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ANNIVERSARI o della memoria collettiva – Verso gli anniversari: Danilo Dolci e la Costituzione italiana

ANNIVERSARI o della memoria collettiva
Verso gli anniversari: Danilo Dolci e la Costituzione italiana

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(il titolo dell’immagine in evidenza è “Non si può processare l’art.4 della Costituzione”)

Ieri nel mio penultimo post, quello intitolato “UN NUOVO SOGGETTO POLITICO DI SINISTRA – la mia adesione ed il mio appello” mi richiamavo alla nostra Costituzione. Oggi riporto qui sotto l’incipit di un testo che andrebbe studiato sia nelle scuole medie superiori sia nelle Università. Si tratta di un discorso che Piero Calamandrei pronunciò in difesa di Danilo Dolci, che nel 1956 a 32 anni dopo diverse esperienze di antifascista e promotore della non violenza si era recato nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promosse lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro: questo impegno sociale gli varrà il soprannome – rivolto in quegli anni anche ad Aldo Capitini – di “Gandhi italiano”.

Tra qualche giorno ricorreranno 20 anni dalla morte di Danilo Dolci (30 dicembre 1997) e 70 anni dalla promulgazione e dalla entrata in vigore della nostra Costituzione. La difesa di Danilo Dolci da parte di Piero Calamandrei ha un chiaro riferimento a quel documento fondamentale della nostra vita pubblica. Voglio qui ricordare che un anno fa (questo sarà un altro anniversario da ricordare: il 4 dicembre 2016) il popolo italiano in maggioranza con un’affluenza del 65,5% e con la prevalenza del NO al 59,1% ha sventato uno dei tentativi più subdoli per mortificare la Carta costituzionale (beninteso, non erano in discussione direttamente gli articoli relativi ai “Principi fondamentali” ma venivano inserite delle clausole che avrebbero consentito in seguito le loro modifiche).
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Occorre ricordarlo! Anche per questo da oggi pubblicherò una serie di documenti che raccontano il passaggio cruciale dal Fascismo alla Repubblica costituzionale.

Danilo Dolci Processo

IN DIFESA DI DANILO DOLCI
Piero Calamandrei *
Pubblicato in “Quaderni di “Nuova Repubblica””, 4, 1956, p. 15, anche in “Il Ponte”,XII, 4, aprile 1956, pp. 529-544 e in Processo all’art. 4,”Testimonianze”, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell’arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.
(Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale.)

Signori Giudici.
Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui,non per difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.
Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente………..

Joshua Madalon

Angelo d’Orsi ed il 1917 Anno della Rivoluzione – a Montemurlo oggi, lunedì 20 novembre, alle ore 21.00 nella Biblioteca “B.Della Fonte” a Montemurlo

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Angelo d’Orsi ed il 1917 Anno della Rivoluzione

Questa sera in una delle sale della Biblioteca Comunale “Bartolomeo Della Fonte” a Villa Giamari in Montemurlo si terrà un incontro con il prof. Angelo d’Orsi, incentrato sulla presentazione del suo libro “1917 L’Anno della Rivoluzione” edizioni Laterza.
Il Comune di Montemurlo con la collaborazione dell’Associazione ALTROTEATRO di Firenze coordinata dal prof. Antonello Nave ed il contributo alle scelte dei testi ed ai filmati di Giuseppe Maddaluno e Chiara Gori ha organizzato anche due serate propedeutiche che si sono svolte il 6 ed il 13 novembre presso il centro Giovani antistante la stessa Biblioteca in Piazza don Milani.
A quei due incontri hanno contribuito, oltre ai sunnominati Giuseppe Maddaluno e Chiara Gori, quattro giovani di Altroteatro: Serena Di Mauro, Davide Finizio, Serena Mannucci e Bianca Nesi che hanno letto I brani e gli intermezzi esplicativi, aiutati da immagini tratte da vari filmati, tra cui un documentario “La Russia dai Romanov alla Rivoluzione”, film celebrativi come “Lenin in Ottobre”, grandi capolavori come “La corazzata Potemkin” e “Reds”, film come “Una lunga domenica di passione” e “Joyeux Noel”.
Nella serata conclusiva, questa del 20 novembre, il pubblico potrà incontrare uno dei massimi esperti di Storia contemporanea ed in particolare della figura di Antonio Gramsci, al quale ha dedicato proprio quest’anno “Una nuova biografia” edizione Feltrinelli.
A presentare l’autore sarà ancora una volta il prof. Giuseppe Maddaluno coadiuvato dalla giovane Giulia Calamai.
L’ingresso è libero.

