PASSIONE VIGOTRUFFAUT – pillole

Les Mistons  e Bernadette

PASSIONE VIGOTRUFFAUT 21 OTTOBRE ORE 18.00 A POZZUOLI PRESSO LUX IN FABULA RAMPE CAPPUCCINI 5
ED A PRATO 30 OTTOBRE ORE 15.00 PRESSO LICEO CLASSICO CICOGNINI VIA BALDANZI

“E’ sempre con emozione che ritrovo Bernadette Lafont, il suo nome o il suo viso, il suo profilo stampato su una rivista o il suo corpo flessuoso in un film, perché, anche se sono più vecchio di lei, abbiamo debuttato lo stesso giorno dell’estate 1957, lei davanti alla macchina da presa, io dietro. Il titolo del film scritto sul ciak era L’età difficile. Il cinema teneva Bernadette Lafont e non l’avrebbe più lasciata. Venti, trenta volte l’ho rivista sullo schermo, artista piena di fantasia e rigorosa allo stesso tempo, mai demagogica, candela dritta mai vacillante, sempre vigorosa, mai spenta. Quando penso a Bernadette Lafont artista francese, vedo un simbolo in movimento, il simbolo della vitalità, dunque della vita.”
Così scriveva Francois Truffaut per lo Studio 43, in occasione di una retrospettiva dei film di Bernadette Lafont nel 1984.

Bernadette Lafont è l’interprete della protagonista omonima del primo vero film di Truffaut (L’età difficile è il titolo provvisorio de “Les Mistons”) Con Truffaut ritornerà ad interpretare la parte della protagonista nel 1972 in “Une belle fille comme moi” che da noi si chiamerà “Mica scema la ragazza”.

Truffaut

EPIFANIE 5

Stagione

Altro viaggio, altra storia, qualche tempo fa. Ero di ritorno da una delle frequenti visite a mia madre che, ormai vedova, era accudita da una badante ucraina. Si chiamava Maria ed era una donna straordinaria della quale ho perduto i contatti ma che è rimasta nella mia memoria per la sua correttezza che mi rendeva tranquillo durante le mie comunque lunghe assenze. La mia irrequietudine emotiva mi aveva spinto ad una ricerca di momenti “diversi”, alternativi alla vita monotona coniugale ed avevo intercettato una signora che aveva più o meno le medesime esigenze. Fu proprio durante il viaggio di ritorno che ritrovai il suo messaggio sulla chat: “Mi chiamo Daniela e vorrei conoscerti”. Seguiva il suo numero di cellulare. La chiamai e, dalla voce, sospettai, essendo anche lei di Prato, fosse persona a me già nota: la identificai per una donna che aveva frequentato insieme a me le stanze del PCI poi PDS, ma la curiosità non è solo “donna” e fissai, proprio nel corso del viaggio, quando dove e come vedersi. A pochi chilometri da Prato c’è un paese che si chiama Calenzano; in questo don Lorenzo Milani agli inizi della sua carriera svolse funzioni di vice-parroco alla Pieve di San Donato la cui struttura ed il Campanile si vedono distintamente dalla linea ferroviaria e dall’Autostrada Firenze-Bologna. E, per quel che riguarda don Milani da qui cominciò la sua “rivoluzione”. L’appuntamento con Daniela avvenne all’Ufficio Postale di Calenzano; arrivò in Vespa. No, non era la persona che avevo sospettato, aveva un aspetto gradevole: piccolina, ben messa dal punto di vista del fisico, forse un po’ tonda ma non mi è mai importato questo aspetto. Non perdiamo tempo dopo il riconoscimento reciproco; non ce n’è molto: entrambi dobbiamo essere a casa fra un paio d’ore ed abbiamo bisogno di conoscerci meglio, di sapere. La invito in auto e ci spostiamo verso Calenzano alto, non nella zona della Rocca ma in quella proprio di San Donato. Il luogo ha una sua grande forza simbolica legata al fascino della vicenda terrena di don Milani ed è abbastanza tranquillo ed isolato per fare due chiacchiere in grande libertà. Solite motivazioni ci spingono ad avviare una relazione; niente bugie, niente promesse di costruire pezzi di vita definitivamente alternative: solo l’esigenza di rilassarsi respirando atmosfere nuove o recuperare emozioni antiche. Entrambi sappiamo quel che facciamo e conosciamo il suo valore. In questo caso sento parlare di violenze domestiche, di rapporti difficili con un uomo rozzo e umorale, che forse addirittura conosco. Ed è questo uno dei motivi per cui con Daniela, colta e sensibile, il rapporto non è nemmeno iniziato; in quel periodo i miei impegni mi portavano fuori e non avevo molto tempo per coordinare tre vite parallele, faticando a tenerne in piedi anche solo una. Mi occupavo di Politica, di Cinema e di Poesia e proprio in relazione a quest’ultima andavo curando la redazione di un libro che raccoglieva poesie di donne e per donne, dal titolo “Poesia sostantivo femminile”. Incontravo donne, molte; in verità anche uomini. Ma spero non vi sembrerà strano: ero costantemente attratto dalle prime. Dai loro occhi, dai loro sorrisi, dai loro silenzi e dai testi che mi consegnavano; mi intrattenevo a parlarne, mi confrontavo con loro osservandole al di là delle comuni e banali apparenze. Erano mondi inesplorati che emergevano e mi affascinavano. Non volevo trascurarli.

