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PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

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PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

Quando i “filosofi” troveranno ascolto tra coloro che si candidano a governare o a scrivere programmi per il “buon Governo” di una città o di un Paese forse avremo trovato la soluzione agli annosi problemi nei quali ci dibattiamo. Ovviamente non basta essere o essere creduti o sentirsi “filosofi” per potersi accreditare all’interno del consesso “politico” e non nego che alcuni veri “filosofi” prestati come costruttori di progettualità alla Politica abbiano dato cattiva prova di sè nel secolo scorso. Non potrei – per l’appunto – negarlo. E per togliere il vino dai fiaschi sottolineo che non scrivo quello che segue sentendomi un “filosofo”: quindi non mi propongo come tale ai miei interlocutori “provvisori” (“provvisori” come è giusto che sia: nessuno di noi è “eterno”). Allo stesso tempo non risparmio le mie energie e proseguo ad esprimere il mio parere su quanto sia necessario fare nei prossimi mesi.
Mi sarebbe piaciuto che tra i dieci punti iniziali del percorso costruito al “Brancaccio” lo scorso giugno ve ne fosse uno esclusivamente dedicato alla “CULTURA” e se fosse stato il primo dei dieci ancora meglio.
Il tema della “CULTURA” può essere declinato in numerose varianti e rimanere il minimo comune multiplo del PROGRAMMA DI GOVERNO di un Paese e di una città. C’è una CULTURA ambientale, una CULTURA sociale, una CULTURA sanitaria, una CULTURA urbanistica una CULTURA economica, una CULTURA del Lavoro, una CULTURA internazionale, una CULTURA tout court (e non credo di avere esaurito l’elenco).
Essendo necessaria la “sintesi” proseguo in quel lavoro di ricerca delle contraddizioni profonde nelle quali si dibatte la nostra SINISTRA, mostrando a volte la sua indole conservatrice a difesa di diritti a volte necessariamente discutibili (il welfare del nostro Mezzogiorno, ad esempio, si avvale di una distribuzione “a pioggia” di benefici a vantaggio di falsi invalidi: lo difendiamo? Spesso accade che alcuni operatori inadempienti in modo illegale sotto molti punti di vista vengano difesi dai Sindacati che appartengono idealmente alla nostra storia: li difendiamo anche noi? La Sanità è nelle mani di persone incompetenti a tutti i livelli, da quello amministrativo a quello professionale specifico: non facciamo nulla? Nel percorso dell’Immigrazione troviamo molti aspetti di illegalità: cosa proponiamo?). Ecco; è necessario avanzare proposte serie che non abbiano teste tra le nuvole ma piedi saldamente ancorati a terra, a nche a costo di smentire il “noi stessi” di “ieri” (un “ieri” simbolico).
Ecco dunque la CULTURA della LEGALITA’, ma non chiacchiere a vuoto!
Mi soffermo nuovamente – l’ho già scritto circa un mese fa il 26 agosto sul mio Blog -http://www.maddaluno.eu/?p=6226 – sul tema dell’Immigrazione e del “razzismo” che viene diffuso.
E – lo ripeto – molto è da addebitare allo scarso livello “culturale” presente nel nostro Paese (sarà peggio o sarà meglio “altrove” poco deve importarci). Abbiamo il dovere di porci di fronte alle problematiche evitando isterismi e cercando soluzioni impostate nel massimo rispetto dei nostri valori costituzionali. Questi “giovani” stranieri arrivano da terre povere e martoriate da guerre e cataclismi di vario genere; vengono sparsi in realtà diverse e sconosciute senza che vi sia un vero e proprio progetto di accoglienza (non mi riferisco ad un “tetto” e al sostentamento vitale, ma alla provvisoria integrazione in un tessuto sociale alieno dal loro: vengono considerati “numeri” portatori di “benessere economico per una parte di noi” ma non più di questo). Se vi sono delle falle nella legislazione, se sono necessari interventi “sociali” in quella, dobbiamo sentirci parte attiva anche per evitare che “forme di schiavismo larvato sotterraneo” si diffondano (a chi interessa mantenerle? A noi di certo no!). Chi arriva da noi dopo quel viaggio tremendo sui “barconi” fatiscenti non può pensare che troverà ospitalità a scrocco del nostro Paese , dunque, nulla impedisce alle istituzioni governative lo stabilire che, in cambio dell’ospitalità, questi assolvano compiti determinati con la massima precisione, ad esempio, nel settore dell’Ambiente urbano ed extraurbano. Si eviterebbe di assistere a gruppi di giovani migranti ciondoloni per la città, possibili prede di malviventi e di approfittatori e si eviterebbe allo stesso tempo il diffondersi di sentimenti razzistici, soprattutto se operatori sensibili e preparati si adoperino per costruire un raccordo tra gli immigrati ed i residenti, tendente a far conoscere in modo reciproco le “storie” delle vite degli uni e degli altri.

