VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 12.

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Donna che danza

PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 12.

Mentre facevano un “pieno” di quello splendido paesaggio sopraggiunsero altri gruppi di giovani, ragazzi con le loro chitarre che, insieme a giovani donne, suonavano e cantavano motivi tradizionali popolari, mostrando la loro fresca allegria. Due di loro evidenziavano un’indubbia perizia sulle loro chitarre mentre una delle ragazze batteva il tempo su un tamburello. Un’altra vide Tina e Mimì e li chiamò. I tre si avvicinarono e Lello potè notare che fra Mimì e quella ragazza vi era qualcosa di più di una semplice amicizia; infatti si appartarono mentre Tina si riavvicinò a Lello che intanto seguiva le evoluzioni canore e danzanti degli altri giovani. Tina era intimidita dalla situazione del tutto nuova per lei e dentro aveva una gran voglia di danzare così come stavano facendo le altre ragazze su quello spiazzo panoramico. Lello comprese il desiderio della giovane e vincendo la sua naturale ritrosia le prese la mano ed accennò alcuni passi, saltellando in un modo così impacciato che suscitò il riso di alcune, in particolare quello della stessa Tina, che subito dopo però arrossì, temendo di averlo potuto offendere. Lello era così gentile e si capiva che doveva proprio essere un bravo ragazzo. Tina aveva tante domande da fargli ma non riuscì ad aprir bocca. Mimì dopo un po’ ritornò; a Lello sembrò che, e lo aveva intravisto con la coda dell’occhio, prima di lasciare la ragazza con cui stava parlando, che si riunì al gruppo, i due si fossero scambiati un tenero dolcissimo quasi casto e timido bacio, ma mantenne, per sua natura, il totale riserbo.
La giornata poi si concluse con pochi eventi. A Lello e Mimì per la notte riservarono la stanza del “mezzanino”, un luogo appartato che portava sui tetti, caratteristici mediterranei e bombati, da cui si accedeva ad un panorama mozzafiato su tutto il Golfo di Napoli e di Pozzuoli. Il giorno dopo, all’alba, i due partirono, salutando la famiglia e nessuno li accompagnò. Tina, al solito dormigliona, quel giorno si era alzata insieme agli altri. Ed era schierata per il saluto, di certo in preda ad emozioni contrastanti.
“Cara Tina, ho chiesto a tuo fratello l’indirizzo ed anche il permesso di chiederti se vuoi essere la mia fidanzata. Fammi sapere presto perché sarò in trepida attesa di una tua risposta. Sei bellissima.”
Non appena furono a Civitavecchia Lello si era fatto forza ed aveva chiesto a Mimì l’indirizzo della sua famiglia; voleva scrivere a Tina e non solo per salutarla. Mimì capì, aveva capito. Stimava Lello e non aveva alcun motivo per non essere contento di quanto sarebbe potuto accadere. Aveva intuito anche che Tina non aspettava altro. E così accadde che dopo due settimane arrivò una lettera per Lello; in verità era solo una busta, ma conteneva una foto di Tina. Dietro ella aveva scritto: “Procida 3 maggio 1938. Offro a te, o mio eterno amore, questa mia piccola foto, in segno di affetto, tua indimenticabile Tina”.
A fine maggio Mimì e Lello furono congedati e ritornarono a casa. Mimì continuava a fare il pescatore a Procida insieme al vecchio padre don Vincenzo, Lello con don Peppino a fare il carpentiere nel Cantiere navale di Pozzuoli. Nei fine settimana Lello andava a Procida a casa di Mimì e di Tina. Ed era stato accolto come un altro figlio. Tutto, dopo una festa di fidanzamento modesta, in quanto la vita era sempre più dura, procedeva verso il matrimonio quando, iniziata anche per l’Italia la seconda guerra mondiale il 10 giugno del 1940, Lello fu richiamato alle armi a Civitavecchia. Avevano progettato di sposarsi in settembre, ma la Storia come il diavolo ci aveva messo la coda; era tutto inevitabilmente da rinviare.

fine parte 12. continua….

