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24 novembre – “DENTRO IL LOCKDOWN I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi” parte 2

“DENTRO IL LOCKDOWN    I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi” parte 2

Mi sono fermato perchè era giusto che si comprendessero meglio le mie preoccupazioni. In realtà non sono solo mie: occorre mantenere alta la guardia. Non sarà tutto vero ma non bisogna mai sottovalutare qualche dubbio; non si può far prevalere una sorta di correttezza istituzionale mentre qualcuno sotto traccia potrebbe meditare reazioni e rivincite antidemocratiche, liberticide. Potrebbe! E se può, utilizzando la sua “libertà” contro quella dei tanti, fiaccando le menti, colpendole ai fianchi quotidianamente con bollettini di guerra continuativi, bisogna attrezzarsi. Questa pandemìa furiosa sta piegando le forze, indebolendo le energie, mortificando le forme associative, limitando il dibattito civile se non quello che si va svolgendo sui social. Cosa devo raccontarvi, cosa aggiungere che non sappiate già?!

Ritornando al primo gruppo dei “no vax” o assimilati ai quali come ho scritto non credo nella maniera più assoluta sono qui anche a spiegare il motivo per cui ne ho parlato e poi apparentemente ho svicolato sul tema. La mia preoccupazione maggiore è sulla qualità dei vaccini e sui suoi costi effettivi, quelli che andranno a carico delle popolazioni. Penso di essere ancora abbastanza fortunato, insieme a tante persone che vivono in questa parte del Mondo che si chiama Occidente, in quanto vi è la certezza della disponibiità delle necessarie dosi di quel prodotto, che con il passare dei giorni, delle settimane e probabilmente di qualche mese potrà far emergere anche gli aspetti meno positivi, laddove – come ci si preoccupa – questi esistessero davvero. Ho accostato il tema della non disponibilità per tutti – pensando ai paesi poveri dove i dati del contagio non sono mai stati attendibili e stimolano gli osservatori a congetturare scenari davvero cupi e pericolosi per il resto dell’umanità (“il virus non si è modificato” è quel che si dice, ma ciò non toglie che non possa in seguito accadere, finendo per provocare accanto ad una devastazione di tipo ecologico ambientale un’ecatombe di tipo planetario).  Questo è lo scenario apocalittico che dobbiamo esemplarmente tenere d’occhio; se la scelta della produzione di massa dei “vaccini” non si pone l’obiettivo della gratuità a vantaggio del fruitore finale, soprattutto i più deboli e poveri, i diseredati della Terra, non farà altro che destinare il Pianeta ad una autodistruzione.

Non avrà alcun valore il livello di Civiltà raggiunto nè il grado di Governo del Mondo.

Non potremo raccontarcelo.

E ritorno a trattare dei “secondi”, ovvero quegli “alcuni che hanno alzato forte il loro allarme sul rischio che corre la Democrazia”. Abbiamo subito pensato che fossero “fuori luogo”, ed in realtà lo erano, perché scendevano in piazza, negando fossero reali i numeri delle vittime, quelle scene strazianti delle “camere di terapia intensiva” dove esseri ormai irriconoscibili lottavano tra il poco di vita che rimaneva e la morte che avanzava, e quelle lunghe file di camion militari con salme che non potevano essere accompagnate dagli affetti più cari. Visionari, dunque? Forse soltanto inopportuni; anche perché con tutto quello che sta ancora oggi accadendo e tutto quello che si annuncia per le prossime settimane e forse mesi e mesi ancora una preoccupazione io la manterrei ben desta.

prosegue……..“DENTRO IL LOCKDOWN    I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi”

DENTRO IL LOCKDOWN I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi parte 1

DENTRO IL LOCKDOWN    I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi 

In questi giorni ho trattato in modo quasi quotidiano i temi del lockdown e le mie riflessioni hanno oscillato tra pessimismo ed ottimismo, anche se i miei punti cardinali di riferimento sono stati e rimangono Gramsci e Pasolini.

Non mi ripeto e per questo oggi il pendolo si piega verso il negativo, il pessimismo.

A indurmi in tale impantanamento hanno contribuito un virologo ed una “compagna” di avventure politiche.

Mi spiego meglio, superando il cripticismo.

Esistono pochi, anche se a volte ci appaiono in tanti, che hanno veementemente professato il loro rifiuto verso l’utilizzazione di vaccini; allo stesso tempo esistono alcuni che hanno alzato forte il loro allarme sul rischio che corre la Democrazia. Ai primi non ho mai dato credito, perchè forte è stato il controllo sugli esiti dalla somministrazione dei prodotti a salvaguardia di alcune diffuse e terribili patologie e non vi è stato alcun riscontro intorno alla loro pericolosità. Ai secondi ho riservato invece una forma di scetticismo, motivato dalla consapevolezza dell’esigenza di interventi pur temporanei che fossero rigorosi energici e risoluti ancor più di quanto non sia poi stato attuato.

Questo, in sintesi, quel che ho creduto fino a pochi giorni fa: verso i secondi sono stato molto più prudente di quanto non abbia fatto con i primi, ai quali proseguo ad assegnare degradanti patenti.

Pur tuttavia, quando l’altro giorno un autorevole virologo ha cominciato a nutrire qualche dubbio sull’efficacia dei vaccini così rapidamente a quasi-diretta disponibilità delle masse, ho avviato una riflessione, che va oltre: mi sono chiesto e non trovo risposte adeguate se fossero state attivate da parte dei ricercatori le opportune necessarie verifiche su fasce di età diversificate scientificamente ed in particolare su possibili interazioni nocive tra vaccino antinfluenzale e quelli che dovranno contrastare il Covid19.

Collegato a quel che potrà significare, con esiti positivi, l’inoculazione del vaccino contro il Coronavirus19, ho allargato la mia visione “pessimistica” al fatto che, dovendosi trattare di un prodotto estremamente necessitato per la “vita” di tutti, nessuno escluso  – a partire dai più anziani e più deboli (che notoriamente sono categorie affini), la disponibilità potrebbe variare a seconda della qualità economica del mercato.

Apparentemente quel che ho scritto qui sopra è di una eccezionale gravità e si potrebbe ascrivere ad uno stato di prostrazione pessimistica eccezionale. Ma di tanto in tanto mi è capitato di sentire di peggio e di sentirlo non in modo furtivo ma con dichiarazioni esplicite. Spero siano solo mie “voci di dentro” malevoli. Ma quando fuori ai nosocomi nelle grandi città ci sono file di ambulanze in attesa e nei corridoi gli ammalati attendono di poter essere collocati a seconda della gravità delle loro condizioni allorquando non vi sono alternative logistiche a disposizione ed è assai urgente intervenire, si procede ad una scelta drammatica.

….a questo punto  interrompo il mio “scriptum” e riporto uno degli articoli dai quali si rileva che le mie parole non sono personali “ubbìe” di vecchio decrepito:

https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_09/coronavirus-scegliamo-chi-curare-chi-no-come-ogni-guerra-196f7d34-617d-11ea-8f33-90c941af0f23.shtml

Questa è una “situazione di guerra”.

…. prosegue “DENTRO IL LOCKDOWN    I rischi per la tenuta democratica: non solo inutili allarmismi”

22 novembre – DENTRO IL LOCKDOWN – il “dopo” è già “oggi”

Dentro il LOCKDOWN – il “dopo” è già “oggi”

Nella prima fase della pandemìa all’inizio abbiamo faticato a convincerci che occorreva rigore e sacrificio per riuscire a ridurre i danni “umani” (che poi significano anche “economici”). Il mondo della Politica, quasi tutto, si ostinava a mantenere aperte le strutture produttive e quelle commerciali, facendo prevalere gli interessi economici su quelli della salute. E’ una prassi molto cruda che può sorprendere gli sprovveduti, ma che in questo mondo reso ancor più meschino dalla rincorsa all’arricchimento sta divenendo molto comune. Lo stesso settore della Sanità pubblica nel corso dei decenni passati ha visto ridursi in modo molto rapido e deciso i suoi spazi a vantaggio dell’intervento privato. In modo particolare si è visto venir meno progressivamente al ruolo della medicina di base e delle strutture intermedie, la qual cosa ha colpito drasticamente le parti più deboli della popolazione, che a causa di redditi bassissimi ed una scarsissima capacità di sviluppare competenze moderne, come l’uso dei mezzi tecnologici, è stata costretta a ridurre l’accesso alle cure ed alle terapie preventive. Uno degli aspetti su cui è più urgente avviare una seria e profonda riflessione è su come affronteremo il problema delle disuguaglianze che sono la conseguenza non solo di questa “crisi” ma in modo particolare degli errori che l’hanno resa più difficile da superare.

Un Blog, come questo, serve anche a raccogliere giorno dopo giorno la memoria anche se da un punto di vista assolutamente individuale senza pretesa di essere nel vero ma con la cognizione di poter contribuire a ricercare possibili necessarie vie d’uscita.