Joshua Madalon

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PER LA NUOVA SINISTRA

Foto di Agnese Morganti

PER LA NUOVA SINISTRA

Nulla può e deve essere “marginale” all’interno di un Progetto per la NUOVA SINISTRA di Governo; in un Programma articolato sintetico per la comunicazione dettagliato e rigoroso nella struttura nulla potrà e dovrà essere disgiunto dal resto. Partendo dai valori ci si inoltrerà sui temi del Lavoro e della Conoscenza, dell’Ambiente e della Cultura, dell’Economia e della Salute acquisendo i canoni fondamentali per generare, produrre e diffondere Sicurezza senza aggressività, utilizzando la Non-Violenza come base necessaria per la creazione di una convivenza civile che sia garanzia per tutti.

Dobbiamo sapere che si potrà guardare a noi come degli utopisti; ma da che mondo è mondo dall’Utopia sono state create le migliori condizioni per l’umanità. Se Utopia è la partenza, Concretezza dovrà essere l’arrivo. Per poter fare questo occorre essere rigorosi e severi con noi stessi, con il nostro passato lontano e vicino, senza negarci l’autocritica ma anche senza mai allontanarsi da quelli che sono stati i valori della nostra storia: la Libertà, la Giustizia, L’Eguaglianza, la Dignità per tutte e per tutti. Su essi è stata scritta la nostra Carta Costituzionale: dobbiamo porci l’obiettivo di realizzarla pienamente e concretamente.

Joshua Madalon

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ANNIVERSARI: Danilo Dolci e Antonio Gramsci – due riflessioni

ANNIVERSARI: Danilo Dolci e Antonio Gramsci – due riflessioni

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Non è “Democrazia” il parlare parlare parlare e poi non progettare per realizzare e poi “non” realizzare ciò di cui si è parlato e progettato. E’ solo un orpello, una parola vuota che non risolve i problemi della gente.
Danilo Dolci in una delle brevi liriche contenute ne “Il Limone lunare” scrive

E’ solo un parlatoio
questo, e non un centro di cultura
come dice di essere:
vi ci sfilano i nomi più importanti
come comete –
si parla e riparla.

Eppure è irto di sbirri
che goffi tentano di non dar nell’occhio.

E, poi, a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico 2017/18, vorrei dedicare ai miei colleghi in servizio una parte del lungo articolo pubblicato da Antonio Gramsci il 29 gennaio del 1916 su “Il Grido del Popolo”. Era firmato come di norma con le lettere iniziali del suo nome e cognome, ALFA GAMMA”. Non lo commenterò, augurandomi che possa essere interpretato in modo positivo.

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Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore… che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori…. Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di piú di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce.
La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo….

Joshua Madalon

GRAMSCI e la Rivoluzione Russa – pillole di ANNIVERSARI con un articolo del 15 settembre 1917

GRAMSCI e la Rivoluzione Russa – pillole di ANNIVERSARI con due articoli del 25 agosto e del 15 settembre 1917

L’altro giorno abbiamo pubblicato un nostro post sul tema della Rivoluzione russa, analizzando alcuni aspetti collegabili al mese di settembre 1917.
Abbiamo anche accennato a Gramsci ricordando il nostro impegno a mantenere viva la memoria di quel grande uomo, politico, filosofo, storico, narratore.
Abbiamo annunciato peraltro gli incontri sul tema della Rivoluzione russa (a novembre saranno 100 anni dal suo compimento), aiutati anche dal prof. D’Orsi.
Oggi, 15 settembre 2017, vi trascriviamo due degli scritti di Antonio Gramsci pubblicati (anche se non firmati) su “Il Grido del Popolo” del 25 agosto e del 15 settembre 1917. Il primo è dedicato a due protagonisti avversari di quella Rivoluzione. Ovviamente Gramsci è a Torino e conosce solo quanto gli viene raccontato in tempi sfalsati. Poco egli sa di quanto sta avvenendo in contemporanea che è in minima parte quello che abbiamo trattato l’altro ieri su questo Blog, anche se il suo acume gli consente di comprendere pienamente quanto sta avvenendo. D’altra parte tra i suoi informatori c’è il prof. Concetto Omero cui appartiene lo stralcio riportato in partenza e riferito ad un articolo di quest’ultimo, dal titolo “Diagnosi interessata” e pubblicato su “L’Avanti!” del 10 agosto 1917.
Ricordiamo che Kerenski, dopo le “giornate di luglio” che erano state un nuovo annuncio della imminente “Rivoluzione”, il 6 agosto era diventato capo del governo.

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Lenin

Il grido del popolo

KERENSKY E LENIN

“Ecco così Kerenski mettersi da un lato contro la reazione che tenta rialzare la testa; eccolo all’opera, dall’altro lato, contro i massimalisti; ed ecco la dittatura che cerca, fra il proseguire della guerra e il desiderio di pace, il punto di appoggio nella tendenza media. Ma ecco Lenin ed i suoi fedeli lottare per la maggior conquista con quanto più è possibile imporre di rinunce ai detentori della ricchezza, non dimenticando che essendo il socialismo il punto di arrivo, occorre che le folle considerino il Governo d’oggi non come il legittimo rappresentante delle proprie aspirazioni, ma come il nuovo “migliore avversario” che ha preso il posto del peggiore avversario precedente”.

