RELOADED “GIOVENTU’ BRUCIATA: NICHILISMO, ABBANDONO, DECADIMENTO ESISTENZIALE E MANCANZA DI APPARTENENZA” di Federica Nerini

di Federica Nerini

Federica Nerini

Nell’attesa del prossimo prezioso intervento di Federica su “La solitudine” vi riproponiamo un suo intervento apparso su politicsblog.it lo scorso 6 giugno dal titolo
“GIOVENTU’ BRUCIATA: NICHILISMO, ABBANDONO, DECADIMENTO ESISTENZIALE E MANCANZA DI APPARTENENZA”.

FEDERICA NERINI
“Ettore e Andromaca” è uno dei quadri più belli del periodo metafisico di Giorgio De Chirico ed ha come tema preponderante l’abbandono e l’intangibilità spaziale. Entrambi i manichini sognano e desiderano un abbraccio impossibile, visto che il loro sadico e crudele disegnatore li ha creati senza gli arti superiori. De Chirico utilizza simboli allegorici per esprimere l’inesorabile destino perturbante a cui nessuno può sottrarsi e nello stesso tempo l’accettazione, rassegnata e melanconica, da parte dell’eroe Ettore, che preferisce una morte mitica rispetto ad una vita vile ed inutile come la nostra. L’artista greco si sarà sicuramente ispirato al sesto libro dell’Iliade: gli automi privi di anima, esistenza, fisionomia ed espressione sentimentale simboleggiano immobilismo, l’innata propensione al rigetto dell’essere e il male di vivere nei confronti degli avvenimenti giornalieri, che si succedono nel “teatro irreale” del quotidiano, alludendo allo stesso spazio fantastico in cui sono avvolti i due manichini.
In realtà parte della gioventù di oggi è propensa all’ “abbandono” più che al vivere secondo “ambizione”. Ci facciamo trasportare dall’estrema relazione dell’altro, non riusciamo ad accettare, e lasciarci attraversare da essa, la penetrante ed imperitura solitudine: ci leghiamo alla personalità estranea con pulsione ambivalente, per la paura di essere soli. Allora il soliloquio dell’esistere diventa dialogo decadente e senza senso. La nostra sfera personale è altamente limitata, nessun giovane si conosce, vive e comunica con gli altri e con se stesso, ispirandosi inconsciamente all’isolamento psicotico. Ed è proprio questa “incomunicabilità” di fondo, che ci fa pensare a come ogni individuo sia un’eterna landa desolata, rispetto a questo “sputo” di universo. La solitudine sta nell’accettazione del vivere secondo consapevolezza dell’abbandono. Noi giovani d’oggi affrontiamo la vita passivamente, senza essere noi padroni del tempo interiore, non cavalcando i secondi, i minuti, gli anni: con gli occhi bendati, non percepiamo il flusso vitale che ci accarezza i capelli e ci “abbandona” crudelmente. Sì, lo scirocco è come l’eroe troiano di De Chirico, che lascia per sempre la moglie, il figlio e la vita pur di salvare il suo popolo; la torre dove incontra la sua consorte verrà distrutta, così come il “pneuma” vitale neutralizza il precipitato delle molecole metafisiche, appartenenti all’ “animus” interno ed insondabile.
Il “nulla” ci appartiene, angosciandoci di ogni sensazione materiale, non riuscendo a reagire ci inabissiamo in una realtà distorta ed aleatoria senza via di fuga. Il futuro è un’immagine lontana ed oscura, nessuno può visitare l’isola deserta della verità mai solcata dall’ombra dell’uomo. I valori sono giunti ormai al crepuscolo, vengono bistrattati, sono sconosciuti, inariditi ed inesplorati senza l’evidente conoscenza affermata. I sentimenti che sono alla base dell’abitudine umana non sono realmente personificati, e rappresentano l’anello debole del decadimento generale. Trovare un’amicizia con basi profonde è come trovare un senso all’inutilità della guerra: impossibile. Dell’amore non si conoscono le radici profonde: la sensualità viene utilizzata come mercificazione, l’attrazione come inganno, l’adorazione come opportunismo, il piacere come desiderio; così si nasconde la vera essenza della vita amorosa, la corrispondenza sensoriale non diventa il risveglio della “joie de vivre”, tanto decantata dal francese Émile Zola e dall’espressionismo di Matisse.
La vita è una malattia senza speranza: più si pensa di guarire l’incurabile, più c’è il senso di colpa legato alla condizione di malessere giornaliero. La “gioventù bruciata” odierna non pensa al senso della vita, all’insensata vuotezza umana, all’imprescindibile fato del volere divino, all’incomunicabilità generale e all’ “eterno ritorno” del nichilismo crudele. Non è il tempo di mangiare le fragole, di contemplare il cielo azzurro senza nuvole, o di assaporare il profumo dei mandorli in fiore, non dobbiamo lasciarci assoggettare passivamente dalle bellezze effimere, dalle felicità soporifere, poiché si finisce per accettare l’oblio.
Siamo una gioventù apolide, senza meta e bandiera, senza il ricordo ineffabile del passato, che ci può far rivivere momenti estremi ed emozionanti: seppellite la speme morente! Ma dopo tutte queste analisi disfattiste, ciò che manca al mondo giovanile è un punto di riferimento, un “mito” su cui confidare le proprie ispirazioni ed aspettative; eppure qualcuno ce l’ha, ed è anche evidente, solo che prima o poi farà decostruire tutte le certezze dilaganti, e adotterà come tutti la pratica dell’abbandono. Ed ecco che l’immagine del fanatismo mitico, è in analogia con il “panegirico”, pedante ed esaltato di Ettore, l’eroe del distacco familiare. E’ come osannare un assassino: chi abbandona è reo di ogni suo peccato.
In conclusione, spero solo che questa favola: brutta, apocrifa e melensa finisca, poiché non c’è niente di più malvagio di essere illusi fino alla fine. “D’altronde tutto incomincia, perché deve finire”.
Federica Nerini

LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – POZZUOLI – (ANTEFATTO) INCONTRO CON G.M.GAUDINO A PRATO

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LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – L’ANTEFATTO dell’incontro con Giuseppe Mario Gaudino

