VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 5

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Nei campi c’era tanta erba e la sera, un’ora prima del tramonto, si andava a raccoglierla. Bisognava però sapere quale sì e quale no. “No, chesta n’’e bbona” diceva la zia Linda, esperta (perché quello era davvero uno dei suoi “mestieri”) del lavoro agreste e tanto spesso la vedevo zappare le zolle, salire gli “scalieddi”, raccogliere “dd’ove” alle galline spesso togliedogliele da sotto le chiappe ed allora – avolte – mi veniva di imitarla e rischiavo di cascare giù dall’alto di una scala a pili, di tranciarmi le dita del piede con la zappa o di farmi beccare un occhio dal geloso gallo per il fastidio che procuravo alle sue pennute signore schiamazzanti nel recinto del pollaio. Con lei la zia Linda, donna molto dolce ed affettuosa con noi suoi nipoti, mi portava, ed erano impegni seri i suoi, tremendamente seri e, non si sarebbe mai detto oggi, mi piacevano particolarmente, ne ero affascinato; mi piacevano, in quel tempo! La Chiesa di S.Antonio Abate, detta popolarmente “Sant’Antuono” per distinguerla dall’altra dedicata a S.Antonio da Padova, era la sua seconda casa e le sere le trascorreva, come oggi potrebbero fare le dame in un salotto borghese attorno ad un tavolo da bridge o da burraco, accanto alla mensa del Signore. Procida è un’isola molto religiosa, tradizionalmente molto religiosa, ed io non nascondo a me stesso che mi attirava, mi interessava tanto quella vita, quell’ambiente con quei profumi intensi di incenso, tanto da farmi spesso pensare, e le zie qualche volta mi avevano anche incoraggiato, che in quel tempo desiderassi essere se non proprio prete, perlomeno un chierichetto. Procida era un’isola molto religiosa. Ora lo è di certo ancora ma forse per quei bambini che vivono innocenti nelle loro piccole case di campagna con una famigliola che li educa, integra moralmente perché vuole fare di loro dei buoni figli e li mantiene lontano da tutto quello che nel mondo simboleggia la corruzione, la civltà del perbenismo e dei consumi esasperati. Amorosamente cresciuti crederanno fin quando sarà loro possibile, come per quel bambino che ero io, alle storie del Cristo di cui vedono dappertutto gli esempi, senza però accedere a quei disvalori propagati dalle notizie diffuse dalla stampa, dalla televisione, dalla vita quotidiana di una qualunque piccola, media o grande città. Avranno la convinzione di essere anche loro una parte dell’eterno mondo ed invece dovranno forse un giorno abiurare amaramente a questo loro alto convincimento ideale. Cristo! Come avrei potuto esserlo, come avrei potuto diventarlo, come avrei potuto rimanere come ero quando ero bambino. Ma fui tentato dalla nostra Chiesa, quella che aveva abbandonato la primitiva semplicità, e fra Procida e la terra su cui vivo non c’è una distanza incolmabile, non aveva adottato solo la tecnica della presunzione di credersi migliori, aveva peccato non solo di orgoglio, ma di ogni sorta di peccato, aveva forse creduto di essere veramente inattaccabile ed era poi caduta miseramente nel fango qui dentro il mio cuore. La mia debolezza mi aveva sconfitto di dentro ed avevo deciso risolutamente di rifiutare al Signore il mio impegno. Ma, in quegli anni di infanzia con le zie, gli odori inebrianti di incenso, i colori ed i fregi delle chiese, delle immagini affrescate o dipinte dei santi, degli angeli e dei diversi protagonisti della storia religiosa (Cristo, la Madonna, lo Spirito Santo, il Padreterno), l’odore del legno dei banchi passati a lucido anche se molte volte corrosi dai tarli ed il canto corale delle donne, nelle diverse funzioni religiose cui partecipavo, che a tratti era accentuato quasi a volersi far ascoltare dal Signore lassù oltre le nuvolette, mi affascinavano non poco.

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L’EMBLEMATICA VICENDA DELLA PISTA DEL NUOVO AEROPORTO DI FIRENZE – PRATO E L’AMBIGUO PD

