VIAGGIATORI – una serie di racconti I GIORNI 1972 quarta parte

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Era una donna di mezza età, bruciata dal sole nel viso, di Ventoteneforse o di Ponza. Vestiva di nero, in modo poco elegante per una città ma vicino a quelle nostre vedove di marinai che, nel Sud, nei paesini di mare e nelle isole, usano ancora lavorare di conocchia e di fuso su quei due tre scalini davanti alle loro abitazioni rivestite di bianca calce che dà loro quella sensazione di pulito, di nitido. La trovammo seduta a quel posto che avevo riservato con un tantino di spiritosagine al mio amico “un po’ stanco”.
Guardai la signora vestita di rosso che le sedeva accanto. Doveva avere manie aristocratiche. Mi rispose con uno sguardo di sopportazione e di rassegnazione.
La bella costa di Gaeta ci passò accanto e noi la guardammo come in un film. Ogni secondo una propsettiva diversa, un’angolazione nuova e le immagini passavano così, frettolosamente. Il vento scompigliava i miei lunghi capelli.
Vidi arrivare una ragazza bruna di età giovane ed incerta, bella, occhiali d’oro scuri e grossi, un corpo leggero ed aggraziato.
“Shambeck, Shambeck, Schambek….” mormorando tra il silenzioso ed il sonoro.
Con lei c’era il padre. Si avvicinarono a noi che stavamo a farci accarezzare dal vento ed avedere il film di cui prima…e notai che almeno lei aveva lo stesso mio problema: i capelli lunghi e scompigliati. Suo padre li aveva corti.
“Il vento….i capelli, devo tagliarli” e nient’altro mi bastò dire, in maniera affrettata a bella posta, per attaccare.
Con Arleppa Schambeck, Opromollo e Mister Foffano, divertita ma incerta…
All’improvviso il mio amico ieratico guardando il cielo e alzando a metà le braccia: “Trasumanar significar per verba….”.
“…non si poria”.
Una voce alle nostre spalle imprecisata ed inumana.
Al bar, dove poi ero andato, era seduta al banco la figlia della signora in rosso. Non parlammo. La madre aveva detto che andavano a Ventotene. Noi a Ponza. Sarebbe stata una fatica sprecata, un mero tirocinio attaccare….ma del resto non ne avevo tanta voglia. Il cameriere mi servì un’aranciata amara.
“Davvero fai? Insomma, se io ti facessi capire, poniamo per scherzo, che ci sto, tu ci staresti?”
“Beh, che c’è di male? Io, sì”.
La tenevo per mano. Lei si faceva teneramente tenere per mano. Eppure bisogna vincere il timore di chissà cosa per tenere per mano una ragazza. In una mia ricognizione avevo scoperto come andare a prua.
“Vieni. Andiamo”.
E lei per mano, dietro. Il mio amico sa quando deve andare e quando no. E dietro. Con tutti quei personaggi inventati ed i loro aneddoti bislacchi avevamo confuso il suo cervellino. Milanese, parlammo delle nostre città dei nostri concittadini. Andava a Ventotene.
Il padre dopo un po’ andò cercandola dappertutto. Lei ci raccontò poi ridendo che aveva addirittura pensato a rapimenti o ad involontari tuffi nel mare. Che si era recato anche dal capitano della nave. Che padre! Che gelosia!
“Così impari!” e giù schiaffi. “Impari a dire bugie”. Non si tocca una donna nemmeno con un fiore. Una donna, sì. Ma un diavolo, no.
Qualche anno prima dormivano insieme, talvolta soli. La fine.
La nostra giovane amica venne davvero rapita, ma dal padre! Non ci salutò neppure quando sbarcò, a Ventotene.

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – PRATO CICOGNINI VIA BALDANZI ORE 15.00 30 OTTOBRE

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Questo pomeriggio Antonello Nave ed il sottoscritto svolgeremo un’iniziativa presso il Liceo Classico Cicognini in via Baldanzi ricordando le figure di Jean Vigo e di Francois Truffaut ad 80 e 30 anni dalla loro scomparsa.
Sarà presentato un testo in Powerpoint e verranno proiettate alcuni brani dei film “A propos de Nice”, “Taris où la natation”, “Zero de conduite” e “L’Atalante” di Jean Vigo; “Les mistons” e “Les quatre- cents coups” di Truffaut.
Dei brani saranno letti da Simone Margheri ed Antonello Nave.
Al termine sarà proiettato un video su Truffaut di Emma Prisco di “LUX in Fabula”  ed uno dei primi film di Vigo o di Truffaut.

Giuseppe Maddaluno

 

