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PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 (per la 17 vedi 28 giugno)

PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 /strong>
Prosegue l’intervento della prof.ssa Anna Agostini, che rappresenta il Provveditorato agli Studi di Prato
Ecco, stasera sono state costruite, secondo me, le condizioni perchè la riflessione sia più profonda e perchè si tenti una attualizzazione di quello che è stato e soprattutto si riscopra il fatto che certi prodotti non maturano nel vuoto. Se voi guardate, se voi fate un’analisi attenta di quel periodo vi rendete conto che i prodotti sono diversi e vi ripeto ancora una volta che si può fare una politica buona soprattutto se le idee circolano, soprattutto se ci si ferma un attimo, soprattutto se si fanno delle riflessioni. E’ il modo migliore, credo, per difendere i nostri diritti e quelli degli altri, non tanto con le manifestazioni di piazza, anche quelle sono una cosa che quando ci vogliono sono necessarie. I modi migliori rimangono soprattutto una riflessione seria ed attenta ed una interiorizzazione di quello che la storia ancora oggi ci può comunicare. Quindi grazie al professor Maddaluno ed a quelli che insieme a lui hanno in qualche modo realizzato questo omento di riflessione.
Riprende a parlare il Professor Maddaluno
Grazie, io penso che la professoressa Agostini abbia colto nel segno perché se non altro questi sono i nostri obiettivi; vogliamo dare degli stimoli, partecipare a questo dibattito anche noi, solo così renderemo utile la nostra presenza qui in questo momento, il 30 novembre dell’anno 2000. Una piccola precisazione, perché c’è qualcuno che evidentemente forse mi vede solo come il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est quale veramente sono, ed è bene invece precisare che noi stiamo svolgento questo dibattito all’interno della Circoscrizione Est ma in una struttura che appariene alla città intera e non solo, essendo essa uno dei pochissimi Centri per l’Arte contemporanea in Europa. In effetti e per la verità, questa è un’iniziativa congiunta delle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato; insieme a me che contemporaneamente sono il coordinatore delle Commissioni Cultura, in sala c’è la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Ovest, Cristina Sanzò, ed il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Centro, Matteo Aiazzi, che in questa iniziativa hanno collaborato allo stesso livello, meglio di me per tanti versi. Non sono presenti, ma hanno ugualmente lavorato per realizzare questa giornata il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Sud, Gabriele Zampini e la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Nord Laura Castagni. Ho fatto questa precisazione per dovere nei confronti di chi coopera a pari merito in questo progetto: come avevo preannunciato, passo la parola alla Signora Liviana Livi che è un membro delegato da Amnesty International di questa città e che credo abbia dei dati molto interessanti ed importanti da fornirci.
Parla la Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International di Prato:
Allora, diciamo subito che Amnesty International è contro la pena di morte, in quanto incompatibile con la difesa dei diritti umani; siamo convinti che la pena di morte renda brutale qualsiasi società la utilizzi ed incoraggia un clima di vendetta e violenza, distogliendo l’attenzione dalla ricerca di migliori e più efficaci rimedi alla criminalità….

…XVIII…

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

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PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Nel 2006 ero Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est del Comune di Prato. Ero alla seconda legislatura che si sarebbe conclusa nel 2009. Nella prima delle due legislature ero stato eletto nei “Democratici con Prodi” (ovvero “l’Asinello” dal simbolo acquisito in Italia dai “Democrats” statunitensi); poi, nella fase calante dell’esperienza di quel raggruppamento (vi avevano aderito, oltre a spiriti liberi, fuorusciti dai Democratici di Sinistra e dal Partito Popolare) che si era poi diviso tra Margherita (ex Popolari) e DS, ero ritornato in quest’ultimo Partito, forte di nuove passioni e progetti politici. Uno di questi apparve essere la costituzione di un nuovo soggetto, che avesse visto la cooperazione tra le due forze riformistiche dei cattolici e dei progressisti con lo scopo di mettere in moto un processo di forte rinnovamento della Politica nel Paese, ormai attraversata da spinte conservatrici reazionarie di Destra, avviate dall’avvento sorprendente di Silvio Berlusconi alla guida del Paese dal 1994. Sembrava allora necessaria la formazione di un bipolarismo, i cui raggruppamenti guardassero tutti alla conquista del Centro, la Destra con un Centrodestra e la Sinistra con un Centrosinistra. Nella seconda parte del 2006 si intensificarono gli incontri nello studio dell’avvocato Rocca, che appariva interessato a porre in cantiere un soggetto che fosse propedeutico alla nascita della nuova forza politica. Ad alcuni di noi, in primo luogo la compagna Tina Santini ed io, gli incontri ai quali partecipavamo apparivano sempre più accademici ed autoreferenziali ed in linea di massima si sottraevano a quel compito che noi ritenevamo dovesse essere prioritario: la formazione di un nuovo Partito costruito sulle due forze principali, aperto a 360 gradi oltre che ai cattolici democratici ed ai riformisti di Sinistra, democratica, ecologica antifascista anche a quella parte di Sinistra radicale che avesse voluto scommettere su quel Progetto, superando le ambiguità e le contraddizioni che avevano prodotto larghe insoddisfazioni e rifiuti nel corpo elettorale democratico del Paese. La discussione era sempre più vaga, improduttiva. Può darsi che questa fosse solo la sensazione a quanti tra noi partecipavano già con l’idea di dover rivedere molti aspetti della pratica politica: eravamo degli utopisti, degli illusi, degli inguaribili sognatori! I nostri sogni erano infatti tali, non più nè meno come quelli che ci hanno poi sospinto ad altre scelte nel corso dei venti anni successivi. Una cosa è certa, tuttavia: nessuno di noi ha mai operato per migliorare le proprie posizioni, nè tanto meno quelle dei pochi amici e sodali più fidati.
Nei prossimi post riporterò una parte del dibattito di quei giorni, utilizzando alcuni materiali che sono in mio possesso, a partire da una serie di mail che intercorsero tra me e Alberto Rocca, dalle quali non emerge uno scontro, ma un confronto franco ed aperto, dialettico. Ad Alberto riconosco una concretezza che io non ho mai avuto, una profonda onestà mentale e professionale. Alberto aveva previsto molto più chiaramente gli esiti; noi ci illudevamo di poter cavalcare la passione per modificare gli assetti. Tutti sanno come è andata, poi.