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LANDINI e i disonesti!

LANDINI e i disonesti

Di sicuro Landini ha esagerato nell’affermare che a sostenere Renzi vi siano i disonesti. Voglio credere che abbia voluto dire che, oltre ad una base di persone oneste, molti fra i disonesti, che non mancano mai, abbiano intuito che avrebbero trovato terreno per loro utile in un Governo che non si sta impegnando come di dovere per il cambiamento a favore di coloro che nel corso degli ultimi decenni hanno sopportato il carico fiscale maggiore. Potrei fare innumerevoli esempi anche raccogliendo dati “personali” per evidenziare come nulla si sia fatto per diminuire la pressione fiscale; in verità, a chiacchiere, si dice ma nei fatti non si fa. Non è quindi di certo Landini a dover essere attaccato; la maggioranza delle persone oneste avverte questo “gap” che si amplifica fra coloro che godono dell’attenzione o della “disattenzione voluta e colpevole” del Governo e quanti continuano a sobbarcarsi l’onere della contribuzione ad un sistema fiscale che non avvertono più come “amico”, al di là degli “spot” che piacciono molto a chi gestisce il Potere. Chi opera nei luoghi pubblici (strade, circoli, associazioni) riesce ad ascoltare le frustrazioni e le disillusioni: il livello di gradimento del sedicente “Partito della Nazione” va scemando ed i risultati elettorali sono magri in linea numerica ma pingui in percentuale, grazie ad un astensionismo anche da parte di chi fino ad ieri votava per la Sinistra. Ci si astiene fino ad un certo punto: quando si deciderà, quel “popolo”, a partecipare torneranno in equilibrio i conti!
G.M.

VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 15

 

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I GIORNI – parte 15

 

Come doveva essere, prima? Ci sedemmo a terra approfittando dell’ombra delle siepi di rovi. Fummo assaliti da mosche e formiche. Il pensiero, spinto dall’ambiente, volò all’uomo primitivo, privo di comodità e in preda a tutti i fenomeni naturali. Passò qualche auto, qualche furgoncino. Non si fermarono. La strada non doveva essere ormai molto lunga per le Forna, pensando. Invece… Passò un pullman. Facemmo segno. Non si fermò.

 

Sui rami dei rovi crescevano le more. Dietro i rovi, nascosti, antichi testimoni. Cisterne scoperchiate ripiene di acque stagnanti. Tuffarsi di rane concatenato. Migliaia di zanzare. Senso schifoso di ripulsa. Più su, dove la roccia è sulla strada, si può vedere di che materiale sia fatta.

Fummo al bivio. Vedemmo una macchina quasi nuova fiammante fuori strada lasciata in bilico. Scegliemmo la strada detta “Panoramica”. Non sapevamo nemmeno dove portasse.

“Se è panoramica” ragionando “deve essere bella” Andiamo.

La sommità era bruciata dal sole, piatta di rocce granitiche. Il cielo e l’orizzonte verso occidente offuscato dalle radiazioni del sole. La macchia molto limitata ed in parte carbonizzata da incendi recenti. Più giù, ora che si scendeva, c’era una villa. Abitata. In fondo, oltre il mare, l’isola di Palmarola. Sul declivio ora leggero, ora quasi a picco la vegetazione spontanea era più ricca e qua e là la mano dell’uomo si rivelava presente. Il mare increspato dai venti pomeridiani, solcato da poche barche a vela. Torrioni di roccia si elevavano. Più in là un campo fumante, rifiuti bruciati. Una carrucola abbandonata, forse aveva comunicato con la parte sottostante. Sulla costa, la roccia bianca.

Fu qui che sentimmo arrivare una macchina. Ci diedero il passaggio che avevamo richiesto. Un uomo ed una donna, coniugi.  Molta voglia di parlare,  simpatici. Non ricordo ora più nemmeno i loro lineamenti, anche perché li vidi per tutto il tragitto di spalle. Abitavano quella villetta sull’altura, l’unica.

