VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA – parte 6

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GIUSEPPE E MARIA Parte 6

Dissolvenza in apertura.
Voce off di Giuseppe, mentre Maria entra in una cabina telefonica “Poi, Maria si ricordò di avere dei parenti e li chiamò a telefono”. Primo piano di Giuseppe visibilmente impaziente, scocciato dalla possibile intrusione dei “parenti”. Primo piano in raccordo di Maria a telefono: “Va bene, allora, a fra poco!” P.I. di lei che esce dalla cabina; si avvicina a lui che continua ad essere impaziente: “Mia cugina ha detto di andare all’Ippodromo. Verranno a trovarci là. Bisognerà prendere un autobus”.
Ellissi
C.I. autobus che arriva. I due scendono insieme ad altre persone. Voce fuori campo di Giuseppe: “Parenti lontani, anche nella memoria di Maria; non li vedeva da quasi venti anni: andammo a caccia di fisionomie”.
Ingresso dell’Ippodromo. I due vi entrano in Campo totale.
Vari volti analizzati dalla cinepresa in rapida successione con PPP di volti di donne, uomini e bambini.
In un angolo su una panchina due innamorati scambiano effusioni. Poco distante da loro una cinepresa li riprende; il regista è lo stesso giovane intravisto con la sua piccola troupe alla Stazione ed a Piazza del Comune.
Totale del Parco con Panoramica. Voce fuori campo: “Maria, Maria!”. Totale su Giuseppe, Maria e due giovani donne, more di media statura che si avvicinano. Hanno con sé tre ragazzini, chiaramente un po’ discoli. Si abbracciano e baciano Maria “Che bella sorpresa! Da quanto tempo… mamma mia, da quando andavamo insieme alla scuola elementare. Come sta tua madre? Mi hai detto che vuoi stabilirti qui… non sai che piacere…appena l’ho detto agli zii….Ah, tu sei Giuseppe, che piacere!” Le battute vengono suddivise fra le due cugine a soggetto. Maria è praticamente “muta”! Giuseppe infastidito!
Voce off di Giuseppe mentre le donne continuano a parlare; Maria riesce con difficoltà ad aprire bocca: “Questo turbinio di voci mi dava fastidio; sopportavo gli schiamazzi consueti di un Parco ma questo “assalto” era troppo. Preferivo giocare con i bambini.” Giuseppe osserva l’incontro fra il frastornato ed il perplesso.
Campo Intero dei bambini che cominciano a correre per il parco, mentre le tre donne si siedono e lui va con il bambino più piccolo all’altalena.
Figura Intera di Giuseppe, del bambino e dell’altalena. Giuseppe spinge l’altalena. Incursione degli altri due più grandi che cominciano a girare intorno a Giuseppe ed all’altalena; lo tirano per la camicia, rincorrendosi.
Il più grande lo tira per mano. Giuseppe smette di spingere l’altalena; il piccolo smonta per consentire ad un altro estraneo di salirvi. Il bambino grande rivolgendosi ai fratelli e poi a Giuseppe: “Andiamo a giocare nel tunnel…vieni anche tu!”
Piano Intero l’imboccatura del tunnel, il bambino spinge Giuseppe dentro: “Tu entra di qua; noi ti aspettiamo di là”.
Piano intero l’altra imboccatura. I bambini aspettano Giuseppe che tarda. Emerge anchilosato piegato su se stesso e con un “problemino” di cui già si è accorto. Si guarda la scarpa destra: è insozzata da un escremento di cane e si agita per eliminarlo, suscitando le risa frenetiche dei bambini. Anche altri sconosciuti partecipano al sabbah. Andando tutti verso le donne i bambini canticchiano: “Giuseppe è andato nella cacca, Giuseppe è andato nella cacca”.
Piano Intero. I bambini continuano a cantilenare e sullo sfondo mimica tipo gag cinema muto di Giuseppe infastidito e intollerante della situazione, mentre cerca sull’erba di eliminare l’escremento sfregando la scarpa.

GIUSEPPE E MARIA – FINE PARTE 6 – continua

PRATO – OFFICINA GIOVANI – 25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – ALTROTEATRO ore 20.45

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25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Questa sera ore 20.45 ad Officina Giovani agli ex Macelli Comunali di Prato l’Associazione Culturale “ALTROTEATRO” di Antonello Nave presenterà “Ricordo di un dolore” nell’ambito delle manifestazioni collegate alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. In un post precedente (21 novembre) accennavo alla parte dedicata all’Antologia di Spoon River. Oggi scriverò di quella dedicata ad una delle poetesse in lingua araba più importanti, Maram al-Masri, utilizzando le pagine XXXVII e XXXVIII della Introduzione che Valentina Colombo ha posto alla sua Antologia di poetesse arabe contemporanee, “Non ho peccato abbastanza”, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2007.