L’EMBLEMATICA VICENDA DELLA PISTA DEL NUOVO AEROPORTO DI FIRENZE – PRATO E L’AMBIGUO PD

Qualcuno sarà sorpreso dal comportamento del Sindaco Biffoni in relazione alla vicenda della pista del nuovo Aeroporto di Firenze. Anch’io ho buoni motivi per sorprendermi, non dell’atteggiamento ondivago ad uso strumentale politico elettorale da parte del Sindaco, ma della dabbenaggine di una parte di personaggi che hanno avuto fiducia in lui che oggi si sorprendono, uscendo dal guscio in cui si sono ficcati o togliendosi la “fetta di prosciutto” che avevano apposto sulle loro palpebre. Non mi sorprende il silenzio accondiscendente di una parte fra coloro che hanno strumentalmente sostenuto “in primissima fila” il Comitato per il NO; avevo avuto mille ragioni per diffidare di questi “signori” e questo atteggiamento pilatesco in cambio di “piatti sostanziosi di lenticchie” non mi sorprende. Lo stesso dicasi per il Partito Democratico che sta scavando un solco sempre più profondo con quella parte di città che ha a cuore i temi ambientali e che propone soluzioni alternative razionali anche dal punto di vista dei costi economici di un’operazione scellerata e nociva. La politica di piccolo cabotaggio che sta portando avanti la maggioranza di governo regionale sulle infrastrutture e sul sociale, realizzata soprattutto per valorizzare l’imprenditoria privata è indubbiamente il segno dei tempi, nei quali si inserisce il passaggio dal “berlusconismo” al “renzismo”. La mia voce ovviamente avrà in questa fase scarsi consensi, ma si caratterizza come monito per il futuro…

Giuseppe Maddaluno

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“MA L’IDEA CHE E’ IN ME…” OMAGGIO A GIACOMO MATTEOTTI – Circolo Matteotti via Verdi 30 Prato lunedì 17 novembre ore 21.00

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Conosco Antonello Nave da una quindicina d’anni; è stato fra i più validi docenti di mia figlia Lavinia ed è uomo colto e curioso, preciso e profondo nella sua attività professionale così come in quella artistica. Insieme a lui ho realizzato alcuni incontri culturali, primo fra tutti quello dedicato ad Oreste Chilleri, scultore autore di monumenti funebri alla cui figura ha dedicato alcuni suoi scritti; successivamente la nostra collaborazione è evidente nel mio videodocumentario “Appunti sull’umana tragedia del XX secolo” dedicata alla persecuzione ed al genocidio degli Ebrei da parte dei nazifascisti.
Antonello ha qualche giorno fa detto che l’attività del suo gruppo “Altroteatro” ha avuto inizio, forse intendeva dire a Prato, con la messa in scena di una sua proposta proprio nella Circoscrizione Est al tempo in cui vi ricoprivo la carica di Presidente della Commissione Cultura.
Quest’anno con Antonello abbiamo riavviato i rapporti con un’iniziativa che si collegava alle figure di due personaggi importanti del Cinema d’autore, Vigo e Truffaut, in occasione degli 80 e 30 anni dalla loro scomparsa.
Ho sempre seguito Antonello in questi anni e dunque non mi poteva sfuggire l’Omaggio a Giacomo Matteotti che, a 90 anni dal suo assassinio, egli ha voluto, con la solita precisione meticolosa e metodica, dedicare a questo grande personaggio della nostra Storia. Ne ho accennato al Segretario del Partito Socialista di Prato, Alessandro Michelozzi, proponendogli un’iniziativa da svolgere all’interno del Circolo “Matteotti” in via Verdi 30 a Prato (di fronte al Teatro Metastasio). L’amicizia e l’interesse culturale e politico comune ha fatto il resto. Ed è così che lunedì 17 novembre alle ore 21.00 Altroteatro rappresenterà all’interno del Circolo Matteotti “Ma l’idea che è in me…” Omaggio a Giacomo Matteotti interpretato da Benedetta Tosi ed Eugenio Nocciolini con l’accompagnamento musicale e canto di Antonio Lombardi, Vincenzo Santaniello e Francesca Vannucci. La scrittura scenica e la regia sono, ovviamente, di Antonello Nave. All’iniziativa interverranno Riccardo Nencini, viceministro Infrastrutture e Trasporti oltre che Segretario nazionale del PSI, e Matteo Biffoni, Sindaco della città di Prato. Da sottolineare la grande disponibilità che è stata concessa da parte della Presidenza del Teatro Metastasio (un grazie sentito e dovuto al Presidente Massimo Bressan) che ha cooperato per la parte tecnica alla riuscita dell’iniziativa.
Il titolo dell’elaborazione scenica si riferisce ad una delle frasi profetiche del suo destino pronunciate da Giacomo Matteotti (Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai ) dopo la sua denuncia alla Camera dei Deputati relativa ai brogli, le violenze, i soprusi e le irregolarità che i fascisti avevano attuato nel corso delle elezioni del 6 aprile. Era il 24 maggio del 1924. Il 10 giugno Matteotti fu rapito ed ucciso. Il 3 gennaio dell’anno successivo Benito Mussolini assunse su di sé la piena responsabilità del delitto.

