DOPO LE VACANZE IL BLOG RIPRENDE LA SUA ATTIVITA’

Immagine miaLe vacanze vanno finendo; intendo, però, quelle del BLOG. I pochi interlocutori del BLOG di cui mi occupo si preparino: ci saranno delle “novità” soprattutto nell’ambito della CULTURA – intanto vi consiglio di dare un’occhiata a questo BLOG http://festivaldellaletteraturalibridimarelibriditerra.wordpress.com/   con il quale ho avviato una cooperazione. Grazie. A presto

DICEARCHIA 2008 – LA GENESI (dedicato a Tina SANTINI) )

 

pozzuolipratoPrato

Perchè nacque Dicearchia 2008

Eravamo alla fine del  2008 (se volete,  un’era preistorica, rispetto ad oggi) ed il PD era nato da un anno (dal 14 ottobre 2007). A Prato ci si avvicinava alle Amministrative dopo la sconfitta alle Politiche dell’aprile del 2008. Il gruppo dirigente del PD (molto – ma molto – simile a quello attuale) si impegnava a mettere in discussione con l’aiuto di fantomatici sondaggi le Amministrazioni comunali e provinciali di Prato (Romagnoli Sindaco e Logli Presidente della Provincia di Prato al loro primo mandato) per sostituirli con altre figure. Le minoranze all’interno non venivano nemmeno lontanamente prese in considerazione; ma, in quell’occasione, non avevano fatto i conti con la cosiddetta “sbrigativamente” società civile. Davanti a questo “muro” ad alcuni di noi, dopo aver lavorato in primo piano per la costruzione di un Partito Democratico (Prato Democratica)  ed aver aderito ai Cittadini per l’Ulivo ed alla lista Bindi venne l’idea di costituire un’Associazione e di fare Politica e Cultura attraverso di essa. Il nome dell’Associazione richiama fatti storici lontanissimi a me personalmente cari, essendo originario di Pozzuoli.

Vi allego in copiaincolla due mail che chiariscono le motivazioni che ci spingevano, “allora”, ma che “ora”, a circa sei anni di distanza, sono quanto mai attuali e spiegano i motivi per cui io personalmente ho fatto resistenza al “renzismo” e mi rifiuto di appartenere ad un Partito che abbia i suoi “fondamentali”  in quegli ambienti.

Gentilissimei
la scelta di costituire un’Associazione di Politica e Cultura Democratica, da noi portata avanti subito dopo la nascita del Partito Democratico alla quale ciascuno di noi ha potuto contribuire con i propri limiti oggettivi o imposti dalle leadeship consolidate, è più che mai da me ritenuta l’unica
possibile via d’uscita dall’asfittica atmosfera che si respira all’interno (e della quale all’esterno si percepiscono i valori) dell’attuale “contenitore” detto PD.
Ho ascoltato quel che diceva Pietro Scoppola alla fine del 2006 (a quell’intervento erano presenti in rappresentanza dei CpU Tina Santini e Manlio Altimati): ritengo anche per questo in modo del tutto personale di poter dire che a settembre è necessario riprendere il percorso avviato da Prato Democratica (amo le provocazioni: rimettere in piedi il Comitato di Prato per il PD vale a dire che questo PD non è quello per il quale abbiamo lavorato); annuncio che non entrerò nel PD (o meglio non entrerò in questo PD) e mi impegnerò dall’esterno – per ora – a farne emergere le acute contraddizioni. Ritengo infatti che questo PD sia fortemente nocivo per la DEMOCRAZIA e che sia pericoloso continuare a sostenerlo.
La scommessa del PD era soprattutto incentrata aul “rinnovamento”: rinnovare la Politica puntando su segnali inequivocabili di cambiamento sollecitando la passione dei giovani e dei delusi dalla “vecchia” Politica, rinnovando in modo copernicano i percorsi “formativi” dei nuovi Dirigenti includendo soprattutto i meritevoli e non gli acquiescenti servitori “sciocchi” dei potenti di turno; facendo diventare la Politica un servizio per tutti – senza escludere il giusto equo riconoscimento economico a chi se ne occupi temporaneamente – e sottolineerò più e più volte “equo” perchè non si possa correre per la “carriera” politica per ottenere emolumenti di gran lunga superiori a quelli di un operaio specializzato.
Noi – i vecchi di Prato Democratica – lo abbiamo detto (e abbiamo detto altro) più volte ed è accaduto che per questo siamo stati visti come dei veri e propri nemici. Ebbene – sia chiaro ancora una volta – se non si cambia davvero e se non si darà maggior credito a coloro che “criticano” in modo disinteressato saranno i cittadini a dare il loro giudizio. Accadrà come è già avvenuto altrove che prevarrà il centro Destra e noi come sta accadendo oggi a livello nazionale balbetteremo, ci affanneremo e ci rinchiuderemo nuovamente nel nostro fortino assediato. E allora?
A settembre forse sarà importante recuperare i Cittadini per l’Ulivo, Prato Democratica e vederci come Dicearchia2008 per riflettere su questo PD, su quello che poteva essere e su quello che è.
Giuseppe Maddaluno

Ciminiere

Il secondo documento inizia con un riferimento “storico” relativo alla fondazione di DICEARCHIA nel 531 a.C ed alle motivazioni che la resero necessaria.

Si può accettare perciò che proprio i Sami abbiano dato alla località il nome di Dicearchia (<<La città del giusto governo>>), per ricordare le circostanze del loro stanziamento, motivato dall’affermarsi dell'<<ingiusto governo>> tirannico in patria.

Questa nuova Associazione nasce dalla esigenza primaria, espressa da alcuni anni, di operare nella realtà territoriale per rinnovare le modalità di accesso alla Politica ed alla sua gestione, per promuovere un effettivo e reale pluralismo all’interno delle forze politiche, per favorire e chiedere con forza la massima trasparenza in tutti i percorsi amministrativi, perché si costruisca la più ampia condivisione dei vari processi attraverso regole democratiche certe ed attuate concretamente.

Molti di noi hanno interpretato in questo modo la fase di gestazione del PD e si sono impegnati direttamente con un ruolo critico e propositivo, si sono sforzati di convincere la maggior parte possibile delle cittadine e dei cittadini che sono statei contattatei a perseguire tali obiettivi. Avevamo messo in conto che questo non si sarebbe realizzato, ma ritenevamo con palese ottimismo della volontà e, confidando soprattutto sull’intelligenza della gente e sulla capacità critica di tanti “amici e compagni di base”, che ci sarebbero stati almeno dei segnali di un incamminarsi verso un partito veramente nuovo, ebbene ci sembra che alcuni timidi segnali ci siano.