Anche per questo, devo ripetere che uno sguardo equilibrato non può volgersi solo al contingente ma deve essere in grado di procedere ad una revisione degli errori singoli e collettivi che hanno preceduto questo stato che oggi chiamiamo emergenza e, come tale, affrontiamo solo per riportare il tutto indietro nel tempo ma solo a un minuto prima che questa si svelasse. In realtà molti dei responsabili di quel che se non ha prodotto ma di certo ha favorito la crudezza della crisi, sono tra noi, senza escludere chi oggi denuncia questa stato delle cose. E questo non deve condurre ad un colpo di spugna teso a cancellare ma ad una revisione severa da parte di tutti dei modelli sui quali abbiamo formato la nostra vita.

Se ne vogliamo davvero uscire migliorati, se vogliamo davvero riprendere in mano il destino dell’umanità intera, se davvero amiamo la vita, dobbiamo cominciare da subito a costruire un nuovo progetto. Sarà una vera e propria impresa, anche perchè siamo certi che in altre parti del nostro pianeta, forse anche molto vicini a noi altri si stanno organizzando per riconfermare il loro Potere, accrescendolo e puntando non solo a riprendere le vecchie abitudini ma a costruire altra diversa progettualità per rendere maggiore l’ingiustizia sociale ed accrescere le disuguaglianze.

21 novembre DENTRO il lock down – la lezione di Gramsci

Sarebbe quantomeno opportuno in questo tempo in cui siamo maggiormente portati alla riflessione andare alla riscoperta di alcuni valori che, durante il lungo periodo dell’edonismo sfrenato cui ci siamo lentamente abituati (in realtà chi più chi meno ne ha usufruito) avevamo tralasciato di praticare. Sarà molto difficile una veloce e rapida presa di coscienza complessiva della nostra società, ma si rischia di dover fare i conti con le trasformazioni in modo molto più severo e drammatico man mano che si procederà giorno dopo giorno, settimane e mesi.

Dobbiamo renderci conto che da questo passaggio in poi nulla potrà essere come prima. E se dobbiamo anche continuare a far nostro quell’imperativo camuffato da “futuro” o futuro con desiderio di “imperativo” – “andrà tutto bene!” – che nella prima fase aveva accompagnato le nostre giornate, dobbiamo anche accogliere come prospettiva un profondo cambiamento del nostro stile di vita.

Verifichiamo quotidianamente (anche stamattina leggo un post  tristanzuolo pessimistico di una nostra amica) che non si accettano queste trasformazioni e si paventano in modo inappellabile privazioni accessorie del tutto superflue quasi inconsapevoli dei rischi profondi che si stanno correndo, quasi come si dovesse assistere ad una forma occidentale di Harakiri, un autolesionismo alla maniera dei lemming.

Troviamo davvero disdicevole che, soprattutto persone che posseggono doti intellettuali non comuni, non abbiano acquisito la consapevolezza dei propri limiti umani; lo trovo ancor più inaccettabile se si tratta poi anche di persone che posseggono una fede religiosa chiaramente espressa in tempi “normali”. Ecco! Certamente questi non sono tempi normali: ma nel “mondo” non ci sono stati dappertutto tempi “normali” come qui da noi. In altri luoghi hanno sofferto privazioni estreme: guerra, distruzioni, morti, carestie, epidemie. E’ come se i quattro cavalieri dell’Apocalisse abbiano voluto risparmiarci la loro visita “fino ad ora”.

Forse potrebbe anche bastare questa capacità di volgere lo sguardo sul resto del mondo, hic et nunc, oltre che heri nudius tertius, a renderci conto che siamo ancora tra i più fortunati. Dopo di che occorrerà affrontare tutto il prossimo futuro, facendo tesoro di una parte delle idee espresse da un nostro grande intellettuale, forse il più grande al quale alcuni di noi – a volte immeritatamente (a partire da me) – fanno riferimento: Antonio Gramsci. Forse sarà improprio ma applicare il motto, che Gramsci ricava da Romain Rolland, “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, può oggi essere utile, soprattutto se si condivida l’idea che i tempi che stiamo vivendo sono destinati a segnare un profondo mutamento nei costumi nello stile di vita nei modelli di sviluppo.

Scrive Antonio Gramsci in una nota del primo dei “Quaderni del carcere”:

“Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”  ed a noi sembra straordinariamente utile ad accompagnarci in questi giorni in cui possiamo impegnarci anche ad aiutare gli altri a sopportare le privazioni e ad attivare una ripresa consapevole per quello che troppo spesso solo in modo pedissequo chiamiamo “sviluppo sostenibile”. Quest’ultimo contiene invece proprio quegli esiti, diversi e lontani dagli stili di vita che abbiamo mantenuto in questi ultimi anni.

ESTATE 2020 – dopo Venturina su per Campiglia – parte 7 (per la parte 6 vedi 31 ottobre)

ESTATE 2020 – dopo Venturina su per Campiglia – parte 7 (per la parte 6….)

Ed è inoltre molto vicino a quello splendido carosello di ritratti di “donne celebri”. Ed è vicino al Corso principale, via Indipendenza. A pochi passi ci sono ben tre Supermercati; ma, salutando la gentile signora, “Le faremo sapere”,  diciamo anche a lei, come all’altra poco prima,  e “Ci attendono su a Campiglia Marittima verso le undici” guardando l’orologio che ormai implacabilmente ci avvertiva di essere in, pur lieve, ritardo.

Per Campiglia la strada da imboccare è poco distante da lì. Mentre saliamo su per i tornanti e la vista sulla pianura si allarga a dismisura fino a spingersi oltre le rive del mare da una parte della lunga spiaggia di Rimigliano con il promontorio di Baratti e Populonia, verso alcune isole dell’Arcipelago, come Capraia e Gorgona ed in lontananza la parte estrema settentrionale della Corsica est e dall’altra oltre Piombino. Intanto Mary chiama la signora Patrizia, ma il cellulare non sembra funzionare. Mi viene in mente di richiamare la nostra amica di Prato che ci aveva dato l’indicazione per Campiglia; ci fermiamo in un varco su per i tonanti e mentre ammiriamo il paesaggio la chiamo. Mi conferma che spesso mentre ci si muove per le stradine del borgo alto non si agganciano le linee; mi dice che cercherà Patrizia perché a volte è da un’amica. Dopo due minuti mi invia un messaggio su whatsapp: “Giuseppe chiama Patrizia perché ti sta chiamando ma scatta subito la tua segreteria telefonica….” e poi mi dà l’indirizzo ” è sotto casa in strada”.

Decidiamo di muoverci da dove siamo e di salire fino a su.

Arriviamo su e cerchiamo un parcheggio; nel mentre leggendo delle indicazioni ricordo che a Campiglia c’è anche un Campeggio, che qualche anno fa era gestito da una mia ex collega. Ma non c’è tempo per fermarci. Troviamo un parcheggio libero sotto la Rocca subito dopo la Stazione dei Carabinieri. Riprovo a chiamare Patrizia e questa volta sono più fortunato. Scopro che nel paese non è sempre facile il collegamento dei servizi telefonici, ma Patrizia finalmente è in linea e ci dà le indicazioni giuste per raggiungerla.

C’è dal parcheggio una lunga ripida scalinata. Utilizziamo il corrimano per aiutarci a percorrerla. Sulla sommità c’è una piazzetta sulla quale si trova il Teatro dei Concordi. Da quella si accede nel cuore di Campiglia attraversando una delle porte della Campiglia antica. E’ la via Buozzi che sale lievemente verso la Piazza del Mercato che si trova in alto a destra salendo: in una cornice teatrale rialzata e contornata da scalinate fiorite c’è uno spazio utilizzato come esterno di un bar. Attraversando un ultimo àndito ci ritroviamo nella piazza principale ricca di vitalità e di luoghi adatti alla socialità, Piazza della Repubblica. E’ l’ora dell’aperitivo prima del pranzo. Patrizia ci ha dato indicazioni e ci attende: non possiamo fermarci. Ci inerpichiamo per un’erta: è una stradina lastricata con grandi massi lisci che dovrebbero essere anche scivolosi nella stagione della pioggia e della neve; infatti ci sono dei corrimano da un lato che aiutano a non caracollare soprattutto in discesa. “Vedrete due cani sulla porta!” aveva detto la signora Patrizia. E infatti di lì a poco al numero civico che ci aveva indicato abbiamo intravisto le sagome dei due cani, che in modo corretto ci hanno salutato con un timido abbaio di ordinanza.

PACE E DIRITTI UMANI – XXVII- per la XXVI vedi 29 ottobre

Parte XXVII

Stiamo avvicinandoci alla data del 30 novembre. Il 30 novembre del 1786 fu promulgato e pubblicato il “Codice Penale Leopoldino” voluto dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo. Il 30 novembre del 2000 per la prima volta la Regione Toscana indisse la Festa della Toscana, collegandola a quello straordinario evento:
per la prima volta nella storia del mondo moderno venivano abolite la tortura e la pena di morte . Questi post riportano la trascrizione degli Atti di un Convegno molto importante che si svolse in quella occasione presso il Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato

Riprende la parola il professor Giuseppe Maddaluno:

Bene, grazie Attilio. In ogni caso, come si è compreso e visto i tempi, abbiamo finito gli interventi programmati, ma li abbiamo finiti cominciando; praticamente, come ha fatto, e ha fatto molto bene, Attilio Maltinti che ci ha posto delle domande. Sarà, dunque, compito vostro degli allievi come voi più sensibili e dei vostri docenti riportare in piena autonomia la discussione nelle classi, nelle Assemblee scolastiche.