Il panorama era davvero molto bello. Pensai di doverci ritornare, qualche altra volta. Salutammo ringraziando.

 

Le pannocchie, il loro odore, la selva di granturco, rincorrersi cadendo, cadere nel rinocorrersi. Sentirsi soli in mezzo al mondo, di una solitudine non angosciosa. Fermarsi a sentire il profumo di tutto quello che ci passa ogni giorno velocemente accanto. Amare ed essere riamato.

Ti ho guardato solo per un attimo, e già ero diverso. La retorica mi umilia. Era meglio conoscerti prima. Ci vediamo, mi saluti e tu sorridi. Se potessi capire! Tu risponderai che non c’è alcuna cosa da capire e mi annienterai. Preferisco tacere. Era meglio conoscerti prima.

Il viottolo è buio, stretto ebuio. Ci sono spine dappertutto, ai lati; in fondo, però, si trova un prato. Andrà bene per fare all’amore.

“non voglio” esitando.

Aspetti che ti trascini, forse con un po’ di dolcezza. Lo faccio con persuasione.

“Dai, che sarà bello!” e ti prendo sottobraccio.

C’è ancora una luce, nel buio, che ti fa tanta paura. Vorrei spegnerla, ma non si può ancora. Anche io l’ho dentro di me accesa.

Al ritorno, per la stessa stradicciola, piena di spine, tutto è buio. Anche la nostra luce, spenta. Non ci siamo detto niente. Continuiamo a tacere. Calpestio. Neppure i grilli. Solo il nostro calpestio. Onde leggere sulle spiagge. Una piccola lampara lontana.

Di ritorno, riposammo qualche ora. Ero nervoso, credo inspiegabilmente. La doccia mi rese più riflessivo. Lasciai il mio amico che dormiva. Andai a conoscere il nostro albergatore.

 

fine parte 15 – continua….

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I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che no forse che sì)

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Costituzione italiana

I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che no forse che sì)

Ho qualche lieve ragione di credere che il “segnale” da parte dell’elettorato possa essere arrivato a destinazione; un campanellino d’allarme come quando, dopo aver esagerato in bagordi e crapule varie, avvertiamo un malore che ci spinge a riguardarci e modifichiamo il nostro stile di vita. In effetti, vi è ancora un tasso di “ideologismo” diffuso; ma non quello che si intendeva superare quando si pensò alla costituzione del Partito Democratico (ho davanti a me come Bibbia il “Manifesto” dei “saggi” del 2007), bensì quello che costringe le coscienze di tante cittadine e cittadini a disertare le urne piuttosto che tradire, semmai, assegnando il proprio voto a chi fino ad ieri non ci piaceva e che oggi riconosciamo quasi come se non fosse poi così “diverso” da chi regge le sorti del “nostro” Partito, di quel Partito che fu il “Partito Democratico”. A dirla tutta, in condizioni simili, non mi riguarderei dal votare per forze politiche alternative, meglio se nel solco delle Sinistre, ma che non condividano la deriva demagogica, populista e pseudo democratica di Renzi e dei renziani. Non sopporto in assoluto le lezioni postume di coloro che rilevano come fosse nel progetto del PD l’inclusione di quelle forze plutocratiche, imprenditoriali ed antioperaie, di una Destra progressista ad uso e consumo del proprio tornaconto. L’idea che si dovesse ampliare il raggio d’azione della Sinistra comprendeva di certo la massima apertura, mantenendo tuttavia inalterato il senso dei propri valori fondamentali. Si sta andando invece proprio in senso contrario (d’altronde, il “cambio verso” slogan principale del “patron” del PD lo esprime chiaramente) rispetto a quanto i fondatori del Partito Democratico intendevano. Si incentivano soprattutto in modo squilibrato gli interessi dei “forti” e si indeboliscono ulteriormente quelli dei “deboli”; ecco perché anche ai meno avveduti non può essere sfuggito il giubilo – di fronte ad alcune scelte governative – della parte più forte del Paese, quella che non si è mai preoccupata di evadere “legalmente ed illegalmente” delocalizzando lavorazioni e risorse economiche e finanziarie senza alcuno scrupolo. Ritornando al “campanellino” di cui sopra esso suona per tutti, in quanto se è vero che non esista oggi un’alternativa immediata nulla vieta che la si ricerchi. I tempi sono durissimi, la crisi non solo non è finita, ma non ha ancora raggiunto il suo punto più alto. Il richiamo alla responsabilizzazione deve essere diretto soprattutto a coloro che hanno usufruito realmente dei vantaggi della crisi e non a quella moltitudine di cittadine e cittadini che si sono e stanno progressivamente impoveriti. In questa direzione il Governo non si sta dirigendo; il campanellino d’allarme ha questo messaggio.
G.M.

