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DANILO DOLCI e la sua “AVVERTENZA” ad introduzione di “Banditi a Partinico”

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DANILO DOLCI e la sua “AVVERTENZA” ad introduzione di “Banditi a Partinico”

Abbiamo parlato nei giorni scorsi di Danilo Dolci nell’ambito degli ANNIVERSARI 2017-2018 con riferimento alla Costituzione (Dolci è morto 20 anni fa e la Costituzione è stata approvata, promulgata ed è entrata in vigore 70 anni fa) e lo abbiamo collegato alle figure di Norberto Bobbio e di Piero Calamandrei.
Il secondo, padre costituente, ha avuto contatti fondamentali con Danilo Dolci, che a lui si è rivolto per consigliarsi prima di procedere con quell’azione “illegale” che era sia lo sciopero della fame sia lo sciopero alla rovescia: non potè consigliarlo perché i due non si incrociarono a Firenze ma subito dopo il parere di Calamandrei fu espresso nella “difesa” che egli fece nel processo al quale fu sottoposto il Dolci ed alcuni altri suoi collaboratori. Il contributo del primo (Bobbio) l’ho riassunto in due post che si riferiscono alla Prefazione che egli appose al libro oggetto anche di questo nuovo post, cioè “Banditi a Partinico”.

Di notevole importanza per comprendere le caratteristiche dell’impegno di Danilo Dolci risiedono nell’AVVERTENZA con la quale egli, dopo l’introduzione di Norberto Bobbio volle aprire quel libro. Qui di seguito la riporto quasi integralmente :

“Tra noi c’è un mondo di condannati a morte da noi.
Talvolta, anche per giusta insofferenza, tenta di ribellarsi: col mitra e la galera si risponde.
Si smetta di star dalla parte dei più forti, di lasciare a loro la possibilità di soffocare gli altri, proprio per sistema, alla luce del sole.
Non credo che tutti siamo tanto crudeli da voler continuare ad ammazzare, e a lasciar ammazzare, così….
Nella zona del maggior banditismo siciliano (Partinico, Trappeto, Montelepre: 33.000 abitanti), dei 350 “fuorilegge”, solo uno ha entrambi i genitori che abbiano frequentato la quarta classe elementare.
A un totale di circa 650 anni di scuola …..corrispondono 3000 anni di carcere. E continuano i processi contro “i banditi”.
Superano il centinaio gli ammalati di mente, gli storpi e i sordomuti.
Ogni mese si spendono 13 milioni per polizia, “forze dell’ordine”, galera. Più di 150 milioni l’anno….. a 4000 persone occorre subito lavoro. L’inefficienza, il disordine della vita pubblica persistono.
In nove anni si è intervenuti spendendo più di 4 miliardi e mezzo del pubblico denaro per ammazzare e incarcerare quando non si era mosso un dito, ad esempio, per utilizzare l’acqua del fiumicello vicino…..e ciò avrebbe dato facilmente lavoro a tutti. Se ci fosse stato lavoro non ci sarebbe stato banditismo…..
Il banditismo sul mare perdura: dal gennaio 1954, motopescherecci hanno pescato fuori legge per 350 giorni interi, indisturbati o, di fatto, favoreggiati dai responsabili.
Stavamo lavorando. Amici chiedevano notizie di noi e di questa zona: non potendo sempre rispondere esaurientemente ad uno ad uno, abbiamo pensato di raccogliere alcuni appunti e pubblicarli; è giusto confidare in tutti.
Son pagine, queste, scritte dalle cose e da tutti.
Talvolta abbiamo detto noi, talvolta abbiamo fatto parlare alcuni di questi condannati che, qui, non sanno il toscano. Non abbiamo voluto filtrare sempre questo mondo attraverso di noi ché troppo abbiamo mangiato e per troppi anni. Chiedo scusa, d’altronde, se sono rimasti brandelli di noi, e molti – e non i peggiori, forse –in queste pagine; ma volevamo più da vicino documentare, e partecipare le nostre speranze.”
Partinico, 19 gennaio 1955 D. D.

CortileCascino

Ho avuto molta difficoltà a ridurre il testo; potete rilevarne la sinteticità, la crudezza della descrizione del “mondo” che Danilo Dolci volle assumere come “suo” e nel quale impegnò l’intera sua esistenza, facendolo diventare un Laboratorio socio-antropologico di primaria importanza per comprendere le dinamiche che dalla povertà, dalla miseria troppo spesso conducono all’illegalità, al banditismo. Non c’è mai in Danilo Dolci indulgenza, giustificazione, ma c’è un atto d’accusa verso il Potere dei più forti, incapaci di comprendere il dramma dell’esistenza in assenza della principale forma di dignità per l’uomo che è inserita nell’art.1 della Costituzione italiana.
Ricordiamocelo!