Questo lo stralcio di un articolo del prof. Concetto, stralcio di articolo che in brevi tratti fotografa chiarissimamente la situazione Russa compendiata nei suoi uomini più rappresentativi: Kerenski e Lenin. Per conto nostro aggiungiamo: forse Kerenski rappresenta la fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e noi siamo con lui, con tutta l’anima.

LA RUSSIA E’ SOCIALISTA

Le avanguardie degli eserciti del Kaiser, comandate dal generale Korniloff, marciano su Pietrogrado, per ristabilire l “ordine”, per ripristinare la decaduta autorità, per domare la rivoluzione. I “prussiani” di Russia tentano la riscossa. Era prevedibile, è nell’ordine naturale delle cose. I questurini, mandati al fronte a combattere, ritornano con Korniloff, come gli emigrati francesi tentarono ritornare con Brunswig per punire i ribelli che avevano abbattuto la Bastiglia. I giornali borghesi che hanno accusato Lenin di ogni nefandezza per l’insurrezione massimalista del luglio che doveva servire ad accelerare il ritmo della rivoluzione, ora chiamano Korniloff “salvatore della patria” e incominciano a dire che anche Kerenski è venduto ai tedeschi.
Ma la rivoluzione russa non sarà fermata. I “prussiani” di Russia possono anche impadronirsi di Pietrogrado, possono anche per un momento sembrare i trionfatori, ma non riusciranno mai a cancellare la rivoluzione avvenuta nelle coscienze in questi sette mesi, le esperienze attraverso le quali è passato il popolo russo. La Russia è socialista; il fermento socialista ha lievitato le masse e queste, se pure potranno essere compresse momentaneamente dall’ondata reazionaria, riprenderanno il loro slancio in avanti.

(All’inizio dell’articolo si fa riferimento al tentativo (sventato) di golpe ad opera del generale Korniloff)

Nei prossimi giorni seguiranno altri post su questo tema; sono utili come “anticipazioni” degli interventi che, a cura di Altroteatro (Antonello Nave) e mio, saranno svolti il 6 ed il 13 novembre a Montemurlo.

Joshua Madalon

Foto di Agnese Morganti

UN NUOVO ANNO SCOLASTICO STA PER COMINCIARE – una scuola molto ma molto speciale

UN NUOVO ANNO SCOLASTICO STA PER COMINCIARE – una scuola molto ma molto speciale

Vengono da 45 paesi. Sono tutte straniere. In maggioranza sono donne, ma ci sono anche rappresentanti del “sesso forte” (!). Gli uomini sono 208 e le donne 343.
Undici di questi paesi sono dell’Europa, così come altri 11 appartengono all’Asia: otto sono i paesi del Nuovo Mondo, cioè le Americhe del Nord, del Centro e del Sud. Vi è anche una rappresentante di Timor Est. E 13 paesi formano il gruppo dell’Africa. Il gruppo più sostanzioso è quello dell’Asia con una presenza massiccia di donne cinesi (il gruppo più numeroso). Siamo a Prato in Toscana a pochi chilometri da Firenze.
Qui da alcuni anni il Gruppo Volontariato Vincenziano di Prato centro organizza Corsi di Lingua e Cultura Italiana per gli stranieri. I numeri di cui sopra sono relativi alle presenze dell’ anno 2016/2017. Le classi attivate suddivise per livello di preparazione di base (A/0, A/1, A/2, B/1) sono state 19 e sono state attribuite secondo turni rigorosamente prefissati ad inizio anno scolastico a ben 31 insegnanti volontari.

Ad organizzare il tutto una straordinaria coppia di coniugi, Lina Bellandi e Dante Bisori, coadiuvati da 5 volontarie per l’accoglienza e le funzioni di segreteria.

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Da alcuni anni faccio parte di quegli insegnanti volontari che operano negli spazi della canonica di San Bartolomeo in Piazza Mercatale. Quando siamo in quel luogo non ci chiediamo per niente quale sia la religione dei nostri allievi ma ne approfondiamo gli aspetti umani, provocando il dibattito in senso maieutico partendo, soprattutto con coloro che hanno preparazione di base tra l’A/0 e l’A/doppio zero (quest’ultimo livello non esiste ma esistono invece situazioni complesse relative al livello di scolarizzazione pregressa ), da argomenti “pratici” utili alla loro vita quotidiana (rapporti con le diverse realtà istituzionali, le principali attività quotidiane, l’approccio sanitario di primo intervento, etc etc).

Ovviamente, se il ragazzo o la ragazza che hai di fronte non ha “mai” frequentato una scuola – provengono da realtà estremamente periferiche – non sa neanche mantenere la matita o la penna dirigendola sul foglio, così come fanno i nostri piccoli quando principiano a frequentare corsi o sono indotti dai genitori o altri parenti a cominciare a produrre segni significativi sui fogli; e allora hanno bisogno di maggiore cura e di un lavoro specifico.