“Professore, c’è qui un giovane che la cerca” la segretaria dell’Assessore aveva un tono ilare insolito e lo esplicitò subito dopo. “Ha chiesto di essere ricevuto dall’Assessore Maddaluno”. Ora, a parte la perplessità generica e lo sbandamento relativo al fatto che avrei potuto supporre che l’equivoco fosse stato generato da una mia bugia, mi venne da sorridere. In effetti non ero Assessore e non conoscevo in maniera diretta questo giovane anche se ne avevo sentito parlare negli ambienti culturali e cinematografici come “promessa” della produzione di ricerca: in quegli anni (la metà degli anni Ottanta) più di ora mi occupavo di Cinema seguendo in particolare le giovani generazioni ed ero in contatto con molti fra i rappresentanti dell’arte cinematografica sia nei settori della produzione che in quelli della realizzazione. Avevo già progettato “Film Video Makers toscani” e di questo giovane avevo visto “Aldis”, che mi aveva colpito particolarmente per la fotografia ed il montaggio, oltre che per la scelta di girare la maggior parte del video sul Lago Fusaro e nella Casina vanvitelliana che è collocata su quel Lago dei Campi Flegrei e vi si accede attraverso un pontile. Era chiaro che Giuseppe arrivasse da Roma con un’informazione ricevuta da amici comuni di Pozzuoli che gli avevano segnalato la mia presenza a Prato come “collaboratore” esterno dell’Assessorato alla Cultura e nel passaggio comunicativo si era prodotta una distorsione del tutto evidente. Conoscevo, dunque, alcuni elementi della sua storia e sapevo di avere amici tra i suoi parenti che non sentivo né vedevo da alcuni anni. Avevo lasciato Pozzuoli nel 1975 ed i fratelli Tegazzini (Silvio e Giancarlo), cugini di Giuseppe, erano stati fra i migliori amici che avessi frequentato in modo continuativo. Alla Segretaria (non ricordo se fosse Dori, Carla o Enrica) dissi di farlo attendere, scusandomi per l’equivoco che era stato creato e che – lo ribadii – non dipendeva di certo da me, anche se non saprò mai se fossi stato convincente. In una mezzora fui in via Cairoli (l’Assessorato alla Cultura del Comune era nel Palazzo Buonamici poco prima dell’Hotel Flora); Giuseppe mi aspettava nell’ingresso del Palazzo e, dopo una breve presentazione, mi disse che non poteva trattenersi e mi consegnò un pacchetto che, prima di salutarlo, aprii: c’era la sceneggiatura di un suo film che andava preparando. “Giro di lune tra terra e mare”; già dalle prime pagine che mi apparvero, accompagnate da fotocopie in bianco e nero di fotografie “di scena”, notai che, in continuità con “Aldis”, permaneva lo stile, visionario ed onirico, basato su ricerca ambientale collegata ad un mondo per me “comune” di esperienze vissute. Le immagini descritte per circa trenta pagine appartenevano agli ambienti naturali che ben conoscevo e rievocavano in me sensazioni riposte abbandonate da circa un decennio. Salutai Giuseppe Gaudino e mi ripromisi di ricontattarlo (c’era un indirizzo sul frontespizio, ed un numero di telefono). A dire il vero ho sempre avuto con me quella sceneggiatura ed ho sempre pensato con piacere a Giuseppe ma per molti anni, troppi, non ero riuscito ad incontrarlo; quando scendevo a Pozzuoli i miei impegni erano quelli “di famiglia”: anche gli amici “comuni” e quelli che per me avevano avuto un significato fortissimo nella mia formazione non venivano da me contattati. E non so di certo dire perché mai mi comportassi così; c’era un muro che non riuscivo a valicare, anche perché sapevo di non poter condividere percorsi comuni, dato che il mio lavoro non mi consentiva di spostarmi a piacimento. So bene di ricercare una giustificazione al mio atteggiamento a dir poco superificiali ma i miei impegni professionali, culturali e politici – che erano un tutt’uno con quelli familiari – mi impedivano davvero di poter pensare a costruire qualcosaltro, anche se nel mio luogo di crescita esistenziale. Dal 2013, pur essendo più vecchio, qualcosa è cambiato; con l’età della pensione ho scelto di ritornare a Pozzuoli – non stabilmente ma con maggiore assiduità. In effetti sono stanco della vita politica; è diventata insopportabile! La Cultura per me rimane l’unica ancora di salvezza; e gli antichi amori e le amicizie sono per me elemento di recupero di una dimensione umana necessaria per poter sopravvivere a questo disastro. Ed è venuto dunque il tempo per riprendere contatti. E così, dopo poco meno di trenta anni da quell’incontro, mi lancio alla ricerca del tempo perduto e dei passi smarriti. I recapiti sul frontespizio della sceneggiatura non sono più utili; il tempo anche per Giuseppe Gaudino è passato. Ma sono determinato ad incontrarlo di nuovo, stavolta possibilmente più a lungo. Ho bisogno di sapere quello che non so. Gaudino ha realizzato ovviamente in tutti questi anni non solo “Giro di lune…”, ha lavorato come scenografo, ha costituito una casa di produzione (la Gaundri) con Isabella Sandri, sua compagna di vita e di lavoro, ed il mio desiderio di recuperare parte, anche minima, di quanto avremmo potuto fare è fortissimo.

Gaudino

 

CARO MICHELE SERRA, LA TUA (FORSE) E’ UNA RESA, UN PATETICO TRAMONTO!