Joshua Madalon

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 2

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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 2


Come preannunciato giorni fa, in ricordo della figura di Danilo Dolci a venti anni dalla sua morte e di Piero Calamandrei, uno dei più illustri tra i “padri costituenti”, a 70 anni dalla approvazione, promulgazione ed entrata in vigore della Costituzione italiana ho pensato di fare cosa gradita nel pubblicare l’arringa in difesa di Danilo Dolci pronunciata il 30 marzo del 1956 nel Tribunale penale di Palermo. Tale discorso è indirettamente una denuncia esemplare dell’incapacità del Governo di allora (ma molto poco è cambiato se non peggiorato in termine di rispetto dei valori fondanti della Carta) di applicare gli elementi fondamentali della Costituzione e di rispettare e far rispettare le regole della convivenza civile. Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)
In quegli anni tra l’altro i pescatori di Trappeto si vedevano depauperati della possibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro a causa della presenza di grandi pescherecci collegati a potentati locali che portavano via dal mare antistante la maggior parte delle materie prime di cui legalmente avrebbero potuto usufruire le povere famiglie del posto.

Piero Calamandrei morì pochi mesi dopo aver difeso Danilo Dolci, il 27 settembre del 1956 a Firenze.

Ho già pubblicato lo scorso 31 dicembre la prima parte dell’intervento di Piero Calamandrei In difesa di Danilo Dolci – qui di seguito troverete la seconda parte. Confrontate il tutto con quanto scritto da Norberto Bobbio nella prefazione a “Banditi a Partinico” (vedi post di ieri 1 gennaio 2018) e, se non ancora conoscete Danilo Dolci e siete stimolati ad approfondirne le qualità e le caratteristiche che lo hanno fatto definire “Gandhi italiano” (insieme ad un altro grande come Aldo Capitini), andate in Biblioteca – o in libreria – e cercate le sue opere. Ancora, BUON ANNO 2018! L’anno della Rivoluzione del “68 (a 50 anni)
Joshua Madalon

2.
Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito? Perché noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi più alti? di che stiamo noi discutendo?
In verità io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, così tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; né riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilità dell’aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest’aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un’ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.
No no, il dissidio non è qui, in questa aula: il dissidio è più lontano e più alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l’epiteto di ” assassini “. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudeltà più inveterate, di tirannie secolari, più radicate e più potenti; e più irraggiungibili.
Di quello che è avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale è
soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall’alto. In quanto a me, vi dirò anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d’ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato. In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d’ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d’ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo. Quello che conta è un’altra cosa: conoscere il perché umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.

….fine parte 2…..continua

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BUON 2018 – Danilo Dolci e Norberto Bobbio – pagine esemplari

BUON 2018 Danilo Dolci e Norberto Bobbio – pagine esemplari

Su “Paese Sera” del 19 dicembre e sul mio blog del 23 dicembre u.s. accennavo alla Prefazione che Norberto Bobbio scrisse per “Banditi a Partinico” di Danilo Dolci.
Accanto al testo di Piero Calamandrei anche questo dell’illustre filosofo torinese andrebbe fatto studiare ai giovani (ed ai meno giovani, bisognosi di essere incoraggiati alla partecipazione attiva, civile, civica, politica). Sono passati più di sessanta anni e le parole di Norberto Bobbio, così come quelle altre cui accenno e che ho avviato a pubblicare perché siano viatico esemplare per chiunque voglia impegnarsi socialmente ed abbandonare il pessimismo risuonano ancora come fossero a noi contemporanee.
Qui di seguito riporto solo alcune parti ma vi consiglio di impadronirvi dell’intero testo non appena ne avvertirete il bisogno.
Dice Bobbio: “…..Vorrei quasi considerare queste pagine come una salutare iniziazione allo studio della vita politica in Italia, salutare per tutti coloro che son venuti prendendo coscienza della impossibilità di separare ciò che si è come uomini e ciò che si è come membri di una società storicamente determinata, intesa la politica nel senso più proprio come complesso dei rapporti tra individui e Stato, tra privati cittadini e pubblici poteri…..vorrei che si leggessero queste pagine come un commento, amaro e talora crudele, sempre spietatamente smascheratore delle belle frasi di cui la classe dirigente, politica e sacerdotale, riempie e decora i propri discorsi.
Crediamo di sapere, a sentir quei discorsi, che democrazia significa uno Stato in cui il cittadino è sovrano e gli organi della pubblica amministrazione sono al suo servizio, e più ancora che l’Italia attualmente è una vera democrazia…..Crediamo di sapere che diritto significa regola che impedisce l’esplodere della forza incontrollata delle passioni e degli interessi, e che il nostro Stato è uno Stato di diritto….E la giustizia dello Stato non è la forza superiore alle parti dalla quale ci attendiamo che la violenza privata non rimanga impunita?….E perché mai esistono una legge e uno Stato, questa imponente e costosa macchina di funzionari (i “fedeli servitori” della pubblica retorica) se non per impedire che il potente spadroneggi e il debole sia annientato?…..
…Si esce dalla lettura di queste pagine perseguitati dal fetore di quelle stanze e di quelle strade, dall’immagine di quegli interni desolati e confusi, di quei volti stanchi o torbidi o malati…col senso di una società più che pervertita guasta, più che corrotta disfatta, che vive sotto il segno della precarietà e del disvalore – disarmonia contro armonia, miseria contro ricchezza, malattia contro sanità, ignoranza contro conoscenza, superstizione contro religiosità, morte contro vita -, di una società dove l’avvilimento quotidiano di cui si discorre senza stupore e angoscia come del tempo che fa, è la morte……
….Per molti di noi il crollo del fascismo e la guerra di liberazione sono stati l’occasione per la scoperta di un’Italia segreta e nascosta, dell’Italia non ufficiale, di cui la cultura dominante, tutta affaccendata in polemiche filosofiche o ideologiche o di scuola (contro il positivismo, contro il pragmatismo, contro l’attivismo e via con mille altri nomi astratti) ci aveva poco o nulla parlato, e di cui la politica dei politici aveva spudoratamente negato l’esistenza. Si cominciò a guardare l’Italia non più dall’alto in basso, ma di sotto in su, dal punto di vista dei poveri, dei diseredati, degli oppressi, di coloro che non erano mai stati protagonisti…..”

