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28 marzo – Non è il momento. Può darsi, e io sono perfettamente d’accordo. A patto che lo sia per tutti. Prima parte

Non è il momento. Può darsi, e io sono perfettamente d’accordo. A patto che lo sia per tutti. Intanto, subito dopo il cambiamento al vertice del Partito Democratico, Enrico Letta ha lanciato la proposta di rivedere i piani per la nuova Pista dell’Aeroporto di Firenze e avviare una verifica sulla progettazione di una metropolitana leggera tra Pisa e Firenze. Questa è la sua dichiarazione su FirenzeToday.it del 22 marzo u.s.:

“Facciamo un esempio per la mia Toscana ma il principio vale per ogni altra parte del Paese. Penso di poter vedere un progetto già realizzato in molte altre parti del mondo: una metropolitana leggera che colleghi Pisa e Firenze in 25 minuti. Un’infrastruttura che rafforza la costa, toglie le auto anche un po’ di camion dalla strada, connette la dorsale costiera all’Alta Velocità. E chiude anche la disputa dei due aeroporti. Nel resto del mondo funziona così. Si atterra a Pisa e si va a Firenze in 25 minuti, e si possono usare i due scali in modo integrato. Si arriva a Pisa e si riparte da Firenze e viceversa”.

Potrebbe apparire un siluro lanciato al leader di Italia Viva, una risposta tardiva a quel “stai sereno” del febbraio di sette anni fa. Certo, tanta acqua è passata sotto i ponti e Renzi non è più nel Partito Democratico anche se una gran parte tra dirigenti, iscritti e supporter di quel Partito gli sono rimasti, in qualche modo, vicini (per non dire “fedeli”). In realtà il pensiero di Enrico Letta interpreta, con quella proposta, un sentimento popolare comune, accentuato ulteriormente dagli eventi drammatici che ci stanno coinvolgendo: il Progetto è una vera e propria sciagura per le sorti ecologiche (inquinamento, rumore, cementificazione selvaggia) della intera Piana tra Pistoia, Prato e Firenze. Porterà indubbiamente ricchezza, facendo affluire soprattutto nella città di Firenze torme di turisti, che avranno bisogno di allocarsi pur se temporaneamente in strutture alberghiere, ma non garantirà il rispetto di molte regole ecologiche che pur si vorrebbero attuare con gli altisonanti proclami politici ed elettoralistici, presenti anche nei Programmi dell’attuale Governo.

Dopo le dichiarazioni non si sono fatte attendere le polemiche, acide ed irridenti con punte involontarie di comicità come nelle dichiarazioni del Presidente della Regione su varie testate locali e nazionali: “Ho parlato direttamente con Letta, non ha detto questo; posso affermare che Enrico Letta, come toscano doc, crede che sia importantissimo costruire un treno che va da Firenze a Pisa velocemente; ma poi, andare in Europa e nel mondo con l’aereo è un altro discorso, si tratta di un altro mezzo. Per andare negli Stati Uniti, si passerà da Pisa, in tante città d’Europa si va da Firenze. Sono molto convinto che, grazie a Enrico Letta, avremo a Roma una voce molto più alta per supportare la complementarietà degli aeroporti di Firenze e di Pisa, ma, cosa nuova, avremo anche risorse per costruire una nuova ferrovia, sia questa un nuovo binario accanto a quella che c’è già, o una ferrovia che passa da tratti più veloci per unire le due città. Del resto, ben venga che un segretario intervenga sulla crescita complessiva della Regione”. Tuttavia Enrico Letta non ha detto affatto che si debba proseguire nella scelta sciagurata portata avanti molto convintamente in modo congiunto da una parte, chiaramente “renziana”, del Partito Democratico di Firenze e tutte le Destre, ma di lavorare ad un’integrazione tra gli attuali scali aeroportuali, incentivandoli ma senza stravolgere ecologicamente il territorio.

Poiché ne abbiamo già parlato nei tempi passati, ne riparleremo.                 L’affermazione iniziale è ovviamente in gran parte oscura ed è giusto chiarirla…..

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13 marzo – una “storia” apparentemente lontana – I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 21 ( per la parte 20 vedi 25 febbraio)

21. Una delle cose che mi viene da dire è che l’eccezionale disponibilità a ristrutturare (a proposito i costi ed i tempi sono alti gli uni, lunghi gli altri e condizionerebbero troppo a lungo l’attività didattica) l’edificio del “Gramsci” per ospitare il “Dagomari” è un grande onore che non è stato riservato al “Dagomari” allorquando si prospettava la possibile ospitalità del “Gramsci”: è molto strano tutto questo, davvero. Come l’arrampicarsi sugli specchi relativamente ai capannoni della FIL: prima c’era l’amianto; poi, quando si è fatto notare che gli stessi identici capannoni erano utilizzati da alcune classi del “Datini” l’amianto è sparito come per incanto e sembra che debba essere smantellati da un momento all’altro. Quei capannoni avrebbero avuto la colpa di poter ospitare laboratori, uffici e qualche magazzino per consentire al “Gramsci” di essere collocato insieme al “Dagomari”. Ma i progetti erano altri, e dunque non si poteva proprio fare. Eppure, anche lì con qualche magico ritocco se si voleva si poteva.