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PACE E DIRITTI UMANI XVII 17 per la XVI vedi 7 giugno

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PACE E DIRITTI UMANI
XVII 17 per la XVI vedi 7 giugno

prosegue l’intervento della professoressa Agostini:

Cioè la cosa su cui vorrei che tutti noi riflettessimo è, per esempio, l’importanza della circolazione di questa idea e mi ha colpito moltissimo il fatto che questo libro, tradotto in francese, viene poi ritradotto in italiano. E’ una cosa incredibile questa, cioè arrivano questi prodotti dopo un secolo e mezzo di grande lavorio, perché i giansenisti in Francia avevano iniziato a mettere in discussione certi sillogismi fin dal 1600. Pensate che Pistoia, per esempio, era la sede di un famoso collegio vescovile, dove i giansenisti avevano con Monsignor Scipione dei Ricci, un “covo”, tra virgolette come si dice noi alla Toscana, un po’ come dire “scomodo” per il potere un po’ scomodo anche per Leopoldo che pure non era nel novero dei sovrani così retrogradi, come abbiamo visto, e quel collegio ha dato anche le gambe o perlomeno qualche stampella, diciamo, a certe idee dei filosofi del ‘700. Allora perché riflettere sulla circolazione delle idee? Secondo me è molto importante perchè, lo diceva prima l’Assessore Gerardina Cardillo, niente è dato per scontato, cioè gli equilibri sono in continuo movimento, si rimettono e si riassestano in continuazione; quindi ciò che abbiamo conquistato non è detto che se non vigiliamo e non stiamo attenti riusciamo a prtarcelo a casa. Anzi sono tempi abbastanza strani questi, in cui magari in Italia non è che si fanno delle campagne molto seguite sul ripristino della pena di morte, ci mancherebbe altro, però accanto a quella ci sono ancora sicuramente, lo rammentava prima l’Assessore, certi diritti sanciti dalla Costituzione che probabilmente ancora sono come i programmi del ’79 della scuola, tanto belli ma mai realizzati compiutamente. Allora a me quello di stasera sembra un momento molto importante perché la Scuola, le Circoscrizioni, gli esperti, la politica, perché si può fare buona Politica, svolgano un ruolo positivo. Noi oggi al di là del fatto di una riflessione profonda sulla pena di morte che è un fatto di civiltà che in qualche modo nobilita la nostra storia, dobbiamo riflettere anche sul perché a volte siamo tentati di vivere molto per noi stessi in maniera abbastanza egoistica abbastanza individualista, mentre invece bisogna uscire dall’isolamento e riflettere in modo collettivo. Si può fare della politica buona, ecco, e si fa della politica buona anche in questo modo, cioè portando in qualche modo i ragazzi fuori dall’aula per sconfiggere la routine, mettendo di fronte all’attenzione di tutti un tema come questo e cercando di costruire intorno a questo tema non tanto o soltanto la cronaca, ci pensano i mass media a fare questo, ma una riflessione profonda, perché si corre troppo e si riflette poco. La scuola molto spesso, nonostante la bravura degli insegnanti, nonostante la buona volontà, perché io tutto sommato non penso che questa generazione sia la peggiore ditutte,anzi, voglio dire che è una generazione con gli occhi aperti e che riflette, la scuola, come dicevo, dovrebbe essere un luogo molto più aperto; però a volte la routine ci sconfigge, si preferisce di più stare in classe a leggere una pagina di un libro di storia: questo a volte va bene ma non sempre ci si concentra nel modo giusto, è proprio il caso di dirlo.

….XVII….

