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25 AGOSTO 1917 – uno degli “ANNIVERSARI”

25 AGOSTO 1917 – uno degli “ANNIVERSARI”

Il progetto “ANNIVERSARI” prosegue occupandosi di uomini ed eventi del passato utili per i nostri tempi. Ad 80 anni dalla morte di Antonio Gramsci ed a cento dagli eventi che diedero vita alla Rivoluzione russa organizziamo incontri per parlarne insieme ad esperti locali e nazionali.
Qui di seguito un articolo scritto da Antonio Gramsci il 25 agosto del 1917.

Ecco così Kerenski mettersi da un lato contro la reazione che tenta rialzare la testa; eccolo all’opera, dall’altro lato, contro i massimalisti; ed ecco la dittatura che cerca, fra il proseguire della guerra e il desiderio di pace, il punto di appoggio nella tendenza media. Ma ecco Lenin e i suoi fedeli lottare per la maggior conquista con quanto più è possibile imporre di rinunce ai detentori della ricchezza, non dimenticando che essendo il socialismo il punto di arrivo, occorre che le folle considerino il Governo d’oggi non come il legittimo rappresentante delle proprie aspirazioni, ma come il nuovo “migliore avversario” che ha preso il posto del peggiore avversario precedente”. Questo lo stralcio di un articolo del prof. Concetto, stralcio di articolo che in brevi tratti fotografa chiarissimamente la situazione Russa compendiata nei suoi uomini più rappresentativi: Kerenski e Lenin. Per conto nostro aggiungiamo: forse Kerenski rappresenta la fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e noi siamo con lui, con tutta l’anima.

Questo è quel che scriveva 100 anni fa – 25 agosto 1917 – Antonio Gramsci (l’articolo non è firmato) su “Il Grido del Popolo”.

Dopo le “giornate di luglio” che avevano visto rafforzarsi il Potere nelle mani di Kerenski ed avviare conseguentemente una fortissima repressione contro i bolscevichi, che costringono alcuni dei capi di quella fazione all’esilio (Zinov’ev e Lenin troveranno rifugio in Finlandia) o all’arresto (Kamenev, Trockij, Lunacarskij e altri), non c’è più tempo da perdere: o i bolscevichi si organizzano per la Rivoluzione o saranno destinati perennemente a soccombere. Gramsci, utilizzando una riflessione del prof. Omero Concetto pubblicata su “Avanti!” del 10 agosto 1917, non ha dubbi su da che parte stare.


Il titolo dell’articolo è “Kerenski e Lenin” ed è riportato nel libro “Come alla volontà piace – Scritti sulla Rivoluzione russa” di Antonio Gramsci curato da Guido Liguori e pubblicato nel 2017 dall’editore Castelvecchi.


Nel novembre 2017 con il Comune di Montemurlo stiamo organizzando una serie di incontri per parlare del centenario della Rivoluzione russa. Due di questi saranno propedeutici al terzo, nel quale (il 20 novembre) è prevista la partecipazione del prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Joshua Madalon

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PAUSILYPON E LA GAIOLA – un viaggio tra il mito ed il moderno nel ventre di Napoli di fronte al suo mare

PAUSILYPON E LA GAIOLA – un viaggio tra il mito ed il moderno nel ventre di Napoli di fronte al suo mare

In sei otto mesi traforare e – come oggi si direbbe – “mettere in sicurezza” la base di un promontorio vulcanico fatto di tufo e pozzolana è un’impresa improponibile ai nostri tempi. Non lo era – e non lo fu – per i Romani che intorno al 37 a.C. costruirono una galleria alta circa quindici metri larga almeno quattro che da Coroglio per una lunghezza di settecento metri porta, attraversando la collina di Posillipo, ad un complesso residenziale di epoca imperiale prospiciente le due isole della Gaiola nel golfo di Napoli.
Non aggiungerò molto di più, evitando sia “sfondoni” sia “sfoggio di sapienza” inutile, invitando però i lettori curiosi del mio Blog a mettersi in contatto con l’organizzazione delle visite guidate, che costano tanto poco da non consentire il dubbio che io abbia interessi personali da far valere in cambio della pubblicizzazione.

I numeri di telefono sono 081 2403235 e 328 5947790; la mail è info@gaiola.org; il sito per accedere ad altre informazioni è www.gaiola.org

La pubblicizzazione del sito è per me doverosa, dopo aver conosciuto alcune delle operatrici culturali che se ne occupano – devo dire – in modo altamente professionale con eccellente capacità di interagire con ciascuno dei visitatori.
Come ci si arriva? Bene, vi dirò come ci siamo arrivati mia moglie ed io. Negli anni passati transitando dalla spiaggia di Bagnoli verso Coroglio ed imboccando la salita che porta nei pressi del Parco Virgiliano di Posillipo (quante volte lo abbiamo fatto da fidanzati e quante altre volte da genitori alla ricerca di spazi aperti, verdi e panoramici!) sulla destra subito dopo la “sosta” del primo Belvedere a destra si intravedeva un’apertura di uno spazio profondo che può far ricordare la consimile Galleria che si chiama Piedigrotta e si trova accanto al tunnel che porta gli automobilista da Mergellina a Fuorigrotta. Bene, quella era (ed è) la Grotta di Seiano, quella di cui stiamo parlando. Sempre chiusa, però, fino a qualche mese fa, forse poco più di un anno.
L’altro giorno ci siamo fermati al Belvedere e dialogando con un cortese netturbino di mezza età abbiamo espresso l’ipotesi di visitare il sito; è stato lui stesso a dirci che anche a lui era venuta quell’idea e mentre noi girovagavamo sul bordo del Belvedere, cercando angoli di visuale inediti da fermare con la nostra Canon, era già di ritorno e soddisfatto con alcune informazioni. A quel punto noi non potevamo essere da meno, anche perché dovevamo appagarci nella nostra curiosità. E siamo andati al botteghino in legno dall’interno del quale attraverso un’apertura è spuntata la testolina castana di una giovane donna dagli occhi vivaci e ragionanti, che ci ha fornito una marea di indicazioni ed ha prenotato la nostra visita “guidata” per il giorno dopo alle 10.

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Per capire meglio la straordinarietà della visita che vi propongo occorre che siate in possesso di una cartina geografica, oppure che conosciate già le caratteristiche morfologiche del luogo.
Ad ogni modo non posso, in ciò spalleggiato da mia moglie (che non sempre è però d’accordo con me), non rilevare la straordinaria competenza professionale di Alessia, che è stata per l’occasione la nostra guida. Ed infine non mi dispiace (anche in ciò sostenuto dalla mia consorte) ricordare che il sito è protetto da Sua Maestà Gattesca il cui nome è Menelao, una splendida gattina nera che seguirà ciascuno dei visitatori una volta raggiunto il sito dopo i settecento metri di percorso in leggera salita.
Chi lo desidera ( e si ricordi di farlo presente ) può anche prenotare un giro in barca nei dintorni della Gaiola.