Domani, mercoledì 13 settembre, si riuniscono tutti i docenti volontari per avviare l’organizzazione che prenderà il via nel corso di questa settimana proprio in corrispondenza con l’avvio del “normale” anno scolsatico. Lo chiamiamo “Collegio dei docenti” così come quello di una vera e propria scuola. Agli studenti vengono forniti anche dei Libri di testo ma solitamente utilizziamo fotocopie con esercizi preparati ad hoc proprio per la differenza pratica con cui dobbiamo confrontarci ( i libri di testo sono quasi sempre inadatti alle esigenze pratiche degli allievi che abbiamo ) e la cosa più utile da farsi è affidarsi all’intuizione direttamente sul campo, dimenticando quelli che sono i canoni specifici dell’insegnamento della lingua basato su grammatica e sintassi e puntando sull’interesse ed il piacere, facendo emergere da tutti la passione per il sapere e la conoscenza, anche se si parte per necessità dal basso.

Uno dei momenti più emozionanti che voglio qui ricordare è quello che accadde un giorno quando mi accorsi di avere tra le dodici persone presenti rappresentanti di ben nove paesi diversi. A parte il fatto che ogni volta che avvio un rapporto di mediazione cognitiva con ciascuno di loro mostro a tutti la carta geografica e ad uno ad uno chiedo che mostrino dov’è il loro paese, in quella occasione di cui accennavo prima chiesi a ciascuno di cantare il proprio inno nazionale. Vi assicuro che la commozione coinvolse tutti e ciascuno avvertì in quel momento di essere amato e rispettato e le differenze sociali e religiose non contarono più.

Joshua Madalon

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UNA GRANDE LEZIONE DA DANILO DOLCI per una riflessione “pasoliniana”

UNA GRANDE LEZIONE DA DANILO DOLCI per una riflessione pasoliniana

“Odio gli indifferenti” scriveva il giovane Antonio Gramsci poco più di 100 anni fa sul numero unico di una rivista, “La Città futura”.

Città futura

Ed è forse la stessa “metafora” politica che utilizza nella sua vita di impegno sociale, civile e politico Danilo Dolci con qualche possibile aggiunta “Odio anche gli ipocriti e i cinici” sembra voler dire.

Scorrendo le sue pagine ne sentiamo palpitare la forza delle idee e la volontà di coinvolgimento totale delle passioni tipiche della straordinaria gente siciliana. E’ proprio questa ad essere protagonista di tantissimi episodi narrati in modo diretto o trasformati in narrazione esterna oppure ancora frutto di discussiomi accese ma anche fortemente meditate tra i contadini ed i pescatori della costa occidentale dell’isola. Da tali discussioni prodotte con il metodo della maieutica, condotto dallo stesso sociologo triestino ed adattato a quelle realtà, emergeva un vissuto di straordinaria potenza evocativa, che ha dato luogo a testi di immensa bellezza letteraria. Le stesse poesie, poco più di un centinaio, che fanno parte della raccolta “IL LIMONE LUNARE Poema per la radio dei poveri cristi” che, come ricorderete, vinse il PREMIO PRATO nel 1970 (ancora Onore e Merito a quella Giuria ed a quella Città ed alle donne ed agli uomini di quel tempo), lo stanno a testimoniare. Ve ne trascrivo un’altra nella quale si respira un’atmosfera pasoliniana (ricorderete i versi de “Il Pci ai giovani”? era una critica verso i “giovani” che, secondo il poeta friulano tardivamente accusavano la società ed il sistema ma anche lo stesso PCI, incolpandolo di essersi imborghesito e di essere divenuto tiepido verso alcune scelte politiche e le repressioni di quegli anni: l’evento era quello relativo agli scontri di valle Giulia e Pasolini non usava mezzi termini).
E’ da un pezzo che sono a chiedere che la SINISTRA riconosca le sue ambiguità, soprattutto non sia indulgente con chi trasgredisce anche se in risposta a vessazioni e trasgressioni che vengano dall’alto. Se non saremo in grado di riconoscere tali errori non potremo mai “governare”!
Mi sono lasciato trasportare, è vero! Rischio di inoltrarmi su un terreno minato e soprattutto – quel che mi fa più paura – utilizzo strumentalmente la bellezza dei versi di Danilo Dolci. Non era mia intenzione ma non taccio lo stesso! (cioè non cancello quello che ho appena scritto, pensandolo in modo pienamente consapevole)

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Ecco i versi promessi:

Chi si spaventa quando sente dire
“rivoluzione”
forse non ha capito.

Non è rivoluzione tirare
un sasso in testa ad uno sbirro,
non è sputare addosso a un poveraccio
che ha messo una divisa non sapendo
come mangiare;
non vuol dire dar fuoco al municipio
o alle carte al catasto, per andare
stupidamente in galera
rinforzando il nemico di pretesti.

Quando ci si agita
per giungere al potere e non si arriva
non è rivoluzione, si è mancata;
se si giunge al potere e la sostanza
dei rapporti rimane compe prima,
rivoluzione tradita.