I CONTI NON TORNANO – 10 (per la parte 9 vedi 6 giugno)

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I CONTI NON TORNANO – 10 (per la parte 9 vedi 6 giugno)

10
Questi dati che riporto invece qui in calce sono afferenti alla presenza di nuovi residenti cinesi fino a tutto il 2005. Molto spesso sono ricongiungimenti familiari, sono nuove famiglie con figli provenienti non solo dalla madrepatria ma anche da realtà nazionali europee o altre città italiane (Milano, Napoli in particolare). Gli “esperti” non intercettarono nelle loro previsioni questa “nouvelle vague” proveniente dalla Cina che aveva bisogno anche di “istruzione” (molto spesso condizionata dalla necessità di avere “traduttori” abili in casa da parte dei genitori). Ed ovviamente gli edifici scolastici non bastavano a contenerli.

Il commento in corsivo sui dati non è mio!

http://www.comune.prato.it/immigra/cinesi/anagrafe/annuali/htm/cmigra.htm
Residenti cinesi per anno di immigrazione
Dati al 31/12/2005

Anno V.A. V.%

1973 2 0,02
1978 1 0,01
1984 2 0,02
1988 1 0,01
1989 9 0,10
1990 154 1,78
1991 111 1,29
1992 82 0,95
1993 58 0,67
1994 32 0,37
1995 39 0,45
1996 182 2,11
1997 327 3,79
1998 241 2,79
1999 249 2,88
2000 330 3,82
2001 506 5,86
2002 633 7,33
2003 1.172 13,57
2004 1.494 17,30
2005 1.832 21,21
a Prato dalla nascita 1.123 13,00
Dato mancante 56 0,65

Totale 8.636 100,00

Fonte: Anagrafe comunale di Prato
Elaborazione: Banca Dati Centro Ricerche e Servizi per l’Immigrazione del Comune di Prato
Residenti cinesi per area e luogo di nascita. Dati al 31/12/05

L. nascita V.A. V.%
R.P.C. 6.910 80,01
Altri stati esteri 18 0,21
Italia 1.708 19,78
Totale 8.636 100,00

R.P.C. V.A. V.%
Zhejiang 6.413 92,81
Fujian 297 4,30
Liaoning 53 0,77
Shanghai 44 0,64
Jiangxi 22 0,32
Heilongjiang 13 0,19
Xinjiang 9 0,13
Sichuan 9 0,13
Beijing 8 0,12
Hunan 6 0,09
Tianjin 5 0,07
Hebei 4 0,06
Henan 4 0,06
Jiangsu 4 0,06
Shandong 3 0,04
Anhui 2 0,03
Chongqing 2 0,03
Guangxi 2 0,03
Jilin 2 0,03
altre 8 0,12

Altri stati esteri V.A. V.%
Taiwan 1 5,56
Francia 13 72,22
Belgio 1 5,56
Paesi Bassi 1 5,56
Germania 1 5,56
Gran Bretagna 1 5,56

Italia V.A. V.%
Prato 1.507 88,23
Montemurlo 2 0,12
Firenze 44 2,58
Firenze (prov.) 23 1,35
Pistoia e prov. 8 0,47
Lucca 2 0,12
Siena 1 0,06
Arezzo 2 0,12
Grosseto 1 0,06
Torino 7 0,41
Milano e prov. 20 1,17
Reggio Emilia e prov 9 0,53
Roma 18 1,05
Napoli e prov. 7 0,41
Salerno e prov. 13 0,76
Altre province 44 2,58

Fonte: Anagrafe comunale di Prato

Popolazione cinese residente a Prato
La comunità cinese si è formata a Prato nel corso del biennio 1990-1991: Durante tale periodo il numero dei residenti cinesi è salito dai 38 del 1989 a un totale di 1009 che è continuato ad aumentare, poi, con ritmo più lento, negli anni successivi, e ha raggiunto dimensioni sempre più rilevanti a partire dalla seconda metà del decennio (malgrado il perdurare di un contemporaneo movimento di emigrazione verso altri comuni italiani). Pochi sono, dunque, quelli che vi risiedono da lungo tempo ma numerosi sono, in compenso, coloro che vi vivono dalla nascita. Essi hanno contribuito, in misura sempre più consistente, allo sviluppo della comunità cinese a Prato che in certe fasi è cresciuta quasi esclusivamente proprio per effetto delle nascite.
I dati del 2005 rilevano una forte crescita della popolazione cinese che passa dai 6.831 residenti del 2004 agli attuali 8.636, grazie all’acquisizione della residenza da parte dei nuovi arrivati e al perdurante incremento di nati nel comune di Prato.
La distribuzione per anno d’immigrazione mostra che oltre il 21% dei cinesi hanno acquisito la residenza nel 2005 ma l’esistenza di una scarsa anzianità migratoria è una caratteristica che accomuna anche molti altri membri della comunità. Quasi la metà di essi risultano, infatti, immigrati tra il 2000 e il 2004 (2.666, pari al 30,87%, nel biennio 2003-2004 e 1.469, pari al 17,01%, nel triennio 2000-2002), circa il 12% tra il 1995 e il 1999 e meno del 6% tra il 1990 e il 1994, mentre solo una quindicina sono coloro che vi risiedono stabilmente da anni antecedenti.
Molti, in compenso, sono i cinesi che vivono a Prato dalla nascita (1.123, pari al 13% dei residenti) e ad essi si affianca, inoltre, un consistente numero di persone che vi sono nate e successivamente immigrate dopo un provvisorio periodo di allontanamento (in Cina o in altri comuni italiani).