la-primavera-e-arrivata-primavera

LIBERA AGGREGAZIONE DEMOCRATICA PRATO SAN PAOLO MACROLOTTO ZERO

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Facendo seguito a quanto annunciato oggi pomeriggio su invito e sollecitazione di un Gruppo di cittadine e cittadini che avevano fin qui guardato con grande attenzione al Partito Democratico operando al suo interno con passione ed entusiasmo critico scrivo quel che segue:

Proponiamo, di fronte al protrarsi della crisi politica del PD, gestito da gruppi dirigenti che non corrispondono alla base (i dati del tesseramento evidenziano questo profondo malessere/dissenso), di costituire presso il Circolo ARCI di via Cilea in Prato la LIBERA AGGREGAZIONE DEMOCRATICA PRATO SAN PAOLO MACROLOTTO ZERO* che, a partire dalle proposizioni programmatiche esposte nell’ATTO FONDATIVO DEL CIRCOLO PD Sezione Nuova San Paolo, si occupi delle problematiche del territorio coinvolgendo tutte le forze politiche che intendono interloquire con proposte concrete alla creazione di un senso più ampio di appartenenza territoriale e di uno sviluppo analitico metodologico e progettuale utile alla città intera.

La proposta verrà presa in considerazione e discussa in una delle prossime riunioni.

*l’Atto fondativo del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo Prato via Cilea è disponibile per chi lo chiedesse

Tramonto sul mare

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – pillole

Dastè e Charlot

Dastè e l'atalante

Jean Dasté è l’attore che interpreta il personaggio di Huguet, l’istitutore buono e comprensivo del collegio di “Zero de conduite” di Jean Vigo, quello in grado di condividere e lenire le sofferenze dei ragazzi sottoposti ad un vero e proprio regime oppressivo e repressivo: copre spesso i ragazzi nelle loro fanciullesche espressioni ed è compartecipe del loro disagio e delle loro ribellioni. Vigo ce lo rappresenta come puro intrattenitore quando Huguet nel cortile imita Charlot e quando agevola la fuga dei ribelli nel “finale”.
Jean Dastè è anche il protagonista de “L’Atalante” l’ultimo film di Jean Vigo, Jean, un giovane proprietario di una chiatta costretto a vivere le problematiche del matrimonio e del suo lavoro in un ambiente molto ristretto: ne farà prima le spese la dolce Juliette che mal sopporta la compresenza di Pére Jules (uno straordinario Michel Simon) e poi sarà lo stesso Jean a subire la sofferenza dell’abbandono in un susseguirsi di straordinari momenti lirici ineguagliati nella Storia del Cinema. Basti pensare all’uso da me non condiviso di una delle scene maggiormente significative di questo film come “sigla d’apertura” di “Fuori Orario” di Rai 3.

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reloaded NON SONO UNA PERSONA NORMALE con un brevissimo post scriptum

…e ci metto la faccia!