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La caricatura di una “Sinistra” per denigrarne il Progetto – parte 2 – un avvio di proposta

La caricatura di una “Sinistra” per denigrarne il Progetto – parte 2 – un avvio di proposta

Parte 2

I denigratori di professione continuano a sottolineare che, senza il PD, non vi sia destino favorevole per chi sceglie una strada di autonomia ed indipendenza. E si danno da fare per augurare, a coloro che intendono segnare la differenza tra una Politica caratterizzata da una forma di neocentrismo che occhieggia alla Destra ed un possibile pieno recupero dei valori fondanti e dei principi della nostra Costituzione, modesti risultati. E descrivono la Sinistra, composita e variegata, come un’armata Brancaleone incapace di andare oltre la testimonianza di quei valori e principi tesa soltanto ad ottenere riconoscimenti poco più che personali dei vari leader, che la guidano.
Beninteso, tale rischio c’è: ma, come sottolineato nelle ultime ore, quel rischio sarebbe molto più alto se ci si integrasse all’interno di un quadro politico nel quale la Sinistra sarebbe compressa e la sua identità (quantunque oggi, come scrivo poi, non basta più affermare principi senza entrare nel vivo delle questioni e “sporcarsi” pragmaticamente le mani senza tuttavia compromettersi indegnamente) venisse praticamente ad essere fagocitata in toto in un ambiente sterile ed asfittico.
Rimarrebbe ovviamente il rischio di non riuscire a rappresentare i bisogni e le fondamentali necessità di una parte del nostro Paese cui gli utlimi Governi hanno riservato un trattamento pietistico di concessioni dall’alto.

Ecco cosa intendo per “caricatura” della Sinistra: una massa litigiosa alla ricerca di identità separate che si unisce senza rinunciare ad affrontare, analizzare ed avviare tentativi di soluzioni con proposte sui problemi più importanti che affliggono la nostra gente.
Questo quadretto ben poco idilliaco è in sintesi ciò che il PD e le Destre sperano che noi, donne ed uomini il cui cuore continua abattere a Sinistra, si sia.
Il rischio, come scrivevo, c’è. Ed alcuni segnali degli ultimi giorni lo hanno mostrato: mi riferisco alla questione Brancaccio, contrassegnata da un certo fastidio emerso in una parte delle Sinistre nei confronti dell’attivismo propositivo di due dei principali protagonisti della campagna referendaria vincente del 4 dicembre 2016, Anna Falcone e Tomaso Montanari. L’assemblea convocata al Brancaccio per il 18 novembre è stata annullata proprio per le difficoltà sorte tra le diverse forze politiche, che hanno irritato i due organizzatori. Ne è sorto un forte dibattito che ha coinvolto la società civile che aveva aderito al Progetto ed alcuni rappresentanti di quella parte della nostra gente si sono autoconvocati in un luogo diverso di Roma per proseguire a trattare quei temi e “andare avanti”!

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In proporzioni molto più ridotte ma ugualmente significative anche nella nostra realtà si è verificato uno stacco, un tilt nel percorso di quell’Assemblea “aperta” che abbiamo chiamato “Prato a Sinistra”.

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Ovviamente il livello nazionale “oggi” ha la precedenza, essendo l’appuntamento elettorale politico molto più vicino di quanto non lo sia quello amministrativo locale e, quindi, bisogna affrontare e risolvere la questione che per brevità ho chiamato “Brancaccio” (e chi legge sa che mi riferisco a quel luogo di Roma, il Teatro Brancaccio, dove nel giugno scorso si sono incontrati rappresentanti delle forze politiche alternative al PD e tantissime cittadine e cittadini intenzionati a partecipare ad un vero e proprio rivoluzionario rinnovamento dei metosi e delle pratiche politiche) se non si vogliono fornire alibi discriminatori alla leadership del Partito Democratico ed a quei gruppi che hanno scelto di aderire all’invito di aggregarsi al suo carro.

Il percorso è impervio (anche per la litigiosità meramente ed a tratti artatamente ideologica) ma affascinante: spetta a noi, a quella parte di cittadine e cittadini desiderosi di poter affermare la propria civicità, il desiderio di giustizia sociale, di restituire dignità al mondo del lavoro, di ricostruire un tessuto “culturale” che riesca ad affrontare le discriminazioni e le paure e soprattutto ridia fiducia e sicurezza.

Occorre puntare (e sì, è il mio chiodo fisso!) sulla funzione della Cultura nel senso ampio del termine: molti dei problemi dei nostri giorni si connettono proprio al progressivo sgretolamento dei processi collegati al mondo della Cultura e della Conoscenza.
Bisognerà lavorare, dunque, per riprendere il cammino che ci consenta di costruire un Progetto di Governo del Territorio che affronti le contraddizioni all’interno delle quali la Sinistra ha vissuto solo rivestita di una propria forza autonoma di testimonianza ed allargare il proprio orizzonte per conquistare una più ampia e solida rappresentanza.
Questa è la sfida dei prossimi giorni!

