MI PIACCIONO I FILM DI FRANK CAPRA di Maria Caterina Magliocca – Festival della letteratura POZZUOLI-BACOLI-MONTE DI PROCIDA 2628 SETTEMBRE

MisenoVilla Cerillo

Una ventata di ottimismo di fronte alle tragedie quotidiane è quanto si respira già a leggere il titolo dell’ antologia di racconti che ho appena terminato. “Mi piacciono i film di Frank Capra – mandami storie a lieto fine” di Maria Caterina Magliocca – 2014 Valtrend Editore contiene molte parole che mi rappacificano con la realtà negativa: intanto “mi piacciono” indica il piacere (al contrario del dolore, della sofferenza); “lieto fine” non ha alcun bisogno di un difensore; e poi c’è “Frank Capra” che è nel Cinema il sinonimo di “ottimista”, un ottimismo che si ritrova anche in alcuni titoli come “La vita è meravigliosa” interpretato da un solare James Stewart o in “E’ arrivata la felicità”. Non mi dilungo su questo terreno sul quale ho competenze specifiche. Il titolo si riferisce alla omonima poesia di Nazim Hikmet Ran che l’autrice riporta per intero a pagina 7. I tredici racconti suddivisi in tre distinti capitoli (“Bianco e nero” (2), “Migranti” (5) e “Caro diario” (6) hanno l’indubbia tendenza a cogliere proprio il “lieto fine” anche se attraversano sentieri pericolosi e selvaggi prima di arrivarci. Si prenda ad esempio il primo “Il sogno di Ilia” che si ispira liberamente ad un evento che nel marzo del 2005 aveva coinvolto gli abitanti di Cavallerizzo, un piccolo borgo in provincia di Cosenza: una frana. L’autrice, utilizzando una struttura narrativa coinvolgente, vuole mettere in evidenza, in particolare, la dignità di quelle persone (circa 700) che non si lasciarono blandire dai mass media per estrinsecare i mille e più buoni motivi per protestare e “piangere miseria”. Il secondo racconto (“La corsa”) è costruito con un ritmo concitato nella prima parte, ambientata a Napoli nei giorni gloriosi della rivolta contro i nazifascisti (le mitiche Quattro giornate); la seconda parte è leggermente più pacata, anche se la tensione è sempre alta, grazie ad un’ ambientazione idilliaca e bucolica che viene interrotta da un’incursione(si può dire) tragicomica dei soldati tedeschi. La sezione successiva è dedicata al tema “Migranti” ed in essa i temi della multiculturalità vengono posti al confronto con i permanenti pregiudizi e la sempre più complessa e difficile realtà. Colloquisoliloqui caratterizzano “Amiche” e “Vite al margine” dove viene descritta una porzione di realtà che di solito vediamo solo “marginalmente” passando a piedi ma molto di più con i mezzi di locomozione che non permettono di osservare a lungo ciò che accade; per l’appunto “la Vita”. E così in “Viaggio in Italia” dove il ruolo si capovolge e la narratrice diventa “straniera” anche se con un ruolo di “educatrice”. “A casa” tratta proprio dei pregiudizi atavici che spingono un genitore, egli stesso emigrato dall’Italia alcuni anni prima, a non accettare che il figlio decida di vivere con una giovane “originaria” della Tunisia. In “Sud” c’è un ritorno a casa, alle radici; un tentativo lento ma progressivo di riappacificarsi con la propria terra (“Partire è facile, andarsene dai luoghi delle origini e poi disprezzarli ci viene naturale. Il coraggio è necessario per restare!”). La terza sezione è “Caro diario” e sono degli appunti che analizzano vari aspetti, dal ricordo stilato in un Diario nel racconto “Stelle” che la nonna Kitty della nascita della prima nipotina Giordana (12 novembre 2005) e l’attesa della nascita della seconda nipotina, Caterina (11 agosto 2010) a “La casa dell’acqua” nel quale la capacità narrativa della Magliocca emerge come fondamentale necessità vitale di tipo esistenziale; c’è qui un collegamento non del tutto chiaro con il secondo racconto ma la conclusione è illuminante in relazione alle ragioni che ci (mi inserisco anche io nel novero di “chi scrive”) spingono a scrivere: “Ma loro (i bambini n.d.r.) questa storia non la conoscono: bisognerà raccontargliela. Perché sono convinta che oltre a conservare oggetti e muri o perpetuare nomi, riti, gesti, è il raccontare storie che dà senso e continuità al tempo che passa”. Se permettete, salto all’ultimo racconto (“Libri”)che ha proprio il senso di una conclusione programmatica che annuncia una prossima impresa editoriale anche se sotto forma di un “sogno”. Io spero sinceramente di poter leggere qualcosaltro della Maria Caterina Magliocca nei prossimi mesi. Ha una scrittura elegante e capace di affrontare tematiche serie in modo lieve e coinvolgente.