Patetico tramonto 2Patetico tramonto Tramonto sul mare

Immagine mia

Caro Michele Serra, la tua (forse) è una “resa”, un patetico tramonto! di J.M. Non è facile, di questi tempi, intrattenere una discussione su “ Le magnifiche sorti e progressive” della gente… in un tempo come quello che ci è toccato in sorte di vivere. C’è una profonda stanchezza di una parte della popolazione che non ha più speranze se non quel timido lumicino della veemenza di una “nuova” classe dirigente che sembra ottenere ampi consensi. Questi sono soltanto delle vere e proprie “cambiali in bianco” difficili da onorare. Sull’ultimo numero del “Venerdì” di “Repubblica” del 18 luglio nella rubrica “Per Posta” Michele Serra risponde ad una lettrice che espone le sue profonde perplessità sulle attività del Governo Renzi soprattutto in materia di “Riforme” affermando che, anche se per lui Renzi incarna, come Berlusconi, un sogno fatto di semplificazione e per questo ne condivide l’alto tasso di “rischio”, nondimeno lo ha votato. E lo ha fatto perché stanco politicamente di se stesso e della sua generazione. Michele Serra riconosce che Renzi è soprattutto “gigione”, possiede un ego sovrastimato e mostra eccessi di disinvoltura ma difende la sua scelta perché stanco del deja vu del deja entendu e gli si abbassano le palpebre. Ora, ecco quel che ci rivela Serra affermandolo solo in parte: stanco di se stesso e dei suoi non trova altra soluzione che affidarsi alla sicurezza delle parole di un demagogo, tale anche se appartiene ad una delle “correnti” che fondarono il PD. Non è diverso da altri, Michele Serra, e per la soddisfazione di chi amministra il Partito sono tanti come lui a sentirsi tranquilli, “sereni” come voleva lo stesso leader che si fosse. Sono tanti che non hanno più tanta voglia di discutere e si affidano con fiducia nelle mani di un leader e di pochi altri; sono tanti coloro che non chiedono altro che l’economia riprenda, a partire dai posti di lavoro ancor meglio se quelli riservati a se stesso o a propri congiunti ed amici, e si pone in attesa fiduciosa, infischiandosene di sapere se verranno rispettati davvero ( a chiacchiere se ne fa gran parlare) i termini di regolarità riferiti soprattutto al merito. Ora, a dire il vero, non c’è da meravigliarsi se tante di queste persone “disperate” (è uno stato molto diffuso, infatti, ed è pericoloso perché si abbina ad “ultima spiaggia”, il richiamo alla quale non mi convince tuttavia ad affidarmi ad un “bamboccio” dispettoso e rancoroso, oltre che profondamente irrispettoso nei confronti di chi non condivide il suo “pensiero”) vogliano affidarsi ad un predicatore capace di trascinare le masse. Lo è, a meno che non si debba pensare ad interessi personali, per uno come Michele Serra. E’ possibile – mi chiedo – che vi sia una “linea editoriale” collegata anche ai rapporti molto forti fra il “padrone” di “Repubblica” ed il Governo Renzi? Ed ancora, quali sono gli interessi che legano queste due entità? Devo pensare che lo stesso “affaire Barca” con quella telefonata misteriosa (c’è stata o non c’è stata?) fra lui e De Benedetti che lo contattava per proporgli un Ministero sia riferibile a qualcosa di molto ma molto misterioso; e la scomparsa, dalle principali colonne editoriali, di Fabrizio Barca, che pure sta portando avanti esperienze in molte parti d’Italia, ne potrebbe essere una riprova. Se la questione è di tipo “personale” credo che quella di Michele Serra sia una vera e propria resa, un patetico tramonto nel quale non intendo essere coinvolto. Per fortuna ci sono personaggi importanti come Gianfranco Pasquino che non si lasciano coinvolgere da questo appiattimento. Su un Blog che credo sia riconducibile a lui stesso il cui link è il seguente (http://www.gazebos.it/ElencoArticoli.aspx?autore=1209) Pasquino scrive un articolo dal titolo “La luna in cielo e la coscienza in Senato” nel quale analizza la situazione caotica che stiamo attraversando rilevandone la pericolosità e denuncia la pretesa di un Governo non eletto nell’ affrontare il nodo delle Riforme di non voler riconoscere la libertà di coscienza ai parlamentari dissenzienti. L’articolo si apre con un riferimento ad un episodio che coinvolse “cento parlamentari laburisti che una decina di anni fa scattarono in piedi uno ad uno a Westminster per negare il voto al loro popolarissimo giovane e veloce Mr Prime Minister che imponeva al Regno Unito di andare in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. No, quella guerra non era stata decisa in nessun Congresso di partito. Non era stata preannunciata in nessuna campagna elettorale. Non era neppure (sic) soltanto un problema di coscienza, che, secondo la vice-segretaria del PD non si può chiamare in causa quando si riforma quel piccolo particolare che si chiama Costituzione. I parlamentari laburisti che, senza ombra di dubbio, ne sanno più di Serracchiani, Guerini e Moretti, sostenevano la loro coscienza con la scienza: non c’erano prove convincenti dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Sarebbero arrivate con gli americani di quel genio di Bush. Non siamo inglesi. Qualcuno, però, potrebbe, studiando, cercare di diventarlo.” Ho riportato la prima parte dell’articolo. Il resto lo potete trovare cliccando il link che vi ho allegato. Buona fortuna!

NITASHA AFZAL una poesia

Pubblichiamo una delle poesie di Nitasha Afzal (autrice anche del racconto “COSI’ VICINE COSI’ DISTANTI” pubblicato in due parti il 17 ed il 18 luglio scorsi)
Il tema è ancora una volta quello dei rapporti interculturali in una realtà così viva e composita come quella pratese!
Siamo molto fieri di conoscere Nitasha e di apprezzarne le qualità intellettuali.

Poesia

Non pensiate che io sia diversa, per favore concittadini Pratesi
Non porto scarpe della Nike e magliette firmate Chanel
Ma è davvero questo che conta?
Non pensiate che io sia diversa, per favore concittadini Pakistani
Non porto il velo e metto i jeans
Ma è davvero questo che conta?
Nella vita bisogna scegliere
Non ho soldi per la roba firmata
Non ho personalità per il velo
In un mondo di conformismo,
e di pregiudizi
Io ragazza Italo-Pakistana
Mi farò valere
Quando scarpe della Nike e il velo si uniranno

Di: Nitasha Afzal

“FUGA GRANDIOSA VERSO L’INFINITO” – FRANZ KAFKA “Lettera al padre”

Federica Nerini

 

