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CAPORETTO 1917 – 2017 ANNIVERSARI a Montemurlo – 6 – 13 e 20 novembre (vedi programma)

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CAPORETTO 1917 – 2017
ANNIVERSARI a Montemurlo – 6 – 13 e 20 novembre (vedi programma)

Già in precedenti post ho ricordato questo evento – di esso parleremo in modo più diffuso a Montemurlo il 6 – 13 e 20 novembre
J.M.

Fu nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre del 1917 che l’esercito austriaco e tedesco sferrò l’attacco decisivo contro quello italiano nella XII battaglia dell’Isonzo, meglio nota come quella della disfatta di Caporetto. Se si guarda la cartina geografica si può notare oggi che quella piccola cittadina è al di là del confine italiano in terra slovena. La battaglia fu durissima e l’esercito italiano fu costretto a ritirarsi dopo poche ore nell’arco di due giornate durante le quali fu evidente l’incapacità degli ufficiali ed in primo luogo di Luigi Cadorna che, dopo aver dato l’ordine di ritirata generale, di fronte alle difficoltà oggettive collegate alle condizioni precarie della maggior parte dei soldati sia dal punto di vista psicologico sia da quello più propriamente legato alle loro funzioni (gran parte dei soldati era mal equipaggiato, senza armi quasi preparato a produrre attacchi suicidi giusto per fare massa), ebbe un ripensamento ed ordinò di resistere ancora, smentito dall’altro generale Montuori, capo della seconda Armata. In questa immensa confusione si verificò lo sfondamento e gli austriaci occuparono Cividale del Friuli il 27 ottobre e Udine il 28, facendo molti prigionieri (circa 60.000) lasciandone sul terreno altrettanti, mentre tutti gli altri diedero corso al ripiegamento generale attestandosi poi sulle rive del Piave, quel fiume che “mormorò” poi nel giugno 1918 a contrassegnare la rivincita italiana.
“Caporetto” fu possibile anche per la condizione favorevole che si venne a creare dopo la rinuncia, non ancora però formalizzata ma comunque concreta da parte della Russia, a proseguire la guerra. In quei giorni si andava delineando con grande chiarezza l’esito della Rivoluzione in quel paese, ad opera dei bolscevichi, il cui capo, Lenin, già da qualche mese era rientrato (uscendone però poi brevemente per poter evitare di essere arrestato dal Governo borghese che aveva preso il posto dello zar Nicola II), grazie ad un sostegno proprio da parte dei tedeschi che vedevano in lui il possibile paladino della pace sul fronte orientale. Anche l’esercito russo tra l’altro versava in condizioni precarie e tutti anelavano di ottenere un trattato di pace che interrompesse finalmente quel tremendo supplizio. La stessa Rivoluzione fu possibile a causa delle sofferenze imposte ai russi da parte di gerarchie militari incapaci di gestire e dirigere gli eserciti, più disponibili a pretendere disciplina ed infliggere punizioni incomprensibili ed assurde. Dappertutto d’altronde fu così; anche sull’altro fronte, quello occidentale francese, si contarono in definitiva più morti di quanti ne ebbero gli altri eserciti. L’insensatezza era materia comune. Caporetto ne fu l’emblema perenne, diventando proverbialmente sinonimo di “disfatta”

Joshua Madalon

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PESSIMISMO DELL’INTELLIGENZA E OTTIMISMO DELLA RAGIONE (su un articolo di Giuliano Da Empoli)

PESSIMISMO DELL’INTELLIGENZA E OTTIMISMO DELLA RAGIONE

In una lunga riflessione (“Ottimisti contro pessimisti”) sull’ultimo numero del Magazine “IL” de “Il Sole 24ore” Giuliano Da Empoli utilizza il motto gramsciano, ripreso da Romain Rolland ( su “L’Ordine Nuovo” dell’aprile 1920, Gramsci glielo attribuisce: « La concezione socialista del processo rivoluzionario è caratterizzata da due note fondamentali, che Romain Rolland ha riassunto nel suo motto d’ordine: – Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà ».)
Il panegirico pseudofilosofico del Da Empoli viene strumentalmente utilizzato a sostegno di Matteo Renzi, per il quale fu Assessore alla Cultura al Comune di Firenze. Egli sostiene che “L’avvento di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico ha orientato quel partito, storicamente piuttosto incline al pessimismo della ragione, nella direzione di un marcato ottimismo della volontà, al punto da provocare una scissione della componente pessimista.” Dimostrando con questo accostamento di non aver compreso (o di storcere volutamente – come io credo avendo fiducia nella sua intelligenza – “ad usum delphini” quella illustre e illuminante riflessione di Gramsci) quanto di straordinario vi sia nella necessità di utilizzare entrambi i parametri del “pessimismo della ragione” e dell’ “ottimismo della volontà”. L’uno senza l’altro e l’altra senza l’una non sortirebbero alcun effetto positivo. D’altronde lo stesso Gramsci in diverse occasioni lo evidenza: su “L’Ordine Nuovo” del 10 luglio 1920 il filosofo sardo precisa il suo pensiero, utilizzando quel motto: “ Uno sforzo immane deve essere compiuto dai gruppi comunisti del Partito Socialista, che è quello che è, in ultima analisi, perché l’Italia è nel suo complesso un paese economicamente arretrato. La parola d’ordine: – Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, deve essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia.”
Si potrà obiettare che non esistono più i comunisti, aggiungendo che sono trascorsi quasi cento anni ma “mutatis mutandis” i punti di riferimento sostanziali della vita e dell’esistenza umana, fatta di passione e razionalità, non sono cambiati.
Trovo una storpiatura insopportabile, meschina e anticulturale voler portare a proprio (o ad altrui “vicino e sodale”) vantaggio lo scorporo strumentale di ottimismo e pessimismo, ponendoli in contrapposizione, senza riflettere (e far pensare agli interlocutori “intelligenti”) sul fatto che solo contemperando “pessimismo della ragione” con “ottimismo della volontà” la società potrà procedere verso quel profondo e radicale rinnovamento che, a parole, da troppo tempo ormai, è annunciato e non realizzato.
Tutto quel che argomenta, il buon Giuliano Da Empoli, non ha alcun riferimento a Gramsci. Egli si avvale di un sondaggio secondo il quale gli italiani sono più ottimisti oggi rispetto al 2016: egli nota un salto di 7 punti a vantaggio dei più felici. Ma non dice quale parte della società italiana lo sia. Ad osservarlo meglio, questo nostro mondo è sempre più profondamente diviso soprattutto per il reddito e non penso proprio che la felicità sia insita negli 80 euro elargiti dalla bontà dei signori. Sempre più giovani (e meno giovani, negli ultimi tempi) decidono di allontanarsi, l’occupazione è sempre più precaria, non continuativa, “flessibile” a vantaggio dell’impresa; c’è ancora una parvenza di ricchezza, grazie all’utilizzo di fondi provenienti da chi ha lavorato ed accumulato nei decenni passati. Nulla di più.
Osservando la realtà, ci occorre il pessimismo della ragione per poter progettare il futuro con l’altro elemento indispensabile che è l’ottimismo della volontà. Solo così renderemo omaggio al grande Antonio Gramsci.

