reloaded “TERRE(E)MOTI DEL CUORE” – Il racconto del ricordo (sul bradisismo flegreo del 1970 e 1983)

Foto pozzuoli 4   Lux in fabula Rionew Terra Rione Terra 2   Ripubblico un mio articolo pubblicato il 9 giugno u.s. su politicsblog.it per una molteplicità di motivazioni; porre in evidenza alcuni aspetti “positivi” dopo averne elencati negli articoli degli ultimi giorni alcuni espressamente critici sulla realtà flegrea; accennare ad Oscar Poerio che riconobbe l’esigenza di confrontarsi con altre realtà non “viciniori” e venne a trovarmi a Prato; anticipare una mia riflessione “positiva” sull’Associazione “LUX in FABULA” con rilievi critici nei confronti di un’Amministrazione incapace di comprenderne il valore se non con quelle chiacchiere inutili e retoriche che servono solo a far “incavolare” ed amareggiano le persone per bene come Claudio Correale e tanti come lui che si impegnano instancabili (ma fino a quando sopporteranno queste umiliazioni?) a portare avanti progetti importantissimi per la Storia e la Cultura del nostro territorio. I legami con Pozzuoli sono stati, in questi ultimi quaranta anni, essenzialmente episodici. Fondamentalmente ho lavorato con intensità passionale, e ne porto addosso profonde ferite, sul territorio toscano dopo una parentesi veneta che pure ha dato i suoi frutti. Fra questi legami, al di là degli affetti familiari, pongo in posizione prevalente quello con Oscar Poerio che, negli anni Novanta, da Assessore alle politiche Sociali del Comune di Pozzuoli (credo rivestisse anche incarico di vice Sindaco) venne a “studiare” alcuni interventi dell’Amministrazione comunale pratese (allora era, a Prato, Assessore Alessandro Venturi) in materia di edilizia scolastica “primaria”. Oscar notò come da noi in Toscana le scuole fossero state pensate e costruite con delle grandi vetrate che lasciavano intravvedere dall’esterno le attività che si svolgevano all’interno di esse. Non è un caso, dunque, che con Oscar si sia poi mantenuto un rapporto positivo anche se non continuativo ed intenso, e non è un caso che, ritornando di recente più spesso in terra flegrea, è con lui, forse più di altri, che io abbia attivato un legame profondo dal punto di vista culturale. Oscar mi parla dell’Archivio Vescovile e di Città Meridiana; mi parla di un Festival delle Idee Politiche (FIP è l’acronimo identificativo) che, insieme ad alcune amiche ed amici, sta organizzando ed io, che di Pane e Politica oltre che di Cultura ho vissuto finora soprattutto idealmente, accendo su questi temi il mio interesse. Mi piace peraltro questo accostamento a prima vista quasi irriverente fra il sacro dell’ideologia (le Idee politiche) ed il profano del nazional-popolare (Festival). Ed il mio interesse ha radici profonde nell’elaborazione di un Progetto di Sinistra che, partendo dall’esistente, lo superi con una rigenerazione post ideologica che si basi sullo sperimentalismo democratico e sulla mobilitazione cognitiva di cui parla negli ultimi tempi Fabrizio Barca. In effetti mi interessa moltissimo ( I care ) l’idea ma, per una serie di concomitanze, non riuscirò a partecipare. Non rinuncio tuttavia a mandare, via posta elettronica, uno dei progetti su cui sto lavorando. Oscar mi parla anche di un’iniziativa svolta lo scorso anno da Città Meridiana. Conosce la mia passione per il Cinema e per la “documentazione antropologica” e mi accenna ad un filmato, “Sud come Nord” (1957) di Nelo Risi presentato sempre lo scorso anno dalla sua Associazione nel corso di una delle iniziative. Gli dico che non lo conosco, anche se poi, da frequentatore di youtube, ricordo di averlo visto nel mentre ricercavo filmati su Pozzuoli e sull’Olivetti. E poi fa riferimento ad una pubblicazione di cui, dice, mi farà dono. Si tratta di un “percorso nella memoria individuale e necessariamente collettiva riferito agli anni del “bradisismo” (il 1970 ed il 1983). Gli dico di avere già visto di recente alcuni video di “Lux in fabula”, un’associazione molto attiva nel recupero di riprese private e pubbliche audiovisive sul passato flegreo. Riparto per Prato sapendo di ritornare a breve. Ed è così che in questa fine di maggio, dopo l’esaltante vittoria del Centropd, ritornato a Pozzuoli, Oscar e Regina sua moglie, approfittando di una delle mie iniziative, sono venuti a trovarmi. E’ venuto lui; io non sono ancora riuscito ad andare da lui, in Archivio, come più volte ho promesso di fare. E mi ha portato il libro. Il titolo mi colpisce TERREEMOTI DEL CUORE Il racconto del ricordo. CINQUE PAROLE CHIAVE cinque tag fondanti. E dentro nella prima pagina di copertina anche una dedica “significante” che recupera alcuni lemmi e spinge me ad inoltrarmi fra le altre pagine. Ritrovare “fatti, persone e moti del cuore” perché risveglino in me “ricordi mai cancellati”: è questo l’auspicio di Oscar. Con affanno e voracità scorro rapidamente il libro con gli occhi e col cuore innanzitutto alla ricerca di nomi e volti noti collegati ad esperienze comuni, tutte amiche ed amici della “bella gioventù”. Il bradisismo, quello del 1970, sconvolse i nostri destini con una diaspora tentacolare: era, quello, un tempo difficilmente spiegabile a chi soprattutto è nato e vissuto dopo quegli anni. Come si fa a raccontare ai nostri giovani cybernauti e sacerdoti di Android che, per nessun motivo al mondo avremmo avuto modo allora di relazionarci costantemente – come riusciamo a fare adesso – con le amiche e gli amici con cui fin a qualche giorno od ora prima avevamo vissuto gomito a gomito. Anche le diverse lontananze incisero creando storie nuove, nuove amicizie, nuove solitidini e qualche volta nuovi amori. L’evento di bradisismo del 1983 mi ha visto già cittadino di altra Regione, dal 1975 ero andato via da Pozzuoli, dove nel 1972 avevamo festeggiato i 2500 anni dalla sua fondazione, e nel 1983 ho vissuto le “storie”, di cui ho letto nel libro, anche dai racconti dei “miei”, che erano ritornati a Mondragone ma non nella casa dove ero stato con loro nel 1970, quando avevamo abbandonato la nostra abitazione di via Girone soltanto per prudenza. Ma non voglio aggiungere un capitolo al libro che ho trovato estremamente vario e ricco e mi ha consentito davvero di ritrovare in un solo unico contesto quelle sensazioni comuni ma diverse che ciascuno dei protagonisti lì dentro presenti ha vissuto; di ritrovare nomi e volti a volte provvisoriamente dimenticati ma che – ora – vorresti incontrare nuovamente per intrecciare percorsi fertili comuni. Tanti nomi; non posso sceglierne solo alcuni; farei torti incomprensibili, ingenerosi ed ingiusti. Ho una matrice culturale di tipo “antropologico” che mi spinge ad indagare sulle “storie” umane e questa raccolta di “storie” mi ha coinvolto appassionatamente. Non amo da qualche tempo l’approccio meramente politico; lo trovo sempre più arido e colmo di ipocrisie. Ad ogni buon conto concluderei questo “racconto” sotto forma di “commento” (o commento sotto forma di racconto, fate voi!): nel 1972 pubblicai, a mie spese, un lungo racconto accanto ad uno breve, bellissimo ed intenso, del mio amico Raffaele Adinolfi. Era, quello mio, un racconto anomalo fatto di un pretesto di partenza (un breve viaggio a Ponza) ma con una lunghissima serie di rimandi “logici” (per me lo erano di certo, per gli altri ho qualche dubbio lo fossero). In una di queste pagine c’è la mia “memoria” di quel distacco del 1970. La prima parte del documentario sul 1970 a cura di “Lux in Fabula”, su youtube troverete anche le altre   Lux in fabula    