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VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 11

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PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 11.

Don Vincenzo si rivolse a Lello: “Nuje sapimmo ca tu saje cucinà, facce sapè se chello c’hanno preparete ‘ffiglie mie te piace. Buon appetito!”. Nel mentre donna Rachele, che rimase più o meno muta per tutto il pranzo, e le due figlie più grandi distribuivano il primo.
Don Vincenzo e donna Rachele erano seduti a capo tavolo l’uno di fronte all’altra. Tina era seduta accanto e Mimì. Le altre tre sorelle distribuite in modo da poter più agevolmente alzarsi per togliere i piatti e distribuire le altre vivande. Sulla tavola non mancava nulla: in una grande e fonda insalatiera c’era un contorno di verdure fresche dell’orto; due brocche contenevano vino rosso prodotto nella vendemmia dell’anno precedente e non mancava l’acqua attinta dal pozzo di casa; sopra una delle credenze infine era pronta una cesta di vimini piena di arance, mele e limoni.
“Tu ‘o ssaje fratete comm’è” disse don vincenzo a Mimì che si preoccupava dell’assenza del fratello più piccolo “nun le piace sta’ in famiglia. E’ fatto accussì”. In effetti Giovanni non aveva nemmeno gradito la presenza di un estraneo ed aveva deciso di non farsi vedere; di solito nelle festività partecipava.
A tavola soprattutto gli “uomini” ed in particolare Mimì e Lello, discussero dei loro progetti di vita, sollecitati a ciò da don Vincenzo, che espressamente aveva chiesto a Lello (don Vincenzo non era “fesso” ed aveva capito molto bene quel che sarebbe accaduto) cosa facesse prima e cosa intendesse fare dopo la leva militare e il giovane parlò della sua esperienza di carpentiere di barche e di piccole navi, che aveva acquisito insieme al padre sin da piccolo. Mimì, anche se a don Vincenzo in quel momento interessava poco, per non essere da meno, disse che lui voleva continuare a fare il pescatore. Le sorelle intervennero solo per distribuire le portate. Tina se ne stette sempre seduta buona buona ed in perfetto silenzio, osservando soprattutto quel giovane che le era di fronte solo un po’ discosto alla sua sinistra.
E Lello non si sottraeva agli sguardi.
A fine pranzo gli uomini si alzarono lasciando campo libero alle donne. Don Vincenzo si accese uno dei suoi soliti sigari; ne fumava uno o due al giorno, aveva bisogno di calma per poterlo gustare e di norma ciò accadeva solo dopo il pranzo o la cena. Lello e Mimì confezionarono una sigaretta con il tabacco fornito dalla Marina militare e fumarono seduti tutti e tre sotto un grande albero di gelso nell’aia davanti alla casa.in silenzio venne Rachele a servire il caffè prima di salire nella sua camera per il riposo della controra. Si sentivano intanto già i rumori tipici della rigovernatura dei piatti e delle stoviglie. Dopo anche le donne sarebbero andate a riposare. Il rito della “controra” non era però adatto ai più giovani e frenetici e così Mimì e Lello, dopo aver convinto (ma non fu un grande sforzo) anche Tina a seguirli, decisero di andare a fare due passi. Il tempo prometteva di essere anche caldo e così andarono tutti e tre, passando per i campi coltivati per sentieri minuscoli, verso la costa dell’isola, fra Ciraccio e il Pozzo Vecchio, da dove si vede l’Isola d’Ischia.