Joshua Madalon

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A MONTEMURLO IL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA – 6 – 13 E 20 NOVEMBRE 2017

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A MONTEMURLO IL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA – 6 – 13 E 20 NOVEMBRE 2017

Nelle prime due serate del 6 e del 13 novembre (ore 21.00 presso Auditorium Centro Giovani – Piazza don Milani) si attuerà un percorso propedeutico per la terza serata – 20 novembre stessa ora stesso luogo – allorchè verrà presentato il libro “1917 L’Anno della Rivoluzione” con il suo autore il prof. Angelo d’Orsi.

Le vicende del 1917 saranno scandite dai mesi di quell’anno, quasi ad accompagnare l’esito finale che si verificherà tra il novembre ed il dicembre di quell’anno. Eventi tragici connessi soprattutto allo svolgersi della prima Grande Guerra e che per l’Italia si caratterizzerà in particolare nella disfatta di Caporetto (fine ottobre 1917) verranno accompagnati da momenti “mistici e miracolosi” come l’apparizione della Vergine Maria ai tre pastorelli di Fatima e da personaggi che sono diventati leggende come Mata Hari; e seguiremo la parabola ascendente di Lenin che, in quell’aprile farà ritorno dal suo esilio svizzero per preparare con il suo carismo intellettuale la presa del potere in Russia, facendo leva soprattutto sugli esiti nefasti della guerra, che aveva diffuso lo scontento nella popolazione di Pietroburgo e nelle campagne, dopo la delusione del primo – quello forse più coerente con il termine “rivoluzione” – momento di ribellione che, nel febbraio, aveva deposto lo zar Nicola II e decretato l’abolizione del loro potere, sostituito tuttavia da gruppi borghesi ed aristocratici, che non avevano dato risposte alla richiesta di “pace” che veniva dal basso.

Lenin
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Come si svolgeranno le due serate dedicate alla Rivoluzione russa (nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre – 7/8 novembre 1917) organizzate dal Comune di Montemurlo Biblioteca Comunale “Bartolomeo Della Fonte” nei giorni 6 – 13 novembre?
Preparate e condotte dal prof. Giuseppe Maddaluno con la collaborazione di Altroteatro Firenze del prof. Antonello Nave vedranno la presenza di quattro giovani (in ordine alfabetico: Serena Di Mauro, Davide Finizio, Serena Mannucci e Bianca Nesi) che si alterneranno nel ruolo di “tessitori” e “lettori”. I primi saranno impegnati nella narrazione degli eventi mentre i secondi utilizzeranno letture e testimonianze collegate ad essi. La scelta dei materiali è del prof. Maddaluno mentre quella delle immagini è di Chiara Gori, che ha enucleato alcuni passi tratti da documentari e film sul tema.
La prima serata è quella di lunedì 6 novembre ore 21.00 presso il Centro giovani in Piazza don Milani 3 a Montemurlo e seguirà le vicende nell’Impero russo dal 1861 (abolizione della servitù della gleba) al 1905 (prima rivoluzione russa); la seconda serata è prevista pe ril 13 novembre, sempre ore 21.00 e stesso luogo, riguarderà la partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale e analizzando le vicende che condurranno alle due rivoluzioni del 1917, quella di febbraio con la caduta dello zar e quella di Ottobre ( per il calendario giuliano – Novembre per quello gregoriano).
Verranno proiettati, tra gli altri, alcuni brani da “REDS” di Warren Beatty che nel 1982 ottenne tre premi Oscar e segue la storia del giornalista statunitense John Reed, l’unico americano ad essere sepolto sotto le mura del Cremlino; da “Lenin in Ottobre” che è un film di propaganda sovietico del 1937, diretto da Mikhail Romm e Dmitriy Vasilev. Il film narra l’attività politica di Lenin seguendolo dal suo ritorno dall’esilio svizzero nell’aprile del 1917 fino alla presa del potere nel Palazzo d’inverno di Pietrogrado; da “La corazzata Potemkin” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Si tratta di una delle più note e influenti opere della storia del cinema, ingiustamente maltrattata dalla comicità di Paolo Villaggio e anche per questo poco conosciuta dalle giovani generazioni.

E’ poi prevista una terza serata il 20 novembre –ore 21.00 stesso luogo – con la presentazione del libro “1917 L’Anno della Rivoluzione” del prof. Angelo d’Orsi, che sarà presente. In quella occasione Altroteatro con i suoi attori/lettori leggerà dei brani dal libro.