FRANZ KAFKA E LA SUA “FUGA GRANDIOSA VERSO L’INFINITO”.
Di Federica Nerini
“E’ come quando uno sta per essere impiccato. Se lo impiccano sul serio, allora muore ed è tutto finito. Se invece deve assistere a tutti i preparativi dell’impiccagione e poi apprende di essere stato graziato solo quando il cappio gli penzola davanti alla faccia, forse ne avrà un trauma per tutta la vita”. Così declamava Franz Kafka nella sua lunghissima lettera al padre (oltre sessanta pagine), scritta nel 1919 e mai consegnata al destinatario. Ciò che ci deve di più interessare è il sentimento di paura presente già dalle prime righe. Ogni singolo uomo nella vita ha il diritto ad aver paura: “La paura è un modo per trovarsi”. E’ ciò che non ci fa dormire la notte, non fa passare il giorno, e non ci fa vivere. La paura non è angoscia, perché l’angoscia è essenza.
Solo attraverso la fobia si ha la consapevolezza della presenza del nostro essere come sofferenza, e questo “l’inadatto alla vita” lo aveva capito fin da subito. Per Kafka, il padre era “la misura di tutte le cose” e la sua educazione gli aveva cambiato l’esistenza, insieme al modo di capirsi e comprendersi. Si sentiva una nullità, era avvolto da un senso di colpa insostenibile, provocandogli così la limitazione del respiro, quasi assente. Il senso di colpa è dato dalla presenza insistente di una Autorità Superiore, dal giudizio duro, da auto-rimproveri ossessivi, dal senso del dovere, dal meccanicismo dell’anima, dalla punizione e dalla indegnità. Tutto questo è alla base della struttura portante delle nevrosi. Una persona libera non soffre, cerca come dicevano i greci la propria “qualità interiore”, rigetta il senso di colpa e ha voglia di toccare la gioia della vita.
Purtroppo l’essere umano è una macchina più che complicata, poiché chiunque può essere condizionato nei modi di fare e di agire, dopo aver vissuto determinati eventi nel corso del cammino esistenziale. Nella lettera Kafka descrive con lucida esattezza un evento appartenente alla memoria emotiva della sua infanzia: “Una notte non la smettevo più di piagnucolare chiedendo dell’acqua , non perché avessi sete, ma probabilmente un po’ per dare noia, un po’ per tenermi compagnia […] Mi hai preso di petto dal letto, portato sul ballatoio e lasciato lì per parecchio tempo, in camiciola, davanti alla porta chiusa. Intanto ne riportavo un danno interiore”. Il sentimento di nullità che spesso assale lo scrittore ceco, deriva in maniera diretta dall’influenza del padre tirannico. Molti anni più tardi Kafka verrà tormentato dall’idea che suo padre, l’ “istanza superiore”, quasi senza motivo lo porti in piena notte, dal letto al ballatoio. L’evento ha fatto sì che si creasse una nevrosi ossessiva post-traumatica, peggiorando progressivamente il suo stato psichico. Dopo la sua nevrosi è degenerata in un “disturbo ossessivo-compulsivo” scaturito dal complesso di inferiorità.
Una delle sue famose paranoie, oltre all’innata predisposizione a sentirsi inferiore (per l’educazione sostenuta), è il “rimando sistematico” della data del matrimonio, infatti il fatidico giorno non verrà mai. Tre donne ebbe nell’ arco della sua vita, ma non si sposò, poiché l’immagine del padre e della famiglia felice lo turbavano, riempendolo di malinconia, paura, disperazione, noia; anche se più tardi avrebbe detto: “il matrimonio è la garanzia della più potente autoliberazione e indipendenza”. Ma il “matrimonio” è soprattutto l’elemento che lo lega al padre “in maniera più intima”, per questo motivo c’è l’azione meccanica del “rimando” dell’evento tanto annunciato e sperato. È una conseguenza della psicopatologia della vita quotidiana: “il dimenticare” è l’allegoria dell’ “indesiderato”. La mancanza di autostima dipendeva molto dal padre, più di qualsiasi altra cosa, come ad esempio un successo esterno, che poteva tutt’al più irrobustirlo solo per qualche istante, mentre sull’altro piatto della bilancia, il peso del padre spingeva sempre verso il basso.
Inoltre come diceva il suo amico Max Brod, Kafka era “felice” nella sua “infelicità”, poiché il disturbo ossessivo-compulsivo aveva fatto sì che diventasse ipocondriaco, infatti nei suoi Diari scriveva: “Sono arrivato ad una conclusione, che la forma di tubercolosi che ho non è una malattia vera e propria, non è un morbo, ma soltanto la parvenza del germe della morte”.
La domanda che più mi sorge spontanea è: “Ma se Kafka, grandissimo scrittore del Novecento europeo, e grande esistenzialista si sentiva un’emerita “nullità”, noi in questo mondo come ci dobbiamo sentire?”.
Noi non siamo Nessuno.

 

Kafka

reloaded – MA COSA E’ QUESTO AMORE

Federica NeriniPoveri in riva al mare

“L’AMORE AI TEMPI DELLA GENERAZIONE 2.0”
di Federica Nerini

“Poveri in riva al mare” è uno dei quadri più comunicativi ed immediati, riguardante il periodo “blu” del pittore catalano: Pablo Picasso. L’incomunicabilità e la staticità dei componenti della famiglia sono l’emblema dell’incomprensione, che sta attraversando la nostra Società odierna. Solo una parola bisogna annotare in fretta, dopo averla dipinta sopra i muri e i tetti delle case: “immobilismo”. Solitudine, chiusura, melanconia, dolore, disperazione, angoscia, terrore, paura e inettitudine: questo è lo spettro inquietante, che si proietta verso il nostro futuro. Insicuri difronte ai giorni venturi; indifesi nei confronti di un presente cupo, spento, senza sogno, fantasia e aspettativa. Noi siamo tutti inermi come foglie semi-morte, che saranno gettate al suolo, aspettando il primo maestrale.
Tra tutti i sentimenti, quello che deve essere difeso con la stessa foga del cavaliere, che salva la principessa su una torre infuocata è: l’ “amore”. L’amore non è un’arte, ma è una condizione intensa di perdizione dell’apparato sensoriale, una destabilizzazione del sistema razionale, un’estasi mistica generata da situazioni non-programmate, uno stato di incoscienza psichico, una migrazione dell’anima personale, una totale donazione estranea, e un piacere infinitamente desiderato in tutto l’arco della vita. L’”a-mors” è ciò che ci fa sentire “vivi”, ma anche “morti” allo stesso tempo; è ciò che ci fa disperare come i bambini piangenti, quando non vengono più coccolati e adorati, perché ogni uomo ha il bisogno e il diritto di essere amato, almeno una volta nella propria esistenza.
L’essere umano è consapevole di se stesso, della propria persona, della brevità della vita, del senso di vuotezza del nulla, del vivere senza averlo voluto, e sa che prima o poi, come in un sogno tutto questo finirà. Quindi la “brevitas” temporale è troppo incessante per vivere la vita da soli, così cerchiamo l’altro per pura necessità e mero istinto narcisistico. Siamo reattivi solo per sconfiggere la solitudine, una delle condizioni più brutte ed imperdonabili che l’anima deve sopportare. “Solo un Dio ci può salvare”, non abbiamo più forza per sopravvivere ormai. Ci lasciamo sopraffare dal vento, che diventerà freddo e ci distruggerà pian piano. Quest’ è l’amore: lasciarsi attraversare incondizionatamente, perché noi siamo deboli di fronte all’immensità della sua vastezza.
“Il conoscersi” è alla base del sentimento umano dell’amore: noi pensiamo di essere liberi, di vivere svolgendo azioni che appartengono alla nostra persona, mentre agiamo secondo cuore, inconscio e irrazionalità. Dobbiamo quindi sovrastare le barriere invalicabili dell’isolamento e fonderci simbioticamente con l’altra istanza appartenente alla coppia amorosa, solo per l’illusione di gioire affogando nel piacere di un attimo fugace. Ma allora se l’amore genera felicità e piacere, perché la maggior parte delle coppie combatte contro l’infelicità e la menzogna? Perché poche storie d’amore si basano sulla fedeltà e il rispetto? E perché si parla sempre di sogno d’amore e mai di realtà? Sfido chiunque a rispondere senza sfiorare la paranoia.
L’amore è uno dei più alti sentimenti cristiani, e alla base di tutto c’è un verbo: “dare”. Cosa significa dare? Lo psicanalista Erich Fromm, nel suo libro “L’Arte di Amare” a tal riguardo scrive: “La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi «cedere» qualcosa, essere privati, sacrificare […] Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto del dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi dà gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto io mi sento vivo”.
“Amare” per sentirsi “vivi”, questo è il terreno fertile su cui costruire il futuro, magari dando tutto ciò che di vivo si ha in corpo, solo così possiamo raggiungere la splendente felicità. Ma allora c’è speranza di ristabilire e di ricostruire il sentimento amoroso, cercando di crederci come abbiamo fatto in passato? Spero di sì, perché gli uomini solitari devono gioire prima o poi. Tutti, in un modo o nell’altro, aspettano insistentemente di essere abbracciati ed amati. D’altronde, parafrasando Lucio Dalla: “A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io”…