 Si dice poi che il “Dagomari” è in una struttura troppo grande per lui.

Qui si scontrano due diverse “scuole di  pensiero”:  la prima di tipo ottocentesco e per questo da ritenere un po’, come dire, un po’ vetusta sarebbe quella che parla di “scolari” tutti bellini seduti nei loro banchini, ad ascoltare il Verbo dei dotti docenti senza alcun bisogno di Aule, Laboratori, Mense, Palestre, Biblioteche, ecc…ecc…ecc… 

La seconda è quella ultramoderna, che invece prevede meno Aule Normali e più Aule Speciali: ma, si sa, quella non riguarda alcuni, solo quegli altri.

C’è una CULTURA con le maiuscole ed una cultura con le minuscole: al “Dagomari” dovrebbe toccare quest’ultima.

Se qualcuno può pensare che chi lavora al “Dagomari” ed i fruitori di quel servizio si fermino davanti a decisioni che evidenziano un tale segno di ingiustizia, ha fatto davvero molto male i propri conti.

Dunque, si potrebbe dire che in viale Borgovalsugana 63 debba venire il “Copernico”. Si dice che, nell’arco di tre quattro anni dovrebbe riequilibrarsi ai livelli massimi (intorno a 900 allievi). Qualcuno mi deve spiegare allora che senso ha questa scelta, se fra tre quattro anni avremo il problema del “Dagomari” in chiara difficoltà, il problema del “Gramsci-Keynes” che più che una scuola apparirà un mostro di 1350 ragazzi, il problema del “Copernico” che ballerà dove prima ballava il “Dagomari”, con la differenza che ho prima sottolineato.

Non aspetto risposte, aspetto scelte concrete. Nessuno sfuggirà alle sue responsabilità, ma occorre anche che non vi sia solo il coraggio dell’incoscienza: si stanno commettendo errori madornali, forse per far piacere a qualcuno forse no solo per le difficoltà connesse al reperimento di strutture; ma allora fermiamoci. Quello che si va facendo, ve lo dico in maniera convinta, è un gravissimo errore e qualcuno lo pagherà. E’ già un errore quello che sta succedendo ora. Mi ritroverò con la solidarietà dell’opposizione e l’ottusaggine della maggioranza che vuole difendere l’establishment. Non l’ho certo voluto io: avete fatto di tutto perché questo avvenisse, ed eccoci qua. 

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13 febbraio ESTATE 2020 – parte 10 (per la parte 9 vedi 20 gennaio)

Panorama dalla Rocca

La Rocca di Campiglia è una straordinaria imponente struttura altomedievale dalla quale si domina l’intero territorio della provincia di Livorno. Patrizia rimane giù con Carol e Cloe e noi saliamo su per le scale metalliche per poter osservare il vasto panorama. Fa caldo ed è quasi l’ora del pranzo; noi pensiamo di fare una rapida merenda, in qualche pizzeria. Invitiamo anche Patrizia, che declina, aggiungendo che ha fatto colazione molto tardi e che mangerà qualcosa di leggero intorno all’ora del tè. Scendiamo insieme verso il parcheggio, percorrendo una strada che è contornata da ampie siepi di lavanda fiorita che sprizza un intenso profumo. Ne strappiamo un rametto per appropriarci di quella fragranza. Patrizia si ferma in un negozietto di generi vari che sta per chiudere: non so di cosa abbia bisogno, ma ci saluta con la promessa di un “Arrivederci!”.  Ricambiamo anche con un sorriso verso le due simpatiche cagnette.

Ritorniamo verso Venturina. Prima di salire su avevamo adocchiato una pizzeria, mentre attendavamo l’arrivo della seconda proprietaria ed eravamo lungo via Indipendenza. Ci fiondiamo là direttamente ed è proprio per un pelo che la troviamo aperta. Prendiamo un paio di tranci e due birre e non potendo trattenerci al tavolo ci muoviamo sempre con l’auto verso un Parco vicino, intravisto su Google Maps. Ci sono anche dei tavoli per picnic e accanto due laghetti. L’acqua è calda e proviene dalle zone termali, il Calidario e l’Hotel delle Terme Caldana. Un posto meraviglioso pieno di vegetazione tipica – soprattutto canneti e rovi – e con una fauna molto ricca, non solo avicola ma anche ittica che si sviluppa lungo le canalizzazioni. Il clima è ottimo e si sta davvero bene. Ma abbiamo l’intento di vedere altri appartamenti. In realtà non siamo riusciti a contattare preventivamente altri proprietari o, meglio, così come già esposto nella prima parte di questo blocco dedicato all’Estate 2020 (quella del Coronavirus 19), ci abbiamo provato ma non è stato facile, anche perché gli annunci si riferiscono a portali immobiliari che non consentono un contatto diretto.

