reloaded “LISARIO O IL PIACERE INFINITO DELLE DONNE” di Antonella Cilento

libro di antonella-cilento

cilento

Festival Pozzuoli

Alla Dragonara Schiavone e Castiglia

LE FOTO SI RIFERISCONO 1) AL LIBRO DELLA CILENTO CHE HA FATTO PARTE DELLA CINQUINA DEL PREMIO STREGA 2014; 2) FOTO DI ANTONELLA CILENTO; 3) LOGO DELL’INIZIATIVA NEI CAMPI FLEGREI; 4) MARIA CASTIGLIA assessore alla Cultura del Comune di Monte di Procida e ANGELA SCHIAVONE presidente de “IL DIARIO DEL VIAGGIATORE”

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – 25 novembre – RIPROPONGO LA MIA RECENSIONE AL LIBRO “BELLISSIMO E COINVOLGENTE” DI ANTONELLA CILENTO preparata in corrispondenza con IL FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA organizzato da “IL DIARIO DEL VIAGGIATORE” ASSOCIAZIONE PRESIEDUTA DA ANGELA SCHIAVONE da sempre donna impegnata nelle battaglie civili e culturali nei CAMPI FLEGREI

**************************************************************

“LISARIO O IL PIACERE INFINITO DELLE DONNE”

L’attualità del romanzo rimanda a temi che, forse da maschio, continuo a considerare ambigui; la violenza sulle donne così frequentemente portata agli orrori delle cronache è il risultato di un’educazione antropologica sbagliata attraverso la quale il “mondo” ha costruito dei ruoli che oggi, nel momento in cui socialmente li mettiamo in discussione, finiscono con il creare confusione e sbandamento nella mente dei più deboli (al di là del livello culturale e professionale) fra i maschi. Aggiungerei che nelle istituzioni educative (la famiglia, la scuola, il consesso civile allargato) non si è ancora riusciti a raggiungere la consapevolezza che la parità dei generi giustamente ricercata a livello legislativo ed istituzionale ha bisogno di tempi lunghi per essere realizzata e le “vicende” traumatiche cui da tempo assistiamo sgomenti ed infuriati sono parte di un percorso che ha tuttavia bisogno di ulteriori sostegni al di là delle giuste manifestazioni pubbliche cui volentieri partecipiamo. La sensibilità non si conquista con le norme legislative ma attraverso percorsi educativi naturali non imposti.

Una donna che nasce nel Seicento, non importa se nobile o popolana, se ricca o povera (ricordate la manzoniana Gertrude?), non aveva altro sbocco se non in un matrimonio e non aveva alcuna possibilità di acculturarsi al di là di insegnamenti impartiti sulle “buone maniere” e sulla qualità dei cibi e la ricchezza dei vestimenti. Lisario è una bambina, figlia di don Ilario Morales comandante della guarnigione di stanza al Castello di Baia sul Golfo di Pozzuoli, una ragazzina di 11 anni, che si ribella al “potere” della famiglia e dei maschi e si imbeve di letture in segreto, visto che alle donne era negato l’accesso alla Conoscenza ed alla Cultura. La protagonista, che solo per un attimo nel corso del romanzo conosceremo come Bellisaria, è diventata suo malgrado muta e ne conosciamo il punto di vista attraverso le riflessioni scritte segretamente su fogli recuperati qua e là. Antonella Cilento, autrice del romanzo, infatti vi inserisce ad intervalli abbastanza precisi le “Lettere” di Lisario indirizzate “alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria”. La giovanissima donna, di fronte alla possibilità di andare “sposa di un vecchio bavoso e gottoso”, trova un modo tutto suo di protestare, negandosi provvisoriamente alla vita e cadendo in un sonno profondo. Ed è così che prende avvio il romanzo. Ho già scritto che si tratta di libro avvincente nella sua narrazione rapida e nella sua struttura per capitoli e paragrafi che appaiono, a chi, come me, è avvezzo a trattar di Cinema e Teatro, come Scene pronte ad essere trasformate in immagini. Ma ne parlerò dopo. L’ambientazione è in una Napoli cupa, buia, resa insicura da rivolte ed epidemie, dove si muovono personaggi di alto livello artistico insieme a malfattori, delinquenti, mistificatori ed avventurieri di ogni specie e provenienza; è la Napoli dove c’è il segno di Caravaggio, la presenza di Ribera; è la Napoli dove arrivano artisti come il francese Jacques Israel Colmar, il fiammingo Michael de Sweerts (questi, entrambi protagonisti di primo piano del romanzo di cui si parla), il valenciano Juan Dò; ed è la Napoli di Masaniello e dei Vicerè; la Napoli nella quale si rappresentano melodrammi interpretati da “voci bianche” nelle parti femminili; è la Napoli delle prostitute di basso e di alto rango ed è la Napoli dei “femminielli” e degli ermafroditi; la Napoli che crede ai miracoli non avendo nella realtà molto di cui essere felice. In questo ambiente meschino ancorché aristocratico e culturalmente, in senso potenziale, elevato si muove la vicenda di Lisario e la profonda incapacità da parte dei maschi di poter accettare l’incredibile scoperta che il catalano, medico di scarsi scrupoli, Avicente Iguelmano compie dapprima spiando la giovane moglie, per l’appunto Lisario (tralascio, benchè significative le modalità con cui Avicente conosce e sposa la giovane), e successivamente leggendo alcune pagine di un libro sui “piaceri solitari” reperito nella ricca Biblioteca di un signorotto locale, Tonno d’Agnolo, degno rappresentante della spregevole classe politica di ogni tempo, rozzo procacciatore di amanti per gli ambienti del vicereame spagnolo.
In quelle pagine per l’appunto si leggevano “cose che gli parevano impossibili. Bugie senza fondamento”. La storia si dipana concedendo deviazioni e colpi di scena coinvolgenti fino alla conclusione. E’ un libro, lo ripeto, che mi ha ridato fiducia verso le nuove generazioni di autori letterari e non è un caso che l’autore in questione sia una donna. Nelle presentazioni pubbliche del romanzo si sottolinea giustamente, in un punto di vista femminile, la modernità dell’argomento: la protagonista, pur oppressa da una società (quella del Seicento) profondamente maschilista, emerge in ogni senso e sconfigge i limiti imposti, prima di tutto quegli stessi relativi alla mancanza della “voce”. Ed è infatti dalla “voce” di Psiche nell’ ultimo paragrafo del romanzo che prenderei il via se dovessi scrivere, come sempre vado pensando mentre leggo, una sceneggiatura. Dalla voce di Psiche che sconvolge il “vecchio e malandato” Avicente inondandolo di infiniti malinconici ricordi farei partire il tutto; perché è quello il momento in cui tutto ha un senso.