LEO – IL RACCONTO nella sua interezza

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LEO è una specie di racconto che ho ritrovato fra le mie carte in un vecchio quaderno rosso sul quale appuntavo qualcosa negli anni Sessanta. In quegli anni la mia consorteria era formata da personaggi come Renato d’Oriano e Raffaele Adinolfi ed insieme organizzavamo incontri e feste. Raffaele, oltre ad essere un cultore dell’archeologia in modo particolare di quella flegrea su cui ha scritto testi fondamentali era una mente fervida e poliedrica che produceva anche versi e prose di grande valore. Con lui scrissi “I giorni”, racconto lungo al quale abbinò uno dei suoi, “La notte”, che vorrei nei prossimi giorni riproporre su questo Blog. Come già scrivevo nell’altro post (terza ed ultima parte) Leo fisicamente esiste ma non poteva esserci alcun elemento che possa richiamare alla “verità” quello che è scritto in questo racconto. In breve, non c’è stata alcuna ragazza che facesse battere i nostri cuori “in comune”!

LEO

“Leo, Leo!…”, sotto una pioggia leggera leggera Leo si allontanava. Mi appoggiavo al portone, assaporando un non so che di erotico allo sfiorare la pelle del mio viso sul liscio del legno. Un’idea abbandonata ormai veniva di nuovo a ritrovarmi. Viva come era stata anni fa; la pioggia era lieve, abbandonai il portone, contento di bagnarmi il volto. “Se la festa fosse stata fatta stasera….” pensai e non so se sadico o dispiaciuto. Avevo una voglia pazza di litigare, non ero più come una volta. Se ami devi essere ricompensato di uguale affetto, ma io mi ritrovo sempre con un pigno di mosche. “Quest’anno mi fidanzo seriamente, una volta per tutte, quest’anno comincio una nuova vita…” e ricordo Natale, Pasqua e le letterine di buoni propositi celati sotto il piatto di papà.
“Ho visto chi eri, ti ho capita, è inutile che ti nascondi, bambina, dietro i tuoi castelli di sabbia. Vedi, basterebbe un calcio!!! … Ma tu mi precedi e sei brava a distruggere anche il “mio” piccolo castello”. “Quando sorridi forse pretendi anche troppo da una persona come me che non ha più fiducia, e non chiedermi perché sono così, per amore non ti risponderei”. Poi tu mi ripagavi di uguale umore, quando la mia vita aveva qualcosa da comunicare. La gente che ci circondava era quella che poteva parlare, poteva dire ogni cosa. Solo noi con qualcosa che ci rompeva dentro, ci scavava e si rintanava ogni giorno quando ci toccava di vederci per una quotidiana specie di tortura, non parlavamo mai, se non con frasi convenzionali, del tipo che più si può immaginare consueto. “Cosa fai, oggi?” mi veniva da indagare. Leo era annoiato, per un motivo uguale, lo si vedeva sempre stanco, un sorriso sforzato e così risparmiavo ogni volta di guardarmi allo specchio. Avevo sospettato che fosse anche lui innamorato, forse di gente che mi interessava talmente da non potermi permettere di perdere colpi. E così ritornavo alle bambinate dei diciotto anni. “Oggi resto aleggere:::” diceva e semmai la mia mente vagava seria e gelosa al pensiero di una grossa bugia, disperandomi al supporre che potesse anche lei essere innamorata di Leo. Ma in fondo chi era Leo? A dire la verità, io non lo sapevo, ma avevo avuto subito l’impressione che fosse una persona a modo, molto seria e questo mi aveva fatto paura. La sua dimestichezza con Leo dopo qualche giorno mi aveva angosciato, sentivo sfuggirmi la vita e non sapevo reagire. Certamente non sapevo anche se potevo. A quel punto mi sentivo di reagire violentemente e non mi piaceva, per la seconda volta, usare violenza. “Le mie voci le conosci, quella bassa, carezzevole, vellutata, invitante; quella alta, violenta, irosa” Così avevo deciso, avrei parlato a Leo, perché non me la sentivo più di continuare. Sotto la pioggia, si allontanò, invece, veloce, cercando invano di scansare più gocce possibile. Non lo rincorsi. Improvvisamente avevo pensato di fare altrimenti: di partire per un breve viaggio, dando il tempo ad ognuno dei due di decidere senza la mia presenza, senza che io restassi a soffrire insieme a loro. E così preparai il piano autoletale. “Ti permetti di girare, conciato in questo modo, solo perché sei fuori casa; al tuo paese ti prenderebbero per un folle, ma da turista te lo puoi permettere” Il sapore dolce, il profumo dell’alba, ottimo palliativo per i miei dolori; su una barca affittata, in mezzo al mare senza mettere mano ai remi, trainato dalla corrente. ” Ed ora dovrei dirti addio! Scomparire per sempre, dovrei dirti addio! Ma chi sei tu, così importante da sconvolgere la mia vita, da farmi sentire quasi male benché vivo?” “Ho bevuto alla fontana di un’acqua che mi sembra “purezza”, ma non mi basta, ho sentito volare qualcosa, forse un uccello marino, ma mentre sollevavo lo sguardo per vedere è scomparso, andato via in un’isola che non conoscerò” “Ora sento che ti amo e se tu fossi qui non te lo direi, anche perché non so farlo, ma di più perché andavo pensando: “A che vale un amore quando è rivelato? A che vale un amore se non è sofferenza, se non è nascosto, se non ti ispira liriche di dolore, di rammarico per quel che potevi e non hai fatto, ed intanto ti avvampa, ri rende ora irascibile e geloso, ora calmo e risoluto e ti senti invincibile, laddove prima sembravi solo un vinto”.(1. continua)
