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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Sono perfettamente consapevole della serietà tragica degli eventi di questa primavera, anche se molto spesso mi chiedo se questa farraginosità che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico attraverso livelli disparati di decreti ed ordinanze sovrapponibili, la cui applicazione può avvenire ad interpretazione soggettiva dei vari livelli nella gestione pratica, abbia una guida semmai occulta, una regia sovrana.
La risposta alla mia domanda è la stessa di quell’amico che, avendo io notato l’ambiguità dell’ordinanza della Regione Toscana che disciplina l’uso delle “mascherine” ed avendolo denunciato in una delle numerose chat che surrogano la mancanza fisica del confronto, ha esclamato un “boh!” significativo ed eloquente.
Ho letto e riletto quella indicazione n.2, che non si spiega logicamente, se non in quello che è il comune “buonsenso”. Questo, però, significa che – dopo aver letto e riletto il testo – io debba o possa fare come meglio creda.
Ma quel che io credo “meglio” di fare non è detto mica che sia ciò che meglio ritenga che io “debba” fare per il solerte vigile o poliziotto che mi incroci lungo la mia deambulazione.
Provo a rileggerlo insieme a voi:

Ordinanza del Presidente della Giunta Regionale Toscana N° 26 del 06 Aprile 2020

Oggetto: Misure straordinarie per il contrasto ed il contenimento sul territorio regionale della diffusione del virus COVID-19 in materia di utilizzo di mascherine

IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE (Toscana)…….

O R D I N A

“ 1. di disporre l’utilizzo obbligatorio della mascherina monouso, in spazi chiusi, pubblici e privati aperti al pubblico, in presenza di più persone, oltre che nei mezzi di trasporto pubblico locale, nei servizi non di linea taxi e noleggio con conducente;
2. di disporre l’utilizzo obbligatorio della mascherina monouso, in spazi aperti, pubblici o aperti al pubblico, quando, in presenza di più persone, è obbligatorio il mantenimento della distanza sociale;
….omissis……

Dopo il punto 1 non era affatto necessario un secondo punto, una cosiddetta “puntualizzazione” del tutto pleonastica, se l’obiettivo fosse quello che appare condivisibile, e cioè che “bisogna usare la mascherina quando si è in un luogo pubblico e si stia in contatto con altre persone in modo necessariamente ravvicinato”. Punto e basta.
Invece cosa accade: con il punto 2 si ingenera confusione. A questo punto anche io gioco con le domande:”E’ una scelta volontaria o involontaria quella di creare uno sbandamento mentale?” se è “volontaria” allora è “diabolica” ed è un misero tentativo di accostarsi al “Newspeak” orwelliano, quella forma linguistica artificiale progettata per umiliare l’intelligenza umana con una forma primitiva di bipensiero (dico una cosa ma ne faccio intendere un’altra).
Se, poi, è “involontaria” perché poco si sa di strategie luciferine, molto bene!

Consiglierei agli estensori ed al firmatario di riprendere il percorso scolastico forse interrotto, forse non del tutto fruttuoso, per seguire gli impegni amministrativi e politici, e dotarsi di santa pazienza e studiare, semmai con un modernissimo corso online, su come si fa una corretta utile comunicazione.

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Leggendo quel “brano” dell’ordinanza, non ho potuto evitare di accostarlo alle modalità seicentesche descritte dal Manzoni nell’elaborazione delle leggi e delle “grida”.

In fondo, non siamo cambiati, ed Azzeccagarbugli vive e cammina insieme a noi. Ahinoi!

J.M.

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Coronavirus

riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Avevo scritto quel che segue prima che da parte della società che proponeva, qui a Prato, di fare i tamponi a pagamento (circa 100 euro) si facesse “marcia indietro”. Tranne che per quest’ultima “scelta”, forse suggerita anche dalla situazione drammatica verificatasi all’interno di una Casa di Cura, dove la richiesta di “tamponi” era stata inevasa per circa un mese (il 9 marzo erano stati rilevati i primi casi positivi), è necessario tenere alta la guardia su ogni caso “sospetto” si verifichi. Se proprio dobbiamo usare quel modo di dire che a me non piace per niente, “non è il momento”, applichiamolo in questa direzione: non abbandoniamo l’impegno ed il coraggio!

