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LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

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LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

La Sinistra non c’è anche se dei piccoli pezzi di società qua e là possono cercare di ricomporla. Questo è il nostro obiettivo

Vorrei evitare polemiche e concentrare tutti gli sforzi verso la costruzione di un Programma di Governo della città che vogliamo che tenga conto di tutti gli elementi positivi già presenti, come eredità del lavoro di centinaia di compagne e compagni, che negli ultimi anni hanno visto disperdersi il loro impegno. Innanzitutto vi è stato l’abbandono dei luoghi del confronto, con progressivi attacchi da parte di chi sentendosi sicuro dell’appoggio potente e facendosi forza l’un l’altro hanno umiliata e disconosciuta l’importanza della partecipazione. I Circoli si sono rapidamente desertificati, le occasioni di popolo come la Festa de l’Unità ridotte a poco più che kermesse autoreferenziali di piccolo cabotaggio politico e culturale.
La Sinistra non c’è, posso anche essere d’accordo. Di certo non c’è in quel gruppo di potere che si chiama PD. Tuttavia c’è ancora tanto bisogno dei valori della Sinistra ed è necessario che qualcuno si avvii a farsene carico. Un nuovo modo di interpretare le istanze della gente, pensando soprattutto a quella parte più debole, che da tempo non ha difensori. Non lo possono essere i distruttori di pace, né tantomeno coloro che promettono senza nemmeno conoscere i propri limiti.
Non dobbiamo avere la presunzione di realizzare utopie, ma certamente dobbiamo ispirare il nostro lavoro verso la più alta vetta della giustizia, quella sociale, andando a combattere le differenze soprattutto quelle macroscopiche ed ingiustificate, soprattutto immeritate.
E allora andiamo avanti nella costruzione di un nuovo progetto che parta dal basso, cominciando a sostenere gli interessi dei più poveri, degli emarginati. Cominciamo ad ascoltare, non a farsi ascoltare e farsi imbrogliare ed imbrigliare da venditori di tappeto vecchi e nuovi.
Non dobbiamo inseguire le baggianate che ci racconteranno; le persone che incontreremo devono avere fiducia ma non collegabile a promesse: devono sentire che siamo davvero sinceri. Gli altri alzeranno il tiro come sanno fare, ben consapevoli tuttavia che non possono soddisfare quelle esigenze perché sono troppo compromessi, non solo i vecchi ma anche i nuovi e novissimi politici politicanti. Ma si sforzeranno in quella loro azione narcisistica guascone ed istrionica di far credere di essere in grado di farlo.

Joshua Madalon

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

Ma, dopo tutte queste belle sorprese, dov’era Salvatore? E chi era costui?
In una delle strade il cui nome si sviluppa intorno ad una fantasia creativa ma beneaugurale, Vico Giardinetto, e collegabile alle caratteristiche del personaggio che andremo a conoscere, c’è una bottega, all’apparenza disordinata e polverosa. L’insegna la identifica come MINIERA. E tale è!

Miniera

Simona si affaccia mostrandosi alla vetrata. “Sì, c’è. Salvato’ comme staie?” e ci invita ad entrare. Il gruppo è numeroso ma il giovane che appare vuole rendersi prima conto della consistenza e poi ci invita a scendere giù nella bottega vera e propria. In un primo momento pensiamo che il “luogo” sia solo quel piccolo spazio un po’ mal messo, ma quando si scende man mano ci si rende conto dell’ampiezza del locale e della sua profondità. Ci rendiamo conto che si tratti di una delle “cave” tipiche della Napoli tufacea anche se luminosa ed in un certo modo ordinata. Non appena siamo in ordine riappare Salvatore, una sorta di Alessandro Siani un po’ dimesso a causa di una febbre che lo ha colpito, dopo una sua breve incursione in quel di Venezia, città di cui non parlerà molto bene sottolineandone la tradizione mercantile che ancor oggi la caratterizza.