DI NUOVO GIOIE E DOLORI

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DI NUOVO GIOIE E DOLORI
Ritornare nei Campi Flegrei, che sono la mia terra, è fonte di grande piacere e riproposizione di immensi dolori. Il piacere di percorrere una terra piena di Storia, di Cultura, di Arte e di Amore; il dolore per dovermi rassegnare dopo quaranta anni di assenza a verificare che nulla è cambiato e che, pur operando un calcolo di costi e ricavi, i risultati tendono al negativo. . Non vorrei sentirmi accusato di aver abbandonato queste terre rinunciando a cambiarne in senso positivo il corso della sua civiltà; non ho una statura così elevata da essere titolato a realizzare tali “miracoli” ed in risposta a questi rilievi, che a volte ho avvertito – in senso generale – espressi con profonda ipocrisia e, forse, malafede, vorrei alzare il tiro avanzando una proposta molto alta ed importante: perché non provare a portare a valore, come rendita a cui attingere proposte ed idee, proprio le esperienze formative di tipo professionale ed amministrativo che i tanti figli (donne ed uomini) di questa terra hanno accumulato negli anni lontano da essa. Come e cosa fare non spetta di certo a me dirlo; anche perché non è più il tempo di operare da soli, non c’è più spazio per posizioni leaderistiche, autopromozionali ed autoreferenti. Occorre lavorare in equipe: lo dico anche ai miei amici che si arrendono troppe volte ad essere isolati mentre occorre rispondere con generosità ed apertura inclusiva anche a coloro che ti snobbano, spesso per paura o per avvertenza dei propri limiti.
Ma, come ho detto nel post dell’altro ieri, non intendo soffermarmi soltanto sugli aspetti negativi ed, avendo conosciuto una vivacità culturale straordinaria della quale sono protagoniste soprattutto le forze giovani, ne ho già parlato in altri post (“La prima cosa bella” innanzitutto!) e continuerò a parlarne. Ma avviamoci sui crinali degli elementi negativi, che non possono essere taciuti. Accennavo a posizioni prevalenti di alcuni Gruppi che si occupano di Cultura e che non si aprono alle contaminazioni positive; spesso si assiste a reciproche esclusioni per cui molti sforzi che potrebbero fornire risultati eccellenti finiscono per navigare nella mediocrità o nella stretta sufficienza. E questo è un difetto grandissimo soprattutto in tempi di “vacche magre” come i nostri. E, poi, vi sono innumerevoli incertezze in relazione agli spazi da riservare alla Cultura; c’è uno “spreco” di risorse e di tempo sia per le vicende del complesso “Toledo” (alcuni spazi interni al Palazzo sede della Bibilioteca, come quelli “aperti” adiacenti alla proprietà Falanga (?!?) sono ricettacolo di erbacce frammiste a reperti archeologici abbandonati dentro cassette di plastica accumulate l’una sopra l’altra; la Torre che era stata restaurata ed era pronta ad un uso incerto risulta essere abbandonata dopo il passaggio di vandali); c’è uno spreco di risorse ed un’incertezza sull’utilizzo futuro nella parte già restaurata del Rione Terra, a partire dal Palazzo De Fraja Frangipane; c’è un altro spreco di spazi rappresentato dal Mostro di cemento ex Vicienzo ‘a mmare sul cui futuro si addensano nubi minacciose (perché non riproporne un restauro che riporti la struttura nella forma che aveva negli anni Sessanta così come si vede dalla fotografia allegata?). E, poi, un nuovo aspetto negativo che si insedia su una positività è rappresentato dall’incuria, dovuta ad una scarsa manutenzione, in cui versa il bellissimo Lungomare Yalta. Altro elemento negativo molto importante che è da addebitare a responsabilità vicine e lontane da parte della Politica locale è la non utilizzazione delle risorse naturali geotermiche di cui la Natura ha fatto dono a queste nostre terre: gli stabilimenti termali che fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso risiedevano a Pozzuoli sono progressivamente scomparsi e l’ultimo, a parte le Stufe di Nerone che sono a Lucrino e che godono di buona salute, vive a stento (le Terme Puteolane in Corso Umberto I che sono state pochi giorni fa funestate da un crollo). Eppure la Storia ricorda che Pietro da Eboli, uno dei grandi collaboratori di Federico II di Svevia, il grande Imperatore laico, aveva scritto “De balneis puteolanis” un vero e proprio trattato sugli effetti benefici della geotermia. Non sarà un caso che l’ unica struttura funzionante (a parte le Stufe di Nerone di cui parlerò in altro post) in tal senso è condotta da “privati” cui deve essere data grande riconoscenza: si tratta del complesso “La Solfatara”. Ecco, questo può essere un elemento positivo da prendere in considerazione: si tratta di un luogo molto frequentato da turisti provenienti da ogni parte del mondo. Eh sì, i turisti! Ci vuole un bel coraggio ad avventurarsi fra difficoltà infrastrutturali e fregature varie; qui l’Amministrazione comunale ha delle grandi responsabilità: perché, ad esempio, non forma il Corpo della Polizia Municipale pretendendo da loro la conoscenza perlomeno di una lingua straniera (l’inglese soprattutto) e di un’adeguata preparazione per fornire le informazioni minime indispensabili a chi, italiano o straniero, transiti per i nostri luoghi? Chi opera al pubblico in qualsiasi sede dovrebbe – in particolar modo le “nuove leve” – essere in grado di svolgere funzioni rassicuranti per tutti. E, poi, vogliamo chiederci una volta per tutte come mai il turismo preferisce sempre più mete estere come la Croazia, il Portogallo, la Grecia, la Turchia? E’ solo per moda? O perché esiste un rispetto più elevato degli standard minimi di accoglienza per chi si reca in vacanza?
Ahimè, intendevo parlare degli aspetti positivi ed ho posto in evidenza ancora quelli negativi; ma… se osservate fra le righe ci troverete tanti elementi su cui riflettere e da cui prendere il via. Suvvia, parliamone!
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“LA VITA E’ SOLO SOFFERENZA! ma allora fate in modo che cessi la vita che è solo dolore !” (F.W. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