Joshua Madalon

UN SECOLO FA – Appunti, parole e immagini a cento anni dalla Rivoluzione – MONTEMURLO 6 – 13 E 20 NOVEMBRE 2017

UN SECOLO FA – Appunti, parole e immagini a cento anni dalla Rivoluzione – MONTEMURLO 6 – 13 E 20 NOVEMBRE 2017

UN SECOLO FA a Montemurlo

Come si svolgeranno le due serate dedicate alla Rivoluzione russa (nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre – 7/8 novembre 1917) organizzate dal Comune di Montemurlo Biblioteca Comunale “Bartolomeo Della Fonte” nei giorni 6 – 13 novembre?
Preparate e condotte dal prof. Giuseppe Maddaluno con la collaborazione di Altroteatro Firenze del prof. Antonello Nave vedranno la presenza di quattro giovani (in ordine alfabetico: Serena Di Mauro, Davide Finizio, Serena Mannucci e Bianca Nesi) che si alterneranno nel ruolo di “tessitori” e “lettori”. I primi saranno impegnati nella narrazione degli eventi mentre i secondi utilizzeranno letture e testimonianze collegate ad essi. La scelta dei materiali è del prof. Maddaluno mentre quella delle immagini è di Chiara Gori, che ha enucleato alcuni passi tratti da documentari e film sul tema.

La prima serata è quella di lunedì 6 novembre ore 21.00 presso il Centro giovani in Piazza don Milani 3 a Montemurlo e seguirà le vicende nell’Impero russo dal 1861 (abolizione della servitù della gleba) al 1905 (prima rivoluzione russa); la seconda serata è prevista pe ril 13 novembre, sempre ore 21.00 e stesso luogo, riguarderà la partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale e analizzando le vicende che condurranno alle due rivoluzioni del 1917, quella di febbraio con la caduta dello zar e quella di Ottobre ( per il calendario giuliano – Novembre per quello gregoriano).

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Verranno proiettati, tra gli altri, alcuni brani da “REDS” di Warren Beatty che nel 1982 ottenne tre premi Oscar e segue la storia del giornalista statunitense John Reed, l’unico americano ad essere sepolto sotto le mura del Cremlino; da “Lenin in Ottobre” che è un film di propaganda sovietico del 1937, diretto da Mikhail Romm e Dmitriy Vasilev. Il film narra l’attività politica di Lenin seguendolo dal suo ritorno dall’esilio svizzero nell’aprile del 1917 fino alla presa del potere nel Palazzo d’inverno di Pietrogrado; da “La corazzata Potemkin” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Si tratta di una delle più note e influenti opere della storia del cinema, ingiustamente maltrattata dalla comicità di Paolo Villaggio e anche per questo poco conosciuta dalle giovani generazioni.

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E’ poi prevista una terza serata il 20 novembre –ore 21.00 stesso luogo – con la presentazione del libro “1917 L’Anno della Rivoluzione” del prof. Angelo d’Orsi, che sarà presente. In quella occasione Altroteatro leggerà dei brani dal libro.

Joshua Madalon

ANNIVERSARI 1917 – 2017 VERSO CAPORETTO una testimonianza eccellente: Curzio Malaparte ( e sua sorella )

SIETE TUTTE/I INVITATE/I A PARTECIPARE AGLI EVENTI IN PROGRAMMA PRESSO LA BIBLIOTECA DI MONTEMURLO per ricordare il centenario dalla RIVOLUZIONE RUSSA

6 NOVEMBRE – ORE 21.00 – un excursus sugli anni che precedono la Rivoluzione russa con Serena Di Mauro – Davide Finizio – Serena Mannucci e Bianca Nesi a cura di Giuseppe Maddaluno (per ALTROTEATRO) – con la collaborazione di Chiara Gori – prima parte “Dal 1861 al 1905

13 NOVEMBRE – ore 21.00 seconda parte “Dal 1905 al 1917″

20 NOVEMBRE – ore 21.00 “INCONTRO CON IL PROF. ANGELO d’ORSI – autore del libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZI

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La sconfitta ( la “disfatta”) di Caporetto era il segnale delle difficoltà nei rapporti tra le alte gerarchie governative e militari e migliaia di cittadini-soldati costretti a subire condizioni davvero inumane sia per disciplina che per ambiente. Curzio Malaparte ne la sua “La rivolta dei santi maledetti” (alias “Viva Caporetto”) ne traccia alcuni aspetti, rilevando come su tutti i fronti si andassero verificando episodi di ribellione, di diserzione, e di grande grandissima confusione dovuta alla impreparazione sia dei generali sia degli inermi indifesi militari.