“IL MIO MESTIERE” (Natalia Ginzburg): CHE COSA SIGNIFICA SCRIVERE? Di Federica Nerini

Federica NeriniGinzburg 2

“IL MIO MESTIERE” (Natalia Ginzburg): CHE COSA SIGNIFICA SCRIVERE?

Di Federica Nerini
“Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo nella mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia. Questo è il mio mestiere e lo farò fino alla morte”, così Natalia Ginzburg definiva il suo duro e adorato lavoro: una ragione in più per vivere. Fin dall’antichità l’uomo ha avuto sempre l’esigenza di scrivere storie, miti, leggende solo per la gioia di ascoltare, di essere qualcun altro, e per esistere in modo diverso. Quindi la “voglia di scrivere” nasce con l’uomo, e “il desiderio” non ci deve di certo meravigliare.
Ma perché alcuni mentre scrivono, si illuminano di luce propria e ci fanno sognare altre vite, vivere in altri mondi e catapultare in altre ere? Bravura innata o potere donato da Dio? Noi nel momento in cui scriviamo aspiriamo al silenzio, alla vita, alla libertà e alla nostra felicità individuale, poiché ci liberiamo da ogni tristezza e melanconia. “Scrivere” è come andare dallo psicoanalista, infatti la Ginzburg afferma: “Quando uno scrive un racconto, deve buttarci dentro tutto il meglio che possiede e che ha visto, tutto il meglio che ha raccolto nella sua vita. E i particolari si consumano, si logorano a portarseli intorno senza servirsene per molto tempo”. Quindi, scriviamo noi stessi: ci allontaniamo e ci avviciniamo lentamente alla nostra persona. Il narrare è un flusso che proviene dall’inconscio e dall’anima dello scrittore; come le onde marine ritornano sempre nello stesso punto del bagnasciuga, anche le parole si accendono quanto più arriviamo a sfiorare l’Io, solo quest’ultimo è padrone delle nostre storie, soltanto lui saprà fin dove arriveremo e la nostra fine. L’unico problema è che il paziente comune racconta la sua vita soltanto allo psicoanalista junghiano di turno, mentre lo scrittore narra la sua “epopea” a tutte le future generazioni, inclusi noi. Per questo, sovente è bello scrivere, ma anche leggere fa la sua parte.
Il mestiere dello scrittore è un vero e proprio lavoro, perché implica uno sforzo intellettuale sovraumano, indi per cui è giocoforza definirlo non un “mestiere”, come lo definiscono in molti, bensì una “fatica” in senso vivo, interno e perturbante. In napoletano “lavoro” si traduce con ‘a fatìca proprio per indicare la sofferenza fisica a cui il lavoratore deve sottostare; ci deve essere il “trabajo”, come dicono gli spagnoli: l’anima si deve staccare dal corpo per la pena, il tormento e la fatica. Il sostantivo partenopeo ci fa capire la vera ragione dell’essere scrittori, la Ginzburg a tal riguardo scrive: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca […]. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi”.
La maggior parte degli scrittori sono “artisti” infelici e spiegherò il perché. Possiamo infatti dire che le persone felici non fantasticano mai, lo fanno solo gli insoddisfatti. Ciò che rappresenta il “motore immobile” delle fantasie sono i desideri insoddisfatti, ed ogni singola fantasia è la realizzazione di un desiderio, una correzione della realtà insoddisfacente. I creatori di storie cercano di captare se stessi, la realtà, gli altri, inglobando ogni istanza nell’inconscio, per poi iniziare la produzione enucleata dentro loro stessi; questo è al centro del “meccanicismo artistico”: la volontà, l’insicurezza, l’infelicità, la solitudine e la bramosia della realizzazione. Il godimento del piacere, scaturito dalla fantasia con il soddisfacimento dei desideri inconsci, è alla base del “processo creativo”. Le fantasie sono come quelle molle elicoidali che si danno ai bambini quando sono piccoli, apparentemente sono prive di potenza, ma basta il minimo movimento per trasformare il potenziale in un dinamismo eccelso. Ecco, la creatività è una molla, e come ogni oggetto “nuovo” bisogna saperlo usare e non