L’INIZIATIVA E’ PUBBLICA E L’INGRESSO “LIBERO” SARA’ CONSENTITO FINO ALLA COPERTURA DEI POSTI DISPONIBILI

La prima di questo lavoro si è tenuta a Rovigo nel chiostro San Bartolomeo lo scorso 6 settembre – eccone la locandina

Ma l'idea che è in me

Questa invece è la locandina dell’iniziativa di Prato

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VIAGGIATORI – una serie di racconti – GIUSEPPE E MARIA – parte 2

 

 

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Vogliono avere tutto il tempo che sarà necessario per conoscere, capire, possibilmente decidere. Partono così di notte fonda in cuccetta da Napoli Centrale: il treno arriverà intorno alle sei a Firenze, una città che già conoscono e vi si fermeranno tutta la mattina per recarsi in Provveditorato e verificare che tutto sia in regola. L’Ufficio è  vicino alla Stazione di Santa Maria Novella ma apre solo alle 9.00 di mattina; c’è un caffè a due passi, vi entrano e fanno colazione seduti. Sono in tutta evidenza “turisti”, hanno con loro due valigie e l’aria tipica di chi è estraneo alla città, hanno anche una mappa e la stanno consultando sul tavolino accanto a dolcetti morbidi  e cappuccini caldi; ed è così che vengono avvicinati da un signore che propone loro una sistemazione in un albergo a pochi passi in via della Scala: “No, grazie” – dice Giuseppe – “dobbiamo andare a Prato” e, mentendo senza motivo: “Aspettiamo degli amici che vengano a prenderci. Grazie”. Sono pieni di energia, è ancora presto per il Provveditorato ed allora decidono di lasciare i loro bagagli al Deposito in stazione e farsi un giro per Firenze. E’ bella, Firenze, in un mattino di luglio inoltrato; anche se porta le ferite della notte e qua e là c’è qualche gruppetto assonnato che si muove con lentezza ritornando negli alberghi dopo notti di bagordi e di trasgressioni. Alcuni giovani, forse anche un po’ bevuti, sono bivaccati nella Piazza della Basilica austera e solenne di Santa Maria Novella. Attraverso viuzze poco transitabili si intravede la sagoma trionfale e poderosa del Duomo di Santa Maria del Fiore, pochi passi e ci si è proprio sotto, sotto la Cupola del Brunelleschi ed il Campanile di Giotto che le fa da scudiero, accompagnato dallo stupendo Battistero con le Porte di Andrea Pisano e  Lorenzo Ghiberti. A quell’ora, le otto del mattino, non vi si può accedere ma non ve n’è  nemmeno il tempo;  l’aria fresca mitigata già dai primi raggi di un sole caldo spinge Giuseppe e Maria a proseguire la loro passeggiata mattutina verso Piazza della Signoria, di là vanno verso Ponte Vecchio ed arrivano nella Piazza di Palazzo Pitti, cominciando ad osservare le prime aperture dei negozi d’arte ed il viavai di gente di ogni nazionalità, evidenziata dai diversi linguaggi e dalle diverse fisionomie. Quando si accorgono che sono poco meno che le 9.00, essendo però ritornati verso la Basilica di San Lorenzo con una parte delle bancarelle che hanno appena aperto le loro attività, si affrettano a ritornare verso la Stazione ed imboccano via Alamanni.

“Lei è fortunata, professoressa” dice la funzionaria del Provveditorato “le è stata assegnata una cattedra in una delle scuole più prestigiose di Italia: il “Cicognini”, si presenti pure anche stamattina: il Rettore la accoglierà, è persona molto attenta ed affabile. Non è ancora partito per le ferie, anche perché ci sono ancora dei collegiali. Partiranno tutti fra pochi giorni, in agosto”.  E visto che ci sono chiedono anche quante possibilità vi siano per l’assegnazione provvisoria di Giuseppe. Non vengono rassicurati, suggeriscono però di fare la domanda, che scadrà nella prima settimana di settembre. Ripartono, con delle certezze ma anche con dei dubbi che creano ansia,  per Prato.

Da qui in avanti li seguiremo attraverso un percorso cinematografico, una sorta di sceneggiatura, mentre si avvicinano a Prato incontro ai loro destini e ne seguiremo gli incontri.

Giuseppe e Maria – 2 – continua

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VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 4

 

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PROCIDA – L’ETERNO RITORNO   parte 4

Il tempo passa e ritorno, con lo stesso animo di un tempo, con gli stessi nascosti desideri di vincere l’età che mi trovo, di ritornare ancora una volta bambino e mi piace ritornarci da solo ad ascoltare e parlare con i fantasmi di coloro che ormai non vedo più come una volta, vinti dalla memoria e dagli anni.