Eravamo sul Grappa, quando ci venne l’ordine di scendere a Bassano, e di andare in Francia ad aiutare gli Alleati. Fummo destinati ai Campi di Mailly, di Saint-Ouen e di Saint-Tanche. Al Corpo d’Armata italiano venne l’ordine di andare a tappare il buco fra la Marna e Reims. Marciammo notte e giorno, a piedi, mentre lunghe file di camion, carichi di truppe inglesi, francesi, americani, tonchinesi e senegalesi, ci sorpassavano coprendoci di polvere. Gli Italiani a piedi, e gli Alleati, compresi i negri, in camion. Giungemmo nei boschi di Bligny […]. Di trincee e di camminamenti nessuna traccia: […] si camminava, si combatteva, si dormiva allo scoperto. Bisognava provvedere con estrema rapidità alla sistemazione difensiva di quel fronte improvvisato. […] Mi fu affidato il comando dell’ala sinistra. Poco prima dell’attacco il Comando francese fece distribuire ai nostri soldati dei bidoni di cognac. I fanti bevvero il cognac mescolato con etere, come usavano i Francesi per eccitare le loro truppe. Ci buttammo all’assalto vomitando l’anima nostra. Non ostante le forti perdite, riuscimmo ad aggrapparci alle linee tedesche, e a tener duro. Nella notte fra il 14 e il 15 luglio cominciò la grande offensiva di Ludendorff, l’ultima, la decisiva. […] Nulla potrà superare in orrore quel bombardamento. Fu un massacro. Seduti sull’erba, le spalle appoggiate ai tronchi degli alberi, in un terreno senza trincee, senza camminamenti, senza ricoveri, ci facemmo ammazzare allo scoperto, fumando una sigaretta dietro l’altra. […] Tutti i comandanti di battaglioni erano morti. Su ogni due mitragliatrici, ce n’era una fuori uso. All’alba […] attaccarono con le tanks […]. Era la prima volta che ci si trovava di fronte alle tanks. I Francesi, gli Inglesi, gli Americani, avevano i fucili anticarro. Noi Italiani non ne avevamo. Non si sapeva come fare. […] Non potendo far altro, facemmo miracoli. […] Alla fine ci venne l’idea di dar fuoco al bosco, davanti alle tanks, che erano così costrette a tornare indietro per paura che scoppiasse il serbatoio di benzina. Si combatteva in mezzo alle fiamme. […] Benché tagliati fuori, benché da tutte le parti ci sparassero nella schiena, tuttavia i nostri soldati resistevano coraggiosamente. Non si mangiava da ventiquattro ore. Impossibile evacuare i feriti. […] Verso sera rimanemmo quasi senza cartucce, senza bombe a mano. Le mitragliatrici Saint-Étienne non avevano più nastri, le Fiat avevano i caricatori vuoti. La nostra artiglieria aveva subito perdite spaventose. Il 10° da campagna era rimasto con due soli pezzi senza munizioni, e una ventina d’uomini in tutto. La battaglia si protrasse per tutta la notte. La mattina del 16 nuove truppe tedesche si buttarono allo sbaraglio, decise a farla finita, precedute da un violento bombardamento a gas yprite. Le nostre maschere, vecchie e tutte in cattivo stato, non ci servivano a nulla. Per tutto il bosco non si udiva che l’immenso rantolo degli agonizzanti. Dalle due del pomeriggio alle quattro respingemmo diciannove assalti tedeschi, e facemmo sette contrattacchi all’arma bianca. Io comandavo la 94° Sezione lanciafiamme d’assalto, e riuscii a fare qualcosa di buono. Al contatto con le fiamme, le bombe a mano appese alla cintura dei soldati tedeschi, scoppiavano. Verso il tramonto, l’artiglieria franco-inglese, giunta di rinforzo, e dimenticando che noi pure eravamo vestiti in grigioverde, come i tedeschi, si mise a spararci addosso. Nonostante tutto tenemmo duro e i tedeschi non passarono.

E la sorella di Malaparte racconta:

Le maschere dei nostri militari erano empiriche, bisognava toglierle ogni dati minuti, per non soffocare. Inoltre non erano stati istruiti, non sapevano nemmeno che i gas erano inodori. Suckert vide i Francesi fuggire urlando: i gas! i gas! ma non sentendo nessun odore, credette che fosse una fuga e non volle lasciare il campo di battaglia: si rovinò per tutta la vita […] Uno dei suoi lanciafiamme Micciché in un ospedale di Milano, dove giaceva ferito, mi ricercò incaricato da mio fratello, che si trovava anche lui in ospedale a Parigi, perché ne avessimo notizie. E così mi raccontò come Curtino era rimasto sul campo di battaglia, fuori di sé, dopo la respirazione del gas. Il suo attendente, un calabrese, Carboni, ferito gravemente, tanto che ne morì, riuscì a trascinarlo fuori dalla zona invasa dall’yprite, e a collocarlo in una specie di incavo nel monte, un po’ rialzato. […] Quando fu all’ospedale da campo, egli raccomandò al medico che gli prestava le prime cure di ricercare il suo tenente che egli aveva riposto, privo di sensi, in quella tale buca del monte. L’addetto al recupero delle salme, nel buttarlo in una fossa insieme agli altri, sentì che non era diaccio e così, a un pelo, Curtino non fu sotterrato ancora vivo…

UN SECOLO FA a Montemurlo

a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

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a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

Alle ore 6.15 del mattino il giorno 15 ottobre 1917 (era un lunedì) nel bosco di Vincennes nell’immediata periferia orientale di Parigi veniva eseguita la condanna a morte di una indiscutibile protagonista della storia “sociale” europea del primo ventennio del Novecento: Mata Hari.
Nel suo libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE” edito da Laterza il prof. Angelo d’Orsi ne traccia il ritratto.

“E’ una donna bella, spregiudicata, che ha bazzicato ambienti dello snobismo internazionale, divenendone parte integrante…..Più che naturale che il mondo dell’epoca non potesse non accorgersi di lei……….”.

SIETE TUTTE/I INVITATE/I A PARTECIPARE AGLI EVENTI IN PROGRAMMA PRESSO LA BIBLIOTECA DI MONTEMURLO per ricordare il centenario dalla RIVOLUZIONE RUSSA

6 NOVEMBRE – ORE 21.00 – un excursus sugli anni che precedono la Rivoluzione russa con Serena Di Mauro – Davide Finizio – Serena Mannucci e Bianca Nesi a cura di Giuseppe Maddaluno (per ALTROTEATRO) – con la collaborazione di Chiara Gori – prima parte “Dal 1861 al 1905″

13 NOVEMBRE – ore 21.00 seconda parte “Dal 1905 al 1917″

20 NOVEMBRE – ore 21.00 “INCONTRO CON IL PROF. ANGELO d’ORSI – autore del libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE”

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

Questa lettera scritta da Alberto un soldato “mutilato” ai due arti inferiori che racconta la vita delle trincee, percorsa dalla speranza di poter riabbracciare le donne amate, Maria la sua e Rosalba, quella dell’amico Giovanni cui è toccata ben più tragica sorte. Si tratta di un piccolo capolavoro “epistolare” che traccia una linea netta intorno all’assurdità della guerra. Scritta da un ospedale di campo a Caporetto qualche giorno dopo la disfatta, che cominciò proprio intorno alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917, poco più di 100 anni fa.