abusarne. Addomesticare la creatività di ogni artista è come avere a che fare con le belve selvatiche: è un processo arduo ed acuto, infatti non tutti gli artisti sono riusciti a manovrare questa “istanza oscura” e alcuni hanno fatto una brutta fine. Il tema in questione è affrontato non solo nella teoria freudiana, ma è anche contenuto in un saggio di Hanna Segal, psicoanalista britannica chiamato Delirio e creatività artistica: “Ma, come in ogni opera d’arte, il romanzo contiene anche la storia della sua stessa creazione ed esprime i problemi, i conflitti e i dubbi sulla stessa creatività dell’artista. L’angosciosa domanda che l’artista si pone è: Il mio lavoro è una creazione o un delirio?”. La produzione artistica è un vero è proprio delirio secondo la Segal, e noi non dobbiamo certo stupirci, poiché il progetto creativo vive ed è dato dalla catarsi sistematica generata dai ricordi e dalle esperienze dell’io. Si scrive quello che si prova in quel determinato momento, infatti veniamo “posseduti” dalla nostra stessa anima e influenzati dagli eventi accaduti: “Ma l’essere felici o infelici ci porta a scrivere in un modo o in un altro. Quando siamo felici la nostra fantasia ha più forza; quando siamo infelici, agisce allora più vivacemente la nostra memoria. La sofferenza rende la fantasia debole e pigra; essa si muove, ma svogliatamente e con languore, come i deboli moti dei malati […]. Ci è difficile distogliere lo sguardo dalla nostra vita e dalla nostra anima, dalla sete e dall’inquietudine che ci pervade” (Natalia Ginzburg).
Per ogni grande scrittore i momenti in cui scrive sono vissuti con grande intensità, basti pensare a Gustav Flaubert, il quale giunto nel momento di uccidere Madame Bovary, immaginò la sua agonia con tale intensità da sentire il gusto dell’arsenico nella sua bocca fino al punto di vomitare; egli su questo scrive: “perché, bene o male, scrivere – non essere più se stessi, muoversi in un universo di propria creazione – è una cosa deliziosa. Oggi, per esempio sono stato uomo e donna, amante e amata, sono stato a cavallo in un bosco, in un pomeriggio d’autunno, sotto le foglie gialle, ed ero i cavalli, le foglie, il vento, le parole che si dicevano e il sole rosso che faceva socchiudere le loro palpebre pesanti d’amore”. È un mestiere che si nutre di cose orribili, ma anche di cose bellissime.
Chi scrive è figlio del silenzio. Esso è essenziale per narrare. I personaggi dei romanzi classici da noi conosciuti parlano per ingannare il silenzio. Proust per tutto il tempo della “Recherche” è stato in una stanza imbottita da pareti di sughero, quasi in preda ad una crisi di isteria; Franz Kafka detestava ogni minimo bisbiglio, colpo di tosse, l’infinitesimo sussurro, il fruscio delle foglie che si disperde nell’aria, il lieve canto dei passeri solitari; perché qualunque cosa succeda è il suono che distingue la vita dalla morte, ed è il rumore l’archetipo distintivo della vita. “Voleva essere talmente chiuso, sbarrato, tagliato, abbandonato dal mondo: voleva altissimi e impenetrabili muri, come quelli della camera di Gregor Samsa o della cantina dove sognava di scrivere” (Pietro Citati). Del senso di colpa, del senso di inferiorità, del senso del panico, del silenzio, qualcuno cerca in qualche modo di guarire, debellando queste “malattie mortali”. Perché desideriamo così tanto il silenzio? Vivere significa saper “ascoltare” e “sopportare” la nostra cacofonica melodia di vita.
Se studiassimo le regole del “fantasticare”, capiremmo che noi tutti siamo potenzialmente degli scrittori, solo che molti passano la vita senza accorgersene, ed è per questo che esisterà sempre l’infelicità. Ma che cos’è la “fantasia” se non una continuazione di un gioco infantile? Che cosa sta alla base della sfera creativa? I poeti e gli scrittori sono degli eterni bambini: i narratori giocano con i loro trenini e le narratrici con le loro bambole, per sempre, per tutta la vita. Ed io, non smetterò mai di osservarli.