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“NON SONO UNA PERSONA “NORMALE”; suppongo, però, che nessuno fra quanti mi leggono possa dire di essere “normale” nè io ritengo di poterlo mettere in dubbio. Fin qui, mi pare, mi vado inoltrando in uno sterile “sofisma”. Ed io, dunque, nè per esaltare nè per offendere e tanto meno per mostrare e mantenere equilibrio posso dire di alcuno che sia persona “normale”. E non giurerei, ponendo la mano sul fuoco, possano essere considerate “normali” le macchine, gli automi, dotate ciascuna di esse di elementi unici anche quando sono prodotte in serie per motivi sia umani che meccanici. E la mia, come la vostra, unicità è legata in modo inscindibile alle innumerevoli uniche e varie esperienze vissute in modo diretto o indiretto.. il mondo in cui viviamo oggi è lontanissimo da quello in cui agivamo negli anni della nostra infanzia e della giovinezza; è abbastanza lontano anche da quello in cui eravamo trentenni o quarantenni, e cinquantenni: ora siamo nella fase del “sessantennio” verso la sua fine. Abbiamo più da ricordare che da sperare per noi; ma non ci fa difetto la progettualità perché, anche se non ci è stata data l’esperienza diretta della guerra e della desolazione ne abbiamo raccolto gli elementi ed i valori positivi e non li abbiamo mai dilapidati soffocandoli con una miscela di disvalori quando a tanti sembrava lontana la fase dell’impegno sociale e civile e venivamo intontiti attraverso i mass media con le città da bere e da vivere allegramente, con la creazione di illusioni per i poveri costretti a rifugiarsi sempre più davanti alla “scatola magica” delle televisioni commerciali. Ecco, se penso ad una normalizzazione penso all’inebetimento dei consumatori di programmi televisivi sempre più ammiccanti e di bassissimo livello culturale, quelli che appartengono con una formulazione molto cult chic alla produzione “nazional-popolare”.
Gli anni progressivi di una crisi incessante che ha seminato e prodotto miseria distribuendola in modo iniquo e quasi sempre con gli stessi recapiti: ai ricchi maggiori ricchezze, ai poveri maggiore miseria; quegli anni ci stanno addosso come una coperta di bollente pece che non vuole staccarsi.
Provate a leggere i settimanali “leggeri” fatti per menti semplici ed aspiranti voyeurs che abbiano bisogno di nutrirsi di storielline amene e piccanti che le consolino o le facciano gioire di rimando godendo semmai della felicità o delle tragiche vicende altrui, meglio se noti e ricchi. Provate a seguire qualcuno di quei programmi che si occupano delle feste e dei ritrovi “vip” o, semplicemente, se vi trovate a passare, ad affacciarvi alla porta di uno di questi locali ( come ho fatto io, tre anni orsono al Twiga Beach Club*, locale solo per gente facoltosa di Forte dei Marmi ) ed allora scoprireste che, lì, come hanno continuato a dirci per anni per umiliarci ulteriormente, la crisi non si è affacciata e che quei signori lì considerano noi “straccioni” degli “sfigati” e invitano i nostri figli, anche quelli ben diplomati e laureati, a lavorare per loro, garantendo munifiche mance. Altro che “brioches”. Anche questi “vip” non sono persone normali; il loro tempo ha ritmi diversi da quelli che, ad esempio, mi appartengono. Ed è anche nel “tempo” che ci si diversifica: il tempo dello studio, quello della socialità, quello ancora della “curiosità”. Esso si sviluppa nell’azione culturale ed in quella politica e spazia nella società. Questo è il mio tempo che fa di me una persona “unica”, “speciale” non “normale”. Così come uniche speciali e non normali sono tutte le altre persone ivi comprese le tante che in apparenza hanno poco da raccontare. Cercherò, da persona “non normale”, di raccontare le tante storie di donne ed uomini “non normali” in questo BLOG.
Joshua Madalon

* nel 2012 ero Presidente di Commissione Esami di Stato a Marina di Massa ed ospite pagante della Casa per Ferie La Versiliana a Fiumetto – avevo fra i candidati dei “fortunati” giovani che lavoravano nella struttura che era gestita da Briatore e quindi ero bene informato. Un “misero” docente, lieto ed orgoglioso di non essere una persona “normale”, non avrebbe mai potuto accostarsi al Twiga Beach Club.