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La nostra guida ha tenuto nascosto per garantirci una sorpresa quelle che sono le peculiarità dell’impegno del ragazzo che stiamo conoscendo. Lui ci racconta parte della sua storia, di reietto o in ogni caso di aspirante tale, che lo ha portato a conoscere come tanti altri giovani come lui il carcere, la droga, la violenza. Lui in qualche modo ha saputo poi mettere in pratica ed in modo positivo la tipica filosofia napoletana dell’arrangiarsi. Certamente si ricorda, in senso negativo, quella invenzione della cintura dell’automobilista praticamente disegnata direttamente sulla maglietta o su altro indumento superiore. Ma quello è un caso che può far sorridere ma non è utile davvero. Invece, facendo tesoro degli scarti, che sono sempre più abbondanti e spesso ingombranti le stradine dei quartieri, ne ha ricreato l’uso sotto altra forma, inventandosi la “Riciclarte”. In questo “lavoro” ha cominciato a coinvolgere altri ragazzi come lui, destinati diversamente a vivere ai margini negativi degli ambienti degradati della città, facendo sviluppare in loro la creatività. E’ un uomo umile ma determinato “Se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti. Ogni giorno cerco di trovare dei giovani a cui insegnare il mestiere di falegname per dargli una prospettiva lavorativa che non sia la strada e la delinquenza”. Con loro raccoglie materiali di scarto e li trasforma in cestini per la spazzatura, resi artistici con disegni colorati, ha costruito panchine artistiche partendo da assi di legno e letti abbandonati sulla strada, ha prodotto insegne sia per indicare esercizi commerciali e luoghi di interesse storico ed artistico sia per indirizzare il turista un po’ sperso tra vicoli strade e vicoletti. Ha incoraggiato peraltro la produzione di “arte di strada” da parte di giovani writers. Interessanti sono i volti ritratti di Maradona e di Giancarlo Siani, il giovane giornalista ucciso dalla camorra.

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Salvatore parla di sé e della sua mission che ormai è diventata un vero e proprio lavoro, sociale, culturale, artistico. La sua però non è un’impresa facile, anche perché non sempre le istituzioni posseggono la giusta sensibilità e ci parla di grandi difficoltà, anche perché il ragazzo è orgoglioso, giustamente, e non vuole scendere a compromessi che lo vincolino poi a delle condizioni che snaturino poi i suoi obiettivi. Occorre seguirlo anche da lontano per coglierne le potenzialità e copiare le buone pratiche esportandole nei nostri territori.

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3


Sulla base della piazzetta c’ è un rettangolo piastrellato leggermente rialzato, sotto il quale si apre celato oggi alla nostra vista uno dei tanti pozzi-cave di tufo utilizzati come rifugio nel corso della guerra ed in altro modo prima e dopo di essa. La “Napoli sotterranea” è diventata celebre dal punto di vista turistico e meriterebbe altra escursione per tutti noi. La guida, riferendosi alla caratteristica conformazione tufacea del terreno, ci spiega il motivo per cui i palazzi si siano sviluppati in altezza piuttosto che in orizzontale sul territorio.
Proseguendo nella passeggiata “parlata” ci si ferma per un caffè in uno dei piccoli bar locali proprio accanto a Vico Conte di Mola. E’ l’occasione per accennare alla storia dei “cafè chantant” francesizzanti ma esclusivamente “napoletani”. La moda del “can can” del “Moulin Rouge” aveva coinvolto anche Napoli e, a due passi dal luogo dove ci si è fermati c’era fino a pochi anni fa (ne ho memoria personale”) il Salone “Margherita” teatro dove per l’appunto ai miei tempi si svolgeva attività di avanspettacolo nel quale si impegnava il fior fiore della “sceneggiata” e si esibivano procaci ragazzone a mantenere alto il morale di marinai di stanza nel porto e ragazzotti che avevano preferito esser là piuttosto che a scuola. Non era un luogo adatto a me ma per ragioni di studio socioantropologico mi rammarico oggi di non averlo mai frequentato.
Il Conte di Mola come luogo è menzionato in una delle canzoni più celebri dell’avanspettacolo locale, nota però ormai a tutto il mondo: “Lily Kangy”.