“LA VITA È SOLO SOFFERENZA! MA ALLORA FATE IN MODO CHE CESSI LA VITA CHE È SOLO DOLORE!”. (F.W.Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”)

di Federica Nerini

Federica Nerini

La sofferenza è la più sublime condizione dell’anima. Uno degli enigmi più difficili ed irrisolvibili per l’uomo come singolo e come umanità è la “conoscenza della coscienza”, ossia il diventare “autocoscienti”. Quando nell’uomo si riesce a raggiungere quel rafforzamento quasi orgiastico della autocoscienza , in cui c’è il contatto sensoriale con l’anima e l’essenza in sé? In quei minuti si ha una delle più alte avventure, perché si ha l’estrema consapevolezza della presenza del nostro essere come sofferenza. Sono istanti memorabili in cui i sentimenti, le passioni, le paure, i rimpianti, le colpe, le tenebre, gli sforzi e gli avvenimenti vissuti ti passano accanto senza poterli sfiorare. È un “momento in cui si può dare tutta la vita”. In altre parole, la coscienza non appartiene all’esistenza individuale dell’uomo, ma alla sua natura; quindi se il genere umano è per natura dolente, significa che la sofferenza è la via per arrivare all’autocoscienza, e all’oggetto cardine della coscienza: “la conoscenza di se stessi”. Comprendere se stessi attraverso le atrocità della vita è un modo per elevarsi e nutrirsi di anima propria. La sofferenza è una delle cose più straordinarie che Dio ci abbia mai dato, grazie ad essa diveniamo consapevoli della nostra esistenza. “Io soffro, quindi esisto”, questo è il nuovo mantra che dovremmo incidere sopra gli usci delle case! Raggiungeremo l’elevazione di noi stessi!
Noi cerchiamo spudoratamente di “attendere il tempo”, poiché prima o poi “qualcosa deve pur arrivare”, qualcosa di evangelico, surreale ed incredibilmente onirico. Siamo schiavi della “sorpresa” tiranneggiante, ma l’uomo non sa che la sorpresa è soffocata da due forze inscindibili ed ambivalentemente affascinanti: “il bene e il male”. Quando si è presi dalla sorpresa si abbandona la monotonia vitale, quella che frequentiamo assiduamente ogni giorno (che genera convenienza e sicurezza), e captiamo la “felicità” o la “sofferenza” del cambiamento generato dall’ indesiderato. È una formula triste e sconsolata quella a cui assistiamo, come quando si osserva in un lungo viaggio un rudere vecchio ed abbandonato; veniamo assaliti dalla melanconia se pensiamo che quest’ultimo prima era un nido familiare, magari vissuto fino all’ultimo mattone e abitato dal tedio giornaliero, forse in un’altra vita…
Felicità e sofferenza sono medicine per malati ingordi ed incurabili: “Solo attraverso la sofferenza si può conoscere l’epifania labile della felicità”. Nietzsche aveva ragione in “Al di là del bene e del male”; infatti la passione per l’ “eudemonia” e la sua incredibile scoperta, si può avere solo attraverso la “conoscenza della sofferenza in tutta la sua essenza”. Nella “Gaia Scienza” egli afferma con estremo zelo: “Sicché oggi, anche troppo volentieri, (gli uomini) sono ormai disposti a sospirare e a non trovare più nulla nella vita, nonché a guardarsi l’uno nell’altro con aria afflitta come se questa vita fosse assai pesante da sopportare. In verità, essi sono enormemente sicuri della loro vita e di essa sono innamorati, e sono pieni di indicibili astuzie e sottigliezze per spezzare quel che non fa piacere, e togliere al dolore e all’infelicità la loro spina. Mi pare che si parli sempre in modo esagerato del dolore e dell’infelicità”. Queste parole possono penetrare l’anima disturbata di qualunque uomo afflitto, sono come fulmini potenti che illuminano l’Olimpo della ragione. I decibel dei tuoni percuotono in frequenza, e sono come sincopati dal ritmo armonico dalla caduta delle lacrime salate: tutti soffrono vivendo.
Allora come faremo noi a cogliere l’attimo e a sfuggire ad un’esistenza che è solo dolore? Utilizzando la “vita come mezzo della conoscenza”: con questo principio nel cuore si può soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! Anche se non sappiamo niente della guerra e della vittoria. Si deve imparare ad amare, a soffrire, a vivere e morire, altrimenti non c’è verso. Perché mai dovremmo accettare la nostra vita dissolutamente infelice fino allo stato cronico, aspettando l’ora maligna in cui cambia la “bonaccia” salvifica?
Spinoza diceva: “Non ridere, non piangere, né detestare, ma comprendere!”. Poiché “il comprendere” (ossia, l’ “intelligere” in latino), racchiude in sé con tutto il suo splendore e in maniera straordinariamente evidente i tre verbi all’infinito precedenti. La conoscenza è la forza assoluta per “imparare a vivere”, altrimenti l’ignoranza si impadronirà dei nostri pensieri fino a delirare! L’ignoranza è il più grande male! È questo “intelligere” la summa di tutti i flussi e gli impulsi che il mondo abbia mai creato. Soprattutto attraverso la conoscenza, impariamo ad amare tutte le cose che abbiamo amato fino ad ora, perché le abbiamo prima comprese ed “esplorate con le vele a mezz’aria”, e poi amate. Però purtroppo, un’ enorme passione per la cosa o persona amata porta ad una sofferenza latente e ad una infelicità irrisolta, e solo Dio sa il perché… Si deve imparare da tutto, anche dall’amore. Allora, come affermerebbe Nietzsche: “questo dovrebbe avere come risultato una felicità di un Dio colmo di potenza e di amore, di lacrime e di riso, una felicità, che come il sole alla sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge in mare, e come il sole, soltanto allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d’oro!”. Questo sentimento è la felicità? No, è l’ “umanità”, ed è più grande di qualunque sofferenza. Dovremmo comportarci come i grandi “uomini giapponesi” verso chi ci ferisce. Questi ultimi, quando ricevono un oltraggio si squarciano il ventre di fronte al nemico che li ha offesi, dicendo: “Solo io ho il diritto di farmi soffrire!”. Noi di fronte alla nostra sofferenza urleremo con “voluttà e peccato”: “Non hai il diritto a non farmi vivere!”.
Forse noi dovremmo trascorrere ogni giorno, vedendo la nostra storia con gli occhi di un condannato a morte che poi verrà graziato solo nell’ultimo istante, così vivremo la nostra vita “tenendo conto”, afferma Dostoevskij di “ogni minuto”, sebbene si perdano degli “istanti preziosi” sempre. Negli ultimi cinque minuti prima dell’esecuzione capitale dovremmo esaltare l’intera nostra essenza esistenziale: due li utilizziamo per salutare i nostri pensieri più sofferti ed irrisolti; gli altri tre li lasciamo per noi, sì, solo per noi stessi, perché dovremmo pur pensare alla nostra colpevole esistenza! Ma se noi siamo dei lestofanti destinati alla gogna, allora la vita è un palcoscenico tetro in cui si recita la ripetitiva ed indomata “tragoedia” latina? Che tristezza, viviamo saggiamente! Così se in un giorno lontano mi urleranno: “Sei felice?”; io risponderò: “Non lo so, devo aspettare i miei ultimi cinque minuti!”.
Una volta caduti nell’abisso crudele della sofferenza, bisogna rialzarsi attraverso una rinascita dei sensi e del corpo. Solo la “speranza” ci può far vivere felice! Questo è il concetto preponderante per ricoprire degli istanti di una vita beata e serena. Ringrazio il mio chirurgo, colui che mi ha operato d’urgenza: Diego Cuccurullo. Poiché a volte la tua esistenza ti offre dei fiori che prima o poi devi cogliere ed adorare. Io sono ancora qui.