Purtroppo credo che abbiamo dei grossi problemi stasera con i “tempi”, è interessante però quello che tu, Attilio, dicevi, ben collegato con tutto il resto che è stato qui proposto da parte di tutti gli intervenuti.                                                                                                                                                                                                 Però, rispetto a quello che dicevo in apertura, questo per noi è un inizio di un cammino, di un percorso: chiudiamo con delle domande, apriremo on queste domande i prossimi incontri. I tempi tecnici, a causa del ritardo che si è accumulato, sono piuttosto pressanti, perché dovrebbe partire il film e non appena finisce il film dopo almeno 15 minuti nella stessa sala comincerà il concerto, perché sono già le 17.30 e prima delle 18.30 il film non finisce, con 15 minuti di ritardo, speriamo di riuscire tecnicamente anche a fare questo, comincerà il concerto, che è altrettanto interessante e ci saranno tanti di voi che lo vorranno seguire, non dico che qualcuno sia venuto appositamente per loro, ma può essere anche così.

Io ringrazio tutti, speriamo di avere inserito degli stimoli, vi saluto per adesso, spero intanto che voi rimaniate ancora con noi a vedere il film e poi a seguire il concerto, e che siate nel pubblico presente ai prossimi incontri. Grazie. Buona sera.

Così termina la giornata dedicata alla Festa della Toscana del 30 novembre 2000.

Lo scorso 3 giugno del 2019 cominciai a pubblicare il testo dell’intervento che il prof. Giuseppe Panella svolse nell’occasione della celebrazione della Festa della Toscana, indetta per la prima volta proprio nell’anno 2000, il 30 novembre. In quel post iniziale elenco molti degli aspetti che quella occasione significò. L’input a pubblicare sul mio Blog quegli interventi mi venne spontaneo dalla prematura morte dell’amico Panella: anche per questo, desiderando solo riportare il “suo” corposo intenso intervento, avevo all’inizio escluso di inserire quello di altri, a cominciare dal mio che volli “omettere”. Strada facendo, però, ho pensato di aggiungere gli interventi successivi, oltre a quelli miei di coordinatore, sia quelli istituzionali sia quelli culturali. Anche per questo motivo ed al di là di una mia personale “vanità” aggiungo nei prossimi blocchi la mia introduzione, quella che avevo omesso.

Chi lo desidera può intanto consultare il post  di cui riporto lo shortlink

DENTRO IL LOCK DOWN – la Sanità e la Scuola

LA SANITA’ E LA SCUOLA

Nei mesi scorsi ho scritto una serie di post nei quali evidenziavo le ombre e le luci della Sanità toscana. Tra le “ombre” ponevo in primo piano le manchevolezze della parte amministrativa gestionale troppo legata agli apparati politici; tra le “luci” invece sottolineavo la cura, l’impegno professionale – innanzitutto – e quello umano – non secondario – degli operatori, tutti indistintamente. Se la Sanità funziona  lo dobbiamo a loro che tra mille difficoltà cercano di tappare le numerose falle del sistema. E’ infatti soprattutto questo che non riesce a funzionare; questo – il sistema – e l’assenza di operatori capaci tecnologicamente e numericamente adeguati a rinnovare i meccanismi di elaborazione e condivisione al massimo dei dati, a far funzionare le più avanzate e moderne tecnologie per velocizzare i processi.

Accade però che in molte occasioni, come d’altronde è accaduto anche a me, gli utenti si adattano a vivacchiare in contesti discutibili, che tuttavia passano in secondo piano, ed esprimono un grado di soddisfazione fermandosi a valutare in modo esclusivo le prestazioni sanitarie finali, quelle degli operatori con i quali si entra in diretto contatto. A volte avviene anche il contrario, ma è fuorviante e sbagliato, allorquando per i disservizi vengono attaccati proprio coloro che non ne possono e non ne sono responsabili.

Trattando pur in maniera superficiale il tema delle nuove tecnologie e la loro scarsa applicazione pratica a sostegno degli apparati “burocratici” (il termine è quanto mai come in questo caso doverosamente portato verso la sua accezione negativa) mi sovviene il tono di un post pubblicato sull’account di una mia amica

FUTURO
“ Non vorrei mettervi ansia ma tra dieci anni l’appendicite ve la farà un medico che oggi è alle superiori e sta facendo didattica a distanza in mutande davanti all’ Xbox mentre mangia merendine.

Abbiate cura di voi “

Molti negli ultimi tempi lamentano i danni che la DaD comporterebbe. Sono dell’opinione che questa “tragedia” farà crescere la preparazione digitale sia tra i docenti (la maggior parte dei quali sono “analfabeti” parziali o totali sotto quell’aspetto) che tra gli studenti. Condivido la preoccupazione collegata alle differenti basi economiche familiari da cui partono gli studenti ma il superamento di tali disuguaglianze deve essere compito prioritario dello Stato, doveva esserlo già da tempo, ma la tromba della Storia si è assunto il ruolo di svegliarci ed anche in questo tempo “non è mai troppo tardi!”.

Tutti siamo arrivati impreparati a questo “appuntamento” inatteso. Sarebbe ottima cosa se la classe docente e quella politica di riferimento settoriale si ponesse a disposizione per poter meglio  cogliere gli aspetti positivi. Troppi sono ancora abituati a interpretare l’insegnamento come un mero “travaso” di nozioni o poco più – se va bene – e troppi ancora sono abituti ad insegnare in modo esclusivamente frontale. Se leggiamo il giudizio di questo giovane che è riportato in un articolo de “La Repubblica” del 2013 potremmo pensare che in quel tempo si fosse nel lontano Medioevo: ma no! Non è cambiato davvero nulla da allora. E’ soltanto accaduto che la pandemìa ha scoperchiato la realtà. Il rischio, come spesso accade, è che, una volta risolto il “problema sanitario” (già si festeggiano i vari vaccini in arrivo), finisca tutto “in cavalleria”.

https://scuola.repubblica.it/sicilia-catania-lcspedalierisede/tema/gli-studenti-non-sono-vasi-da-riempire-ma-fiaccole-da-accendere-cosi-e-la-scuola-italiana/

In definitiva, e per ora, a quel post intitolato FUTURO risponderei con le immagini dei tre “DIRIGENTI” della Regione Calabria (ALTI Dirigenti!); sono il “MEGLIO” di quanto noi disponiamo. Potete pensare che abbia fatto bene loro la Didattica in presenza?

DENTRO IL LOCK DOWN – rassegnazione e assenza di speranza

DENTRO IL LOCK DOWN – rassegnazione e assenza di speranza

Non ho mai avuto desiderio di polemica in questi ultimi mesi; piuttosto c’è stata una sorta di rassegnazione che si è accompagnata però in modo contrastante ad una serie di proposte alternative molto legate ad un realismo concreto, formulato soprattutto in base a verifiche non connotate da forme ideologiche.

Ribadisco che la parola “rassegnazione” ha un sostrato per me insopportabile; non fa parte del mio carattere, del mio DNA. Pur tuttavia è collegata alla impossibilità di avere, in questo momento, ma – purtroppo – non solo in questo, delle speranze verso il futuro . Mi ritrovo a condividere molto tardivamente quel che diceva Pasolini in questa intervista ad Enzo Biagi del 1971.

L’ho scritto, l’ho detto, lo confermo: a questo Governo non c’è alternativa possibile; anche se questo Governo squinternato nella sua palese diversità interna non appare in grado di poter affrontare pienamente la crisi sanitaria e quella economica.

Allo stesso tempo, tuttavia, ho avanzato critiche e rimproveri, assolvendo al compito civile che anche il più piccolo uomo di questo Paese ha il dovere ed il diritto di svolgere. Utilizzo questo Blog a tale scopo.

Ho parlato della Scuola. Ci ho vissuto una vita ed ho conosciuto come è fatta la maggior parte degli edifici; ho anche verso la fine dello scorso millennio ingaggiato battaglie, contenziosi che sto documentando un po’ alla volta, proprio sugli spazi scolastici, sui criteri di sicurezza di questi (in un post scrivevo che in qualche caso venivano “stiracchiati” e adattati “alla bisogna”) e sulla protervia di alcuni amministratori, che seguono criteri incompatibili con la comune ragione. E sulla Scuola ho rilevato molte approssimazioni in questi mesi, molte più di quanto sarebbe stato logico attendersi da un Governo all’interno del quale vi erano “contestatori integralisti” verso il Potere (“Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” aveva detto il loro Leader tempo addietro) che lasciavano ipotizzare grandi cambiamenti. In realtà quella forma movimentista ha perso nel corso di questi anni, insieme alla forza propulsiva e innovativa, anche la metà dei suoi voti: e quest’ultimo aspetto non è affatto irrilevante; questo Governo è inevitabilmente non più rappresentativo. A poco serve consolarsi con il fatto che l’attuale Presidente del Consiglio abbia ancora un discreto sostegno popolare; quasi certamente fa parte di quella “rassegnazione”, quell’assenza di speranze alternative che caratterizza anche me.