“La siriana Maram al-Masri non vive più nel proprio paese, bensì in Francia. Il suo successo, senza pari in Occidente, è dovuto essenzialmente alla raccolta “Ciliegia rossa su una piastrella bianca”. Il suo linguaggio è diretto e sensuale, pur non rinunciando né all’eredità della poesia araba, né all’originalità della propria voce. Le immagini affiorano e si fissano indelebili nella mente del lettore.”

“Malinconica e ironica al contempo….è riuscita in maniera eccelsa a superare la contrapposizione manichea tra tradizione e femminismo. La sua voce personale rivela al lettore un’estensione che trascende le frontiere….il talento non obbedisce ai generi…riesce a svelare l’ambiguità del mondo asessuato…”

Valentina Colombo è la massima esperta italiana di Letteratura del mondo arabo. Ha pubblicato, oltre a “Non ho peccato abbastanza” da cui sono tratti i due brani qui sopra riportati, “PAROLA DI DONNA CORPO DI DONNA – Antologia di scrittrici arabe contemporanee” Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2005, “L’ALTRO MEDITERRANEO – Antologia di scrittori arabi del Novecento” Classici Mondadori 2004, “ISLAM Istruzioni per l’uso” Oscar Mondadori 2009, “BASTA! Musulmani contro l’estremismo islamico” 2007. E’ la traduttrice di moltissimi grandi autori della letteratura islamica, come Nagib Mahfuz, Premio Nobel 1988

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VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 14

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I GIORNI – 14

Giocavo con me stesso. La pallina saltava con l’aiuto della mia mano. Nessuno me la raccoglieva se finiva lontano. La stanza era piccola ed io dovevo correre in quei pochi metri quadrati. Mia madre, intenta alle sue faccende, preferiva isolarmi. Dal balcone vedevo la gente sulla strada. I “monelli” facevano birichinate, talvolta grosse. Il mondo sotto e di fronte litigava e viveva.
Che pace in casa mia! Come vorrei aver compiuto quelle grosse birichinate quand’ero bambino. I fanciulli erano sporchi, rotolavano nella polvere, sedevano a terra normalmente sporcandosi, avevano amichetti con cui giocare e litigare. A loro dovevo proprio sembrare un damerino. Ebbi in dono una bicicletta, ma non mi lasciavano mai uscire da solo. Paura della morte. Mia madre.
Di bello, la campagna. Sapevo scappare, allora. Il mio sorriso timido che conservo ancora sapeva di strano per tutti. Tutto quello che riuscivo a raccogliere con gli occhi diventava mio. Era quello che portavo prigioniero a casa, profumo di erba, di libertà…
Sorridevo con me, quel sorriso strano, che la vita con i miei genitori, forse troppo ritirata ed intima, quasi forzata dall’eccessivo affetto di una madre, mi aveva regalato. Venni su silenzioso ed ipocondriaco, con un gran desiderio di indipendenza. Scontroso, aggressivo, in casa. Docile, simpatico ed educato, fuori.
Gli amori dei miei amici, i miei. Gli stessi. Non riuscivo ad amare in modo autonomo. Venne lei, la prima. Mi accorsi giocando che stringerla mi dava uno strano senso. Mai provato prima. Forse mai più come allora alla prima volta. Giocavo tanto. Tanta paura. Vicini e lontani. Senza parlare.
Tombola in casa, cercavo sotto il tavolo le sue gambe, le sfioravo timidamente. Tanta paura. Vicini e lontani. Senza parlare.
Di tutto e di niente. Mi amava. Sì, ma tanta paura.
Conoscere, cercare di conoscere, spezzare questo velo che mi offusca. Lo voglio. C’era lui. L’altro. Venne dopo. Quasi fratelli. Tutti insieme. Capivo e soffrivo. Per me, per lui. Finito. Notti insonni, meditative. Nessuna risoluzione, ma solo un’attesa snervante di una scelta definitiva. Aria di rottura completa. Ritirata su due fronti. Unica vera vincitrice. Non si dimentica il passato. Quasi.
Il trattore ci portò il conto. Brontolammo fra i denti, curando di non farci sentire. Pagammo. Saluti. Ci palpammo la pancia, facendola suonare come un cocomero. In effetti, avevamo già problemi di linea.
Andare in albergo, era tardi. Passeggiare, ci avrebbe fatto bene.
Percorremmo la zona dei tunnel. Cominciò, leggera, la salita. Le spiagge erano grosse pattumiere. Una dona prendeva il sole su di un grosso cubo. Un indiano ci guardò. Occhi luccicanti, nerissimi. Bambini che giocavano sul mare in un punto di secca. Richiami preoccupati di madri.
Io non lo sentivo, non volevo sentirlo. Quando eravamo in campagna scappavo e non lo sentivo. Le ragazzine ridevano, mostrando, nella raccolta delle ciliegie, tutto se stesse. Avevo l’età per poter ridere con loro, ma una timidezza!… Quando riuscii ad ostentare disinvoltura, uno schiaffo. Rosso di vergogna!
Cambiammo rotta e ci dirigemmo su una stradina secondaria. Case bianche, mediterranee. Silenzio nella controra. Ricordo di favole ascoltate nell’infanzia. Incantesimo sfatto dal suono di una radio gracchiante.
Tornati indietro sulla strada che si inerpicava ora di più. Il sole ci accompagnava. Rari posti ombrosi. Fuori dal centro abitato ormai. Montagne brulle, dai colori sempre vari, coltivate nelle basse pendici a vigneti. Le agavi, sulla strada, brulicavano di formiche. Qua e là una casa, ben poche.