Nel testo di quella che chiamiamo “sciantosa” (dal francese “chanteuse” cioè cantante) c’è il riferimento a questa pratica che si basava sul rifiuto di avere “personale” straniero – francese – sui palcoscenici che tuttavia avrebbe dovuto imitare il più celebre “can can” e Lily afferma di essere in grado, pur se nata al vico Conte di Mola, di imitare le più titolate sue rivali, facendosi scambiare o per francese o per spagnola.
E c’era anche la più locale “Ninì Tirabusciò”, nome inventato che si riferisce al “cavatappi” tradotto in francese maccheronico, che ha dalla sua l’invenzione della mossa”.

Girovagando poi si parla dell’attività di molte donne dei “bassi” ora non più praticata così come lo era quando me ne narravano le “gesta” alcuni miei amici un po’ vecchi e scafati di me. Nella “tradizione” socioantropologica sostavano discinte e scosciate davanti ai loro usci. Famosissimo è il personaggio creato da Raffaele Viviani, quella “Bammenella ‘e copp’e Quartiere”, che ha attratto l’attenzione di molti di noi appassionati di teatro.

Sempre riferendosi a questi luoghi Simona ci mostra due stradine, due vicoli, anzi un vicoletto ed un vicolo che riportano lo stesso nome, “Tofa”.
Un’avvertenza è d’obbligo: non utilizzate questo termine nei confronti di altri e soprattutto di “altre”. “Tofa” in realtà è una conchiglia di mare utilizzata per emettere un suono prolungato come le “trumpette” della festa di Piedigrotta; ma a causa dei “luoghi” di cui sopra la parola è traslata, trasmigrata a significare “poco di buono”, una poco di buono, per cui “Si’ ‘na tofa” è offensivo.

…fine parte 3….

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1 e 2

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1

“Speriamo che Salvatore ci sia!” la nostra guida mentre ci accompagna lungo le stradine dei Quartieri Spagnoli sembra quasi parlare tra sé e sé.

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Ci aveva dato appuntamento all’altezza di una pizzeria all’angolo di via Chiaia. Dopo un caffè al bar del San Carlo, visto che eravamo in anticipo siamo arrivati al luogo convenuto. Le responsabili di Insolitaguida erano già là insieme ad un piccolo gruppo di persone. Simona ci riconosce e partono i convenevoli. Sbrighiamo le pratiche e ci fermiamo lì a due passi dall’assembramento momentaneo. Mary ed io eravamo un po’ distratti dal controllare se la sede dell’Università Suor Orsola Benincasa venisse aperta; dovevamo chiedere informazioni su alcuni corsi, ma negli uffici sembrava tutto in ordine, illuminato ma non c’era ombra alcuna di impiegati.
In quel mentre un signore tra i settanta e gli ottanta, italiano sicuramente napoletano ben vestito a dimostrazione di un’appartenenza borghese ma con un evidente calo di fortuna, ci ha chiesto un aiuto. Ho frugato in tasca e gli ho porto un euro, rammaricandomi del fatto che si fosse umiliato così. Anche altre persone hanno contribuito subito dopo. Distratti non ci eravamo accorti che Simona aveva già preso il via su per la stradina accanto alla Pizzeria Brandi, quella della famosa “Margherita”. Siamo partiti all’inseguimento della coda del gruppo, per poter cogliere le prime indicazioni su cosa siano stati i Quartieri Spagnoli e sulla storia della pizza “ab ovo”.
Tra le stradine rese ancor più strette da auto parcheggiate e tavolini di alcune trattorie o arnesi vari di artigiani diversi, alcuni dei quali chiamati “zarellari”, il gruppo si snodava osservando i tipici “bassi” come quelli descritti da Eduardo in “Napoli milionaria” e “Filumena Marturano”, ma che erano assai lontani ormai da quel tempo. Eppure da queste parti avevo una vecchia zia di mia madre, vedova già negli anni Cinquanta e qualche volta da bambino c’ero anche venuto. Su alcuni muri accanto a questi “bassi” si possono leggere targhe storiche del Comune che dichiarano quegli ambienti non adatti all’abitabilità; anche se, oggi, a vederli somigliano a villette svizzere.

