonisti a “Trame di Quartiere”, portando il nostro contributo ed arricchendoci vicendevolmente.
Forse è proprio questo metodo a creare preoccupazione e timore in coloro che hanno disimparato a praticarlo ed è ancora più inaccettabile che sia posto un limite a chi lo pratica, allorquando ciò è svolto in maniera disinteressata e limpida (mi facevano ridere coloro che si chiedevano “perché lo fanno? chi c’è dietro?” e spero tanto non debba continuare a ridere adesso che sono passati tanti anni).
Certamente il metodo che continuerei a chiamare “sperimentalismo democratico” (Fabrizio Barca mi consentirà di appropriarmi del titolo) ha bisogno di un profondo rispetto e di cambiali in bianco; in cambio chi concede quel rispetto potrà trovare elementi utili per un raccordo programmatico che parta dal basso o, ad essere precisi, dal medio-basso (chi partecipa a questi incontri pur essendo questi “aperti e pubblici” è portatore di culture e conoscenze di un certo livello).

Ecco: il gruppo che a San Paolo potrebbe riprendere la sua attività, a partire da “LIBERI e UGUALI”, è nella sua stragrande maggioranza lo stesso che ha praticato lo “sperimentalismo democratico”; è quello stesso che, dopo un riconoscimento non solo formale da parte dello stesso Barca (voglio qui ricordare che Fabrizio partì dal Circolo San Paolo per il suo “Viaggio in Italia” di cui parla ne “La Traversata”), fu praticamente bloccato dal Partito che non ci riconosceva la necessaria affidabilità.

Joshua Madalon

FABRIZIO BARCA a San Paolo con Marzio Gruni e Daniele Pinai

BUON COMPLEANNO, COSTITUZIONE! a passi lenti ma decisi/ 2

BUON COMPLEANNO, COSTITUZIONE! a passi lenti ma decisi/ 2

Dopo lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni avvenuto con il decreto legislativo n.705 del 2 agosto 1943 con il quale, nel rispetto dello statuto albertino si andava a promettere una nuova elezione della Camera dei deputati, una volta finita la guerra, i progetti di coloro che avevano pensato di poter contare sempre su un ruolo centrale della monarchia, si avviarono al fallimento, grazie alla presenza ed all’attivismo dei Partiti antifascisti, quelli antichi come il Partito Socialista ed il Partito Comunista e quelli nati da poco come la Democrazia cristiana ed il Partito d’azione. Fu stretto un accordo (tregua istituzionale) tra questi e la monarchia in attesa che la guerra si concludesse e poi si decidessero le scelte da prendere. In quel periodo le funzioni di governo furono assegnate ad un Governo provvisorio formato dai partiti che facevano parte del Comitato di liberazione nazionale (Cln). Il re Umberto II subentrato a capo della monarchia sabauda dopo l’abdicazione di vittorio Emanuele III, che per quest’atto fu accusato di aver violato la tregua istituzionale trovò un accordo con il Cln e nel giugno del 1944 promulgò una prima Costituzione provvisoria che è espressa nel decreto-legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno. Nei sei articoli del decreto sono delineati la futura Assemblea Costituente, il giuramento dei membri del Governo e la facoltà del Governo di emanare “provvedimenti aventi forza di legge”.

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Ecco il documento:


Decreto-legge luogotenenziale
25 giugno 1944, n. 151
(In Gazz. Uff., Serie speciale 8 luglio 1944, n. 39). – Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, giuramento dei membri del Governo e facoltà del Governo di emanare norme giuridiche.
In virtù della autorità a noi delegata;
Visto il R. decreto-legge 30 ottobre 1943, n. 2/B.
Visto l’art. 18 della legge 19 gennaio 1939, n. 129.
Ritenuta la necessità e l’urgenza per causa di guerra;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato;
Abbiamo decretato e decretiamo :
Art. 1.
Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, un’assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato.
I modi e le procedure saranno stabiliti con successivo provvedimento.
Art. 2.
È abrogata la disposizione concernente la elezione di una nuova Camera dei Deputati e la sua convocazione entro quattro mesi dalla cessazione dell’attuale stato di guerra, contenuta nel comma terzo dell’articolo unico del R. decreto-legge 12 agosto 1943, n. 705, con cui venne dichiarata chiusa la sessione parlamentare e sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni.
Art. 3.
I ministri e sottosegretari di Stato giurano sul loro onore di esercitare la loro funzione nell’interesse supremo della Nazione e di non compiere, fino alla convocazione dell’Assemblea Costituente, atti che comunque pregiudichino la soluzione della questione istituzionale.
Art. 4.
Finché non sará entrato in funzione il nuovo Parlamento, i provvedimenti aventi forza di legge sono deliberati dal Consiglio dei Ministri. Tali decreti legislativi preveduti nel comma precedente sono sanzionati e promulgati dal Luogotenente Generale del regno con la formula:
“Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta di…
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue…”
Art. 5.
Fino a quando resta in vigore la disposizione dell’art. 2, comma primo del R. decreto-legge 30 ottobre 1943, n. 2/B, i decreti relativi alle materie indicate nell’art I della legge 31 gennaio 1926, n. 100, sono emanati dal Luogotenente Generale del regno con la formul :
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Abbiamo decretato e decretiamo…
Art. 6.
Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale ” del regno —serie speciale— e sarà presentato all’Assemblee Legislative per la conversione in legge.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, proponente, è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Nei prossimi giorni passo dopo passo attraverso altri documenti arriveremo alla stesura, alla primulgazione ed alla entrata in vigore della nostra Carta costituzionale.

Joshua Madalon

ANNIVERSARI 231 ANNI FA – 30 NOVEMBRE 1786

FESTA DELLA TOSCANA in ricordo di un evento del 30 novembre 1786 – 231 anni fa

231 anni fa il 30 novembre del 1786 il Granduca Pietro Leopoldo abolì la pena di morte nel Granducato di Toscana. Dal 2000 la Regione Toscana in questo giorno lo vuole ricordare assumendosi il compito di paladina della libertà e del rispetto dei diritti civili, opponendosi all’applicazione della pena capitale ancora vigente in alcuni paesi. Le Circoscrizioni di Prato in quella prima occasione assunsero un ruolo di primo piano organizzando riflessioni approfondite su quel tema attraverso momenti culturali quali il convegno che si svolse presso il centro per l’Arte contemporanea “Luigi Pecci”. Nel 2003 furono poi pubblicati gli atti con il titolo PACE E DIRITTI UMANI.
Qui di seguito riporto uno dei contributi “esterni” (l’autrice non era presente ma fu menzionata proprio in quanto un mese e mezzo prima aveva inviato una lettera a “Repubblica” nella quale discuteva del caso di Derek Rocco Barnabei, giustiziato dopo che sulla sua colpevolezza erano emersi seri dubbi), quello della Presidente del Parlamento Europeo, Nicole Fontaine, riportato nel libretto sopra menzionato.

Joshua Madalon

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Nicole Fontaine, Lettera aperta agli americani

Nella sua stragrande maggioranza, senza distinzioni di nazionalità o di sensibilità politica, il Parlamento europeo, che è la voce democratica di 370 milioni di europei che costituiscono attualmente l’Unione europea, non comprende il fatto che gli Stati Uniti siano oggi l’unico, tra le grandi democrazie del mondo, a non aver rinunciato a comminare e applicare la pena di morte.

Ogni volta che un’esecuzione capitale è programmata in uno degli Stati del vostro paese, l’emozione e la riprovazione che essa suscita assumono, ormai, una dimensione mondiale. Tutti gli interventi a favore della clemenza, fatti dalle più alte autorità religiose o politiche presso i governatori da cui dipende la decisione finale, ricevono soltanto un netto rifiuto.

Il caso di Derek Rocco Barnabei ha suscitato un’emozione particolarmente grande in Europa, sia perché, ancora una volta, sussistono dubbi sulla sua reale colpevolezza, sia perché, oltre alla sua nazionalità americana, egli è anche originario di uno Stato membro dell’Unione europea, l’Italia.

Le iniziative diplomatiche, che invano in tanti abbiamo intrapreso presso il governatore della Virginia su richiesta dei parenti del condannato e delle associazioni che sostengono la sua causa, non hanno avuto alcun seguito. Mi permetto, allora, di dirigervi questa lettera aperta, non nello spirito di dare delle lezioni, ma in quello del dialogo leale che si addice all’amicizia che unisce i nostri grandi insiemi continentali.
Da questa parte dell’Atlantico, si riconosce che il vostro grande paese simbolizza ampiamente, in tutto il mondo, la libertà e la democrazia. Nessuno ha dimenticato ciò che l’Europa gli deve per averla aiutata a ritrovare la libertà al prezzo del sangue dei suoi figli negli ultimi due conflitti mondiali.