Vigo e Truffaut 2

“QUATTORDICI” di Matilde Iaccarino –

ANIME BIANCHE

Matilde

Ho commentato “Anime bianche – racconti dal carcere” edito da Valtrend nell’occasione del “Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra” dello scorso settembre. E ribadii che si trattava di un’operazione intelligente, socialmente utile al recupero di una parte di normalità per le detenute della casa circondariale femminile di Pozzuoli,  lavoro svolto in modo egregio dal Laboratorio di Lettura e Scrittura, intitolato al Premio Nobel per la Pace 2012 Aung Sang Suu Kyi, che fin dal 2002 è condotto da Lina Stanco (Ass. Quartieri Spagnoli), Francesca Di Bonito (Ass. FEBE) e Maria Gaita (Ass. FEBE).  “Anime bianche – Racconti dal carcere” è il risultato del Laboratorio di quest’ultimo anno e si basa sul testo di Matilde Iaccarino, “Quattordici” edito dalla stessa casa editrice Valtrend. Alcune donne del carcere di Pozzuoli ne hanno scelto parti e su di esse hanno costruito nuovi brani ricollegandoli ad esperienze personali. “Quattordici” è un libro apparentemente composito e disarticolato all’interno del quale si ritrovano parole ed immagini; ma in effetti c’è un collegamento molto stretto fra  le fotografie di un giovane gruppo di valenti professionisti (Michele Esposito, Alessandro Esposito, Aurora Scotto di Minico, Andrea D’Agostino, Paola Visone, Anamaria Policicchio e Paolo Visone) e le parole all’interno di un libro che analizza la società introducendovi la pratica dell’antropologia visuale. Il libro si avvale di una duplice introduzione; la prima “Ai bordi di acquamorta” di Angelo Petrella, giovane scrittore, sceneggiatore napoletano; la seconda, “Il bello delle cose” di Antonio Toty Ruggieri, noto fotografo professionista del quale apprezzo l’attenzione sociale ai mondi diversi del palcoscenico partenopeo più di quello chic e dorato della Moda. I racconti di Matilde sono, per l’appunto, 14 e trattano argomenti collegati alla vita delle persone comuni nell’area flegrea. L’autrice sembra conoscere profondamente le storie che sceglie di raccontare in modo fluido autogenerantesi, quelle da cui trae ispirazione; e lo fa lievemente ma liricamente, evidenziando la sua bellezza interiore che non è per niente inferiore a quella esteriore. Ella si distingue per la straordinaria capacità di cogliere piccoli tratti della vita dei suoi protagonisti che, da minimi personaggi di provincia, assumono ruoli “universali”. Il linguaggio che utilizza in modo naturale si caratterizza per la freschezza e la naturalezza, riuscendo ad interpretare come dall’interno le vicissitudini di un’umanità variegata facendone emergere il vissuto attraverso un’analisi profonda. Sintesi e concretezza evocano, ben più che lunghi sproloqui sedicenti “esaurienti” tutto quello che è “fuori” dalle inquadrature di quel film che è la VITA. In “Di martedì” siamo di fronte ad un impossibile tentativo di rimettere indietro il tempo della nostra esistenza; in “Cinque minuti” vi è l’inizio di una STORIA con due persone timide, amiche più del silenzio che del vuoto ed inutile, banale eloquio. In “Sulla scogliera” la protagonista viverivive un momento importante della sua vita, nel quale deve farsi carico di una scelta decisiva; “La casa degli specchi” è un racconto più complesso, una sorta di “giallocronaca nera” ma anomalo,  all’interno del quale domina il volto sorridente della protagonista.  Ne “Il giorno dei morti” ritroviamo un’intensa liricità collegata ad eterni irrisolti dilemmi, rimpianti esistenziali (“A volte le cose sembrano non avere un senso, a volte il senso ci viene a cercare”); in “Primo tempo” l’eroe è un bambino nell’attesa di un momento importante della sua vita (“Quando sei un bambino, l’unica cosa che desideri è giocare a pallone. Giocare a pallone è la libertà”). “Napoli-Marocco” ci proietta all’interno di una giornata da extracomunitario, da “reietto” nel contesto della struggente bellezza dei “campi ardenti”; così come in “Di parole e di condono” entra in scena la tragedia delle case abusive vista con gli occhi di chi con tanti sacrifici l’ha costruita: una tragedia vissuta con un certo ottimismo naturale nella parte finale. In “Nel mezzo” vi si analizza il tema del lavoro nero, quello precario, sottopagato e lo sfruttamento: anche in questo racconto il protagonista non si lascia prendere dalla disperazione e reagisce con innato ottimismo; “Dal rione” è il ritorno al passato con il riaffiorare dei ricordi in uno degli ambienti simbolo della storia puteolana, il “Rione Terra”. In  “Quando verrà la neve” c’è un incontro epifanico nel corso del quale il miracolo della poesia e del pensiero poetico si compie rendendo reali i sogni. In “Nella carne” ancora una volta si passa dalla disperazione alla scelta di vivere: è la Vita che vince su tutto, sul Male, sull’Offesa, sull’Ipocrisia, sulle meschinerie; l’ironia e l’ottimismo pervadono anche “Tamponamento a catena”: esse superano tutte le difficoltà quotidiane in un mondo che non sempre funziona nel senso che noi desidereremmo sia individualmente che collettivamente. L’ultimo racconto, “L’attesa” ci porta in una vicenda che si snoda in modo piano, sereno, tranquillo; la protagonista è presentata attraverso un monologo molto intimo, che si isnerisce in un contesto narrativo che rappresenta la “scelta” più importante della sua vita dieci anni dopo un altro incontro altrettanto fondamentale. In “Quattordici” Matilde Iaccarino si conferma capace di entrare nel mondo interiore dell’animo umano, di interpretarne le angosce, di perdersi nei loro pensieri, nelle preoccupazioni, utilizzando l’amara ironia commista all’ottimismo della disperazione e rivestita di saggezza popolare.

Matilde ed io

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – PozzuoliPrato – L’analisi di Federica Nerini

A Pozzuoli l’iniziativa che abbiamo svolto presso l’Associazione “Lux in Fabula” ha visto la partecipazione e l’intervento di Germana Volpe, Roberto Volpe e Emma Prisco (autrice di un video che presenterò anche a Prato giovedì prossimo 30 ottobre ore 15.00 presso il Liceo “Cicognini”). L’intervento conclusivo è stato quello di Federica Nerini, la più giovane del Gruppo. Ve lo propongo.