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Abbiamo visitato vecchi monasteri abbandonati e trasformati in decine di appartamenti decorosi che affacciano su corti arricchite da una presenza umana di straordinaria potenza. Passando accanto ai vari negozietti di vicinato Simona tenta di farci comprendere come mai non vi sia alcun segno di fallimento in questa pratica commerciale “Qui non ci sono i centri commerciali; la gente compra negli stessi esercizi nei quali compravano i loro nonni ed i loro genitori” ed io ci ragiono tra me e me: “Credo che la verità sia tutta nell’invecchiamento della popolazione fatta in maggioranza di gente che non possiede mezzi di trasporto, gente che non possiede grandi risorse e che trova un enorme vantaggio a rifornirsi da chi opera a stretto contatto e conosce i veri problemi di quel territorio”.
Abbiamo notato sugli angoli una serie di cartelli indicatori a forma di freccia, tutti realizzati con lo stesso stile. In tre di questi sovrapposti c’è scritto: CULTURA INTEGRAZIONE TOLLERANZA. Chiedo cosa indichino.

….fine parte 1….
Joshua Madalon
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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

Veniamo a scoprire come a realizzare quei cartelli sia stata la stessa persona di cui si parla all’inizio come forma di interlocuzione letteraria (“Chissà chi è ‘sto Salvatore?”). E Simona ce ne mostra altri che stanno ad indicare luoghi, strade, persone, esercizi commerciali.
I Quartieri appaiono puliti ed ordinati, ad eccezione del traffico di auto e motorini che tuttavia attendono pazienti il deflusso del gruppo. La realtà è ancora più sorprendente se si segnali la data della visita guidata, il 4 gennaio, a ridosso del rito liberatorio del passaggio di anno, che richiama alla mente altri passaggi significativi nel corso dei quali ci si libera dei panni vecchi per indossarne di nuovi. Mi riferisco all’abitudine di lanciare giù sulla strada qualche oggetto consunto o fuori uso per una sostituzione migliorativa. La nostra guida sottolinea questo cambiamento di mentalità, probabilmente collegato alle ristrettezze finanziarie degli ultimi anni e poi aggiunge “C’è tutto un impegno soprattutto in questo Quartiere ma non solo per un riciclo utile di vecchi materiali ed arnesi. Se c’è Salvatore, ve lo rivelerà!”.
Intanto proseguiamo il nostro viaggio a zigzag nei Quartieri. E’ quasi ora del pranzo, quasi perché non è ancora scoccato il mezzodì. Davanti ad una pizzeria c’è già una gran fila formata da un gruppo di stranieri, sembrano statunitensi dallo strascichio del loro linguaggio simile all’inglese. La pizzeria è collocata in mezzo alla strada con una serie copiosa di tavolini già pronti; all’interno c’è un gran daffare per il personale. Simona ci dice che si tratta di una pizzeria tipica che ha come sua caratteristica il modo di trattare “spiccio” i clienti. Sullo stile del volgare più spinto. Più avanti c’è – almeno così ci dice la guida – un vecchio monastero. Se ci passate non ve ne accorgete, perché in realtà “c’era”. Tuttavia ci fa entrare in un portone, mentre qualche abitante ci osserva ed un passante lancia un avvertimento scherzoso “Nun è overo!” rivolto alle dotte indicazioni della Simona, che non si scompone. Saliamo pochi gradini ed entriamo in un cunicolo che in modo contorto ci porta in una piazzetta interna sulla quale affacciano molti ballatoi con ingressi separati come le “case di ringhiera” del Nord industriale. C’è anche una torre che funge da divisorio per i diversi ingressi. Era un vecchio monastero che nel tempo aveva subito storie e trasformazioni: vantava anche di essere stato un set per quel bellissimo film di Nanni Loy che celebrava “Le quattro giornate di Napoli”.