Joshua Madalon

D’AMORE E D’ALTRO di Daniela Tani – 14 racconti presentazione alla Feltrinelli di Prato

D’AMORE E D’ALTRO di Daniela Tani – 14 racconti presentazione alla Feltrinelli di Prato

E’ molto frequente, chiamati a presentare un libro l’essere banali, ovvi, generici e, oh mio Dio! Ecco per l’appunto che lo sono: nello sforzo di ricerca di superare tutti quei tranelli io ci casco ma temo che ciò sia inevitabile dovendo io parlare di un libro che contiene racconti che non ho scritto.
In effetti, è proprio a partire da questo che vorrei aprire la presentazione, forse ispirato dalla breve dedica in chiusura del libro, il “ringraziamento” a tutti coloro che hanno contribuito con i loro racconti alla genesi dei “nuovi” racconti.
E allora mi sono chiesto anche io, come autore minimo di narrazioni, perché mai uno scrive e così rincorrendo la domanda che si poneva Primo Levi (“L’altrui mestiere”) in modo serio e rigoroso facendo ad essa seguire risposte precise ed articolate sinteticamente esposte in nove possibilità mi inoltro nella piacevole chiacchierata

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno.
2) Per divertire o divertirsi.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno
4) Per migliorare il mondo.
5) Per far conoscere le proprie idee.
6) Per liberarsi da un’angoscia.
7) Per diventare famosi.
8) Per diventare ricchi.
9) Per abitudine.

Altri scrittori hanno trattato il tema cercando di rispondere alla domanda, ricordo Baricco che non mi intriga molto ma anche Pasolini che amo alla follia. Alla domanda “Che senso ha scrivere?” Pasolini rispose:

“Mah..senso nessuno, mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza di inerzia, ho cominciato a scrivere poesie a 7 anni e mezzo e non mi sono chiesto perchè lo facessi. Ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia e l’adolescenza ed eccomi qui a scrivere ancora. L’unico senso possibile è un senso esistenzialistico cioè l’abitudine ad esprimersi cosi come si ha l’abitudine di mangiare e dormire”.

Svelata la mia passione per Pasolini, posso dirvi a conferma di quanto scritto prima che è da quel “ringraziamento” nell’ultima pagina del libro di Daniela che ricavo la mia interpretazione del senso che ha per lei la scrittura: “la straordinaria curiosità con cui ella guarda il mondo e la vita che vi si svolge e la declina e coniuga con la sua sensibilità”.
Ecco, dunque, la curiosità! Elemento fondamentale della nostra esistenza. E, lo dico a Daniela, non mi rifersisco a quella curiosità “morbosa” cui si accenna nel racconto “Il marito di mia cugina”.
Qualche giorno fa in un contesto molto triste e serio, un funerale di una partigiana ho assistito ad una strana inquietante omelia…….

Personalmente ho sempre chiesto ai miei studenti di essere sempre curiosi e mi appassionano e mi coinvolgono soprattutto coloro che sviluppano e praticano questa curiosità.
Quando mi hanno invitato a presentare il libro e l’autrice me ne ha fatto avere un testo in pdf ero in difficoltà, perché non mi piace leggere nè sui computer nè sui tablet e, pur avendo fatto uno sforzo per le prime pagine, ho atteso il cartaceo.
Andiamo al dunque! Dalla lettura emerge la capacità di Daniela di utilizzare un lessico familiare, piano, tipicamente quotidiano che è in grado di assecondare pienamente le caratteristiche delle figure umane che compongono le storie.
Nel libro vi sono 14 racconti; dal più ampio il titolo che ha di certo un riferimento alle passioni delle diverse protagoniste. E già! Bisogna dire che sono racconti scritti da una donna e tutti – come si dice? – “al femminile”. Anche per questo abbiamo pensato di far leggere alcuni brani da una donna.
L’universo femminile è profondamente diverso da quello maschile e può attirarsi anche delle ironie da parte dei maschi – alle quali ironie ne corrispondono altrettante verso i maschi da parte delle donne – ma è certamente affascinante soprattutto nelle sue caratteristiche profonde di mistero. I personaggi femminili dominano la scena ed ad essere sinceri quelli maschili svolgono ruoli marginali, a volte davvero effimeri e meschini, quasi sempre utilizzabili per le finalità di tipo sessuale, e via! Ecco, una bella rivincita da parte delle donne con questa serie di maschi (alcuni a dire il vero anche veri e propri “surrogati”) “usa e getta” e per chi leggerà questi racconti è un indizio! tranne quella figura straordinaria di Hassan su cui poi ci soffermeremo.
Tra le caratteristiche delle donne ce n’è una che proviene da molto lontano ed oggi si palesa nella bulimia del possesso, in quella che si chiama “mania compulsiva” sia dell’acquisto che del possesso tout court. E’ un’eredità antropologica che alle donne proviene dalla capacità atavica di scegliere, catalogare, elencare, governare il disordine. Ed ovviamente quella di scegliere per comprare. La protagonista del racconto “Gli amici e le cose” che ci consente di inoltrarci anche in quell’aspetto di società multiculturale molto cara a Daniela già da tempo ( i suoi due romanzi precedenti sono infatti “L’ospite cinese” del 2013 e “Kebab per due” del 2015).