Il PD reale, purtroppo, si è mostrato finora un Partito ancora teso a mantenere intatti gli equilibri delle forze fondatrici e a difendersi da presenze più autonome e libere, venendo così meno a quell’obiettivo che mirava, a costruire un Partito nuovo realmente aperto ai contributi critici che avrebbero garantito un effettivo rinnovamento del modo di accedere alla Politica e di fare Politica. In ogni caso il lavoro che avevamo svolto è stato quello tipico di un’agenzia formativa e culturale che ha proposto alcuni momenti di approfondimento pubblici, intorno a varie tematiche. Ed è allora in quella direzione che intendiamo proseguire.
Un’associazione, dunque, questa nostra, che non si proponga di accompagnare il PD ma di formare coscienze libere, criticamente aperte. La nostra società ha bisogno di costruire vera Cultura, quella fondata sul razionalismo puro e fatta crescere nel dibattito e nel confronto libero.

Non si intende assolutamente costituire nemmeno una contrapposizione al PD, si intende costruire soprattutto sul piano culturale un effettivo reale dibattito sul necessario rinnovamento attraverso la riflessione ed il coinvolgimento in essa di persone nuove, fresche che abbiano passione ed ideali intatti.

Vorremmo che la nuova Associazione avesse compiti di Laboratorio per la Democrazia partecipata che possa servire a tutti, e non solo ad una parte. Dobbiamo fare in modo che si privilegi la via dell’ascolto e del confronto basato su regole precise condivise ed applicate.

pozzuoli

GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI – un libro su Francesco di Marco DATINI

Frontespizio libroArchivio DatiniRodari PratoMario Di CarloFOTO per Blog

 

Foto nell’ordine: 1) Frontespizio libro; 2) Palazzo Datini sede Archivio; 3) Sede del Liceo Socio Psico Pedagogico “Rodari”; 4) Dirigente scolastico prof. Mario Di Carlo; 5)  Giuseppe Maddaluno

 

GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI: un libro scritto da alcune docenti del RODARI su Francesco di Marco DATINI

Sin dalla prima volta che ho partecipato in qualità di docente commissario esterno ad Esami di Stato a metà anni Settanta, essi mi hanno concesso occasioni impagabili di conoscenza e confronto con realtà che non conoscevo e che, se conoscevo, consentivano degli approfondimenti sostanziali che hanno contribuito a farmi crescere. Lo dico in modo particolare a coloro che credono di essere arrivati alla perfezione dopo cinque, dieci, venti o trenta anni di studio eo lavoro: non si smette mai di imparare. E se l’affermazione è per voi banale, superficiale ed inconsistente, meglio. Eh già la prima volta! Fu all’ITI “Giordani” di via Caravaggio a Napoli dove ebbi come Presidente della mia Commissione un docente di Matematica che era stato uno dei più temuti al tempo in cui frequentavo la Scuola Media “Giacinto Diano” a Pozzuoli. Ovviamente ero emozionatissimo; ma, a dire il vero, lo sono ancora adesso. Ed è così che dopo quasi quaranta anni l’esperienza di questo 2014 mi ha concesso nuovi incontri, nuovi stimoli, alcuni dei quali ho già trattato su questo Blog in modo diretto http://www.maddaluno.eu/?p=228 del 4 luglio http://www.maddaluno.eu/?p=429 del 24 luglio
http://www.maddaluno.eu/?p=485 del 27 luglio ed in modo indiretto http://www.maddaluno.eu/?p=497 del 28 luglio. Certamente sapete che durante l’effettuazione delle prove scritte la Commissione che si trova ad operare su sedi diverse ha la necessità di avvalersi di docenti interni per la vigilanza. Il Presidente ne fa apposita richiesta al Dirigente e quest’ultimo provvede alle nomine temporanee. In uno scambio di idee con alcune docenti “di sorveglianza” presso il Liceo Socio Psico Pedagogico “Rodari” di Prato mi viene accennato ad una recente pubblicazione curata da un gruppo di loro e viene promesso il dono di una copia. Anche se il tema (il Mercante di Prato Francesco di Marco Datini) appare per un “pratese”, anche se non proprio “doc”, già più e più volte trattato, come un nuovo libro su Francesco di Marco Datini, fa sempre piacere di potervi dare un’occhiata. La promessa tardava a concretizzarsi e, così, l’ultimo giorno, prima di chiudere tutte le operazioni con quella “faccia tosta” che in fondo mi ritrovo ad avere sono io stesso a chiedere ad una collega di poterne avere una copia. Il libro mi viene consegnato, finalmente! E’ in un formato quasi tascabile (15 x 21) molto maneggevole con una copertina graficamente impostata in modo gradevole con pagine di un colore grigio giallastro avorio che rende l’idea di una carta ingiallita dal tempo collegata ai documenti dell’Archivio “Datini” di cui il libro tratta. E’ composto da 120 pagine. L’argomento è, come già dicevo, “ Francesco di Marco Datini – Affari e affetti nella Prato del tardo Trecento” e l’edizione è di una storica casa editrice fiorentina, la Nerbini, nata nel 1897 e molto attenta a produzioni divulgative colte e popolari allo stesso tempo (classico è il rimando alla pubblicazione di molti fumetti, come il primo “Topolino”). Gli aspetti formali sono molto importanti per rendere appetibile alla vista ed al tatto oltre che all’olfatto (il profumo della carta fresca stampata è stato sempre per me elemento di apprezzamento) un volume. Avendo chiuso le operazioni di Esame mi apparto con il libro per scorrerne le pagine e mi soffermo sull’Indice. L’originalità del libro consiste, dopo una serie di incontri presso l’Archivio di Stato di Prato di alcune classi (III B, III C e III E a.s. 20122013) e di un gruppo di docenti sotto la guida di Chiara Marcheschi, “giovane profonda conoscitrice dell’Archivio Datini” come rileva la Direttrice dell’Archivio di Stato di Prato, M. Raffaella de Gramatica nella Presentazione3, nell’aver messo insieme competenze, professionalità, sensibilità diverse ma tutte al femminile. L’unica presenza maschile, oltre quella del Mercante di Prato, è esterna al Gruppo di lavoro ed afferisce al Dirigente Scolastico, prof. Mario Di Carlo che, nella Presentazione2, sottolinea “l’esigenza delle ragazze e dei ragazzi di approfondire la conoscenza storico-culturale del territorio e delle sue risorse, per essere maggiormente consapevoli delle proprie radici e per chiarire la progettualità futura”.
Si tratta di un “libro aperto” e disponibile ad essere ampliato con nuovi capitoli e nuove ricerche da docenti, studenti o studiosi. E’ un libro utile per chi, pur conoscendo già un minimo di Storia della mercatura e di Storia di Prato, voglia avere un orientamento più preciso sugli “strumenti” a disposizione. Come si diceva, si tratta di un libro collettivo nel quale le docenti Maddalena Albano, Elisabetta Cocchi, Manuela Giusti, Eva Nardi, Paola Riggio e Rosa Rossi, coadiuvate dall’esperta Chiara Marcheschi si dividono i compiti ed elaborano le varie parti. Oltre alla Presentazione1 di taglio istituzionale (la vice presidente della Provincia Ambra Giorgi auspica un utilizzo del testo da parte soprattutto degli studenti), il libro si struttura in tre parti. La prima, “Per conoscere…”, ad opera di Eva Nardi, Rosa Rossi e Paola Riggio, compie un excursus storico e biografico su Prato e su Francesco di Marco Datini; la seconda, “Per documentare…” è maggiormente specialistica e tecnica e tratta dell’Archivio, che consta di 150.000 documenti sciolti e circa 600 registri, e poi dell’attività economica del Mercante di Prato e della dimensione del vivere quotidiano nella Prato del tardo Trecento vista attraverso le testimonianze (la “corrispondenza epistolare”) della moglie di Datini, Margherita Bandini; ad operare su questa sezione, oltre a Chiara Marcheschi sono Elisabetta Cocchi, Manuela Giusti, Maddalena Albano ed Eva Nardi. La terza parte, “Per approfondire…”, curata da Paola Riggio, si sofferma su alcuni aspetti della vita familiare in una città del Trecento basandosi ovviamente sull’ampia documentazione archivistica a disposizione (La struttura familiare. La rete di rapporti sociali. Le occasioni di festa. Le case e gli arredi. Il cibo. L’abbigliamento). Ne consiglio la lettura non solo agli studenti; è un testo che potrebbe (dovrebbe) essere tradotto nelle lingue più importanti ed essere posto a disposizione dei turisti che vengono a visitare la nostra città.