Uno degli atteggiamenti che non mi è piaciuto sin dal primo momento dell’avvento in questo Esecutivo governativo della Ministra Azzolina è quello che emerge dai video qui sotto riprodotti. Non credo di essere colpevole di sessismo, e non voglio esserne sospettato minimamente ma non si può tollerare che un Ministro in carica attacchi in modo così virulente un Ministro che ha appartenuto allo stesso identico Esecutivo.

Mi sono sorpreso di questo atteggiamento e l’ho voluto giustificare per l’inesperienza della Ministra. Ma poi ho capito, abbiamo capito.

Quanto all’insistenza con cui ha chiesto di mantenere aperte le scuole ne parleremo ancora: ma – a chiusura di questo post – voglio dire che non c’era bisogno che lo confermasse il virologo Crisanti: è lapalissiano rendersi conto del grande pericolo di contagio prodotto dalla presenza degli studenti a scuola. Il virus è “invisibile” e contagia in modo anche (direi “soprattutto”) asintomatico. Chi lo accoglie lo veicola già in presenza, quando vi sono comunque masse di individui, e le mascherine diventano un inutile palliativo; poi lo trasporta con sé in giro. D’altronde, il tracciamento è “fallito” ed il virus ha dilagato in lungo e in largo per il Paese.

14 novembre – UN PROGETTO PER IL CINEMA – Prato 2 gennaio 1984 – pubblicato per intero (dal 5 giugno al 16 ottobre 2020)

UN PROGETTO PER IL CINEMA – Prato 2 gennaio 1984 – pubblicato per intero (dal 5 giugno al 16 ottobre 2020)

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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 – testo intero

Premessa datata oggi giugno 2020 (ad evitare fraintendimenti)

Ero a Prato dalla fine del 1982; mi occupavo di cultura cinematografica per l’ARCI, ero coordinatore regionale toscano e membro del Durettivo nazionale dell’UCCA, avevamo fondato ed aperto il Cinema Terminale “Movies”; avevamo deciso di mettere in piedi un progetto per il Cinema a Prato. Come spesso mi è accaduto, non ho mai voluto tergiversare intorno ai problemi; c’era qualcosa che non riuscivo a comprendere: si voleva fare ma non si sapeva come portare a compimento, realizzare tali progetti. Nella Introduzione trovate “subito” le perplessità, le preoccupazioni, anche se amaramente appaiono un po’ polemiche. Subito dopo, ad evitare che si potesse dire che non vi fossero idee e progetti, ci sono idee e progetti complessivi per la città di Prato.

Introduzione

Impegno preso, impegno assolto, questo di presentarvi un progetto (anche se modesto) per l’attività cinematografica a Prato, ed ho posto in esso tutto l’entusiasmo e l’interesse che ho per il cinema, con quel poco di esperienza che ho accuumulato in questi pochi anni. Tuttavia non vedo ancora quelle certezze che sono necessarie per un mio lavoro sereno, affinchè la mia collaborazione possa contare effettivamente, e servire. Personalmente, non ho alcuna frustrazione da cui riscattarmi attraverso ruoli culturali liberatori: ho un lavoro che mi soddisfa e mi impegna, una famiglia felice, un’attività culturale già intensa. Non sarebbe dunque il “Movies” di Prato a garantirmi la felicità, anche se mi interessa vederlo crescere. Esistono delle ambiguità elusive soprattutto sul piano organizzativo e delle incertezze ancora profonde sull’assetto operativo: poichè ritengo in maniera alquanto presuntuosa, di essere in grado di offrire una collaborazione attiva, e necessaria, non considero sufficienti le garanzie del nostro rapporto attuale sia sul piano della riuscita culturale sia su quello economico finanziario, per cui non riesco oggi a prevedere altra soluzione se non quella di ridurre la mia collaborazione allo stesso livello di gran parte dei soci fondatori del nostro Circolo, ricordandovi che ho impegni altrettanto seri ed interessanti a livello regionale e nazionale. Esistono delle pigrizie, che chiamerei assopimenti teorico-politici” che non posso condividere; e poi, cari compagni, a conti fatti, chi me lo fa fare! Consideratemi, tuttavia, in ogni momento a disposizione, laddove si voglia chiarire il tutto ed affrontare ogni questione in maniera più seria e globale.

Dopo questa parte “critica” (l’isolamento nella gestione del Programma che non riceveva consensi da parte del gruppo dei fondatori) ed “autocritica” (nel riconoscere di sentirmi inadeguato, ma orgogliosamente consapevole delle potenzialità che avrei potuto esprimere) non rinuncio ad affrontare gli aspetti culturali necessari per una migliore promozione della nostra proposta.
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UN PROGETTO PER IL CINEMA Prato 2 gennaio 1984 seconda parte (per la “prima” vedi 5 giugno)

Lo “stato del Cinema”

Intendo soffermarmi, anche se solo brevemente, su alcune considerazioni di carattere teorico, che appaiono necessarie a delineare il quadro della nostra realtà e della nostra società entro il quale intendiamo agire per sviluppare le basi per un suo rinnovamento, per un suo miglioramento.
Personalmente ritengo che tutte le premesse teoriche possano servire a riempire molte pagine, ma siano inutili, vuote ed ipocrite senza un progetto serio di attuazione pratica che le sostenga: è inutile quindi affastellare argomenti su argomenti, citazioni su citazioni, è inutile ripetere le stesse idee, spesso le stesse frasi, ormai rese degli “slogan” pronti ad ogni uso, è inutil soffermarsi a far grandi, e quasi sempre uguali, valutazioni sullo “stato delle cose”, è inutile preconizzare mutamenti sociali in positivo senza offrire un progetto di cambiamento effettivo della realtà con la partecipazione attiva delle masse. E certamente, cerchiamo di capirci, quando scrivo “masse”, intendo non una massa di persone indistinte, ma un gruppo sempre più largo di persone coinvolte e a loro volta coinvolgenti, interessate ed interessanti, stimolate e stimolanti, che partecipino con pari dignità , con pari meriti e responsabilità alla gestione dell’Azienda.

Diversamente ci troveremmo di fronte ad un progetto che, pur prevedendo il contributo della gente, in effetti tende ad emarginarla, a renderla soggetto piatto e passivo solamente e privo, se non altro, di capacità analitica. Nello stesso momento, dunque, in cui mi accingo ad esprimere mie opinioni su questa nostra realtà, cerco di sintetizzare teoria e prassi dell’intervento che andiamo a compiere.

Ci troviamo di fronte ad una situazione, soprattutto quella italiana, per quanto riguarda il “cinema” e proviamo ad analizzarla. Questo settore attraversa uno stato di crisi che si trascina da anni ed ha una doppia natura: di idee e di spettatori. Se da una parte le due accezioni praticamente sintetizzano una situazione particolarmente drammatica, che si concretizza poi in una continua e sempre più irreversibile chiusura di sale cinematografiche, dall’altra un nuovo settore viene ad essere privilegiato, quello della televisione, canale di diffusione dei materiali filmici, scelto sempre più frequentemente dagli stessi produttori, come stanno ad attestare le recenti messe in onda de “Il Conte Tacchia”, “Il Marchese del Grillo”, “Il tempo delle mele”, quest’ultimo poi ritirato “in extremis” dalla casa di produzione francese GAUMONT.
Tutto questo si verifica in un contesto, più volte denunciato dalla nostra Associazione, che si caratterizza pr una assenza legislativa colpevole da parte di governi latitanti ed irresponsabili, che non riescono da una parte a costruire una legge sulla cinematografia che sia al passo dei tempi (ma l’iter di una qualsiasi legge di riforma nella nostra storia parlamentare ha raramente permesso di fornire una risposta adeguata ai bisogni reali della gente), dall’altra ad emanare nuove disposizioni che regolamentino l’attività delle televisioni private e che colpiscano duramente quei “network” che trasgrediscono le regolamentazioni preesistenti.