Nessuno contesta che la pena di morte sia stata riconosciuta dalla Corte Suprema conforme alla Costituzione degli Stati Uniti. Nessuno contesta che, in seguito a una condanna capitale, lunghi anni di procedure offrono ai condannati la possibilità di una revisione del loro processo. Nessuno contesta il diritto di una società organizzata a difendersi dai criminali che minacciano la sicurezza delle persone e dei beni, né quello di punirli nella misura dei loro delitti.

L’Europa non dimentica che, fino a poco tempo fa, essa stessa ha usato la pena di morte, e spesso con crudeltà. Alcuni Stati l’avevano abolita da tempo, nel loro diritto penale e nella pratica, ma meno di vent’anni fa alcune grandi nazioni europee, profondamente legate ai diritti dell’uomo e ai valori universali, tra cui il mio paese, la Francia, non vi avevano ancora rinunciato e quando i loro parlamenti hanno affrontato la sua abolizione, i dibattiti politici sono stati veementi quanto lo sono oggi negli Stati Uniti. Oggi, ogni polemica è spenta.

Si è però sviluppata in tutta l’Europa una presa di coscienza collettiva che ha travolto le esitazioni ancora esistenti. Questa presa di coscienza, alla quale mi permetto oggi di invitare il popolo americano, è fondata sui seguenti elementi: nessuno studio obiettivo ha mai dimostrato che la pena di morte abbia un effetto dissuasivo sulla grande criminalità e in nessuno dei paesi europei che l’hanno recentemente abolita si è avuto un aumento della grande criminalità; le società contemporanee hanno dei mezzi sufficienti per difendersi da essa senza spezzare il sacro principio della vita umana; la punizione per mezzo della pena di morte non è che la sopravvivenza arcaica della vecchia legge del taglione: poiché hai ucciso, anche tu morirai; il macabro copione delle esecuzioni capitali ha ben poco di degno ed è piuttosto il rito sacrificale di un omicidio legale; quando una società di diritto perfettamente stabilizzata e che dispone di altri mezzi per difendersi ricorre alla pena di morte, essa indebolisce il carattere sacro di ogni vita umana e l’autorità morale che essa può avere per difenderla dovunque essa sia offesa nel mondo; infine, troppi condannati a cui si toglie la vita sono stati poi riconosciuti innocenti e in quel caso è la società, anche in nome del diritto che si è data, ad aver commesso un crimine irreparabile.

In tutta la storia della giustizia della nostra società moderna, un solo innocente da noi messo a morte per errore, una morte che non comporta alcuna necessità, sarebbe sufficiente per condannare radicalmente il principio stesso di questa pena capitale. Ora, sappiamo tutti che il caso è proprio questo, in particolare negli Stati Uniti.

So che la maggioranza della popolazione del vostro paese rimane favorevole al mantenimento della pena di morte e che, in democrazia, il popolo è sovrano, ma tutto ciò può bastare a chi ha la responsabilità di guidare il proprio paese in modo saggio o moderno? Quando il presidente Lincoln abolì la schiavitù, aveva forse il sostegno della maggioranza degli Stati del Sud? Quando il presidente Roosevelt impegnò gli Stati Uniti al fianco degli europei per ristabilire la pace e la libertà nel mondo devastato dal nazismo o dai suoi alleati, ebbe egli immediatamente il sostegno maggioritario degli americani? Quando il presidente Kennedy impose la fine della segregazione razziale che perdurava in alcuni Stati, egli ebbe il coraggio, senza dubbio a costo della sua stessa vita, di andare controcorrente rispetto ai tanti che intendevano mantenerla, anche con la violenza. E’ possibile che gli uomini politici di oggi, per opportunismo o per motivi elettorali, non siano che una pallida ombra di quei grandi visionari che hanno fatto l’unione e la grandezza della nazione americana?

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UN NUOVO SOGGETTO POLITICO DI SINISTRA – perché?

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UN NUOVO SOGGETTO POLITICO DI SINISTRA – perché?

