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ditemi se questa è PARTECIPAZIONE! – la mia disponibilità ad aprire una petizione!

ditemi se questa è PARTECIPAZIONE! – la mia disponibilità ad aprire una petizione!

Circa tre mesi fa, al ritorno dalle vacanze estive, il 27 settembre ho pubblicato un post su una delle solite “sorprese” che, complice l’estate, siamo soliti ritrovarci come cadeau delle Amministrazioni comunali sui nostri territori. Mi riferisco a quello che un po’ pomposamente (come si esaltano, pensando di parlare a trogloditi!) gli amministratori della città di Prato hanno voluto chiamare “sgambatoio” nella zona San Paolo antistante il fontanello sistemato e tutto circondato nel mezzo di via San Paolo e via Zandonai, strade trafficate in modo intenso in uno spazio verde inutilizzato a ragione per i precedenti motivi.
In quel post che qui di seguito ripropongo “ad memoriam” rilevavo l’assurdità della scelta affrettata (affinché i cittadini si ritrovassero di fronte al fatto compiuto) e ne sottolineavo l’inadeguatezza anche dal punto di vista strutturale: in mezzo al traffico, mancante di una presa d’acqua, mancanza totale di suppellettili per i proprietari dei cani, assenza di spazi per le deiezioni: un “deserto” totale con recinzioni insufficienti per soggetti esuberanti e/o pericolosi per sé (un cane che uscisse scavalcando la recinzione potrebbe essere travolto e provocare incidenti) e per i loro padroni oltre che per coloro che transitano sulle strade limitrofe (il “fontanello” come è ovvio è luogo frequentatissimo).
Luogo polveroso e/o fangoso in maniera inverosimile: è un’altra delle caratteristiche che lo rendono inadatto. Inoltre quando i cani stanno insieme e sono in tanti giustamente ingaggiano competizioni anche sonore, le classiche “cagnare” che particolarmente d’estate, insieme a maleodoranti effluvi, non deliziano il vicinato.
Ciò che è da rilevare peraltro è che la scelta “intelligente” è stata fatta dopo che era stato prodotto un percorso di partecipazione con i cittadini i cui risultati erano che tale “sgambatoio” dovesse essere realizzato “con tutti i crismi” a ridosso della fabbrica “Baldassini” e non era stata in assoluto presa in considerazione la “variante” poi utilizzata.
Sarebbe allo stesso tempo importante sapere come mai quest’ultima sia stata prescelta e chi dei promotori locali che si sentono rappresentativi dell’Amministrazione abbia dato il proprio assenso.
Probabilmente si tratta di una gara dell’ ”assurdo” tra Amministrazioni: visto che quella precedente aveva prodotto una “pista ciclabile” improponibile quest’altra di segno diverso ma di simile incapacità non ha voluto esser da meno.

Joshua Madalon

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Un recinto per “polli” (ma non pennuti, umani e cioè tutti noi contribuenti di San Paolo in Prato)!

…per capirci, la foto in evidenza è riferita ad uno “sgambatoio tipo”….non ha nulla a che vedere con l’obbrobrio di San Paolo…

Questo è il link che accede all’articolo sulla “pista ciclabile”

http://www.maddaluno.eu/?p=342

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C’era una volta a Prato in località San Paolo una “pista ciclabile”, ma erano i tempi della Giunta di centrodestra e noi, cittadine e cittadini di quel territorio, ci siamo attivati per denunciare l’insipienza di tecnici, dirigenti e politici che l’avevano progettata e realizzata, ascoltando solo in modo molto ma molto tardivo e parziale i rilievi pratici di quell’intervento. Ma era per noi logico dal punto di vista ideo-logico che un’Amministrazione di Destra si comportasse in quel modo e faceva gioco favorevole alla nostra parte che sbagliassero. Non avevamo ascoltato a dovere ma non sarebbe stato mai possibile pensarlo (ed ancor oggi in fondo è così) la vulgata che tutti fossero uguali, che non ci fosse differenza tra Destra e Sinistra. Ancor oggi di fronte alle continue scelte sballate (non “sbagliate” intendete! Ma sballate) dell’ attuale Amministrazione di centrosinistra c’è chi come noi che si ostina a pensare che, no, non può essere vero che tutti siano “uguali” (beninteso, la connvinzione che lo siano permane ma sui piani dei diritti e dei doveri, intimamente connessi e concatenati nel giusto equilibrio). Perlomeno non lo dovrebbero essere e fanno di tutto per smentirmi.
Cosa è accaduto? Blitz d’estate, una forma furbesca di prendere in contropiede la massa del dissenso (una buona parte – meno rispetto agli anni passati ma sempre una buona parte – di famiglie era in vacanza), il Comune ha recintato uno spazio per sistemarvi un’area sgambature per cani. L’ha fatto, come detto, in fretta e furia per evitare le proteste. Perché mai avrebbero dovuto protestare? E qui si dà il via alle dolenti note. Ogni qualvolta l’Amministrazione aveva coinvolto i cittadini per stabilire l’organizzazione di spazi sul territorio per l’area sgambature aveva previsto con l’accordo di tutti ben altro spazio, molto più appartato molto più sicuro per tutti. Una forma di partecipazione che a chiacchiere vorrebbe essere il fiore all’occhiello dell’Amministrazione ma che alla fine, dal momento che le scelte popolari non piacciono “forse” già in partenza ai suoi rappresentanti, producono maggior scontento. Tra l’altro nella furia lo spazio è nella maniera più assoluta paradossalmente insufficiente (i metri quadrati sono superiori ma collocati in uno spazio che non essendo adatto finirà per essere molto meno utile al reale bisogno) e manchevole in molti aspetti: manca uno spazio per le deiezioni, cioè una vasca sabbiosa; manca una fontana, per abbeverare gli animali; l’ingresso è su di una strada già ora trafficata ed in procinto di esserlo maggiormente a breve; lo spazio è proprio adiacente ad una serie di condomìni, mentre l’altro confinava con gli orti sociali e con la struttura archeologico-industriale della Baldassini.
Diciamo che l’Amministrazione dimostra ancora una volta che, al di là delle consuete affermazioni demagogiche, non ha rispetto dei cittadini. Lo spazio sarebbe forse più adatto per un “pollaio”. Il Comune lo fa per la popolazione canina, senza neanche consultare i potenziali fruitori del “servizio”. Se i politici del Centrosinistra hanno pensato che i cittadini fossero dei “polli” allora a breve la vendetta potrebbe essere quella di un “contrappasso”: chiuderanno loro in un recinto e butteranno via le chiavi!