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UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984
Parte 3 (per la seconda parte vedi 24 giugno)

La crisi che attanaglia il settore cinematografico ha riferimenti complessi, che già ricordavo, e se il calo degli spettatori è collegato alla caduta di idee nuove ed appetibili, queste ultime vengono meno di fronte al calo “culturale” degli spettatori. Così assistiamo da un canto alla disponibilità, da parte di produttori interessati al guadagno (che è la differenza in più tra le uscite e le entrate), ad investire capitali che sarebbe anche troppo generoso chiamare di serie “B”, dall’altro canto si verifica che alcuni giovani autori con idee non del tutto disprezzabili abbiano una notevole difficoltà ad affermarsi senza un supporto produttivo e pubblicitario che li sostenga adeguatamente. E’ anche vero che alcuni di questi autori nelle loro prime prove , anche sostenuti da apparati di buon livello, hanno fortemente deluso ed hanno creato, vedi Venezia giovani, una accanita caccia al giovane autore da parte dei numerosi critici, che hanno sparato senza pietà i loro strali acuminati sulle pagine dei quotidiani e delle riviste specializzate.
Parlare di crisi di idee , privilegiandola nella scelta del maggior responsabile di questa caduta, può essere tuttavia fuorviante e scarsamente realistica, perché sarebbe utile spiegarsi come mai film sostenuti da un impianto narrativo assai banale o addirittura inesistente, vedi in qualche modo “Flashdance”, riescano ad ottenere incassi favolosi e come mai alcune scelte di serialità, partendo da un’idea nemmeno troppo originale e geniale, forniscano guadagni da capogiro ai suoi realizzatori. Pur non avendo intenzione in questa occasione di approfondire tali tematiche, io sono convinto tuttavia che non manchino nè idee nè spettatori (in maniera potenziale, si intende) e che questa crisi sia dovuta essenzialmente al vuoto di sotegno, incoraggiamento e proposta politica di cui accennavo pocanzi. All’interno di questa crisi, molto importante e fondaentale si rivela il compito delle associazioni e dei circoli di cultura cinematografica e la loro politica culturale può costituire, pur nella sua umile modestia, un riferimento concreto per quelle istituzioni cui prima di tutto è delegata la salvezza dell’arte cinematografica nazionale e la sua competitività sul panorama internazionale.
Il ruolo delle associazioni e dei circoli di cultura cinematografica è notevolmente cresciuto in questi ultimi tempi, proprio in quanto sempre più alta si fa la richiesta – corrispondente di solito alla chiusura di molte sale periferiche e di alcune anche centrali – di usufruire di una produzione medio-alta, che cozza apertamente contro la politica gestionale di moltissime sale normali. Pare che lo spettatore di media cultura sia complessivamente interessato a seguire un certo tipo di produzione cinematografica culturale in alcune sale, tipicamente denominate “d’essai”.
Questo sembrerebbe confortare in partenza il nostro intervento, anche se la tendenza potrebbe invertirsi, anche se non può essere provato anticipatamente quale sarà la rispondenza effettiva nella nostra specifica realtà, dove già è in attività una sala con caratteristiche affini (la Sala “Borsi”); ed è per questo che occorrerà caratterizzarsi fortemente sul piano di nuovi progetti, è per questo motivo che occorrerà analizzare le assenze culturali ormai consolidate o appena evidenti in un territorio tutto sommato provinciale come è questo nostro di Prato, ed affermare necessariamente in contrasto ma anche come contributo culturale il nostro ruolo propositivo e creativo……

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UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984
Parte 4

Ne deriva che non vi è alcun bisogno comprovato di aprire una nuova sala cinematografica, che affronti in maniera banale e solita la gestione della sua programmazione, riuscendo anche, perché non augurarcelo, ad ottenere un certo successo quanto all’affluenza del pubblico e, di riflesso, alla generosità degli incassi, ma senza fornire alcuna risposta seria ed adeguata alle attese nuove che un pubblico più studiato da vicino, maggiormente coinvolto e stimolato ad esprimere le proprie esigenze, i propri interessi culturali, potrebbe mettere in evidenza con laggiore forza e chiarezza che nel passato.
Due livelli di proposta
Esistono dunque due livelli di intervento: il primo che chiameremo “minimo” si potrebbe identificare, ad esempio, con il “BORSI d’essai” e, peggio, con una sla di tipo parrocchiale, dove unico interesse imperante è programmare, anche se lo si fa in maniera soggettivamente intelligente e funzionale ad un proprio progetto di intervento; il secondo che chiamremmo “massimo” dovrebbe invece comprendere una forma culturale più complessiva, aperta alle istanze ed alle sollecitazioni esterne, quando esse si caratterizzino particolarmente per essere interessanti dal punto di vista sociale e politico e legate ad uno specifico intento culturale, soprattutto nel quadro di interventi di educazione permanente rivolti ai più diversi soggetti sociali (studenti, operai, giovani e giovanissimi, anziani, etc…); occorre altresì essere capaci di creare un centro di studi cinematografici che abbia anche la possibilità di fornire materiali filmografici e critici di prima mano e che sappia diffondere, oltretutto, il gusto e la passione per l’arte cinematografica, riuscendo a diventare centro di raccolta e di diffusione delle iniziative più importanti e culturalmente più convincenti. E’ a questo ultio livello di intervento cui il nostro gruppo deve pretendere di pervenire, non può accontetarsi di raggiungere l’obiettivo “minimo”. Certamente, non intendo nè trovare la soluzione della crisi cinematografica, nè assumere il compito di insegnare agli altri come si fa a costruire e sorreggere l’attività di un circolo di cultura cinematografica che funzioni; intendo solamente “sfondare porte aperte” che molti non riescono a vedere e spero non siano un semplice e personale miraggio; cioè vorrei capire e ricercare insieme a voi, come si è già da qualche tempo, ma sporadicamente e disorganicamente, cominciato a fare, come si può e si deve lavorare per ottenere risultati dignitosi ed interessanti in un circolo di cultura cinematografica, ben altro dunque rispetto a tutto quello che finora è stato fatto dalle nostre e dalle altre Associazioni qui a Prato.
Potremmo accennare anche, e perché no, ad un progetto “intermedio”, ma forse non ne vale la pena, soprattutto perché mirare al progetto “massimo”, che comunque potrebbe essere utopistico, ci garantisce parzialmente nella convinzione che, vada come vada, si potrà pervenire ad una posizione “media” del tutto nuova, anche se non ottimale, in questa nostra realtà.
Le “assenze”
Occorrebbe dunque “in primis” innestarsi sulle cosiddette “assenze”: ne ho voluto evidenziare cinque, ma possono essere nè così tante nè così poche, sarete voi a confermarlo. Le assenze: un problema che pomposamente ed in maniera particolarmente ristretta si potrebbe chiamare “di scenario”. Uno scenario molto poco esaltante, in verità leggermente squallido e deludente.

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UN PROGETTO PER IL CINEMA parte 5 (per la parte 4 vedi 24 luglio)

Se si pensa che fra qualche anno Prato diverrà provincia ed oggi (ndt. Siamo nei primi giorni del 1984) si discute ancora (ma lo si fa davvero?!?) se aderre o meno ad una “proposta” di rivista culturale, l’argomento viene “snobbato”, se ne sminuisce la portata, non se ne vuole tener conto, si lascia che cada nel dimenticatoio o al massimo con argomentazioni scarsamente convincenti ed altrettanti colpevoli silenzi. E’ solo un aspetto di questo “scanario” che trovo di fronte, tremendamente “provinciale”. Se si pensa all’esistenza di un’ARCI in positiva crescita, finanziariamente florida ed in grado di autogestirsi, che però non riesce ad occupare “realmente” quel ruolo politico di protagonista nella trasformazione e nel rinnovamento della società, con il rischio, grave sotto l’aspetto politico, di essere protagonista nella conservazione, si ha anche la risposta ad alcuni dei quesiti drammatici ed allarmanti posti da qualche compagno nel corso di quei dibattiti pre congressuali di fronte ad un documento – quello dei “Temi” – che non offre, con la volontà dichiarata di costituire una “traccia che dovrà arricchirsi”, con la promessa di voler garantire a tutti coloro che interverranno nel corso del dibattito una positiva maggiore libertà, progetti, orientamenti, obiettivi concreti, mentre sarebbe importante per un gruppo dirigente che si rispetti il prospettare in maniera molto più ampia e precisa come la pensi e quali risposte dare alla crisi complessiva della nostra società, quale ruolo assumere per controbattere più efficacemente possibile l’inaridirsi dei rapporti sociali, senza abbandonarsi alla mera spesso arida gestione dell’esistente. Non può bastare la sintesi degli interventi, spesso molto pochi e poco articolati, per compilare poi un eventuale documento programmatico conclusivo del Congresso; ma occorre essere effettivi “dirigenti”, non solo accettando le critiche, e valutandole, soppesandole, valorizzandole, ma offrendo già in partenza un’analisi meno indulgente verso lo stato attuale delle cose, impietosa verso la nostra realtà, anche quando questa ci ha coinvolto e ci coinvolge direttamente. Occorre prospettare anche un miglioramento della gestione politica, la quale non può essere limitata ad interventi disorganici – anche se corretti formalmente – sulla pace, sui problemi sociali, sulla cultura, sull’economia solo per mantenere una semplice dignità di facciata: occorre agire invece nel profondo di questa società e , per far questo, è necessario molto spesso guardare al di là della pura e semplice produttività finanziaria, che finisce quasi sempre per “mettere il cappello” su tutto ed in questo modo diventare prevalente. Di questa esigenza io trovo coscienza nelle parole di alcuni dirigenti, ma non ho ancora la certezza che a quelle corrispondano dei fatti veri, non “chiacchiere” giusto per coprirsi, e corrispondano delle convinzioni acquisite, non fosse altro che sul piano teorico.
Chiudo questa parte “de doléance”, riflettendo su come questa ARCI di Prato mi appaia come quelle famiglie “borghesi” arricchitesi recentemente ( non è forse uno degli aspetti delle realtà del modello di società che noi osteggiamo? ) che, inserite nell’ingranaggio del benessere acquisito “tout de bout”, non sanno nè possono tanto meno tornare indietro senza rinunciare a quei benefici onestamente e con fatica e sacrificio acquisiti; e, nel frattempo, hanno perso i contatti con i vecchi buoni amici – quelli che non sono riusciti a salire nel gradino dei ceti sociali – e non riescono ad amministrare i loro affetti ed i loro stessi sentimenti, smarriscono il senso della misura, non curano il rapporto con i figliuoli, cui non rimane che seguire, oltre alle orme dei padri si intende – ma in maniera spesso più spocchiosa, intrigante e provocatoria a causa della base di partenza più favorevole – la strada dell’abulia e della negazione dell’essere, quella della “nausea” e della rinuncia. Forse siamo ancora in tempo per cambiare (o perlomeno per tentare di capire!).