UN CONTRIBUTO A reloaded – PRATO UN CASO DI “ANALFABETISMO” INDUSTRIALE DI RITORNO?

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Lo scorso 30 luglio pubblicavo un reloaded di un mio articolo su politicsblog.it nel quale si assegna la crisi del tessile e dell’economia del Distretto di Prato ad una incapacità culturale degli imprenditori che hanno preferito trasformarsi in immobiliaristi accreditando a tale funzione una maggiore possibilità di guadagno. Anche per questo negli ultimi anni si continua a costruire in modo dissennato consumando suolo e cementificando gli spazi. Un lettore che non conosco (lo scrive nella parte introduttiva) interviene consigliando anche la lettura di un commento ad un articolo de “L’Intraprendente” dedicato a Edoardo Nesi. Per completezza e così come proposto dal lettore di questo Blog aggiungo sia il link dell’articolo sia il commento copiato ed incollato di un certo Giovanni.

Caro Giuseppe, non ci conosciamo e, probabilmente, non ci conosceremo mai, vista la nostra distanza fisica e professionale Questo tuo post (il cui contenuto di analisi mi trova d’accordissimo), spiace dirlo, arriva in ritardo: il più è fatto e quel che ci sarebbe da fare richiederebbe anni di impegno totale, impegno di cui non vedo assolutamente alcuna consistente fiammella. L’arretratezza italiana, culturale e produttiva, è evidente ed in una situazione di concorrenza globale in cui Paesi ben più solidi del nostro arrancano, l’epilogo è immaginabile. A questo la stessa “opposizione” non pone né attenzione (vedi il peloso “buonismo” nei confronti dei cinesi che certo non scaturisce da analisi seria) né conseguente azione che non sia lo scimmiottare, in salsa sinistrese, i vari sceriffi (legalità! legalità! Grido che, urlato dagli italiani, non può che suscitare fragorose risate) o per lo più patetiche trovate sul prodotto “tipico”. E’ quella stessa “opposizione” che singhiozza sulla piccola e media impresa “che da lavoro”, che deve essere salvata, che è il made in italy, etc. Bisognerebbe dire che QUESTA piccola e media impresa deve chiudere e deve essere almeno sostituita da tutt’ altra PMI. Il pratese (e l’italiano) medio, con tutta l’arroganza del provinciale, senza oramai alcun particolare merito, continua a credere di aver diritto ad un posto al sole per decreto divino, rimpiangendo i bei vecchi tempi in cui, grazie anche alla globalizzazione delle merci (a cui ancora non si era aggiunta ancora la globalizzazione della finanza) poteva importare materie prime a due soldi e rivendere tessuti non certo pregiati a venti soldi. Questo pratese (e questo italiano) è convinto che la Cina, il Pakistan, l’India, l’Indonesia o la Nigeria siano rappresentati dai poveracci che arrivano in “casa nostra” e ignora che si avviano ad essere potenze economiche e scientifiche continentali o mondiali, con università, centri di ricerca, studenti e docenti che girano per il mondo. Sarebbe troppo impopolare basare su questo un programma politico; sarebbe troppo doloroso dire non ai politici, ma ad amministratori, imprenditori, intellettuali, semplici “cittadini” (e di tutti loro i “politici” sono stati e sono il facile capro espiatorio o il consolatore sollecito) di “andare a casa”, di cambiare vita ed abitudini in tempi, oramai, brevissimi.
La meritocrazia senza un obiettivo che faccia da parametro al merito è un ulteriore modo per addossare la colpa ai “cattivi”. Nonostante tutto, il merito conta, non da solo, ma conta. Il problema è che bisognerebbe chiedersi se è “meritevole” il pratese che assume l’operaio disposto, meritevolmente, a lavorare giorno e notte per produrre “pezze”, ma non assume (a che gli servirebbe?) il nanotecnologo meritevolissimo.
Ai giovani che ancora oggi la scuola (contro ogni pretesa delle famiglie che “tanto serve solo il pezzo di carta”) forma spesso bene, il consiglio da dare è quello di andare via finchè sono ancora in tempo, prima che il mercato del lavoro, ad esempio, europeo non si saturi con teste e mani specializzate e provenienti da altri Paesi extracomunitari (che vengono accolti a braccia aperte, se altamente specializzate). Tutto questo fino a quando la finanza “cattiva” che fino a pochi anni addietro ha fatto la fortuna di tantissimi correntisti pratesi ed italiani, non scoppi definitivamente

