VIAGGIATORI – reloaded prima parte de “I GIORNI” 1972

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Era il 1972 e scrivevo un racconto lungo nel quale immaginavo un viaggio durante il quale la “formazione” di uno dei protagonisti, un ventenne accompagnato da un amico più maturo, avviene attraverso i ricordi e non attraverso le esperienze dirette. A questo racconto, “I giorni”, fu abbinato un altro, scritto dal mio amico Raffaele Adinolfi, noto studioso di archeologia e storia locale nonché Insegnante di Latino e Greco, il cui titolo è “La notte”, e verrà pubblicato su questo Blog dopo le 12 parti da cui è composto “I giorni”. (g.m.)

PRIMA PARTE

E all’isola Eèa venimmo; qui stava

Circe ……………………………………..

……………………………………………..

Qui con la nave ci avvicinammo alla punta, in silenzio,

fin dentro il porto riposo di navi: un dio ci guidava.

Poi, sbarcati, due giorni e due notti

giacemmo, mangiandoci il cuore di stanchezza e di pena.

(Omero, Odissea, X, vv. 135-36 e 140-43)

 

 

Strada diritta, lunga, senza grandi paesaggi. Tutta pianura. Qua e là, venditori di generi alimentari fra i più vari. Al di là dei recinti, sterpi di macchia, le bufale con la loro pelle bruna dal sole e dal letame. Gli acquitrini lasciavano la loro impronta un po’ dappertutto. Il pino marittimo nano ci accompagnava. Ai margini della strada, qualche giovane viandante straniero autostoppare, col suo cartello di tela e il suo dito sempre pronto. Il traffico non era poco, questa via era sempre tra le più intensamente solcate. Da mezz’ora in auto, senza scambiarci ancora una parola. Di preciso non sapevamo niente. Ci piaceva fare così. Non sapevamo perché eravamo lì su quella strada, non sapevamo dove saremmo andati. Di una sola cosa eravamo convinti, che ci sarebbero stati giorni di vacanza. L’anno, per tutti e due, non era stato dei più sereni. Io venivo fuori da molte delusioni e da qualche insuccesso negli studi. Il mio amico, da travagli spirituali. “Dove si va?” Avevamo pensato, qualche giorno prima, di andare a trascorrere una breve vacanza, la nostra, a Ponza. Ci avevamo ripensato. “Andiamo in qualche posto, qualsiasi sia”: Poi tutto piombato nell’incertezza. Il posto lo avremmo scelto all’ultimo momento. Le isole a me sono sempre un po’ piaciute, forse anche per questo avevo una certa predilezione per Ponza. “Beh, allora facciamo come vuoi, andiamo a Ponza, ma… se mi stanco, te la vedrai tu!” Andavamo a Ponza, l’avevo vinta! In tempo di alta stagione, senza una prenotazione in albergo, col rischio di dormire all’aperto. “Se… mi stanco, te la vedrai tu!”. Di albergo in albergo per postulare un posto non sarebbe stata cosa poco faticosa. Cominciai a sfogliare le guide turistiche (cominciai?) a studiarmi le piantine dell’isola e quelle delle isole circostanti. La topografia e la cartografia erano state sempre la mia passione, forse perché furono oggetto del mio primo esame all’Università. Immaginavo già, così dalle carte, quale forma avesse l’isola: lì un faraglione, là una montagna, più in qua una spiaggia. Riempivo intanto di domande il mio compagno di viaggio e ad ogni risposta l’entusiasmo era crescente. Lui già c’era stato a Ponza, qualche anno prima, e mi fu molto prezioso nelle risposte. “Quanti abitanti ci sono… come è la gente…., come sono le strade… E man mano ne sapevo di più. Contatti umani che si avvicinavano, nuove conoscenze, amicizie. E la fantasia lavorava freneticamente. Tutto quello che importava massimamente nella mia vita era questo. E lo è tuttora. Mia madre quella mattina aveva pianto, alla mia partenza. Quanto è stupido fare così davanti a un figlio che parte per tre giorni! Talvolta immagino cosa potrebbe fare davanti alla mia morte! Per essere coerente dovrebbe stare a piangere tutta la vita. Ma io sono forte, non mi commuovo… e parto. “Ciao. Ti telefonerò non appena arrivati al posto prescelto”. E questo era per lei il maggior dolore: non saper di preciso dove io andassi. “Non appena arriviamo a Formia, fermami ad un telefono pubblico. Dirò a mia madre che andiamo a Ponza”. “Ma no, telefona da Ponza, stasera! Così si sentirà più sicura”. Il mio amico, mentre guidava sulla strada che porta a Formia, mi andava raccontando anche delle sue avventure, di quando era stato all’isola, l’altra volta; mi parlava di una comunità di ragazze, francesi; me le descriveva splendide ingenue e disposte ed il fatto mi eccitava non poco. La nostra vita, qui a Sud, scorre fin troppo monotona, per non lasciarsi accendere nell’immaginare simili venture. Ed una persona come me, che di tali casi ne aveva più fantasticati che corsi, poi… vi lascio immaginare cosa nutrisse nel corpo. Cominciavo già a programmare la mia vicenda, quando scorsi in lontananza il centro abitato di Gaeta e lo additai.