Joshua Madalon

GUFO

Foto di Agnese Morganti

“CARTOLINE DA CHINATOWN” di Federica Zabini

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“CARTOLINE DA CHINATOWN” di Federica Zabini

Da un paio di anni, molto più di prima, ho tra I miei allievi nel Corso di alfabetizzazione della lingua italiana, organizzata dalla San Vincenzo de Paoli nei locali della Parrocchia di San Bartolomeo in Piazza Mercatale, molte donne cinesi. Ed è un’esperienza straordinariamente stimolante, anche perchè sono tra le allieve più curiose di apprendere e si divertono moltissimo, rendendo piacevole il mio impegno volontario. Da loro apprendo molto più di quanto loro apprendano da me e credo che sia proprio questa empatia bidirezionale a far scattare l’armonia nell’intero gruppo di lavoro formato da centro e sudamericane, da africani del nord e da pachistani.
Ho già segnalato in altri post la variegata provenienza etnica dei frequentatori di quei corsi ma non potevo non riferirmi a questa mia contingente avventura culturale volendo parlare del libro, piccolo ma denso, di Federica Zabini: “Cartoline da Chinatown”. Ne avevo sentito parlare; a dire il vero, avevo anche letto della sua presentazione al caffè Bacchino lo scorso 29 ottobre ma le mie corse frenetiche tra un evento e l’altro, molto spesso organizzati da me stesso, mi impediscono troppe volte di cogliere occasioni interessanti come quella. Poi tra una chiacchiera e l’altra in previsione di approfondimenti culturali, sociali antropologici e… politici qualcuno mi riparlò di Federica Zabini e di questo suo “Cartoline da Chinatown”. La Rete fa miracoli e mi capita spesso di raccordarmi con persone che non conosco, ma di cui mi si parla, in un battibaleno attraverso i social.
Stuzzico Facebook e scrivo, peraltro di fretta con errori di battitura: ottengo rapida risposta con indicazione su dove poter trovare il libro. “Mondi paralleli” è una piccola libreria gestita da compagni che conosco e con i quali mi incrocio soprattutto allo Spazio Aut di via Filippino ma non la frequento: graphic novel, fumetti vari non sono più da tempo libri che riescano ad occupare uno spazio tra le mie letture. Mi ci fiondo, deciso a portare in dirittura di partenza il possesso del libro. Mi aspettano già, preavvertiti dall’autrice, che evidentemente ha avuto fiducia in me. Questo è accaduto quasi un mese fa, agli inizi di dicembre: il libro l’ho letto rapidamente in due notti (è il periodo nel quale da un po’ preferisco svolgere questa funzione) e poi l’ho lasciato decantare……….
Federica Zabini è un’acuta osservatrice, attenta a cogliere i palpiti del mondo che la circonda. Ella sa trasmetterci la realtà di una popolazione che si è insediata in modo particolare in uno spazio ormai obsoleto e degradato, fondamentalmente rivitalizzandolo. La crisi del settore tessile sarebbe stata inarrestabile in tutte le sue fasi se ad un artigianato ed un’imprenditoria che aveva perso la passione (quella che ti fa sopportare i sacrifici e le incertezze dell’impresa) non fosse subentrata l’intraprendenza e la capacità di reggere la fatica per ore ed ore. Ai piccoli e modesti artigiani-industriali pratesi i cinesi hanno da insegnare…e questo è apparso insoffribile. Da qui nasce l’astio verso questa comunità che parte proprio da settori medio-borghesi e si diffonde tra la popolazione di scarsa cultura.
Nel libro formato da 15 bozzetti alcuni un po’ più corposi altri in forma mignon prevale lo sguardo infantile del puro di cuore su una realtà che si eleva da un prosastico lastrico ad un cielo poetico, a partire dal primo dei raccontini, “L’albero del pop corn”. Ed i mondi che vengono osservati sono quelli della produzione oppure quelli del consumo come il ristorante di Liu, o ancora quelli pubblici, come le Poste o la Farmacia oppure le strade e le piazze, uno studio di agopuntura, il fiume, la fiera. Tra tante storie non poteva mancare quella più tragica nella quale l’umanità prevale e si riducono le differenze. Federica Zabini ci mette di fronte ad un mondo intero che rimarrà parallelo fino a quando non riusciamo a comprendere che dall’alto della loro riservatezza (ma vi assicuro, cominciano davvero a sciogliersi e lo fanno in primo luogo le donne: anche quelle cinesi così come le nostre stanno prendendo coraggio) i cinesi ci riserveranno grandi positive sorprese.
E ci inconteremo. Anche se tra le due comunità maggiori di questa città, quella legittimamente autoctona (I’ so’ di Prato!) e quella cinese, è quest’ultima ad essere la più seria e matura, compatta, e forse per questo motivo viene percepita come pericolosa. D’altronde come ben si sa i vuoti tendono a colmarsi.