Se hai ancora pazienza, ti consiglio di leggere questo commento che lessi parecchio tempo fa qui http://www.lintraprendente.it/2013/12/nesi-difende-i-capannoni-di-prato-dai-cinesi-la-sua-famiglia-glieli-affitta/
e che ora copio/incollo:

Un abbozzo di narrazione alternativa su Prato (ma anche su Faenza, Matera, etc.)
A Prato il “nero” NON è esistito fino a 30 anni fa, ma dall’inizio del tessile “modello Prato” (anni ’60 circa) ad OGGI. Il “modello Prato” nacque con la chiusura delle grandi aziende tessili e la nascita dei “padroncini”, piccole e piccolissime aziende dove l’aumento dei guadagni poteva poggiare su autosfruttamento e “risparmi” di vario genere e non certo su innovazione e ricerca (come è di moda dire oggi). Questo meccanismo incocciò, per altro, in una fase di crescita generale dei consumi e di “piena occupazione” per cui anche i salari non erano comprimibili più di tanto. Ci furono delle crisi nel corso di quegli anni, piuttosto ricorrrenti, ma praticamente nulla cambiò nel “distretto: i telai, l’organizzazione, gli operai, rimasero praticamente gli stessi. Alla fine degli anni 80 il sistema cominciò ad arrivare ai limiti: il globo era in affanno e si chiedevano prezzi sempre più bassi. In quel periodo il crack della Cassa, la “mamma di Prato” come qualcuno la definiva: 1600 miliardi di sofferenze, un buco di 400 miliardi di lire, qualcuno dice di più, di più ancora dell’Ambrosiano; qualcun altro disse (e dice) che molti soldi andarono in poche ed inaffidabili mani. Crediti facili. Parallelamente era iniziata la smobilitazione: si iniziava ad andare all’estero (Tunisia, Turchia, Sud-America, etc.). Si mandavano macchine e relativo tecnico che in 20-30 giorni o anche meno (alla faccia del know-how) istruiva i nuovi operai. Alla fine il gioco era sempre quello: lavorare di più a meno. Per fortuna c’era aria di de-regulation a giro, anche i pratesi fissi davanti ai monitor esterni delle banche a guardarsi i numeretti dei titoli che creavano danaro dal nulla, danaro che reggeva i consumi USA ed Europei (quella sì che erano globalizzazione e finanza fatta come si deve!) e rivolava fino al “mattone”. Ve lo ricordate il boom edilizio pratese anni ’80 e ’90? E poi c’era sempre il telaio in garage, una specie di garanzia per il futuro, sempre quello da 10-15-20 anni, sistemato accanto all’auto nuova di zecca, vecchia al massimo di 5 anni. Magari la Ferrari, chè ne abbiamo più noi che i milanesi. La grande famiglia pratese dormiva sonni tranquilli, nessuno sciopero, casa al mare per tutti, godersi la vita. Per i figli che avevano un po’ voglia di studiare il Buzzi, gli altri a prendere il caffè a Milano la sera con la macchina del babbo, quella continua “fuga da fermo” di una generazione che proprio di fuggire non aveva per nulla voglia. Nessuno voleva davvero smuovere le acque, tantomeno affliggere con “lacci e lacciuoli” chi produceva ricchezza e, magari, voleva lasciare qualcosa “al sicuro”. Oddio, c’era qualcuno che parlava di “società della conoscenza”, di “nuova divisione internazionale del lavoro”… e son chiacchiere, noi s’è gente che si lavora. E poi non lo sapete che il mondo, il mondo intero finisce a Prato “A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”? Lo diceva il Malaparte, quel Kurt Suckert lì. Prato detta, il mondo copia.
E poi arrivarono i cinesi. Ed erano tanti: la popolazione dell’ Europa intera sommata a quella degli USA, il tutto moltiplicato due. A dire il vero mica solo loro. Indiani, russi, asiatici assortiti, brasiliani, persino parecchi africani. Una metà del mondo che offre salari bassi, territori produttivi praticamente vergini. E che di Prato non sanno nemmeno dov’è. Però e son tanti e un po’ ne arrivano fino a qui di cinesi, contadini ignoranti e maleducati che manco si capiscono con gli altri cinesi. Ma lavorano come ciuchi, come schiavi, con il sogno di tutti gli emigranti: farselo così per un po’ di tempo e poi tornare al paese, ricco ed invidiato da tutti, aprire il bar in piazza e farsi la casa “a solo” col giardino. Nesssuno se ne ricorderà più di quello che hai passato quando ci avrai gli sghei in saccoccia. Non sono mica angioletti, i cinesi. Vanno dove possono adattarsi rapidamente, dove non c’è da imparare granchè per iniziare a fare soldi subito, ma dove c’è da lavorare tanto ed a poco, chè è una cosa che sanno fare. E dove non ci sono molti “lacci e lacciuoli”. Nemmeno edilizi: guardano il Cantiere, costruito interamente su terreni delle Ferrovie dello Stato e capiscono. Non si mettono neanche ai telai, a fare filati o tessuti che conviene di più comprare in Cina a prezzi da sbanco: non è nemmeno una idea loro: hanno, come sempre, copiato. E’ una moda che si diffonde: le aziende hanno la testa in Europa o in USA ed il resto in Cina (o india, o Russia, o Moldavia). I computer si progettano e, magari, assemblano all’Ovest, ma si fabbricano (e smaltiscono) all’Est. Le auto idem con patate. E i sandalini. E la tuta da sub. Persino il fucile per anda’ a sparare ai cignali. E la bandierina della Fiorentina e della Juve. Ed è andata bene a tutti: il mondo intero si accapiglia, poi fa pace, scopre tradizioni locali e piatti tipici, si insulta, cerca sesso, mostra la foto del gattino, si straccia le vesti sui diritti umani negati, tutto su affari elettronici Made in China (o territori limitrofi) a prezzi in calo costante ed il cui numero pare supererà quest’anno di grazia 2013, il numero degli abitanti della Terra. “Pronto…? Cosa vuoi per cena? Il filetto o le ova? Oh, guarda ‘ste cinesi al supermercato m’hanno bell’…”.
Ma la colpa, si sa, è dei politici.

LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO A POZZUOLI – i preparativi dell’incontro con Giuseppe Mario GAUDINO

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Voglio ringraziare l’Associazione LUX in FABULA per gli splendidi video realizzati!
Avendo ricevuto anche delle indicazioni dall’Associazione Lux in Fabula allego il link di un sito sul bradisismo flegreo: http://www.bradisismoflegreo.it/

E’ stato naturale che, nell’organizzare “La prima cosa bella- Esordi d’autore” a Pozzuoli io abbia pensato a Giuseppe. Non è stato così semplice rintracciarlo. Ero invece convinto che lo fosse perché avevo dei punti di riferimento che consideravo “sicuri”(dei parenti che erano anche amici miei – vedi link http://www.maddaluno.eu/?p=406ed alcune altre persone che abitavano al Rione “Olivetti”); invece dopo una serie di verifiche a vuoto ero al punto di prima, cioè quasi “zero”. Tornando, però, a casa una sera (credo fosse il 29 dicembre dello scorso anno), incontro Enzo Aulitto, con il quale ho un’antica e solida amicizia: gli dissi che ero alla ricerca di Gaudino e lui mi fornì un numero di cellulare, pur non essendo certo che fosse ancora attivo ed appartenesse a Giuseppe. Non volevo essere invasivo ed inviai a quel numero un messaggio chiedendo di poterlo contattare. “Ciao sono Beppe Gaudino aspetto una tua chiamata” 30/12/2013 09.16.22 – una risposta sollecita e piena di evidente disponibilità. Nel giro di pochi minuti abbiamo poi affrontato i temi che ci interessavano (gli esordi, le passioni, le prospettive) e fermato la data dell’evento nel primo giorno di primavera, il 21 marzo, come sempre un venerdì, alle ore 17.30. e, poi, con gli auguri per il nuovo anno che stava arrivando ci siamo detti che non c’era furia per i “particolari” e che ci saremmo presto risentiti. Lo abbiamo fatto un paio di volte per telefono e con Skype per affinare le tematiche da trattare; mi ha inviato ampi materiali ed in particolare un curriculum molto articolato ed alcuni filmati. Poiché l’iniziativa tratta degli esordi nei dialoghi telfonici ci siamo voluti soffermare su questi, sapendo peraltro che il percorso produttivo e realizzativo del suo primo lungometraggio (“Giro di lune…”) è stato lungo e faticoso. Molta parte della produzione iniziale è stata intimamente legata alla terra flegrea da cui entrambi originiamo ed in essa si inseriscono le ragioni della scelta di temi classici e storici e quelli del “mito” mescolata alla profonda volontà che si eviti l’oblio sia di vicende arcaiche sia della storia più recente soprattutto quella relativa alla “diaspora” del Rione Terra dopo gli eventi del 1970 ( vedi articoli sullo stesso tema – corredati da video – e da me scritti il 9 giugno http://www.politicsblog.it/?p=350 ed il 10 giugno u.s. http://www.politicsblog.it/?p=361) . Oltre a “Giro di lune…” di cui abbiamo parlato (http://www.maddaluno.eu/?p=406) il 22 luglio, grande successo è arriso al film “Calcinacci” premiato in vari Festival e vincitore di un premio di prima grandezza a Cinema Giovani di Torino nel 1990; “Calcinacci” recupera altre storie del “dopo bradisisma” del “dopo diaspora” dell’”abbandono” cui il Rione Terra è stato fatto segno per oltre venti anni. A Pozzuoli questi due film (insieme ad altri suoi che trattano questi temi) sono stati spesso proiettati, anche se Beppe comunque – e giustamente – rileva che non sono molti, al di fuori delle cerchie “colte” , i puteolani ad averli realmente visti. I temi trattati partono da una visione locale ma vanno a “pescare” nelle fondamenta archetipiche della Storia di Dicearchia (il nome che i profughi da Samo diedero più di due millenni e mezzo fa alla terra che poi i Romani chiamarono Puteoli e che oggi si chiama Pozzuoli) e si collegano alle “diaspore” antiche e recenti cui la Storia non ci ha mai purtroppo negato di dover assistere. “Giro di lune…” è un film ricchissimo di rimandi mitologici e storici; c’è la Sibilla Cumana, Agrippina e Nerone, Artema e Gennaro, protomartiri, Maria puteolana, guerriera citata da Petrarca, detta anche “la Pazza”. E c’è la storia di una famiglia di pescatori, i Gioia, che ci ricorda lontanamente i Malavoglia (soprattutto il ruolo e la funzione delle donne), che si trovano a subire il dramma del bradisismo sia sulla terra che sul mare all’inizio degli anni Settanta, poco prima e durante la fase dello sgombero “forzato” di cui parla anche Enzo Neri nell’articolo sul Duomo di Pozzuoli pubblicato il 25 luglio u.s. (http://www.maddaluno.eu/?p=433).
Ad ogni modo mi dispiacerebbe dover ripresentare gli stessi film ad un pubblico che forse li ha già veduti. E con Beppe condividiamo questa perplessità, anche se lui mi chiede di organizzare una sua personale più in là dove far vedere tutto quanto possibile. Lui intanto mi ha inviato anche un film più recente del quale parlerò diffusamente in altro post, “Per questi stretti morire” del 2010, e decidiamo di puntare esclusivamente su questo per il 21 marzo. Nei colloqui telefonici intanto ci soffermiamo sui nostri “amori”, sulle passioni che ci hanno fatto crescere e Beppe accenna a Rossellini, a Pasolini e ad Amelio con cui ha più volte lavorato ed al quale ha dedicato nel 1992 anche un documentarioritratto dal titolo “Joannis Amelii animula vagula blandula” girato sul set del film “Il ladro di bambini” dove Gaudino ha agito da scenografo (“La scenografia – dice Beppe – è una forma di narrazione diretta” ed è uno dei suoi principali ed irrinunciabili punti fermi per il suo lavoro). A questi autori italiani egli si ispira in particolare per lo “sguardo etico” che rivolgono verso la realtà. Fra gli autori stranieri aggiunge Elia Kazan e John Cassavetes, oltre ad Andrei Tarkovskij ed il suo “Andrei Rublev” che a me ricorda peraltro le origini culturali di Gaudino, legate sommamente al mondo dell’Arte (il Diploma all’Accademia di Belle Arti e la predilezione per la Scenografia, di cui si diceva appena più sopra). Guardando il film di cui parlerò nel prossimo post ho aggiunto anche altri grandi autori contemporanei che sono, a mio parere, riferibili allo stile di Giuseppe Mario Gaudino.