fine cap. 14 – continua…

I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che sì forse che no)

I TEMPI SONO CAMBIATI (forse che sì forse che no)

Non mi dilungherò stamattina a commentare i dati elettorali. Lo lascerò fare a Renzi, che ovviamente ha già detto che la “vittoria” è stata “netta”. Di sicuro è molto chiaro il quadro generale della “non-partecipazione”. La gente è stanca ed è proprio il “rinnovamento” a non emergere. Alla spocchia del centrodestra berlusconiano si è sostituita quella del renzismo, sopportato dalla Destra che guarda sempre più con attenzione a questo “figlio putativo”, insopportabile per la Sinistra vera, che avrebbe bisogno di riaffermare nel segno dell’ “equità” (reale, non solo fatta di “annunci”) i valori fondamentali della sua Storia non contrapposti nella maniera più assoluta a quelli dell’imprenditoria. Il quadro generale delle leggi che vengono proposte mira a mantenere e promuovere l’egemonia del capitalismo, soprattutto quello finanziario. Ci vuole equilibrio, ma in tutta evidenza questo non è l’obiettivo del Governo; anche al più sprovveduto degli osservatori non sfugge lo giubilo delle classi imprenditoriali: come mai? È cambiato il mondo? E come mai i commenti sugli scioperi di oggi non sono diversi da quelli del tempo del Cavaliere? Come mai si gioisce di un risultato elettorale (anche quello del 40,8%) ottenuto sulle macerie politiche dell’astensionismo? I tempi sono cambiati, ma i vizi della Politica, no! Mi tocca dirlo con Berlusconi; ma ormai la gente ci ha fatto il callo alla sua imitazione: “Questo è il “teatrino” della Politica”.

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 10

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PROCIDA L’ETERNO RITORNO parte 10.
Non era alto, Lello; ma a Tina apparve così mentre, vestito con la divisa da “marò”, scendeva la scaletta del vaporetto. Si andarono incontro e Mimì fece le presentazioni: i due già si erano conosciuti e le impressioni delle foto furono tutte confermate. Lello, benché fosse di carattere timido, complice la presenza dell’amico, si mostrava a suo agio; Mimì gli propose di lasciare il borsone con i suoi effetti personali negli uffici del Cantiere Navale che era gestito da un suo cugino in modo da poter poi girare senza tanti ingombri nel seguire la Processione del Venerdì Santo. Il giovane accettò subito di buon grado e poi si lasciarono entrambi prendere sotto braccio dalla radiosa Tina ed andarono incontro alla testa della Processione ascoltando il suono funereo della tromba che annuncia la morte del Cristo.
Tina avvertiva una forza che le infondeva sicurezza nel braccio di Lello che la stringeva verso di sé quando dovevano farsi largo tra la folla dei fedeli che seguiva il corteo nelle stradine di Procida. E quella ragazzina minuta esprimeva una freschezza straordinaria lasciandosi trasportare da quei due bei giovanotti, suscitando gelosie ed invidie in quelle persone, soprattutto donne ed in quel giorno particolare, che non riuscivano ad apprezzare la gaiezza ed i sorrisi anche se mai espressi in modo minimamente e seriamente riprovevoli. Lello chiedeva di tanto in tanto a Mimì, ma era poi sempre Tina a rispondere, alcuni significati dei simboli presenti nei cosiddetti “Misteri” che venivano trasportati dai fedeli incappucciati. E lei si impegnò volentieri a farlo essendo, come donna, molto più addentro alla conoscenza delle funzioni religiose, anche se non era mai stata assidua nel frequentare la Parrocchia e le sorelle per questi motivi tante volte l’avevano rimproverata.
Dopo aver ripreso il borsone di Lello, ritornarono a casa che era ora di pranzo. Per arrivarci, passarono attraverso un sentiero stretto costeggiato da campi coltivati e qualche rara abitazione. La casa era una tipica costruzione multifamiliare con cucina, camera da pranzo e cantine al piano terra e con una serie di piani concatenati da una scala interna. Si sentiva già mentre i tre arrivavano un invitante profumo di cibo. Il venerdì, poi quello Santo ancora di più, era consuetudine mangiare di magro. I genitori erano già seduti a tavola, quando i tre entrarono e Mimì presentò loro Lello; le sorelle lo salutarono con un certo riserbo sussiegoso, cioè senza eccessivi entusiasmi. Tina scappò, prima di entrare in cucina, nei piani alti per togliersi il vestitino da festa e subito dopo però si mise a disposizione delle sorelle in cucina.
Al di là del Venerdì Santo, giorno di meditazione per i fedeli, quel dì era comunque “festa” soprattutto perché il giorno dopo, di prima mattina, Mimì e Lello sarebbero partiti per Civitavecchia.
Tina era composta ma raggiante; per lei quel giorno non era ancora ora delle tristezze e dei rimpianti. Le sorelle se ne accorsero e qualche sorrisino sotto sotto emerse. Il pranzo, anche se di magro, era di tutto rispetto; il pesce, tutto di qualità, fresco pescato due notti prima troneggiava bollito spinato e preparato facendo bella mostra in un enorme vassoio in mezzo al tavolo. Seguite con molta attenzione da un corteo di gatti le sorelle maggiori portarono due zuppiere ricolme di spaghetti ben conditi con pomodori freschi e acciughe sminuzzate, olive, capperi, prezzemolo e basilico. In un altro piatto ovale vi erano tantissime uova sode con il guscio coperto da alcuni segni simbolici. Anche Tina aveva contribuito a prepararle e ne volle segnalare alcune.