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Norberto Bobbio ci ha lasciato pagine esemplari come queste che precedono la descrizione quotidiana, meticolosa, scientifica delle condizioni di coloro che avevano smarrito la loro identità di uomini, donne, cittadine e cittadini per assumere nomi collettivi come plebe, massa, banditi.
Guardiamolo oggi questo nostro Paese a sessanta anni e più dal tempo di “Banditi a Partinico” e confrontiamo quelle descrizioni con il mondo attuale, provando ad affrontare le problematicità con nuovo vigore ed uno sguardo attento alle esigenze ed ai bisogni dei più deboli.

Joshua Madalon

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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 1

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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA
UNA ESEMPLARE DENUNCIA

Come preannunciato ieri, in ricordo della figura di Danilo Dolci a venti anni dalla sua morte e di Piero Calamandrei, uno dei più illustri tra i “padri costituenti”, a 70 anni dalla approvazione, promulgazione ed entrata in vigore della Costituzione italiana ho pensato di fare cosa gradita nel pubblicare l’arringa in difesa di Danilo Dolci pronunciata il 30 marzo del 1956 nel Tribunale penale di Palermo. Tale discorso è indirettamente una denuncia esemplare dell’incapacità del Governo di allora (ma molto poco è cambiato se non peggiorato in termine di rispetto dei valori fondanti della Carta) di applicare gli elementi fondamentali della Costituzione e di rispettare e far rispettare le regole della convivenza civile. Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)
In quegli anni tra l’altro i pescatori di Trappeto si vedevano depauperati della possibilità di svolgere efficacemente il proprio lavoro a causa della presenza di grandi pescherecci collegati a potentati locali che portavano via dal mare antistante la maggior parte delle materie prime di cui legalmente avrebbero potuto usufruire le povere famiglie del posto.

Piero Calamandrei morì pochi mesi dopo aver difeso Danilo Dolci, il 27 settembre del 1956 a Firenze.

Joshua Madalon

02.-Processo-all’articolo-4-Sellerio-Palermo-2011

1.

Signori Giudici.
Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un
giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui, non per
difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.

Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente.
E così l’onore e la responsabilità di chiudere la discussione e di rivolgervi, signori giudici, l’ultima preghiera che vi accompagnerà in camera di consiglio, sono toccati a me; non solo per la mia età, ma forse anche perché io sono qui, unico tra i difensori, soltanto un avvocato civilista, cioè un avvocato che non ha esperienza professionale di processi penali.
Questo, infatti, non è un processo penale: o almeno non è quello che i profani si immaginano,
quando parlano di un processo penale.
Nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perché crede di vedere in quell’uomo, anche se innocente, il reo, l’autore del delitto: l’uomo che ha ripudiato la società, che è una minaccia per la convivenza sociale.
L’imputato è solo, inconfondibile, diverso agli occhi del pubblico da tutti gli altri uomini, isolato
dentro la sua gabbia e, anche quando la gabbia non c’è, isolato dentro la sua colpa.
Ma questo non è un processo penale: dov’è il reo, il delinquente, il criminale? Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso?
Angosciose domande: alle quali forse neanche il P.M., nella sua misurata requisitoria che abbiamo ammirato non tanto per quello che ha detto quanto per quello che ha lasciato intendere senza dirlo, saprebbe in cuor suo dare una tranquillante risposta.
Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono così vicini, fino a parere un banco solo. Dove sono gli imputati e dove i difensori? Qui, in realtà, o siamo tutti difensori o siamo tutti imputati.
In questa aula, da qualunque parte ci volgiamo, nei vari seggi di essa, non ci sono altri che uomini che si trovano qui, perché hanno voluto e vogliono prestare ossequio alla legge: osservarla, servirla.
La sigla è quasi si direbbe il vertice magico di questo processo è in quella formula laconica
intarsiata con caratteri antichi sulla cattedra ove siedono i giudici. Non è la solita frase che in altre aule si legge scritta sul muro al disopra delle teste di giudici, quella frase che suscita tante speranze ma anche tante perplessità: “La legge uguale per tutti”. No: il motto di questa aula è molto più laconico, misterioso e conciso come la risposta di un oracolo: “La legge”.
Questo è l’imperativo categorico che ci tiene tutti qui incatenati dallo stesso dovere, appassionati dalla stessa passione: “de legibus”.
Il Tribunale che siede è per definizione l’organo che, amministrando giustizia, fa osservare la
legge. Il P.M., che siede al lato del collegio giudicante, è il rappresentante della legge. Noi avvocati siamo qui, al nostro posto, per difendere la legge. Dietro a noi, a fianco degli imputati e sulle porte, i commissari e gli agenti di polizia sono gli esecutori della legge.
E poi ci sono questi imputati: imputati di che? Mah… di nient’altro che di aver voluto anch’essi
servire la legge: di aver voluto soffrire la fame e lavorare gratuitamente allo scopo di ricordare agli immemorì il dovere di servire la legge.