…fine parte 2….

Joshua Madalon

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

Veniamo a scoprire che a realizzare quei cartelli sia stata la stessa persona di cui si parla all’inizio come forma di interlocuzione letteraria (“Chissà chi è ‘sto Salvatore?”). E Simona ce ne mostra altri che stanno ad indicare luoghi, strade, persone, esercizi commerciali.
I Quartieri appaiono puliti ed ordinati, ad eccezione del traffico di auto e motorini che tuttavia attendono pazienti il deflusso del gruppo. La realtà è ancora più sorprendente se si segnali la data della visita guidata, il 4 gennaio, a ridosso del rito liberatorio del passaggio di anno, che richiama alla mente altri passaggi significativi nel corso dei quali ci si libera dei panni vecchi per indossarne di nuovi. Mi riferisco all’abitudine di lanciare giù sulla strada qualche oggetto consunto o fuori uso per una sostituzione migliorativa. La nostra guida sottolinea questo cambiamento di mentalità, probabilmente collegato alle ristrettezze finanziarie degli ultimi anni e poi aggiunge “C’è tutto un impegno soprattutto in questo Quartiere ma non solo per un riciclo utile di vecchi materiali ed arnesi. Se c’è Salvatore, ve lo rivelerà!”.
Intanto proseguiamo il nostro viaggio a zigzag nei Quartieri. E’ quasi ora del pranzo, quasi perché non è ancora scoccato il mezzodì. Davanti ad una pizzeria c’è già una gran fila formata da un gruppo di stranieri, sembrano statunitensi dallo strascichio del loro linguaggio simile all’inglese. La pizzeria è collocata in mezzo alla strada con una serie copiosa di tavolini già pronti; all’interno c’è un gran daffare per il personale. Simona ci dice che si tratta di una pizzeria tipica che ha come sua caratteristica il modo di trattare “spiccio” i clienti. Sullo stile del volgare più spinto. Più avanti c’è – almeno così ci dice la guida – un vecchio monastero. Se ci passate non ve ne accorgete, perché in realtà “c’era”. Tuttavia ci fa entrare in un portone, mentre qualche abitante ci osserva ed un passante lancia un avvertimento scherzoso “Nun è overo!” rivolto alle dotte indicazioni della Simona, che non si scompone. Saliamo pochi gradini ed entriamo in un cunicolo che in modo contorto ci porta in una piazzetta interna sulla quale affacciano molti ballatoi con ingressi separati come le “case di ringhiera” del Nord industriale. C’è anche una torre che funge da divisorio per i diversi ingressi. Era un vecchio monastero che nel tempo aveva subito storie e trasformazioni: vantava anche di essere stato un set per quel bellissimo film di Nanni Loy che celebrava “Le quattro giornate di Napoli”.

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Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1

“Speriamo che Salvatore ci sia!” la nostra guida mentre ci accompagna lungo le stradine dei Quartieri Spagnoli sembra quasi parlare tra sé e sé.