PROCIDA L’ETERNO RITORNO – fine parte 10 – continua…

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reloaded “LISARIO O IL PIACERE INFINITO DELLE DONNE” di Antonella Cilento

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Festival Pozzuoli

Alla Dragonara Schiavone e Castiglia

LE FOTO SI RIFERISCONO 1) AL LIBRO DELLA CILENTO CHE HA FATTO PARTE DELLA CINQUINA DEL PREMIO STREGA 2014; 2) FOTO DI ANTONELLA CILENTO; 3) LOGO DELL’INIZIATIVA NEI CAMPI FLEGREI; 4) MARIA CASTIGLIA assessore alla Cultura del Comune di Monte di Procida e ANGELA SCHIAVONE presidente de “IL DIARIO DEL VIAGGIATORE”

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – 25 novembre – RIPROPONGO LA MIA RECENSIONE AL LIBRO “BELLISSIMO E COINVOLGENTE” DI ANTONELLA CILENTO preparata in corrispondenza con IL FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA organizzato da “IL DIARIO DEL VIAGGIATORE” ASSOCIAZIONE PRESIEDUTA DA ANGELA SCHIAVONE da sempre donna impegnata nelle battaglie civili e culturali nei CAMPI FLEGREI

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“LISARIO O IL PIACERE INFINITO DELLE DONNE”

L’attualità del romanzo rimanda a temi che, forse da maschio, continuo a considerare ambigui; la violenza sulle donne così frequentemente portata agli orrori delle cronache è il risultato di un’educazione antropologica sbagliata attraverso la quale il “mondo” ha costruito dei ruoli che oggi, nel momento in cui socialmente li mettiamo in discussione, finiscono con il creare confusione e sbandamento nella mente dei più deboli (al di là del livello culturale e professionale) fra i maschi. Aggiungerei che nelle istituzioni educative (la famiglia, la scuola, il consesso civile allargato) non si è ancora riusciti a raggiungere la consapevolezza che la parità dei generi giustamente ricercata a livello legislativo ed istituzionale ha bisogno di tempi lunghi per essere realizzata e le “vicende” traumatiche cui da tempo assistiamo sgomenti ed infuriati sono parte di un percorso che ha tuttavia bisogno di ulteriori sostegni al di là delle giuste manifestazioni pubbliche cui volentieri partecipiamo. La sensibilità non si conquista con le norme legislative ma attraverso percorsi educativi naturali non imposti.