Benaugurale è la dedica, profetica financo. Non farebbe di certo male, da qui a poco, pensare che Prato possa avere una guida amministrativa cinese. Dopotutto, abbiamo avuto un papa polacco e ne abbiamo uno che “viene da lontano”.

Joshua Madalon

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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

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“Cartoline da Chinatown” di Federica Zabini – una riflessione preambolo ad una recensione

Mentre avviavo a scrivere una riflessione sul libro di Federica Zabini, “Cartoline da Chinatown” ho rincorso alcuni frammenti dei miei ricordi recenti. Su quel libro, piccolo ma denso di riferimenti letterari ed antropologici, scriverò nelle prossime ore.
Un ringraziamento alla scrittrice per avermi indotto ad operare una forma di epifania creativa ispirata dalle sue “tranches de vie” della comunità cinese del quartiere tra la strada ferrata, le inverse direttive viarie parallele, via Filzi e via Pistoiese, e San Paolo: quella zona, insomma, che Bernardo Secchi, l’urbanista scomparso nel settembre 2014 aveva identificato come Macrolotto Zero, assegnando a quella parte del territorio pratese, dove la “mixitè” assumeva una funzione essenziale per comprendere le caratteristiche di quelle strutture mescolate tra abitazioni civili e spazi di produzione tessile di base, l’origine – il punto zero – della sua storia artigianale ed industriale.

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Nella vita spesso capitano giornate intense, durante le quali non si compiccia nulla, ma si corre si corre si corre…all’impazzata. “Beato te, che sei in pensione! hai tutto il tempo per te. Ah, chissà quando mi capiterà di poterci andare!…” me lo sento dire un giorno sì ed uno anche…ad ore alterne. Eppure, da quel giorno in cui ho salutato i colleghi in una delle feste che poi ricorderò per la tristezza che ci prese tutti nei giorni successivi, non sono ancora riuscito a realizzare la maggior parte dei miei desideri. Qualcuno potrà anche sorridere per l’esempio che farò, ma avevo programmato di andare a trovare un mio carissimo amico che a Firenze si occupa di cinema e, va là, son quattro anni che lo faccio aspettare. O quanti chilometri sono? Dieci, poco più, visto che è al di là dell’Arno. Non che non sia riuscito a far nulla, ma è che me ne vengono tante di quelle idee interessanti da rincorrere e ci vado dietro. Ed è così infatti che, in una delle iniziative culturali degli ultimi anni, mi è accaduto che il coinvolgimento sia stato tale da indurmi ad occupare il mio tempo nella narrazione, utilizzando le “storie” che mi venivano raccontate dai partecipanti al progetto che in piena sintonia con l’ambiente pratese e del mondo tessile che lo contraddistingue si chiamava “Trame di quartiere”. Ecco, un ottimo impiego del tempo a misura di anziano: guardali bene i pensionati maschi del quartiere che, soprattutto se hanno nipoti già grandi e moglie e figli che non hanno bisogno di loro, nelle giornate buie dell’inverno si ritrovano nei circoli a mo di quel che facevano i villani della contrada Albergaccio nel 1513 laddove Niccolò Machiavelli si ingaglioffiva “con questi…. per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.” (da la Lettera a Francesco Vettori 13 dicembre 1513).

E poi con l’arrivo dell’aria più mite si spostano lungo i viali e nei giardini a parlare dei problemi sportivi e di quelli politici, mostrando saggezze popolari ma anche una sicumera inattesa, una grande cocciutaggine nell’espressione dei loro gradimenti effimeri, altalenanti. Ed è stata una grande scuola di vita, basata sull’ascolto e sull’osservazione della prossemica espressa nella difesa delle proprie convinzioni. Comprendo bene sin dall’avvio di questa nota che potrà sembrare incredibile anche la mia ingenuità da settantenne conoscitore per mestiere della scrittura, ma nella vita non ci si stanca mai di conoscere e di sorprendersi perché, al contrario di quanto si possa credere e di quanto erroneamente – a mio parere – si esprime di solito, non c’è mai nulla che sia del tutto uguale a quel che abbiamo conosciuto, visto, letto, e le vite degli altri interconnesse tra loro non mancano mai di sorprenderci.

Joshua Madalon

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PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

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PER LA NUOVA SINISTRA – appunti