Basterebbe consultare un qualsiasi trattato di “Psicologia” per comprendere le ragioni dell’avversione che una parte considerevole del mondo politico italiano di Sinistra prova per colui che, con un metodo “democratico” abbastanza curioso (non mi stanco mai di ricordare il “parterre” che ha contribuito alla sua ascesa), è diventato il Segretario del Partito Democratico.
Ancora ieri chiudendo la sua “Leopolda”, una convention che ha evidenziato ancora una volta i limiti del PD – condotta come è stata in assenza della minoranza (c’è ancora una “minoranza” che resiste) – Renzi ha agito come sa, porgendo la mano ed allo stesso tempo alzando la voce minacciosa e rancorosa ha detto: “Noi non abbiamo nemici, non viviamo di rancori, non viviamo di odio. Se vivi di rancore, non lo cambi il tuo Paese, se accetti la sfida sul terreno del fango non costruisci”.
In questo Paese se c’è qualcuno che, dopo aver stretto accordi con il Centrodestra (vedi “Patto del Nazareno”), sta facendo di tutto per consegnare il Paese nelle mani dei nostri avversari, di quelli che dovrebbero essere naturalmente anche i “suoi avversari”, questo è Renzi. Come si fa a sostenere la politica che il Partito Democratico ha condotto in questi anni? Quella Politica che ha prodotto nuove e più forti diseguaglianze, aprendo le porte alla precarietà, a lenimento della quale ha proposto – e continua a proporre – scelte pietistiche caritatevoli tipiche delle esperienze peggiori pportate avanti dalla aristocrazia e dalla borghesia cattolica di derivazione ottocentesca. In quest’ottica si leggono le promesse elettorali degli 80 euro allargate alle “famiglie con figli” (un occhiolino ai “Family Day”?).
E cosa dire del Job’s Act che ha garantito alle aziende ed all’imprenditoria famelica nuovi e più lauti guadagni a scapito dello sfruttamento ad libitum di giovani e meno giovani ormai disponibili per sfinimento ad accettare lavori con un reddito molto al di sotto del minimo garantito per una sopravvivenza individuale (se non avessero la “temporanea” copertura di nonni e genitori dovrebbero vivere sotto i ponti o nei ricoveri per “homeless”)?
Sfruttamento di giovani, che non erano certo rappresentati tra coloro che alla Leopolda osannavano Renzi (se non avessi ragione, si tratterebbe di un delirio masochistico!), costretti a subire umiliazioni che speravamo fossero state eliminate dalle battaglie che alcuni di noi, insieme a tante donne ed uomini della seconda parte del Novecento avevano condotto.
E cosa aggiungere della non resipiscenza del messaggio ricevuto lo scorso 4 dicembre dal popolo italiano? Quel tentativo era un attacco diretto alla Costituzione italiana: ne abbiamo la conferma per la modalità con la quale ancora ieri abbiamo assistito alla minaccia congiunta da parte sia di Renzi che di Berlusconi, a dimostrazione che, dietro le quinte fasulle di una contrapposizione recitata da “guitti”, ci si preparerebbe ad un contrattacco per sferrare un colpo mortale alla nostra forma costituzionale repubblicana e democratica.

Con tutto questo, ma non solo questo, come si fa a non sentire il bisogno di costituire un nuovo grande soggetto di SINISTRA in questo Paese? non abbiamo molto tempo davanti a noi. Questa potrebbe essere un’ultima occasione. Non dimentichiamo la nostra Storia.

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ANNIVERSARI o della memoria collettiva – Verso gli anniversari: Danilo Dolci e la Costituzione italiana

ANNIVERSARI o della memoria collettiva
Verso gli anniversari: Danilo Dolci e la Costituzione italiana

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(il titolo dell’immagine in evidenza è “Non si può processare l’art.4 della Costituzione”)

Ieri nel mio penultimo post, quello intitolato “UN NUOVO SOGGETTO POLITICO DI SINISTRA – la mia adesione ed il mio appello” mi richiamavo alla nostra Costituzione. Oggi riporto qui sotto l’incipit di un testo che andrebbe studiato sia nelle scuole medie superiori sia nelle Università. Si tratta di un discorso che Piero Calamandrei pronunciò in difesa di Danilo Dolci, che nel 1956 a 32 anni dopo diverse esperienze di antifascista e promotore della non violenza si era recato nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promosse lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro: questo impegno sociale gli varrà il soprannome – rivolto in quegli anni anche ad Aldo Capitini – di “Gandhi italiano”.