JOSHUA MADALON alias GIUSEPPE MADDALUNO

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – RICORDO DI UN DOLORE – ALTROTEATRO a Prato – OFFICINA GIOVANI martedì 25 novembre ore 20.45

 

 

 

Violenza

 

25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – OFFICINA GIOVANI ORE 20.45  PRATO

Martedì 25 novembre sarà dedicata alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Anche a Prato come in tante altre città, piccole, medie e grandi si svolgeranno iniziative culturali per sensibilizzare soprattutto ma non solo le giovani generazioni e per approfondirne gli aspetti. Organizzato dal Comune di Prato – Assessorato Pari Opportunità ad Officina Giovani alle ore 20.45  l’Associazione Culturale ALTROTEATRO proporrà un suo specifico intervento, recuperando una parte dello spettacolo scritto e diretto lo scorso anno da Antonello Nave ed andato in scena fra il “Metastasio” ed il “Magnolfi”. Si parla di “Ricordo di un dolore – Per Minerva Jones e (molte) altre su testi di Edgar Lee Masters, Maram al-Masri, Claudia Fofi interpretato da Benedetta Tosi, Eugenio Nocciolini, M.Chiara carotenuto – Giulia Risaliti – Alessandra Macaluso – Simona Margheri con l’accompagnamento musicale di Antonio Lombardi – Giancarlo Rossi – Vincenzo santaniello – Francesca Vannucci.

La seconda e la terza parte si avvarrà delle testimonianze prodotte dal Centro Antiviolenza “La Nara”.

La scrittura scenica e la regia sono sempre di Antonello Nave

Minerva Jones è uno dei tanti personaggi presenti nell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

I AM Minerva, the village poetess,

Hooted at, jeered at by the Yahoos of the street

For my heavy body, cock-eye, and rolling walk,

And all the more when “Butch” Weldy

Captured me after a brutal hunt.

He left me to my fate with Doctor Meyers;

And I sank into death, growing numb from the feet up,

Like one stepping deeper and deeper into a stream of ice.

Will some one go to the village newspaper,

And gather into a book the verses I wrote?–

I thirsted so for love

I hungered so for life!
Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
fischiata, schernita dagli Yahoos della strada
per il mio corpo goffo, l’occhio guercio, il passo barcollante,
e tanto più quando «Butch» Weldy
mi prese dopo una caccia bestiale.
M’abbandonò al mio destino dal dottor Meyers;
e sprofondai nella morte, col gelo che mi saliva dai piedi,
come a chi s’immerga più e più in un fiume di ghiaccio.
C’è qualcuno che vada al giornale,
e raccolga in un libro i versi che scrissi?
Ero così assetata d’amore!
Ero così affamata di vita!

 

Dell’iniziativa si parla anche in un evento Facebook  il cui link è qui sotto riprodotto:

https://www.facebook.com/events/1528819030708679/?fref=ts

 

 

Officina_Giovani_esterno

 

 

Altroteatro

VIAGGIATORI – una serie di racconti – GUGLIELMO IL CONQUISTATORE – parte 3 ed ultima con commento finale!