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UN PROGETTO PER IL CINEMA 6 (per la parte 5 vedi 2 agosto)

Uno straniero

E’ evidente che questo “scenario” lo si può guardare così bene solo dall’esterno: uno “straniero” lo può fare! E, quantunque io mi ostini a considerarmi dei vostri, non mi è parso affatto che ufficialmente, che chiaramente vi sia da parte vostra – si dice, per aride ragioni burocratiche e gerarchiche – un pur semplice riconoscimento in tal senso. Durante quest’anno di permanenza a Prato ho sempre offerto impegno e disponibilità, trovando scarsissima disponibilità e pochissime soddisfazioni e, quando qualcuno argomenta sui risultati che non sono venuti, il mio pensiero corre a qualche chilometro di distanza (vedi Firenze, vedi Empoli –soprattutto-), dove lo “straniero”, pur rimanendo tale, in una realtà tutto sommato non diversa da quella di Prato, con una struttura cinematografica, l’UNICOOP, già attiva da anni, con un gruppo dirigente preparato e consolidato (BALDESCHI, BERTI, PAGLIAI, ecc…), ha contribuito in prima persona a realizzare due rassegne, il cui significato e la cui garanzia e serietà professionale non sono certo riconosciute soltanto dal sottoscritto, presuntuoso impenitente. E’ giustificabile, almeno lo penso, che il mio atteggiamento negli ultimi tempi sia diventato nervoso e guardingo e mi convinco sempre di più che non valga la pena lavorare – anche per una causa così onesta e disinteressata, per qualcosa che si è visto nascere e che si vorrebbe veder crescere – senza ottenere delle garanzie, delle rassicurazioni, dei riconoscimenti morali. E di fronte a questa disillusione, che anche io spero possa svanire al più presto, il mio pensiero si svolge su toni di elevato pessimismo.
Ritorniamo alle “assenze”
“Arrogante e superficiale, spregiudicato e impavido, anche se consapevole dei propri limiti ma pronto a vendere anche del fumo”: la differenza fra me e molti altri potrebbe essere questa: io non faccio velo nè dei miei pregi nè dei miei difetti, non mi piace la falsa modestia; altri nascondono anche i loro pregi, alcuni per giunta rimuovono i loro difetti per una sorta di autodifesa, altri li celano a bella posta, in mala fede, ma in fondo per il potere ucciderebbero anche la loro madre, per parafrasare un illustre toscano. Ed è proprio nel Machiavelli che, per altri versi, bisogna ricercare un’indicazione organizzativa – un misto di spregiudicatezza, prudenza ed intelligenza – per la nostra attività cinematografica.
Stavo accennando poco fa alle “assenze” ed ho messo in evidenza quelle politicamente più grandi ed importanti – ci riguardano molto da vicino – ma forse anche sono limpide e più – come dicevo prima – rimosse dalla nostra coscienza. Esistono però altre “assenze” a Prato che direttamente ed indirettamente sono legate ad un nucleo così importante come la nostra Associazione. E qui, analizzando la realtà in maniera personale approfondirò indirettamente anche la tematica del presunto provincialismo pratese.
Avevamo parlato di cinque “assenze”:
1) A Prato risulta “assente” un centro promotore e coordinatore di attività culturali cinematografiche, manca fino ad ora nella volontà politica dei vari gruppi operanti sul territorio una scelta di questo tipo, anche se, per vie settoriali, c’è un gruppo che si interessa dei rapporti tra Cinema e Musica ed un altro che interviene periodicamente sul tema “Cinema e Fumetti”………..

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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 – parte 7 – per la parte 6 vedi 11 agosto

Esistono poi alcune sale, dove si proiettano film commerciali detti “per famiglie”, che però niente hanno a che vedere con un approfondimento della storia e della tecnica del cinema. Se, però, si calcolasse una tipica ricerca di mercato la necessità di coprire questa assenza, sulla base di dati facilmente rilevabili dalla frequenza nell’istruzione superiore ed universitaria dei giovani, dall’attività scolastica svolta negli ultimi anni intorno all’arte cinetografica ed affini, dalla frequenza ed afflusso dei giovani pratesi nei locali cinematografici della città e della provincia (in particolare Firenze), dall’interesse che nei quartieri e nei vari Circoli ricreativi e culturali, Case del Popolo ed affini, si mostrasse verso il Cinema e dalla domanda che va omogeneamente aumentando quanto alla conoscenza di quest’arte, si potrebbe avere la netta sensazione che risulta indispensabile – anche se in ritardo – intervenire per ottemperare a questa richiesta complessiva con la creazione di un “Centro” che sia in grado di assolvere a questo compito;
2) Un’ulteriore “assenza” a Prato è data dalla inesistenza di uno studio approfondito sul “corpo vivo” dello spettatore cinematografico: è un’ ”assenza”, la seconda, molto legata alla prima. Abbiamo di fronte, oggi, il problema di dover intervenire in questo settore e non sappiamo, se non in maniera approssimativa e soggettivamente parziale, quali sono le effetive preferenze dello spettatore medio e di quello – il cinefilo – che pure ci interessa più da vicino, non abbiamo valutato quali siano le ragioni – io le giudico frutto di provincialismo – che spingono lo spettatore medio alto ad emigrare temporaneamente nei cinema e cineclub fiorentini, disertando i locali pratesi rei – a loro dire – di programmare in ritardo le prime visioni e di boicottare volontariamente la produzione d’essai: la diserzione in campo cinematografico vale come reato quanto le altre (diserzioni). Ci interesserebbe conoscere la frequenza degli spettatori divisa per giornate e periodi, il passaggio delle pellicole, la durata della tenitura, la qualità ed il genere dei film presentati; sarebbe anche importante affrontare uno studio accurato delle motivazioni che costringono, negli ultimi anni, un numero sempre più alto di apettatori a disertare le sale (pigrizia fisica e mentale, riflusso, prezzo del biglietto, ecc..). Una ricerca utile non si limiterebbe solo a questo, perchè non credo di essere stato completo ed esauriente, ed interesserebbe anche altri gruppi che lavorano nei vari settori dello spettacolo;
3) Manca a Prato un progetto “ideativo e pratico” che affronti, partendo dalla conoscenza di questa realtà, tutta la problematica inerente ad un intervento serio ed incisivo nel settore cinematografico. Finora, mi è parso, sono stati realizzati interventi sporadici, disarticolati e molto settoriali, ai quali comunque mancava l’apporto di un progetto complessivo di analisi, il che ha contribuito a onfondere sempre più le idee anche a chi eventualmente cominciava a chiarirsele, ha frustrato l’entusiasmo di alcuni, ha prodotto un effetto negativo “a catena”, facendo in modo che venissero sovvenzionate spesso realizzazioni sporadiche che, oltre a non possedere un progetto solido alla base – come si diceva dianzi – erano, e sono, semplicemente “avventurismi” ai quali occorrerebbe negare qualsiasi consenso politico culturale.

Fine parte 7
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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 8