Post scriptum per il “reloaded”: contento di non essere una persona normale ma ancor più contento nel sapere che un personaggio come Briatore mi dicono che abbia molta stima verso l’attuale Premier! ed è in ottima compagnia!

TRA I PANNI DI ROSSO TINTI – Appunti di storia pratese 1970-1992 – Attucci Editore

Ciminiere

Ho ricevuto da Alessandro Attucci, collega, amico e “nonno” da qualche mese il libro di Riccardo Cammelli “Tra i panni di rosso tinti – Appunti di storia pratese 1970-1992″ edito dallo stesso Attucci.

Dopo la presentazione avvenuta a Coiano nell’ambito della Festa dell’Unità ve ne sarà un’altra giovedì 16 ottobre alle ore 17.30 alla Libreria Feltrinelli di Prato via Garibaldi 92-94. Ho preso un impegno a leggere parte del libro, che è formato da circa 350 pagine. Penso di leggere le prime due parti: l’una dedicata alla storia economica, “Il dibattito sullo sviluppo economico”; l’altra, relativa alle vicende urbanistiche, “Un vestito nuovo per la città”. Ad ogni modo sarò presente ed in questi giorni commenterò le diverse parti, la prima e la seconda prima del dibattito del 16; la terza dopo la sua effettuazione. Le pagine sono densamente incentrate sulla storia della città “laniera” in un periodo che ha prodotto e vissuto, vissuto e prodotto una delle crisi più gravi della sua storia artigianale ed industriale.
L’autore, supportato a quanto ne so da Andrea Valzania, sociologo ed esperto delle dinamiche sociali in particolare quelle legate ai percorsi di integrazione nei processi migratori, presenterà il suo lavoro GIOVEDI’ 16 OTTOBRE ORE 17.30 presso la Libreria Feltrinelli in Prato, via Garibaldi 92-94
Siete tuttei invitatei

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PASSIONE VIGOTRUFFAUT – UN CONTRIBUTO DI Germana Volpe – LUX in FABULA – Pozzuoli 21 ottobre ore 18.00

Copertina Sales Gomes

A POZZUOLI PRESSO LUX IN FABULA – RAMPE CAPPUCCINI 5 – MARTEDI’ 21 OTTOBRE ALCUNI GIOVANI – Federica Nerini, Emma Prisco – Germana Volpe e Roberto Volpe coordinati da Claudio Correale (Lux in Fabula) e Giuseppe Maddaluno (Dicearchia 2008) discuteranno di Jean Vigo e Francois Truffaut a 80 anni e 30 anni dalla loro scomparsa