Joshua Madalon

ANNIVERSARI – 1915 – 1917 —- 2017 IL MANIFESTO DI ZIMMERWALD e l’ambiguità dei socialisti – documenti con brevi cenni introduttivi

ANNIVERSARI – 1915 – 1917 —- 2017 IL MANIFESTO DI ZIMMERWALD e l’ambiguità dei socialisti – documenti con brevi cenni introduttivi

Uno dei testi più significativi di rifiuto della guerra fu quello siglato nel settembre 2015 dai socialisti europei e noto come “Manifesto di Zimmerwald”.

Fu siglato nel corso della prima Conferenza Internazionale Socialista tenutasi per l’appunto a Zimmerwald dal 5 al 9 settembre del 1915.

Era in linea di massima una proposizione idealistica che tuttavia non trovò applicazione nei socialisti italiani decisi a “Nè aderire né sabotare” riferendosi alla scelta del Governo italiano di entrare in guerra nel primo grande conflitto.

Nel luglio 1917, giorno 12, la voce di Claudio Treves, deputato socialista tuona nell’Aula della Camera: “…il prossimo inverno non più in trincea”. E’ la posizione di una parte del Partito che non ottiene alcun concreto sostegno. Non era la prima volta che Treves si distingueva dalla maggioranza dei socialisti che accondiscendevano supinamente e passivamente allo svolgersi degli eventi bellici. Proprio all’atto della dichiarazione di guerra italiana egli non si ritrasse e dichiarò il suo pacifismo con queste parole: “Non sarà un duello, ma sarà la tragedia, l’ecatombe, il macello, la conflagrazione europea, di tutti i popoli e di tutte le genti, vasta ed orribile, oltre ogni memoria di stragi nella storia d’Europa”.

Nello stesso mese di luglio 1917, verso la fine (22-27) la Direzione del PSI che si riunisce a Firenze decide di inviare una sua delegazione ad un incontro che avrebbe dovuto svolgersi a Stoccolma nel successivo mese di agosto. L’incontro previsto, e non realizzato, avrebbe dovuto riunire tutte le anime socialiste che avevano sottoscritto il “Manifesto di Zimmerwald”.

Treves, il manifesto di Zimmerwald, la Nota di Benedetto XV furono considerate, per i capi politici e militari di quel tempo, tra le principali cause delle ribellioni e delle conseguenti disfatte come quella italiana di Caporetto.

A seguire vi propongo un’attenta lettura del Manifesto di Zimmerwald.
E’ chiamato così dalla località svizzera del Canton Berna, accorpata recentemente nel 2004 nel comune di Wald (Berna).

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Manifesto di Zimmerwald (approvato dall’unanimità) 5 – 9 Settembre 1915

Proletari d’Europa!
La guerra continua da più di un anno.
Milioni di cadaveri coprono i campi di battaglia; milioni di uomini sono rimasti mutilati per tutto il resto della loro esistenza. L’Europa è diventata un gigantesco macello di uomini. Tutta la civiltà che era il prodotto del lavoro di parecchie generazioni è distrutta. La barbarie più selvaggia trionfa oggi su tutto quanto costituiva l’orgoglio dell’umanità.
Qualunque sia la verità sulle responsabilità immediate della guerra, questa è il prodotto dell’imperialismo, ossia il risultato degli sforzi delle classi capitalistiche di ciascuna nazione per
soddisfare la loro avidità di guadagni con l’accaparramento del lavoro umano e delle ricchezze naturali del mondo intero. In tal modo, le nazioni economicamente arretrate o politicamente deboli cadono sotto il giogo delle grandi potenze, le quali mirano con questa guerra a rimaneggiare, col ferro e col sangue, la carta mondiale nel loro interesse di sfruttamento. Ne risulta che popolazioni intere, come quelle del Belgio, della Polonia, degli Stati balcanici, dell’Armenia, sono minacciate di servire al giuoco della politica dei compensi e di essere spezzate ed annesse.
I motivi di questa guerra, a mano a mano che si sviluppa, appariscono nella loro ignominia. I capitalisti, che dal sangue versato dal proletariato traggono i Più grossi profitti, affermano, in ogni paese, che la guerra serve alla difesa della patria, della democrazia, alla liberazione dei popoli oppressi.
Essi mentono.
Questa guerra, infatti, semina la rovina e la devastazione, e distrugge, al tempo stesso, le nostre libertà e l’indipendenza dei popoli
Nuove catene, nuovi pesi ne saranno la conseguenza, ed è il proletariato di tutti i paesi, vincitori e vinti, che li sopporterà.
Invece dell’aumento di benessere, promesso al principio della guerra, noi vediamo un accrescimento della miseria per la disoccupazione, il rincaro dei viveri, le privazioni, le malattie, le epidemie. Le spese della guerra, assorbendo le risorse del paese, impediscono ogni progresso nella via delle riforme sociali e mettono in pericolo quelle conquistate fin qui.
Barbarie, crisi economica, reazione politica: ecco i risultati tangibili di questa guerra crudele.
In tal modo la guerra rivela il vero carattere del capitalismo moderno e dimostra che esso è inconciliabile non solamente con l’esigenza del progresso,ma anche con i bisogni più elementari dell’esistenza umana.
Le istituzioni del regime capitalista, che dispongono della sorte dei popoli; i governi, tanto monarchici quanto repubblicani; la stampa, la chiesa, portano la responsabilità di questa guerra, che ha la sua origine nel regime capitalista e che è stata scatenata a profitto delle classi possidenti.
[…]
Lavoratori!
Voi, ieri ancora gli sfruttati, voi, gli oppressi, voi, i disprezzati, non appena dichiarata la guerra, quando è occorso mandarvi al massacro e alla morte, la borghesia vi ha invocati come suoi fratelli
e compagni. E adesso che il capitalismo vi ha salassati, decimati, umiliati, le classi dominanti esigono che voi rinunziate alle vostre rivendicazioni, che abdichiate al vostro ideale socialista e internazionale. Si vuole, insomma, che voi vi sottomettiate come servi al patto dell’« unione sacra».
Vi si toglie ogni possibilità di manifestare i vostri sentimenti, le vostre opinioni, i vostri dolori. Vi si impedisce di presentare e di difendere le vostre rivendicazioni. La stampa è legata, calpestate le libertà e i diritti politici.
È il regno della dittatura militare.
Noi non possiamo e non dobbiamo restare più a lungo indifferenti a questo stato di cose minacciante tutto l’avvenire dell’Europa e dell’Umanità. Durante dozzine d’anni il proletariato socialista ha condotto la lotta contro il militarismo. Nei Congressi nazionali e internazionali i suoi rappresentanti constatavano, con inquietudine sempre crescente, il pericolo della guerra, conseguenza dell’imperialismo. A Stuttgart, a Copenaghen, a Basilea, i Congressi socialisti internazionali hanno tracciata la via che il proletariato doveva seguire
Ma i partiti socialisti e le organizzazioni di alcuni paesi, pur avendo contribuito all’elaborazione di quelle deliberazioni, fin dallo scoppio della guerra sono venuti meno ai doveri che esse loro imponevano. I loro rappresentanti hanno indotto il proletariato ad abbandonare la lotta di classe,
vale a dire il solo mezzo efficace della emancipazione proletaria. Essi hanno accordato i crediti militari alle classi dominanti. Si sono posti al servizio de oro governo e hanno tentato, con la loro stampa e con i loro emissari, di guadagnare i paesi neutri alla politica dei loro governanti.
Essi hanno mandato al potere borghese dei ministri socialisti, come ostaggi per il mantenimento dell’«unione sacra».
E così, davanti alla classe operaia, hanno accettato di dividere con le classi dirigenti le responsabilità attuali e future di questa guerra, dei suoi scopi, dei suoi metodi. E la rappresentanza ufficiale dei socialisti di tutti i paesi, il «Segretariato socialista internazionale», ha mancato completamente al suo scopo.
Queste le cause per le quali la classe operaia, che non aveva ceduto allo smarrimento generale, o che aveva saputo in seguito liberarsene, non ha ancora trovato le forze e i mezzi per «intraprendere una lotta efficace e simultanea in tutti i paesi contro la guerra».
In questa situazione intollerabile, noi rappresentanti dei Partiti socialisti, dei Sindacati e delle loro minoranze, noi, tedeschi, francesi, italiani, russi, polacchi, lettoni, rumeni, bulgari, svedesi,
norvegesi, olandesi, svizzeri, noi, che non ci collochiamo sul terreno della solidarietà nazionale colla classe degli sfruttatori, noi, che siamo rimasti fedeli alla solidarietà internazionale fra i proletariati dei diversi paesi, ci siamo adunati per richiamare la classe operaia ai suoi doveri verso se stessa e per indurla alla lotta per la Pace.
Questa lotta è al tempo stesso la lotta per la libertà e per la fraternità dei popoli e per il socialismo.
Si tratta d’impegnare un’azione per una pace senza annessioni e senza indennità di guerra. Questa pace non è possibile che condannando anche l’idea di una violazione dei diritti e delle libertà dei popoli, I’occupazione di un paese o di una provincia non deve portare alla loro annessione. Nessuna annessione effettiva o mascherata. Niente incorporazioni economiche forzate, imposte, che diventano ancora più intollerabili per il fatto consecutivo della spoliazione dei diritti politici degli interessati. Si riconosca ai popoli i l diritto di disporre di se medesimi.
Proletari
Fin dall’inizio della guerra voi avete messo tutte le vostre forze, il vostro coraggio, la vostra costanza al servizio delle classi possidenti, per uccidervi scambievolmente; adesso si tratta, restando sul terreno della lotta di classe irriducibile, di agire per la nostra propria causa, per la causa sacra del socialismo, per l’emancipazione dei popoli oppressi, delle classi asservite.
I socialisti dei paesi belligeranti hanno il dovere di condurre questa
lotta con ardore ed energia; i socialisti dei paesi neutri hanno il dovere di sostenere con mezzi efficaci i loro fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinosa.
Mai fu nella storia una missione più nobile e più urgente. Non vi sono sforzi e sacrifici troppo grandi per raggiungere questo scopo: la pace fra gli uomini.
Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e storpiati, a voi tutti, vittime della guerra, noi diciamo: al di sopra dei campi di battaglia, al di sopra delle campagne e delle città devastate:
Proletari di tutti i paesi unitevi!