Il richiamo a “tempo di guerra” che si va diffondendo da diverse parti – se confermato soprattutto da chi detiene “potere” anche se in un ambito democratico – dovrebbe far emergere delle risposte efficaci nei confronti di quanti vanno approfittando dei disagi per lucrare in modo scorretto sulle spalle dei propri concittadini. Ci devono essere dei limiti per tutto e per tutti, oltre i quali è indegno l’agire di chicchessia. Ciascuno di noi sta vivendo delle limitazioni, soprattutto alla propria libertà di movimento e di azione, ma non è accettabile che vi sia chi, sull’onda delle preoccupazioni di ognuno verso se stesso ed i propri parenti ed amici, ne approfitti per costruire vantaggi personali “privati”.

Parlo sia di chi commercia già sui limiti, travalicandoli pure, della borsa nera con mascherine e prodotti alimentari sia di chi nella confusione generale si propone di attuare screening a pagamento con quei tamponi che, in regime speciale, dovrebbero essere affidati solo ad una struttura pubblica. Questi eventi ci fanno dubitare sull’assioma anche da molti di noi proclamato per il quale “questa emergenza ci renderà migliori”!

Il “pubblico” (Comune, Regione, Stato) faccia sentire la sua voce con appositi atti legislativi e ci eviti questa ulteriore ingiuria. Non bastano dichiarazioni che finiscono per essere tutte inserite nella categoria delle “ipocrisie”; occorrono scelte ancor più coraggiose di quanto finora messo in campo. Si è ancora una volta forti con i deboli lasciando che i forti “privati” continuino ad aggiudicarsi spazi che progressivamente sono stati portati via al “pubblico”. La rendita finanziaria, l’accumulazione progressiva di risorse economiche non ha nulla a che vedere con la “democrazia”: spesso ne è la negazione perchè si sottrae ai controlli.

Non facciamoci illudere da chi genericamente ci parla di “tempi migliori futuri”.

Facciamo in modo che il “dopo” sia davvero migliore ma, badate bene, non come intendono coloro che già “prima” comandavano e che vorrebbero addirittura aumentare le loro fortune sulla nostra pelle. E’, questo, un accorato appello rivolto a tutti, siano giovani che maturi ed anziani. Dobbiamo impegnarci anche per chi in questa vicenda triste ci ha lasciati: sono state vittime incolpevoli di un’incuria generale, dell’abbassamento dell’attenzione intorno alla Salute pubblica, a cominciare dalle grandi cattedrali ospedaliere delle regioni più ricche, quelle che, prima di tutte le altre, vantandosi di possedere le migliori strutture, hanno svenduto ai privati quel che doveva invece appartenere per storia e tradizione democratica a tutti noi.

Un appello urgente dunque a chi governa questo Paese: ne prenda in mano le sorti e con energia eviti che vi sia una deriva. Mentre la stragrande maggioranza del Paese nella consapevolezza della gravità della situazione va rispettosamente applicando le regole limitative ma necessarie ve ne è una parte che invece tende ad avvantaggiarsene illegalmente. Questi ultimi vanno colpiti e sanzionati non solo moralmente. Evitiamo che il cittadino onesto sia lasciato solo nel momento del bisogno.