Federica Nerini

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Germana Volpe

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Roberto Volpe

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Emma Prisco

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CONFERENZA: “Passione Vigo/Truffaut”.
Il mio studio non è una apologia della Psicoanalisi freudiana, né un lavoro scientifico, ma un elaborato creato per farvi capire come le nostre azioni siano condizionate da eventi, esperienze, attimi e soprattutto da traumi, che l’uomo ha vissuto nel corso della sua esistenza. A volte siamo malinconici, talvolta felici, in altri tempi nostalgici, sebbene non riusciamo a capire il perché. Noi siamo dotati di una FORZA OSCURA (inconscio), che manovra le nostre azioni grazie a delle istanze psichiche guidate dalla rimozione: i RICORDI RIMOSSI ci governano. NOI SIAMO CIO’ CHE VIVIAMO. Quindi siamo totalmente schiavi di noi stessi, solo che non ce ne accorgiamo. Ho studiato libri che raccontavano la biografia di questi due registi francesi, ho analizzato i film scoprendo le diverse tecniche e sfumature cinematografiche, dopo aver letto le sceneggiature sono poi arrivata ad una conclusione: l’INFANZIA e la FIGURA del PADRE sono entrambe fondamentali per aver segnato psicologicamente l’attività d’astrazione dei due cineasti. Ora analizzeremo questi due aspetti affascinanti per capire i loro concepimenti creativi:
L’infanzia di François Truffaut è un’infanzia difficile. La madre partorirà a diciotto anni, in un primo momento lo alleverà una balia, poi verrà cresciuto dalla nonna materna. Sarà lei ad accudirlo e a insegnargli l’educazione infantile. Successivamente la madre si sposerà con un certo Roland Truffaut, un designer industriale che darà il cognome al bambino nonostante non sia il padre biologico. Il piccolo François quindi crescerà con il malessere e la consapevolezza di non aver mai conosciuto il suo vero padre biologico, e di non essere un bambino come gli altri. La madre non l’allatterà mai “mostrando la più alta forma d’amore verso il figlio dando in dono se stessa”. La madre ama il suo bambino perché è la sua creatura e non perché abbia fatto qualcosa per meritarselo (archetipo junghiano). L’amore materno è incondizionato, mentre l’ amore paterno è condizionato. La concezione dell’amore materno può essere spiegata con la storia biblica della creazione. La terra promessa (simbolo di madre) è descritta come “traboccante di latte e miele”. Il LATTE è simbolo delle cure che la madre dà al bambino, mentre il MIELE allude alla dolcezza della vita, la felicità di sentirsi vivi. Quindi per essere una brava mamma bisogna dare sia del latte, sia del miele. Ma non sempre è così. Se il bambino non vive questo meccanismo, sarà turbato da un trauma per tutta la vita. Possiamo studiare varie scene de “I 400 colpi” (capolavoro autobiografico), in cui il piccolo Antoine è sofferente, non vivendo un’infanzia normale. Antoine alla psicologa in riformatorio dice: “All’inizio mi avevano affidato ad una balia; poi quando sono mancati i soldi, mi hanno mandato da mia nonna… quando lei è diventata troppo vecchia per tenermi, allora sono tornato dai miei genitori, in quel momento, avevo già otto anni, mi sono accorto che mia madre non mi voleva bene, lei avrebbe voluto abortire”. E ancora in “Non drammatizziamo è solo questione di corna” egli afferma ad un amico: “Io non mi innamoro di una ragazza in particolare, io mi innamoro di tutta la famiglia: il padre, la madre… mi piacciono le ragazze che hanno genitori gentili. Adoro i genitori degli altri, insomma!”.
Il personaggio di Truffaut, Antoine avrà sempre la mancanza di non essere stato amato nella prima parte della sua infanzia, generando un disturbo della sfera affettiva. “L’uomo che amava le donne” in realtà non ne amava neanche una, poiché non avendo avuto l’amore necessario nell’infanzia (periodo fondamentale per la formazione della personalità individuale) vorrà o conquistarsi l’amore degli altri, oppure realizzare il desiderio insoddisfatto di essere amato sempre in ogni singolo momento della propria esistenza. LA MANCANZA DEVE ESSERE COLMATA DALL’AMORE. Antoine (l’alter ego di Truffaut) non amerà mai le donne, ma sarà innamorato solamente dalla loro immagine. Pessoa infatti afferma: “Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo”. Non sarà mai convinto pienamente del proprio amore, poiché è incapace di amare una donna. Quando l’uomo è innamorato sogna la perfezione e si illude di averla sfiorata con la propria partner. In realtà non è mai così. Io faccio sempre l’esempio dei templi Aztechi che non puntavano alla perfezione, solo per la paura di non competere con la grandezza di Dio. Gli operai lasciavano sempre un angolo incompiuto, affinché il tempio fosse imperfetto. Ecco l’amore è così, prima pensiamo di aver toccato il cielo con un dito, poi scopriamo dopo l’infatuazione l’effettiva imperfezione del nostro partner, esplorando l’angolo oscuro.
È famosa la frase pronunciata da Antoine in “Non drammatizziamo è solo questione di corna”, quando dopo aver tradito la moglie Christine egli dice con una battuta di tipo felliniano: “Tu sei la mia sorellina, tu sei mia figlia, tu sei mia madre…”; Christine risponde: “Avrei voluto essere anche tua moglie”. Questi cinque film rappresentano la formazione o disgregazione di un personaggio dall’infanzia ai trent’anni. Fitzgerald diceva “la vita intera è un processo di demolizione” e aveva ragione. Poiché un personaggio in fuga non riesce a convivere con se stesso e con gli altri, avendo il terrore di amare e di essere amato.
Con Jean Vigo si ha la mancanza di una figura paterna effettiva, fino ad arrivare a “mitizzarla” a sua volta. Miguel Almereyda era una anarchico scomodo, ha cercato di diventare chiunque nella sua vita, tutto tranne che un padre. Il piccolo Jean è macchiato dalla colpa di essere il figlio di un rivoluzionario, che non conoscerà mai. Morto il padre, la madre non avendo i mezzi per mantenerlo lo affidò a Gabriel Aubès, il marito della nonna paterna. In altre parole il signor Aubès non era neanche suo nonno, ma fu l’unico che si occuperà di lui. Vigo sarà tormentato sempre dall’idea dell’abbandono della madre per tutta la vita. Infatti nel suo diario scriveva: “Penso che io non sia mai stato amato da mia madre, per questo sono stato abbandonato”. Successivamente passerà da un Collegio francese all’altro, nascondendo anche la sua identità, questo lo turberà profondamente per sempre. Il corto “Zero in Condotta” rappresenta l’esorcizzazione di un’infanzia: triste, malinconica, difficile e nostalgica. Voleva avere al di là del Collegio anche lui una famiglia normale, come tutti. Inoltre, sarà tormentato dall’idea della morte in tutto il corso della sua esistenza; il padre è morto in circostanze misteriose, ucciso da alcuni cospiratori. Molti pensano che sia stato soffocato con dei lacci delle scarpe, facendo pressione con la spalliera del letto. Questa mancanza affettiva paterna verrà cercata spesso in qualunque uomo, pur di riempire il ricordo. Possiamo ritrovare una figura del padre nel personaggio di “père Jules” dell’Atalante in tutta la sua polimorfica potenzialità espressiva. Personaggio malinconico, ricco di esperienze, estremo viaggiatore, si occuperà di Jean quando Juliette scapperà dalla chiatta e non riuscirà più a vivere per la tristezza. Sarà père Jules ad andare a riprendere Juliette per riportarla sull’Atalante.
Ciò che ci deve maggiormente far riflettere è che anche qui nel capolavoro di Vigo la concezione dell’amore viene idealizzato all’interno di un’ immagine. Mi riferisco per esempio alla sequenza in cui i due sposi separati spazialmente – lei in una stanza d’albergo sulla terraferma e lui nella cabina della chiatta che scorre sull’acqua si cercano a colpi di dissolvenze incrociate. Lo sposo riuscirà a superare la solitudine immergendosi nell’acqua del fiume per rivedere la donna amata. Ed ecco che c’è un connubio di immagini, sensazioni ed idee, che nascono dalla spinta di Jean di cercare l’immagine sensuale ed erotica di Juliette. Gettandosi nel fiume inconsciamente aumenterà il suo spirito narcisistico, guardando la sua immagine riflessa.
Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. (Pessoa).