fine parte 11 – continua…

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VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA – parte 6

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GIUSEPPE E MARIA Parte 6

Dissolvenza in apertura.
Voce off di Giuseppe, mentre Maria entra in una cabina telefonica “Poi, Maria si ricordò di avere dei parenti e li chiamò a telefono”. Primo piano di Giuseppe visibilmente impaziente, scocciato dalla possibile intrusione dei “parenti”. Primo piano in raccordo di Maria a telefono: “Va bene, allora, a fra poco!” P.I. di lei che esce dalla cabina; si avvicina a lui che continua ad essere impaziente: “Mia cugina ha detto di andare all’Ippodromo. Verranno a trovarci là. Bisognerà prendere un autobus”.
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C.I. autobus che arriva. I due scendono insieme ad altre persone. Voce fuori campo di Giuseppe: “Parenti lontani, anche nella memoria di Maria; non li vedeva da quasi venti anni: andammo a caccia di fisionomie”.
Ingresso dell’Ippodromo. I due vi entrano in Campo totale.
Vari volti analizzati dalla cinepresa in rapida successione con PPP di volti di donne, uomini e bambini.
In un angolo su una panchina due innamorati scambiano effusioni. Poco distante da loro una cinepresa li riprende; il regista è lo stesso giovane intravisto con la sua piccola troupe alla Stazione ed a Piazza del Comune.
Totale del Parco con Panoramica. Voce fuori campo: “Maria, Maria!”. Totale su Giuseppe, Maria e due giovani donne, more di media statura che si avvicinano. Hanno con sé tre ragazzini, chiaramente un po’ discoli. Si abbracciano e baciano Maria “Che bella sorpresa! Da quanto tempo… mamma mia, da quando andavamo insieme alla scuola elementare. Come sta tua madre? Mi hai detto che vuoi stabilirti qui… non sai che piacere…appena l’ho detto agli zii….Ah, tu sei Giuseppe, che piacere!” Le battute vengono suddivise fra le due cugine a soggetto. Maria è praticamente “muta”! Giuseppe infastidito!
Voce off di Giuseppe mentre le donne continuano a parlare; Maria riesce con difficoltà ad aprire bocca: “Questo turbinio di voci mi dava fastidio; sopportavo gli schiamazzi consueti di un Parco ma questo “assalto” era troppo. Preferivo giocare con i bambini.” Giuseppe osserva l’incontro fra il frastornato ed il perplesso.
Campo Intero dei bambini che cominciano a correre per il parco, mentre le tre donne si siedono e lui va con il bambino più piccolo all’altalena.
Figura Intera di Giuseppe, del bambino e dell’altalena. Giuseppe spinge l’altalena. Incursione degli altri due più grandi che cominciano a girare intorno a Giuseppe ed all’altalena; lo tirano per la camicia, rincorrendosi.
Il più grande lo tira per mano. Giuseppe smette di spingere l’altalena; il piccolo smonta per consentire ad un altro estraneo di salirvi. Il bambino grande rivolgendosi ai fratelli e poi a Giuseppe: “Andiamo a giocare nel tunnel…vieni anche tu!”
Piano Intero l’imboccatura del tunnel, il bambino spinge Giuseppe dentro: “Tu entra di qua; noi ti aspettiamo di là”.
Piano intero l’altra imboccatura. I bambini aspettano Giuseppe che tarda. Emerge anchilosato piegato su se stesso e con un “problemino” di cui già si è accorto. Si guarda la scarpa destra: è insozzata da un escremento di cane e si agita per eliminarlo, suscitando le risa frenetiche dei bambini. Anche altri sconosciuti partecipano al sabbah. Andando tutti verso le donne i bambini canticchiano: “Giuseppe è andato nella cacca, Giuseppe è andato nella cacca”.
Piano Intero. I bambini continuano a cantilenare e sullo sfondo mimica tipo gag cinema muto di Giuseppe infastidito e intollerante della situazione, mentre cerca sull’erba di eliminare l’escremento sfregando la scarpa.