Sofferenza

GIOIA E DOLORE ( ritornando a Pozzuoli )

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San Celso, vista da Via Pesterola
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La gioia del ritorno ed il dolore nel vedere che (quasi) nulla è cambiato!
Ritornare nei Campi Flegrei, che è la mia terra, dopo tanti anni di “esilio” lavorativo durante i quali non sempre avevo voglia di riannodare antichi rapporti e costruirne di nuovi ad ogni mio ritorno, preso – come di norma deve essere – da affari piccoli e grandi di “famiglia”, deve essere un “piacere”. E, per tanti motivi, di cui ho già più volte parlato, soprattutto afferenti alla vivacità culturale che vi si respira, un “piacere” lo è. Ma qui, oggi, ahimè, voglio affrontare gli aspetti negativi collegati all’incuria che permane diffusa su tanta parte del territorio e che non può essere sempre e solo accreditata allo scarso senso civico della gente “comune” ma va assegnata alla classe dirigente politica ed amministrativa di questo paese, che troppe volte ritiene di poter rappresentare la propria città solo attraverso momenti di esteriorità mondana arricchiti da sermoni accattivanti e solenni che si mantengono lontani dai problemi della gente e soprattutto dalla dilagante maleducazione travestita da aspetti etnici.
Parlo di Pozzuoli. Ci ritorno più frequentemente e riesco a cogliere alcune piccole trasformazioni positive che tuttavia finiscono per scomparire di fronte al peggioramento (negli anni Sessanta e Settanta della mia adolescenza molti aspetti di sciatteria e maleducazione venivano già denunciati) del livello educativo soprattutto nei rapporti sociali. Alcuni di questi difetti forse appartengono al “mondo” ma dalle nostre parti si avvalgono di molti “bonus” peggiorativi. E le Amministrazioni si impegnano, con la loro assenza o con la loro presenza a facilitarne la diffusione. Comincio con un esempio: inizio Agosto, torno a Pozzuoli con l’auto (per fortuna, in autunno ci ritornerò con il treno); risparmio i lettori dall’accanirmi verso i colleghi conducenti che mi hanno accompagnato llungo la Tangenziale (un miglioramento c’è, ma è dovuto alle multe salatissime comminate ai “piloti” di Formula 01 che zigzagavano imperturbati fra gli inermi timidi conducenti rispettosi dei limiti e dei vincoli civili) ma, usciti a via Campana, imbocco la rotonda che mi fa tornare indietro verso la variante Solfatara. Che dire? Sono esterrefatto dalla grande confusione della segnaletica di fronte ad un Progetto che sicuramente ha grande valore ma che evidenzia in questa fase l’incapacità (perlomeno l’incapacità) di far interloquire amministratori e progettisti, progettisti e realizzatori: la “logica” acclarata dai fatti è che si deve procedere in una direzione che viene negata dalla segnaletica per cui procedendo si corre l’enorme rischio di incontrare una vettura di fronte che vanti i medesimi tuoi diritti. Mentre procedo a tentoni (le indicazioni sono carenti e testimoniano sciatteria ed incuria di chi deve amministrare, cui tocca il compito di verificare “scientificamente” – ma forse è chiedere troppo! – sulla carta e sul terreno le modalità di attuazione dei Progetti, ancor più in una strada ad elevato scorrimento come quella di cui si parla) e riesco a sfangarla indenne noto poco più avanti uno strano individuo davanti ad un cassonetto della spazzatura estrarre dal cofano della sua auto e riversare in quello ogni ben di Dio, ivi compreso un televisore maxischermo che certamente non era funzionante. Non doveva essere il primo visto che i cassonetti erano già stracolmi grazie alle “donazioni” di altri “passanti”. Mi sono chiesto quali motivi potessero condurre a tale gesto e sono addivenuto al numero di tre: ignoranza, maleducazione, strafottenza. A pochi metri dal “fattaccio” c’è una splendida isola ecologica in via Vecchia delle Vigne e poi si può contattare direttamente chi si occupa di “RIFIUTI INGOMBRANTI” ai numeri di telefono 0813009111 e 0813000023 o su Internet consultare il sito http://www.elenchi.com/aziende/manutencoop-facility-management-spa-pozzuoli
Dimenticavo di aggiungere che il giovanotto che ha commesso il “reato” se denunciato con documentazione fotografica dovrebbe essere perseguito dall’Amministrazione. A Prato, dove io abito, chi si permette di trasgredire viene redarguito dai cittadini ma perseguito a dovere dalla pubblica Amministrazione. In tutta evidenza ci sono più Italie ed a me dispiace constatarlo. Tuttavia allo stesso modo andrebbero redarguiti e sanzionati quei Dirigenti ed Amministratori “incapaci” di compiere il loro dovere. E non è consolazione per me giustificarsi con “Il pesce puzza dalla testa” perché lo Stato è un “corpus” unico nel quale i diritti ed i doveri di ciascuno devono trovare la loro realizzazione. PURTROPPO non è finita qui! Ma toccherò anche elementi “positivi” che appaiono evidentemente tali a chi, come me, ritorna; mentre sembra che chi su quella terra “felice” vive da anni non se ne accorge o “NON” se ne vuole accorgere (il rapporto con la Cultura mette – forse – in evidenza le contraddizioni?).