…fine prima parte….

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ANNIVERSARI 2017 – VERSO IL 2018

ANNIVERSARI 2017 – VERSO IL 2018

Dall’inizio di quest’anno abbiamo avviato un percorso intorno ai principali anniversari relativi a persone o a fatti della Storia; si è trattato di seguire le orme di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana e del suo alto magistero pedagogico e morale che lo ha fatto accostare ad altre figure di cui quest’anno ricorreva l’anniversario dalla morte (don Lorenzo morì nel 1967 – il 26 di giugno – lasciando a tanti di noi molti messaggi che abbiamo tentato di raccogliere sin dalle albe del ’68; Antonio Gramsci era invece morto nel 1937 – il 27 aprile – e aveva accumulato migliaia di pagine nei suoi “Quaderni” che ancora oggi ci interrogano; Danilo Dolci scompare nel 1997 – il 30 dicembre – e con il suo esempio ci ha fornito un metodo che ricorda quello socratico) insieme ad eventi come la Rivoluzione d’Ottobre di cento anni fa.
C’era molto altro, a dire il vero, che non abbiamo seguito in modo diretto, non pretendendo di essere totalizzanti. E, poi, sono sincero, alcuni “miti” non mi appartengono e li considero distanti dalla mia complessione: mi riferisco a Che Guevara del quale distinguo tra gli “scritti” e le “azioni”. Sono complessivamente un pacifista e al Che preferisco il Danilo Dolci. Ed a chi non è d’accordo preferisco sottolineare che non è molto strano che un personaggio come il Che sia stato un mito per schieramenti del tutto contrapposti.
Danilo Dolci non potrebbe mai essere assunto come espressione di riferimento da parte di coloro che alle idee contrappongono le armi. Ne ho già scritto durante quest’anno e mi ero anche ripromesso di dedicare uno spazio più consistente – come è avvenuto per Gramsci e don Milani – ma non ce l’ho fatta. Tra le vicende che riguardano Danilo Dolci ve n’è una che ci consente di avvicinarci anche ad uno degli eventi di cui ricorre l’Anniversario “tondo”, qualcosa di fondamentale per la stragrande maggioranza degli italiani e cioè l’approvazione, la promulgazione e l’entrata in vigore (1° gennaio del 1948) della nostra Carta costituzionale.
Nel 1952 Danilo Dolci arriva in quella parte della Sicilia occidentale che ha conosciuto da bambino per la sua endemica povertà e per la presenza di una malavita diffusa e non combattuta dallo Stato che spesso ne appare complice. Le sue battaglie contro la mafia ed il sottosviluppo per il riconoscimento dei diritti, in primo luogo quello del lavoro, si caratterizzano per la forma di non violenza ritenuta del tutto assurda dagli stessi tutori dell’ordine, tanto che una delle motivazioni per contrastare il ricorso al “digiuno” fu quella di dire che “non è legale”.
Quando poi in un’altra occasione egli condurrà un centinaio di disoccupati per uno storico “sciopero alla rovescia” atto a riattivare un tratto di strada da tempo abbandonata perché dissestata.
Danilo Dolci in questa occasione viene arrestato, provocando reazioni in larga parte del mondo civile e sulla stampa. Al processo verrà difeso dal grande padre costituzionale Piero Calamandrei. La sua arringa è divenuta una pagina fondamentale per comprendere il vero senso, il vivo, che risiede nelle pagine della nostra Costituzione. Essa è allo stesso tempo un esempio di letteratura giuridica fondamentale.

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Domani ne pubblicherò alcune parti su questo Blog.