Joshua Madalon

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

Allora nel contesto della formazione e della costruzione del contratto sociale e della costruzione delle società umane, l’unica cosa che si può richiedere ai componenti della società è la cessione di una parte della loro libertà a favore di quella di tutti, questa parte di libertà di cui viene richiesta la cessione è in realtà quella relativa all’arbitrio individuale cioè appunto, come Beccaria poi più volte ripete, a fare il male, etc…
Di conseguenza se gli uomini si riuniscono in società sulla base di un principio di unione che è necessario per assicurarne la sopravvivenza è del tutto improponibile o comunque impensabile che invece che la minima porzione si ceda la massima ovverosia la vita, e che in questo contesto sia permesso a qualcuno di decidere sulla base di un principio esteriore, esterno rispetto alla convenzione del patto sociale chi debba vivere o chi non debba vivere, non solo, se la pena di morte non è un diritto della società, cioè qualcosa che la società ha il diritto di comminare a coloro i quali si sono posti contro di essa, è in realtà una espressione di una condizione di guerra da parte della società nei confronti di coloro i quali vengono considerati contrari o avversi alle sue necessità.
Di conseguenza la possibilità di dare la morte a qualcuno per Beccaria è possibile soltanto in quelle situazioni (questo è fedelmente ripreso nel proemio dell’editto di Pietro Leopoldo), cioè solo in quelle situazioni di rivoluzione o di anarchia ed incompatibili con uno stato saldamente fondato. Pietro Leopoldo dice, nelle turbolenze dell’anarchia e dei bassi tempi e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione. Beccaria dice, la morte di un cittadino può avvenire soltanto quando la nazione recupera o perde vla sua libertà nel tempo dell’anarchia. Pietro Leopoldo fa scrivere per mano del suo ministro Gianni che la pena di morte è qualcosa che deriva da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, come nell’incipit folgorante di “Dei delitti e delle pene” e che alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, cioè l’allusione è all’impero bizantino e soprattutto a Giustiniano autore di quel celebre e formidabile meccanismo di leggi che è il “Corpus Iuris Iustinianei”, “frammischiate poscia tra i riti longobardi ed involte in farraginosi volumi di privati oscuri interpreti”, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di legge ed è cosa funesta quanto comune al dì di oggi, che un’opinione di Carvozio, cioè un oscuro giurista del ‘600, un uso antico accennato da Claro un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio, siano le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero leggere le vite e le fortune degli uomini. Voglio dire che come vedete da questa breve comparazione, proprio Pietro Leopoldo sembra aver accettato in pieno l’indicazione critica, fortemente critica di Beccaria nei confronti di una legislazione radicata da un punto di vista dell’uso della consuetudine, ma che Beccaria ritiene assolutamente inadeguata e soprattutto non conseguente al libero esercizio della ragione degli uomini.

….VIII….

COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in pidei una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

…Rinunciando al diritto di fare male agli altri permette però che il proprio diritto alla vita venga salvaguardato e questa è l’unica concessione di libertà che gli uomini sono disposti a fare. Di conseguenza per esempio la pena di morte è assolutamente assurda rispetto a questo principio, perché nessuno volontariamente cederà mai non solo una libertà superiore a quella di non fare il male ma non cederà mai a nessuno il diritto di decidere sulla possibilità di spegnere e di distruggere la sua vita, cioè nessuno cederà mai liberamente la libertà di disporre ad altri della propria vita, per cui la pena di morte già dal punto di vista teorico è illecita, perché nessuno permetterà mai agli altri di farlo in maniera spontanea, e di conseguenza la morte esercitata come pena altro non è che il ripristino di quel primitivo Stato di guerra, in cui tutti gli uomini si coalizzano, in cui tutti gli appartenenti alla società si coalizzano come a dire “sono in guerra” contro un elemento di essi che venga reputato nocivo o comunque molto pericoloso per le sue sorti. E’ questa poi la giustificazione della pena di morte precedente a Beccaria,per i teologi come San Tommaso d’Aquino o i filosofi che possono essere anche grandi esponenti della cultura filosofica dei secoli precedenti, da Bacone a Spinoza e che consideravano la pena di morte lecita proprio come strumento di difesa dalla parte della società.
Il paragone più frequente che viene fatto e viene poi ripreso è proprio quello del cane rabbioso, del cane ammalato di rabbia che va soppresso perchè il suo morso può contagiare e rendere gli altri a loro volta ammalati, quindi una funzione profilattica, una funzione di difesa della società nei confronti di un suo membro che sia negativamente inteso a minacciarne l’assetto, la struttura e la possibilità di propagazione e sviluppo.
L’obiezione di Beccaria è che appunto da un lato nessuno e vi leggo il passo dal paragrafo 28 di “Dei delitti e delle pene” nessuno accetterà mai di essere giustiziato in nome di un interesse pubblico così rilevato. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi, esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano sia la volontà generale che l’aggregato delle particolari, chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto come si accorda un tale principio con l’altro che l’uomo non è padrone di uccidersi e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre si è dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessario ed utile la distruzione del suo essere.

“Ma, se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria avrò vinto la causa dell’umanità” dice Beccaria.

…7….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

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…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

…6….