“Un giorno verremo a trovarvi” “Un giorno andremo” aveva detto mio padre e loro ed a me. Ed avevo pensato con intima gioia all’attimo dell’abbraccio e del bacio non più dato solo per affetto, né per abitudine inveterata di famiglia. Mi recavo da solo in soffitta ad aspettare ed arrivava puntuale, ma il più delle volte si rimaneva a guardarci negli occhi, per un po’ soltanto guardarci neglio occhi e poi ridere, fortemente eccitati, come sbocco di una voglia tremenda. La stessa buona stoffa di un voyeur, che da sempre aborrivo, sorgeva in me allorquando mostrava la bella forma nei suoi abiti felicemente larghi e campagnoli, larghe gonne e non lunghe, nello scendere i pioli delle scale che portano alla stretta e protettiva soffitta. Cosa era successo al nonno, non l’avevo più visto e poi mi avevano detto che era morto e ricordavo quando mi aveva stretto a sé, mi aveva portato con lui, e questo mi aveva lasciato dentro la misteriosa arcana paura di un regno invisibile vicino e lontano, lontano e vicino ma senza ritorno, di un luogo tremendo dove regna il silenzio, dove non si può più comunicare tra noi, la qual cosa mi toglieva ogni speranza di immortalità, quella a cui avevo sempre creduto. “Gli altri, non io” mi dicevo e ne ero convinto ma non sapevo, non capivo, non mi rendevo conto che cosa fosse la vita, cosa fosse la morte. E quelli che ci lasciamo dietro e che ci precedono sono tappe comunque della nostra vita; senza speranza di evitare il turno, ci affrettiamo a dimenticare lottando con gli altri, fingendo a noi stessi la vita, recitando commedie mai scritte, innamorandoci. Dov’era mio nonno, il nonno? Quando io ero bambino non ho ricordi che mi diano pace, consolazione, solo quei buffi baffi folti e quel volto dello zio, dello zio Michele così buono, che ha pagato molto cara la sua vita affrontandola seriamente ed in tanta solitusine. “Và ‘ cinema co Michalino; Assuntì, Peppino va ‘o cinema co’ Micalino” dicevano le zie a mia madre che mai mi avrebbe lasciato allontanare da solo ed io, già un ragazzetto, a dieci anni, attraversavo le stradine dell’isola, rifiutando per ribellione la mano dello zio, per orgoglio, per dimostrare la mia autonomia, lo zio poco loquace e dal sorriso buono ed io altrettanto silenzioso e per niente ciancioso verso di lui che mi avrebbe , forse, preferito, almeno allora quando si è bambini, più aperto ed affettuoso. Ma io non ho saputo mai mentire, non potevo essere diverso da quel che ero, riflessivo e riservato, specialmente con le persone che ho amato, quelle più care. Forse ho finto con la gente che non ho stimato, che non ho mai stimato, con quelli che mi hanno amaramente deluso facendomi prima credere in loro e mostrandosi poi quelli che veramente erano. Odio per questo ancor oggi i subdoli amici, non mi va di essere preso per i fondelli da chi non è intelligente da mondo e semmai merita finanche l’immortalità fra gli stronzi. Con lo zio al cinema scambiavo così sì e no qualche parola. Vi incontravamo suoi amici ed allora li sentivo parlare, e li ascoltavo con grande attenzione, dei loro problemi, la raccolta dei limoni, la qualità dell’uva, la vendemmia, la quantità di vino prodotto, le botti, il cane, le galline…..

 

parte 4 – continua….

 

 

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VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 9

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VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 9

Suonava il sax nei locali della Penisola sorrentina. L’aveva lasciato. Ora era con me. Si lasciò andare.la luna non c’era. Tutto era buio. Le stelle non mandavano luce. I nostri occhi, sì. Fissai per un attimo i suoi. Mi baciò. Dopo il primo invito, fui io a baciarla.
Per arrivare a Chiaia di Luna dalla zona del porto si possono prendere due strade. Una costeggia la banchina ed è fiancheggiata da rimessaggi marittimi, da night clubs e da piccoli ristoranti. L’altra che vola al di sopra di questa è la strada del passeggio serale, piena di negozietti e di alberghi, di bar, trattorie alla buona e ristoranti eleganti. Ma prima di arrivare in località Sant’Antonio si deve percorrere una galleria. Ce ne sono molte in questa parte dell’isola. I Romani si accorsero delle difficoltà di transito; Ponza è fatta di continui saliscendi ed essi compresero che la strada più breve sarebbe stata quella delle gallerie. Il taglio romano si nota chiaramente e resti di “opus reticulatum” lo attestano con certezza.
Così, nell’incerto chiarore della luna cominciammo a scendere alcuni scalini. L’agave qui è predominante e giganteggia sulle strade. Anche per andare a Chiaia di Luna nella parte finale del percorso non c’è una strada ma un traforo, non percorribile dalle auto per la sua strettezza. E a piedi, di notte, percorso da gente ignara del posto diventa estremamente pericoloso. Così poteva esserlo per noi, se la fortuna e la prudenza non ci avessero aiutato.
Dovemmo tornare indietro. Non c’era una luce nel tunnel. I suoi muri erano umidi ed una corrente d’aria che veniva dall’altra imboccatura verso di noi, non ci permetteva neanche di accendere un fiammifero. Dovemmo rinunciare e tornare indietro.