Una donna che nasce nel Seicento, non importa se nobile o popolana, se ricca o povera (ricordate la manzoniana Gertrude?), non aveva altro sbocco se non in un matrimonio e non aveva alcuna possibilità di acculturarsi al di là di insegnamenti impartiti sulle “buone maniere” e sulla qualità dei cibi e la ricchezza dei vestimenti. Lisario è una bambina, figlia di don Ilario Morales comandante della guarnigione di stanza al Castello di Baia sul Golfo di Pozzuoli, una ragazzina di 11 anni, che si ribella al “potere” della famiglia e dei maschi e si imbeve di letture in segreto, visto che alle donne era negato l’accesso alla Conoscenza ed alla Cultura. La protagonista, che solo per un attimo nel corso del romanzo conosceremo come Bellisaria, è diventata suo malgrado muta e ne conosciamo il punto di vista attraverso le riflessioni scritte segretamente su fogli recuperati qua e là. Antonella Cilento, autrice del romanzo, infatti vi inserisce ad intervalli abbastanza precisi le “Lettere” di Lisario indirizzate “alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria”. La giovanissima donna, di fronte alla possibilità di andare “sposa di un vecchio bavoso e gottoso”, trova un modo tutto suo di protestare, negandosi provvisoriamente alla vita e cadendo in un sonno profondo. Ed è così che prende avvio il romanzo. Ho già scritto che si tratta di libro avvincente nella sua narrazione rapida e nella sua struttura per capitoli e paragrafi che appaiono, a chi, come me, è avvezzo a trattar di Cinema e Teatro, come Scene pronte ad essere trasformate in immagini. Ma ne parlerò dopo. L’ambientazione è in una Napoli cupa, buia, resa insicura da rivolte ed epidemie, dove si muovono personaggi di alto livello artistico insieme a malfattori, delinquenti, mistificatori ed avventurieri di ogni specie e provenienza; è la Napoli dove c’è il segno di Caravaggio, la presenza di Ribera; è la Napoli dove arrivano artisti come il francese Jacques Israel Colmar, il fiammingo Michael de Sweerts (questi, entrambi protagonisti di primo piano del romanzo di cui si parla), il valenciano Juan Dò; ed è la Napoli di Masaniello e dei Vicerè; la Napoli nella quale si rappresentano melodrammi interpretati da “voci bianche” nelle parti femminili; è la Napoli delle prostitute di basso e di alto rango ed è la Napoli dei “femminielli” e degli ermafroditi; la Napoli che crede ai miracoli non avendo nella realtà molto di cui essere felice. In questo ambiente meschino ancorché aristocratico e culturalmente, in senso potenziale, elevato si muove la vicenda di Lisario e la profonda incapacità da parte dei maschi di poter accettare l’incredibile scoperta che il catalano, medico di scarsi scrupoli, Avicente Iguelmano compie dapprima spiando la giovane moglie, per l’appunto Lisario (tralascio, benchè significative le modalità con cui Avicente conosce e sposa la giovane), e successivamente leggendo alcune pagine di un libro sui “piaceri solitari” reperito nella ricca Biblioteca di un signorotto locale, Tonno d’Agnolo, degno rappresentante della spregevole classe politica di ogni tempo, rozzo procacciatore di amanti per gli ambienti del vicereame spagnolo.
In quelle pagine per l’appunto si leggevano “cose che gli parevano impossibili. Bugie senza fondamento”. La storia si dipana concedendo deviazioni e colpi di scena coinvolgenti fino alla conclusione. E’ un libro, lo ripeto, che mi ha ridato fiducia verso le nuove generazioni di autori letterari e non è un caso che l’autore in questione sia una donna. Nelle presentazioni pubbliche del romanzo si sottolinea giustamente, in un punto di vista femminile, la modernità dell’argomento: la protagonista, pur oppressa da una società (quella del Seicento) profondamente maschilista, emerge in ogni senso e sconfigge i limiti imposti, prima di tutto quegli stessi relativi alla mancanza della “voce”. Ed è infatti dalla “voce” di Psiche nell’ ultimo paragrafo del romanzo che prenderei il via se dovessi scrivere, come sempre vado pensando mentre leggo, una sceneggiatura. Dalla voce di Psiche che sconvolge il “vecchio e malandato” Avicente inondandolo di infiniti malinconici ricordi farei partire il tutto; perché è quello il momento in cui tutto ha un senso.

JOSHUA MADALON alias GIUSEPPE MADDALUNO

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – RICORDO DI UN DOLORE – ALTROTEATRO a Prato – OFFICINA GIOVANI martedì 25 novembre ore 20.45

 

 

 

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25 NOVEMBRE – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – OFFICINA GIOVANI ORE 20.45  PRATO

Martedì 25 novembre sarà dedicata alla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Anche a Prato come in tante altre città, piccole, medie e grandi si svolgeranno iniziative culturali per sensibilizzare soprattutto ma non solo le giovani generazioni e per approfondirne gli aspetti. Organizzato dal Comune di Prato – Assessorato Pari Opportunità ad Officina Giovani alle ore 20.45  l’Associazione Culturale ALTROTEATRO proporrà un suo specifico intervento, recuperando una parte dello spettacolo scritto e diretto lo scorso anno da Antonello Nave ed andato in scena fra il “Metastasio” ed il “Magnolfi”. Si parla di “Ricordo di un dolore – Per Minerva Jones e (molte) altre su testi di Edgar Lee Masters, Maram al-Masri, Claudia Fofi interpretato da Benedetta Tosi, Eugenio Nocciolini, M.Chiara carotenuto – Giulia Risaliti – Alessandra Macaluso – Simona Margheri con l’accompagnamento musicale di Antonio Lombardi – Giancarlo Rossi – Vincenzo santaniello – Francesca Vannucci.