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DICHIARAZIONE ELABORATA DALLA “SINISTRA DI ZIMMERWALD” (sottoscritta da sei delegati: I sei delegati erano Lenin, Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.)

La guerra che da più di un anno devasta l’Europa è una guerra imperialista per lo sfruttamento economico di nuovi mercati, per la conquista delle fonti di materie prime, per lo stanziamento di capitali. La guerra è un prodotto dello sviluppo economico che vincola economicamente tutto il mondo e lascia al tempo stesso sussistere i gruppi capitalisti costituitisi in unità nazionali, e divisi dall’antagonismo dei loro interessi.
Col tentativo di dissimulare il vero carattere della guerra, la borghesia ed i governi, i quali pretendono che si tratti di una guerra per l’indipendenza, di una guerra che è stata loro imposta, non fanno che trarre in inganno il proletariato, perché in realtà lo scopo della guerra è proprio l’oppressione dei popoli e di paesi stranieri. Lo stesso è delle leggende che attribuiscono ad essa il ruolo di difesa della democrazia, mentre invece l’imperialismo significa dominio più brutale del grande capitalismo e della reazione politica. Solo con l’organizzazione socialista della produzione, che a sua volta risolverà le contraddizioni ingenerate dalla fase attuale del capitalismo, l’imperialismo potrà essere superato, essendo già mature le condizioni obiettive per tale trasformazione.
Quando la guerra scoppiò la maggioranza dei dirigenti del movimento operaio non oppose all’imperialismo l’unica soluzione, quella socialista. Trascinati dal nazionalismo, minati dall’opportunismo, al momento della guerra essi lasciarono il proletariato in balìa dell’imperialismo, rinnegando così il principio del socialismo, vale a dire la vera lotta per gli interessi del proletariato.
Il social-patriottismo – accettato in Germania tanto dalla maggioranza, sinceramente patriottica, di coloro che prima della guerra erano i dirigenti socialisti del movimento, quanto dal centro del partito di tendenza oppositrice riunito attorno a Kautsky; che in Francia e in Austria viene professato dalla maggioranza; in Inghilterra e in Russia da una parte dei dirigenti (Hyndman, i Fabiani, i dirigenti e membri della Trade-Unions, Plechanov, Rubanovic e il gruppo Nacha Saria in Russia) – è più pericoloso per il proletariato degli apostoli borghesi dell’imperialismo perché, sfruttando la bandiera socialista, il social-imperialismo può indurre in errore la classe operaia. La lotta più intransigente contro il social-imperialismo è condizione prima della mobilitazione rivoluzionaria del proletariato e della ricostituzione dell’Internazionale.
I partiti socialisti e le minoranze di opposizione in seno ai partiti divenuti social-patrioti hanno il dovere di chiamare le masse operaie alla lotta rivoluzionaria contro i governi imperialisti, per la presa del potere politico, in vista dell’organizzazione socialista della società. Senza rinunciare alla lotta per le rivendicazioni immediate del proletariato, riforme da cui il proletariato potrebbe uscire rafforzato, senza rinunciare ad alcuno dei mezzi di organizzazione e di agitazione delle masse, la socialdemocrazia rivoluzionaria ha anzi il dovere di approfittare di tutte queste lotte, di tutte le riforme rivendicate dal nostro programma base per inasprire la crisi sociale e politica del capitalismo e trasformarla in un attacco diretto contro le stesse basi del capitalismo. Questa lotta, essendo condotta nel nome del socialismo, opporrà le masse operaie a qualsiasi tentativo volto all’oppressione di un popolo da parte di un altro – la quale consiste nel mantenimento del dominio di una Nazione sulle altre e nelle aspirazioni annessionistiche; questa stessa lotta per il socialismo renderà le masse inaccessibili alla propaganda della solidarietà nazionale mediante la quale i proletari sono stati trascinati sui campi del massacro.
È combattendo contro la guerra mondiale, e per accelerare la fine del massacro dei popoli che questa lotta deve essere intrapresa. Essa chiede che i socialisti escano dai ministeri, che i rappresentanti della classe operaia denuncino il carattere capitalista-antisocialista della guerra dalle tribune dei parlamenti, nei giornali, e ove non sia possibile farlo con la stampa legale, nella stampa clandestina, che combattano energicamente il social-patriottismo, che approfittino di qualsiasi manifestazione di massa provocata dalla guerra (miseria, grandi sconfitte), per organizzare dimostrazioni di piazza contro i governi, che facciano propaganda di solidarietà internazionale nelle trincee, promuovano scioperi economici trasformandoli, se le condizioni lo consentono, in scioperi politici. Il nostro motto è: guerra civile, non unione sacra. Opponendosi all’illusione che si crea quando si lascia intendere che sia possibile gettare le basi di una pace duratura e avviare il disarmo attraverso le decisioni dei governi o della diplomazia, i socialdemocratici hanno il dovere di ripetere continuamente alle masse che soltanto la rivoluzione sociale potrà realizzare la pace duratura e liberare l’umanità.