LA MERAVIGLIOSA STORIA DEL TRAPIANTO DI CUORE A NAPOLI – 3 OTTOBRE ORE 17.00 POZZUOLI – PALAZZO TOLEDO – invito ed anticipazione di commento

La meravigliosa storia del trapoianto
Venerdì 3 ottobre a Pozzuoli ore 17.00 presso la Sala polivalente del Polo Culturale del cinquecentesco Palazzo Toledo in via Pietro Ragnisco 29 verrà presentato il libro “La meravigliosa storia del trapianto di cuore a Napoli” 2014 Tullio Pironti editore, scritto da Maurizio Cotrufo e Gian Paolo Porreca, due importanti docenti universitari dei quali si allega in calce a questo post il curriculum. A presentare autori e libro ci sarà lo scrittore Maurizio De Giovanni ed il giornalista Ettore De Lorenzo, che svolgerà il ruolo di moderatore.
Nei prossimi giorni leggerò il libro e lo commenterò. Vi allego soltanto alcuni brani, così come riportati dall’invito che mi ha inviato il mio carissimo amico Flavio Cerasuolo, anch’egli cardiochirurgo, organizzatore dell’incontro.

«Quella mattina si doveva andare a Positano con il tuo gozzo. Eravamo tutti pronti per partire quando arrivò la telefonata dal “Monaldi”.
C’era il cuore pronto per il trapianto.
Fu una corsa a cambiarsi, lasciare il costume e infilarsi gli abiti d’ordinanza. Giacca in pieno agosto e borsa da lavoro; quella borsa che per il pittore
diventa scrigno di cuori in mano al professore, sotto il sole cocente della banchina del porto di Capri in attesa dell’aliscafo. Una tempera a cui sono molto affezionato […].
Era il 1988 e stavano chiamando dall’ospedale. C’era il cuore…
“C’è il cuore, c’è il cuore, c’è il cuore”, questa era la frase sussurrata che ci passavamo l’un l’altro, dopo averla appresa.
Maurizio doveva partire.
Ciao Maurizio, buona fortuna […]».