DOPO LE VACANZE IL BLOG RIPRENDE LA SUA ATTIVITA’

Immagine miaLe vacanze vanno finendo; intendo, però, quelle del BLOG. I pochi interlocutori del BLOG di cui mi occupo si preparino: ci saranno delle “novità” soprattutto nell’ambito della CULTURA – intanto vi consiglio di dare un’occhiata a questo BLOG http://festivaldellaletteraturalibridimarelibriditerra.wordpress.com/   con il quale ho avviato una cooperazione. Grazie. A presto

DICEARCHIA 2008 – LA GENESI (dedicato a Tina SANTINI) )

 

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Perchè nacque Dicearchia 2008

Eravamo alla fine del  2008 (se volete,  un’era preistorica, rispetto ad oggi) ed il PD era nato da un anno (dal 14 ottobre 2007). A Prato ci si avvicinava alle Amministrative dopo la sconfitta alle Politiche dell’aprile del 2008. Il gruppo dirigente del PD (molto – ma molto – simile a quello attuale) si impegnava a mettere in discussione con l’aiuto di fantomatici sondaggi le Amministrazioni comunali e provinciali di Prato (Romagnoli Sindaco e Logli Presidente della Provincia di Prato al loro primo mandato) per sostituirli con altre figure. Le minoranze all’interno non venivano nemmeno lontanamente prese in considerazione; ma, in quell’occasione, non avevano fatto i conti con la cosiddetta “sbrigativamente” società civile. Davanti a questo “muro” ad alcuni di noi, dopo aver lavorato in primo piano per la costruzione di un Partito Democratico (Prato Democratica)  ed aver aderito ai Cittadini per l’Ulivo ed alla lista Bindi venne l’idea di costituire un’Associazione e di fare Politica e Cultura attraverso di essa. Il nome dell’Associazione richiama fatti storici lontanissimi a me personalmente cari, essendo originario di Pozzuoli.

Vi allego in copiaincolla due mail che chiariscono le motivazioni che ci spingevano, “allora”, ma che “ora”, a circa sei anni di distanza, sono quanto mai attuali e spiegano i motivi per cui io personalmente ho fatto resistenza al “renzismo” e mi rifiuto di appartenere ad un Partito che abbia i suoi “fondamentali”  in quegli ambienti.

Gentilissimei
la scelta di costituire un’Associazione di Politica e Cultura Democratica, da noi portata avanti subito dopo la nascita del Partito Democratico alla quale ciascuno di noi ha potuto contribuire con i propri limiti oggettivi o imposti dalle leadeship consolidate, è più che mai da me ritenuta l’unica
possibile via d’uscita dall’asfittica atmosfera che si respira all’interno (e della quale all’esterno si percepiscono i valori) dell’attuale “contenitore” detto PD.
Ho ascoltato quel che diceva Pietro Scoppola alla fine del 2006 (a quell’intervento erano presenti in rappresentanza dei CpU Tina Santini e Manlio Altimati): ritengo anche per questo in modo del tutto personale di poter dire che a settembre è necessario riprendere il percorso avviato da Prato Democratica (amo le provocazioni: rimettere in piedi il Comitato di Prato per il PD vale a dire che questo PD non è quello per il quale abbiamo lavorato); annuncio che non entrerò nel PD (o meglio non entrerò in questo PD) e mi impegnerò dall’esterno – per ora – a farne emergere le acute contraddizioni. Ritengo infatti che questo PD sia fortemente nocivo per la DEMOCRAZIA e che sia pericoloso continuare a sostenerlo.
La scommessa del PD era soprattutto incentrata aul “rinnovamento”: rinnovare la Politica puntando su segnali inequivocabili di cambiamento sollecitando la passione dei giovani e dei delusi dalla “vecchia” Politica, rinnovando in modo copernicano i percorsi “formativi” dei nuovi Dirigenti includendo soprattutto i meritevoli e non gli acquiescenti servitori “sciocchi” dei potenti di turno; facendo diventare la Politica un servizio per tutti – senza escludere il giusto equo riconoscimento economico a chi se ne occupi temporaneamente – e sottolineerò più e più volte “equo” perchè non si possa correre per la “carriera” politica per ottenere emolumenti di gran lunga superiori a quelli di un operaio specializzato.
Noi – i vecchi di Prato Democratica – lo abbiamo detto (e abbiamo detto altro) più volte ed è accaduto che per questo siamo stati visti come dei veri e propri nemici. Ebbene – sia chiaro ancora una volta – se non si cambia davvero e se non si darà maggior credito a coloro che “criticano” in modo disinteressato saranno i cittadini a dare il loro giudizio. Accadrà come è già avvenuto altrove che prevarrà il centro Destra e noi come sta accadendo oggi a livello nazionale balbetteremo, ci affanneremo e ci rinchiuderemo nuovamente nel nostro fortino assediato. E allora?
A settembre forse sarà importante recuperare i Cittadini per l’Ulivo, Prato Democratica e vederci come Dicearchia2008 per riflettere su questo PD, su quello che poteva essere e su quello che è.
Giuseppe Maddaluno

Ciminiere

Il secondo documento inizia con un riferimento “storico” relativo alla fondazione di DICEARCHIA nel 531 a.C ed alle motivazioni che la resero necessaria.

Si può accettare perciò che proprio i Sami abbiano dato alla località il nome di Dicearchia (<<La città del giusto governo>>), per ricordare le circostanze del loro stanziamento, motivato dall’affermarsi dell'<<ingiusto governo>> tirannico in patria.

Questa nuova Associazione nasce dalla esigenza primaria, espressa da alcuni anni, di operare nella realtà territoriale per rinnovare le modalità di accesso alla Politica ed alla sua gestione, per promuovere un effettivo e reale pluralismo all’interno delle forze politiche, per favorire e chiedere con forza la massima trasparenza in tutti i percorsi amministrativi, perché si costruisca la più ampia condivisione dei vari processi attraverso regole democratiche certe ed attuate concretamente.