Rivoluzione
è distinguere il buono
già vivente, sapendolo godere
sani, senza rimorsi,
amore, riconoscersi con gioia.

Rivoluzione è curare il curabile
profondamente e presto,
è rendere ciascuno responsabile
coscientemente ed effettivamente
non credendo che solo la violenza
possa cambiare.

Rivoluzione
è incontrarsi con sapiente pazienza,
assumere rapporti essenziali
tra terra, cielo e uomini:
gli atomi umani dispersi divengano
nuovi organismi e sappiano
togliere il marcio, cambiare i tessuti
insani che impediscano la vita
eliminando ogni cancro, ogni mafia –

e non andare a chiedere ai mafiosi
i soldi per ditruggergli il sistema,
o chiedergli il permesso.

Il testo è riportato dal libro “IL LIMONE LUNARE” di cui parlo sopra. Ho ritrovato testi della stessa poesia leggermente diversi su siti Internet.

Il limone lunare

Emerge con tutta la sua forza la caratteristica del pacifismo di Danilo Dolci, conosciuto anche come il “Gandhi” italiano.

Joshua Madalon

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PREMIO PRATO 1970 – una delle tante scelte rivoluzionarie

A Prato “IL LIMONE LUNARE Poema per la radio dei poveri cristi” di Danilo DOLCI ottenne nel 1970 il primo premio.

Cos’è “Il Limone lunare”?

E’ una pianta che innanzitutto ci aiuta a capire come nel corso dei secoli molti tra gli esseri viventi si siano mossi dai loro luoghi ed abbiano invaso il resto del pianeta. “Invaso” è un termine oggi abusato dalla politica razzista leghista fascista ma è un dato di fatto costitutivo di moltissimi di noi se non tutti ma proprio tutti. C’è davvero un bel dire intorno alla radicalità della propria esistenza (a Prato la chiamano “pratesità”) e qualcuno si fregia del marchio “doc” impropriamente perché poi alla fin fine non mancano nelle loro linee familiari delle commistioni genetiche “diverse”.
Anche “il limone lunare” è una pianta originaria dell’India e dell’Indocina. E’ una pianta umile, utile e decorativa profumatissima ed essenziale. Fiorisce e produce frutti per quattro volte l’anno. Si adatta anche ad ambienti domestici come balconi e terrazzini anche se ha progressivamente bisogno di spazi. I suoi frutti sono utilizzati la produzione di spremute, gelati, sorbetti, liquori.

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“IL LIMONE LUNARE” di cui si parla all’inizio è una raccolta di poesie scritte da Danilo Dolci (leggere il post del 7 agosto).

Vi trascrivo qui di seguito una delle poesie che fanno parte del libretto. Insisto nel dire che grande merito va assegnato alla Giuria di quel Premio Prato 1970 che scelse quest’opera. Lo capirete anche leggendo i versi che vi trascrivo:

Una riunione di consiglio è buona
se ciascuno chiarisce fino al fondo
la propria convinzione
verificando alla luce degli altri:
non un braccio di ferro ma lo scontro
e l’incontro di singole esperienze.

E’ buona quando è sobria:
si dice solo quanto è necessario.

Una riunione è buona se alla fine
uno non è più lui
ed è più lui di prima.

Il limone lunare

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Da questi versi potrete comprendere anche una parte del senso del RACCONTO D’AUTUNNO diviso in tre parti e che ho pubblicato nei giorni scorsi (la terza parte – l’ultima – ieri 8 settembre).

NOI di ANNIVERSARI verso la fine del 2017 ci occuperemo di Danilo Dolci e del suo impegno civile a venti anni dalla sua morte.

Joshua Madalon

8 settembre 1970 – ANNIVERSARI 2017 “IL LIMONE LUNARE – Poema per la radio dei poveri cristi” di Danilo DOLCI – vincitore del Premio Prato 1970

8 settembre 1970 – ANNIVERSARI 2017 “IL LIMONE LUNARE – Poema per la radio dei poveri cristi” di Danilo DOLCI – vincitore del Premio Prato 1970

Preambolo

Rincorrere gli anniversari diventa, con il passare del tempo “storico”, sempre più complesso difficile ma ricco di stimoli e di connessioni ed interconnessioni. Quest’anno ci sono state ghiotte occasioni per chi ama l’impegno civile e lo ha praticato pur nei limiti umani di ciascuno di noi. E così ci siamo occupati di figure che hanno segnato la nostra vita nella società e nella Politica come don Lorenzo Milani, Antonio Gramsci e Che Guevara, senza dimenticare i fratelli Rosselli, e personaggi che hanno allietato le nostre giornate e quelle dei nostri genitori come Antonio de Curtis in arte Totò. Nella seconda parte dell’anno, che per molti di noi parte dalla fine di settembre, utilizzando come spartiacque le vacanze agostane e, per quel che riguarda Prato, dove prevalentemente agiamo, quasi tutto il settembre che chiamiamo per l’appunto “pratese”, ci occuperemo di altre figure ed eventi altrettanto importanti.