(dalla Prefazione di Gianni Pisani)

«Sono le 11.00, squilla il telefono in direzione.
A Barcellona un incidente stradale ha destinato un giovane studente a donare gli organi, è AB Rh positivo, il cervellone europeo non trova altri possibili riceventi compatibili se non il Sig. XY di Ponticelli, in lista d’attesa a Napoli.
“Non vi è tempo da perdere”, gli comunicano.
“Concedetemi almeno 30 minuti”, risponde.
Non trema, è lucido e vigile: è certo il peggior candidato per un primo trapianto, 65 anni, il diabete, la broncopatia, le arterie della gamba malate, Barcellona è lontana e quattro ore di ischemia possono danneggiare il cuore, un insuccesso sarebbe una pietra tombale per il programma.
Riflette, è forse l’ultima occasione concessa al paziente, la piazza attende la gloria, il mare di Napoli è azzurro e sereno, il Vesuvio gli sorride, il poker della domenica è stato fortunato […]».

Maurizio Cotrufo, nato a Napoli nel 1938, dopo la laurea in Medicina, è stato assistente ordinario nell’Istituto di Semeiotica Chirurgica dell’Università di Napoli, diretto dal Prof. Giuseppe Zannini.
Nel 1966 ha vinto una fellowship presso la Baylor University di Houston, Texas, dove ha completato un programma di training in Chirurgia Cardiovascolare, sotto la guida dei Proff. DeBakey e Cooley.
Ordinario di Cardiochirurgia dal 1974, fino al pensionamento ha diretto l’Unità Operativa Complessa di Cardiochirurgia della Seconda Università di Napoli, che nel 1979 si è trasferita attraverso atto convenzionale presso l’Azienda Ospedaliera “V. Monaldi”.
Durante il suo percorso ha fondato e diretto la Scuola di Specializzazione in Cardiochirurgia, il Dottorato di Ricerca in Discipline Cardiopolmonari, il Dipartimento Universitario di Scienze Cardiotoraciche e il Dipartimento Ospedaliero di Chirurgia Cardiovascolare.
Presidente della Società Italiana di Chirurgia Cardiovascolare nel 1982, dell’Associazione Europea di Chirurgia Cardiotoracica nel 1992, ha fondato e presieduto il Collegio dei Professori Universitari Italiani di Cardiochirurgia.
È autore di 12 monografie e 530 pubblicazioni a stampa.
Nel 1988 ha eseguito il primo trapianto di cuore nell’Italia Meridionale e Insulare.
Nel 1992 è stato insignito della Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per la Sanità Pubblica. Dal 2010 è Professore Emerito di Chirurgia Cardiaca presso la Seconda Università di Napoli.

Gian Paolo Porreca è nato a Napoli nel 1950.
Professore aggregato di Chirurgia Vascolare presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, svolge la sua attività assistenziale presso il Dipartimento di Chirurgia Cardiovascolare e dei Trapianti dell’Azienda Ospedaliera “V. Monaldi” del capoluogo campano.
Scrittore ancor prima di indossare il camice bianco, nel solco della grande narrativa partenopea degli anni Sessanta (Prisco, La Capria, Compagnone), ha esordito con A Gerben, con simpatia(Schettini, 1975), scritto a soli 19 anni. Ha pubblicato successivamente la raccolta di raccontiUna stagione fiamminga (Alfredo Guida, 1992); il romanzo Ti raccomando Raas (Limina, 1996);Pantani e io (Limina, 1999); Chiedimi chi era Merckx (Castelvecchi, 2013) e L’estate di P. ed altri racconti aurunci (Ikone-Byblos, 2013). Ha inoltre curato un volume di saggi in memoria di Luigi Compagnone.
È stato premiato in diversi concorsi letterari, dai Premi Coni ’78, ’86 e ’93 al Selezione Bancarella Sport ’93, dal Teramo ’69 al Domenico Rea – Isola d’Ischia ’97, al Premio Benevento 2000.
Giornalista pubblicista dal ’96, è collaboratore del quotidiano «Il Mattino».