JOahua Madalon

1917 – 2017 Pillole di ANNIVERSARI 2017 Lenin vs Marx – oltre il bolscevismo della prima “onda”.

Nell’ambito del maxi-contenitore degli ANNIVERSARI 2017 nel prossimo autunno daremo grande spazio al centenario dal 1917, anno strapieno di avvenimenti significativi, tra i quali la Rivoluzione russa.
A novembre abbiamo già in programma tre date a Montemurlo presso la Biblioteca comunale: si tratta di una “collaborazione” e saremo più chiari e precisi tra qualche settimana.

1917 – 2017 Pillole di ANNIVERSARI 2017
Lenin vs Marx – oltre il bolscevismo della prima “onda”.

I bolscevichi non appoggiarono il governo provvisorio borghese che si formò in Russia subito dopo la rivoluzione del febbraio 1917. Ma allo stesso tempo non erano intenzionati a metterlo in discussione in quanto, rispettosi della linea marxista attendevano che i tempi fossero maturi dopo un’esperienza della rivoluzione borghese per poter poi approdare al socialismo. Ma non avevano ancora fatto i conti con Lenin, che di lì a poco avrebbe rappresentato un deciso superamento della prassi marxista, così come l’aveva costruita il grande filosofo tedesco nella seconda parte del secolo precedente.
Al suo rientro dall’esilio svizzero, aiutato dai tedeschi, il capo dei bolscevichi lanciò un nuovo programma d’azione. Il 7 aprile del calendario russo (il 20 del nostro) su la Pravda appaiono quelle che furono poi note come “Tesi d’Aprile”

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Nel nostro atteggiamento verso la guerra, la quale – sotto il nuovo governo di Lvov e consorti, e grazie al carattere capitalistico di questo governo – rimane incondizionatamente, da parte della Russia, una guerra imperialistica di brigantaggio, non è ammissibile nessuna benché minima concessione al “difensivismo” rivoluzionario. A una guerra rivoluzionaria che realmente giustifichi il “difensivismo”
rivoluzionario, il proletariato cosciente può dare il suo consenso soltanto alle seguenti condizioni: a) passaggio del potere nelle mani del potere del proletariato e degli strati più poveri della popolazione contadina che si mettono dalla sua parte;b) rinuncia effettiva, e non a parole a qualsiasi annessione; c) rottura completa, effettiva, con tutti gli interessi del capitale.Data l’innegabile buona fede di vasti strati delle masse, che sonoper il difensivismo rivoluzionario e accettano la guerra come una necessità e non per spirito di conquista, dato che essi sono ingannati dalla borghesia, bisogna ginnanzitutto mettere in luce i loro errori minutamente, ostinatamente, pazientemente, mostrando il legame indissolubile fra il capitale e la guerra imperialista, dimostrando che non è possibile metter fine alla guerra con una pace puramente democratica, e non imposta colla forza, senza abbattere il capitale. Organizzazione della più vasta propaganda di questi concetti nell’esercito combattente. Fraternizzazione.
2. La peculiarità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima tappa della rivoluzione – che, a causa dell’insufficiente coscienza ed organizzazione del proletariato, ha dato il potere alla borghesia – alla seconda tappa, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini. Da una parte, questo passaggio è caratterizzato dal massimo di legalità (fra tutti i paesi belligeranti, la Russia è, oggi, il paese più libero del mondo) e, dall’altra parte, dall’assenza di violenza contro le masse e, infine, dall’atteggiamento inconsapevolmente fiducioso delle masse verso il governo dei capitalisti, dei peggiori nemici della pace e del socialismo. Questa peculiarità ci im
pone di saperci adattare alle condizioni particolari del lavoro del partito fra le immense masse proletarie appena destate alla vita politica.
3. Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio; dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse, soprattutto di quelle concernenti la rinuncia alle annessioni.
smascherate questo governo invece di “esigere” (ciò che è inammissibile e semina illusioni) che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialista.
4. Riconoscimento del fatto che il nostro partito è una minoranza e, finora, una piccola minoranza, nella maggior parte dei Soviet dei deputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunisti piccolo-borghesi, sottomessi all’influenza della borghesia e veicoli dell’influenza borghese sul proletariato: dai sindacati populisti e dai socialisti-rivoluzionari al Comitato d’organizzazione (Ckheidze, Tsereteli etc.) a Steklov ecc. Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono la sola forma possibile di governo rivoluzionario e che per conseguenza il nostro compito, finché questo governo sarà sottomesso all’influenza della borghesia, può consistere soltanto nella spiegazione paziente sistematica, perseverante – particolarmente adatta ai bisogni delle masse – degli
errori della loro tattica. Finché saremo in minoranza, faremo un lavoro di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, affinché le masse, sulla base dell’esperienza, possano liberarsi dei loro errori.
5. Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe fare un passo indietro – ma repubblica dei Soviet dei deputati operai, dei braccianti e dei contadini, in tutto il paese, dal basso in alto. Soppressione della polizia, dell’esercito e del corpo dei funzionari. Salario ai funzionari – tutti eleggibili e revocabili in qualsiasi momento – non superiore al salario medio di un buon operaio.
6. Nel programma agrario trasferire il centro di gravità nel Soviet dei deputati dei salariati agricoli. Confiscare tutte le terre dei grandi proprietari fondiari. Nazionalizzare tutte le terre del paese e metterle a disposizione dei Soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Fare di ogni grande tenuta [da 100 a 300 desiatine] un’azienda modello coltivata per conto delle comunità e sottoposta al controllo dei Soviet dei deputati dei salariati agricoli.
7. Fusione immediata di tutte le banche del paese in una unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei Soviet dei deputati operai.
8. Come nostro compito immediato, non l’“instaurazione” del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai.
9. Compiti del partito: – Congresso immediato del partito; – modificare il programma del partito e principalmente: a) sull’imperialismo e sulla guerra imperialistica; b) sull’atteggiamento verso lo Stato e sulla nostra rivendicazione dello “Stato-Comune”; c) cambiare il nome del partito e adottare l’espressione “Partito Comunista” al posto della vecchia dicitura “Partito socialdemocratico russo, corrente bolscevica”.
10. Rinascita dell’Internazionale. Prendere l’iniziativa della creazione di un’Internazionale rivoluzionaria contro i socialsciovinisti e contro il “centro”.