…(“Dei delitti e delle pene”) è il primo trattato, il primo caso di legislazione criminale nel quale viene limitato contemperato ed arginato quello che era uno dei punti dolenti della pratica della giustizia non solo del ‘700, l’arbitrarietà dei giudizi e la discrezionalità del potere dei giudici; quindi abbiamo un piano di legislazione criminale, un’analisi dei meccanismi di punizione e di controllo della società non solo molto precisa o rispondente ad un piano generale che è quello appunto della ricerca della felicità come fine ultimo del consorzio sociale, ma anche l’idea di un patto sociale che si sviluppi e si articoli fra uomini che sono in certa misura eguali gli uni agli altri e questa idea di fondo è quella che scandalizzò i contemporanei e che appunto attirò a “Dei delitti e delle pene” il consenso entusiastico dei filosofi, non so, pensate che Voltaire scrisse nel 1765 un commentaire di “Dei delitti e delle pene” quindi non solo aderì in pieno a questo spirito ma si sentì in dovere di farlo conoscere al pubblico francese attraverso la propria opera di commento; dicevo non solo suscitò l’entusiasmo dei filosofi ma suscitò anche però l’acredine e la violenta risposta, la violenta ripulsa da parte di pensatori non solo reazionari ma anche legati ad esempio alle gerarchie ecclesiastiche; pensate che “Dei delitti e delle pene” nel 1771 viene messo all’Indice dei libri proibiti cioè fino al 1980 come un libro maledetto anche se nessuno si è mai curato molto di questa proibizione, il libro è stato tranquillamente letto ed utilizzato dai penalisti e dagli uomini di governo, però devo dire che questa permanenza all’Indice fa pensare e pensare male appunto dello spirito di tolleranza che regnava almeno negli anni finali del ‘700 nelle gerarchie della Chiesa.
Il libro veniva visto come un libro eretico che infrangeva e metteva fine o comunque dichiarava come caduto un principio fondamentale della legislazione ma soprattutto uno dei principi su cui si reggeva la natura degli stati sovrani, cioè l’idea dell’investitura diretta da parte di Dio del potere del Sovrano. Il patto sociale, la convenzione tra gli uomini che rende possibile la convivenza tra di essi è qualcosa di oggettivamente umano ed è legato alla sanzione di un contratto sociale che interviene tra gli uomini per necessità e per convenienza. In questo Beccaria riprendeva anch’esso in pieno l’insegnamento del suo maestro, di quello che considerava il suo maestro, cioè Jean Jacques Rousseau ed al contratto sociale di Rousseau cui Beccaria continuamente si rifà, si rifà dal punto di vista generale per cui se la natura del patto sociale del contratto sociale è quella di una cessione di libertà da parte di ognuno dei suoi membri nei confronti di un’unica volontà o centro di governo, di modo che questa cessione di libertà impedisca la caduta e l’impossibilità di ogni forma di controllo e soprattutto di convivenza civile. La cessione di libertà avviene per dare agli uomini la possibilità di vivere sicuri e di non essere all’interno di quella situazione di guerra di tutti contro tutti, che contraddistingueva lo stato di natura, cioè se lo stato di natura è contraddistinto dal conflitto di tutti contro tutti l’unico modo per mettere fine a questa guerra tra tutti gli uomini è quella che ognuno di essi rinunci al diritto di far male agli altri.

No alla pena di morte

…6…

da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

Ho più volte parlato della mia passione per il Cinema ed in una serie di post intitolati “Da giovane…. etc etc etc” ho riportato alcuni articoli da me scritti sempre collegati però alle mie attività di cinefilo. Tra le tante c’è stata anche una mia provvisoria collaborazione con una rivista tra le più prestigiose ancora in auge, “SegnoCinema”, ai suoi albori.
Uno dei miei scritti è nel n. 10 (attualmente siamo al numero 222) e si riferisce ad un Festival che celebrava la 13° Edizione (attualmente siamo alla 49°): mi riferisco al Giffoni Film Festival che da quest’anno si chiamerà “Giffoni Experience 2020”. In quegli anni (siamo nel 1983) viaggiavo per Festival (Venezia, Pesaro, Cattolica, Firenze) per conto dell’ARCI UCCA (Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI) e sviluppavo alcune mie passioni. Il lavoro – quello più importante per me della scuola – e la famiglia mi impegnarono in una direzione diversa, anche se poi cercai di essere utile a Prato ed alla vita sociale culturale e politica di questa città.
L’articolo di cui riporto ora il testo è a pagina 41 del numero 10 di “SegnoCinema” datato novembre 1983.
Il Festival di Giffoni è nato dall’idea di costruire in una realtà prevalentemente agricola nell’entroterra salernitano una occasione per un Cinema prevalentemente dedicato al mondo giovanile. L’idea venne ad un ragazzo, Claudio Gubitosi, che ancora oggi lo cura in prima persona, anche se è diventato adulto e maturo, un po’ di più il suo ideatore molto meno il Festival.