Lì dove andai c’era gente che io non conoscevo, che non mi salutava. Cominciai a sentirmi solo, anche se era quello che avevo voluto con quella scelta. Pensai subito a tornare, a lottare e se necessario a soccombere. Ma l’idea mi gettava in una prostrazione immensa, quando pensavo a quest’ultima possibile soluzione. “Ti ho sempre detto cosa pensavo di te, ma con amore; ma non abbiamo mai parlato del passato, che ci fa tanto male ricordare, il passato che conta e che per noi, ipocriti che diciamo che non conta, è ancora più importante che per gli altri. I fantasmi, li vedi, li senti, ci perseguitano, li vedo e anch’io li sento e la stessa ragione per la quale io fuggo, ti rende invece capace di reagire, di cacciare via il passato, anche se ti è così vicino, da poterlo difficilmente dimenticare in là. Ed io ti dico addio, perché non posso e non riesco a sfollare la mia mente dai personaggi odiosi che vi ci hai portato. Serenità che non ho, tutto quello che voglio e che non ho. Dovrà passare, andar via questo tempo, finire e cominciare il nuovo viaggio, la nuova vita fiorire come una primavera. Addio ti ho promesso e sarà l’addio. Se tu mi capissi, staresti lì ferma, ora, senza reagire, ed incosciente aspetteresti anche tu la fine, dimenticando i fantasmi cattivi del passato, fra cui ci sarò anche io, quando non mi vedrai più girarti intorno in quel gioco ariostesco di fiaba, con tornei, cavalieri e dame, cacce d’amore ed intrighi insospettati.” “Sei contentissima di vederti circondata ma non sai più amare, né so se prima tu lo sapessi fare. Sei diventata timida e inceppata ed incuti timore anche a chi ti guarda con amore. Ora che ritorno troverò un’altra vittima, un altro uomo adulato e poi scacciato. Non sei cattiva come vuoi apparire, forse la vita ti ha ridotto così, forse non sai agire diversamente. Ho l’impressione di non aver mai sbagliato con te, ho il timore di averti amato troppo poco, di non essere stato in grado di farmi capire. Ti proibisco di parlare di me come un amico. Non mi interessa che tu non mi abbia amato, il fatto importante è che sia stato io a farlo con te.”
Tornavo a casa. Mi ero fermato in una strada della mia città ed ero trasalito al vedere una vettura dello stesso tipo e dello stesso colore di quella di Leo con due innamorati intenti a scambiarsi i loro affettuosi sentimenti con baci e carezze: ma la targa non corrispondeva.
“Ho sentito il vuoto dentro me e la morte mi ha ghermito per un attimo, ti ho immaginata tra le braccia di un altro vedendo in tutto questo la mia fine. E’ anche dolce provare un dolore che provenga dall’amore, specialmente quando è una sofferenza fittizia della gelosia, che subito passa. Ma quando non passa…. e il dolore è reale messo in confronto con una realtà concreta non più immaginata…si arriva alla disperazione e forse è meglio piangere nel buio. Allora i sogni sono tormentati e mentre la stringi a te ti sfugge e non puoi più averla, tu piangi…tu piangi nel buio”
Tornato al mio paese, nella mia casa, mi accorsi che, volendo dimenticare, avevo troppo ricordato e di non poter fare a meno di quella donna. Avevo troppo sofferto per la lontananza; quei pochi giorni che fui lontano da lei mi avevano ben altrimenti preparato, avevo propositi diversi e mi apprestavo a metterli in pratica. E così la vidi e non appena questo avvenne mi accorsi di amarla ancora moltissimo. Il mio dentro si turbò ed i propositi si dissolesro. La guardavo estasiato e, parlando, non le dicevo che frasi retoriche ed inutili. Non avevo la forza di dirle e di darle tutto me stesso, o quella parte di me che io le avevo dedicato.
Leo non c’era, né da quel giorno l’ho più rivisto, ma dopo Leo ce ne sono stati tanti altri, meno inceppati e sprovveduti di me, che hanno lottato perdendo.
“Ho pensato a te anima mia. Come sei fatta? Perché sei così? Esperienze diverse ci hanno fatto quasi uguali, io ti amo come forse anche tu, ma non abbiamo più la forza ed ognuno adesso sta con un’altra persona, come se niente fosse mai avvenuto. Amiamo corrisposti di un amore burocrate, fatto di baci dati alla mattina, di baci dati alla sera, di lunghi silenzi tormentosi, di incomprensioni, disperazioni e pianti nascosti senza lacrime e ci fa piacere il rivederci nelle serate mondane che il nostro circolo organizza ma sono sempre più retoriche, più fredde le nostre parole e i nostri sguardi tendenti a divenire furtivi.”
“Ho pensato a te anima mia. Sei ancora la mia anima e mi rassomigli, forse sorella. Perché non ci vediamo stasera? Ma è inutile adesso proporti appuntamenti che ugualmente non risolverebbero. Restiamo così nel nostro microcosmo, contenti di guardarci da lontano, di sentire qualche tenue tuffo al cuore, finché la vita ce lo consentirà. Ma forse è meglio scomparire e dirti addio per sempre, anima mia!”
Ieri mi sono sorpreso nel sentirmi chiamare. Sono venuto in questa località di villeggiatura per riposarmi e non avrei mai pensato di ritrovare Leo.
Leo non vi sta in villeggiatura, vi abita. E’ diventato anche un personaggio in vista nell’amministrazione locale e, lui dice, mi ha trovato per niente cambiato. Anche lui, tranne che per la calvizie quasi totale, non è diverso da allora. Mi ha raccontato tutto di sé: è rimasto nel luogo che aveva scelto per il suo lavoro anche per dimenticare il rifiuto netto che aveva ricevuto al tempo del nostro incontro. Si meravigliò che non fossi con lei “Lei ti amava” mi disse “proprio per questo avevo lasciato”. A quel tempo invece a me era parso che lei amasse Leo. Eravamo stati giocati dal suo strano comportamento. Invitai Leo a pranzo a casa mia. Si schermì, rifiutando, e poi, dopo avermi abbracciato e salutato con grande affetto e calore, si allontanò lentamente, senza voltarsi.