VIAGGIATORI – una serie di racconti – I GIORNI 1972 terza parte

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I GIORNI – terza parte

Il capitano in seconda alzava la voce e con lui la signora con cui era in alterco. Alta, slanciata, magra, dai capeli corti biondo-rossicci, gli occhi di una bambina capricciosa, il naso leggermente adunco, protestava per il ritardo in un modo che avrebbe innervosito il più paziente dei marinai.
Era trascorsa circa mezzora dall’orario canonicondi partenza. Di lì a qualche minuto furono accesi i motori, specchietto per le ellodole.
Passò ancora un po’ per partire. Finalmente.
“Come potrò dimenticare tre mesi della mia vita, tremesi meravigliosi vissuti felicemente”. Dimenticati _ Una margherita _ non dimenticati – dimenticati – non dimenticati – dimentic….
“Lei non si preoccupi leinonsipreoccupi leinonsipreoccupi leinonsi….”
Così sembrava dire il motore e mi ricordava un’estate magnifica di qualche anno prima, quando quella frase mi fece da ruffiana.
“Nonsipreoccupinonsipreoccupinonsipreocc..”
Man mano che la riva si allontanava da noi e si avvicinava la sagoma dell’abitato di Gaeta, le montagne dietro Formia apparivano sempre più alte. Una dietro l’altra disposte come a farsi concorrenza in altezza, quasi esseri umani che, arrivando dal montuoso entroterra, siano ansiosi di possedere la vista del mare.
Navi militari, barche di pescatori, battelli, motoscafi.
“Nnsprccpnnsprccpnnsprccpnnsprccpnsprccp….”
Parole mozze , sincopate, veloci sempre più veloci.
“Nsprccpnsprccpnsprccpnsprccpnsprccp….”
Montagne ora più lontane, sempre più annebbiate dall’irradiazione del sole, masse grigie, masse verdi, masse grigio-verdi, brune lontane nell’impalpabile nebbia d’estate. La costa, linea bianca sottile, palazzi senza linee bianchi, non più finestre, non più balconi, non più terrazzi, solo una linea bianca sottile. Da poppa la schiumosa scia d’acqua perdersi in un breve infinito e coll’occhio seguire, man mano e sempre più lontano, una bottiglia vuota galleggiare, dondolare sull’onda e scomparire man mano sempre più lontano a una distanza sempre piùgrande, da poppa. E non la vedi più, né fai a tempo a dire “Mi sembra…” che già è….

fine terza parte

reloaded POZZUOLI – CIRCOLO NAUTICO SAN MARCO – alla ricerca di vecchi amici

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Pozzuoli – CIRCOLO NAUTICO SAN MARCO – alla ricerca di vecchi amici
LE NUOVE PASSEGGIATE NEI CAMPI FLEGREI (dopo più di quaranta anni)