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1917 – 2017 Pillole di ANNIVERSARI 2017 – Lenin vs Marx – oltre il bolscevismo della prima “onda”.

Nell’ambito del maxi-contenitore degli ANNIVERSARI 2017 nel prossimo autunno daremo grande spazio al centenario dal 1917, anno strapieno di avvenimenti significativi, tra i quali la Rivoluzione russa.
A novembre abbiamo già in programma tre date a Montemurlo presso la Biblioteca comunale: si tratta di una “collaborazione” e saremo più chiari e precisi tra qualche settimana.

1917 – 2017 Pillole di ANNIVERSARI 2017
Lenin vs Marx – oltre il bolscevismo della prima “onda”.

I bolscevichi non appoggiarono il governo provvisorio borghese che si formò in Russia subito dopo la rivoluzione del febbraio 1917. Ma allo stesso tempo non erano intenzionati a metterlo in discussione in quanto, rispettosi della linea marxista attendevano che i tempi fossero maturi dopo un’esperienza della rivoluzione borghese per poter poi approdare al socialismo. Ma non avevano ancora fatto i conti con Lenin, che di lì a poco avrebbe rappresentato un deciso superamento della prassi marxista, così come l’aveva costruita il grande filosofo tedesco nella seconda parte del secolo precedente.
Al suo rientro dall’esilio svizzero, aiutato dai tedeschi, il capo dei bolscevichi lanciò un nuovo programma d’azione. Il 7 aprile del calendario russo (il 20 del nostro) su la Pravda appaiono quelle che furono poi note come “Tesi d’Aprile”

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Nel nostro atteggiamento verso la guerra, la quale – sotto il nuovo governo di Lvov e consorti, e grazie al carattere capitalistico di questo governo – rimane incondizionatamente, da parte della Russia, una guerra imperialistica di brigantaggio, non è ammissibile nessuna benché minima concessione al “difensivismo” rivoluzionario. A una guerra rivoluzionaria che realmente giustifichi il “difensivismo”
rivoluzionario, il proletariato cosciente può dare il suo consenso soltanto alle seguenti condizioni: a) passaggio del potere nelle mani del potere del proletariato e degli strati più poveri della popolazione contadina che si mettono dalla sua parte;b) rinuncia effettiva, e non a parole a qualsiasi annessione; c) rottura completa, effettiva, con tutti gli interessi del capitale.Data l’innegabile buona fede di vasti strati delle masse, che sonoper il difensivismo rivoluzionario e accettano la guerra come una necessità e non per spirito di conquista, dato che essi sono ingannati dalla borghesia, bisogna ginnanzitutto mettere in luce i loro errori minutamente, ostinatamente, pazientemente, mostrando il legame indissolubile fra il capitale e la guerra imperialista, dimostrando che non è possibile metter fine alla guerra con una pace puramente democratica, e non imposta colla forza, senza abbattere il capitale. Organizzazione della più vasta propaganda di questi concetti nell’esercito combattente. Fraternizzazione.
2. La peculiarità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima tappa della rivoluzione – che, a causa dell’insufficiente coscienza ed organizzazione del proletariato, ha dato il potere alla borghesia – alla seconda tappa, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini. Da una parte, questo passaggio è caratterizzato dal massimo di legalità (fra tutti i paesi belligeranti, la Russia è, oggi, il paese più libero del mondo) e, dall’altra parte, dall’assenza di violenza contro le masse e, infine, dall’atteggiamento inconsapevolmente fiducioso delle masse verso il governo dei capitalisti, dei peggiori nemici della pace e del socialismo. Questa peculiarità ci im
pone di saperci adattare alle condizioni particolari del lavoro del partito fra le immense masse proletarie appena destate alla vita politica.
3. Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio; dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse, soprattutto di quelle concernenti la rinuncia alle annessioni.
smascherate questo governo invece di “esigere” (ciò che è inammissibile e semina illusioni) che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialista.
4. Riconoscimento del fatto che il nostro partito è una minoranza e, finora, una piccola minoranza, nella maggior parte dei Soviet dei deputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunisti piccolo-borghesi, sottomessi all’influenza della borghesia e veicoli dell’influenza borghese sul proletariato: dai sindacati populisti e dai socialisti-rivoluzionari al Comitato d’organizzazione (Ckheidze, Tsereteli etc.) a Steklov ecc. Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati operai sono la sola forma possibile di governo rivoluzionario e che per conseguenza il nostro compito, finché questo governo sarà sottomesso all’influenza della borghesia, può consistere soltanto nella spiegazione paziente sistematica, perseverante – particolarmente adatta ai bisogni delle masse – degli
errori della loro tattica. Finché saremo in minoranza, faremo un lavoro di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, affinché le masse, sulla base dell’esperienza, possano liberarsi dei loro errori.
5. Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe fare un passo indietro – ma repubblica dei Soviet dei deputati operai, dei braccianti e dei contadini, in tutto il paese, dal basso in alto. Soppressione della polizia, dell’esercito e del corpo dei funzionari. Salario ai funzionari – tutti eleggibili e revocabili in qualsiasi momento – non superiore al salario medio di un buon operaio.
6. Nel programma agrario trasferire il centro di gravità nel Soviet dei deputati dei salariati agricoli. Confiscare tutte le terre dei grandi proprietari fondiari. Nazionalizzare tutte le terre del paese e metterle a disposizione dei Soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Fare di ogni grande tenuta [da 100 a 300 desiatine] un’azienda modello coltivata per conto delle comunità e sottoposta al controllo dei Soviet dei deputati dei salariati agricoli.
7. Fusione immediata di tutte le banche del paese in una unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei Soviet dei deputati operai.
8. Come nostro compito immediato, non l’“instaurazione” del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai.
9. Compiti del partito: – Congresso immediato del partito; – modificare il programma del partito e principalmente: a) sull’imperialismo e sulla guerra imperialistica; b) sull’atteggiamento verso lo Stato e sulla nostra rivendicazione dello “Stato-Comune”; c) cambiare il nome del partito e adottare l’espressione “Partito Comunista” al posto della vecchia dicitura “Partito socialdemocratico russo, corrente bolscevica”.
10. Rinascita dell’Internazionale. Prendere l’iniziativa della creazione di un’Internazionale rivoluzionaria contro i socialsciovinisti e contro il “centro”.