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Ci aveva dato appuntamento all’altezza di una pizzeria all’angolo di via Chiaia. Dopo un caffè al bar del San Carlo, visto che eravamo in anticipo siamo arrivati al luogo convenuto. Le responsabili di Insolitaguida erano già là insieme ad un piccolo gruppo di persone. Simona ci riconosce e partono i convenevoli. Sbrighiamo le pratiche e ci fermiamo lì a due passi dall’assembramento momentaneo. Mary ed io eravamo un po’ distratti dal controllare se la sede dell’Università Suor Orsola Benincasa venisse aperta; dovevamo chiedere informazioni su alcuni corsi, ma negli uffici sembrava tutto in ordine, illuminato ma non c’era ombra alcuna di impiegati.
In quel mentre un signore tra i settanta e gli ottanta, italiano sicuramente napoletano ben vestito a dimostrazione di un’appartenenza borghese ma con un evidente calo di fortuna, ci ha chiesto un aiuto. Ho frugato in tasca e gli ho porto un euro, rammaricandomi del fatto che si fosse umiliato così. Anche altre persone hanno contribuito subito dopo. Distratti non ci eravamo accorti che Simona aveva già preso il via su per la stradina accanto alla Pizzeria Brandi, quella della famosa “Margherita”. Siamo partiti all’inseguimento della coda del gruppo, per poter cogliere le prime indicazioni su cosa siano stati i Quartieri Spagnoli e sulla storia della pizza “ab ovo”.
Tra le stradine rese ancor più strette da auto parcheggiate e tavolini di alcune trattorie o arnesi vari di artigiani diversi, alcuni dei quali chiamati “zarellari”, il gruppo si snodava osservando i tipici “bassi” come quelli descritti da Eduardo in “Napoli milionaria” e “Filumena Marturano”, ma che erano assai lontani ormai da quel tempo. Eppure da queste parti avevo una vecchia zia di mia madre, vedova già negli anni Cinquanta e qualche volta da bambino c’ero anche venuto. Su alcuni muri accanto a questi “bassi” si possono leggere targhe storiche del Comune che dichiarano quegli ambienti non adatti all’abitabilità; anche se, oggi, a vederli somigliano a villette svizzere.

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Abbiamo visitato vecchi monasteri abbandonati e trasformati in decine di appartamenti decorosi che affacciano su corti arricchite da una presenza umana di straordinaria potenza. Passando accanto ai vari negozietti di vicinato Simona ci fa comprendere come mai non vi sia alcun segno di fallimento in questa pratica commerciale “Qui non ci sono i centri commerciali; la gente compra negli stessi esercizi nei quali compravano i loro nonni ed i loro genitori” ed io ci ragiono tra me e me: “Credo che la verità sia tutta nell’invecchiamento della popolazione fatta in maggioranza di gente che non possiede mezzi di trasporto, gente che non possiede grandi risorse e che trova un enorme vantaggio a rifornirsi da chi opera a stretto contatto e conosce i veri problemi di quel territorio”.
Abbiamo notato sugli angoli una serie di cartelli indicatori a forma di freccia, tutti realizzati con lo stesso stile. In tre di questi sovrapposti c’è scritto: CULTURA INTEGRAZIONE TOLLERANZA. Chiedo cosa indichino.

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Joshua Madalon

NAPOLI e la civiltà – istruzioni per un uso politico amministrativo

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NAPOLI e la civiltà – istruzioni per un uso politico amministrativo

Via Toledo è ancora infreddolita in questa mezza giornata , quando Mary ed io la percorriamo di ritorno dalla visita guidata sui Quartieri Spagnoli dalla preziosissima Simona di Insolitaguida. Eppure mentre dappertutto in questo Sud il ghiaccio e la neve la fanno da padroni (persino Matera ha accolto la nostra amica Angela desiderosa di lasciare la fredda Feltre con ben più di dieci centimetri di neve) qui a Napoli solo la cima del Vesuvio è circondata da uno spruzzo di bianco. Passando da un lato all’altro per dare un’occhiata ai negozi ci ritroviamo a ridosso dell’ingresso della Stazione della Linea 1 del Metrò quando ci arriva un’ondata di aria calda. Ne siamo per un attimo sorpresi; poi la memoria recente ci aiuta. Nei giorni scorsi la città di Napoli in previsione di questi freddi annunciati ha aperto tutti gli spazi coperti, come quello di alcune stazioni della linea ferroviaria, per ospitare i sempre più numerosi senza tetto, consentendo alle organizzazioni volontarie di svolgere la loro preziosa assistenza. Quel caldo che arrivava assumeva anche la funzione di un simbolo, di una città accogliente, solidale, pienamente consapevole dei problemi generali ma anche attenta ai bisogni degli ultimi e di tutti quelli che sono stati condotti in quelle condizioni dall’insipienza volontaria o meno di governanti incapaci se non addirittura xenofobi e razzisti. Napoli conosce anche i problemi dei suoi cittadini “privilegiati” (gli “italiani”, come ribadisce ad ogni piè sospinto quel “qualcuno” innominabile), ma un buon Sindaco deve occuparsi di tutti quelli che coabitano anche se temporaneamente il suo territorio, garantendo la Sicurezza che è anche quella Sociale e Sanitaria.
Allo stesso tempo quell’aria calda mi fa ricordare che a Prato, invece, le stazioni vengono chiuse ermeticamente per non consentire l’utilizzo dei suoi spazi coperti ai bisognosi di un tetto mentre fuori piove e fa freddo.
Cresce dunque l’intolleranza, l’indifferenza, l’incuria. Altro che!
Nei Quartieri spagnoli a ridosso di via Toledo avevamo letto un cartello con tre parole “CULTURA – INTEGRAZIONE – TOLLERANZA”.
La civile città ha da insegnare valori fondamentali al mondo incivile che chiude gli occhi sulla sofferenza e gioisce ipocritamente su discutibili successi.