Chi arrivava al porto di Pozzuoli scendendo dall’Annunziata e percorrendo il bordo dei resti del Tempio di Serapide si trovava di fronte fino a pochi anni fa una zona tutta dedicata a “mercato”: frutta, verdura a sinistra, pesce a destra. A dire il vero ancora prima ricordo che i mercati erano tutti un po’ spostati verso la sinistra dell’area portuale ma al di là della banchina c’era un mare che assomigliava molto più ad uno stagno acquitrinoso e melmoso con residui di ogni specie e stazza nel fondo. Negli ultimi anni in modo altalenante le Amministrazioni, oberate anche da vicende che hanno ricevuto una certa attenzione da parte della Magistratura, si sono impegnate a realizzare progetti che dessero decoro a quella parte di città maggiormente nota ai “turisti” nel loro transito da e per le isole ed ai frequentatori dei locali più rinomati del lungomare. Non molti però si sono accorti che un lembo di quel territorio sulla destra ed al disotto del Mercato all’ingrosso del pesce, che fino a pochi anni fa era ricettacolo di sporcizia varia, è stato messo in ordine ed è diventato un luogo piacevole. Certo anche io non lo avevo notato e devo dire che anche mio cognato che è un acclarato “lupo di mare” non ne era a conoscenza; ma con il mio ritorno sulle mie terre flegree alla ricerca di vecchi amici è accaduto che, chiedendo notizie di Giuseppe La Mura, con il quale negli anni Settanta avevamo messo in piedi un Collettivo (era l’epoca dei “collettivi”!) Teatrale di Ricerca (che oggi chiamerei “antropologica”) ed avevamo lavorato nella messa in scena di una “Cantata dei pastori” interamente in dialetto puteolano (“Cca’ puntey ll’arbe”), un amico comune si pose a disposizione per indicarmi dove trovare La Mura, anzi si propose di accompagnarmici. Mentre ci spostavamo dalla Piazza della Repubblica verso il lungomare mi accennava al lavoro che era stato fatto su quella piccola parte di territorio costiero ma non riuscivo ad immaginare dalle sue parole ancorchè entusiastiche quello che avrei di lì a poco visto. Dopo la parte di lungomare che viene – di mattina – occupato dai mercatini, che dalle ex Palazzine sono stati molto opportunamente lì insediati, c’è una transenna (per i mezzi automobilistici), superata la quale, si discende verso la banchina che si stende poi sul mare in posizione perpendicolare rispetto alla spiaggia. Sulla destra, scendendo, un considerevole lembo di questa spiaggia è stato bonificato e curato trasformandolo, anche con opportuni innesti di terreno, in prato verde: in fondo, poi, è stata posta una struttura abitativa prefabbricata per gli uffici ed una parte coperta per custodire gli attrezzi utili al mantenimento degli spazi. Un bel lavoro, dico io; ma di La Mura non vedo traccia. Scendiamo due scalini in legno per superare il dislivello fra la strada della banchina e la sabbia ed avanziamo verso il casotto. Io sono sfacciato come se si trattasse di un luogo a me già noto (ho fatto sempre così già da ragazzo: imparavo le cose fingendo già di saperle) e mi dirigo verso l’ingresso del prefabbricato chiedendo di Giuseppe La Mura (in effetti avevo già visto una faccia a me nota dalla lontana infanzia) e mi dissero che era dentro. Sapevo di non essere atteso e sapevo anche che sarebbe stata una sorpresa, credo bella, anche per lui; perciò avanzai spedito dentro: era a questionare in polemiche non rilevanti (gli artisti sono polemici di natura e vivono di questo aspetto del loro carattere; la “polemica” è arte e se volete la chiameremo “dialettica”, solo che a differenza della polemica quest’ultima è perlomeno bidirezionale e la “polemica” è appunto “unidirezionale”) con gli altri amici; ma vedendomi tutta la battaglia venne sospesa. E così mi raccontarono di questo loro impegno, del fatto che erano riusciti a farsi dare la “concessione” di quel lembo di arenile da parte dell’Ufficio Circondariale Marittimo e di avere poi fondato il Circolo Nautico San Marco con l’impegno di bonificare e ripulire il tutto riportandolo all’uso pubblico. Con Giuseppe ed alcuni amici d’infanzia “ritrovati” intanto abbiamo rievocato i “vecchi” tempi, riportando alla luce momenti belli ma dimenticati. E poi ci siamo lasciati dopo che mi avevano però invitato – quando lo avessi desiderato – a ritornare. In special modo mi chiesero di passare la mattina di giovedì 15 maggio perché ci sarebbe stata un’iniziativa alla quale tenevano molto.
“Coloriamo in riva al mare” nella sua VI edizione coinvolgeva circa 400 studenti delle classi III – IV – V del I° Circolo Didattico insieme ai loro insegnanti. Ed io ci sono andato: avevano preparato già alle prime luci dell’alba una serie di postazioni utilizzando dei teli blu: anche io ci sono arrivato prestino e così ho potuto cooperare nella prima fase organizzativa ricevendo i gruppi che sciamavano lentamente ma gioiosamente verso l’arenile e si sistemavano in circolo negli spazi predisposti ad hoc. Attraverso gli insegnanti distribuivamo delle cartelline contenenti dei cartoncini sui quali individualmente (ma sono state concesse deroghe ad alcuni che volevano operare in “team”) ciascuno dei partecipanti poteva interpretare temi marini. La Mura, esperto, girava fra gli spazi interloquendo anche con i docenti ed osservando lo stile con cui tutti procedevano nella realizzazione della loro opera. Non sono rimasto per tutta la mattina; avevo impegni da assolvere cui non potevo derogare ma prima che andassi via, mi chiesero di essere parte della commissione giudicatrice. A parte il fatto che le mie competenze sono molto diverse ho dovuto declinare questo “onore” perché ero certo di non poter essere a Pozzuoli in quella fase dell’anno che di norma mi vede impegnato in Esami di Stato. Invece ho dato la mia disponibilità a cooperare in iniziative culturali di vario genere che vogliano intraprendere nei prossimi mesi estivi: ne parleremo.
Intanto, però, se andate o venite a Pozzuoli – anche mentre aspettate i vaporetti – non dimenticate di fermarvi al Circolo Nautico San Marco (poiché non vendono nulla e non vi si compra nulla non ho alcuna remora a postare questa “pubblicità”).