Vi faccio accompagnare da alcune immagini del bellissimo film del 2004 “Una lunga domenica di passioni” di Jean-Pierre Jeunet


Caporetto – Ospedale da campo – Novembre 1917

Cara Maria, amore mio
è dolce scrivere il tuo nome su questo foglio stropicciato. La mia mano trema, ma pensare a te mi regala un po’ di luce in quest’inferno infinito. Sapessi quanto è lunga la notte. Non passa mai, mai, mai. E’ atroce la mia notte.
Resto qui, sospeso tra i sogni e l’incubo che non mi lascia solo un istante. Il dolore alle gambe è lancinante. Senza tregua. Sento una lama conficcata nella carne. Ma quale carne poi? Non ho più le mie gambe, Maria. Le ho lasciate sulla montagna quella sera, strappate come stracci. C’era la luna, lo sai? La trincea era silenziosa da far paura, nemmeno un rumore, nemmeno un sospiro. Era così da giorni. Si aspettava, si aspettava e basta. Immobili, in quelle ferite della terra che erano diventate la nostra culla. Nostra, di noi bambini poco più che ventenni vestiti con una divisa troppo larga. Nostra, di noi che avevamo una baionetta in mano, sapendo che quel giocattolo avrebbe portato la morte, un giorno o l’altro. Si aspettava in silenzio.
Ci guardavamo ogni tanto, Giovanni ed io, ci guardavamo interrogandoci con gli occhi, cercando di nascondere la paura che ci paralizzava il resto del corpo. Quanti discorsi in quegli sguardi muti. Un soldato non può tremare, non può. Sembrava così lontana la guerra tra quelle montagne, alla luce della luna. Sembrava lontana, inesistente. Sembrava un’invenzione che ci avevano raccontato per mandarci lì, ad aspettare. Quelle ferite infinite tracciate nella terra ci avevano ingoiato perché non fosse il male ad ingoiarci tutti come bocconi superflui.
Ogni giorno, prima che scendesse l’oscurità, Giovanni scriveva alla “zita” Rosalba che lo aspettava laggiù in Sicilia. Scriveva poche righe al giorno, un pezzetto e nient’altro. Perché, diceva, finché scrivo sono vivo, la sogno, vedo il suo sorriso. Era il suo modo per aggrapparsi alla vita ed alla chimera di un futuro pericolosamente a rischio. Io invece gli parlavo di te, in continuazione, sotto le stelle che sembrano complici delle mie confidenze. Gli parlavo dei tuoi occhi chiari come un lago di montagna, dei tuoi capelli dorati come il grano di un’estate che sbocciava per noi innamorati timidi e timorosi di quell’amore impetuoso come un uragano. Gli parlavo dei tuoi baci furtivi, dell’abbraccio dal quale ogni sera non volevo staccami mai. Gli raccontavo dei miei progetti con te, della vita che avremmo vissuto insieme, quando sarei tornato a casa. Parlando sorridevo e Giovanni diceva che mi s’illuminava il volto. E’ vero, mi s’illuminava la vita. Raccontavo incessantemente, e mi sentivo meno solo. L’ultimo giorno, quel maledetto giorno, gli confessai il segreto che mi avevi svelato sottovoce alla stazione poco prima della mia partenza, il nostro segreto. Portando la mia mano sul tuo ventre mi avevi sussurrato dolcemente: “Saremo in tre, torna presto. Ti aspettiamo”. Io ti guardai, con le lacrime di gioia già pronte a sgorgare dai miei occhi immersi nei tuoi, incapace di dire una parola. Quanto avrei voluto che quel treno non mi portasse via da te. Quanto avrei voluto stringerti forte, in silenzio, senza fine. Non ti ho mai amata tanto come in quell’istante. Com’eri bella Maria, giovane e bionda come un angelo. Eri il mio destino ed il mio futuro. Mi hai donato il tuo amore, la tua tenerezza, i tuoi sogni. Tutta te stessa. Mi hai fatto il regalo più bello, la speranza. Avrei voluto fermarlo, quell’istante e farne un dipinto sulla tela del cuore. E come mi batteva forte il cuore, Maria mia. Un tamburo impazzito, un tamburo a festa. Ma non c’era tempo, ricordi? Salii sul vagone e rimasi a guardarti dal finestrino, mentre diventavi un puntino lontano, sempre più lontano, un puntino vestito di azzurro con i capelli accarezzati dal vento tiepido di aprile.
Giovanni non l’ha mai finita, la sua lettera. Rosalba riceverà tre fogli di carta bruciacchiata, scritti con una grafia traballante e rotta in più punti, come se in quelle pause il mio fraterno amico avesse voluto riprendere fiato, riordinare i pensieri e cacciare indietro la paura per aggrapparsi di nuovo ai suoi vent’anni, respirando forte.
E’ stato un attimo. Tutto è successo in modo fulmineo. La luce della luna che era la nostra lanterna divenne improvvisamente un fulgore di fiamme, mentre bagliori rossi insanguinavano la notte. Il silenzio fu squarciato da mille esplosioni, una dietro l’altra, una sopra l’altra, ovunque. Fu l’inferno. Ci arrivarono alle spalle, senza far rumore. Ho ucciso due uomini, amore mio. Mi aspettavo un nemico diverso, con una faccia diversa. Vidi un ragazzo come me, spaventato come me, diverso era solo il colore della divisa. E poi un altro, dietro di lui. Due ragazzi come me, con una divisa simile. Che faccia ha il nemico, Maria? Ho sentito un fruscio, ho avuto solo il tempo di voltarmi e di puntare la mia arma. Il mio giocattolo letale. Li ho visti cadere all’indietro, con un grido strozzato che mi è rimasto dentro, un’eco che risuona ancora cullandomi come una nenia imbevuta di colpa. Potrai mai perdonarmi, amore mio? Ho ucciso due uomini, prima di sentire il fuoco alle gambe, prima di vedere il buio negli occhi.
Mi sono svegliato qui, in questa tenda che sa di morte e di sangue. Quanto tempo è passato? Quante notti sono trascorse? Quanto è durato il mio sonno scuro come un pozzo senza fondo e senza luce? Non tornerò a casa, anima mia, lo so. Li ho sentiti parlare. Bruciavo di febbre, ma li sentivo, di là da questa branda che è già la mia bara. Ho perso troppo sangue, l’amputazione è stata inutile. Nel delirio ripercorro con le mente il tuo profilo perché la morte che mi dorme accanto non mi rubi anche il ricordo di te, accarezzo con le dita della memoria il tuo volto radioso, più e più volte, per stamparti nel cuore. Per vederti ancora nella penombra di questa vista già annebbiata. Non tornerò, Maria. Come non tornerà Giovanni, saltato in aria con i suoi fogli per Rosalba ancora da finire. Di lui non hanno trovato quasi nulla, se non brandelli senza nome ed una piastrina infangata.
Di me resterà questa lettera per te. Su quella montagna ho lasciato tutti i miei sogni. Ho lasciato i miei vent’anni. A chi vorrà raccoglierli, e farne fiori.
Portami nel cuore, amore mio, per sempre. Io porterò con me i tuoi occhi e quelli di un figlio che non conoscerò mai. Come sei bella, Maria…
Per te, solo per te, fino all’eternità
Alberto

da Joshua Madalon

ANNIVERSARI – Ottobre non è il mese della Rivoluzione ma quello della “disfatta di CAPORETTO”