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1967 – Pillole di ANNIVERSARI – Gramsci – don Milani e il “Premio Prato”

1967 – Pillole di ANNIVERSARI – Gramsci – don Milani e il “Premio Prato”

Tra qualche settimana, il 6 settembre, a Prato – grazie all’ANPI ed alla sua Presidente Angela Riviello coadiuvata da un gruppo di giovani – anagraficamente e non – come Alessandro Bicci, Francesco Venuti e tanti altri verrà presentato al pubblico il libro dedicato al “Premio letterario Prato – 1948-1990 Storia di un’iniziativa culturale” scritto da Alessandro Bicci ed edito da Pentalinea. Insieme ad esso sarà allestita una Mostra di pannelli e documentazioni visive dedicata allo stesso tema. E’ uno dei momenti più importanti del Settembre pratese, orientato al recupero della memoria come necessità e dovere che le generazioni meno giovani sentono di dover trasmettere a quelle più giovani.
Il progetto “ANNIVERSARI 2017” che si è occupato nel corso dell’anno – e continuerà a farlo nel suo prosieguo – di celebrare alcune figure ed alcuni eventi particolarmente importanti non poteva non tener conto di questa iniziativa, che nel 1967, cinquant’anni orsono, nella sezione “opera di carattere saggistico” premiò ex aequo due testi che assumono ulteriore significato nell’ambito di ANNIVERSARI: il primo volume della “Storia del Partito comunista italiano – Da Bordiga a Gramsci” di Paolo Spriano e “Lettera a una professoressa” della Scuola di Barbiana.

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Ad entrambi i temi ed i personaggi abbiamo già dedicato alcuni eventi: abbiamo trattato di don Milani e la sua scuola di Barbiana con Mario Lancisi e Sandra Gesualdi e di Gramsci con il prof. Angelo d’Orsi; e ne continueremo a parlare nei prossimi mesi.
In quella edizione faceva parte della Giuria il giornalista Giorgio Bocca che, incuriosito dalla lettura di “Lettera a una professoressa” subito dopo la proclamazione del Premio, avvenuta l’8 settembre 1967, decise di recarsi in quel luogo per vedere di persona i protagonisti. Ci trovò soltanto dei ragazzi; don Milani era morto il 26 giugno, stroncato dalla malattia e prostrato dall’indifferenza di una Chiesa incapace di comprendere.
A ricordo di quella “visita”, alla quale era stato sospinto dalla curiosità ma anche dal credito che don Milani aveva acquisito nel corso degli ultimi anni nei diversi settori della cittadinanza attiva che avrebbe prodotto il meglio del Sessantotto, egli scrisse un articolo dal titolo su “Il Giorno” il cui titolo era “Ragazzi, meritava il Premio perché spiegò l’ingiustizia”. Fu accolto dai ragazzi di Barbiana con lo stile consueto che veniva riservato anche, e soprattutto, a personaggi di rilievo: rispetto ma molta prudenza e circospezione.
Successivamente, trentasette anni dopo, nel novembre del 2004, Giorgio Bocca pubblicò un nuovo articolo “Io e i pinocchi di don Milani” nel quale ripercorse nella memoria quel “viaggio” del 1967.
Qui sotto ne riporto il link per un rapido riferimento di lettura:
http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/repubblica-io-e-i-pinocchi-di-don-milani-di-giorgio-bocca.flc

giorgio-bocca da giovane

Voglio anche ricordare un articolo molto interessante scritto recentemente da Alessandro Bicci per la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato: per comodità ve ne riporto il link.
http://www.fondazionecrprato.it/attachments/article/171/Fond_Prato112_14.pdf

Joshua Madalon

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Agosto 1917 pillole di ANNIVERSARI – 3

AGOSTO 1917 – pillole di ANNIVERSARI – 3

Nell’ambito del maxi-contenitore degli ANNIVERSARI 2017 nel prossimo autunno daremo grande spazio al centenario dal 1917, anno strapieno di avvenimenti significativi, tra i quali la Rivoluzione russa.
A novembre abbiamo già in programma tre date a Montemurlo presso la Biblioteca comunale: si tratta di una “collaborazione” e saremo più chiari e precisi tra qualche settimana.

Il 13 agosto 1917 si svolge a Torino una grande manifestazione di saluto ad una delegazione del Comitato esecutivo centrale panrusso dei Soviet, in visita in Italia; Antonio Gramsci ne scrive su “L’Avanti” del 15 agosto riportandone la cronaca in un articolo dal titolo “Il compito della rivoluzione russa”
Il Comitato era arrivato in Italia per un “tour” propagandistico informativo sulle condizioni della Rivoluzione agli inizi di agosto ed aveva fatto una serie di incontri, avendo come base Torino, riconoscendone il suo ruolo di città, dove il proletariato aveva un ruolo fondamentale. Il 13 di quel mese Iosif Petrovic Gol’denberg insieme a Aleksandr Nikolaevic Smirnov, dirigente del Soviet di Pietrogrado e Jerzy Heryng, socialista polacco, che lavorava alla Fiat come ingegnere partecipano all’incontro conclusivo di quel tour che aveva visto quella delegazione attraversare l’Italia con tappe a Roma, Firenze, Ravenna, Milano, Bologna, Novara e Varese.
Antonio Gramsci insieme ad altri compagni torinesi compone una cronaca che verrà pubblicata due giorni dopo sull’ “Avanti!”.

Joshua Madalon

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Agosto 1917 – Pillole di ANNIVERSARI – 2

Agosto 1917 – Pillole di ANNIVERSARI

Nell’ambito del maxi-contenitore degli ANNIVERSARI 2017 nel prossimo autunno daremo grande spazio al centenario dal 1917, anno strapieno di avvenimenti significativi, tra i quali la Rivoluzione russa.
A novembre abbiamo già in programma tre date a Montemurlo presso la Biblioteca comunale: si tratta di una “collaborazione” e saremo più chiari e precisi tra qualche settimana.