BUONE FESTE – Buon Anno 2018

da Joshua Madalon

2004-07 (lug)

MISERABILIA

MISERABILIA

Da un punto di vista umano, non da quello politico, preferirei che l’affermazione di Gentiloni che ieri mattina ho letto sui quotidiani sia una di quelle ventilate a proprio uso dall’area governativa come una “fake news”. Da “la Repubblica” giovedì 28 dicembre 2017 pagina 3 articolo di Goffredo De Marchis leggo e trascrivo l’incipit: “Gentiloni dice che lo ius soli, o meglio lo ius culturae”, è “un valore fondante della sinistra” e dunque è un “obbligo” per il Pd impegnarsi ad approvarlo nel nuovo Parlamento che sarà eletto il 4 marzo.”
Vi risparmio il resto contando che possiate recuperarlo se vi va smanettando sul web o recuperando la forma cartacea del giornale.
E basta per me quel che leggo per sottolineare uno dei più biechi miserabili marchingegni elettoralistici che non mi sarei mai aspettato da chi, come Gentiloni, al netto della devozione per chi lo ha lanciato al posto di Premier, ha una storia legata alla Sinistra, quella vera non quella trascritta con la “s” minuscola, che ha progressivamente tuttavia tradito. Intanto il Pd di cui parla non ha proprio niente da condividere con la Sinistra: non si illuda se è in buona fede e soprattutto non illuda elettrìci ed elettori che ancora credono alla esistenza di babbo Natale. Anzi, quel che è più grave è l’assioma che viene ventilato tra Pd e approvazione dello “ius soli” ad essere scarsamente credibile: laddove ciò fosse vero il Partito Democratico aveva il dovere di portare all’approvazione del parlamento quella proposta semmai concordandone alcuni aspetti con quella parte di forze politiche che aveva mostrato di condividerle.
Dire oggi, a poche ore dalla scadenza della legislatura che ci si impegnerà ad approvare quella proposta nel nuovo Parlamento dopo il 4 marzo è una delle “fake news” istituzionali che continua a caratterizzare questo Governo nelle forme di un paternalismo becero del quale davvero non abbiamo bisogno.
L’elettorato ha ovviamente nelle proprie mani il destino di quella legge. Perché affidarlo al Partito Democratico che ha avuto tantissimo tempo a disposizione per tentare una possibile mediazione e comunque metterla ai voti anche in assenza della certezza che potesse essere approvata. In ogni caso sarebbe stata infinitamente chiara la volontà dei parlamentari che si sarebbero potuti esprimere con il loro voto.
In un post precedente ho parlato di “coraggio” e di “responsabilità”: si è dato invece il via ad una vera e propria fuga e questo ha ingenerato ulteriore sfiducia nei confronti della Politica, dando ragione in fin dei conti a quelle frange populiste e demagogiche sempre più folte ed arroganti che cavalcano l’irrazionale paura delle differenze e delle Culture.
Non c’è più credibilità in chi, avendo potuto ha rinunciato ed oggi ci annuncia che – non essendoci più tempo – se ne riparlerà con certezza tra qualche mese.
Una soluzione sarebbe stata quella di un prolungamento della legislatura, ma a questo punto con il Presidente della Repubblica che – venendo meno a regole ben precise (la chiusura delle Camere sarebbe stata di regola nel prossimo febbraio) – ha però promesso che con l’arrivo delle feste Natalizie tutti sarebbero potuti tornare a casa con le prebende, i benefit ed i vitalizi intatti, appare inevitabile lo scioglimento delle Camere.
“Miserabilia” forse non esiste ma avete compreso tutti che è in netta contrapposizione con le cose mirabili e di valore (“Mirabilia”) che invece sono proprio mancate.

Joshua Madalon

2487,0,1,0,256,256,502,1,0,48,55,0,0,100,0,1988,1968,2177,536707
2487,0,1,0,256,256,502,1,0,48,55,0,0,100,0,1988,1968,2177,536707

Una strenna natalizia di grande valore – a 170 anni dal “Manifesto del Partito Comunista”

Una strenna natalizia di grande valore – a 170 anni dal “Manifesto del Partito Comunista”