In allegato in alto foto dei partecipanti a “Coloriamo in riva al mare” ed in basso foto di Circolo Nautico San Marco – Peppe La Mura – Lungomare Pozzuoli

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10 MAGGIO – reloaded da Politicsblog

“Sono i territori a dover stimolare e supportare in modo operativo la nascita l’organizzazione e lo sviluppo di un’imprenditoria culturale complessiva e diffusa che possa diventare il volano principale della “nostra” economia”

Le “nuove” passeggiate nei Campi Flegrei (dopo quaranta e più anni).

11 maggio 2014

 

Ieri (10 maggio 2014) sono stato a Baia, invitato dalla cortese Angela Schiavone, letterata poetessa ed organizzatrice di splendidi eventi, ad un percorso poetico-narrativo fra i reperti archeologici ordinati nel Museo dei Campi Flegrei dentro il Castello Aragonese che domina sul Golfo di Pozzuoli e quello di Napoli. La grandezza storica ed architettonica del luogo mi permette di disquisire sulle bellezze inequivocabili delle diverse risorse artistiche e naturali che, in queste terre, antichi e moderni viaggiatori italiani e, soprattutto, stranieri sanno di poter trovare, conoscendone ed apprezzandone il valore. Mi dico che varrebbe la pena riflettere di più su queste incommensurabili ricchezze che la Storia (Grecia, Roma, Normanni, Angioini, Aragonesi, Borboni) e la conformazione del territorio così vario (acqua di mare e di terra, fuoco, aria, pianura e collina, coste, golfi e calette) ha regalato all’area flegrea. Ero un ragazzo poco più che ventenne e scrivevo un “appello” a valorizzare ed amare questi luoghi nella loro complessità. Sono trascorsi più di quaranta anni e nuovamente (a sessanta e più anni) avverto il bisogno di affrontare questo argomento. Accenno qualcosa all’Assessore alla Cultura del Comune di Bacoli, Flavia Guardascione, ma mi riservo di riflettere, dopo la visita, con un intervento su Politicsblog. Ed è quello che sto facendo, avendo messo insieme alcuni tasselli ma soprattutto confortato da una lettera che stamani (11 maggio) Domenico De Masi noto sociologo molto attento alle tematiche culturali pubblica su “Repubblica” alla pagina XIII regionale Napoli. Il titolo è significativo del contenuto “Con la Cultura si può mangiare ma noi non ne siamo capaci” (vedi allegato). Un Blog che si occupa di Politica e di Economia del Territorio a livello nazionale non si può esimere dal partecipare ad un dibattito che, in un Paese come l’Italia con un tasso così elevato di disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è fondamentale; perché purtroppo si continua a non riconoscere che la Cultura, l’Arte, le manifestazioni sportive, la Storia, la Cura dell’Ambiente e del Territorio siano un volano forte e sicuro per il Turismo, un turismo di ogni tipo, di massa, di qualità, scolastico, della terza età, eno-gastronomico, convegnistico, termale etc etc. A dire il vero di chiacchiere ne abbiamo sentite troppo spesso a vuoto mentre sarebbe ben opportuno che fossero ricercate sui territori quelle competenze che oggi, soprattutto quelle passionalmente giovanili, sembrano essere destinate a diventare dei “vuoti a perdere” da smaltire e rottamare. Si fa tanto parlare inutilmente di far ripartire l’economia ma intanto non vi è una capacità imprenditoriale di “marketing” intorno ai siti storici e culturali ed agli eventi spesso a questi collegati; sarebbero tantissimi i “posti di lavoro” da mettere a regime e a tale scopo si potrebbero utilizzare fondi europei ed interventi regionali e statali tipo “reddito minimo garantito a progetto” riservati a gruppi di giovani e adulti che si organizzino in Associazioni o Cooperative. Ci sembra di ripercorrere in fotocopia (ma vale anche per questo elemento l’assunto di partenza) l’ affermazione del Principe di Salina, “tutto cambia perché nulla cambi”, e si assiste alla stessa tiritera su cambiamento e rinnovamento senza senso anche quando le affermazioni appaiono promettenti come quella sull’ampliamento della platea di giovani che potrebbero (è solo un annuncio – uno dei soliti in campagna elettorale – quello di cui qui si parla) accedere al servizio civile. Ma è “propaganda” ed è una delle solite “boutades” cui ci hanno abituato i leaders populisti degli ultimi venti anni; e non perché non possa essere vero, ma perché già nella fase propositiva si parla “esclusivamente” di costi, la qual cosa significa che, come è accaduto con i LSU (Lavoratori socialmente utili), le loro funzioni non sono specificate e dunque non sarà altro che un’altra operazione clientelare che non darà risultati positivi