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I brani sono letti da Giulia Calamai di ALTROTEATRO FIRENZE

Altroteatro

“GLI AMICI E LE COSE”

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C’è un altro aspetto del mondo moderno che affonda le sue radici nel mistero e nell’archetipico ed è il rapporto con il soprannaturale e la magia, un mondo arcaico dove si svolgono riti antichi che appartengono anche ai miei ricordi di infanzia. In verità sappiamo che ancor oggi queste pratiche vengono espletate e le formule magiche vengono tramandate dalle nonne alle nipoti (e già, sono soprattutto donne quelle che praticano questi riti e soprattuto donne quelle che vi fanno ricorso). In un altro racconto dal titolo promettente e significativo, “Il segreto”, troviamo Zeffira, una praticante di magia alla quale si rivolge la protagonista che narra.

“IL SEGRETO”

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Nel racconto più ampio che dà il titolo alla raccolta di cui leggeremo un brevissimo brano proseguiamo in quell’approfondimento di rapporti con culture e tradizioni diverse dalle nostre cui prima accennavamo. Quella che appare è per l’appunto una società multietnica che si affatica a creare collegamenti al suo interno, scontrandosi con le diversità e con le inevitabili contraddizioni che queste creano anche nei rapporti interpersonali e personali. Come in altri racconti di cui non abbiamo accennato emerge anche in questo la sfera sessuale delle protagoniste in modo sorprendente e prorompente ma sempre come naturale pulsione dell’esistenza umana, senza indulgere in forme di voyerismo peloso.
Protagonisti del racconto sono, oltre alla narratrice, la piccola Nazima e lo zio Mohamed. La lettura ce li presenta appena.

“D’AMORE E D’ALTRO”

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Con il prossimo brano ritorniamo a quella compulsività del possesso che può sfociare in cleptomania altrettanto compulsiva e “naturale”. Il racconto “Mia madre” contiene tuttavia anche altri riferimenti a quegli aspetti retrogradi del maschilismo attraverso la rappresentazione del padre, squallida figura, contornata dalla presenza della madre della protagonista, insignificante e sottomessa. Un modo questo per segnalare ancora una volta la necessità di una formazione che deve partire dal nucleo familiare. Ovviamente noi leggiamo solo una breve parte del racconto, significativa sì ma solo una parte.

“MIA MADRE”

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Avevamo preannunciato che avremmo parlato di Hassan. Abbiamo sottolineato come sia prevalente nei racconti la presenza di personaggi appartenenti a paesi lontani che hanno intrapreso viaggi tra mille ostacoli e pericoli e che oggi sono qui in mezzo a noi, a volte fuori di noi ma anche a noi vicini. Daniela conosce molto bene quella parte del mondo che si è avvicinato a noi. Ne ha analizzato con profonda sensibilità le forme, quelle delle province, delle periferie dell’esistenza: un mondo dolente dove la speranza si scontra poi con la paura ed il dolore. Siamo a concludere: i racconti come è giusto devono consistere in lampi epifanici o straccetti di vita – tranches de vie. Qui, in quest’ultimo racconto la vita incontra il destino drammatico di un popolo migrante.

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“LA LA LA”

J.M.

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione”. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 13 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione”. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 13 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

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DECRETO SULLA PACE

In questi giorni 100 anni fa si andava compiendo quell’atto complesso che viene ricordato come “la Rivoluzione d’Ottobre”. In Russia era il 26 ottobre secondo il calendario allora in uso. Da noi, come potete immaginare era l’ 8 novembre, era un giovedì.

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

Relazione sulla pace

26 ottobre (8 novembre)
Pubblicato su Izvestia del CEC, n 208, 27 ottobre 1917
e Pravda, n. 171, 10 novembre (28 ottobre) 1917.

La questione della pace è la questione urgente, la questione nevralgica dei nostri giorni. Se ne è molto parlato, scritto, e voi tutti, certamente, l’avete non poco discussa. Permettetemi perciò di passare alla lettura della dichiarazione che dovrà pubblicare il governo da voi eletto.

Decreto sulla pace

Il governo operaio e contadino, creato dalla rivoluzione il 24-25 ottobre e forte dell’appoggio dei soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, propone a tutti i popoli belligeranti e ai loro governi l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica.