Già il 14 agosto ho scritto un post dal titolo “1967 – Pillole di ANNIVERSARI – Gramsci – don Milani e il “Premio Prato”” nel quale ho ricordato come in quell’anno a vincere il Premio PRATO fosse la Scuola di Barbiana che, attraverso l’acuta riflessione del Priore di quel luogo, Lorenzo Milani, aveva prodotto la ormai famosissima “Lettera a una professoressa”. In effetti il premio fu salomonicamente suddiviso tra Paolo Spriano, autore di una fondamentale “Storia del Partito Comunista italiano” e quel testo che, piuttosto che fermarla nel tempo, la Storia la costruiva per il futuro. E non fu strano ad alcuno che quella Scuola e quel Maestro fossero etichettati come “comunisti” e che il messaggio che trasmettevano abbia subìto nel corso soprattutto degli ultimi anni l’accusa di avere ispirato il Sessantotto da parte di chi riversa su quel periodo tutte le colpe di quanto di peggio (sottraendosi ostinatamente a valutarne i moltissimi aspetti positivi) sia avvenuto poi fino ad oggi nella nostra società.

DANILO DOLCI ED IL PREMIO PRATO – un doppio (all’opera del sociologo triestino e al coraggio della Giuria del Premio PRATO 1970) riconoscimento

Mi dispiace dirvi che finora ho semplicemente costruito un “preambolo” perché non ho ancora fatto alcun nome nè proposto alcun evento tra quelli che mi interessano maggiormente. Ma vi sono ragioni forti ad avermi spinto a ripetere – in forma diversa – ciò che ho scritto a metà agosto: utilizzando l’interessante saggio di Alessandro Bicci sul Premio letterario della città laniera, di cui parlo anche in quel post di cui sopra, ho scoperto che l’8 settembre 1970 – 47 anni fa – una Giuria composta da personaggi come Franco Antonicelli, Arrigo Benedetti, Giorgio Bocca, Geno Pampaloni, Ernesto Ragionieri, Mario Tobino, Ugo Cantini, Cesare Grassi, Armando Meoni, Silvio Micheli, Diego valeri e Lemno Vannini assegnò il Premio per l’opera di narrativa di due milioni e mezzo ad un libro straordinario, innovativo, rivoluzionario, che riconosceva di fatto l’altissimo valore civile del suo autore e di quanto sin dall’inizio degli anni Cinquanta aveva pensato e poi provato a realizzare nella Sicilia occidentale tra i contadini di Partinico ed i pescatori di Trappeto. Il libro consiste in una serie di poesie civili, più di cento, raccolte in un libretto dal titolo “Il limone lunare” con sottotitolo “Poema per la radio dei poveri cristi”.
“I poveri cristi” erano per l’appunto i sottoproletari che vivevano in quella realtà degradata sfruttata da tutti ed umiliata dalla Mafia e dalla Politica corrotta ed intimamente connivente con quella. La radio di cui si parla è Radio Partinico Libera che, infrangendo le norme statali avviò le sue trasmissioni alle 17.31 del 25 marzo 1970 in un’atmosfera di festa coinvolgente. Insieme a Danilo Dolci c’erano Pino Lombardo e Franco Alasia oltre al giovanissimo, poco più che maggiorenne, Peppino Impastato che successivamente nel 1977 fonda Radio AUT, un anno prima di essere assassinato.
Riporto un brano da un articolo di Attilio Bolzoni su Repubblica del 29 marzo 2015 – questo il link per recuperarlo interamente – per poter descrivere quel che quel giorno accadde:

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/03/29/news/radio_libera_di_partinico-110745019/

“Accampati ancora nelle tende – e pochi fortunati nelle baracche di lamiera – dopo due anni di vita grama i superstiti sentirono improvvisamente una voce da brivido: ” Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale… “. Pino si ricorda che “era verso l’imbrunire”, la sera quella del 25 marzo, l’anno il 1970. Forse fu lui a sollevare la pesante leva di ferro o forse Franco Alasia che era seduto lì accanto, tutti e due chiusero gli occhi, trattennero il respiro e nell’etere si diffuse la voglia di rivolta della prima radio libera italiana. Mandava segnali da Partinico, ventinove chilometri da Palermo e settantuno da Trapani, vigne e miseria, boss e contadini, padroni e servi. In modulazione di frequenza sui 98,5 megahertz e in onde corte sui 20,10, la trasmissione clandestina durò ventisei ore. Ventisei ore di libertà. Poi arrivarono i carabinieri….”

Vi consiglio di continuare a leggere questo articolo e vi ripropongo la stringa del link

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/03/29/news/radio_libera_di_partinico-110745019/

Il Premio Prato è stato uno straordinario strumento di diffusione della Cultura negli anni 1948 – 1990 e si è caratterizzato sempre per una forma di grande rigore e riservatezza, non indulgendo nel rincorrere le luci della ribalta ma andando a scavare nel profondo della società italiana facendone emergere aspetti che in altri consessi sarebbero stati emarginati a vantaggio del glamour. Anche la premiazione quella sera di 47 anni fa avvenne in un Teatro Metastasio nel quale si esibirono due degli artisti più impegnati del momento come Edmonda Aldini e Duilio Del Prete, nomi forse che a torto ai giovani dicono poco ma la cui presenza nella Storia dell’arte e della musica italiana non può essere messa in discussione.