Decidiamo dunque di spostarci verso la costa, che non dista in linea d’aria più di un paio di chilometri. Ci spostiamo a naso orientandoci in modo un po’ artigianale e ci ritroviamo in mezzo ai campi senza più una certezza. Riprendiamo lo strumento elettronico che ci dia una migliore resa e così prendiamo una strada molto diritta che passa prima davanti agli Stabilimenti di produzione Petti e poi da un lato e dall’altra grandi appezzamenti di terra coltivati a pomodoro targato con lo stesso marchio.

Usciamo sulla strada provinciale principale della Principessa (il riferimento è alla Principessa di Lucca e Piombino sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte Baciocchi). Collega San Vincenzo a Piombino. Giriamo prima a sinistra e poi a destra per entrare nella località Baratti. In realtà non abbiamo fissato alcun appuntamento né tanto meno avevamo adocchiato qualche proposta. E, poi, a Baratti non vi sono molti insediamenti abitativi: bisognerebbe salire su a Populonia, ma anche quel borgo è piccolissimo. Percorriamo un quattrocento metri e giriamo a destra per andare verso la spiaggia sulla costa che è straordinariamente incantevole, ancor più per noi, gente di mare.

16 dicembre ESTATE 2020 – parte 8 – su per Campiglia (per la 7 vedi 20 novembre)

ESTATE 2020 Parte 8 – Campiglia

Timidamente e condizionati dalla presenza canina, abbiamo suonato alla porta e Patrizia dall’alto di una scala interna ci ha detto di salire. Ci mostra l’appartamento e ci anticipa che ad ogni modo non intende affittarlo: ci verrà lei: anche a causa della pandemìa, quest’anno, diversamente dal solito, a luglio non andrà all’estero. Ci mostrerà poi un altro appartamento di un suo amico. In realtà avevamo capito che per luglio sarebbe stato disponibile e siamo in qualche modo delusi anche se non lo lasciamo intravedere. Dal soggiorno si gode una straordinaria vista su tutta la pianura. Ad ogni buon conto, anche se l’appartamento è di certo collocato in un contesto davvero affascinante, guardandoci negli occhi, io e Mary, ci comunichiamo un certo imbarazzo ed un segreto sospiro di sollievo. In realtà, un po’ ci aveva spaventato l’idea di dover percorrere tutti i giorni quei tornanti con l’auto e quelle stradine scoscese a piedi, semmai con bagagli e varie borse delle spese alimentari che di solito sono abbondanti.

Patrizia ci mostra gli altri ambienti: l’appartamento è un insieme di camere che si innestano su un corridoio formato da una doppia scalinata interna: si tratta di un terratetto ed in qualche modo più che le tipologie toscane a me ricorda ambienti mediterranei, come quelli della mia isola, Procida. Sarà perché da lì lo sguardo si spinge verso il mare, lo stesso nel quale ho navigato per tanti anni sin dalla prima infanzia, il Tirreno.

Lo dico alla padrona di casa e i miei occhi luccicano di malinconia.

Patrizia, però, vorrebbe non deludere quelle che giustamente considera le nostre aspettative: ci propone di visionare un altro appartamento poco distante. Lasciamo i due cani a far da guardia alla casa: le porte sono aperte proprio come nelle abitazioni isolane a mia memoria – anche se forse nel tempo questa abitudine è andata a modificarsi. Ci spostiamo di un centinaio di metri poco più in giù in una stradina parallela. L’abitazione è molto più angusta e poco luminosa (non c’è lo stesso affascinante affaccio della casa di Patrizia), anche se ben arredata con il segno della Cultura: ci sono tanti libri. Apprezziamo proprio questa caratteristica, rivelando che tuttavia non può essere per noi: a stento ci staremmo Mary ed io.

Patrizia comprende e decide di sentire una sua amica, che possiede altro immobile. Nel mentre cerca di contattarla, usciamo per recuperare i due amici custodi della casa. Insieme a loro ci spostiamo verso la piazza e ritorniamo in Piazza del Mercato, dove ci lascia con i due cani, i cui guinzagli vengono legati ad uno di quegli anelli che verosimilmente in un borgo agreste come Campiglia servivano a legare le cavezze degli equini,  e si inoltra in un vicolo per poter  contattare in modo diretto l’amica, che non si riesce a rintracciare a telefono.