GUGLIELMO IL CONQUISTATORE – PARTE 3

C’è ad ogni modo una favorevole congiuntura astrale anche se, come spesso capita, in un primo momento non viene riconosciuta. All’inizio dell’ultimo anno il docente di Italiano e Storia che lo ha seguito, quello che lo ha esaminato all’idoneità e che ha voluto fosse inserito nella sua classe, con il quale ha mantenuto un rapporto molto stretto, per effetto di regole contrattuali nuove, è stato sostituito. Ma Guglielmo continua a parlare di tutto con lui; lo insegue nei corridoi della scuola fra un’ora e l’altra; spesso lo cerca negli intervalli per un confronto più serrato. Non ama parlare con i suoi coetanei e non di tutti i docenti si fida; al docente chiede consigli su tutto e su diverse materie, in varie occasioni su come comportarsi in classe; rivela tutte le sue profonde e varie preoccupazioni.
Il professore lo ascolta e lo consiglia ma appare disarmato quando si tratta di problematiche familiari e di rapporti interni alla comunità cinese. E’ sposato da anni e non ha figli. Di Guglielmo ha sempre parlato con la moglie, che lo ha in più di un’occasione pubblica conosciuto e ne stima le ambizioni insolite in tantissimi dei giovani che conosce e che considera oggettivamente solide. Una sera i due coniugi ne parlano e l’idea che hanno è, come tante altre volte, comunemente espressa all’unisono.
Mancano tre mesi all’esame: se il ragazzo avrà bisogno lo ospiteranno. La loro casa non è grande ma c’è sempre stata una stanza per gli ospiti.
Il mattino dopo il docente ne parla anche, ventilandola come ipotesi, al Dirigente scolastico. Guglielmo è maggiorenne e può decidere da solo; meglio comunque sentire sia lui che il padre.
Guglielmo ringrazia questa generosa disponibilità da parte del docente, del “suo” docente, ma intanto è emerso uno spiraglio diverso: la madre ritorna e solo dopo con il padre partirà per la Cina. Questo significa che passeranno almeno ancora quattro cinque mesi.
Tutto bene, dunque. Bisogna adesso impegnarsi in quell’ultima parte dell’anno.
E poi si arriva agli Esami. La prima prova è uno dei terreni più favorevoli per il ragazzo; lui è soddisfatto di come sia andata; molto meno lo è il Commissario esterno che lo valuta poco al di sopra della sufficienza e condiziona su questo giudizio il resto della Commissione. Nella seconda prova c’è il riscatto, positivo e pieno, e così nella terza, anche se non raggiunge il massimo. Guglielmo è depresso; rischia di non raggiungere il massimo ed è incerto che, senza la lode, che ormai è sfumata definitivamente, possa essere ammesso ad Harvard.
E’ teso, nervoso, intrattabile fino al giorno del colloquio. E anche quando lo conclude con i complimenti dei commissari non è affatto tranquillo. Intanto bisogna attendere gli esiti.
100. E’ il voto massimo ma senza la lode. E’ contento; sapeva orami che non avrebbe avuto la lode. Telefona già nell’atrio della scuola davanti ai tabelloni dei risultati ad un suo amico che lavora come interprete al Consolato e gli parla concitato: nessuno comprende cosa dica. Buio in viso, si allontana.
Solo qualche mese dopo Guglielmo scrive al “suo” docente preferito su Facebook: “Sono ad Harvard. Sono stato ammesso grazie ad una clausola inserita in una convenzione internazionale tra diverse ambasciate: una parte della retta verrà pagata dalla Cina, come “prestito d’onore”; al resto penserà una Borsa meno sostanziosa di quanto sperassi erogata da questa Università. Grazie di tutto. Vorrei ricambiare la vostra gentilezza. Non vi dimenticherò”.
“Guglielmo si è sentito italiano e cinese; ora certamente si sentirà anche un po’ americano. E’ un esempio per tanti. Ha detto sempre che vuole diventare una persona importante. Noi tutti glielo auguriamo. Ne abbiamo proprio bisogno. Guglielmo conquisterà il mondo” scrisse il “suo” docente sul suo account di Facebook.

FINE

La storia narrata è in gran parte “vera” – alcuni aspetti sono stati modificati -la storia di Guglielmo dimostra ancora una volta che la determinazione abbinata ad una forte capacità intellettiva serve ad ottenere gli obiettivi che si prefiggono – ed evidenzia anche che molte volte la Scuola (italiana ?) rischia di vanificare i sacrifici di giovani come lui semplicemente perché incapace di valorizzare le eccellenze. Casi come quello di Guglielmo ne ho visti tanti ed in Italia, a causa di un clientelismo, un nepotismo ed una corruzione diffusa negli ambienti universitari vengono troppe volte allontanate le vere competenze a favore di persone il cui valore è di gran lunga dimostrato inferiore.

Caro Renzi, visto che negli ultimi giorni ne parli, non si va all’Estero per piacere ma solo perché in Italia i posti che potrebbero essere assegnati a quei “cervelli” vengono affidati senza criteri “oggettivi” ma semplicemente attraverso una spartizione!

VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – parte 5

Piazza-del-comune-bianco-e-nero

VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – parte 5

Panoramica sulla Piazza Duomo che si restringe su un dettaglio (il Pulpito di Donatello) e da questo poi si allarga nuovamente a tutta la Piazza mentre in sottofondo mescolato alle voci c’è il terzo movimento della sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvorak. Fra gli altri Giuseppe e Maria passeggiano mano nella mano; li si segue da lontano. C’è molta gente che si muove; gruppi di uomini sono fermi a chiacchierare sotto la statua del Mazzoni e davanti alla scalinata del Duomo. Voce off. Maria: “Ecco una Piazza che vive, erano anni che non ne vedevo una così. Anche al nostro paese il terremoto aveva cambiato le abitudini della gente e le piazze non erano più centri di vita.
Piano Totale dei due che si avvicinano ad un gruppo. Piano americano del Gruppo. Giuseppe chiede: “Scusate, se vi disturbo. Ci hanno detto che in questa Piazza avremmo trovato il signor Lenzi Vittorio, sapreste indicarcelo?”. Piano Totale su altro gruppo. Primo Piano uomo che chiama, indicando altro uomo che in raccordo si gira e con mimica si stacca dall’altro gruppo e si muove verso Giuseppe e Maria: “Eccolo…là. (gridando alla pratese) Vittorio…Vittorio! Guarda un po’ questi signori, chiedono di te.”
I tre discutono. Si sente voce “off” di Giuseppe: “Dovevamo cercar casa. Dall’albergo ci avevano indirizzato al signor Vittorio ed ora che l’avevamo trovato, ecco le prime difficoltà: case in affitto manco a parlarne, oppure costi proibitivi; diversamente, ci disse Vittorio, avremmo trovato tutto quel che cercavamo quanto all’acquisto. Noi gli dicemmo che non avevamo fretta e che saremmo tornati dopo qualche mese ma che ci tenesse informati”.
Si sentono le voci dei personaggi mentre si stringono le mani e si salutano: “Arrivederci” – “Arrivederci e grazie”.
Voce off di Giuseppe: “Ci scambiammo gli indirizzi e proseguimmo”.
Campo intero sui due che escono da Piazza Duomo verso via Mazzoni. Macchina che li segue di spalle poi breve ellisse con dissolvenza in chiusura ed in apertura su Piazza del Comune. I due vi entrano. Voce off di Maria su ripresa della Piazza con Marco Datini, Palazzo Comunale, Loggia e Palazzo Pretorio; gente che va e che viene con molti diversi colori; alcuni sono in bicicletta: “Era quel che si poteva ben definire una tipica piazza comunale, un concentrato di espressioni della civiltà democratica dal Duecento ai nostri giorni con un porticato sotto il quale continuava a svolgersi la vita nelle giornate piovose. La gente ci colpì nei movimenti e nei colori, soprattutto gli abiti dei giovani…Sembrava una sfilata coreografica allestita da uno dei “mostri sacri” dell’alta moda. Eh già, ma Enrico Coveri è proprio di Prato!”.
In un angolo c’è una “troupe” che sta facendo riprese; c’è lo stesso uomo, che dal modo in cui si muove è il regista, che Giuseppe e Maria avevano intravisto nel giardino della Stazione centrale. La scena riprende due ragazzi seduti sugli scalini del Palazzo Pretorio che appaiono osservare alcuni movimenti davanti a loro.
Campo Intero su Giuseppe e Maria che proseguono verso via Cairoli. Controcampo da via Cairoli sui due che si muovono verso Piazza Buonamici. Gente seduta ai lati della Piazza come ad attendere un evento. Poi dalle scale del Giardino Buonamici, da destra e da sinistra giovani modelle e modelli scendono al ritmo di una musica New Age.
Voce off di Maria: “Tutti quei colori ci affascinarono, ci ipnotizzarono per alcuni minuti: sedemmo anche noi ad un tavolino ed osservammo incantati ed attenti quella tavolozza caleidoscopica.
Dissolvenza in chiusura.
VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – fine parte 5
…continua…

piazzetta buonamici

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 9

1_l.20091209221925

PROCIDA L’ETERNO RITORNO PARTE 9

“Te veco bbuono, Rafilù” disse donna Rosa “se vede che ll’aria d’’o mare te fa bbene”. “Sì, mammà; veramente nun ce manca niente e po i’ stongo int’’a cambusa e mangio tutte chello che vvoglio; aggia assaggià pe’ tramente cucino; faccio ‘a pacchia e i superiore me lassano fà”. Le sorelle, soprattutto Maria lo prese in giro, ricordando uno dei giudizi sulla sua pagella dove, a parte la condotta, l’unica valutazione “Lodevole” era stata quella per “Lavori donneschi e manuali”. Risero tutti, anche Lello, ma non fece mai parola, però, della nausea che lo prendeva quando ai profumi dei cibi si mescolava il puzzo della nafta. E tra una cucchiaiata e l’altra, parlando del più e del meno, della scarsa voglia di andare a scuola del fratellino e gli impegni di lavoro del padre e dell’altro fratello e le storielle d’amorazzi veri o fittizi delle due sorelle, parlò dei suoi amici, di Umberto che tutti a Pozzuoli conoscevano ma anche di Mimì, che lo aveva invitato a Procida, in occasione del Venerdì Santo. Chiese ai suoi di poter ricambiare l’invito già per sabato a pranzo; avrebbero dovuto però mangiare velocemente qualcosa e presto, a mezzogiorno, nulla dunque di impegnativo (anche se, lo avesse voluto, non sarebbe stato facile) perché sarebbero partiti nel primissimo pomeriggio per raggiungere Civitavecchia. Lello aveva visto, anche lui, alcune foto della famiglia di Mimì ed era curioso di conoscerla; in particolare aveva notato la più piccola, Tina; ma di ciò non aveva mai parlato né con Mimì né quel giorno ai suoi.
Il resto della giornata Lello lo trascorse con il padre nei Cantieri navali per vedere il lavoro che stava portando avanti.