Questo è un contributo di Germana Volpe

La biografia di Sales Gomes, dal titolo Vita ed opere del grande regista anarchico Jean Vigo, portata direttamente da Giuseppe Maddaluno presso i locali dell’Associazione Lux in Fabula, mi ha permesso di conoscere un maestro del cinema francese, noto per i suoi film documentari dal forte contenuto sociale.
Jean Vigo nasce a Parigi il 26 aprile 1905: suo padre è Eugène Bonaventure de Vigo, militante anarchico e direttore della testata giornalistica Le Bonnet Rouge, meglio noto come Almereyda (Y a la merde), secondo un gioco di parole molto in voga presso gli ambienti anarchici francesi. L’intensa attività politica di Almereyda, volta ad arginare l’avanzata dei repubblicani guidati da Clemenceau, è interrotta nel 1914 con l’arresto nella prigione di Fresnes. Nel 1917 il suo corpo viene trovato in cella, strangolato con i lacci delle sue scarpe. Jean Vigo, appena dodicenne, apprende la dolorosa notizia della sua scomparsa. La libertà di pensiero, la voglia di cambiamento, la speranza in condizioni di vita migliori che caratterizzavano lo spirito di Almereyda, saranno motivo di orgoglio per Jean e filo conduttore di un legame che non verrà mai a mancare, nemmeno nei film che il giovane Jean Vigo realizzerà nel corso della sua breve attività cinematografica. Le sue pellicole trattano tutti i temi da sempre cari al mondo anarchico paterno, dimostrando tutta l’influenza che questa figura seppe avere su di lui. Al contrario invece, la madre del giovane, Emily Clero, non ha mai buoni rapporti con il figlio e questo muro così spesso e difficile da abbattere, sarà analizzato e superato attraverso l’arte e con la maturità.
Suo primo film, la pellicola muta del 1929, dal nome A proposito di Nizza, è un’aspra critica contro quella società borghese sorda al grido di miseria e povertà che si avverte nel bassifondi cittadini, dedita solo al gioco d’azzardo e al divertimento sfrenato. Il clima carnevalesco che si respira nella città è il pretesto per svelare i falsi valori a cui il mondo dei ricchi, comodamente seduti al sole, fa riferimento. Bellissima la fotografia e i giochi a cui Vigo da spazio nel corso delle varie scene: tutto inizia con delle spettacolari riprese aeree.
Il secondo film è Zero in condotta, pellicola del 1933, opera biografica in cui Jean racconta la dura vita trascorsa nel collegio di Millau. Girato in soli otto giorni, in condizioni di salute molto gravi, il film vanta la partecipazione di soli tre attori professionisti (il direttore del collegio, il professore e il sorvegliante), mentre i bambini, veri protagonisti dell’opera, sono stati scelti direttamente dalla strada o dai retrobottega: a loro vanno i meriti maggiori per la riuscita del film. Tra le ingiuste punizioni inflitte dagli ottusi adulti della struttura a tre giovani, c’è “lo zero in condotta”, voto che impedisce a questi di godere dell’uscita domenicale concessa abitualmente. Stanchi di subire i ragazzi mettono in atto un piano per sabotare i grandi e ribellarsi finalmente alle angherie dei loro superiori. Il film è stato censurato perché definito antipatriottico dalla critica (si temeva, infatti, che alla sua visione sarebbe seguita la rivoluzione) e vide la luce solo nel 1945. Molti sono i riferimenti all’anarchia: non dobbiamo dimenticare che negli anni 30’ il fascismo la faceva da padrone in Europa ed ecco perché la censura ha avuto la meglio su questi film dall’alto contenuto anti-capitalistico e anti-autoritario.
Nel 1934 fu la volta de L’Atalante, ultima opera del maestro Jean Vigo. Il film è stato girato nei pressi di un fiume nel mese di novembre e racconta della storia d’amore tra due giovani, un marinaio di nome Jean e la sua bella, Juliette. Il film non ha una chiave di lettura semplice: i due novelli sposi partono a bordo della nave da cui prende nome il film. La monotonia dei giorni in mare e un litigio tra la coppia, causato per l’attrazione che Juliette nutre nei confronti di Pere Jules, altro marinaio, è causa dell’abbandono dell’imbarcazione da parte della donna, che decide di fare un giro per Parigi, ma non riesce più a ritornare a bordo per uno strano scherzo del destino.
Jean Vigo, gravemente malato di tubercolosi, muore a Parigi il 15 ottobre 1934, lasciando l’affezionatissima moglie Lidou. Sino alla fine dei suoi giorni, durante il lungo periodo di malattia che lo vide sempre in preda ad una fortissima febbre, Jean Vigo non ha mai smesso di far sorridere i suoi cari e di dedicarsi al suo lavoro. Una frase riassume tutta la sensibilità di cui era dotato questo genio dell’arte cinematografica, scomparso troppo prematuramente, a soli trent’anni: “Godiamo di una calma esteriore e la nostra inquietudine batte meno forte. A mangiar bene, a dormire venti ore, a riposare sulle sdraio, a passeggiare un poco, a parlare di meno, si arriva a risultati sbalorditivi. Certo conserviamo tutte le nostre pene, tutti i nostri debiti che anzi possono pure aumentare. E se ci dolgono i reni fino a piangere, ebbene, si va avanti. L’avvenire non si schiarisce, e la nostra situazione materiale, morale e artistica, rimane altrettanto brillante che dopo mille perdite di tempo dietro personaggi qualificati e inqualificabili. Ma almeno non si toglie niente al proprio amore. Lo sguardo è lungo quanto deve esserlo, e la carezza anche. Una spalla è sempre pronta per la tua testa stanca e la mano non viene mai meno. …alle telefonate di amici troppo tristi, tu rispondi e aspetti la loro visita perché puoi fare molto per loro, se però prima metti via l’orologio.”
Senz’altro, se questo brutto male non lo avesse colpito, sarebbe rimasto in vita più a lungo, allietandoci con ulteriori capolavori: ma il destino permette a chi vive poco di vivere intensamente ogni attimo… e Vigo ci è riuscito. Ha saputo prendere il brutto e il cattivo delle sue giornate, piene di una sofferenza che non possiamo nemmeno immaginare, riempiendolo di tutto l’amore che aveva per la sua arte e a vivere pienamente l’affetto dei suoi cari amici. E se siamo qui ancora a ricordarlo, a distanza di ben ottant’anni, è perché la sua opera ha lasciato indubbiamente un segno nella storia del cinema, come umanamente lui nel cuore di chi ha avuto modo di conoscerlo.
La biografia di Jean Vigo è disponibile gratuitamente in formato digitale sul sito di Città Vulcano a chiunque ne faccia richiesta.