Quando i “filosofi” troveranno ascolto tra coloro che si candidano a governare o a scrivere programmi per il “buon Governo” di una città o di un Paese forse avremo trovato la soluzione agli annosi problemi nei quali ci dibattiamo. Ovviamente non basta essere o essere creduti o sentirsi “filosofi” per potersi accreditare all’interno del consesso “politico” e non nego che alcuni veri “filosofi” prestati come costruttori di progettualità alla Politica abbiano dato cattiva prova di sè nel secolo scorso. Non potrei – per l’appunto – negarlo. E per togliere il vino dai fiaschi sottolineo che non scrivo quello che segue sentendomi un “filosofo”: quindi non mi propongo come tale ai miei interlocutori “provvisori” (“provvisori” come è giusto che sia: nessuno di noi è “eterno”). Allo stesso tempo non risparmio le mie energie e proseguo ad esprimere il mio parere su quanto sia necessario fare nei prossimi mesi.
Mi sarebbe piaciuto che tra i dieci punti iniziali del percorso costruito al “Brancaccio” lo scorso giugno ve ne fosse uno esclusivamente dedicato alla “CULTURA” e se fosse stato il primo dei dieci ancora meglio.
Il tema della “CULTURA” può essere declinato in numerose varianti e rimanere il minimo comune multiplo del PROGRAMMA DI GOVERNO di un Paese e di una città. C’è una CULTURA ambientale, una CULTURA sociale, una CULTURA sanitaria, una CULTURA urbanistica una CULTURA economica, una CULTURA del Lavoro, una CULTURA internazionale, una CULTURA tout court (e non credo di avere esaurito l’elenco).
Essendo necessaria la “sintesi” proseguo in quel lavoro di ricerca delle contraddizioni profonde nelle quali si dibatte la nostra SINISTRA, mostrando a volte la sua indole conservatrice a difesa di diritti a volte necessariamente discutibili (il welfare del nostro Mezzogiorno, ad esempio, si avvale di una distribuzione “a pioggia” di benefici a vantaggio di falsi invalidi: lo difendiamo? Spesso accade che alcuni operatori inadempienti in modo illegale sotto molti punti di vista vengano difesi dai Sindacati che appartengono idealmente alla nostra storia: li difendiamo anche noi? La Sanità è nelle mani di persone incompetenti a tutti i livelli, da quello amministrativo a quello professionale specifico: non facciamo nulla? Nel percorso dell’Immigrazione troviamo molti aspetti di illegalità: cosa proponiamo?). Ecco; è necessario avanzare proposte serie che non abbiano teste tra le nuvole ma piedi saldamente ancorati a terra, a nche a costo di smentire il “noi stessi” di “ieri” (un “ieri” simbolico).
Ecco dunque la CULTURA della LEGALITA’, ma non chiacchiere a vuoto!
Mi soffermo nuovamente – l’ho già scritto circa un mese fa il 26 agosto sul mio Blog -http://www.maddaluno.eu/?p=6226 – sul tema dell’Immigrazione e del “razzismo” che viene diffuso.
E – lo ripeto – molto è da addebitare allo scarso livello “culturale” presente nel nostro Paese (sarà peggio o sarà meglio “altrove” poco deve importarci). Abbiamo il dovere di porci di fronte alle problematiche evitando isterismi e cercando soluzioni impostate nel massimo rispetto dei nostri valori costituzionali. Questi “giovani” stranieri arrivano da terre povere e martoriate da guerre e cataclismi di vario genere; vengono sparsi in realtà diverse e sconosciute senza che vi sia un vero e proprio progetto di accoglienza (non mi riferisco ad un “tetto” e al sostentamento vitale, ma alla provvisoria integrazione in un tessuto sociale alieno dal loro: vengono considerati “numeri” portatori di “benessere economico per una parte di noi” ma non più di questo). Se vi sono delle falle nella legislazione, se sono necessari interventi “sociali” in quella, dobbiamo sentirci parte attiva anche per evitare che “forme di schiavismo larvato sotterraneo” si diffondano (a chi interessa mantenerle? A noi di certo no!). Chi arriva da noi dopo quel viaggio tremendo sui “barconi” fatiscenti non può pensare che troverà ospitalità a scrocco del nostro Paese , dunque, nulla impedisce alle istituzioni governative lo stabilire che, in cambio dell’ospitalità, questi assolvano compiti determinati con la massima precisione, ad esempio, nel settore dell’Ambiente urbano ed extraurbano. Si eviterebbe di assistere a gruppi di giovani migranti ciondoloni per la città, possibili prede di malviventi e di approfittatori e si eviterebbe allo stesso tempo il diffondersi di sentimenti razzistici, soprattutto se operatori sensibili e preparati si adoperino per costruire un raccordo tra gli immigrati ed i residenti, tendente a far conoscere in modo reciproco le “storie” delle vite degli uni e degli altri.

Joshua Madalon

cultura

LE FERIE DEI POLITICI E L’ONESTA’ SMARRITA DEI 5 STELLE (giustamente decurtate da T.Montanari e declassate a 4)

LE FERIE DEI POLITICI E L’ONESTA’ SMARRITA DEI 5 STELLE (giustamente decurtate da T.Montanari e declassate a 4)

Bella questa discussione sulle “ferie” dei parlamentari. E’ pur vero che da un certo punto di vista, da uno solo però, esagerano! Ma è anche giusto dire che il vero problema semmai dovrebbe essere un altro, uno dei tanti altri punti di vista: pur essendo troppe le giornate di ferie ne fanno davvero un cattivo uso. Non si distraggono, rischiano di fare ancora più danni quando sono in ferie di quanti, assai, non ne facciano quando dovrebbero essere al lavoro. Come per ogni cosa, però, questo è un “punto di vista” un po’ cialtrone perché nel mucchio non tiene conto delle eccellenze che pur sono tante – e di valore. E poi occorre tener conto del fatto che a breve ci sono le elezioni regionali siciliane e c’è un gran daffare per tutti, in grado di rovinar loro le “ferie”.
E non dimentichiamo che ogni solleone porta sotto gli ombrelloni nugoli di politicanti di ogni tipo (da quelli nazionali a quelli locali) che hanno un gran daffare preferibilmente d’estate a combinare accordi a base di orzate e cocomeri in costume da bagno.
Ovviamente, è questo il segno di una pratica poco democratica che non tramonta mai, soprattutto perché viene svolta non alla luce del sole e davanti al popolo (coram populo) ma in ambienti esclusivi tipo Forte dei Marmi, Camaiore, Castiglioncello, Capalbio (ho elencato località della Toscana perché è l’ambiente che meglio conosco ma erano solo degli esempi.
E così come potete ben vedere questi poveri politici e parlamentari non possono essere invidiati più di tanto per la “lunghezza” delle loro ferie.