Non credo di esprimere una riflessione originale allorquando – e qui ritorno alla visita del 10 maggio – capisci che l’iniziativa organizzata dalla mia amica Angela non è stata promossa dal punto di vista mediatica (ne avrebbe avuto un grande merito, e so di non stare ad utilizzare alcuna piaggeria: ve lo assicuro) dai funzionari del Comune di Bacoli che se ne rimpallano – mi permetto di dire in modo cialtronesco – le responsabilità: gli stessi operatori del sito (il Castello Aragonese di Baia) quando arriviamo sono sorpresi ed impreparati, ignorando non colpevolmente l’effettuazione dell’evento. Non riesco nemmeno più ad essere allibito di fronte a simili contingenze; spero sempre possa essere l’ultima: sono ottimista incallito. La visita al Castello con la sua struttura mastodontica ancora possente ed agli importantissimi reperti archeologici ben distribuiti in oltre quaranta ambienti, accompagnati da esperti ed artisti di varia professionalità (l’archeologa Flavia Guardascione che è anche Assessore alla Cultura del territorio, la responsabile del Castello Aragonese di Baia Paola Miniero, l’antropologa Sara Greco, la psicoterapeuta junghiana Cinzia Caputo, una performer e guida turistica Gabriella Romano che ha splendidamente dato vita ad Isabella d’Aragona ricevendo i visitatori, ed una danzatrice, l’allieva del Liceo Scientifico “Ettore Majorana”, Maria Patacchini) oltre che da una squisita appassionata di poesia e letteratura, la mia amica Angela Schiavone, dura oltre un paio di ore che trascorrono velocemente: non sono qui a descrivere ciò che ho visto ed ascoltato. Ovviamente ne suggerisco la visita, riportando in fondo a questo articolo indirizzi e recapiti telefonici utili allo scopo. Ma poiché il mio intendimento espresso nel corpus dell’articolo è quello di denunciare le inefficienze per poterle superare aggiungo un nuovo tassello. Uscendo dal Castello mi sono fermato alla biglietteria ed ho chiesto di avere un depliant del sito: non ve ne era traccia alcuna. C’erano quelli di Napoli, Pompei, Ercolano ma mancava qualsiasi riferimento al territorio di Baia, di Bacoli e – tout court – dei Campi Flegrei. Mi chiedo – in quell’occasione ed ora – (e vi assicuro che non mi sento e non sono uno sciovinista provinciale) che senso abbia tutto questo affannarsi inutilmente per promuovere a chiacchiere e parole scritte questi luoghi bellissimi, come sto facendo peraltro, se gli Enti e le Istituzioni politiche e culturali statali regionali e locali non sono in grado di organizzare il minimo necessario per informare, diffondere la conoscenza di questi territori che porterebbe loro ricchezza. All’incontro era presente anche Ciro Amoroso fine cultore della Storia e della Cultura dei Campi Flegrei (in allegato un video) Ho conosciuto l’Assessore Flavia Guardascione, archeologa anche molto ben preparata, e vorrei sostenerla in questo suo compito; quindi la mia critica ha caratteristiche di positività ed anche per questo non vorrei che venisse sottovalutata. Non mi dispiacerebbe che su questo Blog qualcuno dei responsabili di quel territorio rispondesse.

di Giuseppe Maddaluno

Sabato 24 maggio nuova visita guidata – siete tuttei invitatei a partecipare!

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Angela Schiavone legge una sua poesia al Castello di Baia 10 maggio 2014

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In allegato

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/11/con-la-cultura-si-puo-mangiare-ma-noi-non-ne-siamo-capaciNapoli13.html

 

breve video su Castello

 

Ciro Amoroso illustra i tesori del Castello

 

 

reloaded LA MERAVIGLIOSA STORIA DEL TRAPIANTO DI CUORE A NAPOLI – a richiesta

 

Libro Cotrufo

“La meravigliosa storia del trapianto di cuore a Napoli” è un libro agile sia nella forma che nella sostanza scritto da Maurizio Cotrufo, colonna portante della Cardiochirurgia italiana ed ovviamente napoletana, e Gian Paolo Porreca, noto chirurgo vascolare ma anche valente cultore delle arti letterarie. Libro “agile” letto e riletto nel corso del mio viaggio di ritorno a Prato, viaggio peraltro assillato da un simpatico signore di Casapesenna che non ha chiuso bocca per circa sei ore, peraltro raccontando vari episodi gustosi della sua esistenza (ahimè, veniva a Prato e, dunque, ho rischiato di non avere un attimo di tranquillità; ma, quando prendo un impegno, come questo con Flavio Cersauolo, nemmeno le cannonate mi distraggono). Ed è per questo che ho dovuto rileggerlo questa notte. Il libro si avvale della Prefazione di un amico pittore scritta “Per l’amico professore” (Cotrufo) nella quale ricorda quel che accadde nel gennaio del 1988 mentre insieme ad altri amici si trovavano a Capri. Gianni Pisani, autore della Prefazione ed autore dell’opera in copertina, “Maurizio parte da Capri per Napoli”, una tempera su carta per l’occasione, ringrazia l’amico Maurizio per non aver deciso di percorrere la strada dell’Arte e di aver scelto quella della Medicina e lo fa con ironia: “Grazie, Prufesso’!”