I CARE – GLI ESAMI (di Stato) NON FINISCONO MAI…DI SORPRENDERE

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Gli Esami (di Stato) non finiscono mai…di sorprendere. L’ho già scritto; mi mancherebbe di scriverlo sui muri. Eh già! a proposito di “scrivere sui muri” voglio raccontarvi una Storia che, mettendo da parte una mia lieve punta d’orgoglio come docente, vale la pena divulgare. Alcuni anni fa, circa otto (non sono preciso e me ne dolgo ma l’exemplum è ugualmente utile come tale), al ritorno dalle vacanze estive entrando nel cortile della mia scuola (l’Istituto Tecnico Commerciale “Paolo Dagomari” di Prato) non posso non notare che sul pilastro dell’arcata destra vi è un’ampia scritta in corsivo fatta con uno spray, “I care – mi interessa”. Non so quanti l’abbiano notata perché, intanto, non ci sono ancora gli studenti (siamo alla fine di agosto e dobbiamo preparare gli “esamini” di recupero); sono sorpreso negativamente dalla imbrattatura della parete ma positivamente dalla scelta del tema trattato che è fondamentalmente pedagogico ed attinente al ruolo educativo che l’Istituzione deve proporsi di rappresentare. Ci si trova di fronte, dunque ad un “paradosso”: andrebbe ricercato il colpevole per redarguirlo e subito dopo lodarlo. Ne parlo con il Preside (a quei tempi era il prof. Stefano Papini) e concordiamo di “sopravvalutare” l’azione che consideriamo comunque negativa dato che per poterla realizzare chi l’ha prodotta ha dovuto scavalcare nel periodo estivo il cancello compiendo un’azione riprovevole e pericolosa (in quel periodo non erano ancora state installate le telecamere esterne per la sorveglianza). Perché “sopravvalutare”? Il Preside propone di incrementare la scritta con una nuvoletta che la contenga ed un’aggiunta in fondo con il riferimento di don Lorenzo Milani. Trovo la soluzione ottimale e condivisibile perfettamente in linea con lo stile di educatore che Stefano rappresenta e collegata anche alle mie personali idee inclusive ed aperte alla “multimedialità” artistica (in fondo quella scritta è davvero un’”opera d’arte” ed un’ammissione civica di altissimo livello!). Mi rimane una curiosità immensa: chi ne è stato l’autore?
Quell’anno avevo portato agli Esami di stato una classe fra quelle che ricordo con maggiore piacere. Avevano lavorato con me nell’elaborazione delle tesine ed una delle allieve che mi aveva dato maggiore soddisfazione aveva voluto lavorare su don Milani. Quando sono arrivato a Prato nel 1982 conoscevo già don Milani da uno dei libri che era stato “guida” dei giovani degli anni Settanta dopo il Sessantotto, soprattutto dei giovani che si avviavano come me ad un impegno “civile” nella Scuola come docenti innovatori. Parlo di “Lettera ad una professoressa” con le cui idee espresse dai “ragazzi di Barbiana” ci eravamo confrontati negli anni di Feltre (dal 1975 al 1982 ero stato ad insegnare all’Istituto “Rizzarda” di quella cittadina) con le 150 ore (da me praticate come “esterno” in una Scuola Media – “Rocca” se non sbaglio!) e nella pratica politica del PCI e del Sindacato CGIL Scuola. Era una sorta di Vangelo o di “libretto rosso” (mi scuso per la blasfemia del tutto volontaria) dal quale attingevamo idee non solo per accoglierle ma anche per confutarle e discuterle animatamente come abitualmente facevamo con le Tesi dei vari Congressi politici e sindacali. A Prato quindi non ero digiuno ed ho fatto subito amicizia con alcuni dei protagonisti diretti ed indiretti di quegli anni: andando e tornando fra Prato ed Empoli avevo incontrato Franco Neri, che è stato allievo al “Cicognini” di Prato del prof. Agostino Ammannati (uno degli amici più cari di don Lorenzo sin dai tempi della sua presenza a Calenzano) e che è adesso il Direttore della grande Biblioteca Comunale di Prato. Avevo avuto modo di parlare in seguito con Edoardo Martinelli, uno degli ultimi allievi di don Lorenzo; avevo conosciuto più tardi ancora Michele Gesualdi che era stato uno dei punti di riferimento soprattutto nell’ultimo anno di vita di don Lorenzo, il 1967. E mi ero recato sia a Calenzano a trovare i compagni di don Milani nella sua prima esperienza di coadiutore a San Donato dove elaborò le sue “Esperienze pastorali” ed avviò una scuola per operai sia a Barbiana, dove era stato relegato come prete pericoloso dalla Curia di Firenze, e dove egli istituì la “Scuola” che è stata punto di riferimento di tanti di noi educatori. Con tutto questo “bagaglio” acquisito potevo dunque accompagnare la mia allieva su alcune delle strade che avevo percorso. Lo feci ed i risultati furono sorprendenti. Eh sì, anche perché, incontrandola qualche mese dopo la “sorpresa” della scritta, gliene accennai. Diventò paonazza per la vergogna anche se l’accenno non aveva alcun elemento di rimbrotto verso chicchessia…e mi rivelò di esserne l’autrice.

In conclusione intendo rilevare che la scritta sulla parete destra esterna della copertura nell’ingresso del “Dagomari” è stata fatta coprire dall’attuale Dirigente!

EVVIVA (E’ VIVA) L’UNITA’ – LA FINE DE “l’UNITA'” – ???????

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“Sulle montagne del “feltrino” in provincia di Belluno portavo “l’Unità” la domenica mattina insieme ad alcuni compagni” Ora, ce lo dicono in tanti, il mondo è cambiato: a me sembra peggiorato! Ovviamente c’è chi non la pensa così; ma la Storia fra trentaquaranta anni farà giustizia della verità

Quello che accade è “segno dei tempi”!

Vi allego solo un link di cui riporto la parte finale:

Il fallimento di mercato è, così, anche fallimento politico. Non importa che Renzi precisi come un supporto per L’Unità non sia «nelle disponibilità del PD». Forse è giusto che non lo sia. Ma la fine di un giornale sopravvissuto alla censura fascista è indice di una flessione del sistema democratico; di una flessione infelice, coronata degnamente dalle esultanze di Beppe Grillo: “meno giornali significa, infatti, più informazione (sic)”.