E venerdì mattina nella casa di campagna di Procida tutti erano svegli, come di consuetudine, molto presto. Il Venerdì Santo, poi! Tina non aveva dormito pensando a come si sarebbe agghindata. Il giorno prima si era lavata i capelli e se li era composti con un nastrino che glieli teneva dietro lasciando aperto l’ovale del viso; aveva scelto un vestitino a fiorellini molto adatto alla primavera ed un paio di scarpe basse comode. Arrossendo aveva chiesto a Mimì, che quel giorno aveva per obbligo indossato la divisa di ordinanza dei “Marò”, se lo poteva accompagnare al Porto; Mimì acconsentì ma a patto che fossero d’accordo Vincenzo e Rachele. Di lui si fidavano perché lo conoscevano come ragazzo assennato, anche lui un gran lavoratore nella pesca oltre che braccio essenziale per la campagna, e non ebbero nulla in contrario a che Tina andasse insieme a lui. Si fidavano anche dei suoi giudizi e, se Lello era suo amico, pensavano dovesse di sicuro essere una brava persona. Le sorelle mugugnarono sotto sotto, erano fatte così; in effetti mantenevano un comportamento molto austero e mal sopportavano la puledrina a volte un tantino ribelle. Erano fatte così, rappresentando forme arcaiche in tempi che avrebbero portato forti cambiamenti. E Tina era alla fin fine la più vezzeggiata e si permetteva spesso di trasgredire.
Alle otto, più o meno alle otto arrivò il vaporetto. Mimì e Tina, orgogliosa di essere accompagnata da un fratello così elegante, alto, robusto e bello, erano sulla banchina.

PROCIDA L’ETERNO RITORNO fine parte 9

merlato

VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 13

 

600_Ponza_Corso_E_ComandoPresidio

I GIORNI – parte 13

Per raggiungere il nuovo albergo sbagliammo strada e percorremmo una strada sotto una loggia coperta alla base di un dirupo. Un signore ci indicò, accompagnandoci poi, la buona strada. Era nuovissimo, l’albergo, o forse riadattato. Una signorina bruna, dagli occhi neri, ci accolse sorridente ed espansiva. A suo fratello, in tutta evidenza il direttore dell’albergo, consegnammo le nostre tessere. La stanza n. 1 era bella, accogliente e luminosa. In silenzio: “Anche la signorina”. Sorrisi tra me e me. Non ricordo bene cosa mi venne alla memoria in quel momento, ma sorrisi. La finestra della stanza dava proprio su di una strada secondaria interna. Ogni tanto sentivamo una voce, un rumore di passi ritmati con gli zoccoli marinari. Dialetti di paesi, diversissimi tra lor. Lingue straniere talvolta nettamente incomprensibili. Quindici minuti di riposo soltanto dopo aver di nuovo sbagagliato. Lasciammo la chiave sul banco, salutando. La signorina era sparita. Alla ricerca di un ristorante anche se era abbastanza tardi per il pranzo. La passeggiata di Ponza e i suoi localini, semichiusi nel caldo della controra. Ristoranti zeppi, senza un solo posto libero. Ora del pomeriggio imprecisata. In un angolo della strada principale alcuni tavoli liberi di una dozzinale trattoria. L’appetito doveva essere molto, se la scostumatezza e la gaglioffaggine del trattore non ci indusse a scegliere un nuovo ristorante. Avremmo però dovuto aspettare che si liberasse qualche posto. Certo, era proprio screanzato. I suoi modi non prevedevano nemmeno lontanamente la consueta ipocrita leziosità dei ristoratori. Ricordo di averne conosciuto anche altri così. In un’altra isola a me più familiare. Persone così dovrebbero avere una lezione di normale cortesie e bisognerebbe revocar loro la licenza. Dimostrava di non aver letto o nemmeno orecchiato alcun trattato di belle maniere, né di aver studiato per diventar quel che era. Egli aveva a sua volta però impartito lezioni di vita al suo garzone, che era altrettanto ruvido e rozzo; il giovanotto aveva in tutta evidenza tratto buon profitto. Sia nel parlare che nell’agire non faceva che imitare il suo padrone, a volte superandolo. Chi non doveva proprio stargli dietro, essere una discola ed un’ingrata era una donna di mezza età, forse la moglie, forse una sorella, che aveva solo un aspetto un po’ cattivo, burbero ma utilizzava buone e gentili maniere. Mostrava talvolta di volersi adeguare forse per reazione ma in fondo restava quella che era. Trovammo un tavolo libero, all’ombra. Qualche attimo dopo si aggregarono altri avventori, si sedettero ad un tavolo accanto al nostro, all’ombra anch’esso. Lui, un signore sulla quarantina, dalla corporatura grossa, forse con una gran voglia di restare scapolo o forse con moglie e figli abbandonati su qualche spiaggia lontana; dall’occhio, che non spiega niente, di chi ha sonno e vuol rimanere sveglio, con una stanchezza nelle ossa da troppe faticose veglie. La sua voce calda e melliflua cercava di convincere. Le sue labbra, per tutto il tempo che lo guardai, non si atteggiarono mai a sorriso. Lo immaginai al posto di lavoro, quel porco. Non sembrava vivere altro che per il piacere. Lei, donna biondastra più che castana, dalle carni grasse più che robuste, labbra sensuali, gote leggermente arrossate, occhi chiaramente insignificanti, naso grosso e fronte spaziosa, frignava capricciosa per chissà cosa. Neanche un sorriso. Lacrime trattenute a forza. Parlava nervosa, balbettante e semi-singhiozzante. Parole calde, untuose, quelle di lui. Incomprensibili, di lei. Intervalli silenziosi di tregua. Poi davanti ad un piatto di spaghetti alla marinara sembrò acquietarsi, la bambina. Con il suo giocattolo ormai rotto. Io non ho voglia di un amore così. Preferisco essere solo, ho meno paura della solitudine.