Scriverò nelle prossime ore su “Il limone lunare”

Il limone lunare

Joshua Madalon

– RACCONTO D’AUTUNNO – parte 1

c’è un Teatro al quale si accede gratis in un luogo stupendo dove di tanto in tanto duellano con le parole, sprecandole sovrabbondanti ed inutili, semplicemente per auto convincersi che hanno un ruolo. Quel che è strano è che non sempre ciò che si dice vuol dire quel che una persona normale crede di capire….
In un’Aula di Consiglio comunale si discute di un Ordine del giorno e Alfonso, un ragazzino vispo ed intelligente cerca di capire. Ce la farà mai?

– RACCONTO D’AUTUNNO – parte 1

“…ha detto che loro sono pienamente d’accordo con il testo e che vogliono aggiungere degli elementi per migliorarla…Buono, no?”.

Un marziano che fosse per caso piombato in quell’Aula, a parte il fatto che non ci avrebbe capito un gran che, si sarebbe convinto di quanto espresso dal giovane Alfonso che accompagnava la madre ed un gruppo di sostenitori dell’ANPI.
Si trovavano in Consiglio comunale ed assistevano ad un dibattito su un Ordine del giorno presentato dalla maggioranza relativo al divieto di concessione di spazi pubblici ad Associazioni, gruppi e singoli che non dichiarassero nel loro Statuto apertamente di ispirarsi ai valori esplicitati nella Carta costituzionale, chiaramente antifascisti. Aveva appena finito di parlare uno dei rappresentanti dell’opposizione di Centrodestra e ad Alfonso era parso che fosse d’accordo con i contenuti dell’Ordine del giorno ma chiedeva che venissero approvate delle integrazioni. Tra l’altro appariva quasi offeso dal fatto che quelli che gli erano di fronte si considerassero “antifascisti” lasciando intendere che, dunque, dall’altra parte fossero “fascisti” o “filofascisti”.
La madre di Alfonso, Rebecca De Vivo, presidente dell’ANPI, cercò velocemente di spiegare ad Alfonso “Guarda, molte volte quel che si dice qui dentro non significa quel che a te sembra…quello lì semplicemente vuole annacquare tutto, metterci ancor più elementi per rendere impossibile poi la vera applicazione di quel che si chiede…alla fine non sarà possibile concedere spazi a nessuno per cui…li si concederanno a tutti….Sei troppo giovane ancora…”. Alfonso con tutti gli sforzi possibili cercò di capire ma non ci riusciva: perché mai uno per dire una cosa ne deve dire una che è esattamente il contrario?
Tra l’altro aveva sentito anche interventi della maggioranza che anche loro non capivano perché mai quegli altri non capissero ma ci aggiungevano tutta una serie di riferimenti a fatti orrendi che si erano verificati settanta anni prima ed esprimevano l’orrore verso alcuni che inneggiavano a coloro che li avevano commessi, accusando l’opposizione di volerli proteggere e fiancheggiare. Si parlava anche di una ripresa delle forze di Destra e del pericolo che correva la Democrazia.
Tra i banchi dell’opposizione ad Alfonso parve di intravedere la figura di Agathe Clery; lo disse a Lucio, che era tra i rappresentanti più giovani dell’Associazione, e questi “Ma no! Agathe Clery è un personaggio inventato…quella è solo una consigliera!”. Eppure aveva le stesse sembianze di quella dirigente d’azienda che odiava dal profondo dell’anima la gente dal coloro scuro e che era stata colpita da una rara malattia che progressivamente le avrebbe fatto cambiare la pelle rendendola simile alle persone che disprezzava.
Intervenne poi una donna dai banchi dell’opposizione, seduta in fondo quasi a volersi distinguere dagli altri e si diffuse in un intervento pedagogico facendo l’elenco dei parenti e degli amici e dei valori comuni a cui ella si era ispirata sin da quando era ragazza, e teatralmente aveva dato anche libero sfogo alle lacrime: un intervento che ad Alfonso apparve una lezione non richiesta di Storia in un contesto che aveva bisogno di un Si o di un NO. Aveva anche aggiunto che la Storia dell’antifascismo era ormai di dominio pubblico e che la studiavano alle elementari, alle medie inferiori ed anche a quelle superiori. Non disse “Uffà” ma poco ci mancava. Chiese lumi a Lucio mentre Rebecca si intratteneva a parlare con alcuni dei consiglieri di maggioranza. “Si tratta di una consigliera eletta nella maggioranza ma che ha lasciato quella parte non condividendone più le linee del Sindaco, lo stesso che aveva convintamente sostenuto in campagna elettorale…Alfò, è un altro dei misteri della Politica. Oggi ti stai proprio facendo una cultura…”

—fine parte 1 —

Joshua Madalon

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UN RACCONTO D’ESTATE – aule di università

UN RACCONTO D’ESTATE – aule di università

All’improvviso un tonfo.
La tensione di quella sessione d’esame aveva fatto una vittima. Adele apparentemente sicura di se stessa aveva avanzato addirittura una richiesta al prof di Fisiologia “Vorrei essere la prima, anche se l’ordine dell’appello mi vede al numero 6”. Il prof non aveva nulla in contrario tranne che “Prova a sentire i tuoi colleghi, anche se immagino non avranno nulla da ridire!”.