Ovviamente, mi riferisco ad interventi che non riguardano solamente il cinema. Se ben vi ricordate, scrissi una volta – all’indomani del convegno di Artimino del 25 e 26 marzo del 1983 – che non mi convincevano molto i metodi in uso ed i rapporti che intercorrevano tra l’Assessorato alla Cultura di questa città e le varie manifestazioni culturali; qui ribadisco il mio primitivo dissenso, dopo aver osservato per un anno con attenzione locandine e manifesti che pubblicizzano gli interventi e le partecipazioni di questa Amministrazione in campo culturale: mi piacerebbe conoscerne le linee di intervento. Questa è la terza “assenza” che preannuncia la quarta.
4) Quarta “assenza” – Appare chiaro che non esiste un orientamento preciso, un progetto, una tendenza di massima semmai, anche da parte di coloro i quali (istituzioni, organismi, persone singole) avrebbero questo compito di curare in maniera più precisa i rapporti tra l’immagine e la realtà, la comprensione e la lettura della realtà attraverso l’immagine, tranne che in tempi recenti per quel che attiene in modo particolare al settore della Fotografia, l’uso della tecnologia audiovisiva per una migliore conoscenza culturale. Intendo riferirmi agli Assessoratia alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione, alle organizzazioni politiche e sindacali, alle Associazioni culturali e ricreative, a quegli appassionati di cinema ed audiovisivi in generale, che agiscono in una realtà tutta personale, ammantata di eleganti sogni e mai concretizzata in un’esperienza pratica e comunicata agli altri; spesso questi ultimi, pur ricchi di esperienza, difettano di capacità comunicativa e di capacità direttiva ed organizzativa o, peggio, non si pongono neanche il problema: eppure esistono e sono preziosi come diamanti e tartufi.
Si pensi, ad esempio, ad un’Assessorato che tracci linee teoriche e politiche non solo, ma anche le linee di intervento pratico in materia di educazione all’immagine, che si ponga il problema delle nuove tecnologie in maniera seria e senza allarmismi semplicemente disorientanti, che apra un rapporto continuo e costruttivo con altri Enti e Istituzioni; sarebbe estremamente importante, ad esempio, partire con un censimento delle attrezzature e dei materiali filmici di cui sono in possesso le scuole pratesi per creare uno schedario delle disponibilità e verificare anche le attività che in ogni singola realtà sono state svolte negli ultimi anni e si svolgono tuttora, oltre che rilevare la capacità e la ricezione che ogni singola struttura presenta; compito di questa Istituzione, che potrebbe anche non essere un Assessorato, dovrebbe comunque essere quello di creare i presupposti per un corretto rapporto tra Cinema e Scuola, raccogliere la fiducia dell’istituzione scolastica ed avviare una proficua e duratura collaborazione con tutte le Istituzioni, scolastiche e non.
5) Quinta, e forse non ultima, “assenza” dovrebbe essere, a parer mio, quella che evidenzia la mancanza a Prato di un gruppo compatto ed il più possibile omogeneo che affronti questa attività cinematografica – che noi vogliamo intraprendere – con professionalità, con serietà e con un serio ed adeguato progetto di intervento, che sia di garanzia per la produttività e la riuscita dell’impresa. Questo, mi sembra, è presente nei desideri e nelle parole dei compagni che lavorano in diversa misura intorno all’ “idea”; ma occorre che le parole si trasformino in fatti reali, e ciò è una questione abbastanza diversa……..

Fine parte 8

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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 9

….Ci si può anche candidare ad essere punto centrale e terminale di tutte queste esigenze che, purificate dall’avventurismo, dal provincialismo e dal volontarismo esasperato, potrebbero essere ricondotte ad unità sotto la nostra sigla. Ma, compagni, ora come ora, occorre o uno sforzo di fantasia o un pizzico di intelligenza e di spregiudicatezza mista a conoscenza e professionalità oppure, ma senza escludere niente di quanto prima ho detto, qualche giovane in più che “lavori” concretamente su questo progetto e vi assicuro che scrivere e parlare è molto facile, il difficile è “fare”.
Queste le “assenze”, i vuoti che vanno colmati. Se si pensa di farlo, non basta l’impegno fin qui profuso; se si pensa di non farlo, ci siamo dette tante bugie, abbiamo parlato, e sognato, a lungo invano.

Le “presenze”

Poichè, nell’elaborare questa traccia, ho messo in evidenza la mia preferenza per un intervento di “massima, ritengo di dover aggiungere a queste considerazioni una parte più propriamente pratica con un elenco di “necessità funzionali”, di “operatori necessari” e di “presenze” che in parte già sono state poste in evidenza. Accanto alle “assenze” pongo, quindi, delle “presenze”; esse sono, a parer mio, almeno tre e le elenco velocemente: 1) Il Circolo “MOVIES” ed il suo nucleo dirigente fondatore con il suo progetto, peraltro in via di formazione; 2) Una esigenza fondamentalmente attiva e stimolante da parte del pubblico; 3) Una pressante richiesta, pur se molto spesso non formalizzata concretamente, ed un interesse sempre più ampio della scuola nei confronti delle nuove tecnologie e del Cinema, in generale.

Il gruppo dirigente: quello che c’è
Il grupo dirigente del Circolo, quello funzionale, secondo me, non esiste ancora (o, se esiste, è insufficiente a reggere il progetto di “massima”), in quanto su circa nove elementi che lo compongono sulla carta, solo due potrebbero garantire di impegnarsi sul progetto e non sono sufficienti; tre altri compagni potrebbero, comunque, garantire un impegno, ma sono già oberati di lavoro nell’organizzazione del complesso; sui rimanenti quattro non me la sento di pronunciarmi a pieno, in quanto, secondo alcuni, non offrirebbero – essendone consapevoli – sufficienti garanzie di un impegno continuativo, ed io d’altra parte, anche nel rispetto delle loro consapevolezze, conoscendoli molto poco non azzardo giudizi negativi: anzi!

Professionalità e volontariato
E’ proprio partendo da questo dato “oggettivo” che io ho iniziato a porre delle serie difficoltà ed ho avanzato continue perplessità sulla possibilità di realizzare, in queste condizioni, il progetto in cui intendiamo imbarcarci. Devo dire purtroppo che non ho ricevuto ancora risposte convincenti e che il mio atteggiamento naturalmente è sul guardingo e di riflesso non è incondizionato. Tra l’altro, poco si addicono i discorsi di alcuni compagni che parlano di “professionalità” e di “imprenditorialità” con altri discorsi che non prevedono neanche il recupero delle spese vive da parte dei collaboratori. Devo qui confermare il mio netto dissenso con quanti parlano appunto di “professionalità” e poi vorrebbero affidare la gestione del progetto in gran parte al “volontariato”: questi due termini non possono facilmente coincidere nella realtà (anche se molto spesso il volontariato si basa, soprattutto in questi territori, su criteri di sufficiente professionalità), perchè il volontariato può venir meno quando vuole dai suoi compiti e creare dei vuoti pericolosi e difficoltà letali per l’attività del Circolo….

Fine parte 9
Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 10 (per la 9 vedi…..)

Quanto a me, se la questione viene messa in questi termini, il mio impegno finirebbe per essere minimo e limitato – come quello, d’altronde, della maggior parte dei soci fondatori -; se invece si vuole prendere in considerazione il mio contributo come necessario e valido sotto il profilo prevalentemente collegato alle conoscenze culturali, lo si faccia pienamente, senza tentennamenti e senza ambiguità: certamente il mio lavoro dovrà essere posto a verifica e valutato, così come chiedo, però, che venga fatto per tutti gli altri dirigenti e collaboratori del “Movies”, procedendo anche con severità; ma quale pretesa di serietà e di severità può essere accampata se ci si basa esclusivamente sul lavoro volontario? Un progetto che si affidi al volontariato, o ha una base di partenza già molto sicura o non potrà mai volare molto in alto; deve accontentarsi di essere “minimo” rispetto alle attese e finirebbe per non apportare alcuna novità in questo panorama arido e bisognoso di interventi originali e culturalmente validi. In una realtà come la nostra, della quale si è già diffusamente altrove accennato, ci troviamo di fronte a varie esigenze che, affrontate con queste forze, ci potrebbero vedere perdenti. Andiamo per blocchi sintetici e schematici:
Il gruppo dirigente: ciò che ci vuole
Un gruppo dirigente che si rispetti dovrebbe enucleare tutta una serie di incarichi e di responsabilità da distribuire al suo interno con oculatezza e tenendo presenti le disponibilità e le conoscenze specifiche e considerando a fondo le caratteristiche progettuali di partenza e quelle peculiari di ogni singolo dirigente.
Il coordinatore
A capo di questa struttura dovrebbe essere posto un coordinatore, responsabile esclusivamente dell’attività del circolo cinematografico, l’unico a cui verrebbe corrisposto il pagamento di una somma fissa mensile. Il suo compito sarebbe quello di sovrintendere a tutte le operazioni, garantendo la sua presenza attiva in periodi prefissati, assumendosi la piena responsabilità della riuscita organizzativa e culturale e rispondendo direttamente di eventuali sfasature e deficienze della struttura, dovute a leggerezze, a sottovalutazioni, a inadempienze.
Il coordinatore in seconda
Accanto a lui io vedrei un secondo coordinatore che svolgesse, però, un compito di semplice supporto organizzativo, la cui entità sarebbe da concordarsi di volta in volta ed il cui ruolo dovrebbe essere quello di coadiuvare il primo coordinatore nell’esercizio delle sue funzioni. Ma questa figura non è del tutto necessaria; tra l’altro gli verrebbero corrisposti dei semplici rimborsi spesa, secondo le tabelle dell’ARCI oltre a degli incentivi sulla base dell’importanza del lavoro svolto e dai risultati, da concordarsi di volta in volta.
Il segretario archivista
Dovrebbe essere previsto un segretario archivista; il suo compito sarebbe quello di redattore di tutte le riunioni del Consiglio Direttivo e del Gruppo Operativo (cui sono demandate rispettivamente la realizzazione pratica delle linee d’intervento culturale e politico e quelle più propriamente pratiche ed operative), di conservatore e di catalogatore di tutto il materiale costituente la storia del Circolo (corrispondenza, tessere, indirizzi, manifesti, locandine, depliant, registrazioni in audio e in video, ecc….), di tutto il materiale bibliografico e filmografico di provenienza esterna (libri, cataloghi, articoli, recensioni, ecc….); sarebbe inoltre responsabile della cura dell’Archivio e della Biblioteca, il cui accesso dovrà per ora essere esclusivamente riservato ai soci “studiosi” iscritti al Circolo tematico.