LEZIONI DI CINEMA 6

Famiglia Ruocco Retaggio Maddaluno
Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.

LEZIONI DI CINEMA 6

Nel buio della sera si attraversavano alcuni stretti sentieri fra i campi per raggiungere una casa che si trovava proprio al di sopra del cimitero, l’unico cimitero di Procida, che affaccia sulla spiaggia detta del Pozzo Vecchio, la spiaggia che è poi stata “location” de “Il Postino” ultimo film di Massimo Troisi. Se devo parlare di un vero e proprio primo amore o forse di un primo vero e proprio capriccio d’amore è lì infatti che è nato, si è evoluto ed è finito. Nelle “controre” accaldate da ragazzini nel tentativo di dormire a terra nella sala da pranzo, sopra delle lenzuola e dei cuscini appoggiati si parlava e si scherzava, ma difficilmente si riusciva a dormire. Ed in una di queste occasioni, oltre a raccontarci le solite inutili banalità, avevo provato un profondo duraturo eccitamento assolutamente irrisolto e per me in quel momento incomprensibile. “Tardivo” come molti maschi e forse del tutto sorpreso da quanto stava accadendo (ma l’ho capito soltanto qualche giorno dopo) non fui in grado di aggiungere nulla.
Quando la televisione non c’era, nei pomeriggi assolati delle caldi estati, si dormiva sul mezzanino al quale si accedeva attraverso una scala di legno con pioli molto larghi ed in questo luogo assolutamente magico ed unico nella storia della mia infanzia e della mia adolescenza a volte si svolgevano anche lavori particolari ai quali eravamo invitati a partecipare, come allargare la lana dei materassi e dei cuscini. Se nel mio ricordo sono indelebili i tuffi dall’alto dei letti nei morbidi ciuffetti di lana già lavorata vuol dire che il mio peso era minimo e che anche l’età era giovanissima. Ma quello che più ricordo è la narrazione della storia di “Pinocchio” fatta da mia zia, un racconto avvincente che serviva a tenere in quel piccolo spazio tutti i nipoti non di certo per farci lavorare, perché più che altro con i nostri giochi, i nostri scherzi, i nostri tuffi non facevamo altro che intralciare il lavoro dei grandi.
Quando non c’erano lavori quasi sempre si riposava e si sognava e si preparava il nostro futuro, quello immediato e quello lontano ma eravamo tutti ancora veri e propri bambini. Una delle cose che mi piaceva era aprire la porticina del mezzanino e verso sera guardare il mare solcato da qualche nave, con la scia che permaneva e la mia immaginazione che andava alle onde di risacca che sarebbero arrivate al Pozzo Vecchio oppure a Ciraccio. A volte riuscivo a scappare e correvo correvo fra i sentieri per andare verso il mare: la conoscevo a memoria, non avevo bisogno di guardare dove mettevo i piedi nudi, fra i sassi, la polvere ed i ciottoli del basolato, attraversando i campi e correndo sulla stradina “principale”, passando poi davanti all’ingresso del cimitero ed imboccando l’ultima discesa verso il mare, ed era un piacere arrivare sulla piccola e corta spiaggia del Pozzo Vecchio dove di sera prima che scendesse il buio non c’era più nessuno. Bagnarsi i piedi e tuffarsi per un breve bagno e sentirsi al centro della vita e del mondo ascoltando solo il mare e lo stridio dei gabbiani e delle rondini marine sempre particolarmente attive in quella fase dell’anno: era questo il mio piacere di allora. E non comprendevo i più grandi che si affacciavano dall’alto della rupe a picco sulla spiaggia, lontani dalle onde del mare ad osservare inosservati gli innamorati che a volte si appartavano forse convinti anche di godere di una privacy assoluta in qualche angolo della spiaggia in un inconsapevole quasi sempre esibizionismo: a volte c’era anche chi praticava il nudo integrale per una completa abbronzatura ed allora si radunava dall’alto una folla di morbosi curiosi.
Ed in alcuni pomeriggi c’erano anche le “partite” di calcetto: sulla sabbia, lo si sa, ci vogliono tecniche speciali – occorre giocare “di prima” – ed io le avevo acquisite, mentre avevo difficoltà a giocare sui prati normali dei campi da gioco. In una di queste occasioni per l’appunto pomeridiane (al mattino la spiaggia, un po’ corta nella sua profondità, era facilmente affollata dappertutto) nel ripulirmi dalla sabbia dopo una giocata mi feci un taglio, non ho mai capito con che cosa, al piede destro e fui costretto ad andare da solo sanguinante a piedi al “pronto soccorso” che era rappresentato negli anni Sessanta da un piccolo presidio subito dopo la chiesa di San Giacomo in via Vittorio Emanuele. A piedi perdendo sangue per circa cinquecento metri su una strada polverosa dalla quale in quel tardo pomeriggio non transitò anima viva e poi – fosse passato qualcuno – sarebbe andato in direzione opposta alla mia. Al Pronto Soccorso trovai solo alcune infermiere (c’erano due cugine di mia madre) che ripulirono il piede, mi fecero l’antitetanica e, senza anestesia, mi cucirono la ferita con quattrocinque punti. Fu, quella, una prova da “grande” stoico; il dolore era lancinante, ma alla fine, saltellando, tornai a casa di una delle mie zie, quella più vicina, zia Nunziatina, che abitava alla Madonna della Libera…

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COSI’ VICINE COSI’ DISTANTI di NITASHA AFZAL – seconda ed ultima parte

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Il giorno successivo, all’ora di religione, Fariha se ne andò al bar lasciando le sue cose in classe. Clara vide il diario di Fariha dove lei spesso annottava delle cose. Non le piaceva ficcare il naso nelle cose altrui, ma fu incuriosita, voleva vedere cosa è che Fariha scriveva dopo ogni ora e che non voleva far vedere a nessuno. Aprì il diario e vide dei fogli dove Fariha scriveva i suoi pensieri, frasi che le piacevano, informazioni e tutto quello che le veniva in mente. Clara ne prese uno che la incuriosì particolarmente e lesse:
“Vorrei sfondare il mare di paure che ricopre la mia vita ma non ci riesco, non ne ho le forze… a volte ci provo ma la mancanza di forze mi blocca, allora me ne sto muta e immobile nella mia nicchia a contemplare infelice il lieto scorrere del tempo che beffardamente ride, ride prendendosi gioco di me. Incapace, incapace di alzare la cresta di fronte alla mie ferite, sempre pronta a crogiolarmi nel mio dolore, a considerami un essere indegno, incapace di vivere, una smidollata, come se la vita non fosse fatta per me… E’ inutile mentire a se stessi. La verità va oltre le prigioni della mia coscienza, ma ci vuole forza, forza e coraggio per osare quel salto che la vita ci impone lasciandoci in balia di un vuoto divoratore davanti a noi, un vuoto che le nostre paure ci impediscono di sfidare… qual è il limite di tutto? Quale diabolico incantesimo ha costretto le nostre anime dietro le mura delle nostre prigioni? Quale prezzo la nostra umanità deve ancora scontare? E se fossimo un errore, nient’altro che un errore della natura? Che sciocca, la natura non fa errori… come puoi pensare che l’assoluto possa sbagliare? Che sciocca, come fai a porti queste domande? E’ la natura, è la mia natura che me lo impone, la voce della follia che dalle viscere della mia anima scuote avidamente il mio cuore per condurmi a lei e ritrovare finalmente me stessa… ”
Sorpresa da queste parole, da queste verità che pure lei conosceva nel suo inconscio fu sopraffatta dalla fame della conoscenza dei pensieri altrui. Non per pura golosità di soddisfare il proprio bisogno di pettegolezzo, ma di leggere le crude verità o le domande che ciascuno di noi si pone davanti all’infinito.
Su un altro foglio con un pennarello rosso c’era scritto:
“Mi sono confinata nel mondo dei confini. Sì confini. Creati da me per me, per non invadere quelli degli altri, che se invasi creerebbero delle intersezioni, che darebbero vita a parole, sguardi, emozioni e sentimenti. I miei confini sono per proteggermi da ciò che a prima vista sembra bene, felicità, ma poi col tempo, quando i nostri confini vengono calpestati dagli stessi rapporti che noi creiamo uscendo da essi per far sì che delle persone possano avvicinarsi a noi per soddisfare quell’incommensurabile bisogno d’affetto e d’amore che affligge ogni essere umano, perdono senso e da protettivi diventano l’arma che lacera il corpo, il cuore e la psiche”.
Clara era allibita, ciò che aveva letto era vero ma non il vero assoluto. L’uomo non conosce l’infinito e non conoscendolo è inutile porsi dei limiti che possano misurarlo. Decise di farle capire che i limiti “personali” sono diversi da quelli “religiosi” e che la vita è troppo breve per poter perdersi nei pensieri o domande che non avranno mai una risposta se non nel caso in cui si giochi tutto per tutto per trovarne una. Decise di farle provare l’importanza di vivere la vita in prima persona invece di criticarla. Voleva che lei provasse il sapore della vera amicizia, della felicità, della libertà ma aveva un po’ di paura: così facendo non avrebbe mancato di rispetto ai confini di Fariha? Magari lei era felice così, magari aveva deciso di vivere la vita così e aveva il diritto di viverla secondo il suo volere. La sua mente era fusa. Sapeva solo che voleva starle vicino senza oltrepassare i suoi limiti. A quel puntò vide arrivare Fariha in classe, si avvicinò a lei con un dolcissimo sorriso e la abbracciò