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I soldi della zia, li andavo spendendo di negozio in negozio. Lei mi teneva compagnia. Una ragazza, il cui volto mutava di secondo in secondo. Mi mostrava i capelli, ora biondi, ora bruni, ora rossicci. Qua e là mostrava strappandoseli di andar perdendoli. Un negozio di alimentari. Entrare, uscire senza aver comprato niente come in tutti gli altri negozi. Ma i soldi li avevo già spesi. Da un attimo il volto di una donna conosciuta. Buio completo, senza nemmeno una luce, sotto un ponte ferroviario. Malfattori non armati, richiesta di denaro, reciso diniego dispiaciuto di non poterli accontentare. Forse un po’ di paura. Mostro il portafogli, credendolo vuoto. Tre delle quattromila lire volano e vengono raccattate. Dover fare a meno anche dei pantaloni ed arrivare sotto casa sua, nel suo portone, insieme a lei. Scambio di baci, prolungarsi silenzioso dello scambio. Per un attimo il volto di lei mi apparve molto chiaro. Suo padre. Credo che gli raccontai tutto; ma non ricordavo quasi più niente. La baciai di nuovo, ma non era più la figlia del padre che avevo visto. Altra donna senza un volto sicuro. I baci, tanti, non mi chiedevo nemmeno chi era a darmeli. Su una spiaggia stranissima, all’interno di una scogliera, due donne prendono il sole. Costumi da bagno stranissimi. “Queste stanno sempre qui” al mio amico che è d’accordo.
Una di esse si avvicina e mi invita ad andare con lei con segni d’amore impuro. Leggero senso di ripulsa, ma poi la seguo. L’altra con il mio amico, lo stesso. Ai bordi dell’acqua, su donne nude, in una zona deserta, senza sentirsi soli. Non riesco ad amare, non sono così, vado pensando. Poi ci provo e riesco. Ma mi alzo subito, vado via. Non sono così, non è così, non è così. Impazzirò. Potrei. Il mio amico, scomparso. Una donna, sì, la voglio, per me. Che sia grande, ma abbia doti di bambina. Che sia bambina, ma abbia doti di donna.
Ed intanto con la fantasia le vedo. Le voglio. Ne ho bisogno per non impazzire. Per non innamorarmi più di donne senza volto, i cui capelli non hanno un colore costante, per non fare all’amore con donne senza sentimenti, senza ideali; senza amore.

fine parte 9

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SMANTELLIAMO IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE in nome e per conto dell’Austerity – PRATO DUE ESEMPI LOCALI

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SMANTELLIAMO IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE in nome e per conto dell’Austerity
– PRATO DUE ESEMPI LOCALI –

Capita, e sì che capita, che in una certa parte della nostra vita si abbia più bisogno di cure, analisi, medicine e via dicendo, si abbia maggior bisogno della Sanità. E di certo ne hanno ancor più bisogno coloro che non sono vissuti negli agi e nella ricchezza; coloro che hanno tribolato, arrancato nelle loro attività lavorative e si trovano nella parte discendente della loro vita, semmai rinunciando ai costosi mezzi di trasporto personali, con difficoltà progressive nella deambulazione. La società anziana e sempre più povera con la crisi crescente subirà nuovi attacchi alla qualità della sua vita con altri interventi che si assommano a quelli già in atto. Per quel che riguarda la Toscana e Prato utilizzo due esempi concreti sui quali intenderei avere anche sostegni e risposte.
Il primo riguarda ciò che è già in atto e che appare un vero e proprio attacco al Servizio Sanitario Nazionale; non so se quel che accade qui in Toscana avvenga anche altrove, ma capita che per tantissime persone, sia per la mancanza di servizi adeguati sulla diagnostica (soprattutto radiografie, TAC e Risonanza Magnetica) sia per i costi, risulti maggiormente conveniente servirsi di strutture private. In questo modo si profila il depauperamento del SSN ed il conseguente arricchimento dei “privati”.
Il secondo esempio ha caratteristiche locali. A Prato, a breve, il Distretto Sanitario Prato Ovest in via Clementi – San Paolo chiuderà i battenti. Qualcuno potrebbe dire che da pochi mesi a due passi c’è il “nuovo” Ospedale, ma già si sentirebbero opporre la certezza che quella struttura, per ampiezza (si fa per dire; è più piccolo di gran lunga rispetto al “vecchio”) e per competenze esplicate non ha alcuna possibilità di supplire alla operatività del Distretto di via Clementi. Qualcun altro potrebbe dire che gli ambienti di via Clementi sono angusti ed inadatti ad ospitare tali funzioni; bene! se i politici e gli amministratori si fossero guardati meglio intorno si sarebbero accorti che vi sono decine, forse centinaia di capannoni inutilizzati proprio in quell’area e che, dunque, prima di decidere lo smantellamento dei servizi, si attivassero sullo stesso territorio di San Paolo a trovare soluzioni utili per la collettività.
Il territorio di San Paolo e zone limitrofe è abitato densamente da una popolazione anziana e la chiusura del Servizio Sanitario di via Clementi apporterà un ulteriore arretramento della loro “qualità della vita”.
Il Circolo ARCI San Paolo di via Cilea si fa promotore di una raccolta firme a sostegno del “provvisorio” mantenimento dei servizi sanitari di via Clementi in attesa che venga reperito uno spazio più ampio e dignitoso dove espletarlo in futuro.