“DICI TU…Titolo provvisorio” di Riccardo Imperiali di Francavilla – Festival della Letteratura nei Campi Flegrei

Dici tu titolo provvisorio

Festival Pozzuoli

Si parte da un prestesto, pre-testo, da un’occasione, un tema anche banale (il termine non ha accezione necessariamente negativa, a meno che qualcuno non abbia la consapevolezza che lo stesso Dio che ci ha creato dal banale semplice “fango” non abbia fatto nulla di buono), ordinario (è meglio), consueto, di quelli da cui non penseresti mai si possa iniziare a scrivere un racconto decente o un romanzo, e ci si diverte a far venir fuori una serie di riflessioni, di “scatole cinesi” dove ad ogni modo la sorpresa è nel nocciolo, nella parte finale. A dirla con Gambardella (“Vinicio Sparafuoco…”) è come i fuochi d’artificio: si parte con una certa lentezza, con nonchalance per arrivare al “gran finale” (e qui ovviamente non sono maestro, se “maestro” di qualcosa io lo sia). Sto parlando di “Dici tu…Titolo provvisorio” di Riccardo Imperiali di Francavilla 2014 Tullio Pironti Editore, 19 racconti che invito tutti a leggere sia che vi siete arrabbiati ed avete bisogno di ritrovare la pace vostra, sia che siete tranquilli e volete divertirvi e rilassarvi. Non si pensi tuttavia ad una lettura solo rilassante, leggera; c’è della indubbia sostanza nell’autore che, da quel che mi viene detto, ha ritrovato la strada perduta ed a mio parere è bene che la continui. Tutto quello che si è accumulato con l’esperienza umana e professionale potrà continuare a confluire nella produzione letteraria. In questa riflessione inserisco la mia presunzione aggiungendo che i racconti di Riccardo Imperiali sono indirizzati ad un pubblico intelligente e pronto a coglierne le sfumature eleganti. In effetti non sono, lo accennavo all’inizio, dei veri e propri racconti; sembra quasi che da un cilindro l’autore ricavi i temi su cui “ricamare” un ragionamento. Prendete ad esempio, ma solo ad esempio il primo racconto “Due palle” e ci troverete l’anima napoletana (“Napoli è questa: una banale spesa che diventa teatro, chiacchiera, finzione, gioco, una continua presa in giro reciproca, vita.”) Ed era “Maestro” in questo Eduardo De Filippo che giocava frequentemente sulle “banalità” (oh Dio, nuovamente questo termine!): ve lo ricordate il “caffè in “Questi fantasmi”? Nel leggere,poi, si avverte la voce dell’autore con la sua pacata ironia, forse necessitata anche dalle problematiche non sempre positive della quotidianità (se non si sorride cosa rimane? La disperazione) che viene stemperata proprio con una sottile pacata arguta ironia. L’autore infatti riesce a “…fare assurgere a problema esistenziale anche episodi improvvisi come fontane divelte al centro della città, in ora di punta, fuori al supermercato” (“La fontana del Comune”). E, se leggete “Una serata in jazz”, ci troverete l’anima del melomane (non so se mi sbaglio ma l’autore conosce bene le diverse caratteristiche “umane” degli strumenti in un’orchestra pur minima) anche se lui conclude: “Mi sa che, di musica, continuo a non capire un cazzo, però che serata di jazz!”. Io quel racconto l’ho trovato eccezionale. Ed andando avanti, trovando il titolo “Preti, pretini, pretoni” cosa pensate che non vi divertirete? Ma fino alla fine è così: nell’ultimo racconto, “L’Italia, una fiaba per bambini”, ponendosi dalla parte dei più piccoli sviluppa ragionamenti esilaranti (seri, eh!) di un gruppo di bambini (età media cinque anni) che, come accade di norma, si fingono, nei loro giochi, grandi (“Votiamo. Ho sentito che i grandi così fanno….”) discutendo questioni planetarie come quella di portare un po’ di sole del Sud nel freddo di Belluno (non so se qualcuno ricorda l’amenità di quel “signore” che voleva sterrare un monte di 1595 metri – il Tomatico – per portare il sole alle valli del Feltrino) ed esilarante è la discussione su “terrone, terrino, terronone, terronetto” per identificare i meridionali. Ci ho riso tanto senza farmi sentire e vi assicuro che vi ho dato, con il mio modesto commento, solo meno di un decimo di quel che ho ricevuto, leggendo queste pagine.