Gaeta

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – pillole ZERO DE CONDUITE Pozzuoli 21 ottobre ore 18.00 LUX in FABULA

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“Con Zero de conduite Vigo coglie l’occasione per mettere a nudo un aspetto inquietante dei rapporti umani e sociali, rivelando la natura del conflitto tra il mondo degli adulti e il mondo infantile, così come si radicalizza in un momento particolarmente delicato e denso di significato: il momento del confronto diretto tra le istanze creative dell’infanzia e le istanze normalizzanti della società degli adulti…..L’intento di Vigo non è quello di descrivere il mondo dei bambini e quello degli adulti da un ipotetico punto di vista più o meno documentato, ma, al contrario, è quello di dare immagini e parole al mondo dei fanciulli dal loro punto di vista esclusivo e tendenzioso, e dall’interno di quel mondo irrelativo; che non si pone in contatto, se non in negativo, con il mondo adulto….” (Maurizio Grande – VIGO – Il castoro cinema n.64 aprile 1979 – La Nuova Italia pagg. 50-51)

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PASSIONE VIGOTRUFFAUT pillole – martedì 21 ottobre ore 18.00 LUX in Fabula POZZUOLI

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L’immagine conclusiva de “L’Atalante” ci riconduce al senso profondo di uno degli elementi cardine del film, alla presenza dell’acqua nel suo elemento fluviale, flusso morbido che trascina e conserva, orienta e dissolve. L’acqua porta via…; ma anche l’acqua porta a ( a qualcosa, a qualcuno, al mondo, a un “altro mondo, ecc…) L’acqua porta attraverso. Il fiume è un elemento di congiunzione, di legamento, di attraversamento, dunque di trasmissione e di evoluzione. L’acqua non è una cornice scenografica, un tranquillo ambiente naturale in cui si collocano le vicende, o, addirittura, paesaggio indifferente. E neanche è un elemento di quieto e sereno “trascorrere”, ma è elemento di modificazione e trasmissione a/traverso e sulla superficie che muta restando apparentemente immodificata……. (da VIGO di Maurizio Grande – Il Castoro Cinema aprile 1979 n.64 pag. 112)

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reloaded IO SONO UN PAZZO CINEFILO – PASSIONE VIGOTRUFFAUT