Tra qualche giorno ricorreranno 20 anni dalla morte di Danilo Dolci (30 dicembre 1997) e 70 anni dalla promulgazione e dalla entrata in vigore della nostra Costituzione. La difesa di Danilo Dolci da parte di Piero Calamandrei ha un chiaro riferimento a quel documento fondamentale della nostra vita pubblica. Voglio qui ricordare che un anno fa (questo sarà un altro anniversario da ricordare: il 4 dicembre 2016) il popolo italiano in maggioranza con un’affluenza del 65,5% e con la prevalenza del NO al 59,1% ha sventato uno dei tentativi più subdoli per mortificare la Carta costituzionale (beninteso, non erano in discussione direttamente gli articoli relativi ai “Principi fondamentali” ma venivano inserite delle clausole che avrebbero consentito in seguito le loro modifiche).
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Occorre ricordarlo! Anche per questo da oggi pubblicherò una serie di documenti che raccontano il passaggio cruciale dal Fascismo alla Repubblica costituzionale.

Danilo Dolci Processo

IN DIFESA DI DANILO DOLCI
Piero Calamandrei *
Pubblicato in “Quaderni di “Nuova Repubblica””, 4, 1956, p. 15, anche in “Il Ponte”,XII, 4, aprile 1956, pp. 529-544 e in Processo all’art. 4,”Testimonianze”, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell’arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.
(Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)

Signori Giudici.
Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui,non per difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.
Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente………..

Joshua Madalon

LA GRANDE TENEREZZA – “La banda della culla” di Francesca Fornario – edizioni Einaudi

LA GRANDE TENEREZZA – “La banda della culla” di Francesca Fornario – edizioni Einaudi

Ho incontrato ieri pomeriggio l’autrice alla Festa provinciale di Sinistra Italiana Prato a La Briglia di Vaiano – “La spola d’oro”
Le avevo preannunciato che avrei scritto un post dedicato al suo libro, la cui lettura avevo concluso appena ieri mattina.

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Era davvero da tanto che non leggevo un libro così gustoso curioso e completo in quanto a generi: c’è l’ironia, che da sempre denota acuta intelligenza per chi la pratica in modo non sempre irriverente (se faccio il nome di Dario Fo qualcuno si inalbera?), c’è l’analisi sociale, quella antropologica, accompagnate da tantissime vicende comuni e private in un contesto storico comune contemporaneo, con lampi che provengono da lontano sin dal Sudamerica, da quell’Argentina tormentata dagli anni della dittatura e che ha prodotto tragedie familiari con i “desaparecidos”.
C’è il mondo politico italiano “contemporaneo” contrassegnato da un diffuso discredito e ad una lettura neanche troppo approfondita si riconoscono anche alcune figure che hanno avuto ed in qualche caso hanno ancora oggi un ruolo importante.
C’è il mondo del lavoro che è allo stesso modo caratterizzato da condizioni sempre più precarie, riferite soprattutto ai giovani che sono costretti ad operare in contesti problematici competitivi e poveri di soddisfazioni.
C’è la famiglia che svela limiti oggettivi in particolare nella difficoltà dei rapporti sia quelli pregressi che quelli che direttamente l’autrice Francesca Fornario al suo primo romanzo descrive.
E poi ci sono queste tre coppie, ciascuna delle quali è intenta in modo prima separato poi collettivo a progettare una maternità/paternità che è in sè e per sè diversamente problematica.
Ci sono per questo motivo tutte le traversie delle coppie alla ricerca di una soluzione, che passi tra una fecondazione eterologa per motivi diversi ma in ogni caso non regolata nel nostro Paese oppure attraverso l’adozione per la quale necessitano alcune condizioni che la rendono impossibile alle nostre esemplari giovani coppie.
C’è il mondo del giornalismo della carta stampata e della televisione con le sue insidie e difficoltà soprattutto in relazione alla libertà di espressione.
C’è persino una parte drammatica con un ricatto, un suicidio ed un evento delittuoso.
C’è un ricorrere agli esseri superiori – in primis Dio – con i quali spesso si interloquisce in modo anche profondo ma con la saggezza di chi la sa lunga. Ed allo stesso tempo si immaginano dialoghi con chi non c’è più alla ricerca di un consiglio o in altri casi per lamentarne i limiti in vita.