La seconda e la terza parte si avvarrà delle testimonianze prodotte dal Centro Antiviolenza “La Nara”.

La scrittura scenica e la regia sono sempre di Antonello Nave

Minerva Jones è uno dei tanti personaggi presenti nell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

I AM Minerva, the village poetess,

Hooted at, jeered at by the Yahoos of the street

For my heavy body, cock-eye, and rolling walk,

And all the more when “Butch” Weldy

Captured me after a brutal hunt.

He left me to my fate with Doctor Meyers;

And I sank into death, growing numb from the feet up,

Like one stepping deeper and deeper into a stream of ice.

Will some one go to the village newspaper,

And gather into a book the verses I wrote?–

I thirsted so for love

I hungered so for life!
Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
fischiata, schernita dagli Yahoos della strada
per il mio corpo goffo, l’occhio guercio, il passo barcollante,
e tanto più quando «Butch» Weldy
mi prese dopo una caccia bestiale.
M’abbandonò al mio destino dal dottor Meyers;
e sprofondai nella morte, col gelo che mi saliva dai piedi,
come a chi s’immerga più e più in un fiume di ghiaccio.
C’è qualcuno che vada al giornale,
e raccolga in un libro i versi che scrissi?
Ero così assetata d’amore!
Ero così affamata di vita!

 

Dell’iniziativa si parla anche in un evento Facebook  il cui link è qui sotto riprodotto:

https://www.facebook.com/events/1528819030708679/?fref=ts

 

 

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Altroteatro

VIAGGIATORI – una serie di racconti – GUGLIELMO IL CONQUISTATORE – parte 3 ed ultima con commento finale!

GUGLIELMO IL CONQUISTATORE – PARTE 3

C’è ad ogni modo una favorevole congiuntura astrale anche se, come spesso capita, in un primo momento non viene riconosciuta. All’inizio dell’ultimo anno il docente di Italiano e Storia che lo ha seguito, quello che lo ha esaminato all’idoneità e che ha voluto fosse inserito nella sua classe, con il quale ha mantenuto un rapporto molto stretto, per effetto di regole contrattuali nuove, è stato sostituito. Ma Guglielmo continua a parlare di tutto con lui; lo insegue nei corridoi della scuola fra un’ora e l’altra; spesso lo cerca negli intervalli per un confronto più serrato. Non ama parlare con i suoi coetanei e non di tutti i docenti si fida; al docente chiede consigli su tutto e su diverse materie, in varie occasioni su come comportarsi in classe; rivela tutte le sue profonde e varie preoccupazioni.
Il professore lo ascolta e lo consiglia ma appare disarmato quando si tratta di problematiche familiari e di rapporti interni alla comunità cinese. E’ sposato da anni e non ha figli. Di Guglielmo ha sempre parlato con la moglie, che lo ha in più di un’occasione pubblica conosciuto e ne stima le ambizioni insolite in tantissimi dei giovani che conosce e che considera oggettivamente solide. Una sera i due coniugi ne parlano e l’idea che hanno è, come tante altre volte, comunemente espressa all’unisono.
Mancano tre mesi all’esame: se il ragazzo avrà bisogno lo ospiteranno. La loro casa non è grande ma c’è sempre stata una stanza per gli ospiti.
Il mattino dopo il docente ne parla anche, ventilandola come ipotesi, al Dirigente scolastico. Guglielmo è maggiorenne e può decidere da solo; meglio comunque sentire sia lui che il padre.
Guglielmo ringrazia questa generosa disponibilità da parte del docente, del “suo” docente, ma intanto è emerso uno spiraglio diverso: la madre ritorna e solo dopo con il padre partirà per la Cina. Questo significa che passeranno almeno ancora quattro cinque mesi.
Tutto bene, dunque. Bisogna adesso impegnarsi in quell’ultima parte dell’anno.
E poi si arriva agli Esami. La prima prova è uno dei terreni più favorevoli per il ragazzo; lui è soddisfatto di come sia andata; molto meno lo è il Commissario esterno che lo valuta poco al di sopra della sufficienza e condiziona su questo giudizio il resto della Commissione. Nella seconda prova c’è il riscatto, positivo e pieno, e così nella terza, anche se non raggiunge il massimo. Guglielmo è depresso; rischia di non raggiungere il massimo ed è incerto che, senza la lode, che ormai è sfumata definitivamente, possa essere ammesso ad Harvard.
E’ teso, nervoso, intrattabile fino al giorno del colloquio. E anche quando lo conclude con i complimenti dei commissari non è affatto tranquillo. Intanto bisogna attendere gli esiti.
100. E’ il voto massimo ma senza la lode. E’ contento; sapeva orami che non avrebbe avuto la lode. Telefona già nell’atrio della scuola davanti ai tabelloni dei risultati ad un suo amico che lavora come interprete al Consolato e gli parla concitato: nessuno comprende cosa dica. Buio in viso, si allontana.
Solo qualche mese dopo Guglielmo scrive al “suo” docente preferito su Facebook: “Sono ad Harvard. Sono stato ammesso grazie ad una clausola inserita in una convenzione internazionale tra diverse ambasciate: una parte della retta verrà pagata dalla Cina, come “prestito d’onore”; al resto penserà una Borsa meno sostanziosa di quanto sperassi erogata da questa Università. Grazie di tutto. Vorrei ricambiare la vostra gentilezza. Non vi dimenticherò”.
“Guglielmo si è sentito italiano e cinese; ora certamente si sentirà anche un po’ americano. E’ un esempio per tanti. Ha detto sempre che vuole diventare una persona importante. Noi tutti glielo auguriamo. Ne abbiamo proprio bisogno. Guglielmo conquisterà il mondo” scrisse il “suo” docente sul suo account di Facebook.