Joshua Madalon

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UN ARGINE AL DEGRADO: SI PUO’ FARE!

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UN ARGINE AL DEGRADO: SI PUO’ FARE!

In Democrazia non ci si può porre questa domanda, ma ugualmente noi ce la facciamo: può un Partito che alle elezioni ha preso il 17% del 73% degli elettori assumersi un ruolo guida del Paese, rischiando di portarlo alla deriva? Di chi è la responsabilità, in quota parte ma predominante malgrado il numero degli elettori che è circa il 50% inferiore a quello dell’altro Partito che governa, dell’innalzamento dello spread che ha comportato un copioso esborso di capitali a danno dello Stato che si pretende di voler rappresentare? E’ pensabile di poter affrontare e risolvere le problematiche connesse al tema dell’immigrazione a fil di ferro, mostrando il ghigno xenofobo e minaccioso in modo indistinto nei confronti dello straniero?
I superficiali, quelli “cattivisti”, rispondono all’impronta accusando i precedenti Governi di non essere stati in grado di svolgere i loro compiti, avvalorando l’ipotesi sempre più certa che anche questi non ce la faranno e dunque perché mai accanirsi a criticarli. E il mondo continua a girare a vuoto.
Siamo tuttavia a doverci confrontare con una forma di Governo abbastanza nuova, che è il frutto di un lassismo culturale che nel corso dei decenni ha prodotto danni i cui esiti non sono ancora stati realizzati. Ne siamo responsabili ma proprio in quanto tali abbiamo il dovere di analizzare gli errori che abbiamo compiuto ed avviare delle vie d’uscita. La Cultura non ha avuto più il riconoscimento di essere un perno fondamentale dell’azione politica; la Conoscenza ed il Sapere sono state forme sempre più neglette. Il Merito è stato umiliato lasciando posto al servilismo di persone quasi sempre incapaci di svolgere il proprio ruolo. In tutto questo caracollare verso il baratro si è teso a creare cloni abilitati al consenso, che hanno giustificato costanti e progressive deroghe alle leggi del lavoro e della convivenza civile, dove i più furbi proliferano a danno di una minoranza di onesti: non si tratta di grandi furbizie ma di piccoli escamotage supportati da un piccolo potere locale che le autorizza silente in cambio del consenso.
A volte poi fa rumore il risveglio di coscienze come quella del Sindaco di Palermo o di Napoli che in questi giorni vanno sfidando il Ministro dell’Inferno, artefice di un dispositivo di leggi che al posto di affrontare le problematiche dell’immigrazione incentivano gli aspetti più rischiosi di una presenza che non governata può essere dirompente per la convivenza civile. Rendendo irregolari e clandestini “a prescindere” tutti coloro che sono arrivati in Italia alla ricerca di un lembo di terra per loro più accogliente li consegna al degrado, allo sbando, nelle mani della delinquenza. E’ opera meritoria dunque ed è una “luce” che si accende nel profondo del buio quella di una parte del mondo politico e religioso che si prende cura di queste creature. Il Governo fa quadrato per sete di Potere intorno a queste spregevoli azioni, richiamando al mero rispetto di leggi ingiuste, che – come tali – tuttavia meritano di essere trasgredite. E’ giusto che sia così, anche a rischio di essere sanzionate. Non appaia spropositato il rimando a leggi liberticide di governi autoritari del passato ed al ruolo che hanno avuto alcune dimostrazioni ribelli, che hanno dato il via a nuove rinascite culturali.