Molti di noi hanno interpretato in questo modo la fase di gestazione del PD e si sono impegnati direttamente con un ruolo critico e propositivo, si sono sforzati di convincere la maggior parte possibile delle cittadine e dei cittadini che sono statei contattatei a perseguire tali obiettivi. Avevamo messo in conto che questo non si sarebbe realizzato, ma ritenevamo con palese ottimismo della volontà e, confidando soprattutto sull’intelligenza della gente e sulla capacità critica di tanti “amici e compagni di base”, che ci sarebbero stati almeno dei segnali di un incamminarsi verso un partito veramente nuovo, ebbene ci sembra che alcuni timidi segnali ci siano.

Il PD reale, purtroppo, si è mostrato finora un Partito ancora teso a mantenere intatti gli equilibri delle forze fondatrici e a difendersi da presenze più autonome e libere, venendo così meno a quell’obiettivo che mirava, a costruire un Partito nuovo realmente aperto ai contributi critici che avrebbero garantito un effettivo rinnovamento del modo di accedere alla Politica e di fare Politica. In ogni caso il lavoro che avevamo svolto è stato quello tipico di un’agenzia formativa e culturale che ha proposto alcuni momenti di approfondimento pubblici, intorno a varie tematiche. Ed è allora in quella direzione che intendiamo proseguire.
Un’associazione, dunque, questa nostra, che non si proponga di accompagnare il PD ma di formare coscienze libere, criticamente aperte. La nostra società ha bisogno di costruire vera Cultura, quella fondata sul razionalismo puro e fatta crescere nel dibattito e nel confronto libero.

Non si intende assolutamente costituire nemmeno una contrapposizione al PD, si intende costruire soprattutto sul piano culturale un effettivo reale dibattito sul necessario rinnovamento attraverso la riflessione ed il coinvolgimento in essa di persone nuove, fresche che abbiano passione ed ideali intatti.

Vorremmo che la nuova Associazione avesse compiti di Laboratorio per la Democrazia partecipata che possa servire a tutti, e non solo ad una parte. Dobbiamo fare in modo che si privilegi la via dell’ascolto e del confronto basato su regole precise condivise ed applicate.

pozzuoli

GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI – un libro su Francesco di Marco DATINI

Frontespizio libroArchivio DatiniRodari PratoMario Di CarloFOTO per Blog

 

Foto nell’ordine: 1) Frontespizio libro; 2) Palazzo Datini sede Archivio; 3) Sede del Liceo Socio Psico Pedagogico “Rodari”; 4) Dirigente scolastico prof. Mario Di Carlo; 5)  Giuseppe Maddaluno

 

GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI: un libro scritto da alcune docenti del RODARI su Francesco di Marco DATINI

Sin dalla prima volta che ho partecipato in qualità di docente commissario esterno ad Esami di Stato a metà anni Settanta, essi mi hanno concesso occasioni impagabili di conoscenza e confronto con realtà che non conoscevo e che, se conoscevo, consentivano degli approfondimenti sostanziali che hanno contribuito a farmi crescere. Lo dico in modo particolare a coloro che credono di essere arrivati alla perfezione dopo cinque, dieci, venti o trenta anni di studio eo lavoro: non si smette mai di imparare. E se l’affermazione è per voi banale, superficiale ed inconsistente, meglio. Eh già la prima volta! Fu all’ITI “Giordani” di via Caravaggio a Napoli dove ebbi come Presidente della mia Commissione un docente di Matematica che era stato uno dei più temuti al tempo in cui frequentavo la Scuola Media “Giacinto Diano” a Pozzuoli. Ovviamente ero emozionatissimo; ma, a dire il vero, lo sono ancora adesso. Ed è così che dopo quasi quaranta anni l’esperienza di questo 2014 mi ha concesso nuovi incontri, nuovi stimoli, alcuni dei quali ho già trattato su questo Blog in modo diretto http://www.maddaluno.eu/?p=228 del 4 luglio http://www.maddaluno.eu/?p=429 del 24 luglio
http://www.maddaluno.eu/?p=485 del 27 luglio ed in modo indiretto http://www.maddaluno.eu/?p=497 del 28 luglio. Certamente sapete che durante l’effettuazione delle prove scritte la Commissione che si trova ad operare su sedi diverse ha la necessità di avvalersi di docenti interni per la vigilanza. Il Presidente ne fa apposita richiesta al Dirigente e quest’ultimo provvede alle nomine temporanee. In uno scambio di idee con alcune docenti “di sorveglianza” presso il Liceo Socio Psico Pedagogico “Rodari” di Prato mi viene accennato ad una recente pubblicazione curata da un gruppo di loro e viene promesso il dono di una copia. Anche se il tema (il Mercante di Prato Francesco di Marco Datini) appare per un “pratese”, anche se non proprio “doc”, già più e più volte trattato, come un nuovo libro su Francesco di Marco Datini, fa sempre piacere di potervi dare un’occhiata. La promessa tardava a concretizzarsi e, così, l’ultimo giorno, prima di chiudere tutte le operazioni con quella “faccia tosta” che in fondo mi ritrovo ad avere sono io stesso a chiedere ad una collega di poterne avere una copia. Il libro mi viene consegnato, finalmente! E’ in un formato quasi tascabile (15 x 21) molto maneggevole con una copertina graficamente impostata in modo gradevole con pagine di un colore grigio giallastro avorio che rende l’idea di una carta ingiallita dal tempo collegata ai documenti dell’Archivio “Datini” di cui il libro tratta. E’ composto da 120 pagine. L’argomento è, come già dicevo, “ Francesco di Marco Datini – Affari e affetti nella Prato del tardo Trecento” e l’edizione è di una storica casa editrice fiorentina, la Nerbini, nata nel 1897 e molto attenta a produzioni divulgative colte e popolari allo stesso tempo (classico è il rimando alla pubblicazione di molti fumetti, come il primo “Topolino”). Gli aspetti formali sono molto importanti per rendere appetibile alla vista ed al tatto oltre che all’olfatto (il profumo della carta fresca stampata è stato sempre per me elemento di apprezzamento) un volume. Avendo chiuso le operazioni di Esame mi apparto con il libro per scorrerne le pagine e mi soffermo sull’Indice. L’originalità del libro consiste, dopo una serie di incontri presso l’Archivio di Stato di Prato di alcune classi (III B, III C e III E a.s. 20122013) e di un gruppo di docenti sotto la guida di Chiara Marcheschi, “giovane profonda conoscitrice dell’Archivio Datini” come rileva la Direttrice dell’Archivio di Stato di Prato, M. Raffaella de Gramatica nella Presentazione3, nell’aver messo insieme competenze, professionalità, sensibilità diverse ma tutte al femminile. L’unica presenza maschile, oltre quella del Mercante di Prato, è esterna al Gruppo di lavoro ed afferisce al Dirigente Scolastico, prof. Mario Di Carlo che, nella Presentazione2, sottolinea “l’esigenza delle ragazze e dei ragazzi di approfondire la conoscenza storico-culturale del territorio e delle sue risorse, per essere maggiormente consapevoli delle proprie radici e per chiarire la progettualità futura”.
Si tratta di un “libro aperto” e disponibile ad essere ampliato con nuovi capitoli e nuove ricerche da docenti, studenti o studiosi. E’ un libro utile per chi, pur conoscendo già un minimo di Storia della mercatura e di Storia di Prato, voglia avere un orientamento più preciso sugli “strumenti” a disposizione. Come si diceva, si tratta di un libro collettivo nel quale le docenti Maddalena Albano, Elisabetta Cocchi, Manuela Giusti, Eva Nardi, Paola Riggio e Rosa Rossi, coadiuvate dall’esperta Chiara Marcheschi si dividono i compiti ed elaborano le varie parti. Oltre alla Presentazione1 di taglio istituzionale (la vice presidente della Provincia Ambra Giorgi auspica un utilizzo del testo da parte soprattutto degli studenti), il libro si struttura in tre parti. La prima, “Per conoscere…”, ad opera di Eva Nardi, Rosa Rossi e Paola Riggio, compie un excursus storico e biografico su Prato e su Francesco di Marco Datini; la seconda, “Per documentare…” è maggiormente specialistica e tecnica e tratta dell’Archivio, che consta di 150.000 documenti sciolti e circa 600 registri, e poi dell’attività economica del Mercante di Prato e della dimensione del vivere quotidiano nella Prato del tardo Trecento vista attraverso le testimonianze (la “corrispondenza epistolare”) della moglie di Datini, Margherita Bandini; ad operare su questa sezione, oltre a Chiara Marcheschi sono Elisabetta Cocchi, Manuela Giusti, Maddalena Albano ed Eva Nardi. La terza parte, “Per approfondire…”, curata da Paola Riggio, si sofferma su alcuni aspetti della vita familiare in una città del Trecento basandosi ovviamente sull’ampia documentazione archivistica a disposizione (La struttura familiare. La rete di rapporti sociali. Le occasioni di festa. Le case e gli arredi. Il cibo. L’abbigliamento). Ne consiglio la lettura non solo agli studenti; è un testo che potrebbe (dovrebbe) essere tradotto nelle lingue più importanti ed essere posto a disposizione dei turisti che vengono a visitare la nostra città.