Adele però non lo aveva richiesto e non appena entrò il prof seguito dai due suoi assistenti gli andò incontro. Tutto intorno si era fatto il silenzio e gli studenti non capirono un’acca di quel che si dissero il prof “D’accordo, d’accordo; metto in ordine le schede e le camicie e ti chiamo. Hai sentito gli altri?” e la giovane quasi sussurrando “No prof, ci ho ripensato; mi chiami come seconda, anzi no, terza. Via! Facciamo così”.

Giacomo Veneri, prof di Fisiologia, era molto conosciuto per il suo rigore e la rettitudine oltre che per la competenza; non sempre i docenti all’Università si presentano con questi valori: il Veneri però incuteva rispetto e paura, sì, vera e propria “paura” perché l’Esame con lui era molto molto difficile, anche se non lo si poteva definire una “carogna”. Lui lo sapeva – era la sua natura – e cercava costantemente di rasserenare i suoi allievi: anche con Adele aveva avuto questo comportamento, andando incontro a quel desiderio di liberarsi prima possibile di quel peso che la sua materia rappresentava per gli studenti di Scienze biologiche. Con tutta la sua buona volontà, però, non riusciva a garantire ad alcuno che l’esame sarebbe andato a buon fine: non era irrispettoso dei limiti oggettivi della stragrande maggioranza dei suoi allievi; gli studi di Biologia erano fondati su dati scientifici, mica su quelli filosofici, dove potevi rigirare tutte le “frittate” di questo mondo. Non era uno “stronzo”!

Altri semmai lo erano, come quelli che irridevano gli studenti che incappavano in infortuni per non essere stati in grado di rispondere positivamente a domande che erano sadicamente poste in maniera a volte anche poco chiara proprio per farli cascare. Lui no, lui era buono, anche se di quella bontà che poi a nulla poteva servire se non a lenire moralmente gli studenti nella sofferenza di doversi arrendere all’evidenza: “Forse non ha studiato fino in fondo; sarebbe ben opportuno che lei ritorni tra un mese al prossimo appello. Se vuole la posso anche aiutare ad orientarsi meglio. La prossima settimana fissi un appuntamento con il mio assistente.” Sì, il Veneri non si risparmiava; d’altronde il Laboratorio era la sua seconda casa: a qualcuno era venuto in testa che fosse addirittura la “prima ed unica”, era il primo ad arrivare e l’ultimo a lasciarlo tutti i santi giorni, spesso anche di sabato e di domenica, quando gli esperimenti dovevano essere controllati “a vista”. E l’appuntamento non era un “modo di dire” come quello di qualche vecchio docente bavoso che pregustava disponibilità possibili da parte delle giovani e belle studentesse.

Adele era la sesta; aveva chiesto di essere la prima poi la seconda e poi la terza, ma ci aveva ancor più ripensato dopo che sia il primo che la seconda non erano riusciti a condurre in porto l’esame ed addirittura la terza si era ritirata: o, meglio, era sparita mentre il Veneri trascriveva le domande che aveva rivolto alla seconda e si era eclissata senza un “bah!”. A quel punto il Veneri aveva chiamato “Adele Congia!” e lei “No, prof, via. Verrò quando sarà il mio turno”.
Il tonfo si era sentito mentre il colloquio con il quinto studente stava ben procedendo con reciproca soddisfazione anche se lo dovettero interrompere per soccorrere Adele, che era svenuta. Fu Giovanni il primo degli assistenti di Giacomo Veneri a scendere dalla cattedra e ad aiutare Adele a riprendersi, affidandola alla bidella del piano perché provvedesse a darle un po’ di acqua e zucchero per risollevarle la pressione.

Quel giorno però lei non volle fare l’esame, era stata una giornata di vera e propria strage: su 24 solo 4 lo avevano superato e nessuno di loro con voto pieno. Anzi, tre avevano appena raggiunto il minimo indispensabile ed il quarto, che poi era una ragazza, si era fermato ad un misero 23.
Ad Adele sarebbe bastato anche un 18 ma a quel punto non se la sentì di provare e ritornò a casa facendosi accompagnare da Filippo, uno degli studenti che non erano “passati”. “Ho provato ad insistere con il prof chiedendo che mi facesse un’altra domanda…ho anche insistito dopo i silenzi sulle prime due; mi ha fatto capire che non era il caso… e che studiassi un po’ di più. Forse ha ragione, che dire?”. “Perché non proviamo a studiare insieme?” aggiunse Adele “non ero molto sicura, lo avrai capito, no?”.

Joshua Madalon

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