I due cani sono molto diversi tra loro e solo uno appare innervosito dai vari passaggi di altri cani al guinzaglio dei loro padroni; l’altro appare quasi infastidito da quell’atteggiamento.

reloaded mio post del 14 marzo 2015 – in ricordo di Franco Giraldi un gentiluomo del cinema italiano

Lo scorso 2 dicembre il Coronavirus ci ha portato via un altro amico: Franco Giraldi. Ebbi la fortuna di incontrarlo e di intervistarlo qui a Prato nel 1990. Franco Giraldi era stato tra i protagonisti di una delle esperienze più importanti del Cinema militante della Sinistra: la realizzazione nel 1955 qui a Prato del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo. Su questo Blog nel 2015 ho postato tutta una serie di documenti su quell’opera. Giraldi, giovanissimo, era aiuto regista di Pontecorvo e nel film interpreta anche un piccolo ruolo, quello di un carabiniere al quale viene dato l’incarico di portare un neonato alla madre che è impegnata ad occupare una fabbrica tessile. Nel video qui sotto ne trovate un frame ma potete vedere il film intero su youtube digitando Giovanna storia di una donna oppure https://www.youtube.com/watch?v=T816yOHIvAQ&t=43s

Qui di seguito il reloaded dell’intervista

in ricordo di Franco Giraldi un gentiluomo del cinema italiano  

reloaded di un mio post del 14 marzo 2015

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO PARLA FRANCO GIRALDI – PENULTIMA PARTEI

PRATO – alcune strutture di archeologia industriale

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO
parla Franco Giraldi

Franco Giraldi

Franco Giraldi, regista

Sono stato aiuto regista di Gillo Pontecorvo quando nel 1955 venne realizzato a Prato il film Giovanna. Di quell’esperienza pratese mi è rimasta l’immagine, prima di tutto, di una cittadina molto diversa dalla città che è oggi, una cittadina più raccolta in cui erano presenti molti elementi architettonici ottocenteschi. Parlo soprattutto dell’ambiente in cui lavoravamo, che era la fabbrica di una famiglia che si chiamava Vannini, i cui membri erano gentilissimi con noi e ci favorirono in ogni modo. Era una vecchia fabbrica di quelle ‘mitiche’, che si vedono in certe illustrazioni del mondo del lavoro dell’800, con le finestre un po’ carcerarie, i muri grigi, cupi, il cortile che ricordo così desolato, le macchine da tessitura che facevano un frastuono terribile. La fabbrica era circondata da una roggia , da cui si entrava sotto una specie di portico dove c’era l’abitazione dei proprietari. Anche l’albergo Stella d’Italia, in cui io soggiornavo, in una stanzetta, mi ricordo che aveva un sapore ancora antico, molto diverso da oggi.
Pensando a Giovanna mi viene naturale pensare all’epoca in cui fu girato: eravamo nell’ottobre del 1955, non c’era stato ancora a Mosca il ventesimo congresso, Stalin era morto da meno di due anni, eravamo in un clima abbastanza chiuso, c’era la guerra fredda, questo film era fuori dei processi commerciali, in quanto era realizzato per l’organizzazione internazionale della donna. C’era insomma qualcosa di allegramente clandestino in quello che facevamo. Per quanto mi riguarda, avevo fatto il critico cinematografico, ero allora il vice di Tommaso Chiaretti all’Unità di Roma, e collaboravo assieme ad altri con l’intento di organizzare un’associazione di amici del cinema, un associazione di appassionati di cinema, che nei nostri intenti doveva creare il presupposto per avvicinare il pubblico al cinema migliore. Io vivevo in quegli anni a casa di Gillo Pontecorvo e c’era già in me l’idea di fare il cinema. Ma quasi me la nascondevo, per pudore, per modestia un po’ autoimposta.
Quando Gillo ha cominciato a preparare il film io ho assistito alla preparazione e gli ho dato una mano. Mi ricordo che andavamo in giro per le borgate a Roma a cercare le donne con le facce giuste per interpretare il film. Devo dire che già allora Gillo aveva una specie di culto dell’autenticità del volto umano. A lui più che un attore interessava una faccia che esprimesse una luce, un segreto. Questa è una cosa che ho subito imparato da lui nelle ricerche nei mercatini rionali e per strada. Il culto della magia che c’è nel volto umano, una magia che consiste nell’autenticità.
Quindi dopo una lunghissima preparazione, che è stata anche per me una grande scuola, siamo venuti a Prato. Io ero emozionatissimo perché era la prima volta che prendevo parte alla lavorazione di un film; avevo le titubanze di uno che comincia. Eravamo quasi tutti giovani. Pontecorvo era alla prima esperienza come regista, ed anche l’operatore Erico Menczer. Giuliano Montaldo faceva l’organizzatore, forse era il più pratico di noi, perché aveva fatto l’attore in Achtung banditi e Cronache di poveri amanti. Ricordo Mario Caiano ed Elena Mannini, giovanissima, alla sua prima esperienza come costumista. Vi era un grande calore ed entusiasmo e i miei ricordi sono vivissimi, anche se sono passati tanti anni. Ricordo il clima molto simpatico che si stabilì tra le donne che partecipavano al lavoro. Era la storia della fabbrica occupata, che coinvolgeva pertanto la loro esperienza personale. Ricordo la meticolosità con cui si giravano i primi piani delle donne, e l’attenzione di Pontecorvo nel rapire una sorpresa, un lampo in quei volti. E’ per me un ricordo straordinario, perché è stata l’esperienza forse più vicina ad un certo tipo di cinema che allora come oggi sogno di fare, cioè un cinema assolutamente autentico, senza compromessi, senza diaframmi.