Il governo considera come pace giusta e democratica, alla quale aspira la schiacciante maggioranza degli operai e delle classi lavoratrici di tutti i paesi belligeranti, sfinite, estenuate e martoriate dalla guerra, la pace che gli operai e i contadini russi esigevano nel modo più deciso e tenace dopo l’abbattimento della monarchia zarista, una pace immediata senza annessioni (cioè senza la conquista di terre straniere, senza l’annessione forzata di altri popoli) e senza indennità. Questa è la pace che il governo della Russia propone a tutti i popoli belligeranti di concludere immediatamente, dichiarandosi pronto a compiere senza il minimo indugio, subito, tutti i passi decisivi fino a quando tutte le proposte di pace verranno definitivamente ratificate dalle conferenze, investite di pieni poteri, dei rappresentanti del popolo di tutti i paesi e di tutte le nazioni.

Per annessione o conquista di terre straniere, il governo intende – conformemente alla concezione giuridica della democrazia in generale e delle classi lavoratrici in particolare – qualsiasi annessione di un popolo piccolo o debole ad uno Stato grande o potente senza che quel popolo ne abbia espresso chiaramente, nettamente e volontariamente il consenso e il desiderio, indipendentemente dal momento in cui quest’annessione forzata è stata compiuta, indipendentemente anche dal grado di progresso o di arretratezza della nazione annessa forzatamente o forzatamente tenuta entro i confini di quello Stato e, infine, indipendentemente dal fatto che questa nazione risieda in Europa o nei lontani paesi transoceanici.

Se una nazione qualunque è mantenuta con la violenza entro i confini di un dato Stato, se, nonostante il suo espresso desiderio, – poco importa se espresso nella stampa, nelle assemblee popolari, nelle decisioni dei partiti o attraverso sommosse e insurrezioni contro il giogo straniero – non le viene conferito il diritto di votare liberamente, dopo la completa evacuazione delle truppe della nazione dominante o, in generale, di ogni altra nazione più potente, e di scegliere, senza la minima costrizione, il suo tipo di ordinamento statale, la sua incorporazione è un’annessione, cioè una conquista e una violenza.

Il governo ritiene che continuare questa guerra per decidere come le nazioni potenti e ricche devono spartirsi le nazioni deboli da esse conquistate sia il più grande delitto contro l’umanità e proclama solennemente la sua decisione di firmare subito le condizioni di una pace che metta fine a questa guerra in conformità delle condizioni sopraindicate, parimenti giuste per tutti i popoli senza eccezione.

Nello stesso tempo il governo dichiara di non dare affatto il carattere di un ultimatum alle condizioni di pace sopra indicate, di consentire cioè ad esaminare tutte le altre condizioni di pace, insistendo soltanto perché esse siano presentate il più rapidamente possibile da un qualsiasi paese belligerante, con la più completa chiarezza e con l’assoluta esclusione di ogni ambiguità e di ogni segretezza…….

CONTINUA…..

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

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In queste ore 100 anni fa si andava compiendo quell’atto complesso che viene ricordato come “la Rivoluzione d’Ottobre”. In Russia era (oggi) il 23 ottobre secondo il calendario allora in uso. Da noi, come potete immaginare era il 5 novembre, un lunedì.
Il 24 ottobre – era un martedì – nella notte (da noi era il 6 novembre – oggi 100 anni fa)

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

Il contenitore di ANNIVERSARI grazie anche alla sensibilità degli amministratori, dei funzionari e dei dirigenti del Comune e della Biblioteca di Montemurlo (l’Assessore Giuseppe Forastiero, la Dirigente Roberta Chiti, il Referente per la Biblioteca “Bartolomeo Della Fonte” Valerio Fiaschi e la Dipendente responsabile per i progetti Silvia Zizzo) si arricchisce di un nuovo tassello.
Lunedì 6 novembre proseguiremo nell’introdurre il percorso sulle tracce della Rivoluzione russa insieme all’Associazione Altroteatro Firenze coordinata dal prof. Antonello Nave. La prima parte tratterà del periodo 1861 – 1905 (dall’abolizione della servitù della gleba alla prima Rivoluzione) utilizzando brani documentari e filmici intervallati da letture. Io stesso condurrò il tutto con la collaborazione di quattro giovani – tre ragazze ed un ragazzo – che si impegneranno come “tessitori” (addetti ai collegamenti) e “lettori”. A tessere saranno Davide Finizio e Bianca Nesi, a leggere invece Serena Di Mauro e Serena Mannucci. Il tutto con la collaborazione di Chiara Gori per la scelta dei brani filmici.