Nella Premessa viene presentato il doppio canale attraverso cui si snoda tutta la vicenda; da una parte in caratteri tondi (quelli normali, per intenderci) Maurizio Cotrufo senza coinvolgersi in prima persona ma utilizzando l’anonima “esternalità” del punto di vista racconterà le vicende biografiche (“Chi è?”) che lo riguardano, non prima di aver dedicato un intervento su “La storia e la valenza attuale del trapianto di cuore”, nel quale utilizzando un linguaggio scientifico rende chiarissimi i meccanismi che riguardano un argomento così delicato come il “passaggio” di un “cuore” da un individuo ad un altro. Dall’altra parte c’è la “penna” e lo stile di Gian Paolo Porreca che accompagna la narrazione con un linguaggio elevato qualitativamente e lirico fornendo al libro una valenza al di là della documentazione biografica e scientifica, raggiungendo vette poetiche di grande respiro.
E nel rincorrere i ricordi ritorna “dolce ne la memoria” “un tramonto di mezza estate, incantato dal suo sole rosso, un’icona dell’anima”, “rosso” come il sangue e come il cuore che naturalmente lo pompa. E in un grido pacato e poetico dedicato a Napoli, una città unica che si può odiare ma soprattutto amare alla follia, Porreca dirà: “..in un mattino di gennaio, a pensare al sole rosso di un tramonto sul mare di agosto che abbracci o incendi la tua storia e il tuo amore segreto, di sicuro Napoli, questa città di mare, non è un approdo finito: se non per chi ha una ragione in più, e non troppe in meno, per amarla. Come fosse una donna impervia.” E, poi, nel finale la simbiosi fra “artista” e “chirurgo” si compie naturalmente.
Mancherò alla presentazione e me ne dolgo; ma invito anche coloro che amano le buone letture a parteciparvi. VENERDI’ 3 OTTOBRE ORE 17.00 presso la Biblioteca Comunale di Pozzuoli – Palazzo Toledo – via Ragnisco 29. Saranno presenti gli autori, Maurizio Cotrufo e Gian Paolo Porreca. Il Sindaco Vincenzo Figliolia e l’Assessore alla Cultura Franco Fumo saluteranno; modererà l’incontro Ettore De Lorenzo e Gabriella Romano leggerà due brani dal libro, che invito a leggere.

OGGI IO VIRTUALMENTE SONO IN PIAZZA CON LA CGIL

MCM20027

Alcuni anni fa in varie occasioni il Sindacato (CGIL da solo oppure in modo unitario) ha indetto manifestazioni a Roma e in altre città per protestare contro le scelte di Governi nei quali la stragrande maggioranza degli iscritti non trovava punti di riferimento (Craxi e Berlusconi sono durati circa trenta anni) ed era consueto sentire i leaders delle maggioranze di Governo sottolineare come la maggioranza degli italiani fosse rimasta a casa e come per l’appunto quella fosse il riferimento cui affidare le valutazioni e le sottovalutazioni. Non credo che la manifestazione di oggi sarà in grado di cambiare l’Agenda del Governo, innanzitutto per un motivo: il Governo Renzi è il frutto di una metastasi della Democrazia e di un Trasformismo diffuso che opera sullo smantellamento delle ideologie, utilizzandole a proprio vantaggio in positivo ed in negativo quando servono. Il Governo Renzi è il frutto di un compromesso politico che diffonderà nella società veleni e divisioni che potrebbero diventare pericolose per il mantenimento del tessuto democratico.
Ed infatti Renzi che dice di essere di Sinistra, così come si affrettano a confermare altri suoi illustri sodali, non smentisce l’arroganza e la presunzione dei suoi illustri predecessori, cui evidentemente intende accostarsi ed ieri sera ha confermato che lui pensa ai milioni di persone che oggi sono rimasti a casa. Bravo! Lo ringrazio perché, anche se non ci sarebbe stato bisogno, si è omologato e mi ha confortato nel giudizio. In un post precedente sottolineavo come in quel 40,8% mancasse il mio voto e, dunque, ci fossero invece parte considerevole dei voti della Destra e di un Centrodestra in generale molto più vicino agli interessi della parte ricca e garantita (in questi non ci sono solo quelli a reddito fisso pubblico ed i pensionati ma anche tutti coloro che evadono impunemente il fisco e tutti coloro che delocalizzano e portano i loro soldi all’estero; ci sono gli sfruttatori della manodopera clandestina e giovanile; ci sono coloro che vogliono che le maglie delle regole in materia di imprenditoria siano più larghe per avvantaggiarsi non di certo per migliorare le condizioni della nostra società: tutti questi hanno compreso di avere finalmente trovato chi avrebbe corrisposto alle loro “esigenze”). Non è strano che la Confindustria in controtendenza perfino a Berlusconi sostenga pienamente convintamente questo Governo.
E, dunque, io sono a casa ma virtualmente sono in piazza con i lavoratori cassintegrati, con i licenziati (a proposito, quando si parla di “nuovi posti di lavoro” e ci si riempie la bocca di numeri, si pensi a tutte quelle persone che il posto di lavoro lo hanno già perso e che lo perderanno nei prossimi giorni, settimane e mesi), con gli sfruttati, con i disoccupati e con tutta quella brava ed onesta gente che oggi invece sarà a Roma.
Renzi sarà a Firenze con i “suoi”; è anche giusto che si distingua e che si distinguano coloro che lo osannano, coloro che lo fanno in buona fede (che io stimo nell’espressione del loro libero pensiero) e coloro che lo fanno in mala fede (che io aborro per la loro evidente grettezza).
A Renzi chiedo però, anche se continuerà ad avere quegli atteggiamenti di superiorità che non contraddistinguono un uomo di Sinistra (ammesso che lui ci creda davvero, e ne dubito), di aggiungere il mio nome fra coloro che parteciperanno con la mente e con il cuore alla manifestazione: più UNO, dunque! e contestualmente di aggiungermi fra coloro che non lo sosterranno mai!