 

http://www.epressonline.net/notizie/ultime-notizie-italia/36-notizie/7354-la-fine-de-lunita-pubblicazioni-sospese-per-la-mancanza-di-un-accordo-fra-gli-azionisti.html

 

A seguire l’ articolo de “l’Unità” on line:

 

http://www.unita.it/italia/unita-cessazione-pubblicazione-liquidazione-fago-nie-mian-ioannuzzi-pd-renzi-bonifazi-1.583242

reloaded – PRATO UN CASO DI “ANALFABETISMO” INDUSTRIALE DI RITORNO

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PRATO UN CASO DI “ANALFABETISMO” INDUSTRIALE DI RITORNO?
Posted on 31 maggio 2014 by Giuseppe Maddaluno

Prato e le ciminiere

“Un blog non può neanche lontanamente risolvere i problemi ma può denunciarli annunciarli ed avviare una ricognizione, suscitando attenzione e dibattito”

Fra le conseguenze negative della globalizzazione dei “mercati” e delle persone vi è stato di certo in contemporanea un degrado del livello di alfabetizzazione e di preparazione professionale, di acculturamento parallelo rispetto alle trasformazioni economiche e sociali che il mondo, soprattutto quello finanziario globale, stava subendo. A Prato l’imprenditoria piccola e media (ma in qualche caso anche quella medio-grande) non era stata costruita su una solida preparazione culturale ma piuttosto su una “praticità” istintiva che pure aveva prodotto eccellenze, destinate tuttavia a non reggere il passo sia per il susseguirsi di generazioni non sempre ben disposte ad una vita fatta soprattutto di sacrifici sia per il sopraggiungere di tecnologie innovative e mutamenti epocali nelle abitudini e nei consumi. Di fronte al tempo che scorre il mondo cambia e noi non sempre ce ne rendiamo conto.
La crisi del “tessile” a Prato è stata più volte annunciata ma poi in più occasioni con formule provvisorie è stata considerata come superata; ma non si è voluto riconoscere che il problema più importante era di tipo “culturale”, intendendo con questo termine la capacità complessiva di conoscere le trasformazioni ampie in atto. Ed è anche per questo che non si è percepita, forse non si è voluto, forse non si è riusciti a, percepire la cosiddetta “invasione” cinese nei suoi connotati “positivi”. Questa sottovalutazione dal punto di vista “politico” è stata “generale”, con qualche limitata eccezione, generando sia una forma di accoglienza umanitaria di tipo “cristiano” sia – dall’altra parte – un rifiuto categorico di stampo razzistico con in mezzo un atteggiamento ambiguo del tipo “non sono razzista, ma….” che si collocava in ogni caso in un’area culturalmente e socialmente assai modesta.
Se non si comprende questo punto di partenza non si è in grado di fornire alcuna soluzione al fenomeno che da un paio di decenni sta travagliando la società pratese e mettendo in crisi profonda la parte imprenditoriale “tessile”, non di certo quella immobiliarista, né quella commerciale che, grazie alla comunità cinese, ha visto, se non elevare, reggere i propri guadagni: se il mercato immobiliare è crollato meno che altrove lo si deve alla presenza straniera; se alcuni supermercati (vedi la PAM di via Pistoiese) reggono è per lo stesso motivo; se alcune concessionarie non hanno chiuso i battenti è perché hanno i migliori clienti fra la comunità cinese. Ad ogni modo il ”degrado” del territorio è direttamente collegato al degrado che la società “pratese” (quella fatta da “pratesi” doc o non doc poco importa) ha evidenziato negli ultimi ventitrenta anni e di ciò è indubbiamente colpevole la classe politica così come quella imprenditoriale e così anche l’intellighentia che non ha saputo interpretare i mutamenti e, laddove li ha riscontrati, poco ha fatto per divulgarli e chiedere alle diverse istituzioni azioni precise e decise per affrontarne le conseguenze. Ognuno ha pensato a rincorrere i propri vantaggi, le proprie rendite di posizione: politici, imprenditori, intellettuali, quelli che avrebbero potuto e non hanno agito, tanti di quelli che oggi ancora sopravvivono a se stessi, complice il vento di rinnovamento ipocrita che sta investendo la nostra società. Non sarà facile modificare quello che oggi vediamo, per cui ne traggono vantaggio “politico” – in netta e chiara malafede – coloro che spingono a scelte estreme come i blitz hollywoodiani con grande utilizzo di mezzi e di uomini, coloro che urlano in modo insensato che “devono andare tutti via” o che “ci hanno portato e ci portano via il lavoro”, coloro che parlano più alla pancia che alle menti. Ed allora mi vengono in mente due film particolarmente significativi anche se non si tratta di “capolavori”; il primo è già chiaro dal titolo: “Un giorno senza messicani”. Eh già, meno male che si tratta di un solo “giorno”, anche perché i poveri americani non ne saprebbero fare a meno, visto che i messicani svolgono in quella città al confine fra gli States ed il Messico lavori molto umili ma altrettanto utili; eppure di questi messicani si dicono le cose peggiori fin quando non ci si rende conto della loro “utilità” fino ad allora mai riconosciuta. L’altro film è “La macchina ammazzacattivi” (1959) di Roberto Rossellini, una sorta di “favola dark nostrana” e lo utilizzo semplicemente per suggerire un sistema risolutivo per eliminare tutti quelli che non ci piacciono, quelli che anche temporaneamente ci disturbano, che sono colpevoli di qualcosa che non riusciamo nemmeno a spiegarci: lo hanno fatto anche in passato, ad esempio, con gli Ebrei, con i disabili, con i rom, con gli omosessuali, con gli oppositori. Che dite? Ci si vuole provare ancora una volta? Forse una sparizione “temporanea” – ma non di un solo giorno – potrebbe servire a togliere il velo che copre il preesistente “degrado” di cui non si vuole essere consapevoli per non assumersene in quota parte le profonde e fondamentali responsabilità.
Noi non pensiamo tuttavia di poter proporre soluzioni ma non vogliamo rinunciare a leggere, studiare, approfondire la realtà che ci circonda sapendo anche che lo facciamo in modo parziale e gravato da forme di ideologismi che si sono andati accumulando nel tempo e che difficilmente potremmo superare senza un “reset” impossibile per ora nel cervello umano. Ad ogni modo è del tutto evidente che il nostro Paese, e con esso la città di cui abbiamo parlato, evidenzia un’arretratezza “culturale” che la sua Storia non merita, anche se tale “gap” è inscritto nella sua Storia. Ne sono prove certe le difficoltà del settore dell’istruzione che ormai non forma più adeguati “quadri” dirigenti e professionisti: i migliori studenti, al termine del loro percorso formativo, frustrati da una costante sottovalutazione del “merito” e da una sopravvalutazione di ben altre doti non sempre significative dal punto di vista delle relative competenze, trovano il loro spazio vitale in altri Paesi, dai quali difficilmente tornano: è questo da anni il vero drammatico “spread” che inficia l’ingente impiego di risorse a fondo perduto. I dati sono di un’evidenza assoluta anche per il settore del Turismo nel quale il nostro Paese potrebbe eccellere, “dovrebbe” eccellere. Ne parleremo ancora in uno dei prossimi interventi.