C’è una grande immensa tenerezza che percorre tutte le pagine, sia quelle che ci fanno sorridere e a volte anche ridere sia quelle serie e drammatiche, verso queste figurine che rappresentano i nostri giovani.

“La banda della culla” edizioni Einaudi consigliato anche ai giovani studenti per un tuffo realistico nel mondo dentro il quale si troveranno a vivere con l’auspicio – però – che si impegnino per migliorarlo!

Joshua Madalon

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I FUOCHI Terza parte

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I FUOCHI Terza parte

Sull’isola, la più minuta ed umile delle Campane, molti sono i luoghi di culto, a partire da quella dedicata a San Michele Arcangelo. A me cara fu quella della Ss. Annunziata- Madonna della Libera vicina all’abitazione di una delle mie zie dove negli anni Sessanta arrivò uno di quei preti giovanili che utilizzavano l’oratorio sullo stile di Giovanni Bosco ed apparivano trasgressivi agli occhi dei bigotti ortodossi. La sua era una modalità coinvolgente ed aveva costruito un gruppo di giovani che preparava eventi amatoriali che riuscivano ad intrattenere i parrocchiani nei pomeriggi del fine settimana, quando anche io li trascorrevo in quei luoghi. Tra i tanti luoghi di culto ricordo la Chiesa di S.Antonio Abate (“Sant’Antuono” per distinguerlo da quella di S.Antonio da Padova non molto distante) dove le mie zie signorine già attempate mi portavano in alcune sere a seguire le loro giaculatorie nel periodo delle Quarantore o in particolari periodi per la recita del Rosario. Non erano frequenti e la mia attenzione era già allora di tipo antroposociologico ed osservavo con una certa attenzione la prossemica teatrale delle fedeli. Sin da bambino seguivo con grande partecipazione alcuni dei momenti parareligiosi, potrei dire popolari, che contornavano le ricorrenze: uno di questi era “’o fucarazzo”, cioè i fuochi di Sant’Antonio che non hanno nulla da spartire con la patologia dolorosa omonima.

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Era (e dico “era” perchè non so se ancora oggi viene praticata questa usanza) un grande falò che veniva approntato nei giorni precedenti al 17 gennaio, giorno dedicato alla figura di Sant’Antonio Abate protettore degli animali (nella funzione religiosa del 17 gennaio i fedeli portano con sè i loro piccoli, medi ed a volte anche grandi, come cavalli e muli, animali per farli benedire). La tradizione del falò sembra collegarsi al ruolo che quel Santo avrebbe nel salvare gli uomini dalle fiamme dell’Inferno. Eppure dal punto di vista climatico quel giorno in ogni caso segna un punto centrale nel passaggio tra la parte più fredda dell’anno a quella più mite (siamo a metà inverno) e ci si prepara alle varie fasi dell’agricoltura dopo il riposo postautunnale. Davanti al fuoco c’è festa, allegria soprattutto per i giovani è un momento magico di ritrovo e di complicità; anche per me lo è stato come lo fu per le popolazioni primitive, i nostri antichissimi progenitori che con il fuoco impararono a costruire il loro futuro, allontanando i pericoli, rielaborando i cibi in modo più adatto alle loro esigenze e creando la comunità. Intorno al fuoco ci si riuniva anche nella intimità delle case non ancora dotate di forma alcuna di riscaldamento che non fosse fornito dai bracieri e la sera si narravano le storie, quelle personali fatte di ricordi elaborati e quelle tradizionali, sotto forma di favole che venivano tramandate da madre a madre. Intorno al fuoco.

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Joshua Madalon

La caricatura di una “Sinistra” per denigrarne il Progetto – parte 2 – un avvio di proposta

La caricatura di una “Sinistra” per denigrarne il Progetto – parte 2 – un avvio di proposta