“Quel piccolo grande festival” a Giffoni Valle Piana

Un piccolo centro nell’entroterra della provincia di Salerno ospita ormai da ben 13 anni una rassegna cinematografica fra le più interessanti ed importanti, anche se scarsamente conosciuta e poco valorizzata. Giffoni Valle Piana punta la sua attenzione sin dal 1971 (anno della 1° Rassegna) sulla produzione per i ragazzi ma questo Festival si ritrova ad essere scarsamente valorizzato anche e soprattutto per colpa della miopia (o cecità) di gran parte degli uomini politici che sinora hanno sovrinteso alle problematiche , alle scelte ed alle aspettative della nostra cinematografia. In questa edizione del 1983 l’Italia addirittura non solo era assente dalla competizione (il che non sarebbe nemmeno tanto grave), ma aveva nelle iniziative di contorno una scarsa ed irrilevante importanza: gli unici film italiani erano “Colpire al cuore” di Gianni Amelio, “State buoni se potete” di Luigi Magni, “Corri come il vento Kiko” di Sergio Bergonzelli ed alcuni audiovisivi di carattere didattico.
Grande merito va agli organizzatori del Festival (ed in particolare al direttore artistico, Claudio Gubitosi), che con caparbietà, professionalità ed entusiasmo perseguono da alcuni anni l’obiettivo di favorire la realizzazione di un cinema che, fatto per i ragazzi, sia gradito anche agli adulti e di divulgare la conoscenza di questa produzione ampliando sempre più la partecipazione di nuovi paesi (quest’anno è toccato alla Repubblica Popolare Albanese ) per un totale di 22 nazioni partecipanti – in concorso e fuori – alla 13° Rassegna). Il disinteresse, di cui prima parlavamo, è stato evidenziato dallo scarso successo di partecipazione ottenuto dal convegno “Le parole mancate”, organizzato nell’ambito della Rassegna: lo stesso E.G. Laura che doveva figurare come conduttore è arrivato in ritardo e si è accontentato del ruolo di “personaggio muto” facendo solo numero tra i pochissimi critici e giornalisti presenti in sala. Il convegno, invece, è apparso sostanzialmente centrato sui problemi reali della cinematografia per i ragazzi. Interessanti sono apparsi i contributi di Maria Luisa Negriolli dell’ ANCCI, di Pasquale Sabbatino dell’ Avanti! e del presidente dell’ ANEC, Luigi Grassi che ha svolto un duro attacco alla politica delle televisioni private.

…8…..
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CORONAVIRUS: e dopo?

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CORONAVIRUS: e dopo?

Occorrerà stare ben attenti a quel che succederà dopo: le prospettive, a leggere alcuni post di gente che un po’ di sale nella zucca dovrebbero averlo, non sono affatto rosee. In tanti, troppi, che pure stanno rispettando – anche se a malincuore – le restrizioni “domiciliari”, le accettano nell’attesa che “tutto” ritorni come prima.

Dopo questa esperienza l’umanità – anche quella parte di essa che ci appartiene in modo più vicino e diretto – dovrà rivedere molti dei suoi comportamenti. Ovviamente, anche per l’età che ho, ciò riguarderà la parte che ora è più giovane: ma non mi sottraggo ad un ruolo che mi appartiene di diritto e cercherò di impartire lezioncine ai sopravvissuti, sperando comunque di poter essere ancora per un po’ tra questi ultimi.
Comprendo pienamente che si andrà incontro ad una riduzione della socialità così come l’abbiamo finora conosciuta e dovremo limitare gli assembramenti oceanici che tanto appassionavano i leader politici di ogni schieramento. Allo stesso tempo bisognerà salvaguardare la Democrazia, il rispetto delle regole comuni democratiche condivise tra le diverse classi sociali, utilizzare strumenti per mantenere questi equilibri adattati in un tempo di post crisi che non si annuncia breve e che potrebbe diventare “normale”.
Dobbiamo porci questi obiettivi in modo preventivo e questi giorni di riflessioni più o meno imposte anche dalla sedentarietà dovrebbero e potrebbero essere meglio utilizzati proprio in tale direzione.
In realtà in questi giorni si continua a discutere di tutti i temi: la Sanità, il Lavoro, la Scuola, l’Economia, la Cultura, il Turismo, le Infrastrutture, i Rapporti con il resto del Mondo sono tra quelli che mi vengono in mente solo a pensarci un attimo. E ne discutiamo con un “prima”, un “durante” ed un “dopo”, anche se l’urgenza ci fa privilegiare soprattutto il secondo ed il primo dei “tempi”, mentre poco si riesce a discutere intorno al “terzo tempo”: quello del “futuro”. Ed invece sarebbe opportuno avviare delle serie riflessioni su come, sulla scorta delle esperienze concrete, lavoriamo intorno alle prospettive.
Può, ci viene da chiederci, l’Economia e l’Imprenditoria e la Finanza continuare ad egemonizzare i ritmi dell’umanità? Soprattutto potrà esimersi dall’ assumersi la responsabilità di una disumanizzazione dei processi produttivi; potranno continuare, i suoi sacerdoti, a non riconoscere la prevalenza dei fattori umani nella creazione di ricchezza?