 

I GIORNI . fine parte 13 …. continua….

 

fernando_botero_142_picnic_1999

 

VIAGGIATORI – una serie di racconti – GUGLIELMO IL CONQUISTATORE parte 2

CINA

GUGLIELMO IL CONQUISTATORE  – parte 2

 

I suoi interessi prevalenti erano tutti concentrati sugli studi. Esprimeva chiaramente con accenti molto vicini alla megalomania ambizioni smisurate: non le tenva mai celate. E tutto questo gli attirava naturalmente invidie, gelosie ed ironie che non scalfivano minimamente il suo “morale”.

Se a qualcuno venisse in mente che si trattasse di un allievo monocorde si sbaglierebbe alla grande: Guglielmo non si sottraeva né all’impegno “sociale” (collaborava con l’Agenzia del Lavoro per motivare scolasticamente i suoi connazionali in difficoltà ma non intratteneva mai a livello personale rapporti con la sua “gente) né a quello “politico” (era impegnato in uno dei maggiori partiti della Sinistra).

Ogni ragazzo, in quella fase della crescita, attraversa il periodo dell’innamoramento. Guglielmo raramente parlava di ragazze, considerava una perdita di tempo l’approccio, il corteggiamento e la relazione amorosa. Aveva obiettivi precisi ma diversi, e non in relazione a preferenze di tipo sessuale. Spesso ne trattò con il suo docente di Italiano e Storia,  che lo aveva quasi adottato prefigurando i più che eccellenti traguardi e sollecitandolo, incoraggiandolo in quella direzione. Fra le funzioni pedagogiche del docente ve ne è certamente quella prioritaria di sostenere e promuovere coloro che evidenziano difficoltà, permettendo loro di raggiungere e superare la sufficienza, ma vi è anche quella di stimolare ed incentivare, coltivare le eccellenze. Sarebbe delittuoso e drammatico portare avanti soltanto una di queste funzioni.

E tutti gli anni, sia in terza che in quarta, i risultati scolastici di Guglielmo sono stati ottimi con punte di eccellenza. Non solo ma per confermare le sue ambizioni, alla fine del quarto anno ha scelto di fare un colloquio telefonico (interview) per entrare ad una delle più prestigiose università internazionali nel settore degli studi economici, l’ Harvard University.

E ce l’ha fatta; anzi se confermerà l’eccellenza al termine del corso di studi, gli sarà concessa anche una “borsa”.

Un anno intenso, l’ultimo, caratterizzato da tanti altri problemi: l’assenza della madre, che è ritornata in Cina; la crisi lavorativa che va mettendo in difficoltà la piccola azienda del padre, un omino piccolo piccolo riservato e modesto come la maggior parte della sua gente ma completamente diverso dallo spumeggiante ed estroverso carattere del figlio; la tensione diffusa sia fra gli allievi che fra i docenti tesi al perseguimento dei massimi obiettivi nel corso dell’ultimo anno. Guglielmo è in maniera sorprendente il più insoddisfatto di tutti; lui vorrebbe per sé considerazioni ed attenzione particolari e sempre più spesso va in tilt. L’anno che doveva essere l’apoteosi della sua storia scolastica, l’apice, il culmine si va rivelando un “calvario” di sofferenze.

Anche la classe ne risente ed i conflitti scoppiano.

E’ perciò sempre più nervoso, Guglielmo. Ce l’ha anche con alcuni suoi parenti che a suo dire sono ricchi sfondati ma altrettanto avari e non aiutano nel momento del bisogno suo padre, che va meditando di ritonare in Cina,  a risollevarsi. Guglielmo glielo ha detto, non lo seguirebbe, e gli chiede di resistere ancora qualche mese. Egli poi andrebbe  negli Stati Uniti a studiare. Tutto ciò lo snerva: sta rischiando di mandare all’aria tanti dei suoi sogni, i sacrifici che ha fatto.