Parte 2

I denigratori di professione continuano a sottolineare che, senza il PD, non vi sia destino favorevole per chi sceglie una strada di autonomia ed indipendenza. E si danno da fare per augurare, a coloro che intendono segnare la differenza tra una Politica caratterizzata da una forma di neocentrismo che occhieggia alla Destra ed un possibile pieno recupero dei valori fondanti e dei principi della nostra Costituzione, modesti risultati. E descrivono la Sinistra, composita e variegata, come un’armata Brancaleone incapace di andare oltre la testimonianza di quei valori e principi tesa soltanto ad ottenere riconoscimenti poco più che personali dei vari leader, che la guidano.
Beninteso, tale rischio c’è: ma, come sottolineato nelle ultime ore, quel rischio sarebbe molto più alto se ci si integrasse all’interno di un quadro politico nel quale la Sinistra sarebbe compressa e la sua identità (quantunque oggi, come scrivo poi, non basta più affermare principi senza entrare nel vivo delle questioni e “sporcarsi” pragmaticamente le mani senza tuttavia compromettersi indegnamente) venisse praticamente ad essere fagocitata in toto in un ambiente sterile ed asfittico.
Rimarrebbe ovviamente il rischio di non riuscire a rappresentare i bisogni e le fondamentali necessità di una parte del nostro Paese cui gli utlimi Governi hanno riservato un trattamento pietistico di concessioni dall’alto.

Ecco cosa intendo per “caricatura” della Sinistra: una massa litigiosa alla ricerca di identità separate che si unisce senza rinunciare ad affrontare, analizzare ed avviare tentativi di soluzioni con proposte sui problemi più importanti che affliggono la nostra gente.
Questo quadretto ben poco idilliaco è in sintesi ciò che il PD e le Destre sperano che noi, donne ed uomini il cui cuore continua abattere a Sinistra, si sia.
Il rischio, come scrivevo, c’è. Ed alcuni segnali degli ultimi giorni lo hanno mostrato: mi riferisco alla questione Brancaccio, contrassegnata da un certo fastidio emerso in una parte delle Sinistre nei confronti dell’attivismo propositivo di due dei principali protagonisti della campagna referendaria vincente del 4 dicembre 2016, Anna Falcone e Tomaso Montanari. L’assemblea convocata al Brancaccio per il 18 novembre è stata annullata proprio per le difficoltà sorte tra le diverse forze politiche, che hanno irritato i due organizzatori. Ne è sorto un forte dibattito che ha coinvolto la società civile che aveva aderito al Progetto ed alcuni rappresentanti di quella parte della nostra gente si sono autoconvocati in un luogo diverso di Roma per proseguire a trattare quei temi e “andare avanti”!

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In proporzioni molto più ridotte ma ugualmente significative anche nella nostra realtà si è verificato uno stacco, un tilt nel percorso di quell’Assemblea “aperta” che abbiamo chiamato “Prato a Sinistra”.

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Ovviamente il livello nazionale “oggi” ha la precedenza, essendo l’appuntamento elettorale politico molto più vicino di quanto non lo sia quello amministrativo locale e, quindi, bisogna affrontare e risolvere la questione che per brevità ho chiamato “Brancaccio” (e chi legge sa che mi riferisco a quel luogo di Roma, il Teatro Brancaccio, dove nel giugno scorso si sono incontrati rappresentanti delle forze politiche alternative al PD e tantissime cittadine e cittadini intenzionati a partecipare ad un vero e proprio rivoluzionario rinnovamento dei metosi e delle pratiche politiche) se non si vogliono fornire alibi discriminatori alla leadership del Partito Democratico ed a quei gruppi che hanno scelto di aderire all’invito di aggregarsi al suo carro.

Il percorso è impervio (anche per la litigiosità meramente ed a tratti artatamente ideologica) ma affascinante: spetta a noi, a quella parte di cittadine e cittadini desiderosi di poter affermare la propria civicità, il desiderio di giustizia sociale, di restituire dignità al mondo del lavoro, di ricostruire un tessuto “culturale” che riesca ad affrontare le discriminazioni e le paure e soprattutto ridia fiducia e sicurezza.

Occorre puntare (e sì, è il mio chiodo fisso!) sulla funzione della Cultura nel senso ampio del termine: molti dei problemi dei nostri giorni si connettono proprio al progressivo sgretolamento dei processi collegati al mondo della Cultura e della Conoscenza.
Bisognerà lavorare, dunque, per riprendere il cammino che ci consenta di costruire un Progetto di Governo del Territorio che affronti le contraddizioni all’interno delle quali la Sinistra ha vissuto solo rivestita di una propria forza autonoma di testimonianza ed allargare il proprio orizzonte per conquistare una più ampia e solida rappresentanza.
Questa è la sfida dei prossimi giorni!

Joshua Madalon