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E combinano disastri come alcuni “pentastellati” che dimentichi dei loro a gran voce dichiarati obiettivi (Legalità e Onestà) lasciano partire messaggi al mondo dell’abusivismo edilizio sostenendone le ragioni.
Chi governa deve sapere che possiede una funzione legislativa che consente di regolare qualsiasi necessità, ivi compresa quella di avere un tetto dignitoso dove vivere da solo o con i propri congiunti. L’abusivismo edilizio è un reato e non può essere tollerata la non applicazione delle regole che sovrintendono alla costruzione di manufatti che non abbiano ottenuto i necessari permessi per poter essere realizzati. Nella costruzione di abitazioni “abusive” si infrangono numerose regole della convivenza civile, soprattutto quelle ambientali ma anche quelle del Lavoro (per “necessità” si utilizza lavoro nero, a partire dai progettisti, laddove questi esistano, altrimenti è ancora più seria e grave la situazione che si viene a creare; per non parlare dei materiali utilizzati e dell’impatto sulle questioni igienico-sanitarie) e della Sicurezza (una costruzione che non abbia avuto controlli di staticità è pericolosa per tutti, non solo per chi abita o ci transita accanto).
Il riferimento a “chi governa” è suggerito dal fatto che potrebbe far partire una vera campagna di “Edilizia popolare” che possa soddisfare tutte le richieste e nello stesso tempo potrebbe impegnarsi a rilanciare il settore delle costruzioni, evitando di continuare a cementificare i territori ma indirizzando tutti gli sforzi verso la riqualificazione energetica e strutturale dei vecchi edifici., anche per poter al massimo evitare altre tragedie e disastri.

Joshua Madalon

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reloaded in attesa della quarta parteI CONTI NON TORNANO – un racconto morale 1, 2 e 3

I CONTI NON TORNANO – un racconto morale

– prima parte –

“Professore, al cambio d’ora passi in Presidenza” la bidella del piano aveva risposto al trillo imperioso del telefono interno nel corridoio ed anche gli allievi, che stavano concentrandosi nella prova di italiano in quella fine del trimestre, avevano sentito parte del breve dialogo che, subito dopo essersi interrotto, era stato riportato: la bidella aveva bussato con insolita circospezione ed aveva informato il professor De Marco. “No, avvertite la Preside che scenderò solo al termine della prova: non posso lasciare soli i ragazzi!”.

La bidella ritornò al telefono ma la risposta fu, a tutta evidenza, negativa.
“La Preside dice che manderà un sostituto a sorvegliare la regolarità della prova e le chiede di scendere subito dopo”.

Dal terzo piano Giorgio non appena arrivò a sostituirlo una giovane collega – ma tutto avvenne con insolita rapidità – scese giù verso la stanza della Presidenza, davanti alla quale già sostavano altri due colleghi, la professoressa Bencolti ed il professor Merletti, ai quali scoprì subito era stato detto di attenderlo prima di entrare…

Non era strano vederli insieme; erano tutti e tre politicamente impegnati nell’amministrazione comunale con vari e diversi incarichi istituzionali e più di una volta la Preside li aveva interpellati insieme, ma in quell’occasione la situazione che si prospettò rapidamente fu molto diversa: era il Provveditore agli Studi che li voleva con urgenza ed aveva autorizzato la Preside ad esentarli dalle lezioni e sostituirli per il resto della giornata.

…………………………………………………..

“Ci vediamo in Piazza San Francesco, davanti all’edicola”

Ognuno di loro aveva il pass per accedere al centro ed il contrassegno consentiva di trovare più facilmente un parcheggio: ciascuno poi pensava, vista l’ora e gli impegni di lavoro modulari, di poter tornare direttamente a casa…
Si ritrovarono nel luogo convenuto a pochi passi dalla sede del Provveditorato.

Vi salirono e si presentarono alla Segretaria che intanto li fece accomodare: “Il Provveditore è impegnato a telefono con il Ministero, gli ho appena passato la linea: quando la ritorna libera lo avverto”. E continuò a lavorare per proprio conto.

Era da poco passato il tocco e tutti avevano avvertito la propria famiglia già prima di uscire da scuola che non sapevano a che ora sarebbero tornati.

E s’era fatto un quarto alle due: il Provveditore aveva smesso la sua conversazione e la segretaria li aveva annunciati. Con un grande sorriso li salutò chiamandoli come di dovere in modo formale istituzionale e stringendo loro vigorosamente le mani.

“Accomodatevi”.
De Marco aggiunse una sedia alle altre due di fronte all’ampia scrivania ricolma di scartoffie e di ninnoli vari.

I volti in un momento di silenzio interrogavano il sorriso dell’uomo di fronte a loro, un sorriso soddisfatto ma per tutti amletico. Pochi secondi, neanche un minuto di silenzio interrotto poi da un proclama apparentemente senza appello.
Manzoni docet.

………………………………………………………….

“Mettiamolo ai voti!”

Giorgio aveva presentato alla Commissione Scuola del Partito un Documento chiaro e preciso nel quale si prendevano in esame le richieste di allievi, docenti e genitori dell’Istituto in cui insegnava da più di dieci anni e la cui sede rischiava di essere spostata dalla parte della città opposta a quella in cui si trovava per scelte che erano considerate inopportune sia dal punto di vista storico che da quello più utilitaristico, che appariva prioritario nelle motivazioni.

Lo chiamavano “dimensionamento” ed era stato collegato alla necessità di risparmiare oneri di affitto per strutture ad uso scolastico che appartenevano a privati, privilegiando al meglio quelle che erano di proprietà pubbliche.