LA RIVOLTA DEL PANE – Torino 1917

Un altro degli eventi dell’agosto 1917 si verificò a Torino e si concentrò particolarmente in quel mese. Lo sforzo bellico che durava ormai da più di due anni aveva messo in ginocchio l’economia del nostro Paese, in modo particolare quella detta “di pace”. Gli effetti di tutto questo non tardarono a farsi sentire soprattutto nelle città ed in modo particolare in quella che era la città industriale più importante, cioè Torino. In questa città peraltro si era andata costituendo una classe operaia resa consapevole anche dalla presenza di un’ “intellighenzia” di primissimo livello, che aveva già sollevato un dibattito molto intenso sul ruolo del proletariato, avendo un’attenzione forte per gli eventi che in quello stesso anno daranno vita alla Rivoluzione in Russia. Basterebbe accennare al giovane Gramsci, che aveva scelto quella città per il suo percorso universitario, per rendere pienamente l’idea. Torino era la città operaia per eccellenza e manterrà questo ruolo anche per tutto il secolo ventesimo.
Nel corso del 1917 il pane viene tesserato, stabilendo in 300 grammi la razione giornaliera procapite. Sin dai primi giorni dell’agosto di quell’anno il costo del pane aumenterà di 10 centesimi al chilo; ed il giorno 21 le scorte di farina si esaurirono costringendo il giorno dopo tutte le panetterie a chiudere per mancanza di materia prima. Contemporaneamente però le pasticcerie e le panetterie esclusive ed eleganti, quelle per intendersi riservate ai signori, non smettono di fornire i loro prodotti. Prende il via la protesta, a capo della quale si pongono in prima linea le donne, le massaie, le casalinghe cui è demandata tradizionalmente la cura e l’organizzazione della famiglia ma anche le operaie dei cotonifici, dell’Arsenale Militare, dei calzaturifici e, soprattutto, le tabacchine della Manifattura Tabacchi. Vi saranno barricate e scontri che ricorderanno quelli francesi e quegli altri milanesi del secolo precedente. Il mattino del 23 agosto parte lo sciopero generale, al quale verrà contrapposto da parte del Comune l’intervento militare. La resistenza durerà poco: il giorno 28 dello stesso mese, dopo scontri che costeranno molto caro ai dimostranti, che subiranno anche nei giorni e mesi successivi una dura repressione con arresti e invii al fronte, in particolare di quelli che avevano goduto di una forma di esonero per le loro capacità lavorative nell’industria bellica.
Quello che era apparsa ai socialisti come Bruno Buozzi e Antonio Gramsci un’ottima occasione per far partire il processo rivoluzionario in Italia alla stregua di quanto stava accadendo in Russia a partire da Pietrogrado fallì, anche perché qui da noi mancava una figura carismatica come Lenin.

Nel prossimo autunno ne parleremo con il prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico studioso di Gramsci e della Rivoluzione russa.

1917 – PILLOLE DI ANNIVERSARI – 2 …continua…

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STRUTTURA dell’intervento da me coordinato (a nome di Altroteatro) martedì 11 luglio a Montemurlo

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STRUTTURA dell’intervento da me coordinato (a nome di Altroteatro) martedì 11 luglio a Montemurlo

Il Comune di Montemurlo, attraverso la Biblioteca, e la sua Direzione (Roberta Chiti, Valerio Fiaschi e Silvia Zizzo) e l’Assessore alla Cultura, Giuseppe Forastiero, mi ha chiesto di organizzare la presentazione del libro “Processo all’obbedienza La vera storia di don Milani” edizioni Laterza. Ho accolto l’invito riservandomi tuttavia il ruolo di aprire la serata con un rapido excursus sul tema che è quello legato al processo che don Milani e Luca Pavolini furono costretti a subire in un tempo nel quale l’obiezione di coscienza era considerata un reato.

Ringrazio i collaboratori, a partire da Antonello Nave, ed i giovani Bianca Nesi e Davide Finizio che hanno letto i brani da me suggeriti.
Alla serata, partecipata ed intensamente vissuta, hanno dato il loro contributo per farla riuscire bene sia il Sindaco Mauro Lorenzini e l’Assessore Giuseppe Forastiero sia il Vescovo di Pistoia (Montemurlo fa parte di quella Diocesi) Fausto Tardelli sia il Governatore della Toscana, Enrico Rossi, oltre all’autore Mario Lancisi.

Qui di seguito il testo:

NARRATORE – Cominceremo con la storia di un’amicizia particolare, quella con il mitico professor Ammannati. Come spesso accade, i rapporti personali non cominciano bene ma la stima alla lunga, quando ci sono i presupposti qualitativi, si consolida con il passare del tempo e si fanno frequenti le lezioni del professor Ammannati spesso con alcuni suoi allievi ai ragazzi di Barbiana.
Ed è così che, in quella domenica 14 febbraio 1965, Agostino Ammannati, salendo lassù, porta con sè un ritaglio di giornale (“La Nazione” del 12 febbraio) e con una faccia molto seria lo mostra al Priore, chiedendogli se lo avesse già visto.
(prima lettura) Davide Finizio
B – Lettura del Comunicato dei cappellani militari (integrale)

Nell’anniversario della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, e stato votato il seguente ordine del giorno:
“I cappellani militari in congedo della regione Toscana nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria. Considerano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, e espressione di viltà”.
L’assemblea ha avuto termine con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.

Narratore

L’impegno di don Milani nell’ambito del pacifismo, della non violenza e dell’applicazione del dettato costituzionale era già stato espresso in diverse occasioni. Come in quella lettera destinata ad essere stampata, indirizzata a Nicola Pistelli, direttore della rivista cattolica “POLITICA”. Il cui titolo era “Un muro di foglio e di incenso”.
Davanti a quel Comunicato dei Cappellani militari forte fu l’indignazione di tutti i ragazzi di Barbiana ed il loro Priore ed insieme decisero che bisognava dare una risposta. Don Milani impiegò una settimana per scriverla in “un solo foglio scritto molto fitto e stampato in tremila copie, che inviò a undici giornali, soprattutto cattolici, ai sindacati…e a tutti i preti fiorentini… Ma l’unica testata a pubblicarla fu “Rinascita”, una importante famosa rivista comunista.
Seconda lettura Bianca Nesi

“Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita…. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola….. Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.
PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo.
SECONDO perché avete usato vocaboli che sono più grandi di voi.
Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Costituzione. Articolo 11 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…». Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e che, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra «Patria», quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Narratore

Quella parte della società, inneggiante agli eroi della Patria, ai suoi “fasti”, all’apologia della guerra, ed in particolare le Associazioni d’Arma, gli ex-combattenti di Firenze, non tardò a farsi sentire ed il 10 marzo del 1965 espressero solidarietà e profonda gratitudine ai Cappellani militari, e rivolgendosi al procuratore della Repubblica di Firenze gli chiesero “con viva deferenza” di ripristinare l’onore ed il “diritto offeso” denunciando, oltre don Lorenzo, il direttore della rivista “Rinascita” Luca Pavolini ed i firmatari della lettera pubblicata sulla stessa rivista dal titolo “Non è viltà l’obiezione di coscienza”.
Don Lorenzo già non stava bene ed era tuttavia molto motivato a difendersi nel procedimento processuale che con insolita immediatezza (erano appena trascorsi poco più di quattro mesi dall’avvio della vicenda) il Tribunale di Roma aveva aperto per lui e per Luca Pavolini; ma sapeva anche che non sarebbe stato in grado di essere presente per il male che lo stava consumando. Scrisse allora un’articolata difesa nella straordinaria “Lettera ai giudici”.