FINE

La storia narrata è in gran parte “vera” – alcuni aspetti sono stati modificati -la storia di Guglielmo dimostra ancora una volta che la determinazione abbinata ad una forte capacità intellettiva serve ad ottenere gli obiettivi che si prefiggono – ed evidenzia anche che molte volte la Scuola (italiana ?) rischia di vanificare i sacrifici di giovani come lui semplicemente perché incapace di valorizzare le eccellenze. Casi come quello di Guglielmo ne ho visti tanti ed in Italia, a causa di un clientelismo, un nepotismo ed una corruzione diffusa negli ambienti universitari vengono troppe volte allontanate le vere competenze a favore di persone il cui valore è di gran lunga dimostrato inferiore.

Caro Renzi, visto che negli ultimi giorni ne parli, non si va all’Estero per piacere ma solo perché in Italia i posti che potrebbero essere assegnati a quei “cervelli” vengono affidati senza criteri “oggettivi” ma semplicemente attraverso una spartizione!

VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – parte 5

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VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – parte 5

Panoramica sulla Piazza Duomo che si restringe su un dettaglio (il Pulpito di Donatello) e da questo poi si allarga nuovamente a tutta la Piazza mentre in sottofondo mescolato alle voci c’è il terzo movimento della sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvorak. Fra gli altri Giuseppe e Maria passeggiano mano nella mano; li si segue da lontano. C’è molta gente che si muove; gruppi di uomini sono fermi a chiacchierare sotto la statua del Mazzoni e davanti alla scalinata del Duomo. Voce off. Maria: “Ecco una Piazza che vive, erano anni che non ne vedevo una così. Anche al nostro paese il terremoto aveva cambiato le abitudini della gente e le piazze non erano più centri di vita.
Piano Totale dei due che si avvicinano ad un gruppo. Piano americano del Gruppo. Giuseppe chiede: “Scusate, se vi disturbo. Ci hanno detto che in questa Piazza avremmo trovato il signor Lenzi Vittorio, sapreste indicarcelo?”. Piano Totale su altro gruppo. Primo Piano uomo che chiama, indicando altro uomo che in raccordo si gira e con mimica si stacca dall’altro gruppo e si muove verso Giuseppe e Maria: “Eccolo…là. (gridando alla pratese) Vittorio…Vittorio! Guarda un po’ questi signori, chiedono di te.”
I tre discutono. Si sente voce “off” di Giuseppe: “Dovevamo cercar casa. Dall’albergo ci avevano indirizzato al signor Vittorio ed ora che l’avevamo trovato, ecco le prime difficoltà: case in affitto manco a parlarne, oppure costi proibitivi; diversamente, ci disse Vittorio, avremmo trovato tutto quel che cercavamo quanto all’acquisto. Noi gli dicemmo che non avevamo fretta e che saremmo tornati dopo qualche mese ma che ci tenesse informati”.
Si sentono le voci dei personaggi mentre si stringono le mani e si salutano: “Arrivederci” – “Arrivederci e grazie”.
Voce off di Giuseppe: “Ci scambiammo gli indirizzi e proseguimmo”.
Campo intero sui due che escono da Piazza Duomo verso via Mazzoni. Macchina che li segue di spalle poi breve ellisse con dissolvenza in chiusura ed in apertura su Piazza del Comune. I due vi entrano. Voce off di Maria su ripresa della Piazza con Marco Datini, Palazzo Comunale, Loggia e Palazzo Pretorio; gente che va e che viene con molti diversi colori; alcuni sono in bicicletta: “Era quel che si poteva ben definire una tipica piazza comunale, un concentrato di espressioni della civiltà democratica dal Duecento ai nostri giorni con un porticato sotto il quale continuava a svolgersi la vita nelle giornate piovose. La gente ci colpì nei movimenti e nei colori, soprattutto gli abiti dei giovani…Sembrava una sfilata coreografica allestita da uno dei “mostri sacri” dell’alta moda. Eh già, ma Enrico Coveri è proprio di Prato!”.
In un angolo c’è una “troupe” che sta facendo riprese; c’è lo stesso uomo, che dal modo in cui si muove è il regista, che Giuseppe e Maria avevano intravisto nel giardino della Stazione centrale. La scena riprende due ragazzi seduti sugli scalini del Palazzo Pretorio che appaiono osservare alcuni movimenti davanti a loro.
Campo Intero su Giuseppe e Maria che proseguono verso via Cairoli. Controcampo da via Cairoli sui due che si muovono verso Piazza Buonamici. Gente seduta ai lati della Piazza come ad attendere un evento. Poi dalle scale del Giardino Buonamici, da destra e da sinistra giovani modelle e modelli scendono al ritmo di una musica New Age.
Voce off di Maria: “Tutti quei colori ci affascinarono, ci ipnotizzarono per alcuni minuti: sedemmo anche noi ad un tavolino ed osservammo incantati ed attenti quella tavolozza caleidoscopica.
Dissolvenza in chiusura.
VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (la sceneggiatura) – fine parte 5
…continua…