ANIME BIANCHE Racconti dal carcere – anticipazione – FESTIVAL DELLA LETTERATURA LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA

ANIME BIANCHE

 

Ho finito di leggere “Mi piacciono i film di Frank Capra” di Maria Caterina Magliocca  Valtrend Editore 2014 sul quale scriverò le mie riflessioni nelle prossime ore. Avvio stasera la lettura di “Anime bianche – Racconti dal carcere” a cura di Matilde Iaccarino, Francesca Di Bonito, Maria Gaita e Lina Stanco Valtrend Editore 2014. Sarò accompagnato dalla lettura del libro fotografico di Matilde Iaccarino “Quattordici” libro base per il Laboratorio di lettura e scrittura “San Suu Kyi” tenuto nel 2002 nel carcere Femminile di Pozzuoli. In particolare mi baserò su 10 delle 14 narrazioni: “Di martedì”, “La casa degli specchi”, “Il giorno dei morti”, “L’attesa”, “Sulla scogliera”, “Quando verrà la neve”, “Napoli Marocco”, “Nella carne”, “Primo tempo” e “Tamponamento a catena”. Andiamo avantiMaria Iaccarino

MI PIACCIONO I FILM DI FRANK CAPRA – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – anticipazione

Dici tu titolo provvisorio

Ho finito di leggere “Dici tu…Titolo provvisorio” di Riccardo Imperiali di Francavilla. Si tratta di una raccolta di “riflessioni” intorno a diversi temi condotta con sottile ironia. Sfiziosi, direi. Domani commenterò il tutto. Avvio, intanto la lettura di “Mi piacciono i film di Frank Capra – Mandami storie a lieto fine: antologia di racconti” scritto da Maria Caterina Magliocca, Valtrend Editore. Andiamo avanti!

 

Bacoli

Casina VanvitFestival PozzuoliRione Terra 2

LA BRIGANTA E LO SPARVIERO di Licia Giaquinto – FESTIVALLETTERATURA – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA 2628 SETTEMBRE