La serata proseguirà, dopo la proiezione del brano filmico tratto da “La corazzata Potemkin” di Sergei Eisenstein (parte IV “La scalinata di Odessa”) con la lettura di un brano da “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica” scritto da Lenin nell’estate del 1905 mentre si trovava in esilio a Ginevra: in quel saggio egli affronta le questioni della prima rivoluzione russa e indica i compiti del proletariato per gli anni futuri, che culmineranno nella Rivoluzione d’ottobre del 1917.
Marx aveva pensato ad una rivoluzione socialista ad opera di una democrazia borghese matura e la Russia era invece ancorata saldamente ad un regime assolutistico autoritario aristocratico. In quel congresso del 1903 la maggioranza (bolscevichi da bolsinstvo) sostenne l’idea espressa da Lenin secondo il quale il potenziale rivoluzionario permetterebbe un salto ellittico della fase democratico-borghese ritenuta necessaria dal filosofo di Treviri. Dall’altra parte c’è la minoranza (mensinstvo) da cui il nome “menscevichi” che seguendo gli insegnamenti di Marx si pongono a sostegno della borghesia industriale e del riformismo antizarista, in attesa che, a sviluppo capitalistico concluso, la lotta di classe porti alla realizzazione del socialismo.

La serata proseguirà con una descrizione del personaggio Lenin e si concluderà con la proiezione della seconda parte del film realizzato nel 1937 “Lenin in Ottobre” da Mikhail Romm.

Joshua Madalon

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ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

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ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

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In queste ore 100 anni fa si andava compiendo quell’atto complesso che viene ricordato come “la Rivoluzione d’Ottobre”. In Russia era (oggi) il 23 ottobre secondo il calendario allora in uso. Da noi, come potete immaginare era il 5 novembre, era un lunedì.

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

Il contenitore di ANNIVERSARI grazie anche alla sensibilità degli amministratori, dei funzionari e dei dirigenti del Comune e della Biblioteca di Montemurlo (l’Assessore Giuseppe Forastiero, la Dirigente Roberta Chiti, il Referente per la Biblioteca “Bartolomeo Della Fonte” Valerio Fiaschi e la Dipendente responsabile per i progetti Silvia Zizzo) si arricchisce di un nuovo tassello.
Lunedì 6 novembre proseguiremo nell’introdurre il percorso sulle tracce della Rivoluzione russa insieme all’Associazione Altroteatro Firenze coordinata dal prof. Antonello Nave. La prima parte tratterà del periodo 1861 – 1905 (dall’abolizione della servitù della gleba alla prima Rivoluzione) utilizzando brani documentari e filmici intervallati da letture. Io stesso condurrò il tutto con la collaborazione di quattro giovani – tre ragazze ed un ragazzo – che si impegneranno come “tessitori” (addetti ai collegamenti) e “lettori”. A tessere saranno Davide Finizio e Bianca Nesi, a leggere invece Serena Di Mauro e Serena Mannucci. Consulenza per la scelta dei filmati di Chiara Gori.
Dopo l’esecuzione della condanna a morte del fratello di Lenin gli anni passano ed il proletariato operaio è costretto a sopportare il peso enorme di una politica di salari bassissimi a fronte di condizioni di vita pessime.
Al proletariato manca ancora una guida organizzativa e teorica che possa superare lo spontaneismo violentissimo ma sostanzialmente episodico dei gruppi terroristici. Se ne assumeranno la responsabilità tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento alcuni intellettuali rivoluzionari come Plechanov, Troskji e Lenin, che focalizzeranno il loro impegno sulla necessità di creare un’organizzazione di tipo marxista. Nel 1898 viene fondato a Minsk il Partito Operaio Socialdemocratico Russo.

Nel 1904 scoppia la guerra russo-giapponese che mette in evidenza l’incapacità politica e militare della leadership aristocratica russa che ambiva ad ottenere esclusivamente vantaggi personali, a scapito del popolo che, presone coscienza, diede vita il 22 gennaio del 1905 a Pietroburgo ad una grande manifestazione. La guardia imperiale apre il fuoco sui dimostranti ed in tutta la Russia vengono organizzati scioperi giganteschi, mentre il proletariato si organizza in nuovi organismi, i soviet, che per la loro diffusione immediata lasciano prevedere lo scoppio di una rivoluzione.
A questo punto verrà proiettata una delle cinque parti in cui è diviso il capolavoro della cinematografia sovietica (è del 1925 e dunque si parla di URSS, la cui nascita è del 22 dicembre 1922), “La corazzata Potemkin” di Sergei Eisenstein. Verrà presentata la quarta parte, cioè “La scalinata di Odessa”.