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VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 9

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PROCIDA L’ETERNO RITORNO PARTE 9

“Te veco bbuono, Rafilù” disse donna Rosa “se vede che ll’aria d’’o mare te fa bbene”. “Sì, mammà; veramente nun ce manca niente e po i’ stongo int’’a cambusa e mangio tutte chello che vvoglio; aggia assaggià pe’ tramente cucino; faccio ‘a pacchia e i superiore me lassano fà”. Le sorelle, soprattutto Maria lo prese in giro, ricordando uno dei giudizi sulla sua pagella dove, a parte la condotta, l’unica valutazione “Lodevole” era stata quella per “Lavori donneschi e manuali”. Risero tutti, anche Lello, ma non fece mai parola, però, della nausea che lo prendeva quando ai profumi dei cibi si mescolava il puzzo della nafta. E tra una cucchiaiata e l’altra, parlando del più e del meno, della scarsa voglia di andare a scuola del fratellino e gli impegni di lavoro del padre e dell’altro fratello e le storielle d’amorazzi veri o fittizi delle due sorelle, parlò dei suoi amici, di Umberto che tutti a Pozzuoli conoscevano ma anche di Mimì, che lo aveva invitato a Procida, in occasione del Venerdì Santo. Chiese ai suoi di poter ricambiare l’invito già per sabato a pranzo; avrebbero dovuto però mangiare velocemente qualcosa e presto, a mezzogiorno, nulla dunque di impegnativo (anche se, lo avesse voluto, non sarebbe stato facile) perché sarebbero partiti nel primissimo pomeriggio per raggiungere Civitavecchia. Lello aveva visto, anche lui, alcune foto della famiglia di Mimì ed era curioso di conoscerla; in particolare aveva notato la più piccola, Tina; ma di ciò non aveva mai parlato né con Mimì né quel giorno ai suoi.
Il resto della giornata Lello lo trascorse con il padre nei Cantieri navali per vedere il lavoro che stava portando avanti.

E venerdì mattina nella casa di campagna di Procida tutti erano svegli, come di consuetudine, molto presto. Il Venerdì Santo, poi! Tina non aveva dormito pensando a come si sarebbe agghindata. Il giorno prima si era lavata i capelli e se li era composti con un nastrino che glieli teneva dietro lasciando aperto l’ovale del viso; aveva scelto un vestitino a fiorellini molto adatto alla primavera ed un paio di scarpe basse comode. Arrossendo aveva chiesto a Mimì, che quel giorno aveva per obbligo indossato la divisa di ordinanza dei “Marò”, se lo poteva accompagnare al Porto; Mimì acconsentì ma a patto che fossero d’accordo Vincenzo e Rachele. Di lui si fidavano perché lo conoscevano come ragazzo assennato, anche lui un gran lavoratore nella pesca oltre che braccio essenziale per la campagna, e non ebbero nulla in contrario a che Tina andasse insieme a lui. Si fidavano anche dei suoi giudizi e, se Lello era suo amico, pensavano dovesse di sicuro essere una brava persona. Le sorelle mugugnarono sotto sotto, erano fatte così; in effetti mantenevano un comportamento molto austero e mal sopportavano la puledrina a volte un tantino ribelle. Erano fatte così, rappresentando forme arcaiche in tempi che avrebbero portato forti cambiamenti. E Tina era alla fin fine la più vezzeggiata e si permetteva spesso di trasgredire.
Alle otto, più o meno alle otto arrivò il vaporetto. Mimì e Tina, orgogliosa di essere accompagnata da un fratello così elegante, alto, robusto e bello, erano sulla banchina.

PROCIDA L’ETERNO RITORNO fine parte 9

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