UN CONTRIBUTO A reloaded – PRATO UN CASO DI “ANALFABETISMO” INDUSTRIALE DI RITORNO?

Threads for the bindingCiminierepratoFabbriche-cinesi-in-Italia

Lo scorso 30 luglio pubblicavo un reloaded di un mio articolo su politicsblog.it nel quale si assegna la crisi del tessile e dell’economia del Distretto di Prato ad una incapacità culturale degli imprenditori che hanno preferito trasformarsi in immobiliaristi accreditando a tale funzione una maggiore possibilità di guadagno. Anche per questo negli ultimi anni si continua a costruire in modo dissennato consumando suolo e cementificando gli spazi. Un lettore che non conosco (lo scrive nella parte introduttiva) interviene consigliando anche la lettura di un commento ad un articolo de “L’Intraprendente” dedicato a Edoardo Nesi. Per completezza e così come proposto dal lettore di questo Blog aggiungo sia il link dell’articolo sia il commento copiato ed incollato di un certo Giovanni.

Caro Giuseppe, non ci conosciamo e, probabilmente, non ci conosceremo mai, vista la nostra distanza fisica e professionale Questo tuo post (il cui contenuto di analisi mi trova d’accordissimo), spiace dirlo, arriva in ritardo: il più è fatto e quel che ci sarebbe da fare richiederebbe anni di impegno totale, impegno di cui non vedo assolutamente alcuna consistente fiammella. L’arretratezza italiana, culturale e produttiva, è evidente ed in una situazione di concorrenza globale in cui Paesi ben più solidi del nostro arrancano, l’epilogo è immaginabile. A questo la stessa “opposizione” non pone né attenzione (vedi il peloso “buonismo” nei confronti dei cinesi che certo non scaturisce da analisi seria) né conseguente azione che non sia lo scimmiottare, in salsa sinistrese, i vari sceriffi (legalità! legalità! Grido che, urlato dagli italiani, non può che suscitare fragorose risate) o per lo più patetiche trovate sul prodotto “tipico”. E’ quella stessa “opposizione” che singhiozza sulla piccola e media impresa “che da lavoro”, che deve essere salvata, che è il made in italy, etc. Bisognerebbe dire che QUESTA piccola e media impresa deve chiudere e deve essere almeno sostituita da tutt’ altra PMI. Il pratese (e l’italiano) medio, con tutta l’arroganza del provinciale, senza oramai alcun particolare merito, continua a credere di aver diritto ad un posto al sole per decreto divino, rimpiangendo i bei vecchi tempi in cui, grazie anche alla globalizzazione delle merci (a cui ancora non si era aggiunta ancora la globalizzazione della finanza) poteva importare materie prime a due soldi e rivendere tessuti non certo pregiati a venti soldi. Questo pratese (e questo italiano) è convinto che la Cina, il Pakistan, l’India, l’Indonesia o la Nigeria siano rappresentati dai poveracci che arrivano in “casa nostra” e ignora che si avviano ad essere potenze economiche e scientifiche continentali o mondiali, con università, centri di ricerca, studenti e docenti che girano per il mondo. Sarebbe troppo impopolare basare su questo un programma politico; sarebbe troppo doloroso dire non ai politici, ma ad amministratori, imprenditori, intellettuali, semplici “cittadini” (e di tutti loro i “politici” sono stati e sono il facile capro espiatorio o il consolatore sollecito) di “andare a casa”, di cambiare vita ed abitudini in tempi, oramai, brevissimi.
La meritocrazia senza un obiettivo che faccia da parametro al merito è un ulteriore modo per addossare la colpa ai “cattivi”. Nonostante tutto, il merito conta, non da solo, ma conta. Il problema è che bisognerebbe chiedersi se è “meritevole” il pratese che assume l’operaio disposto, meritevolmente, a lavorare giorno e notte per produrre “pezze”, ma non assume (a che gli servirebbe?) il nanotecnologo meritevolissimo.
Ai giovani che ancora oggi la scuola (contro ogni pretesa delle famiglie che “tanto serve solo il pezzo di carta”) forma spesso bene, il consiglio da dare è quello di andare via finchè sono ancora in tempo, prima che il mercato del lavoro, ad esempio, europeo non si saturi con teste e mani specializzate e provenienti da altri Paesi extracomunitari (che vengono accolti a braccia aperte, se altamente specializzate). Tutto questo fino a quando la finanza “cattiva” che fino a pochi anni addietro ha fatto la fortuna di tantissimi correntisti pratesi ed italiani, non scoppi definitivamente