SIETE TUTTE/I INVITATE/I a partecipare

Promemoria: 6 novembre ore 21.00 presso il Centro Giovani (di fronte a Villa Giamari) Piazza don Milani MONTEMURLO

L’INGRESSO E’ LIBERO

Joshua Madalon

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UN SECOLO FA: appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione – prima parte – lunedì 6 novembre ore 21.00 MONTEMURLO

UN SECOLO FA a Montemurlo

ANNIVERSARI a Montemurlo con “Un secolo fa: Appunti, parole ed immagini a cento anni dalla Rivoluzione. – solo un preambolo, un’anticipazione dei primi dieci minuti dell’appuntamento del 6 novembre ore 21.00 presso il CENTRO GIOVANI – piazza Don Milani – MONTEMURLO

Il contenitore di ANNIVERSARI grazie anche alla sensibilità degli amministratori, dei funzionari e dei dirigenti del Comune e della Biblioteca di Montemurlo (l’Assessore Giuseppe Forastiero, la Dirigente Roberta Chiti, il Referente per la Biblioteca “Bartolomeo Della Fonte” Valerio Fiaschi e la Dipendente responsabile per i progetti Silvia Zizzo) si arricchisce di un nuovo tassello.
Lunedì 6 novembre introdurremo il percorso sulle tracce della Rivoluzione russa insieme all’Associazione Altroteatro Firenze coordinata dal prof. Antonello Nave. La prima parte tratterà del periodo 1861 – 1905 (dall’abolizione della servitù della gleba alla prima Rivoluzione) utilizzando brani documentari e filmici intervallati da letture. Io stesso condurrò il tutto con la collaborazione di quattro giovani – tre ragazze ed un ragazzo – che si impegneranno come “tessitori” (addetti ai collegamenti) e “lettori”. A tessere saranno Davide Finizio e Bianca Nesi; a leggere, Serena Di Mauro e Serena Mannucci. Consulenza per i brani filmici di Chiara Gori.
La serata verrà preceduta da un breve stralcio di un documentario (Istituto Luce) introduttivo.
Subito dopo si darà via alle letture: la prima riguarderà “La Russia feudale” con un brano tratto da un testo “Ricordi di un ecclesiastico di villaggio”; la seconda, sempre riferita allo stesso testo, tratterà della riforma del 1861 che aboliva la servitù della gleba (vi ricordo che tale riforma non risultò efficace e non cambiò la vita dei contadini).
Nella terza lettura affronteremo “L’età del terrorismo” utilizzando un brano che si riferisce ad una lettera che l’organizzazione terroristica “Libertà del popolo” indirizzò allo zar Alessandro III, succeduto ad Alessandro II, che era stato ucciso in un attentato da essa organizzato. Non sempre gli attentati riuscivano ed in un successivo episodio fu coinvolto il fratello del futuro leader della Rivoluzione d’Ottobre. Di Aleksandr Uljanov, fratello di Vladimir Uljanov detto Lenin sul patibolo disse: “Il terrorismo è la sola forma di difesa lasciata ad una minoranza forte solo delle sue forze spirituali e della coscienza dei suoi diritti contro la coscienza della sola forza fisica della maggioranza…In mezzo al popolo russo si troverà sempre un buon numero di persone così devote alle proprie idee che non sarà per esse un sacrificio morire per la loro causa”.

SIETE TUTTE/I INVITATE/I a partecipare

Joshua Madalon

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CAPORETTO 1917 – 2017 – Gabriele D’Annunzio

CAPORETTO 1917 – 2017 – Gabriele D’Annunzio

Alle origini della “ritirata” da Caporetto vi furono moltissimi episodi che caratterizzeranno la vita militare nella sua crudezza, acuita dalla profonda insensibilità oltre che impreparazione da parte delle alte gerarchie politiche e militari di quel tempo.
A dire il vero, troppe volte quella impreparazione ed insensibilità, scarsa “cultura”, è stato aspetto costante in quegli ambienti; è la “violenza” in sè e per sè che genera simili aberrazioni.

Nel ricordare ancora una volta “Caporetto” a cento anni da quell’evento ecco la testimonianza eccellente di Gabriele D’Annunzio.

Tra il 15 ed il 16 luglio 1917 c’è uno dei fatti più gravi relativi alla repressione di alcuni ammutinamenti, che precedono la ritirata di Caporetto.