“Galeotta fu la curiosità che mai mi abbandona!” ed è stato così che rincorrendo la presentazione di un libro del quale ho già scritto, “La banda della culla”, agli inizi di questo mese, insieme all’autrice Francesca Fornario ho rivisto un’altra giovane scrittrice, Simona Baldanzi, della quale circa un anno fa avevo trattato in relazione ad un suo libro, “Mal di fiume”, che mi aveva attratto in modo particolare.
“Cortesia ma non solo mi aveva spinto” a chiederle semmai avesse pubblicato altro dopo di quello; mi aveva sorpreso “Sì, una piccola cosa per un libro collettivo sul “Manifesto del Partito Comunista”.
“Ordinato, cotto e mangiato” per la curiosità che mi sopravventa. Piccolo – 12 x 19 e 0,5 di spessore – 88 pagine più la copertina rosso fiammante il libro di cui mi parlava Simona è un originale pamphlet dedicato alla Carta Costituzionale Comunista dei protocompagni Carlo Marx e Friedrich Engels. Oltre alla celebre ouverture in doppia veste, quella originale in quella lingua che l’esperienza nazista ci ha reso ostica, e quella tradotta in italiano nel 1947 da Palmiro Togliatti, il libro si caratterizza già dal titolo per un’operazione nazional-popolare tipicamente toscana. Operazione davvero ben riuscita, quella di mettere l’intro del “Manifesto” in ottava rima.
“Nazional-popolare mi sia concesso spiegarne il perché” a compagni ed amici che non conoscono la Toscana e che non hanno avuto la fortuna di incontrare veri e propri autori della letteratura che si dice “popolare” perché risiede in quelle parti dei territori dove la “Cultura” con la “C” maiuscola si tramandava di generazione in generazione nelle esperienze delle “veglie” dove a volte ci si sfidava in senso alto nei “contrasti”. In quelle occasioni si metteva a disposizione della piccola comunità un bagaglio di conoscenze acquisite miracolosamente e vi era chi oltre ad inventare recitava a memoria la “Divina Commedia”, l’Orlando Furioso”, la “Gerusalemme Liberata”.
“Logli Altamante, Roberto Benigni, Franco Casaglieri, Carlo Monni, Ettore detto “il Grezzo”, Gabriele Ara” sono soltanto alcune delle punte di diamante della tradizione popolare dell’ottava rima, persone in carne, ossa e mente fervida che ho conosciuto in modo diretto nelle iniziative culturali che ho prodotto sia quando sono stato coordinatore regionale dell’UCCA sia nella mia esperienza amministrativa tra Comune e Circoscrizione Est di Prato.

Non conoscevo (o forse sì ma l’Alzheimer – ahimè – incombe) Pilade Cantini, autore della trasposizione in ottava rima della celebre introduzione “Uno spettro si aggira per l’Europa” e della composizione della squadra di illustri cooperatori, alcuni già menzionati ed involontari come Marx ed Engels e Togliatti, altri consapevoli come la nostra Simona Baldanzi così come il sommo esperto di narrazione e tradizione popolare Carlo Lapucci, lo storico Guido Carpi, i musicisti Federico Maria Sardelli e Max Collini, il docente di Politica comparata Mario Caciagli. L’unica del gruppo, l’unica donna, Simona Baldanzi la conosco da poco, come detto sopra, anche se da qualche anno ne seguivo le impronte.
Con tutta questa bella compagnia non poteva che sortire un composto di alto livello, variegato e variopinto arricchito da un disegno, opera del Sardelli, dedicato a Pilade Cantini che “canta il comunismo”. Lo stesso Cantini interviene con un’esegesi sul lavoro svolto per spiegare come mai il primo verso non poteva essere “Uno spettro si aggira per l’Europa”.

Sul brano di Simona, “Fame, freddo e fumo” tratterò in un nuovo post. E tratterò di un altro libro di Pilade Cantini dedicato al Monni, nel ricordare i quattro anni dalla sua scomparsa e i due esatti da quella del Casaglieri.

Il libro “Il Manifesto del Partito Comunista in ottava rima” di Pilade Cantini e autori vari è edito da Clichy – Firenze.

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Manifesto

Joshua Madalon

…con i miei auguri di Buon Natale….

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…con i miei auguri di Buon Natale….

Quando eravamo piccini, a Natale scrivevamo la letterina che nascondevamo sotto il piatto, o sotto la tovaglia in corrispondenza di quello, di nostro padre ed era di solito un elenco di “confessioni” e di “promesse” solitamente banali e quasi sempre “ripetibili” ad ogni festività successiva. Già nell’approssimarsi dell’adolescenza quella pratica veniva abbandonata. Altre promesse e confessioni, dichiarazioni d’amore spesso lasciate al vento dei primi palpiti ci coinvolgevano.
E poi l’arrivo della giovinezza e l’impegno sociale, civile, politico che ci spingeva sulle piazze e nelle sezioni fumose per diversi motivi ad arrovellare i nostri cervelli correndo dietro alle utopie ed ai progetti di qualche furbastro che giocava con le nostre passioni. E noi continuavamo a scrivere e ad urlare, ad urlare ed a scrivere, i nostri desideri, sempre correndo dietro alle ragioni che ci spingevano verso il cambiamento generazionale di metodi e di pratiche, contestando con veemenza il passatismo di coloro che erano lì, e prima di noi avevano prodotto mutazioni nelle quali non riconoscevamo più gli elementi fondativi del nostro contratto iniziale.

Quegli anni sono passati e nel nostro bagaglio di esperienze abbiamo accumulato momenti di gioia e di sconforto, di soddisfazioni e delusioni, di “sogni e di chimere” accompagnati allo stesso tempo da crudo realismo e consapevolezza dei limiti e delle forze, e l’esperienza ci affina a riconoscere le falsità e le ipocrisie così come siamo in grado di accogliere le amicizie che durano e scansare quelle che ti rincorrono per soddisfare semplicemente i loro interessi.