Se hai ancora pazienza, ti consiglio di leggere questo commento che lessi parecchio tempo fa qui http://www.lintraprendente.it/2013/12/nesi-difende-i-capannoni-di-prato-dai-cinesi-la-sua-famiglia-glieli-affitta/
e che ora copio/incollo:

Un abbozzo di narrazione alternativa su Prato (ma anche su Faenza, Matera, etc.)
A Prato il “nero” NON è esistito fino a 30 anni fa, ma dall’inizio del tessile “modello Prato” (anni ’60 circa) ad OGGI. Il “modello Prato” nacque con la chiusura delle grandi aziende tessili e la nascita dei “padroncini”, piccole e piccolissime aziende dove l’aumento dei guadagni poteva poggiare su autosfruttamento e “risparmi” di vario genere e non certo su innovazione e ricerca (come è di moda dire oggi). Questo meccanismo incocciò, per altro, in una fase di crescita generale dei consumi e di “piena occupazione” per cui anche i salari non erano comprimibili più di tanto. Ci furono delle crisi nel corso di quegli anni, piuttosto ricorrrenti, ma praticamente nulla cambiò nel “distretto: i telai, l’organizzazione, gli operai, rimasero praticamente gli stessi. Alla fine degli anni 80 il sistema cominciò ad arrivare ai limiti: il globo era in affanno e si chiedevano prezzi sempre più bassi. In quel periodo il crack della Cassa, la “mamma di Prato” come qualcuno la definiva: 1600 miliardi di sofferenze, un buco di 400 miliardi di lire, qualcuno dice di più, di più ancora dell’Ambrosiano; qualcun altro disse (e dice) che molti soldi andarono in poche ed inaffidabili mani. Crediti facili. Parallelamente era iniziata la smobilitazione: si iniziava ad andare all’estero (Tunisia, Turchia, Sud-America, etc.). Si mandavano macchine e relativo tecnico che in 20-30 giorni o anche meno (alla faccia del know-how) istruiva i nuovi operai. Alla fine il gioco era sempre quello: lavorare di più a meno. Per fortuna c’era aria di de-regulation a giro, anche i pratesi fissi davanti ai monitor esterni delle banche a guardarsi i numeretti dei titoli che creavano danaro dal nulla, danaro che reggeva i consumi USA ed Europei (quella sì che erano globalizzazione e finanza fatta come si deve!) e rivolava fino al “mattone”. Ve lo ricordate il boom edilizio pratese anni ’80 e ’90? E poi c’era sempre il telaio in garage, una specie di garanzia per il futuro, sempre quello da 10-15-20 anni, sistemato accanto all’auto nuova di zecca, vecchia al massimo di 5 anni. Magari la Ferrari, chè ne abbiamo più noi che i milanesi. La grande famiglia pratese dormiva sonni tranquilli, nessuno sciopero, casa al mare per tutti, godersi la vita. Per i figli che avevano un po’ voglia di studiare il Buzzi, gli altri a prendere il caffè a Milano la sera con la macchina del babbo, quella continua “fuga da fermo” di una generazione che proprio di fuggire non aveva per nulla voglia. Nessuno voleva davvero smuovere le acque, tantomeno affliggere con “lacci e lacciuoli” chi produceva ricchezza e, magari, voleva lasciare qualcosa “al sicuro”. Oddio, c’era qualcuno che parlava di “società della conoscenza”, di “nuova divisione internazionale del lavoro”… e son chiacchiere, noi s’è gente che si lavora. E poi non lo sapete che il mondo, il mondo intero finisce a Prato “A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”? Lo diceva il Malaparte, quel Kurt Suckert lì. Prato detta, il mondo copia.
E poi arrivarono i cinesi. Ed erano tanti: la popolazione dell’ Europa intera sommata a quella degli USA, il tutto moltiplicato due. A dire il vero mica solo loro. Indiani, russi, asiatici assortiti, brasiliani, persino parecchi africani. Una metà del mondo che offre salari bassi, territori produttivi praticamente vergini. E che di Prato non sanno nemmeno dov’è. Però e son tanti e un po’ ne arrivano fino a qui di cinesi, contadini ignoranti e maleducati che manco si capiscono con gli altri cinesi. Ma lavorano come ciuchi, come schiavi, con il sogno di tutti gli emigranti: farselo così per un po’ di tempo e poi tornare al paese, ricco ed invidiato da tutti, aprire il bar in piazza e farsi la casa “a solo” col giardino. Nesssuno se ne ricorderà più di quello che hai passato quando ci avrai gli sghei in saccoccia. Non sono mica angioletti, i cinesi. Vanno dove possono adattarsi rapidamente, dove non c’è da imparare granchè per iniziare a fare soldi subito, ma dove c’è da lavorare tanto ed a poco, chè è una cosa che sanno fare. E dove non ci sono molti “lacci e lacciuoli”. Nemmeno edilizi: guardano il Cantiere, costruito interamente su terreni delle Ferrovie dello Stato e capiscono. Non si mettono neanche ai telai, a fare filati o tessuti che conviene di più comprare in Cina a prezzi da sbanco: non è nemmeno una idea loro: hanno, come sempre, copiato. E’ una moda che si diffonde: le aziende hanno la testa in Europa o in USA ed il resto in Cina (o india, o Russia, o Moldavia). I computer si progettano e, magari, assemblano all’Ovest, ma si fabbricano (e smaltiscono) all’Est. Le auto idem con patate. E i sandalini. E la tuta da sub. Persino il fucile per anda’ a sparare ai cignali. E la bandierina della Fiorentina e della Juve. Ed è andata bene a tutti: il mondo intero si accapiglia, poi fa pace, scopre tradizioni locali e piatti tipici, si insulta, cerca sesso, mostra la foto del gattino, si straccia le vesti sui diritti umani negati, tutto su affari elettronici Made in China (o territori limitrofi) a prezzi in calo costante ed il cui numero pare supererà quest’anno di grazia 2013, il numero degli abitanti della Terra. “Pronto…? Cosa vuoi per cena? Il filetto o le ova? Oh, guarda ‘ste cinesi al supermercato m’hanno bell’…”.
Ma la colpa, si sa, è dei politici.