Nitasha Afzal

COSI’ VICINE COSI’ DISTANTI di NITASHA AFZAL – prima parte

Pubblichiamo un racconto, diviso in due parti, che un’allieva dell’Istituto “Dagomari” di Prato (l’anno prossimo sarà in quarta classe) ci ha inviato. Nitasha scrive sia in versi che in prosa e tratta argomenti collegati soprattutto ai temi dell’integrazione e della interculturalità all’interno della multiculturalità espressa dalla presenza a Prato di ben 116 gruppi etnici, vale a dire che “a PRATO c’è il MONDO!”

COSÍ VICINE, COSÍ DISTANTI. di Nitasha Afzal

In quella mattinata il professore di scienze naturali decise che Clara non poteva stare più accanto a Matteo, chiacchieravano troppo, e la mise accanto a Fariha.
Clara era una ragazza piena di vitalità, vivace, allegra, spontanea, una di quelle che all’inizio spaventa mentre poi, chi si impegna a conoscerla meglio, capisce che è molto simpatica e piena di energie, divertente e altruista. L’unico suo difetto è di essere molto esuberante.
Fariha dentro dentro non era tanto diversa da Clara, ma fin da piccola era stata cresciuta in modo tale da renderla molto sensibile, questo rendeva difficile i suoi rapporti con la gente, ma non riusciva a isolarla perché, dopo un po’ che la si conosceva, balzava agli occhi che, nonostante il suo carattere discreto, era generosa, candida e aveva una grande capacità di esprimere tenerezza, che inutilmente cercava di nascondere, perché se ne vergognava.
Fariha e Clara si conoscevano da oltre quattro anni, erano vicine tutti i giorni, in quella scuola, in quelle quattro mura, ma in tutto questo tempo si erano scambiate ben poche frasi.
Per la prima ora né Fariha né Clara aprì bocca, se non per chiedere qualcosa in prestito . Quando lo sguardo di Clara si incrociava con quello di Fariha le rivolgeva un lieve sorriso, ma lei non ricambiava, guardava in basso e faceva finta di nulla. Clara decise allora di rompere il ghiaccio, un po’ perché si stava annoiando e un po’ per curiosità di conoscerla meglio, iniziò a parlare. Fariha in realtà non era riservata, come poteva sembrare, ma solo un po’ timida all’inizio. Parlarono di tutto perché c’era stata un’ora di supplenza, così trovarono tutto il tempo di scambiarsi idee e opinioni.
Clara chiese a Fariha come mai le ragazze che provenivano dal suo paese sono così “strane”, chiuse, riservate, e come mai indossano quegli abiti lunghi che coprono tutto il corpo. Fariha sapeva di già la risposta, perché spesso glielo avevano domandato. Così cominciò a spiegare:
«Noi pakistane dobbiamo sottostare ad alcune regole familiari che appartengono alla nostra cultura. In pratica, la donna, finché rimane in famiglia è sottoposta all’autorità del padre e dopo, quando si sposa, passa sotto l’autorità del marito. Secondo la nostra religione la donna ha gli stessi suoi diritti e doveri. I problemi però cominciano quando dal campo religioso si passa a quello sociale.
Hanno un sacco di divieti, per molte è impossibile uscire di casa, è vietato vestirsi come vogliono e ad alcune è perfino vietato andare a scuola, al massimo permettono loro di farlo fino a sedici anni. Di solito non le fanno andare a scuola perché i genitori hanno già programmato il futuro delle proprie figlie, hanno già deciso che, appena raggiungeranno l’età giusta e saranno abbastanza mature, le faranno sposare e a quel punto la responsabilità passerà al loro marito. Per questo pensano che sia inutile mandarle a scuola, farle studiare. Per quanto riguarda le ragazze che si coprono tutto il corpo, per loro significa semplicemente vestirsi decentemente. Ma il punto è un altro, gli uomini Pakistani non sanno controllarsi, non riescono a impedire di lanciare occhiate alle ragazze, anche se mostrano solo il collo, il viso e i tre quarti inferiori delle braccia! È l’effetto del divieto: quando si vieta qualcosa si è tentati maggiormente a trasgredire per cui le nostre stesse regole di “decoro” li fanno venire pensieri “indecorosi”».
Clara rimase stupita dalla spontaneità con cui Fariha rispose e dalla franchezza con cui espose quel problema, come se in tutto quello che avesse detto ci fosse la normalità in persona. Clara per un attimo non capì cosa dire, poi dopo aver riflettuto fece un’altra domanda: «Allora dopo gli studi i tuoi genitori ti faranno sposare con chi vogliono loro e te per tutta la vita servirai quell’uomo?».
Fariha, infatti non aveva grandi progetti per il futuro e quello che Clara aveva detto sostanzialmente era giusto quindi rispose: «Sì, più o meno è così.»
Clara era sbalordita e subito le disse: «Ma come puoi vivere così? Sei anche maggiorenne! Perché lasci che qualcun’altro prenda le decisioni più importanti della tua vita al posto tuo!? Questo non è giusto lo capisci? La tua vita devi viverla te, non loro!».
Clara aveva insistito molto su quell’argomento, ma nulla, Fariha non volle rispondere. Era dell’idea che dando un nome ai propri problemi, questi si sarebbero materializzati e non sarebbe più stato possibile ignorarli, invece, se si fossero mantenuti nel limbo delle parole non dette, avrebbero potuto scomparire da soli, col passare del tempo.
Suonò la campanella e finì anche l’ultima ora, tutti si diressero verso casa felici e spensierati tranne Clara.
Mentre andava a casa stava pensando che spesso gli insegnanti avevano proposto a Fariha di partecipare a molti progetti perché lei era molto intelligente e capace, ma lei aveva sempre rifiutato, Clara pensava che Fariha rifiutasse perché era un po’ pigra o aveva di meglio da fare ma mai si sarebbe immaginata che aveva lasciato tutte quelle opportunità di provare nuove esperienze perché qualcuno glielo impediva. (1.continua)
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