Fine parte 10

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 11 e ultima (per la parte 10 vedi….) a breve il testo intero

Il programmista

Un’ulteriore figura ch va tenuta presente, molto importante, è quella del programmista, il cui compito è programmare tutti i film, tenendo presente bene le scadenze particolari sul calendario, mantenere i rapporti con le case distributrici e far preparare (e preparare egli stesso, semmai) il materiale di supporto critico. Inoltre spetta al programmista mantenere i rapporti con la stampa, con la pubblicità e con la tipografia. Non spetta a lui fare in modo che il materiale filmico (pellicole, affiches, materaile di propaganda) arrivi e parta dalla sede del Circolo, nè è responsabile per le inadempienze esterne ( case distributrici, tipografie, ecc…), nè per lo stato del materiale in arrivo nè per quello in partenza.
Rapporto con Enti e Istituzioni

Altro ruolo da considerare è quello di colui che dovrà mantenere i rapporti con gli Enti locali e le Istituzioni Regionali, con gli altri cineclub toscani e non, con il Consorzio Toscano Cinematografico e il Ce.d.Ri.C., con le Associazioni di Cultura sul territorio nazionale. Questi rapporti potrebbero però essere mantenuti da più persone, cioè il ruolo potrebbe essere scorporato e suddiviso, così come si potrebbe fare per tutti gli altri, mantenendo un minimo di omogeneità e di coerenza. Un ruolo così importante, ovviamente, deve essere assunto da persone che abbiano una certa conoscenza tecnica, giuridica e politica.

Rapporti con le scuole

Interessante è anche un compito che mi è stato sempre a cuore, ma che non rivendico come mio: curare i rapporti con le Istituzioni educative, con l’Assessorato alla Pubblica Istruzione per creare i presupposti di un contatto costante sulle problematiche riguardanti il mondo degli audiovisivi e del Cinema in particolare. E’ questo un settore di primaria importanza che necessita di una persona che da sola se ne occupi, soprattutto perché sarebbe riservata a lei (o lui) l’incombenza di programmare l’attività culturale per la scuola e per gli studiosi e i cinefili con alcune proiezioni particolarmente riservate sia anti che pome-ridiane.

Qualche cenno sul coordinatore del complesso

Non aggiungo altri ruoli: anche se non ho ancora parlato di colui che dovrà coordinare l’organizzazione nel suo “complesso” e che comunque si interesserà anche della sala cinematografica. Qualche cenno su questa figura: dovrà intrattenere rapporti economici e di lavoro con tutti quelli che saranno i nostri interlocutori e collaboratori ( operatore, case distributrici, tipografia, spot pubblictari, ecc…), dovrà fare in modo che il materiale arrivi e parta, che sia in buono stato ( o perlomeno nello stato in cui ci è stato consegnato ), è responsabile di tutte le scelte organizzative pratiche (botteghino, maschera, controllo sala, pulizia uffici e sala, ecc….)

Il tesseramento

Quanto al tesseramento, anche se ora le scelte potrebbero già essere state compiute, la mia idea era quella di emettere un tesserino del Circolo “MOVIES” dal costo simbolico di lire 1000 obbligatorio per tutti gli spettatori ( paganti e non ) e di riservare l’ingresso a biglietto intero ai soci del Terminale e del Movies e quello con lo sconto ai soci ARCI: altrimenti a cosa dovrebbe servire la tessera ARCI in una struttura che complessivamente vi aderisce, per un Circolo che viè chiaramente affiliato?

Una postilla molto personale

Detto tutto questo che, partendo da un punto di vista teorico, è arrivato a toccare anche aspetti molto pratici, quali – ad esempio – la divisione degli incarichi e delle competenze, le difficoltà, le necessità che troviamo di fronte a noi, occorre adesso provvedere a risolvere quei nodi che qui sono posti in evidenza e dare anche quelle risposte che qui vengono sollecitate. Non sono affatto convinto che si debbano attendere gli esiti delle tornate congressuali per rispondere ad una particolare esigenza da me posta sulla collocazione precisa che io dovrei avere nella futura struttura dell’ARCI di Prato e del “MOVIES: altrove il mio impegno è già richiesto in maniera precisa ed io devo quindi decidere nei prossimi mesi che e che cosa privilegiare. Fra le altre questioni, vado chiedendomi da un po’ di tempo se valga la pena, alla mia età, con un figlio in arrivo, mettermi a correre dietro ai miraggi per concretizzarli.
Se i prossimi incontri saranno più convincenti dei precedenti, se garantirete rispetto per il mio lavoro e la mia professionalità, se si capirà finalmente cosa si vuole fare, appronterò una seconda parte, ancora più pratica, di questo progetto, nella quale tenderò a chiarire come si possano costruire i rapporti esterni, che sono indispensabili a far crescere il prestigio e la conoscenza del nuovo Circolo e della sua struttura e quali siano le iniziative, come e con chi attuarle.
Prato. Li 02.01.1984

13 novembre – IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte prima

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI

– atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte prima

Da quel 2 novembre 1975 sono trascorsi 45 anni. Non si finirà mai di ricordare e ringraziare Pier Paolo Pasolini per la sua grande intelligenza, la sua capacità naturalmente profetica rispetto a ciò che, quando egli parlava, noi in tanti non eravamo in grado di capire, anche se “oggi”, e progressivamente nel corso di questi anni, quelle “parole” ci sembrano sempre più chiare. In più occasioni abbiamo voluto ricordare Pasolini ed anche su questo Blog grande spazio gli abbiamo riservato (nella ricorrenza dei 40 anni abbiamo coinvolto un forte numero di poetesse e poeti per un libretto collettivo ed una “performance” teatrale e abbiamo trascritto molti di quei commenti).

Come Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est del Comune di Prato ho coordinato una serie di interessanti iniziative culturali nell’autunno del 2005 nel trentennale dalla scomparsa. In primo luogo, essendo coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni coinvolsi i Presidenti delle altre quattro (Matteo Aiazzi “Centro” – Mario Barbacci “Nord” – Monia Faltoni “Ovest” – Gabriele Zampini “Sud”). Insieme decidemmo come muoverci e coinvolgemmo i due Assessori alla Cultura di Comune e Provincia, Andrea Mazzoni e Paola Giugni. Poi ci mettemmo in contatto con la Presidenza e la Direzione del Teatro “Metastasio” (in quel periodo c’erano Alessandro Bertini e Massimo Castri. Chiedemmo poi il contributo culturale del Polo Universitario PIN di Prato-Corso di Laurea Progeas diretto da Sandro Bernardi, che già aveva collaborato con me in altre occasioni (come nelle Giornate di studio intorno alla figura di Jean Vigo) e che accettò con entusiasmo; insieme a lui riuscimmo a coinvolgere il Presidente del PIN, Maurizio Fioravanti. Per promuovere la partecipazione “attiva” degli studenti delle scuole medie superiori chiedemmo un incontro con il CSA (quello che comunemente si chiamava Provveditorato e che poi divenne Ufficio Scolastico Provinciale): allo stesso tempo ognuno di noi mise a punto una serie di contatti con i Dirigenti scolastici del proprio territorio e con quei docenti più sensibili cui cominciare a rivolgerci. Contemporaneamente allargammo i nostri orizzonti a quelle strutture culturali già attive come l’Università del Tempo Libero “Eliana Monarca” (intitolata ad una docente e amministratrice eccelsa) che in quel periodo era presieduta dall’ex Dirigente scolastica Valeria Tempestini; e all’Associazione per il Lavoro e la Democrazia ideata e presieduta da un grande personaggio del Sindacato CGIL, Giuseppe Gregori, che negli anni appena successivi avrebbe ricoperto l’incarico di Assessore alla Cultura.

Sotto l’aspetto organizzativo ci fu fornito un sostanzioso sostegno da parte di giovani studiosi dottorandi di Storia del Cinema dell’Università di Pisa, tra cui menziono Costanza Julia Bani, Stefania Cappellini allieve del rpofessor Lorenzo Cuccu, con le quali avevamo già collaborato per un Convegno dedicato a Jean Vigo, ed un giovane fiorentino, allievo di Sandro Bernardi, Riccardo Castellacci.

Tra i gruppi teatrali di riferimento avemmo la partecipazione della Compagnia “Per l’acquisto dell’Ottone” (chiaro riferimento a Bertolt Brecht), diretta da Viviano Vannucci e Andrea Bianconi,  la Compagnia “Altroteatro” del Liceo Classico “Cicognini” di via Baldanzi, diretta da Antonello Nave e la Compagnia “Poetar Teatrando” del Liceo “Copernico” diretta dalla professoressa Angela Pagnanelli.

Una delle riunione organizzative in preparazione degli eventi. Tra i presenti si vedono distintamente Giuseppe Gregori, Mario Barbacci , Benedetta Tosi, Evita Milone, la preside Valeria Tempestini, Roberto Carlesi. Di spalle Andrea Coveri e Maurizio Fioravanti

….premessa fine parte prima…..