…10…segue

IL RITORNO ALLA NORMALITA’

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IL RITORNO ALLA NORMALITA’

Mi ripeto: una delle peggiori “epidemie” che colpisce le nostre popolazioni si chiama “amnesia”. Ieri scrivevo che ci siamo inoltrati nel distanziamento abbandonando nel “cestino” del nostro cervello tutto quello che fino a quel momento ciascuno di noi aveva detto, scritto, fatto, pensato e praticato. Anche per questo, sento di essere un maledetto imperterrito insistente rompiscatole, continuo a praticare la memoria “critica” (quella di cui trattavo ieri che non ha soluzioni univoche). Durante questo lungo senza dubbio inedito inverno molti di noi si sono limitati negli spostamenti e lo hanno fatto quasi con piacere, costruendosi dei ritmi domestici che non consentissero di avvertire la mancanza di socialità. Molti, ma non tutti, anche perché una parte considerevole è stata posta in difficoltà sia per le risorse economiche di cui non disponevano ( ma qui il discorso diventa anche “politico” ed “antropologico” e vale la pena soffermarci su questo tema in uno dei prossimi post ) sia per gli spazi angusti in cui dovevano necessariamente muoversi.
Appartengo per fortuna al primo macro-gruppo: solo un lieve reflusso di ipocondria mi ha interessato. Ma era anche il frutto di una riflessione concreta. Da giovane sono stato ipocondriaco ma con l’età ho razionalizzato le paure e le ho superate con l’impegno costante nella Politica e nelle attività culturali. Pur tuttavia in quei giorni, nei primissimi giorni drammatici, ho avvertito qualche lieve diisturbo psicosomatico ma in defintiva ero angosciato da un problema concreto che mi tormentava: non poter essere tranquillo sul fatto che, di fronte ad un malessere reale non riferibile ai problemi pandemici (un ictus, una disfunzione cardiaca; insomma qualcosa di veramente serio), non ci potesse essere da parte del Servizio Sanitario pubblico una risposta rapida e perlomeno sufficiente.
In quel periodo non era neanche immaginabile di poter andare al Pronto Soccorso così come mi è capitato di poter fare all’inizio dell’unica patologia seria che mi è stata riconosciuta: in quell’occasione, ma sono passati quasi dieci anni, ebbi modo di apprezzare la professionalità complessiva del personale sanitario che, in un tempo ragionevolmente veloce, diagnosticò la mia ipertensione.
Ritornando al “prima”, ma rimanendo sul “tema”, vorrei ricordare che negli ultimi anni si è andato progressivamente riducendo il ruolo della Sanità pubblica a Prato ed in Toscana. Sono stati chiusi molti Distretti periferici e sono stati ridotti i posti letto nel nuovo Ospedale. Già prima che scoppiasse la pandemia c’era chi lamentava l’aumento esponenziale degli accessi al Pronto Soccorso ed in quelle occasioni si segnalava da parte delle Sinistre la sottovalutazione del ruolo della Sanità pubblica a favore di quella privata. Su questi temi occorre ritornare a denunciare e proporre.
Durante il periodo pandemico più duro per diversi motivi la Sanità pubblica è stata dominante ma l’attenzione maggiore era per i contagiati ed i malati Covid19. La Sanità privata ha provato ad inserirsi nel contesto ma lo ha fatto in modo maldestro, svelando la sopravvalutazione dei “propri” interessi: si dirà che ciò sia inevitabile in una società dove prevale la logica del “mercato”, ma bisognerebbe anche saperne limitare gli ambiti in momenti di emergenza.
Con il ritorno alla normalità risaltano nuovamente ed in modo più eclatante i difetti del tempo di “prima”. Come la questione dell’accesso al Pronto Soccorso, che in questi giorni è intasato da richieste a volte improprie e banali e mette in evidenza la “complessità” del fenomeno, dovuto essenzialmente alla mancanza ormai “cronica” di presidi di medicina territoriale e difficoltà che genera sfiducia nel rapporto con i medici di base. Questi ultimi finiscono per essere considerati come consiglieri trascrittori di ricette o poco più, anche per le restrizioni imposte dalla dirigenza regionale che li limita nel loro specifico lavoro.
Anche in Toscana, meno però che in altre Regioni più “operose” dal punto di vista manageriale (ivi compresi gli ambiti sanitari), il Covid19 ha posto in evidenza i limiti dell’azione politica, in questo caso, del Centrosinistra, che – fatte le debite distinzioni poco meno che “ideologiche” – non ha operato per valorizzare le funzioni pubbliche ma ha avvantaggiato – anche nascondendosi dietro le lungaggini delle pratiche burocratiche – di fatto il “privato”, anche se convenzionato.