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ANNIVERSARI 1917 – 2017

ANNIVERSARI – Ottobre non è il mese della Rivoluzione ma quello della “disfatta di CAPORETTO”

OTTOBRE non è il mese della Rivoluzione russa, che invece si svolse nelle sue fasi decisive in Novembre, il 7 ed 8 per la precisione, mentre in Ottobre possiamo ricordare la “disfatta di Caporetto” che coinvolse il fronte del nostro Paese. Tra gli eserciti austro-ungarico e quello italiano la differenza di condizioni era minima, il disagio di una lunga permanenza all’interno dei cunicoli delle trincee aveva sfinito entrambi e non vedevano – tutti – l’ora di poter tornare a casa. Il trattamento disumano da parte degli ufficiali e lo scarso equipaggiamento erano condizioni simili per tutti gli eserciti, anche quelli del fronte occidentale e quegli altri del fronte orientale. Un ruolo di primo piano per creare condizioni favorevoli all’avanzata poderosa dell’esercito austro-ungarico ed all’arretramento massiccio di quello italiano fu di certo la situazione di grave incertezza e di crisi dell’Impero russo dove “l’ultimo Zar” Nicola II era stato costretto ad abdicare a favore del fratello Michele che pur avendo accettato in un primo momento aveva poi rifiutato. A quel punto si era instaurato un “Governo provvisorio” di tipo aristocratico borghese che non appariva, pur essendo favorevole a continuare la guerra, tuttavia in grado di reggere la spinta sociale popolare ad essa contraria.

Proprio per ricordare Caporetto inserisco qui di seguito alcune testimonianze di soldati al fronte per comprendere meglio quale era il “morale” dei soldati (qui lo ripeto: “tutti”!).

Tenente Carlo Salsa, tratto da “Trincee. Confidenze di un fante”

“Mi ricordo la prima strage. Eravamo ancora di là dell’Isonzo, dinanzi a Sagrado, in attesa. Una notte arriva l’ordine di tentare il passaggio del fiume. Approfittando dell’oscurità, su una passerella improvvisata, tutto un battaglione al completo riesce a sfilare alla chetichella. Gli austriaci, nemmeno un segno di vita: pareva che non ci fosse nessuno laggiù. Un portaordini ritorna, comunica che il reparto sta prendendo posizione, infiltrandosi attraverso la boscaglia. Tutto è facile, semplice, primitivo. Scaglionati lungo la riva destra, nella notte, aspettavamo di passare anche noi. D’improvviso scoppia una sparatoria, serrata, rabbiosa, che si propaga nel buio come un fuoco di paglia: l’artiglieria nemica si sveglia di soprassalto, sbuca con vampe subitanee da ogni dove. L’Isonzo zampilla di cannonate. Corre l’ordine di passare anche noi sull’altra riva, in soccorso. Non si può. La passerella è saltata, viene trascinata via dalla corrente. Abbiamo dovuto assistere, senza poter far nulla, alla tragedia che si svolgeva di là. La fucileria durò parecchio: poi, a poco a poco, si diradò; giungevano fino a noi urla, invocazioni disperate, clamori, lamenti laceranti di feriti. Che si poteva fare? Sparare? E dove? Nella mischia, a casaccio? Furono massacrati, tutti”
“Passato l’Isonzo, i reggimenti furono scagliati contro questa barriera del Carso. Falangi di giovani entusiasti, ignari, generosi, contro questa muraglia di pietre e fango. Dopo le bassure dell’Isonzo, cominciarono ad arginarci. Imboscate, trincee provvisorie, trappole, nidi di mitragliatrici che cominciarono a seminarci sul terreno scoperto. Man mano che si saliva su, verso il bordo del Carso, la resistenza si faceva più tenace: urtammo contro le prime trincee protette da reticolati”.

“Il coraggio nulla può contro questa misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo sprovvisti di tutto: e le ondate si impigliavano in queste ragnatele di ferro…Dovunque, sul San Michele, a San Martino, al monte Sei Busi, all’altopiano di Doberdò, lungo le alture di Selz, questa marea di uomini fu avventata ciecamente contro la ferocia del nemico e delle sue difese, su per la pietraia ostile…e dovunque l’urlo dell’assalto fu soverchiato dal freddo balbettamento delle mitragliatrici. Si giunse fin sotto l’orlo del Carso…il terreno conquistato era stato coperto di morti; quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si poteva andare più oltre, senza artiglieria sufficiente, senza bombarde, senza nulla”.

” Ma i comandi sembravano impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso. Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era un’ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l’avevano mai veduto se non negli angoli dei loro uffici territoriali, e non si capacitavano che potesse essere un ostacolo. Arrangiatevi, ma andate avanti, perdio! Che si fa, si scherza? ”

” Imbottivamo alla meglio i vuoti che ogni azione apriva, giorno per giorno, spaventosi, nei reggimenti. E su, fanteria pelandrona, all’attacco. ” i nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni “.

“Il fango impasta uomini e cose assieme. Nel camminamento basso i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste. Non ci si può muovere. questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti.- tutto è conflitto nel fango tenace come un vischio rosso”.