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Lo scrittore è in fondo colui che regge le redini del “destino” dei suoi personaggi; e ciò accade anche quando, come in questo romanzo, gli argomenti che vengono trattati hanno dei solidi riferimenti “storici”. Licia Giaquinto ritorna alle sue radici dopo altre incursioni nella terra d’Irpinia (si ricordi l’altro romanzo “La ianara” del 2010 edito da Adelphi), decidendo di raccontare le vicende di due giovani coetanei, Filomena Pennacchio e Giuseppe Schiavone, lei una ragazza “selvaggia” “primitiva” ma dai buoni sentimenti, lui un giovane bello e buono vittima dei processi innescati dai percorsi unitari nella prima parte della seconda metà dell’Ottocento. La Giaquinto costruisce un doppio percorso partendo più o meno dalla fine, cioè dal momento drammatico della fucilazione del brigante Schiavone (lo Sparviero) ed il parto di Filomena a casa della levatrice Angela Battista. Da qui vengono seguite le “vite” prima di Filomena, sopravvissuta  per miracolo (la donna che eviterà la sua morte, appena nata, Reginella – che sarà poi per Filomena la vera madre, riuscirà a farlo per una provvidenziale dimenticanza) e poi di Giuseppe. Se qualcuno di voi che legge pensasse minimamente che io vada glissando sulla narrazione degli eventi per motivi come “non ha letto il libro!” o “vuole fare un favore all’autrice ed all’editore” sappia che si sta sbagliando alla grande. Non è possibile ridurre il romanzo in poche parole al di là di quel che riusciremo a dire: in effetti vi ho raccontato la fine e l’inizio. La “fine” è scritta sui libri di Storia, ovviamente non quelli in adozione nelle nostre scuole ma di certo in saggi specialistici come quello di Franco Molfese “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, Feltrinelli, Milano 1994 o quello di Salvatore Scarpino “La guerra «cafona». Il brigantaggio meridionale contro lo Stato unitario” 2005 BE Editori . La Giaquinto dunque torna alle sue radici “territoriali” (non si tratta di una “moderna briganta”) e si inoltra, utilizzando i dati storici ed attingendo quasi certamente alla cultura popolare della sua gente, sui sentieri della Storia del Mezzogiorno, delle sue tradizioni, dei suoi costumi, mostrandoci un mondo contadino in gran parte sparito ma che ritorna a galla con i suoi detti popolari, le sue superstizioni magiche e pagane, i miracoli, gli incantesimi, le fatture, i misticismi ancestrali. E da tutto questo ricco bagaglio etnografico ed antropologico l’autrice confeziona un romanzo nel quale evidenzia la sua grande capacità di utilizzare forme narrative che riprendano la mentalità di uomini e donne (soprattutto donne: il romanzo è incentrato sul loro ruolo di vero traino della “vita” per le famiglie; gli “uomini” a partire da “San Giuseppe” Pennacchio davvero servono a poco o poco più di “poco”) a metà Ottocento in una realtà dura come quella delle campagne, dei boschi e delle montagne fra Irpinia e Lucania. Il romanzo delinea anche un’interpretazione storica (pur non avendo in nessun momento questa presunzione) delle “ragioni” del brigantaggio meridionale, andando a cogliere un elemento fondamentale che tenta di dare una risposta alla domanda: “Come può accadere che un ragazzo tanto buono ed incapace di “’mmazzà ‘na pitta” (uccidere una gallina in dialetto feltrino bellunese) diventi un così feroce brigante?” A questo dilemma nessuno è in grado di fornire delle risposte seno che è la forza del destino, contrassegnato da “broccoli dimenticati” e “vipere”. Non ci sono intellettualismi ideologici né ammiccanti concessioni che appesantiscano la lettura, che è stata per me molto piacevole e lo sarà anche per tutti coloro che vorranno leggere non solo per conoscere alcuni aspetti para-storici della nostra Storia ma anche per rilassarsi facendosi condurre dai toni favolistici popolari epici ed avventurosi tipici, in qualche caso, della grande tradizione ariostesca (FilomenaAngelica e GiuseppeMedoro, RosaOrlando). Buona lettura!

Licia Giaquinto “La briganta e lo sparviero” 2014 Marsilio Editori

In coda alcuni video tratti dal film del 2009 di Pasquale Squitieri “Li chiamavano briganti”; il primo video è una della canzoni dedicate alle briganti da Eugenio Bennato del quale si ricorda anche “Brigante se more”.

POESIA

pOESIA 33

POESIA

 

Una poesia?

Eccola qua:

poesia d’amore

per una donna

che non ci sta

o forse sì

non lo si sa

Poesia del cuore

che batte forte

ancora qua

Poesia dei baci

dati nel buio

quando si può

delle carezze

rubate al tempo

che se ne va

dei sogni belli

insieme fatti

in gioventù

nel tempo in cui

domani è il

tempo che non c’è più

Poesia di un mondo

che non si salva

se non ci sei

poesia d’amore

poesia del cuore

poesia di donna

 

POESIA

 

 

pOESIA SOSTANTIVO FEMMINILE 1

A GIOVANNA

Patetico tramonto

A Giovanna

 

 

Giorni lontani

quelli vissuti

quando il futuro

era lontano

il passato breve

il presente veloce

impalpabile.

Tu, amica,

sorridevi

ragionando con noi

di forti ideali….

 

Dove sono?

Dove sei?

Non è solo

la nostra giovinezza

a mancare;

non è nostalgia.

 

E’ difficile

per noi

continuare

a sorridere