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VIAGGIATORI – una serie di racconti – GIUSEPPE E MARIA parte 1

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Giuseppe e Maria
Luglio. Fa caldo anche sul mare. Si sono concessi una settimana di vacanze in Sicilia sia per incontrare amici di lavoro incontrati nei freddi polari di Feltre (“Se vuoi soffrir le pene dell’Inferno vai a Trento d’estate ed a Feltre d’inverno” recita un proverbio confermato dalla pratica) sia per riscaldarsi e fare il pieno per un nuovo anno a ridosso delle Dolomiti. Sono originari di territori tradizionalmente caldi (i “Campi Flegrei” dove l’attributo significa proprio “ardenti”) sia per il clima che per il carattere dei suoi abitanti. Siamo a Giardini Naxos a pochissimi chilometri da Taormina (dal Monte Tauro sul cui pianoro risiede la cittadina le cui origini storiche risalgono a ben prima del VII secolo a.C.) che domina dall’alto tutta la costa nord orientale della Sicilia. Maria ha convinto Giuseppe, che si è lasciato condurre; è così che succede nella loro vita da quando si sono conosciuti. E’ il luglio 1982 ed in Spagna si svolgono i Mondiali di calcio. L’Italia nella prima fase a gruppi a giugno non ha fatto una bella figura (tre pareggi stentati con la Polonia, il Perù ed il Camerun). C’è grande dibattito sulle qualità tecniche ed agonistiche della squadra. Poi nella seconda fase, silenzio stampa, grande concentrazione e grande carisma di Bearzot e si riesce a battere la Polonia e, quel che più conta il Brasile, accedendo alla semifinale. Giuseppe e Maria sono già a Giardini in quei giorni della seconda fase e seguono tutte le partite sin alla parte finale con la storica vittoria (ricordiamo la telecronaca di Enrico Ameri, mentre il Presidente Pertini esulterà giovanilmente) contro la Germania. In quella fase si accese la stella di Paolo Rossi. E fu che mentre erano a Giardini arrivò la notizia dell’accettazione della domanda di trasferimento di Maria da Feltre a Firenze. Avevano insieme deciso di trasferirsi ed erano stati incerti se scegliere Rimini o Firenze; la passione per il mare li avrebbe sospinti verso l’Adriatico ma prevalse la passione e la curiosità culturale. Era in ogni caso una sorpresa; non era mai accaduto, o raramente lo era, che si accettasse una domanda di trasferimento per una provincia così prestigiosa alla prima richiesta. I due avevano messo in conto, quell’estate, di andare anche in Jugoslavia tra Slovenia e Croazia, alto Adriatico, altro mare un po’ più freddo ma ricco di luoghi storici e naturalistici da visitare. Dovettero però cambiare programma. Bisognava andare a Prato per conoscerla e trovare una sistemazione per i primi giorni di settembre. Giuseppe sarebbe rimasto a Feltre in attesa di una assegnazione “provvisoria” che avrebbe provveduto immediatamente ad inoltrare. Ritornarono a Pozzuoli e si prepararono nuovamente a partire per Prato. Non l’avevano mai visitata; d’altronde Firenze con la sua storia ed il suo fascino aveva oscurato quella e quello della città laniera. Di Prato conoscevano solo parte minima del suo paesaggio quando nei viaggi si spostavano dal Sud verso il Nord e dal Nord verso il Sud, ma il più delle volte ci si passava che era buio e si era sistemati in cuccetta. Ciminiere e campanili dominavano, più le une che gli altri, a dire il vero.