Joshua Madalon

UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quarta parte (per la terza parte vedi 4 giugno)

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UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quarta parte (per la terza parte vedi 4 giugno)

Quanto ad ARCI Media credo che occorrerebbe andare ad un dibattito culturale interno più ampio possibile per evitare di disperdere il bagaglio di esperienze accumulato e soprattutto per garantire una continuità nell’attività centrale e decentrata, laddove questa ha avuto un ruolo positivo nel coordinamento nell’ambito dei “media”, e riuscire ad utilizzare al meglio le forze individuali che hanno contribuito alla creazione ed al successo di questa struttura sul piano dell’organizzazione culturale, attraverso le sue proposte.
Sul piano dell’informazione squisitamente culturale è importante organizzare altresì un giro di notizie ad uso interno sull’attività dei Territoriali nel settore cinema e video ed è giusto che siano sensibilizzati gli stessi Comitati ad operare in tal senso (qualcuno già lo fa), così come sembra opportuno procedere ad un inventario, anche se a partecipazione volontaria ed anche questo ad uso interno, del materiale audiovisivo disponibile nell’ambito dell’Associazione e fra i nostri associati, allo scopo di utilizzarlo in iniziative di studio. E’ inoltre di estrema importanza andare ad una precisazione di rapporti con l’Ufficio Cinema del Dipartimento Istruzione e Cultura della Regione Toscana, cercando di capire in maniera più precisa quali siano gli orientamenti e le linee che saranno attuate all’indomani della Conferenza Regionale e a questo punto formulando nostre proposte in merito agli interventi in materia di circuito d’essai e di mini multi sale. Così anche con la Mediateca Regionale occorrerà far pesare la nostra forza di Associazione maggiormente presente sul territorio, aprendo un rapporto su basi nuove nel quale le nostre scelte siano maggiormente prese in considerazione ed offrendo noi un contributo alla soluzione di alcune apparenti ambiguità di fondo presenti nell’attuale politica culturale della Mediateca, rivendicando un più forte e costante confronto con l’Associazionismo sulle scelte, che fino a questo momento sembrano escluderlo ed anche, in qualche caso, mortificarlo.
Ma passiamo al “programma” di attività culturali nel corso della cui esposizione ritorneremo di volta in volta a sottolineare anche quelle linee di politica culturale necessarie alla conduzione dell’Unione. Si è pensato di dividere il programma in quattro punti:
a) Alfabetizzazione e formazione;
b) Rassegne;
c) Convegno sale video;
d) Strutture

a) Il problema dell’alfabetizzazione e della formazione è di primaria importanza, innanzitutto perchè in questo settore noi siamo ancora troppo scoperti ed occorre invece investire soprattutto per il futuro. La scuola, prima di tutto, ma poi anche altri settori della società, nell’ambito dei progetti di educazione permanente, devono essere i nostri principali potenziali fruitori; dovremo perciò presentare delle proposte alle istituzioni scolastiche (istituti, distretti, provveditorati) ed agli Enti locali attraverso tutti i nostri Comitati Territoriali “in primo luogo”, ai quali andrà affidata la loro organizzazione definitiva, a meno che non sia utile agire diversamente, ma sempre in accordo con i dirigenti locali. Nel corso delle mie visite ai Comitati ho potuto verificare che intorno a questo settore permangono pigrizie e disinteresse, soprattutto incapacità e scarsa fiducia, una sottovalutazione, verso questo tipo di attività, e la maggior parte dei Comitati vi è intervenuta episodicamente con programmazioni su richiesta (cioè una serie di film chiesti espressamente da qualche volenteroso maestro o docente senza un nostro specifico apporto culturale, senza un nostro preciso progetto).
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CINEMA –una storia minima – seconda parte degli Anni venti prima del sonoro (vedi 31 maggio)

CINEMA –una storia minima – seconda parte degli Anni venti prima del sonoro (vedi 31 maggio)

Nel 1924 si avvia la carriera di uno dei più grandi autori cinematografici francesi – e non solo – con René Clair ed il suo manifesto dell’Avanguardia, “Entr’Acte” prodotto – come si evince dallo stesso titolo – come “film di sostegno” che intrattenga gli spettatori di un balletto di Picabia. In quello stesso anno, sempre in Francia, si produce “Ballet mécanique” di Fernard Léger, opera fondamentale per la conoscenza dell’arte futurista di cui Léger era interprete.

Intanto, tra il 1923 ed il 1924 si affaccia in modo rilevante sulla ribalta dell’arte cinematografica la stella di Buster Keaton, la cui “faccia triste” accompagnerà gli spettatori fino alla metà degli anni Sessanta. Straordinarie le sue interpretazioni, accompagnate da grandissimi successi commerciali, ne “La legge dell’ospitalità” del 1923, “La palla n.13” del 1924 e, sempre in quest’ultimo anno, “Il navigatore”.