DENTRO IL LOCKDOWN – riflessioni e domande

DENTRO IL LOCKDOWN –   riflessioni e domande

Il caleidoscopio colorato dell’Italia Covid19 sembra virare verso il “giallo” all’interno di una commedia dell’ipocrisia che ci riporta alle consuete valutazioni nei confronti della “pratica” politica.

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

I cambiamenti auspicati forse non vedranno neanche la luce, abortiti all’interno delle convenienze ed in barba alla necessità primaria che in un ordine di valori dovrebbe vedere in primo luogo la salvaguardia della Salute pubblica. Se proprio si vuole dare uno sguardo al termometro della mia complessione, esso vira verso il maltempo, la depressione. E ciò è dovuto alla consapevolezza che il nostro destino è oggi nelle mani non solo di governanti imbelli, ma anche di quella parte di Opposizione al Governo che si pone come obiettivo quello di mettersi alla testa di coloro che, a vario titolo e per ragioni molto spesso contrapposte (commercianti, mercanti da una parte e consumatori dall’altra), sono pronti ad approfittare di una deregulation pericolosissima soprattutto per chi rischia maggiormente la propria vita.

I governanti, ivi compresi gli esponenti locali, soprattutto regionali, utilizzano solo per mostrarsi “saggi” parole di prudenza. Sono pronti ad intestarsi un passaggio di colore come una propria vittoria; chiaramente strizzano l’occhio alle categorie commerciali e pubblici esercizi che hanno visto, non diversamente da altri settori – penso a quello dello spettacolo cui sono affezionato – una catastrofica riduzione dei loro cespiti.  Il rischio che si corre con la “riapertura” – pur con regole dichiarate “ferree”(!) – è di dover assistere su ogni parte del nostro territorio urbano alle stesse scene di affollamento vedute in Lombardia e Piemonte qualche giorno fa, quando si “festeggiava” semplicemente un cambio di colore da “rosso” ad “arancione”. Chi impedirà che ciò accada? Ciascuno di noi potenzialmente potrebbe accampare pretese in tal senso: perché i miei vicini vanno in Centro a fare lo shopping di Natale ed io no? E’ quel che hanno pensato a Torino e a Milano ed è quel che penseranno a Firenze, a Napoli, a Palermo e via dicendo. Ho la sensazione che non sia stata compresa a pieno la gravità della situazione e che qualcuno – molto in alto – stia a sperimentare sulle masse per seguire la diffusione del virus.

In tutto questo prosegue la “telenovela” della Scuola.

Lo ripeto: sono pienamente convinto che la chiusura delle scuole sia una iattura che rischiamo di dover pagar caro.

Di poi però mi piacerebbe che quei genitori, quegli studenti, quei docenti, quei dirigenti e tutti i “soloni” politicanti che in questi giorni elevano funerei lai sulla Scuola al tempo del Covid fossero davvero consapevoli di cosa era la SCUOLA italiana prima che questi eventi drammatici ci hanno condizionato così come oggi si vede.

Su 35 paesi europei siamo al 30mo posto per abbandono scolastico; peggio di noi solo Bulgaria, Romania, Malta, Spagna e Islanda. I dati sono del settembre 2020 ma chiaramente si riferiscono al pregresso (certamente in questo periodo sono di gran lunga aumentati; ma – per effetto della pandemìa – sono generalizzati).

Gli edifici scolastici, cari genitori, sono abbondantemente inadatti a contenere il numero di studenti che vi erano ammassati: una delle cause dell’abbandono è dovuto anche a questi motivi. Cari genitori che così ardentemente chiedete la riapertura della Didattica in presenza dove eravate “prima” che questo “cataclisma” scoppiasse?