THE MEDIATOR BETWEEN HEAD AND HANDS MUST BE THE HEART!
IL MEDIATORE FRA MENTE E BRACCIA è IL CUORE!

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

…La presenza delle terme a Pozzuoli (ed esse erano numerosissime), importante fattore economico e culturale, trova nella penna appassionata di Pietro da Eboli la sua collocazione letteraria nel tempo. Pozzuoli viveva allora un’atmosfera allegra nel ricordo dei suoi più bei giorni, alloraquando sulle sue coste approdava gente appartenente ad ogni ceto, ad ogni nazione. Durante tutto questo tempo sappiamo che Pozzuoli, il cui significato etimologico del nome è ancora incerto, alternò periodi di benessere a quelli di crisi in massima parte dovuti proprio ai sopraccennati lenti movimenti del suolo (è questo il significato della parola “bradisisma” derivata dalla lingua greca dove bradys è “lento” e sismos “movimento, scossa, terremoto”). Non va dimenticato che anche noi viviamo uno di questi periodi di crisi.

Pozzuoli-Stemma

Nello stemma di Pozzuoli vi sono sette teste. Di aquile o di galli, questo è il problema. Qui diciamo che sono aquile, anche perché tra galli e aquile preferiamo che siano queste ultime in quanto rappresentano di certo una maggiore nobiltà e una più nobile virtù rispetto a quanto non faccia il simbolo dei galli. Ma in questo campo, data l’ambiguità dello stemma riguardo alla parte superiore delle teste dove c’è chi ha voluto vedere teste di galli e chi, al contrario, corone di aquile reali tutto viene lasciato all’immaginazione e, per dir così, all’intuizione. Ma “sette teste” cosa potrebbero significare? Poichè nei testi di storia leggiamo che sette furono i martiri cristiani, forse addirittura puteolani, condannati a morte e giustiziati ( essi sono: Sosio, Gennaro, Desiderio, Festo, Acuzio, Eutichete e Procolo, attuale protettore della città di Pozzuoli ), possiamo arguire che ad essi si riferisca lo stemma e che le teste siano dunque di aquile, capaci di volare a maggiori altezze dei galli. Ma la storia ed altre varie supposizioni parimenti credibili ci parlano delle sette famiglie nobili puteolane e forse, ad una lettura più laica, questa è la più valida tesi, in quanto molto probabilmente furono queste famiglie a voler riunire nello stemma le loro forze. Le due tesi ad ogni buon conto si fronteggiano parimenti.

Se Napoli è la città che vive nei vicoli e se questi, quasi da soli, bastano a darle un senso di vita, Pozzuoli che pur le è vicina è tutta nei paesaggi, nelle sue incantevoli bellezze, nel suo verde ancora tale. Ma allorquando ci spogliamo del vestito di turista e ritorniamo a guardare con occhi scanzonati questa nostra cara città, passeggiando per le sue strade e discorrendo con la sua gente, della quale anche noi facciamo parte, ci accorgiamo che non tutto è perfetto, che anzi tante cose vanno male.
Le nostre strade troppe volte sono sporche, e non bastano gli spazzini comunali. Ma la colpa, a badarci bene, non è del Comune, non è degli spazzini. Siamo noi, gente del posto, a non avere un adeguato senso civico, a non aver capito che Pozzuoli per la sua storia appartiene al mondo intero e che per questo deve essere rispettata e salvaguardata da tutti i possibili pericoli di speculazioni (i cui esempi oggi non mancano) che deturpano il paesaggio occultando, ogni volta che lo possono, preziosi documenti architettonici archeologici.

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