Da segnalare, nel 1924, uno splendido film di fantasia e di avventura, che si avvale dell’interpretazione di uno dei “divi” più significativi dell’epoca del cinema muto, Douglas Fairbanks e del genio registico di Raoul Walsh: si tratta de “Il ladro di Bagdad”.

Ritornando al 1925, avendo ricordata l’uscita di quel capolavoro che è “L’ultima risata” di Murnau, che punta il dito sul declino della società mitteleuropea, non possiamo non aggiungere che è l’anno de “La corazzata Potemkin”, punto di riferimento della cinefilia non solo nostrana, ma indubbio capolavoro della cinematografia sovietica. Sempre in quell’anno, Eisenstein realizza un altro dei suoi capolavori, “Sciopero”.

In quello stesso anno, agli inizi della carriera avviata appena due anni prima, esce “La via senza gioia” di Georg Wilhelm Pabst, la cui protagonista anche ella più o meno agli inizi della carriera è quella straordinaria icòna Diva che porta il nome di Greta Garbo. La straordinarietà del film consiste anche nella presenza contemporanea di altre due “dive”: Asta Nielsen e Marlene Dietrich. Greta Garbo era stata notata da Pabst su un set nell’anno precedente, quello di La leggenda di Gosta Berling” di Mauritz Stiller. Il film, così come altre opere di quel periodo (la stessa “L’ultima risata” di cui si accenna sopra) rappresenta, attraverso la figura interpretata dalla Garbo, la crisi economica, civile e morale della Germania, dopo la sconfitta subita nella Grande Guerra.

Sempre nel 1925, tornando negli Stati Uniti va segnalata la quinta opera di Eric von Stroheim, “Greed”, un Kolossal enciclopedico di durata improponibile (circa 7 ore nella versione originale), considerato anche per questo motivo tra i film “maledetti” della storia del Cinema. Analogamente alle atmosfere europee, forse per le origini austriache del grande “maestro”, i temi trattati nei film di Stroheim sembrano collegarsi al clima di declino morale che si respirava in Germania. Molto diversa era l’aria che spirava nelle “storie” narrate da Charles Chaplin che nello stesso anno gira “La febbre dell’oro”, nel quale aleggia la speranza di un riscatto umano e sociale sempre presente nel mito americano dell’uomo che si fa strada verso il riscatto partendo dal basso.

Il 1925 è anche l’anno di un esordio eccellente in Gran Bretagna, quello di Alfred Hitchcock, con “The Pleasure Garden”, una storiella abbastanza esile, nella quale però si intravede il genio che verrà. Ed infatti nell’anno seguente, il 1926, “The Lodger” (Il pensionante) già rivela uno stile inimitabile nella narrazione che farà di Hitchcock un marchio indiscutibile fino alle ultime sue prove ed un punto di riferimento per tantissimi giovani autori.

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA (perché non si differiscono le competizioni elettorali al prossimo anno?)

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L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA (perché non si differiscono le competizioni elettorali al prossimo anno?)

La smania per gli appuntamenti elettorali sta ad evidenziare la scarsissima considerazione dei veri problemi del Paese da parte della classe politica italiana. Sarebbe oltremodo opportuno il differimento di un anno degli appuntamenti elettorali. Sarebbero molteplici le motivazioni favorevoli a questo “gesto”, in primo luogo il rispetto per la grave situazione che si è creata e che va verso un aggravamento ulteriore. Le campagne elettorali sono sostanzialmente fatte di enunciati positivi e propositivi “da realizzare in un quinquennio”; il Paese ha bisogno invece di fatti concreti “ad horas”.
In questi rilievi non c’è alcuna differenza tra chi “governa” e chi fa “opposizione”. Appaiono tutti ben disponibili a dimenticare le traversie e tuffarsi in una “intensa(?!?) calda campagna elettorale “estiva”, con il risultato certo (non valgono rassicurazioni in merito: gli “interessi” particulari prevarranno alla grande, ricoperti da un ipocrita riferimento ad interessi “collettivi”. Molti dei “protagonisti” delle prossime contese, previste in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto, scalpitano da tempo ed allo stesso modo alcuni leader nazionali di Centrosinistra, di Centrodestra e Destra insistono addirittura di poter votare prima possibile, il che avrebbe in un primo tempo potuto significare nei mesi estivi, poi sembrano accontentarsi di settembre, noncuranti non solo delle problematiche connesse alla conduzione di una campagna elettorale sotto gli ombrelloni e, si intende, nel rispetto delle regole anti Covid, ma anche delle tante urgenze collegate alla ripresa del nuovo anno scolastico con annessi e connessi già oggetto di accese discussioni.