Middle school students demonstrate against distance teaching, in front of the Piedmont Region headquarter, in Castello square, Turin, 30 November 2020. ANSA /JESSICA PASQUALON

I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 15 (per la parte 14 vedi 23 settembre)

I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 15 (per la parte 14 vedi…..)

In preparazione della seduta “comune” prevista per il 15 dicembre 1998 preparai una “Memoria” la più articolata ed appassionata possibile: riconfermo che ero in difetto, essendo parte principale in causa – o, meglio, interessato in modo diretto a ciò che difendevo – ma era inevitabile, anche perché ero pur sempre rappresentativo degli interessi di una parte e non potevo far finta di nulla. Spesso la Politica è anche un gioco delle ipocrisie; se un difetto mi può essere assegnato questo non era il disincanto, la terzeità: non avrei potuto ed ho preferito essere additato come “partigiano” piuttosto che come un’ameba. Nell’occasione della seduta mi limitai tuttavia a diffondere questa mia memoria, nella quale mettevo in dubbio dal punto di vista reale il termine “Dimensionamento”, applicato per l’appunto in modo difforme.

Dimensionamento?

Il lavoro che è stato svolto in questi ultimi due mesi sul cosiddetto “dimensionamento” delle istituzioni scolastiche nella Provincia di Prato è sicuramente inquinato da un “vizio di fondo” rappresentato da un problema necessario, ma che ha poco a che vedere con la legge sul dimensionamento.

La questione della sede del “Copernico” è certamente rilevante e può ben dirsi al primo punto nell’agenda politica delle urgenze, ma non è assolutamente compresa negli elementi portanti del Decreto Legge 233 del 16 giugno 1998.

Con questo non si intende irritare nessuno né fare un’operazione di sottovalutazione del problema; si ha soltanto l’esigenza di essere chiari, visto che la “chiarezza” si è vista molto spesso chiamare in causa anche a sproposito.

Con questo non si vuol nemmeno dunque dire che il problema del “Copernico” non sia preso in considerazione da noi. Ben altro!

Quel problema è ben presente nei nostri pensieri, ma non è con la legge sul dimensionamento che andava risolto, che va risolto.

Perché se è con quella legge che ci si deve muovere allora l’intervento in questo senso va realizzato in un ben diverso modo, con tempi e fasi concordate, che possano anche prevedere un riequilibrio lento fra i due Licei Scientifici omologhi presenti su questo territorio, che possano prevedere anche per un anno o due il mantenimento dell’attuale situazione, perché questo “tourbillon” di trasferimenti, questo cancan sfrenato che viene annunciato costerà ai cittadini per gli spostamenti e le prevedibili ristrutturazioni, le messe a norma, oltre ad infiniti disagi, anche qualche miliardo, per cui non si scandalizzerebbe quasi nessuno se si continuasse a pagare l’affitto al “Copernico”, ma si evitassero le “deportazioni” previste da una parte all’altra della città. Ma i costi si potrebbero abbattere se a spostarsi fossero in meno, in pochi.

Il dimensionamento è uno strumento importante nelle mani degli Enti Locali; per quel che riguarda la scuola esso è un primo importante segnale di quel “federalismo” tanto sognato, per realizzare il quale occorre un forte riferimento alla democrazia; non occorre dunque svendere questa possibilità che la “società civile” ha conquistato a gruppi esigui di potere, quel potere rappresentato da funzionari dello Stato, che poi non hanno dietro le loro spalle alcun consenso.

Tutte le proteste di queste settimane ne sono una drammatica testimonianza.

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – nona parte 1(per la settima – 18 vedi 10 aprile 2020)

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – ottava parte 1 (per la settima – 18 vedi 10 aprile 2020)

Questo è lo shortlink per riprendere il cammino su uno dei temi che ho trattato relativamente a quel che ho vissuto negli ultimi tempi in cui stabilmente sono stato nella mia terra natìa: “Pozzuoli nei Campi Flegrei”
DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE http://www.maddaluno.eu/?p=11530
E’ datato 10 aprile 2020

Il titolo è
DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 18 e ultima della parte settima – una necessaria precisazione

In linea di massima sono alcuni appunti su come nacque l’idea di scrivere un testo per il secondo ciclo delle scuole elementari e per le classi della scuola media inferiore della città di Pozzuoli.
Ho trascritto tutto il testo del librettino in vari post. Di certo le informazioni che in esso ho dispensato risultano in alcune parti essere datate: si trattava in qualche modo di abbinare ad esse delle indicazioni civiche per le nuove generazioni ed infatti il riferimento del titolo della serie di “post” è “illuminante” allorquando si fa riferimento alla “sensibilità ambientalista, storica e culturale”.