Joshua Madalon
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“Prima gli italiani…ma sì! andate pure avanti!”

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“Prima gli italiani…ma sì! andate pure avanti!”

Avevo detto a Mary “Comincia ad entrare tu…io sposto la macchina” Mi ero accorto di averla fermata davanti ad un ingresso – o forse un’uscita – del parcheggio del piccolo centro commerciale di Coiano. L’ho spostata di cinque metri, giusto lo spazio per liberare il passaggio. Mi sembrava logico doverlo fare, anche se vi erano moltissimi spazi vuoti vista l’ora, tarda mattinata, e il clima gelido del solstizio che incombe.
Ero appena uscito dall’auto ed avevo cliccato sul comando di chiusura che un’altra auto aveva ben pensato di occupare il posto che avevo lasciato vuoto. Avrei voluto dire alla signora che era al posto di guida che forse non era il caso di star lì, ma sono stato distratto da un’altra signora che era entrata nella sua auto per ripartire e, prima di chiudere la porta, aveva ben pensato di liberarsi dello scontrino, appallottolandolo e con nonchalance lasciarlo cadere come per caso là a terra.
Mary aveva intanto avviato le sue compere tra gli scaffali dei dolciumi e del pane. L’avevo raggiunta, e le ho portato via il carrello puntando sulla verdura. “Compra una riccia. La facciamo stufata e poi facciamo la focaccia ripiena” “Buona!” pensando soprattutto alla focaccia. Andai da quella parte. Le confezioni della riccia sono già cellofanate, ma vanno pesate. Guardai il codice e lo digitai alla bilancia.
Mary arrivò con i suoi acquisti; era passata anche ai formaggi e ne aveva trovato uno, squisito, al tartufo. Lo ripose nel carrello e, sollevando la “riccia” per controllarne il peso, finì per tranciarne il contrassegno con il peso ed il prezzo proprio all’altezza del codice a barre. “Pazienza!” mi spostai verso la bilancia fiducioso nella mia memoria, ma non mi ricordavo più quale fosse il numero da digitare. Allungai il collo per intercettare il settore della “riccia” ma nulla da fare. Girandomi incrociai lo sguardo severo, arcigno, di una matura signora che era dietro di me in attesa con una busta di carote ed un’altra di cetrioli. “Prego” le dissi senza avere un minimo battito di ciglia da parte sua “Prego! Ma per favore non mi guardi così” le dissi e, fatto due passi, ritrovai il codice necessario per l’acquisto.
Pensai per tutto il tempo a quell’infelice signora, incapace di sopportare la quotidiana routine della propria esistenza; e pensai a quella donna altrettanto matura, per l’età, che lasciava tracce dietro di sè e fuori dalla sua auto “lindissima”, dubitando sul suo ruolo educativo all’niterno del suo nucleo familiare ed a quell’altra incapace di osservare la realtà. Era di certo casuale tutto ciò, che fossero delle donne.
Ma, uscendo, un largo sorriso ci accolse, Mary ed io. “Da quanto tempo…! Dove eri finito?” Il nostro amico Senegalese, Moudou, un ragazzone alto ed esile con capelli e cappello di lana arcobalenato alla Bob Marley, che non vedevamo da mesi allargando le braccia si avvicinò. E fu capace di farmi dimenticare l’assurda presunzione di “essere I migliori” con la pratesità e l’italianità che serve a raccattare voti di gente modesta che avrebbe davvero tanto da imparare se sapesse aprire le braccia ed il sorriso.

Joshua Madalon

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