GIUSEPPE E MARIA – FINE PARTE 6 – continua

PRATO – OFFICINA GIOVANI – 25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – ALTROTEATRO ore 20.45

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25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Questa sera ore 20.45 ad Officina Giovani agli ex Macelli Comunali di Prato l’Associazione Culturale “ALTROTEATRO” di Antonello Nave presenterà “Ricordo di un dolore” nell’ambito delle manifestazioni collegate alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. In un post precedente (21 novembre) accennavo alla parte dedicata all’Antologia di Spoon River. Oggi scriverò di quella dedicata ad una delle poetesse in lingua araba più importanti, Maram al-Masri, utilizzando le pagine XXXVII e XXXVIII della Introduzione che Valentina Colombo ha posto alla sua Antologia di poetesse arabe contemporanee, “Non ho peccato abbastanza”, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2007.

“La siriana Maram al-Masri non vive più nel proprio paese, bensì in Francia. Il suo successo, senza pari in Occidente, è dovuto essenzialmente alla raccolta “Ciliegia rossa su una piastrella bianca”. Il suo linguaggio è diretto e sensuale, pur non rinunciando né all’eredità della poesia araba, né all’originalità della propria voce. Le immagini affiorano e si fissano indelebili nella mente del lettore.”

“Malinconica e ironica al contempo….è riuscita in maniera eccelsa a superare la contrapposizione manichea tra tradizione e femminismo. La sua voce personale rivela al lettore un’estensione che trascende le frontiere….il talento non obbedisce ai generi…riesce a svelare l’ambiguità del mondo asessuato…”

Valentina Colombo è la massima esperta italiana di Letteratura del mondo arabo. Ha pubblicato, oltre a “Non ho peccato abbastanza” da cui sono tratti i due brani qui sopra riportati, “PAROLA DI DONNA CORPO DI DONNA – Antologia di scrittrici arabe contemporanee” Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2005, “L’ALTRO MEDITERRANEO – Antologia di scrittori arabi del Novecento” Classici Mondadori 2004, “ISLAM Istruzioni per l’uso” Oscar Mondadori 2009, “BASTA! Musulmani contro l’estremismo islamico” 2007. E’ la traduttrice di moltissimi grandi autori della letteratura islamica, come Nagib Mahfuz, Premio Nobel 1988

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VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 14