Giuseppe Maddaluno

LE DUE PIETRE da un manoscritto polveroso ritrovato

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DUE PIETRE 2

In quel cassetto polveroso un diario con alcune pagine scritte da me negli anni Sessanta (J.M.)

Le due pietre
Ti ho portata nella pineta a sentire il mare, non sento parlare nessuno se non il mare ed intanto un desiderio di morte mi assale. La spiaggia è vicina ma noi non la vediamo. Solo il nostro respiro forte, affannoso, la nostra ansia di morte. Non c’è luna stasera, ho desiderio di essere solo e sono ancora con te. La mia debole tempra di uomo mi costringe a ciò. Sono stato a studiare tutto il giorno, ed ora che è scesa la sera mi assale un desiderio immenso di amore, di cose nuove conquistate; ma il tempo mi disprezza e corro ancora da te. Imparo sempre a mie spese, come tutti gli altri viventi, e dimostro una cruda indifferenza. Ripeto le cose che ho rifiutato di ripetere dopo l’ultima volta. Sono scortese come sempre e ripeto ugualmente “Mai più!” tra me e me debolmente. Vorrei sapere cosa mi attende ma non oso ascoltare la risposta. Una strada piena di fossi, la mia vita, la stessa cosa, tante cadute, tanti inciampi ed ogni tanto salire dopo essere discesi. Avresti potuto essere la mia donna, tu, donna di fumo, inconsistente, volatile, senza idee, avresti potuto aiutarmi ed io te, donna, che non sai vivere che per te stessa, che conosci il tuo solo amore, avresti potuto mille altre cose, sovvertire il destino, se Dio lo avesse voluto, far dell’omega l’alfa e dell’alfa l’omega, avresti potuto. Forse fu Dio a non volerlo, ma non ci credo adesso. Saresti capace di farmi trovare di nuovo innamorato, gravido di un nuovo amore, sulla stessa strada dell’antico per poi rifiutare il mio desiderio nel momento più bello. Ben presto conoscerò la mia signora: “Non lagnarti di me, poeta; lascia fare al destino” sembra dire alla mia mente mentre scrivo. Ed ho paura di essere giudice severo di me stesso, presago profeta dei miei destini. Mi sono turbato moltissimo a vederti ed è ormai tanto tempo che non penso che a te senza dire niente, senza far trapelare emozioni, stornandole maliziose indagini della gente, mostrando indifferenza e calma e questo mi fa male.
Ho detto di te tante cose, affermato la mia assoluta indipendenza, ho proclamato ai quattro venti che non ti amo e, pur se questo fosse vero, l’ho detto. Gli occhi mi lacrimano, non di pianot ma di gioia, se sento parlare di te, ho detto che non ti amo e vorrei che fosse vero per sentirmi liberato dal tuo giogo d’amore. Cercare di dimenticare è folle per chi sa che non può. Tornare indietro nel tempo è impossibile, ma in queste condizioni io ci ritorno ad ogni attimo, rivedo ogni cosa e mi arrabbio moltissimo di aver vinto. Ma il mio era un premio di consolazione. Vorrei rifiutare ora questi scritti, perché mi fanno del male e possono sembrare stupidi, ma in fondo, rileggendoli, mi sembrano belli, sinceri e stranamente originali finanche, tanto da lodare te che me ne hai dato l’occasione. Mi fai sentire goffo, impacciato, accanto a te, non sono capace di muovermi senza sentire in me un istintivo intimo rifiuto. Ma ora nella pineta non ci sei tu ed il mio pensiero ti segue. Cosa fai, adesso? Forse studi anche tu, forse scrivi, o forse dormi. Sì, certo, a quest’ora forse dormi. E questa donna che mi sta vicino è ancora sveglia e lo sarà per molto ancora. Sapete scegliere Beatrice tra il diavolo e lei? Questa donna, la vedrò nuda fra poco, pronta per una cerimonia consuetudinaria con molto desiderio, con poco amore. Tu dovresti essere qui al suo posto, rivestita di una corazza luccicante, alta, altissima, irraggiungibile stele lapidaria ed io, uomo di carne con il mio inadatto armamento, girarti intorno a ricercare “da qual man la costa cala”. “Sarebbe meglio per te se tu non fossi come sei, impaziente di conoscere il tuo futuro” come una voce profetica dall’alto del monte mi ha raggiunto, qui, nella sera, mentre da solo respiro l’aria salmastra nella boscaglia, accanto ad un auto piena di un vuoto interiore che mi fa male ogni volta che non ho più voglia d’amare. Ho pensato per un attimo alla morte ed ho voluto metterla alla prova. Ho spinto la mia auto a folle velocità, ma il poliziotto fermo dietro la curva mi ha segnalato l’alt ricordandomi di non essere solo sulla faccia della terra e di avere come gli altri una missione cui dedicarmi, non tutta bella come pretendo ma fatta così come la vita della quale mi lamento. Ho un solo pensiero costante: e se mi amasse anche lei? Come me, anche tu, potresti dire e fare lo stesso, anch’io sono come te, di fumo, incostante, volatile, senza idee precise, amo me stesso più degli altri e perciò rifiuto di sottomettermi, potrei mettere sossopra il mondo far della zeta l’a e dell’a la zeta, se Dio lo volesse. Ti turbi e dissimuli, anche tu, affermando la tua indipendenza, proclamando il tuo non amore. Ed anche io resto duro ed impassibile, nei momenti della tua esaltazione, per ripicca, per un senso di non solidarietà, come una grossa pietra, altissima ed irraggiungibile. Sulle nostre teste arriveranno gli ucceli ad innamorarsi, senza avere paura di essere quelli che sono, senza timore di mostrarsi nudi nell’anima, e cantando diranno tutto quello che vogliono, senza ritrarsi timidi, senza traumi, naturali come essi sono, come l’uomo vorrebbe e non può essere. E noi aspetteremo lì, in silenzio, che l’amico vento ci corroda, ci consumi, ci renda polvere, per rinascere un giorno ancora e dire alla vita “Buongiorno!” e semmai ritrovarsi e dire anche a te “Buongiorno!” e senza più parole, attendere la fine.