L’Istituto di Giorgio, il “Dagomari”, era ad un passo dalla Stazione Centrale e dal capolinea dei trasporti automobilistici.

“Dai calcoli fatti da esperti la proposta avanzata dalla Provincia è fuori scala; il “Dagomari” non entra nella sede del “Gramsci” ed il “Copernico”, se non si ridimensiona, cioè non autoriduce il numero dei suoi studenti, non entra nella sede del “Dagomari”: insomma quella che si sta svolgendo è una vera e propria “partita di scacchi” sulla testa dei cittadini; non si può valutare una scuola solo sulla base dei numeri, e del numero degli allievi. In aggiunta, le proiezioni sulla decrescita della popolazione scolastica dei prossimi anni sono del tutto inventate e dunque aleatorie.”
Giorgio aveva così sintetizzato ai presenti della riunione il suo pensiero che più analiticamente aveva sviluppato nel Documento.

– fine parte 3 –

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“Cambiamenti nel paesaggio rurale toscano dal 1954 al 2014″ Paolo Degli Antoni e Sandro Angiolini – PAGNINI Editore

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Luca Mori

Lo scorso 15 giugno pubblicai sul mio Blog la recensione del libro di Luigi Russi, “In pasto al capitale”. L’attività delle Associazioni cui faccio riferimento ed in primis “Dicearchia 2008” è stata da sempre orientata sul fronte dei temi civili. Ed è così che non poteva sfuggirci la pubblicazione di un libro come quello di Paolo Degli Antoni e Sandro Angiolini, “Cambiamenti nel paesaggio rurale toscano dal 1954 al 2014” edito da Pagnini. Il libro di Russi si occupava soprattutto (ma non solo) del massiccio intervento delle società multinazionali su terreni agricoli per imporre monoculture in gran parte non indirizzate verso il consumo alimentare umano (il caso della jatropha, pianta che viene utilizzata per il settore energetico) o in ogni caso non essenziali per esso (come le piantagioni di caffè). Il libro di Paolo Degli Antoni e Sandro Angiolini, pubblicato nella Collana di Filosofia e Scienze sociali diretta da Stefano Berni, si limita all’ambiente toscano ed in particolare alla “Rinaturalizzazione e utilizzo dei terreni agricoli abbandonati” ed è strutturato in dieci capitoli oltre l’introduzione del curatore, un’Appendice ed una essenziale ma curata Bibliografia. L’approccio è scientifico e tecnico, e non poteva che essere così, visto il curriculum dei due autori: Paolo Degli Antoni è laureato in Scienze forestali e suo oggetto privilegiato di ricerca è la natura in ambienti sia rurali che urbani con il suo corso fuori dal controllo umano (il suo riferimento prioritario è “il terzo paesaggio” di Gilles Clement); Sandro Angiolini è agronomo ed economista e si è distinto nel trattare temi rurali e di sviluppo sostenibile.

L’analisi del testo prende spunto dal Piano Paesaggistico e dal conseguente Programma di Sviluppo Rurale voluto dalla Regione Toscana cui hanno contribuito con una serie di osservazioni accolte sia in sede regionale che in sede europea. Non mancano tuttavia i riferimenti filosofici letterari ed umanistici (vedasi il capitolo 2. Rappresentazioni scientifico-letterarie aperto da un brano tratto da Le città invisibili di Italo Calvino – cap. I B Le città e la memoria – Maurilia) con ampi riferimenti al “paesaggio nelle pubblicazioni del Touring Club Italiano” e l’analisi accurata del paesaggio agro-forestale toscano, in modo particolare riferita a quattro aree: 1. Montalbano, 2. Monte Morello; 3. La Provincia di Livorno; 4. Il Chianti. Interessante dal punto di vista delle modificazioni del territorio non riconducibili ad interventi consentiti (abusivismo edilizio, incendi boschivi, abbandono di rifiuti, violazioni dei Codici dei Beni culturali e del Paesaggio, tutelato peraltro dalla Costituzione italiana con l’art. 9 “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) è il capitolo 5 che si occupa per l’appunto de “Lo sguardo della giustizia”. Riconducile all’approccio umanistico è anche il capitolo 6 (Lo sguardo dei filosofi e degli artisti. Repertori fotografici istituzionali, amatoriali, pubblicitari degli spazi dismessi) aperto da un brano dallo “Zibaldone” leopardiano. Nei successivi capitoli gli autori suddividendosi i compiti così come riportato a pag. 149 nell’ Avvertenza si occupano della rinaturalizzazione spontanea riferendosi all’analisi scientifica di Gilles Clement e del suo cosiddetto “Terzo paesaggio” (il primo è quello forestale, il secondo quello agricolo). In Appendice il lettore troverà un “Questionario – Scheda di rilevazione sulla percezione del paesaggio toscano”.
A presentare il libro alla Libreria Mondodaristore di Prato ho voluto chiamare, oltre – ovviamente – ad uno degli autori, Paolo Degli Antoni (Sandro Angiolini essendo temporaneamente in Birmania), il curatore della collana , Stefano Berni, docente di Filosofia al Rodari-Cicognini di Prato ed autore di testi fondamentali su Foucault, Nietsche, Heidegger, Legendre e Deleuze; e Luca Mori, presidente dell’Ordine dei Dottirui agronomi e forestali della Provincia di Prato. Il libro è disponibile presso la Libreria Mondadoristore – Opificio Jim di Piazza San Marco a Prato ed è possibile ordinarlo attraverso l’IBS.