E’ così: siamo ad un nuovo Natale e quasi certamente bisognerà scrivere ancora una volta, all’età dei settanta, una lettera. La rivolgeremo agli amici veri sapendo di non essere delusi ed a quelli falsi, il cui valore intrinseco è proprio in quella loro incapacità di convincerti, che è per noi una vera e propria fortuna. Siamo in una fase cruciale della nostra vita civile e politica: abbiamo bisogno di tirare le somme.
Sì, in definitiva, sarebbe bene farlo tutti almeno una volta all’anno nell’approssimarsi del 31 dicembre. Un consuntivo, come le “confessioni” dell’infanzia espresse nella letterina, ed un “preventivo” come le “promesse”. E’ una fase, questa, nella quale non possiamo esimerci di cercare anche qualche errore nei meccanismi che abbiamo creduto di conoscere sempre bene e che a volte ci hanno tradito. Forse saperlo fare, ed il volerlo, ci consente di recuperare quell’umanità di cui anche il mondo politico ha urgente bisogno.

Non siamo perfetti, ma non lo sono nemmeno coloro che non ci piacciono e pretendono di condizionarci sopravvalutando se stessi. D’ora in avanti, con dignità e senso di responsabilità non ci piegheremo alle condizioni ed alle pretese di chi vuole strumentalizzare il nostro operato ed utilizzare a proprio vantaggio la nostra intelligenza.

Joshua Madalon

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“CARTOLINE DA CHINATOWN” di Federica Zabini

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“CARTOLINE DA CHINATOWN” di Federica Zabini

Da un paio di anni, molto più di prima, ho tra I miei allievi nel Corso di alfabetizzazione della lingua italiana, organizzata dalla San Vincenzo de Paoli nei locali della Parrocchia di San Bartolomeo in Piazza Mercatale, molte donne cinesi. Ed è un’esperienza straordinariamente stimolante, anche perchè sono tra le allieve più curiose di apprendere e si divertono moltissimo, rendendo piacevole il mio impegno volontario. Da loro apprendo molto più di quanto loro apprendano da me e credo che sia proprio questa empatia bidirezionale a far scattare l’armonia nell’intero gruppo di lavoro formato da centro e sudamericane, da africani del nord e da pachistani.
Ho già segnalato in altri post la variegata provenienza etnica dei frequentatori di quei corsi ma non potevo non riferirmi a questa mia contingente avventura culturale volendo parlare del libro, piccolo ma denso, di Federica Zabini: “Cartoline da Chinatown”. Ne avevo sentito parlare; a dire il vero, avevo anche letto della sua presentazione al caffè Bacchino lo scorso 29 ottobre ma le mie corse frenetiche tra un evento e l’altro, molto spesso organizzati da me stesso, mi impediscono troppe volte di cogliere occasioni interessanti come quella. Poi tra una chiacchiera e l’altra in previsione di approfondimenti culturali, sociali antropologici e… politici qualcuno mi riparlò di Federica Zabini e di questo suo “Cartoline da Chinatown”. La Rete fa miracoli e mi capita spesso di raccordarmi con persone che non conosco, ma di cui mi si parla, in un battibaleno attraverso i social.
Stuzzico Facebook e scrivo, peraltro di fretta con errori di battitura: ottengo rapida risposta con indicazione su dove poter trovare il libro. “Mondi paralleli” è una piccola libreria gestita da compagni che conosco e con i quali mi incrocio soprattutto allo Spazio Aut di via Filippino ma non la frequento: graphic novel, fumetti vari non sono più da tempo libri che riescano ad occupare uno spazio tra le mie letture. Mi ci fiondo, deciso a portare in dirittura di partenza il possesso del libro. Mi aspettano già, preavvertiti dall’autrice, che evidentemente ha avuto fiducia in me. Questo è accaduto quasi un mese fa, agli inizi di dicembre: il libro l’ho letto rapidamente in due notti (è il periodo nel quale da un po’ preferisco svolgere questa funzione) e poi l’ho lasciato decantare……….
Federica Zabini è un’acuta osservatrice, attenta a cogliere i palpiti del mondo che la circonda. Ella sa trasmetterci la realtà di una popolazione che si è insediata in modo particolare in uno spazio ormai obsoleto e degradato, fondamentalmente rivitalizzandolo. La crisi del settore tessile sarebbe stata inarrestabile in tutte le sue fasi se ad un artigianato ed un’imprenditoria che aveva perso la passione (quella che ti fa sopportare i sacrifici e le incertezze dell’impresa) non fosse subentrata l’intraprendenza e la capacità di reggere la fatica per ore ed ore. Ai piccoli e modesti artigiani-industriali pratesi i cinesi hanno da insegnare…e questo è apparso insoffribile. Da qui nasce l’astio verso questa comunità che parte proprio da settori medio-borghesi e si diffonde tra la popolazione di scarsa cultura.
Nel libro formato da 15 bozzetti alcuni un po’ più corposi altri in forma mignon prevale lo sguardo infantile del puro di cuore su una realtà che si eleva da un prosastico lastrico ad un cielo poetico, a partire dal primo dei raccontini, “L’albero del pop corn”. Ed i mondi che vengono osservati sono quelli della produzione oppure quelli del consumo come il ristorante di Liu, o ancora quelli pubblici, come le Poste o la Farmacia oppure le strade e le piazze, uno studio di agopuntura, il fiume, la fiera. Tra tante storie non poteva mancare quella più tragica nella quale l’umanità prevale e si riducono le differenze. Federica Zabini ci mette di fronte ad un mondo intero che rimarrà parallelo fino a quando non riusciamo a comprendere che dall’alto della loro riservatezza (ma vi assicuro, cominciano davvero a sciogliersi e lo fanno in primo luogo le donne: anche quelle cinesi così come le nostre stanno prendendo coraggio) i cinesi ci riserveranno grandi positive sorprese.
E ci inconteremo. Anche se tra le due comunità maggiori di questa città, quella legittimamente autoctona (I’ so’ di Prato!) e quella cinese, è quest’ultima ad essere la più seria e matura, compatta, e forse per questo motivo viene percepita come pericolosa. D’altronde come ben si sa i vuoti tendono a colmarsi.