Quel che io sto scrivendo qui non mi sembra essere argomento in cima ai pensieri di molti altri cittadini nè tanto meno dei diversi – a diverso titolo – partecipanti alle prossime contese elettorali. E’ indubbio che la preoccupazione maggiore della stragrande maggioranza del Paese siano le scelte di politica economica per fronteggiare la crisi e che la preoccupazione maggiore della stragrande maggioranza – oserei pensare la “totalità” – dei sostenitori delle forze politiche sia collegata strettamente alla messa a reddito dei loro presunti (o reali, non intendo discutere su questo: non ne ho oggettiva contezza) meriti, su cui preparerebbero una campagna elettorale paradossale, una campagna ancor più davvero insensata, nel malaugurato caso di ritrovarsi di fronte ad una epidemia di ritorno.

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Ci sarebbe davvero tanto da fare, al di là delle vaghe promesse elettorali, in ogni Regione. La pandemia ha messo in primissimo piano molti problemi che “prima” erano snobbati dalla stragrande maggioranza dei politici; in primo luogo, non ci stancheremo di ripeterlo, la delega ai privati di vasti settori della Sanità; la sottovalutazione dei temi ambientali e la cura delle infrastrutture più utili, in primo luogo quelle scolastiche, da troppi anni abbandonate nella loro progressiva obsolescenza ed insufficienza. Allo stesso tempo, però, ci si preoccupava di mettere in piedi “mostri” come il Ponte sullo Stretto o una nuova Pista aeroportuale a Firenze, i cui impatti sia ambientali che eco-umani sarebbero devastanti ed i cui costi rischierebbero di vanificare quel Piano di verifica statica su tutta la rete extraurbana nazionale resa necessaria dal suo invecchiamento.
Le urgenze non possono essere procrastinate ad una nuova stagione politica là da venire. Occorre occuparsene ora, subito.

Joshua Madalon

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA a proposito dei miei ripro”post” (i “post” riproposti)

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L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA a proposito dei miei ripro”post” (i “post” riproposti)

Lo sapevano perfettamente già gli “antichi” quando suggerivano di superare la corta memoria con dei pensieri scritti. Nel post che ho riproposto ieri scritto a metà marzo rilevavo che il “virus” ha scorazzato in lungo e in largo, soprattutto nelle realtà “super” operose del Nord Italia, in quelle realtà che sottovalutavano il decorso dell’epidemia, facendosi forti delle loro scelte in materia di Sanità. Nessuno nega che in quelle realtà il livello delle cure sia eccellente, ma – rifacendoci alla saggezza popolare – non ci si può affidare agli “allori” conquistati e per questo – probabilmente – la pandemia qualcosa di buono ci avrà insegnato. La Natura si sveglia e ci risveglia, ci dà la sveglia. E ci fornisce l’opportunità di un “bonus” di riflessioni. E le riflessioni devono necessariamente partire da un dato di fatto: la risposta ai problemi creati dalla pandemia tra fine febbraio e metà marzo in Lombardia non è stata adeguata. Pian piano i tasselli si stanno componendo e non si può bloccarsi semplicemente per fare strada da una parte ad uno sciovinismo campanilistico e dall’altra ad una forma di contrapposizione critica basata su pregiudizi: entrambi gli atteggiamenti sono esecrabili ed inutili per la costruzione di un futuro prossimo che ci garantisca “tutti”.
Ieri ricordavo la difficoltà di fornire risposte a tutti coloro che chiedevano alle strutture pubbliche (ricordo che negli ultimi anni, non solo in Lombardia, la Sanità pubblica ha delegato al privato molte competenze, depauperando le strutture territoriali) di essere ascoltati. Non si trattava solo di una psicosi di genere ipocondriaco; a volte i sintomi erano pur solo accennati ma preannuncio di aggravamenti. Anche nella nostra altrettanto operosa città di Prato agli inizi di marzo è stato sollevato il caso di un paziente (ma posso assicurarvi che di storie simili ne ho sentite altre) che aveva più volte chiesto, attraverso il suo medico di base, che aveva riconosciuto i sintomi premonitori del Covid19, di poter avere l’esame del tampone e solo dopo vibrate pubbliche esternazioni da parte della sua dottoressa era riuscito ad ottenerlo.
Quel periodo così intensamente drammatico con il susseguirsi di bollettini di guerra quotidiani che scandivano il ritmo delle giornate sembra essere alla fine. In quei giorni chiamavamo gli amici, ne compulsavamo gli account sui social, utilizzavamo le videochiamate per abbattere il sentimento di solitudine, ci rallegravamo della nostra buona salute, ci rattristavano le notizie su amiche ed amici che combattevano con il virus (c’è chi non ce l’ha fatta, sia per il virus sia per gli acciacchi non semplici di cui si soffriva) e partecipavamo al dolore per la sorte anche di tante altre persone abbandonate inevitabilmente ad un destino molto spesso severo e nefasto nelle solitudini delle camere dove erano state dislocate le terapie intensive.

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Tutte erano amici e parenti, di tutti noi, compartecipi nel saluto commosso e distante di fronte alle lunghe file di camion militari con una infinita serie di bare.