Joshua Madalon

Gabriele D’Annunzio scrisse in proposito:
Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata “Catanzaro” una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: “La decimazione! La decimazione!”. L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre. Io traversavo il muro col mio penoso occhio di linee; e scoprivo i seppellitori anch’essi allineati dall’altra parte con le vanghe e con le zappe pronti a scavare la fossa vasta e profonda. Non mi facevano male come gli sguardi dei condannati alla fossa. I morituri mi guardavano. I loro sguardi smarriti non più erravano ma si fermavano su me che dovevo essere pallido come se la vita mi avesse abbandonato prima di abbandonarli. Gli orecchi mi sibilavano come nell’inizio della vertigine, ma era il ronzio delle mosche immonde.
Siete innocenti?
Forse trasognavo. Forse la voce non passò la chiostra de’ miei denti. Ma perché allora il silenzio divenne più spaventoso, e tutte le facce umane apparvero più esangui? E perché l’afa del mattino d’estate s’approssimò e s’appesantì come se il cielo della Campania e il cielo della Puglia e il cielo della Calabria e il cielo di Sicilia precipitassero in quell’ardore fermo e bianco?
Siete innocenti? Siete traditi dalla sorte della decimazione? Si, vedo. La figura eroica del vostro reggimento è riscolpita nella vostra angoscia muta, nell‘osso delle vostre facce che hanno il colore del vostro grano, di quel grano grosso che si chiama grano del miracolo, o contadini. Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda. I fanti avevano discostato dal muro le schiene. Tenevano tuttora i piedi piantati nella zolla ma le ginocchia flesse come sul punto di entrare nelle impronte delle calcagna. E, con una passione che curvava anche me verso terra, vidi le loro labbra muoversi, vidi nelle loro labbra smorte formarsi la preghiera: la preghiera del tugurio lontano, la preghiera dell’oratorio lontano, del santuario lontano, della lontana madre, dei lontani vecchi. (…) Le armi brillarono. (…) M’appressai. Attonito riconobbi le foglie dell’acanto (…). Recisi i gambi col mio pugnale. Raccolsi il fascio. Tornai verso gli uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto dagli uomini vivi. E tolsi le frasche ignobili di sul frantume sanguinoso. Chino, lo ricopersi con l’acanto.
Gabriele D’Annunzio

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CAPORETTO 1917 – 2017 ANNIVERSARI a Montemurlo – 6 – 13 e 20 novembre (vedi programma)

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CAPORETTO 1917 – 2017
ANNIVERSARI a Montemurlo – 6 – 13 e 20 novembre (vedi programma)

Già in precedenti post ho ricordato questo evento – di esso parleremo in modo più diffuso a Montemurlo il 6 – 13 e 20 novembre
J.M.

Fu nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre del 1917 che l’esercito austriaco e tedesco sferrò l’attacco decisivo contro quello italiano nella XII battaglia dell’Isonzo, meglio nota come quella della disfatta di Caporetto. Se si guarda la cartina geografica si può notare oggi che quella piccola cittadina è al di là del confine italiano in terra slovena. La battaglia fu durissima e l’esercito italiano fu costretto a ritirarsi dopo poche ore nell’arco di due giornate durante le quali fu evidente l’incapacità degli ufficiali ed in primo luogo di Luigi Cadorna che, dopo aver dato l’ordine di ritirata generale, di fronte alle difficoltà oggettive collegate alle condizioni precarie della maggior parte dei soldati sia dal punto di vista psicologico sia da quello più propriamente legato alle loro funzioni (gran parte dei soldati era mal equipaggiato, senza armi quasi preparato a produrre attacchi suicidi giusto per fare massa), ebbe un ripensamento ed ordinò di resistere ancora, smentito dall’altro generale Montuori, capo della seconda Armata. In questa immensa confusione si verificò lo sfondamento e gli austriaci occuparono Cividale del Friuli il 27 ottobre e Udine il 28, facendo molti prigionieri (circa 60.000) lasciandone sul terreno altrettanti, mentre tutti gli altri diedero corso al ripiegamento generale attestandosi poi sulle rive del Piave, quel fiume che “mormorò” poi nel giugno 1918 a contrassegnare la rivincita italiana.
“Caporetto” fu possibile anche per la condizione favorevole che si venne a creare dopo la rinuncia, non ancora però formalizzata ma comunque concreta da parte della Russia, a proseguire la guerra. In quei giorni si andava delineando con grande chiarezza l’esito della Rivoluzione in quel paese, ad opera dei bolscevichi, il cui capo, Lenin, già da qualche mese era rientrato (uscendone però poi brevemente per poter evitare di essere arrestato dal Governo borghese che aveva preso il posto dello zar Nicola II), grazie ad un sostegno proprio da parte dei tedeschi che vedevano in lui il possibile paladino della pace sul fronte orientale. Anche l’esercito russo tra l’altro versava in condizioni precarie e tutti anelavano di ottenere un trattato di pace che interrompesse finalmente quel tremendo supplizio. La stessa Rivoluzione fu possibile a causa delle sofferenze imposte ai russi da parte di gerarchie militari incapaci di gestire e dirigere gli eserciti, più disponibili a pretendere disciplina ed infliggere punizioni incomprensibili ed assurde. Dappertutto d’altronde fu così; anche sull’altro fronte, quello occidentale francese, si contarono in definitiva più morti di quanti ne ebbero gli altri eserciti. L’insensatezza era materia comune. Caporetto ne fu l’emblema perenne, diventando proverbialmente sinonimo di “disfatta”

Joshua Madalon

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