Germana Volpe

POZZUOLI E PRATO CELEBRANO JEAN VIGO E FRANCOIS TRUFFAUT

Doinel

POZZUOLI E PRATO CELEBRANO JEAN VIGO E FRANCOIS TRUFFAUT AD 80 E 30 ANNI DALLA LORO MORTE
A POZZUOLI MARTEDI’ 21 OTTOBRE ORE 18.00 PRESSO LUX IN FABULA RAMPE DEI CAPPUCCINI N. 5 (POCHI PASSI IN SALITA VERSO LA COLLINA DALLA STAZIONE CAPPUCCINI DELLA CUMANA)
A PRATO GIOVEDI’ 30 OTTOBRE ORE 15.00 PRESSO LICEO CLASSICO “CICOGNINI” VIA BALDANZI

Prefazione a “Le avventure di Antoine Doinel” di F. Truffaut – Edizioni Mercure de france, 1971
Tempo fa, una domenica mattina, la televisione francese durante un programma intitolato “La Séquence du spectateur” ha trasmesso una scena tratta da “Baci rubati”, che si svolge tra Delphine Seyrig e Jean Pierre Léaud. Il giorno dopo, entro in un bar dove non ho mai messo piede e il proprietario mi dice: “Toh! Io a lei la conosco, l’ho vista ieri in televisione”. Naturalmente non sono io quello che il proprietario del bar ha visto in televisione, ma Jean Pierre Léaud nel ruolo di Antoine Doinel. Mi trovo dunque in questo bar, al padrone non rispondo né sì né no, perché non ho mai fretta di dissipare un malinteso, e chiedo un caffè molto forte. Il proprietario me lo porta e, avvicinatosi, mi fissa più attentamente e aggiunge: “Quel film deve averlo girato un po’ di tempo fa, vero? Era più giovane…”
Il resto di questo intervento di Francois Truffaut lo trovate anche su “TRUFFAUT Il piacere degli occhi” a cura di Jean Narboni e Serge Toubiana Edizioni minimum fax – 2006

Lux in fabula

EPIFANIE – 4 “un fiume di parole”