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Abbiamo ancora, oggi a tre mesi circa di distanza, una buona memoria. Sembrano immemori invece molti di coloro che si spingono oggi a negare che vi sia stata la necessità di interventi rigorosi, spingendosi a equiparare la pandemia ad una semplice influenza stagionale. E’ uno dei tanti misteri dell’animo umano che porta all’obnubilamento per motivi ideologici, una sorta di incubo che ci riporta alla mente una oscura profezia orwelliana, con l’ irrazionalismo sociale totalitario. Addestriamo la memoria per combattere gli errori o, forse, gli “orrori”.

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J.M.

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA – VERSO UNA CRISI (AL BUIO PESTO) parte 1

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L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA – VERSO UNA CRISI (AL BUIO PESTO)

Se continuiamo a dire che “da questa tragedia ne usciremo tutti migliorati” che “andrà tutto bene”, dobbiamo tuttavia avere ben presente quelle che erano le nostre condizioni nel periodo appena precedente allo scoppio della pandemia.
Basterebbe andare a consultare una Rassegna stampa del 2019 per capire che il nostro Paese era in piena fase di “decelerazione”, che la previsione del PIL era davvero deprimente (lo 0,3 in più rispetto al precedente anno); basterebbe andare a consultare i dati ISTAT per capire che in Italia la “povertà” era un vero e proprio problema da affrontare. E non lo si poteva fare attraverso gli slogan o i “peana” del Governo Lega-M5S (“Abbiamo sconfitto la povertà” disse Di Maio, alzando indice e medio nel segno della Victory), ma con una serie di interventi coraggiosi e severi nei confronti dell’illegalità diffusa nel settore del mondo del lavoro. In primis infatti occorreva sconfiggere la pratica criminale del “lavoro nero”; poi – anche contemporaneamente – tappare la falla della povertà attraverso sussidi come il “reddito di inclusione” ed il “reddito di cittadinanza”. Tutti coloro che osservavano la realtà attraverso le proprie conoscenze e sensibilità, pur in possesso di garanzie personali e quindi non direttamente interessati, e denunciavano l’incongruità dell’intervento venivano visti come “gufi rosiconi” o “disfattisti antipentastellati” per pregiudizi ideologici, e – allorquando affermavano che quegli interventi “non” avrebbero risolto il dramma della povertà, avrebbero creato più danni se non fossero stati accompagnati da un serio progetto di contrasto all’evasione ed al lavoro nero, un progetto di “giustizia sociale” – venivano attaccati.

Per rendere meglio quello che è il dato di riferimento cui accenno sopra vi inserisco i link di riferimento ai siti dell’Istat

Le prospettive dell’economia italiana nel 2019

https://www.istat.it/it/files/2019/05/Previsioni_mag19_fin1r.pdf

Le prospettive dell’economia italiana nel 2019-2020

https://www.istat.it/it/archivio/236396

per capire meglio i dati sulla “povertà” consultare sempre il sito dell’Istat con tag “povertà”

https://www.istat.it/it/archivio/povert%C3%A0

Ritornando all’assunto dell’avvio del post “Saremo migliori?” “Andrà tutto bene?”, ho la sensazione che si tratti di affermazioni banali puerili utili a rassicurare i più deboli, sia per età che per condizione economica e culturale.
In realtà quel che vediamo, di fronte alla reale incapacità di fronteggiare gli aspetti negativi che si sono aggravati nel corso degli eventi drammatici in cui siamo stati tutti – chi più chi meno – coinvolti, non è per niente rassicurante, ben al di là della ventilata possibilità di un ritorno epidemico nel prossimo autunno-inverno. In questo periodo c’è stata una parte del mondo economico che ha accumulato guadagni ingenti; c’è una parte del mondo economico che, pur avendo sofferto in parte la crisi, ha preparato interventi di carattere politico clientelare (si parla di grand commis dell’economia e della finanza) tesi all’accaparramento di risorse senza fornire tuttavia le opportune garanzie (non mi riferisco soltanto alla pretesa della FCA di poter ricevere a fondo perduto contributi, permanendo nel suo progetto aziendale che privilegia i rapporti economici con paradisi fiscali e non rispetta le regole fiscali del nostro Paese).
In questo stesso tempo non si sono visti interventi “seri” e legalmente “severi” nei confronti del “lavoro nero”; anzi, nel marasma legislativo, che ha intorbidato le acque ancor più rispetto a prima, i furbi hanno avuto più forza e vigore rispetto alla povera gente, disposta ancor più di prima a sopportare angherie retributive. Di tutti questo poco o nulla si dice; soprattutto non si avverte nella compagine di governo – anche di quella parte di “Sinistra” che dovrebbe essere maggiormente sensibile – la giusta attenzione. Sembra quasi che i problemi siano altri. Ma non è così e purtroppo andiamo verso un periodo in cui chi avrà bisogno sentirà difendersi proprio da coloro che hanno obiettivi destabilizzanti, pericolosi per la Democrazia.

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