Tra le attività che, da organizzatore (in cooperazione con Raffaele e Renato), svolsi in quella straordinaria occasione dei “2500 anni dalla fondazione di Dicearchia”, ci fu il Concerto della “Nuova Compagnia di Canto Popolare” che era stata fondata all’inizio della seconda parte del decennio precedente (1966) dai musicisti napoletani Eugenio Bennato, Carlo D’Angiò, Roberto De Simone e Giovanni Mauriello ai quali si unirono Peppe Barra, Patrizia Schettino, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere e Nunzio Areni.
Prendemmo contatto con l’impresario, che in quel periodo iniziale era Giulio Baffi, uno dei personaggi del mondo dello spettacolo, come studioso del teatro, non solo popolare, ma soprattutto quello di ricerca e di studio che era (ed è) una delle caratteristiche fondamentali dell’esperienza della NCCP, particolarmente in quel periodo in cui facevano riferimento in modo diretto al grande “maestro” Roberto De Simone.
In pochissimi giorni avevamo già concordato gli aspetti amministrativi e per la fase logistica organizzativa, essendo stato previsto l’utilizzo di uno spazio della Diocesi, la Cittadella Apostolica che si trova accanto all’Accademia Aeronautica, fissammo un appuntamento con alcuni membri della Compagnia alla Stazione della Metropolitana.
Arrivarono Eugenio Bennato, Giovanni Mauriello e Patrizio Trampetti; e, con loro, il geniale fratello maggiore di Eugenio, Edoardo, che si estranea e non partecipa alle discussioni, confermando la sua indole ribelle. Andammo poi tutti insieme a fare un sopralluogo tecnico acustico nel Teatro della Cittadella.
Molti tra noi già conoscevano ed apprezzavano la Nuova Compagnia di Canto Popolare che avevamo seguito sin dalle loro prime prove. Io stesso avevo in qualche occasione avviato un percorso teatrale etnomusicale insieme a Salvatore Di Fraia, Raffaele Caso e Enzo Aulitto senza ottenere tuttavia alcun incoraggiamento per i risultati – per me – davvero deludenti (non ho mai avuto una preparazione musicale); e non ho insistito, assistendo volentieri però al successo dei miei compagni di avventura di quel tempo che ancora oggi riescono ad esprimere un buon livello nelle loro performance.

Nel prossimo post riporterò un Comunicato Stampa da me redatto per l’occasione del Concerto di cui parlo, che si tenne il 22 ottobre del 1972.

Nuova Compagnia

Nuova Compagnia

NUOVA CCP

ESTATE 2020 – parte 4 – arrivo a Venturina (per la parte 3 vedi 13 settembre)

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ESTATE 2020 – parte 4 – arrivo a Venturina (per la parte 3 vedi 13 settembre )

Prima di uscire, però, ci fermiamo ad un Autogrill per alcune operazioni “fisiologiche” ma soprattutto per sentire le nostre interlocutrici proprietarie di appartamenti. Avevamo già fissato per le 10.00 circa con una di loro; l’altra ci aveva fatto comprendere che bastava avvertire perché si rendesse disponibile. La terza persona l’avremmo vista nell’arco di tempo tra la prima e la seconda. Decidemmo comunque di avvertire che eravamo a pochissimi chilometri dall’uscita di Venturina, rassicurando che non ci sarebbero stati nuovi impedimenti.

Venturina è un piccolo borgo disteso nella pianura da cui poi si sale a Campiglia Marittima. E’ infatti, pur avendo la prevalenza numerica della popolazione complessiva, solo una frazione di quella cittadina che è a 232 metri sul livello del mare. Venturina proprio perchè alle pendici del Comune più importante si avvale di alcune fonti termali, due delle quali sono rinomate non solo tra i territori della Maremma ma anche fuori da questi. Il complesso più importante, che personalmente conosciamo da alcuni decenni, essendoci stati con i figlioli ancora piccoli una ventina d’anni or sono, è il Calidario. Si tratta di un complesso di vasche termali e di una serie di residence che si trovano proprio alle pendici del territorio del centro storico di Campiglia, prevalentemente medievale. Accanto a queste poco distanti ci sono le Terme di Venturina, una struttura moderna con vasca enorme ed anche in questo caso con la possibilità di trovare ospitalità nell’Hotel omonimo. Al di là della strada principale, Via delle Terme, un tratto dell’Aurelia Nord, vi sono due laghetti che possono, nelle ore più calde della giornata, ristorare il turista che non voglia utilizzare le spiagge, che distano poco meno di un chilometro in linea d’aria, di cui poi parleremo.