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VINICIO SPARAFUOCO DETTO TOCCACIELO torna a casa – incontri con Vincenzo Gambardella

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“VINICIO SPARAFUOCO detto TOCCACIELO” DI Vincenzo Gambardella – Edizioni “Ad Est dell’Equatore”

Avrò altre occasioni (e mi impegnerò in questa direzione) per incontrare Vincenzo Gambardella, l’autore di uno dei libri più sorprendenti e straordinari che mi siano capitati di leggere in questi ultimi mesi.
Al “Festival della Letteratura nei Campi Flegrei” lo attendevamo ma non è riuscito ad essere presente.
Scrivendone, mi dispiacerebbe anche lontanamente dare la sensazione di stare a costruire un commento “positivo” ad hoc.
Non è così!
“Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo” è un autentico capolavoro di letteratura “popolare”, intendendo con questo ultimo attributo, riconoscerne l’alto valore culturale che riesce a rappresentare; una Cultura che parte dal mondo contadino di un Sud nel quale alla diffusa povertà si contrappone la incommensurabile ricchezza umana dei suoi abitanti. Leggendolo, mi ha riportato alla memoria pagine cinematografiche di quel Neorealismo rosa di cui sono protagonisti Renato Castellani con “Due soldi di speranza” (1952), Luigi Comencini di “Pane amore e fantasia” (1953) e Dino Risi di “Pane, amore e…” (1954) e “Poveri ma belli” (1957). Allo stesso tempo mi hanno ricordato alcune pagine del Neorealismo letterario e un fumetto “Li’l Abner” di Al Capp degli anni Trenta americani non tanto per l’ambientazione in Alabama ma per le caratteristiche linguistiche delle espressioni dei protagonisti nostrani, riportate dal “narratore”.
Gambardella si esprime sintatticamente nelle forme tipiche del linguaggio di base, ricorrendo ad una narrazione in prima persona costellata di frequenti ripetizioni, così come parlerebbero i suoi personaggi se fossero veri e vivi.
Il libro più che da leggere sarebbe per davvero da sentire, come narrato in quegli ambienti patriarcali contadini nelle serate calde nelle aie (int’’o ricietto) d’estate (o nella tradizione veneta sempre contadina e montanara dei “filò”).

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Dentro il narrato in prosa si scopre una metrica che rimanda a quella altrettanto ritmica dei fuochi d’artificio (in una pagina don Blandino accenna “la metrica del fuoco…Perché ci sta una metrica, nu ritmo ‘na musica che fa uscire i fuochi a tempo, che li fa uscire a catena, non uno dietro l’altro come fossero pecore…”). C’è dunque una vera e propria musicalità che trova il suo sbocco poi nella presenza del maestro Cammarota (meridionale trapiantato in Lombardia) e nella innata propensione di Toccacielo ad inventare musiche nella sua testa.
I personaggi principali sono tutti ben delineati nelle loro funzioni narrative e nelle loro differenze; oltre al “cuore semplice e gioioso” del protagonista Vinicio si ritrovano le figure di don Blandino, “’o masto”, un prete fuochista (“nu palo, ‘na pertica, secco secco com’è, allampanato e vuoto nella camicia, fatto d’aria, tutto nervi e tendini, tutto spiritato”) che da Bacoli viene trasferito lontano in Lombardia, a Baranzate (nord di Milano) e che rappresenta una figura protettiva nei confronti della “compagnia”, in modo particolare verso il “chierichetto” (“lo chiamavano Magnesio. Magnesio qua, Magnesio là, mentre il suo vero nome era Costanzo, perciò lo soprannominavano Costanzo-Magnesio, oppure Magnesio-Costanzo, ovverosia ‘o chierichetto, ‘o fraticello.”).
Vinicio Pierro invece non ha bisogno di protezione; ha una sua forza d’animo interiore che non lo fa mai deprimere, anche se tante delle sue vicissitudini fermerebbero molti altri. Nel corso delle vicende nell’occasione dei campionati annuali di fuochi d’artificio a Mugnano il piccolo gruppo (Vinicio, don Blandino e Magnesio) incontra “nu lombardo di Trescore”, Michele Strogofio, che creerà un percorso di avvicinamento verso la nebbiosa Lombardia. Qui dopo un’iniziale adattamento rapidamente Vinicio, raggiunto i suoi amici, scopre che il mondo nordico non è (al di là della nebbia e del freddo) molto diverso da quello merdionale quanto ad “umanità”. Dopo alcuni episodi che non posso raccontare (non solo per lo spazio ma soprattutto per il rispetto che porto ai “lettori”) i nostri “andarono a sparare sempre più a nord” (Svizzera, Austria, Germania e sempre più su). Nel finale vi è poi il ritorno in Campania nei festeggiamenti di Santa Trofimena, a Minori (Costiera amalfitana) dove il gruppo si amplia con nuovi insperati innesti (o ritorni?).
Non sono in grado di andare oltre; l’ho appena riletto, cogliendone altri nuovi aspetti che non aveva considerato. La lettura è scorrevolissima e gradevolissima.
Vincenzo Gambardella ha scritto anche altri libri, prima di questo e non appena li avrò letti ne pubblicherò un commento.