Terza lettura – Davide Finizio

Brevi stralci dalla “Lettera ai Giudici”
Barbiana 18 ottobre 1965
Signori Giudici,
vi metto qui per scritto quello che avrei detto volentieri in aula. Non sarà infatti facile ch’io possa venire a Roma perché sono da tempo malato.
Allego un certificato medico e vi prego di procedere in mia assenza…..
La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati.
Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa.
Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola…….
La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapeste che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme…..

Bianca NESI

Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.
Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande «I care». È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. «Me ne importa, mi sta a cuore». È il contrario esatto del motto fascista «Me ne frego».
Quando quel comunicato era arrivato a noi era già vecchio di una settimana. Si seppe che né le autorità civili, né quelle religiose avevano reagito.
Allora abbiamo reagito noi. Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. È l’unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori.

Narratore

La “Lettera ai Giudici” è uno dei documenti più alti del pacifismo e dell’antimilitarismo cui ancora oggi tanti di noi laici e credenti ci riferiamo. Nell’udienza del 15 febbraio 1966 ad un anno dall’avvio della vicenda don Milani fu assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Diverso fu l’esito dell’appello del 28 ottobre del 1967. Don Milani venne condannato, ma la condanna non poteva essere applicata. Don Lorenzo era spirato il 26 giugno. Negli ultimi giorni aveva detto ai suoi ragazzi che non l’avevano mai abbandonato:

Davide FINIZIO

“Ragazzi, un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa per la cruna di un ago”

Narratore

nel suo testamento egli scrisse

Bianca NESI

“Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo posto”.

Narratore

Il libro di Mario Lancisi tratta in modo completo ed esauriente questa vicenda approfondendone vari aspetti, a partire da quello che emerge dal titolo, e cioè il rapporto tra “obbedienza e disobbedienza” soprattutto in materia di impegno civile.

L’attualità del messaggio che ci ha lasciato don Milani è stato più volte sottolineato da papa Francesco, che tuttavia anche nella recente visita a Barbiana non ha utilizzato termini come “strumentalizzazione” che invece da altre parti viene evidenziata come un pericolo: sembra che i tempi dei fronti contrapposti stiano ritornando a farsi sentire.
Cosa ne pensano i nostri autorevoli relatori?

J.M.

11 luglio Montemurlo 001

reloaded ad un anno dalla pubblicazione GLI ESAMI NON FINIRANNO MAI – Istruzioni per l’uso

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GLI ESAMI NON FINIRANNO MAI – Istruzioni per l’uso

Ieri sera in una delle poche occasioni nelle quali partecipo ad incontri conviviali mi è capitato di affrontare un dialogo sulla possibilità che nei prossimi anni vi possano essere delle modifiche per l’esame di Maturità e qualcuno, menzionando la Spagna (ma non ho trovato notizie che me ne confermassero l’effettiva pratica), arrivava a prevedere che l’intero Esame di Stato, in nome della tecnologia 2.0, si sarebbe svolto per via telematica, con una serie di prove a test né più né meno come accade già per l’accesso ad alcuni dei corsi universitari. Ho pensato che probabilmente il candidato avrebbe in quel modo avuto interlocutori assai più umani di alcuni dei nostri colleghi semoventi, di quelli che non ti guardano mai negli occhi e che quando articolano un pensiero che si estrinseca in una pseudo-domanda hanno bisogno di una Pizia personale per sciogliere gli enigmi.

Se non altro la macchina non pretenderà di essere umana!

A dire la verità, anche se la mia appare una scherzosa digressione, mi riferisco a persone in carne ed ossa che imperversano all’interno delle Commissioni e procurano danni irreparabili.

Di certo, lo studente avrà molta più attenzione dallo schermo del computer di quanta ne ha avuta durante le prove in qualche Commissione, allorché vi era chi “spippolava” sui propri cellulari, chi bisbigliava argomentazioni segrete nelle orecchie di un altro Commissario, chi si distraeva vagando nell’aula alla ricerca di una via d’uscita dalla noiosa situazione nella quale avvertiva di essersi cacciato, mentre nel contempo si svolgeva una “caccia” spasmodica alla domanda intelligente e difficile sulla quale far cadere il malcapitato di turno.

In questa sessione 2016 ho svolto il compito di Presidente e devo ribadire con serietà che nella mia Commissione nulla di quel che ho rilevato con quell’ironia un po’ acre (sarcasmo?) è accaduto, e spero di non essere stato cieco; tant’è che tra la nostra Commissione e gli studenti si è creata un’empatia particolarmente fervida che ha prodotto ottimi risultati anche nella votazione finale.

E forse alcune storture, laddove nel prossimo anno non imperversi la tecnologia riportando l’Esame a livelli di umanità 2.0, andrebbero sanzionate addirittura in partenza. Mi riferisco a quei colleghi che, nominati, si affrettano ad affermare che la scuola dove andranno è quella dei ciuchi, mentre la loro – di conseguenza logica in “soggettiva” – è la migliore nel migliore dei mondi possibili e si avviano ad operare con quel piglio già aggressivo e pregiudizievole che non lascia sperare nulla di buono. Per non parlare del ruolo di alcuni Presidenti che si adeguano a – o sollecitano a – questi strani comportamenti mentre toccherebbe loro il rendere sereno il lavoro di tutti, proprio tutti però, a cominciare da coloro che sono il nostro obiettivo principale, gli studenti ai quali non bisogna chiedere l’impossibile ma portarli a ragionare partendo da quel che hanno acquisito negli anni di frequenza e di studio “umano”. Il Presidente peraltro non partecipa alla pratica inquisitoria ma conduce con mano lieve il percorso colloquiale andando a stemperare – non aggravare – le difficoltà, laddove queste emergano.

Ne parlerò ancora, ma non posso non rilevare che tra le giovani generazioni di docenti, peraltro ancora “precari”, quest’anno nella “mia” Commissione ho avuto il piacere di incontrare alcuni che erano alla loro prima esperienza ed il loro contributo è stato egregio ed hanno arricchito il gruppo con la loro freschezza ed il loro genuino entusiasmo senza mancare in competenza dal punto di vista dei contenuti.

Ricordo la tensione della mia prima esperienza in Commissione e l’ausilio che mi fornì in quell’occasione un mio ex insegnante di Matematica al tempo della Scuola Media e mi specchio – a tanti anni di distanza – nell’emozione che avranno provato Chiara e Monica quest’anno che per me, come nel caso del professore Iazzetti, è l’ultimo nel quale posso svolgere questo ruolo, dal quale ho tratto sempre nuovi insegnamenti soprattutto umani.

UN AVVERTIMENTO: HO PARLATO DI ALCUNI DEI MIEI COMMISSARI MA ACCENNERO’ ANCHE AGLI ALTRI PERCHE’ POSSANO ESSERE DA ESEMPIO POSITIVO PER IL LAVORO DEI PROSSIMI ANNI

…e, per questo, il mio Blog continuerà a parlare ancora di ESAMI

…siete sotto tiro!

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