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I GIORNI – 14

Giocavo con me stesso. La pallina saltava con l’aiuto della mia mano. Nessuno me la raccoglieva se finiva lontano. La stanza era piccola ed io dovevo correre in quei pochi metri quadrati. Mia madre, intenta alle sue faccende, preferiva isolarmi. Dal balcone vedevo la gente sulla strada. I “monelli” facevano birichinate, talvolta grosse. Il mondo sotto e di fronte litigava e viveva.
Che pace in casa mia! Come vorrei aver compiuto quelle grosse birichinate quand’ero bambino. I fanciulli erano sporchi, rotolavano nella polvere, sedevano a terra normalmente sporcandosi, avevano amichetti con cui giocare e litigare. A loro dovevo proprio sembrare un damerino. Ebbi in dono una bicicletta, ma non mi lasciavano mai uscire da solo. Paura della morte. Mia madre.
Di bello, la campagna. Sapevo scappare, allora. Il mio sorriso timido che conservo ancora sapeva di strano per tutti. Tutto quello che riuscivo a raccogliere con gli occhi diventava mio. Era quello che portavo prigioniero a casa, profumo di erba, di libertà…
Sorridevo con me, quel sorriso strano, che la vita con i miei genitori, forse troppo ritirata ed intima, quasi forzata dall’eccessivo affetto di una madre, mi aveva regalato. Venni su silenzioso ed ipocondriaco, con un gran desiderio di indipendenza. Scontroso, aggressivo, in casa. Docile, simpatico ed educato, fuori.
Gli amori dei miei amici, i miei. Gli stessi. Non riuscivo ad amare in modo autonomo. Venne lei, la prima. Mi accorsi giocando che stringerla mi dava uno strano senso. Mai provato prima. Forse mai più come allora alla prima volta. Giocavo tanto. Tanta paura. Vicini e lontani. Senza parlare.
Tombola in casa, cercavo sotto il tavolo le sue gambe, le sfioravo timidamente. Tanta paura. Vicini e lontani. Senza parlare.
Di tutto e di niente. Mi amava. Sì, ma tanta paura.
Conoscere, cercare di conoscere, spezzare questo velo che mi offusca. Lo voglio. C’era lui. L’altro. Venne dopo. Quasi fratelli. Tutti insieme. Capivo e soffrivo. Per me, per lui. Finito. Notti insonni, meditative. Nessuna risoluzione, ma solo un’attesa snervante di una scelta definitiva. Aria di rottura completa. Ritirata su due fronti. Unica vera vincitrice. Non si dimentica il passato. Quasi.
Il trattore ci portò il conto. Brontolammo fra i denti, curando di non farci sentire. Pagammo. Saluti. Ci palpammo la pancia, facendola suonare come un cocomero. In effetti, avevamo già problemi di linea.
Andare in albergo, era tardi. Passeggiare, ci avrebbe fatto bene.
Percorremmo la zona dei tunnel. Cominciò, leggera, la salita. Le spiagge erano grosse pattumiere. Una dona prendeva il sole su di un grosso cubo. Un indiano ci guardò. Occhi luccicanti, nerissimi. Bambini che giocavano sul mare in un punto di secca. Richiami preoccupati di madri.
Io non lo sentivo, non volevo sentirlo. Quando eravamo in campagna scappavo e non lo sentivo. Le ragazzine ridevano, mostrando, nella raccolta delle ciliegie, tutto se stesse. Avevo l’età per poter ridere con loro, ma una timidezza!… Quando riuscii ad ostentare disinvoltura, uno schiaffo. Rosso di vergogna!
Cambiammo rotta e ci dirigemmo su una stradina secondaria. Case bianche, mediterranee. Silenzio nella controra. Ricordo di favole ascoltate nell’infanzia. Incantesimo sfatto dal suono di una radio gracchiante.
Tornati indietro sulla strada che si inerpicava ora di più. Il sole ci accompagnava. Rari posti ombrosi. Fuori dal centro abitato ormai. Montagne brulle, dai colori sempre vari, coltivate nelle basse pendici a vigneti. Le agavi, sulla strada, brulicavano di formiche. Qua e là una casa, ben poche.

fine cap. 14 – continua…

I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che sì forse che no)

I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che sì forse che no)

Non mi dilungherò stamattina a commentare i dati elettorali. Lo lascerò fare a Renzi, che ovviamente ha già detto che la “vittoria” è stata “netta”. Di sicuro è molto chiaro il quadro generale della “non-partecipazione”. La gente è stanca ed è proprio il “rinnovamento” a non emergere. Alla spocchia del centrodestra berlusconiano si è sostituita quella del renzismo, sopportato dalla Destra che guarda sempre più con attenzione a questo “figlio putativo”, insopportabile per la Sinistra vera, che avrebbe bisogno di riaffermare nel segno dell’ “equità” (reale, non solo fatta di “annunci”) i valori fondamentali della sua Storia non contrapposti nella maniera più assoluta a quelli dell’imprenditoria. Il quadro generale delle leggi che vengono proposte mira a mantenere e promuovere l’egemonia del capitalismo, soprattutto quello finanziario. Ci vuole equilibrio, ma in tutta evidenza questo non è l’obiettivo del Governo; anche al più sprovveduto degli osservatori non sfugge lo giubilo delle classi imprenditoriali: come mai? È cambiato il mondo? E come mai i commenti sugli scioperi di oggi non sono diversi da quelli del tempo del Cavaliere? Come mai si gioisce di un risultato elettorale (anche quello del 40,8%) ottenuto sulle macerie politiche dell’astensionismo? I tempi sono cambiati, ma i vizi della Politica, no! Mi tocca dirlo con Berlusconi; ma ormai la gente ci ha fatto il callo alla sua imitazione: “Questo è il “teatrino” della Politica”.