Per ora è confermato l’incontro all’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli (vedi sotto).

presentazione del libro Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo di Vincenzo Gambardella.
Con l’autore interverranno: Antonella del Giudice, Carlo Pellegrino.

Venerdì 14 novembre ore 17, Istituto Italiano di Studi Filosofici, Via Monte di Dio 14 – Palazzo Serra di Cassano – 80132 Napoli – tel.: 081.7642652.

Palazzo Serra di Cassano

VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 3

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PROCIDA l’ETERNO RITORNO – parte 3

Arrivavo sotto gli alberi con l’immenso desiderio di scalarli e sentivo sapevo di non farcela di non averlo mai saputo fare, mentre gli altri veloci raggiungevano i posti più alti ed io, graffiandomi, rimanevo a guardarli impotente (una foto del tempo delle elementari me lo ricorda impietosamente). Le querce di Procida erano alte e dal tronco largo e nodoso. Sotto queste pinate, sui bordi del promontorio di Serra, le buche dei conigli mi mettevano una strana paura e il ricordo correva a quel mio dito sanguinante inciso dai denti di uni di essi; ed ero minuscolo bambino ancora ingenuo e poco accorto lanciato alla conoscenza del mondo e delle sue piccole insidie. Sin da quel tempo, il cane da caccia “muso storto” mi guardava ringhiando e vaniva la mia coraggiosa intenzione di avvicinarlo e di carezzarlo con segno di amicizia da quel curioso che ero, allora, da quel curioso pettegolo che sono, adesso. La capra dal suo recinto protetto, addossato alle mura di quella casina diroccata in parte, ma del tutto abbandonata e trasformata in piccola stalla, lasciata lì solo a baluardo, con le sue mura forti ed alte, belava sentendoci arrivare, segno che l’ora del pasto e della mungitura delle sue mammelle lattifere era già arrivata. Tra tutte queste attività correvo scappavo dappertutto raccogliendo le ghiande e lanciandole qua e là con il segreto intento di raggiungere il mare, vicino (allora così mi sembrava!) da uno o dall’altro lato della punta, ed avrei voluto vedere nell’acqua, che tuttavia era lontana, i cerchi ingrandirsi concentrici e precisi man mano fin poi a scomparire.
Avevo saputo che laggiù sulla stretta spiaggia del Pozzo Vecchio venivano anche di inverno nelle belle giornate calde perché soleggiate gli innamorati, a cercare un istante di pace, uno scorcio romantico dove ispirarsi, ci venivano anche gli artisti, i fotografi, con i loro pennelli ed i loro colori, con le macchine fotografiche ad eternare momenti ed immagini.
“Dissi a mio cugino che andavo scrivendo qualcosa, niente di molto serio, poesie, racconti. Eravamo là sulle gradinate di casa, le lunghe caratteristiche gradinate procidane mediterranee costruite con il tufo e spalmate di bianca calce; ed io preferivo lungamente star lì seduto, piuttosto che andare al mare, che era per di più a quattro passi da noi; preferivo rimanere con me stesso, da quel chiuso riservato carattere che avevo, piuttosto che scendere alla spiaggia, a contendermi gli sguardi e le risa delle ragazze, a provare gelosia ed insieme invidia, a giocare con rabbia per emergere, farmi notare, ad impormi con aggressività nelle facoltà dove stimavo di eccellere e che spesso erano sottovalutate e derise, a nascondere la costituzione macilenta del mio fisico indossando maglioni poco adatti al caldo estivo, al sole che picchiava sulle sabbie sempre più calde, bollenti. E mio cugino mi offrì un sorriso di commiserazione, comprendendo che andavo rivolgendo dentro me stesso tempeste. Non avevo mai amato soverchio la bellezza, forse perché essa mi trovava sempre impreparato, sprovveduto, timido e chiuso. Avevo imparato che la bellezza era anche simbolo di vanagloria ed ogni volta che incrociavo gli occhi di una ragazza ostentavo una indifferente noia, un superficiale disgusto, una maschia sicurezza, che nascondeva l’immensa quantità di complessi.

fine parte 3

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