Joshua Madalon

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ANNIVERSARI – ANTONIO GRAMSCI “Contro la guerra” 10 ottobre 1917

ANNIVERSARI – ANTONIO GRAMSCI “Contro la guerra” 10 ottobre 1917

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I professionisti della guerra [Il canto delle sirene]

Perché le guerre scoppiano in certo modo e non altrimenti? Perché in un certo momento e non in un altro? Perché sono fautori di una guerra determinati ceti borghesi e non altri?

Non è molto facile rispondere a queste domande. Ma ciò non vuol dire che sia assolutamente impossibile, o che non sia utile cercar di fissare dei criteri per poter rispondere almeno approssimativamente, e per poter fissare quindi la linea d’azione costante che un partito contrario alla guerra in genere debba tenere per rendere impossibile le guerre in ispecie.

I socialisti affermano che le guerre sono un portato dei sistemi di privilegio. Essendo oggi classe privilegiata la borghesia, essendo il capitalismo la forma economica specifica che il privilegio ha oggi assunto, i socialisti affermano che oggi la guerra è una fatalità borghese. Ma non bisogna intendere fatalità nel significato naturalistico-matematico, come una legge assoluta. Se così fosse, la guerra sarebbe una realtà quotidiana, le nazioni capitalistiche dovrebbero essere in perenne conflitto tra di loro. Bisogna intendere fatalità nel senso idealistico, come interpretazione di una necessità, come giudizio degli uomini. Il conflitto esiste perenne, ma non è perennemente di fatto; perché tale diventi è necessaria una iniziativa umana, è necessario ci sia chi giudichi essere arrivato il momento dell’azione, il momento utile per la realizzazione di un nuovo privilegio, oppure per impedire che un privilegio acquisito decada a beneficio altrui, e la guerra scoppia. E allora nascono appunto le domande: perché scoppiano le guerre? Perché in un certo momento e non in un altro? Perché trovano i fautori in alcuni ceti e non in altri?

Queste domande furono poste a Norman Angell quando pubblicò “La grande illusione”. Norman Angell si era posto il problema della guerra da un punto di vista perfettamente e recisamente logico. Egli ragionò: la guerra è un fatto talmente enorme che è necessario supporre che gli uomini che la scatenano abbiano enormi ragioni per scatenarla e siano di queste ragioni sinceramente persuasi. Le guerre moderne nascono dal bisogno di assestamenti economici migliori per certi capitalismi nazionali: gli uomini che di questi capitalismi sono i componenti, sono in preda a una grande illusione: credono che le guerre siano economicamente proficue, che le guerre creino condizioni migliori di produzione e di scambio. Io dimostro che una guerra, dato l’assestamento attuale della produzione e degli scambi, non può arricchire nessuno, non è utile a nessuno, che in una guerra moderna non vi possono essere vincitori e vinti, ma tutti saranno vinti, cioè per tutti si abbasserà il livello di vita economica, perché il danno dell’uno sarà inevitabilmente danno dell’altro. La rivelazione, la dimostrazione matematica di questa verità deve uccidere la guerra.

Diffondetela, propagatela: quando tutti saranno persuasi, la guerra scomparirà, quanto prima questa verità avrà conquistato la maggioranza degli uomini, tanto prima la guerra scomparirà.

Si obbiettò a Norman Angell: ma credete proprio che gli uomini inizino la guerra proprio per questi motivi enormi? Essi potranno servire per far continuare una guerra già iniziata, per prolungarla, per fissare a essa dei fini. Ma le guerre scoppiano per tali e tante ragioni, che è inutile ricercarne le origini immanenti, ed è impossibile fissare le prime essendo esse sempre nuove, sempre diverse. La verità è che non si sa perché le guerre scoppino, e pertanto esse devono ritenersi un retaggio della società umana, e gli uomini devono cercare di farle, quando sono costretti a farle, nel modo migliore, più onorevole e proficuo per le nazioni cui appartengono.

Ma chi fa queste obbiezioni non è un avversario della guerra. Per i socialisti il problema non si conchiude definitivamente in questi termini.

È vero che le guerre non si iniziano per delle ragioni logicamente adeguate al fatto che sta per scatenarsi; ed è vero che queste ragioni, questi stimoli sono tali e tanti che difficilmente si riesce a imprigionarli in uno schema compiuto e definitivo. Ciò è vero perché troppo pochi sono ancora gli uomini che si preoccupino veramente di ciò che accade loro d’intorno, che si preoccupino di non lasciar aggrupparsi dei nodi che poi domanderanno l’intervento della spada per sciogliersi e faranno diventare di fatto la guerra che è immanente nella società attuale. Perché troppo pochi sono gli uomini che si sforzano di comprendere in tutte le sue complicate risorse malefiche la società cui appartengono; troppo pochi sono quelli che si propongono di trasformarla concretamente, che si propongono – nell’attesa di poterla sostituire – di imprigionarla nella rete di un intenso controllo per impedirle di far diventare troppo attivamente crudele il maleficio che rinchiude latente.

Perché c’è chi lavora sempre, continuamente per iniziare le guerre. Perché c’è chi getta continuamente delle scintille sulle polveri infiammabili, e opera fra gli uomini, e suscita dubbi, e semina il panico. Perché ci sono i professionisti della guerra, perché c’è chi dalla guerra guadagna, anche se la collettività, le collettività nazionali non ne ricavano che lutti e rovine.

I seminatori di panico sono sempre esistiti. Sono sempre esistiti i professionisti della guerra. Anche nel mondo antico. Nelle favole di Fedro se ne trova traccia.

[…]

Non basta quindi l’avversione alla guerra in genere. È necessaria un’opera di controllo assidua sulle forze perverse che tendono a iniziare le guerre, a gettare i germi di guerre future.

Due sono i compiti dei socialisti. Irrobustire sempre più il proprio movimento per sostituire le borghesie, per rendere quindi impossibile qualsiasi guerra.