Venturina, lo impariamo subito in modo diretto, è così chiamata perché vi battono i venti in modo anche intenso e piacevole durante l’estate, smorzando così il senso d’afa. In modo indiretto ce lo confermano anche le persone che incontriamo. Quando arriviamo è ancora fresco e ci lasciamo accompagnare dal navigatore cellulare. Ci sono delle attività di trasformazione alimentare, come la PETTI: ci passiamo accanto. E poi dopo aver superato la Caserma dei Carabinieri, girando a destra lasciamo a sinistra il Corso principale del paese. A trecento metri il congegno elettronico ci dice di girare a sinistra, anche se i cartelli non indicano tale possibilità ma vediamo che altri prima di noi vi accedono. A destra c’è la Conad ed un centro commerciale modernissimo ma veniamo sospinti a girare a sinistra alla rotonda e procediamo diritto, costeggiando il Parco della Fiera. Lungo tutto il percorso il muro perimetrale del lungo Viale è adornato con una serie di ritratti che grandi artisti contemporanei hanno dedicato a grandi donne della Storia.

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PACE E DIRITTI UMANI XXIV – 24 (per la 23 vedi il 12 settembre)

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PACE E DIRITTI UMANI
XXIV – 24

Inoltre, l’89% degli intervistati è a favore dello svolgimento di test del DNA. L’83% ritiene che sia fondamentale l’accesso ad un avvocato competente ed esperto e, ancora più importante, il 55% pensa che non sia sufficiente consentire un esame del DNA se non si garantisce al condannato a morte l’accesso ad un avvocato competente ed esperto. Il 69% degli intervistati si dichiara preoccupato per il rischio di giustiziare un innocente, mentre solo il 24% lo è del rischio che un colpevole riesca ad evitare la condanna a morte.
Quanto ai prigionieri con malattie mentali, dei 38 stati che mantengono in vigore la pena di morte sono solo 13 quelli le cui leggi proibiscono le esecuzioni di persone che hanno un ritardo mentale: un analogo divieto è contenuto nelle leggi federali sulla pena di morte. Dalla reintroduzione della pena di morte nel 1976 sono stati giustziati almeno 35 prigionieri con malattie mentali. L’esecuzione di minorati mentali viola la risoluzione 1989, n. 64 del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, adottata appunto il 24 maggio 1989, concernebte le salvaguardie a garanzia della protezione dei diritti umani di coloro che rischiano la pena di morte. Questa risoluzione raccomanda che gli stati membri delle Nazioni Unite non ricorrano alla pena di morte per le persone che soffrono di ritardo mentale o hanno una competenza mentale estremamente limitata.
Vi sono anche casi di condannati amorte volontari, ad esempio l’esecuzione di Dan Patrick Auser in Florida. Dopo un temporaneo rinvio disposto da un giudice distrettuale il 25 agosto scorso ha avuto luogo in Florida l’esecuzione di Dan Patrick Auser un uomo la cui vita era stata segnata dalla malattia mentale e da numerosi tentativi di suicidio. La Corte d’Appello federale dell’undicesimo circuito ha respinto il ricorso dell’avvocato Gregory Smith, secondo il quale il prigioniero non era mentalmente competente né in grado di prendere decisioni sul proprio destino. Auser, condannato a morte nel 1995 per aver assassinato una donna in un motel, aveva chiesto che nulla impedisse la sua esecuzione e aveva licenziato un precedente avvocato che intendeva dimostrare che il suo cliente aveva volutamente esagerato i particolari macabri dell’omicidio per ottenere la condanna a morte. “Questa condanna a morte non valida poiché si basa su falsità prodotte dal signor Auser nel tentativo di sovvertire il corso della giustizia e coinvolgere lo stato nel suo grandioso tentativo di suicidio” aveva dichiarato l’avvocato. Amnesty International si oppone alle esecuzioni dei “volontari”, considerandole come un suicidio assistito dallo Stato. Il fatto che sia un condannato a decidere di morire non significa che l’esecuzione sia meno crudele o che la responsabilità dello Stato sia minore: la decisione di un prigioniero di accelerare la propria fine può rappresentare un’ultima disperata risorsa per porre termine nel più breve tempo possibile alla sofferenza ed alla attesa angosciosa, o più semplicemente può essere la conseguenza di una malattia mentale che dovrebbe essere adeguatamente curata: Auser è stato il settantaduesimo “volontario” messo a morte dal 1976, anno della ripresa delle esecuzioni.
Io ho finito: vi ringrazio per avermi ascoltato.

Termina qui l’intervento della signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International di Prato

Riprende a condurre la serata il prof. Giuseppe Maddaluno, coordinatore delle Commissioni Scuola e Cultura delle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato

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