Paolo Degli Antoni e Sandro Angiolini, “Cambiamenti nel paesaggio rurale toscano dal 1954 al 2014” edito da Pagnini

NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

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NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

Viabilità
Il Quartiere di San Paolo è collocato ed è stretto, da una parte, a ridosso della linea ferroviaria FirenzePratoPistoia, dall’altra dall’asse viario di percorrenza veloce della strada detta “Declassata” che conduce a Firenze o a Pistoia e dall’altro asse che è la Tangenziale che porta verso la Vallata. Nel corso degli anni ed in particolar modo negli ultimi sei il territorio di San Paolo è stato compresso per la lungaggine dei lavori non ancora a tutt’oggi terminati per la costruzione del nuovo Ospedale. Tutto ciò ha notevolmente aggravato e compromesso il senso di Sicurezza da parte della popolazione residente. L’incuria delle ultime Amministrazioni ha prodotto un abbassamento non solo percettivo della qualità della vita e della percezione di Sicurezza. Avanzare proposte che affrontino queste tematiche servirebbe a creare un clima di maggiore tranquillità (si pensi soltanto al fatto che a pochissime centinaia di metri dall’abitato di San Paolo è stato costruito il nuovo Ospedale di Prato ma per accedervi per gli abitanti di questo territorio vi sono più difficoltà rispetto a prima quando il nosocomio cittadino era a due chilometri di distanza) per tutti.

Anche in questo caso struttureremo i nostri interventi allo scopo di ottenere risultati tangibili; abbiamo già avviato delle riflessioni sul disagio che una viabilità inadeguata ha prodotto sui cittadini di San Paolo (2012 e 2013); ora proseguiremo con un’attività di critica propositiva a chiedere che alcune questioni vengano affrontate ed alcuni nodi vengano sciolti.
Il tema della viabilità sarà affrontato in tre fasi:
– Studio sulle cartine e discussione con esperti, tecnici e cittadini;
– prime proposte alternative all’attuale viabilità;
– studi sulla fattibilità e prime progettazioni.
Relazioni economiche
Il tema delle relazioni economiche è fortemente condizionato da quello dell’evasione fiscale e dello sfruttamento dei lavoratori da parte degli imprenditori cinesi. Sono fra i temi più attuali collegati al lavoro all’interno dei capannoni laddove in special modo la comunità cinese opera e vive per tutto l’arco delle ventiquattro ore, sottoposta a ritmi di lavoro che essa accetta in cambio di guadagni che consentano loro di poter innanzitutto liberare i loro “passaporti” e poi di riuscire diventare imprenditori in proprio o in patria o fuori di essa. Oltre alle problematiche di ambiente malsano e di igiene vi è tutta la partita dell’evasione fiscale e contributiva che pesa gravemente sulle spalle della nostra comunità; occorre trovare vie d’uscita che non siano solamente quelle repressive attuate dall’Amministrazione di Centrodestra che non vuole ascoltare le critiche che una parte avveduta della città non obnubilata da forme xenofobe e razziste le rivolge e continua imperterrita a proporre blitz ed incursioni hollywoodiane che non producono poi effetti reali sull’economia. Il Circolo propone dunque di incontrare funzionari della Guardia di Finanza, imprenditori e commercialisti attivi nell’ambito dell’imprenditoria straniera locale e confrontarsi anche con le categorie sociali e sindacali locali.
Ascoltando le opinioni della gente spesso prevale la sensazione che l’evasione o elusione dei diversi oneri sia prevalentemente ascrivibile alla comunità cinese; noi vorremmo capire meglio cosa accade. Ascoltando altre opinioni verifichiamo se dietro questo comportamento illegale si celino interconnessioni la cui responsabilità ricada su parte della comunità italiana che lucra sulla manodopera straniera a bassissimo costo, anche perché troppo spesso quasi costretta alla vita clandestina.
Noi vorremmo dimostrare che non è affatto “buonismo” la ricerca della verità e l’utilizzo di forme di intervento che tengano in massimo conto della complessità dei fenomeni e che non continuino ad accanirsi in modo irrazionale e generalmente unidirezionale come ha fatto l’attuale Amministrazione di Centrodestra di Cenni e Milone.
Il lavoro si svolgerà attraverso incontri nei Circoli e nei luoghi comuni (Giardini, piazze, sedi parrocchiali) allo scopo di confrontarsi in modo ampio con la maggior parte dei cittadini. Suddivideremo in tre fasi il nostro intervento:
– Scelta degli interlocutori “esperti” e primi approcci con le problematiche attraverso incontri “riservati” agli operatori di questo progetto;
– incontri pubblici nei Circoli con discussioni sui dati a disposizione e sulle possibili “exit strategies” da proporre alla prossima Amministrazione comunale;
– applicazione di parte delle strategie evidenziate nella pratica amministrativa locale.