Nel frattempo, controllare assiduamente quei ceti borghesi che creano le ore topiche, che giudicano in certi momenti necessaria la guerra. Il secondo compito integra il primo: non basta essere contrari alla guerra in genere, come non basta dichiararsi socialisti genericamente. Bisogna cercare di far evitare le guerre in ispecie, sventando tutti i trucchi, sventando le trame dei seminatori di panico, degli stipendiati dell’industria bellica, degli stipendiati delle industrie che domandano le protezioni doganali per la guerra economica. Poiché è pur necessario che la guerra scoppi in un certo momento, bisogna impedire che questo momento arrivi mai.

Ci sono troppe sirene che cantano le canzoni fallaci della perdizione. Bisogna educare il proletariato, ma bisogna anche imbavagliare le sirene. Troppo pochi sono gli Ulissi che si premuniscono, che essendosi fatti legare all’albero della nave, avendo fatto tappare colla cera le orecchie degli uomini della loro ciurma, passano tra il canto senza sprofondare nel baratro. Ma anche le sirene sono poche: che gli uomini di buona volontà provvedano a imbavagliarle. Fino a quando il proletariato non comprenda tutto il popolo, e non sia immunizzato, bisogna che esso almeno pensi a gettare sulla società borghese la rete del proprio controllo, per imprigionarla, per rendere impossibile un altro così enorme spreco di vite e di ricchezze.

10 ottobre 1917 Antonio Gramsci in “Il Grido del Popolo”

PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

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PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

Quando i “filosofi” troveranno ascolto tra coloro che si candidano a governare o a scrivere programmi per il “buon Governo” di una città o di un Paese forse avremo trovato la soluzione agli annosi problemi nei quali ci dibattiamo. Ovviamente non basta essere o essere creduti o sentirsi “filosofi” per potersi accreditare all’interno del consesso “politico” e non nego che alcuni veri “filosofi” prestati come costruttori di progettualità alla Politica abbiano dato cattiva prova di sè nel secolo scorso. Non potrei – per l’appunto – negarlo. E per togliere il vino dai fiaschi sottolineo che non scrivo quello che segue sentendomi un “filosofo”: quindi non mi propongo come tale ai miei interlocutori “provvisori” (“provvisori” come è giusto che sia: nessuno di noi è “eterno”). Allo stesso tempo non risparmio le mie energie e proseguo ad esprimere il mio parere su quanto sia necessario fare nei prossimi mesi.
Mi sarebbe piaciuto che tra i dieci punti iniziali del percorso costruito al “Brancaccio” lo scorso giugno ve ne fosse uno esclusivamente dedicato alla “CULTURA” e se fosse stato il primo dei dieci ancora meglio.
Il tema della “CULTURA” può essere declinato in numerose varianti e rimanere il minimo comune multiplo del PROGRAMMA DI GOVERNO di un Paese e di una città. C’è una CULTURA ambientale, una CULTURA sociale, una CULTURA sanitaria, una CULTURA urbanistica una CULTURA economica, una CULTURA del Lavoro, una CULTURA internazionale, una CULTURA tout court (e non credo di avere esaurito l’elenco).
Essendo necessaria la “sintesi” proseguo in quel lavoro di ricerca delle contraddizioni profonde nelle quali si dibatte la nostra SINISTRA, mostrando a volte la sua indole conservatrice a difesa di diritti a volte necessariamente discutibili (il welfare del nostro Mezzogiorno, ad esempio, si avvale di una distribuzione “a pioggia” di benefici a vantaggio di falsi invalidi: lo difendiamo? Spesso accade che alcuni operatori inadempienti in modo illegale sotto molti punti di vista vengano difesi dai Sindacati che appartengono idealmente alla nostra storia: li difendiamo anche noi? La Sanità è nelle mani di persone incompetenti a tutti i livelli, da quello amministrativo a quello professionale specifico: non facciamo nulla? Nel percorso dell’Immigrazione troviamo molti aspetti di illegalità: cosa proponiamo?). Ecco; è necessario avanzare proposte serie che non abbiano teste tra le nuvole ma piedi saldamente ancorati a terra, a nche a costo di smentire il “noi stessi” di “ieri” (un “ieri” simbolico).
Ecco dunque la CULTURA della LEGALITA’, ma non chiacchiere a vuoto!
Mi soffermo nuovamente – l’ho già scritto circa un mese fa il 26 agosto sul mio Blog -http://www.maddaluno.eu/?p=6226 – sul tema dell’Immigrazione e del “razzismo” che viene diffuso.
E – lo ripeto – molto è da addebitare allo scarso livello “culturale” presente nel nostro Paese (sarà peggio o sarà meglio “altrove” poco deve importarci). Abbiamo il dovere di porci di fronte alle problematiche evitando isterismi e cercando soluzioni impostate nel massimo rispetto dei nostri valori costituzionali. Questi “giovani” stranieri arrivano da terre povere e martoriate da guerre e cataclismi di vario genere; vengono sparsi in realtà diverse e sconosciute senza che vi sia un vero e proprio progetto di accoglienza (non mi riferisco ad un “tetto” e al sostentamento vitale, ma alla provvisoria integrazione in un tessuto sociale alieno dal loro: vengono considerati “numeri” portatori di “benessere economico per una parte di noi” ma non più di questo). Se vi sono delle falle nella legislazione, se sono necessari interventi “sociali” in quella, dobbiamo sentirci parte attiva anche per evitare che “forme di schiavismo larvato sotterraneo” si diffondano (a chi interessa mantenerle? A noi di certo no!). Chi arriva da noi dopo quel viaggio tremendo sui “barconi” fatiscenti non può pensare che troverà ospitalità a scrocco del nostro Paese , dunque, nulla impedisce alle istituzioni governative lo stabilire che, in cambio dell’ospitalità, questi assolvano compiti determinati con la massima precisione, ad esempio, nel settore dell’Ambiente urbano ed extraurbano. Si eviterebbe di assistere a gruppi di giovani migranti ciondoloni per la città, possibili prede di malviventi e di approfittatori e si eviterebbe allo stesso tempo il diffondersi di sentimenti razzistici, soprattutto se operatori sensibili e preparati si adoperino per costruire un raccordo tra gli immigrati ed i residenti, tendente a far conoscere in modo reciproco le “storie” delle vite degli uni e degli altri.

Joshua Madalon

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