Benaugurale è la dedica, profetica financo. Non farebbe di certo male, da qui a poco, pensare che Prato possa avere una guida amministrativa cinese. Dopotutto, abbiamo avuto un papa polacco e ne abbiamo uno che “viene da lontano”.

Joshua Madalon

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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

Mentre avviavo a scrivere una riflessione sul libro di Federica Zabini, “Cartoline da Chinatown” ho rincorso alcuni frammenti dei miei ricordi recenti. Su quel libro, piccolo ma denso di riferimenti letterari ed antropologici, scriverò nelle prossime ore.
Un ringraziamento alla scrittrice per avermi indotto ad operare una forma di epifania creativa ispirata dalle sue “tranches de vie” della comunità cinese del quartiere tra la strada ferrata, le inverse direttive viarie parallele, via Filzi e via Pistoiese, e San Paolo: quella zona, insomma, che Bernardo Secchi, l’urbanista scomparso nel settembre 2014 aveva identificato come Macrolotto Zero, assegnando a quella parte del territorio pratese, dove la “mixitè” assumeva una funzione essenziale per comprendere le caratteristiche di quelle strutture mescolate tra abitazioni civili e spazi di produzione tessile di base, l’origine – il punto zero – della sua storia artigianale ed industriale.

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Nella vita spesso capitano giornate intense, durante le quali non si compiccia nulla, ma si corre si corre si corre…all’impazzata. “Beato te, che sei in pensione! hai tutto il tempo per te. Ah, chissà quando mi capiterà di poterci andare!…” me lo sento dire un giorno sì ed uno anche…ad ore alterne. Eppure, da quel giorno in cui ho salutato i colleghi in una delle feste che poi ricorderò per la tristezza che ci prese tutti nei giorni successivi, non sono ancora riuscito a realizzare la maggior parte dei miei desideri. Qualcuno potrà anche sorridere per l’esempio che farò, ma avevo programmato di andare a trovare un mio carissimo amico che a Firenze si occupa di cinema e, va là, son quattro anni che lo faccio aspettare. O quanti chilometri sono? Dieci, poco più, visto che è al di là dell’Arno. Non che non sia riuscito a far nulla, ma è che me ne vengono tante di quelle idee interessanti da rincorrere e ci vado dietro. Ed è così infatti che, in una delle iniziative culturali degli ultimi anni, mi è accaduto che il coinvolgimento sia stato tale da indurmi ad occupare il mio tempo nella narrazione, utilizzando le “storie” che mi venivano raccontate dai partecipanti al progetto che in piena sintonia con l’ambiente pratese e del mondo tessile che lo contraddistingue si chiamava “Trame di quartiere”. Ecco, un ottimo impiego del tempo a misura di anziano: guardali bene i pensionati maschi del quartiere che, soprattutto se hanno nipoti già grandi e moglie e figli che non hanno bisogno di loro, nelle giornate buie dell’inverno si ritrovano nei circoli a mo di quel che facevano i villani della contrada Albergaccio nel 1513 laddove Niccolò Machiavelli si ingaglioffiva “con questi…. per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.” (da la Lettera a Francesco Vettori 13 dicembre 1513).

E poi con l’arrivo dell’aria più mite si spostano lungo i viali e nei giardini a parlare dei problemi sportivi e di quelli politici, mostrando saggezze popolari ma anche una sicumera inattesa, una grande cocciutaggine nell’espressione dei loro gradimenti effimeri, altalenanti. Ed è stata una grande scuola di vita, basata sull’ascolto e sull’osservazione della prossemica espressa nella difesa delle proprie convinzioni. Comprendo bene sin dall’avvio di questa nota che potrà sembrare incredibile anche la mia ingenuità da settantenne conoscitore per mestiere della scrittura, ma nella vita non ci si stanca mai di conoscere e di sorprendersi perché, al contrario di quanto si possa credere e di quanto erroneamente – a mio parere – si esprime di solito, non c’è mai nulla che sia del tutto uguale a quel che abbiamo conosciuto, visto, letto, e le vite degli altri interconnesse tra loro non mancano mai di sorprenderci.

Joshua Madalon

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