fiume di parole

Luna piena

Ed è sugli Intercity o sulle metropolitane che assisti alla vita come se ti trovassi dentro ad un film o ad un documentario e ti rammarichi di non avere perlomeno un registratorino di quelli tipo 007 nascosti nella penna o in un bottone della giacca; come quella volta (ma chissà quante altre volte è accaduto a ciascuno di noi) che, nell’attesa dell’arrivo del treno metropolitano da Montesanto a Pozzuoli, attesa prolungata visto il cattivo funzionamento del servizio, abbiamo vissuto un dramma sentimentale di primo livello con attestazioni di affetto e di rancore progressivo trasmesso a voce alta attraverso l’uso di un telefonino con auricolare. Ed a me forse anche ad altri è venuto il dubbio che fosse una “performance” che il servizio metropolitano forniva per far meglio sopportare i disservizi. Dubbio ovviamente da fugare: non si può dare crediti così culturalmente elevati a chi non è in grado di far funzionare i mezzi di trasporto locali. E poi di teatrini simili se ne sono visti ed addirittura corali, come quella volta (il rammarico di cui sopra è in questo caso ancora maggiore) che sempre sulla stessa tratta ma di ritorno dal Nord i viaggiatori hanno potuto assistere ad una puntata di docu-fiction tutta in scena in una sola carrozza con tre-quattro personaggi che esponevano sempre a telefono le loro problematiche (personali, professionali, intime) dandosi il cambio: in pratica, non appena terminava un dialogo (pacato, concitato, incazzato) ne partiva un altro annunciato da un trillo con varie suonerie e tutto questo per circa mezzora da Piazza Garibaldi a Bagnoli (da Bagnoli a Pozzuoli ho potuto pensare ai cavoli miei). Avevo accennato nel post precedente ad uno dei tanti viaggi da Napoli a Prato ed all’incontro – inevitabile per il sonoro – con un fiume in piena di parole la maggior parte in dialetto solo in parte italianizzato profferite da un viaggiatore: gli scompartimenti erano aperti (sfortuna o fortuna?), io lo vedevo (e lo sentivo), era nella fila di fronte a me in diagonale, altri, meno fortunati (o ugualmente sfortunati), lo sentivano soltanto, ma ne seguivano le argomentazioni. Qualcuno, come un giovane studente seduto nella mia fila, si astraeva con l’ausilio di un auricolare. Il signore in questione poteva far impallidire qualsiasi grande autore (penso a Boccaccio ma soprattutto a Pirandello): in lui era possibile intravedere lo spettacolo della Vita su un treno in movimento. Solo per portare un esempio ha raccontato per filo e per segno con una minuzia di particolari la vicenda di una famiglia (marito e moglie, entrambi maturi) particolarmente incline alle libagioni ed alle crapule irrinunciabili anche di fronte a fatti drammatici; i particolari riguardavano la qualità e la quantità delle cibarie ed il giudizio morale con una narrazione parallela delle condizioni critiche di un loro congiunto appena ricoverato in ospedale. Altro argomento, forse ovvio in questi tempi di crisi, prolungato anch’esso in variazioni fonetiche e lessicali rigorosamente popolari, fu una filippica possente contro le malefatte della Politica, contro i poteri finanziari, ovviamente non si andava al di là delle banche, contro il Governo. Se proprio volete leggo dai miei appunti (eh sì, avevo smesso di leggere un libro e prendevo appunti) il parallelo azzardato (ma rende un tantinello l’idea) con Renzo Tramaglino all’Osteria della Luna Piena dopo aver assistito ai tumulti ed essere stato “ubriacato” dalla spia. Ma il “nostro” viaggiatore non era ubriaco! Il signore poi si è dilungato sui tempi dell’età dell’oro, il Fascismo ed i tempi non tanto lontani della Lira sperticandosi in quella pratica che è tipica della gente semplice, che confonde i problemi esistenziali personali con quelli storici universali. E poi ha imboccato le tematiche degli oggetti “portafortuna” laici (il corno, la zampa di congilio, il ferro di cavallo, la gobba di un uomo – non quella di una donna che invece porta sfiga) e religiosi (immagini sacre, i “santini” con i propri santi protettori) e di come sua figlia ne abbia fatto positivamente uso ai vari Esami cui ha partecipato. Questi ultimi argomenti li trattava con un gruppo di giovani studentesse che erano sedute in sua prossimità e che io non riuscivo ad intravedere; pretesto per avviare questo dialogo, la presunta somiglianza di una di queste con una delle sue figlie. A Prato siamo scesi entrambi e ci siamo salutati mentre utilizzavamo l’ascensore; era ancora nel pieno del suo vigore ma lo riversava ad una bellissima bambina che doveva essere sua nipote, contenta di rivedere il nonno ed assolutamente silenziosa, forse imbarazzata dalla presenza di altri viaggiatori.
I viaggi sono sempre pieni di sorprese ed aprono una “finestra” sul nostro mondo. Ci permettono di conoscere, di capire e, qualche volta, anche di dialogare, a meno che non si incontri “un fiume di parole”.