 

GUGLIELMO IL CONQUISTATORE – parte 2

 

harvard

 

 

VIAGGIATORI – una serie di racconti – I GIORNI 1972 parte 12

I GIORNI è un lungo racconto scritto agli inizi degli anni Settanta e pubblicato nel 1972 – esso risente inevitabilmente della crisi tardo-adolescenziale di un ventenne – ho apportato soltanto lievissimi e non essenziali ritocchi – è la storia di un viaggio fuori e dentro l’esistenza del protagonista. Il fuori è tutto ambientato a Ponza; il dentro è dislocato in varie parti (Campi Flegrei – Procida – Assisi) – alcuni amici mi hanno chiesto di pubblicarlo e li sto accontentando. Spero possa essere letto e compreso da altre persone, anche se mi rendo conto che si tratta di un testo molto autoreferenziale. (Giuseppe Maddaluno) 019_19   I GIORNI 1972 – parte 12 Pagammo la notte in albergo. Ce ne indicarono un altro. Eravamo tornati con il nostro carico di pietre e conchiglie “preziose” e con la nostra angoscia che di continuo reprimeva la gran voglia di vivere. Non eravamo in piena forma. Esserlo, quando la vita ti regala tante delusioni, è difficile. E più vai avanti, più devi fingere di ginorare, nell’attesa che qualcosa cambi. La gente, infatti, ti asslirebbe o, perlomeno, ti ignorerebbe, se portassi dovunque nel volto i segni del tuo umore. E così ognuno di noi, che recita la sua parte di quello che non è, è destinato a tormentarsi nel buio, è portato a non trasmettere ad altri i suoi problemi e così raramente si confida. Così tra noi. Forse gli stessi problemi, le stesse soluzioni, ma nemmeno un po’ di forza, un po’ di volontà. Al momento di entrare in scena, l’attore si dà una riaggiustatina, si adegua al tuono del suo ruolo e vi si compenetra. Mille volte entriamo in scena nella nostra esistenza, mille volte fingiamo una vita che non è la nostra, godendo temporaneamente nell’essere diversi. E gli intervalli sono duri. Cento volte ti illudi di aver toccato la perfezione nella finzione, lo credi. In fondo c’è anche in quell’attimo del marcio. Puoi ignorarlo. Tirare avanti. Ma il marcio ti contagia, ti lasci contaminare con sottile piacere, ti si attacca, si aggrappa sul tuo corpo. E non tenti neanche di purificarti, preferisci ignorare. Questo è il destino dell’uomo, ed è la sua fine. Se lo è sempre stato, vorrà dire che l’uomo non è mai iniziato ad essere tale. La gente si chiedeva cosa fossi io per lei. A dir la verità, io lo sapevo, ma fingevo di no. Ero qualcosa con cui giocare. Lei per me era stato tutto, era. Poi scopri e senti che non è bello dividerla con altri, anche se da parte mia soltanto con il pensiero. Avevo rinunciato ugualmente con molto dolore, ma ho finito per fare un’ottima elegante figura. Ora lei attenderà certamente che io mi muova di nuovo, ma io mi accontento della bella elegante figura. E poi, adesso, non ho più niente da dire, sono completamente ed irrimediabilmente vuoto. Ho dimenticato tutto. Ho tentato. Meglio di così non potevo sperare. In fondo, sento davvero che chi ha perduto non sono io. Ho guardato dietro di me e ho rivisto tutto. E adesso non m’importa niente più, né di te, né di altri. Ti ho amata, così come ho amato tutte le altre “cose” che ho avuto, ho “amato” sempre. Meglio non rivederti più. Lo so che è praticamente impossibile, per ora. La tua voce, quella dei tuoi. Riascoltarla. Ed il ritorno di una gran voglia di te. Nostri sguardi veloci. Sentimenti dal passato che rapidi ritornano e si dileguano. Meglio non rivederti più. Meglio non rivederci.

Fine parte 12 – continua….

sticchi

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 8

PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 8

C’era qualcosa che la incuriosiva e facendosi coraggio dentro senza esprimerlo fuori si avvicinò al fratello abbracciandolo ed accoccolandosi accanto a lui saettò con le pupille sulla foto. Quel giovane era molto bello, il suo sorriso dolce e delicato quasi vicino a quello di alcuni angeli che aveva guardato ammirato e sognato nelle immagini sacre nelle chiese di Procida; Mimì non era fesso, se ne accorse e disse: “Tina, te piace? È ‘nu bravo guaglione, ‘nu grande lavoratore; nun se ferma maie. Nun cucina sultanto, fa tutto chello ca i superiori gli diceno; è bbravo a fà ‘o carpentiere e quindi aggiusta tutt’ ‘e scialuppe e a Puzzule ha fatto pure ‘o piscatore; però nun saccio se a Puzzule tene ggià ‘na guagliona. Nun t’allummà.”.

Tina, la minore, era la più coccolata dai fratelli e dalle sorelle e possedeva una grazia minuta, occhi grandi di color marrone ed una grande voglia continua di cantare e di danzare mentre svolgeva i suoi lavori domestici che erano assegnati a lei; gli altri lavori, quelli di campagna e l’accudimento degli animali, erano appannaggio delle altre sorelle, più robuste ed esperte. Sognava, invece, e aspettò il 15 aprile per vedere di persona come era quel ragazzo. Lo aspettò anche un po’ guardando dall’alto del tetto di casa la costa lontana oltre il Capo Miseno, là dove c’è Pozzuoli. Lello sarebbe arrivato di buon mattino, venerdì, quando a Procida c’è la processione del Cristo Morto, transitando attraverso Torregaveta con la Cumana.