IL “CANTIERE” DI PRATO – UNA MAGNIFICA PERIFERIA CENTRALE

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Una periferia centrale
Il Cantiere di Prato
Appena al di là delle mura trecentesche della città di Prato scorre il fiume Bisenzio, sul quale un ponte ferroviario porta da Viareggio a Firenze e viceversa. Un’altra arteria ferroviaria più importante collega Bologna a Firenze e viceversa. Le tre rette (il fiume e le ferrovie) formano un triangolo all’interno del quale vi è un Borgo – il Cantiere – nato su terreni demaniali delle Ferrovie occupati temporaneamente fin dai primi anni Venti del ‘900 dagli operai che lavoravano alla costruzione delle stesse linee delle Ferrovie. Su quelle baracche successivamente in anni di deregulation e lassismo amministrativo, soprattutto in tempi di “ricostruzione” postbellica, è andato nascendo un quartiere residenziale. “Il Cantiere” è uno dei primi “luoghi” che ho conosciuto quando sono arrivato a Prato, nel 1982: nei primi giorni di permanenza sono stato ospite di una famiglia che abitava al Soccorso ma che aveva fra le sue amicizie più forti un’altra famiglia che viveva in uno dei fabbricati del “Cantiere”. Ricordo che mi capitò di dover svolgere una commissione e di essermi inoltrato in quel dedalo di stradine; la casa di quella famiglia appariva a me in forma ridotta come il palazzo del protagonista di “Psycho”, Norman Bates o quanto meno quello altrettanto inquietante (e un po’ giustamente grottesco) della famiglia Addams. Le abitazioni erano incerte nella loro struttura e contrassegnate da un patchwork architettonico; le stradine si divincolavano senza prevedere una loro percorribilità al di fuori di quella pedonale. Provenendo da realtà sismiche e vulcaniche di primissimo livello giurai a me stesso che non sarei mai entrato in quelle strutture (per fortuna vi erano anche abitazioni che non si erano montate la testa con orgogliose sopraelevazioni ed in quelle avevo meno timore ad entrare). Nel 2008 richiesto dall’amico Eduardo Bruno, che stava preparando per la Circoscrizione Est una serie di iniziative per il centenario della Direttissima, di scrivere un contributo per il libro, preparai questo testo che ora vi ripropongo. In quegli anni dal 1999 al 2009 sono stato Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est e come tale seguii l’iter amministrativo per la realizzazione di quel Centenario.

UNA MAGNIFICA PERIFERIA CENTRALE

“Non tutti i pratesi conoscono il Cantiere. Eppure si tratta di una realtà quasi unica che dovrebbe spingere chi si occupa di problematiche sociali, urbanistiche ed antroposociologiche ad analizzarla nel profondo. Il Cantiere è una “magnifica periferia centrale”: non vi si può passare per caso, bisogna andarci e correre il rischio di perdersi attraversandolo a piedi nelle esclusive stradine pedonali contorte su cui affacciano corti e balconcini tipicamente meridionali con i loro fiori e le loro piantine (salvia, rosmarino, lavanda e basilico) profumate di aromi antichi.
Il Cantiere è a due passi dal Centro storico: il fiume Bisenzio lo divide in pratica dalla Stazione ferroviaria di Prato Porta al Serraglio ed è separato dal resto della città (dai quartieri residenziali della Pietà e della Castellina) dalle due linee ferroviarie che collegano Prato con il Tirreno e con Bologna. La storia del Cantiere di cui così intensamente si parla è caratterizzata da questa grande libertà espressa da chi nel corso degli anni vi ha costruito la propria casa partendo da semplici baracche. Si può parlare di anarchia, perfino di illegalità ma non si può nascondere guardando alle diverse unità abitative tirate su con la massima libertà creativa che ci si trova di fronte a vere e proprie invenzioni architettoniche che si richiamano frequentemente alle diverse origini dei loro costruttori.
Un altro aspetto che ha caratterizzato questo luogo è lo spirito cooperativo che ancora oggi vi si respira e la grandissima cordialità, tipica del Mezzogiorno, dei suoi abitanti, che ti accolgono già davanti ai loro ingressi spesso seduti a conversare fra loro nella bella stagione e non solo. Orti e giardini ricchissimi e curatissimi allo stesso tempo emanano profumi di ambienti mediterranei ed i dialetti diversi confermano le diverse provenienze dei più anziani.
I colori delle abitazioni, anche questi, richiamano il clima mediterraneo e appaiono così ben mescolati ed assortiti allorquando guardiamo verso il cantiere dalla parte del Viale Galilei. Quella cornice di case basse multicolori sembra quasi una struttura scenografica preparata per un set cinematografico e mi ricorda de sempre l’isola di Procida quando vi ci si arriva dal mare nel porto di Marina Grande con il suo Palazzo Merlato. Sarebbe ottima cosa che l’Amministrazione Comunale proponesse per questa realtà vincoli tali da preservarne la conservazione e l’integrità nelle forme e nei colori.
Personalmente ed in modo disinteressato ho amato il Cantiere con le sue storie, le sue vicende, le sue difficoltà fin da quando sono arrivato – nel 1982 – a Prato. Ho conosciuto i suoi abitanti, a partire dal suo “Primo cittadino” (Remo Cavaciocchi) che tanto ha dato e sta continuando a dare per questo luogo.
Del Cantiere ho apprezzato il forte richiamo alla mediterraneità, all’essere un’ enclave, un’isola in mezzo al cuore della città: mi ha ricordato tutti gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza vissuti in gran parte in una (la più piccola e graziosa di esse) delle isole dell’Arcipelago campano e nelle “cupe” e nelle zone archeologiche e vulcaniche abbandonate e selvagge dei Campi Flegrei fra i profumi intensi della flora mediterranea. Il Cantiere mi riporta quella particolare sensazione che provavo da bambino nel nascondermi in casa (il mio preferito era un piccolo comodino nel quale mi rannicchiavo in posizione fetale: da lì potevo sparire, vedere e non essere visto, sentire e non essere sentito. Oggi avverto più o meno tale emozione quando entro in questo luogo perché mi consente di sentirmi vicino e lontano dai turbinosi e ripetuti andirivieni quotidiani in un luogo dentro il quale sento che potrebbe accadere quel che avviene nella città di Shangri-La, dove il tempo si ferma e si riesce a conquistare anche se per poco la felicità ed un senso di eternità. Il Cantiere è, anche per questo, una parte della mia vita, della mia storia in questa città.”

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