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 10

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PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 10.
Non era alto, Lello; ma a Tina apparve così mentre, vestito con la divisa da “marò”, scendeva la scaletta del vaporetto. Si andarono incontro e Mimì fece le presentazioni: i due già si erano conosciuti e le impressioni delle foto furono tutte confermate. Lello, benché fosse di carattere timido, complice la presenza dell’amico, si mostrava a suo agio; Mimì gli propose di lasciare il borsone con i suoi effetti personali negli uffici del Cantiere Navale che era gestito da un suo cugino in modo da poter poi girare senza tanti ingombri nel seguire la Processione del Venerdì Santo. Il giovane accettò subito di buon grado e poi si lasciarono entrambi prendere sotto braccio dalla radiosa Tina ed andarono incontro alla testa della Processione ascoltando il suono funereo della tromba che annuncia la morte del Cristo.
Tina avvertiva una forza che le infondeva sicurezza nel braccio di Lello che la stringeva verso di sé quando dovevano farsi largo tra la folla dei fedeli che seguiva il corteo nelle stradine di Procida. E quella ragazzina minuta esprimeva una freschezza straordinaria lasciandosi trasportare da quei due bei giovanotti, suscitando gelosie ed invidie in quelle persone, soprattutto donne ed in quel giorno particolare, che non riuscivano ad apprezzare la gaiezza ed i sorrisi anche se mai espressi in modo minimamente e seriamente riprovevoli. Lello chiedeva di tanto in tanto a Mimì, ma era poi sempre Tina a rispondere, alcuni significati dei simboli presenti nei cosiddetti “Misteri” che venivano trasportati dai fedeli incappucciati. E lei si impegnò volentieri a farlo essendo, come donna, molto più addentro alla conoscenza delle funzioni religiose, anche se non era mai stata assidua nel frequentare la Parrocchia e le sorelle per questi motivi tante volte l’avevano rimproverata.
Dopo aver ripreso il borsone di Lello, ritornarono a casa che era ora di pranzo. Per arrivarci, passarono attraverso un sentiero stretto costeggiato da campi coltivati e qualche rara abitazione. La casa era una tipica costruzione multifamiliare con cucina, camera da pranzo e cantine al piano terra e con una serie di piani concatenati da una scala interna. Si sentiva già mentre i tre arrivavano un invitante profumo di cibo. Il venerdì, poi quello Santo ancora di più, era consuetudine mangiare di magro. I genitori erano già seduti a tavola, quando i tre entrarono e Mimì presentò loro Lello; le sorelle lo salutarono con un certo riserbo sussiegoso, cioè senza eccessivi entusiasmi. Tina scappò, prima di entrare in cucina, nei piani alti per togliersi il vestitino da festa e subito dopo però si mise a disposizione delle sorelle in cucina.
Al di là del Venerdì Santo, giorno di meditazione per i fedeli, quel dì era comunque “festa” soprattutto perché il giorno dopo, di prima mattina, Mimì e Lello sarebbero partiti per Civitavecchia.
Tina era composta ma raggiante; per lei quel giorno non era ancora ora delle tristezze e dei rimpianti. Le sorelle se ne accorsero e qualche sorrisino sotto sotto emerse. Il pranzo, anche se di magro, era di tutto rispetto; il pesce, tutto di qualità, fresco pescato due notti prima troneggiava bollito spinato e preparato facendo bella mostra in un enorme vassoio in mezzo al tavolo. Seguite con molta attenzione da un corteo di gatti le sorelle maggiori portarono due zuppiere ricolme di spaghetti ben conditi con pomodori freschi e acciughe sminuzzate, olive, capperi, prezzemolo e basilico. In un altro piatto ovale vi erano tantissime uova sode con il guscio coperto da alcuni segni simbolici. Anche Tina aveva contribuito a prepararle e ne volle segnalare alcune.

PROCIDA L’ETERNO RITORNO – fine parte 10 – continua…

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