Lello a Pozzuoli era arrivato la mattina di martedì 12 insieme a Umberto e a Mimì, che si era subito imbarcato per arrivare a Procida prima di pranzo. Umberto abitava sul Lungomare verso le Terme “La Salute”; la famiglia di Lello invece che fino a pochi anni prima aveva abitato alle spalle del Corso Garibaldi in un seminterrato molto modesto si era trasferita alle nuove Palazzine popolari alla base della Ferrovia nazionale ed a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio lungo la Domiziana. Don Peppino e donna Rosa avevano cinque figli, 3 maschi e 2 femmine e riuscivano a stento ad andare avanti. Lello era il maggiore ed era l’unico ad essere stato arruolato; degli altri maschi uno era proprio piccolo a quel tempo e l’altro pure, ma di statura, per la qual ragione era stato esentato dal servizio militare, il che era una fortuna perché poteva contribuire al reddito della famiglia.

Don Peppino era abile carpentiere di barche: Lello aveva imparato da lui. Lello era il figlio prediletto soprattutto per il suo comportamento integerrimo e la grande disponibilità a farsi in quattro per la famiglia. In città la vita era più dura per tutti rispetto a chi abitava in campagna e spesso si soffriva la fame per cui bisognava andare verso l’interno (Toiano, Quarto, Monte Ruscello) per cercare di comprare a prezzi i più convenienti materie prime, non importava se di scarto e di pessima qualità. A pranzo, però, ora che c’era Lello donna Rosa aveva preparato “fasule e pasta” perché sapeva che a Lello piacevano e non sapeva che anche a bordo lui li cucinava molto spesso e li proponeva ai suoi compagni; per di più, in cambio di un lavoro su una barca da pesca, a don Peppino avevano regalato dei polpi e per questo a casa di Lello era una vera festa quel giorno, doppia.

fine parte 8 – continua

g080_olivetti_case

GiuseppeMaddaluno-150x150

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – PARTE 7

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – PARTE 7

A tavola erano in otto, quella sera. Mancava uno dei giovani maschi, Michele, che già da tempo aveva deciso di andare a vivere da solo; ritornava di tanto in tanto più per necessità che per vero senso di appartenenza familiare, ed era un po’ un isolato, forse misogino, inadatto a vivere in una comunità con la prevalenza femminile. C’era aria di festa; Domenico era tornato per un breve congedo dal servizio militare. Come si conveniva ad un lupo di mare era stato arruolato nella Regia Marina, Corpo Reale Equipaggi Marittimi, prima sul’incrociatore Garibaldi fino al marzo del 1938 e poi sul cacciatorpediniere Ostro. Erano vicine le festività pasquali e si respirava un’aria di primavera inoltrata; non aveva molti giorni ma avrebbe partecipato alle funzioni della Settimana Santa, quelle del giovedì, il 14 aprile e del venerdì, di certo; ma doveva far ritorno la mattina del sabato per consentire ad altri suoi compagni di poter andare in congedo. Era fortunato perché a Procida quella settimana ha un forte connotato religioso innervato nella realtà sociale: tutti, in modi diversi, vi partecipano.
“Comme te va, Mimì, te veco ‘nu poco dimagrito” disse Vincenzo, il capofamiglia con un paio di baffoni curati alla Umberto I e seduto in cima al tavolo largo e capiente. “Nun te fanno mangià comme a casa; ma chi è che te cucina?”. Mimì sorrise e, tra una cucchiaiata di minestra di fagioli bolliti nel tradizionale fiasco e poi conditi con patate, erbe, cipolle e cotica, di quella conservata in gelatina con una parte di carne di maiale, mise le mani nel giubbotto che aveva appoggiato dietro la spalliera della sedia e ne tirò fuori un portafoglio dal quale estrasse alcune foto. “Ecco, qui simmo in libera uscita, a Taranto” mostrando la sua divisa ancor più elegante nel suo portamento di giovane poco più che ventenne “e comme vedite c’è tanta ggente, tanta bella ggente, tante gguaglione ca ce guardano e, insomma, ce stà da fà” fece con orgoglio maschile. “Chest’ata fotografia è a bordo, eccolo qua, chillo ca ce fa da mangià” e mostrò un giovane dal sorriso aperto “ è nu guaglione de Puzzule, Lello; pur’isso è in congedo e forse, ci aggio ditto io, me vene pure a truvà, venerdì, e po’ ce ne iammo assieme”. La famiglia di Mimì era molto ospitale ed accolse con piacere l’annuncio della visita di chi, alla fine, si curava del benessere del loro congiunto. “E che cucina?” chiese la maggiore delle sorelle, forse curiosa forse invidiosa di un ruolo che aveva da tempo assunto con perizia. “Di tutto; però, basta che sape fà nu bbuono raù, ‘na bbona frittura, nu poco ‘e carne e quacche vvota ‘na bella ‘nsalata e a nnuje ce basta. Nun te preoccupà, Agnesì; a tte nisciuno te batte”. La madre Rachele gioiva solo al vederlo, quel figliolo, seduto in mezzo a loro, e non parlava. Mimì parlava con il padre e con le quattro sorelle scambiava poche parole, tanto erano esse riservate e di conseguenza silenziose. La più piccola era intimidita da quel fratellone grande e grosso ma aveva gettato lo sguardo, mantenendosi lontana, su quella foto nella quale c’era il “cuciniere” di bordo

FINE PARTE 7

563537_329377607150335_456347080_n