Anfiteatro di Nimes
Les Mistons  e BernadetteLes Mistons ed anfiteatroTruffaut

Io sono un pazzo cinefilo. Sono nato con il Cinema nel sangue e quindi capita sovente che molti argomenti evochino in me rimandi cinematografici, ancor più se si tratta di storie francesi come quella di Aigues-Mortes di cui ho trattato nel post precedente. Merito, anche se non solo (e poi forse in fondo svelerò anche questo piccolo segreto), degli Esami di Stato e dell’incontro con l’allievo Niccolò Lair è questo approfondimento su un luogo che è la città di Nimes, capoluogo del dipartimento del Gard nella regione della Linguadoca-Rossiglione. In questa città risiede la nonna paterna di Niccolò e la classe è andata in quest’ultimo anno a visitare quella regione della Provenza e la stessa cittadina. Sotto la guida della nonna hanno potuto visitare l’Anfiteatro romano ed i resti del Tempio di Diana, oltre ad apprezzare la vivacità culturale della città moderna. Ma andiamo pure ai “rimandi cinematografici” del folle cinefilo che è in me. Ho visto decine di volte l’Anfiteatro di Nimes senza mai esserci stato e non in uno dei possibili documentari sulla Provenza e la Linguadoca ma nel film d’esordio di uno dei più grandi autori cinematografici, cinefilo anch’egli ed organizzatore di cineclub, Francois Truffaut. Non posso nascondere la mia predilezione per il grande regista francese che è stato il mio virtuale educatore prendendomi per mano con le sue storie ed accompagnando la mia vita dal 1957 al 1984. Truffaut per il Cinema è stato “tutto”: da bambino è stato precoce spettatore quasi sempre “clandestino” (si intrufolava dall’uscita); ma non gli bastava vederli (ne ha visti a migliaia fra i 14 ed i 24 anni): doveva scriverne e parlarne. Quindi amava proporsi come “critico militante”ed insieme ad altri giovani, come Godard, Rohmer, Chabrol, Rivette, iniziò quella rivoluzione del Cinema francese che si chiamerà “Nouvelle Vague”. Tutto inizia con un articolo sui “Cahiers du cinema” dal titolo “Une certaine tendance du cinéma francais” del gennaio 1954. Dalla critica militante all’elaborazione di nuove idee contro l’artificiosità e l’innaturalezza dei vecchi bacucchi il passo fu logico e conseguenziale. Attratti dal Neorealismo italiano i giovani futuri grandi cineasti cominciarono a girare in strada con attrici ed attori di nuovissima leva, utilizzando l’illuminazione naturale e la presa diretta. Truffaut, e qui torniamo a Nimes, dopo un primo timido approccio al Cinema con un prodotto in 16 mm del quale, complice l’autore, non abbiamo traccia, nel 1957 girerà il suo primo vero film tratto da un racconto di Maurice Pons, “Les Mistons” (letteralmente “I monellacci”), nel quale inserisce sia il passato cinematografico (“L’arroseur arrosé” dei fratelli Lumière) che alcuni richiami al cinema americano con la finta sparatoria che, per l’appunto, si svolge fra questi cinque protagonisti, i monellacci del titolo, nell’anfiteatro di Nimes. Questo sito archeologico viene ripreso nella sua interezza per seguire le vicende di una giovane, Bernadette, che stimola con le sue forme perfette le fantasie dei ragazzi nei loro primi loro turbamenti sessuali. Si impegneranno a fondo per disturbare la storia d’amore di Bernadette e Gerard fino a quando non scopriranno poi una drammatica tragica verità: Gerard è morto in un incidente e questo evento sancirà anche, forse, la loro maturazione. “Les Mistons” è anche caratterizzato da una certa ansia cinefiliaca, come dicevo prima, per cui Truffaut inserisce nel mediometraggio (26’) oltre alle passioni citate alcuni richiami ad un altro mito (suo ma anche mio) della Storia del Cinema e della malattia “cinefiliaca” che è Jean Vigo, acquisendone i movimenti dei corpi dei ragazzini che richiamano una profonda anarchia libertaria come in “Zero de conduite”. Inoltre “Les Mistons” anticipa tutta la serie successiva dedicata all’educazione ed alla crescita di Antoine Doinel, figura alter ego di Truffaut, del quale ricalca molti aspetti autobiografici. Il film ancora oggi, benché Truffaut non lo amasse in modo particolare, esprime una straordinaria freschezza, non fosse altro per la bellezza del corpo di Bernadette e per la straordinaria vitalità dei ragazzini (il personaggio di Gerard è opaco e non rimane impresso nella mente degli spettatori). Truffaut in effetti, come ha poi continuato a fare in seguito, si pone dal punto di vista dei “monellacci” sentendosi molto a suo agio nella descrizione delle loro intime tempeste, delle loro esuberanze. Anche il regista era attratto da Bernadette Lafont, interprete del personaggio femminile suo omonimo. “E’ sempre con emozione che ritrovo Bernadette Lafont, il suo nome o il suo viso, il suo mprofilo stampato su una rivista o il suo corpo flessuoso in un film, perché, anche se sono più vecchio di lei, abbiamo debuttato lo stesso giorno dell’estate del 1957, lei davanti alla macchina da presa, io dietro….Quando penso a B.L. artista francese, vedo un simbolo in movimento, il simbolo della vitalità, dunque della vita” dirà Truffaut in occasione di una retrospettiva dei film dell’attrice, alla quale nel 1972 aveva consegnato il ruolo di protagonista in un altro film “Une belle fille comme moi”.
Ed ora il film, dove si possono vedere le strade di Nimes, i boschi ed i corsi d’acqua che circondano quella città ed i reperti archeologici come l’Anfiteatro, va guardato per intero (lo troverete allegato a questo articolo). Rendiamo omaggio a chi ci ha stimolato a parlarne: l’allievo Niccolò Lair.
In definitiva vi svelerò il segreto: sto lavorando ad una presentazione di questi miei “amori” che sono Jean Vigo e Francois Truffaut di cui ad ottobre ricorrono rispettivamente gli 80 ed i 30 anni dalla morte. Grazie.
Continuerò a commentare altri stimoli sopravvenuti “grazie” agli Esami di Stato di quest’anno nei prossimi giorni.

VIAGGIATORI – una serie di racconti – CLOUDY SUN terza ed ultima parte

Cloudy sun

Cloudy sun – terza ed ultima parte

Il giorno dopo lo vissero in modo altrettanto intenso visitando i College più importanti con i loro ambienti interni ed esterni, la loro Storia e, dopo il lunch lussuoso e goticamente affascinante come quello del giorno prima, volendo consentire un po’ di libertà ai loro ospiti, Giulietta, che intanto si era fornita di cartina topografica, disse che lei ed Armando quel pomeriggio sarebbero andati da soli ad esplorare gli ambienti; e così fecero. Attraversarono alcuni parchi e si inoltrarono nel Midsummer Common arrivando fino alle rive del Cam ma dall’altra parte rispetto a quella dove abitavano i loro amici. Di là l’acqua era bassa e consentiva esclusivamente ai punt, barconi piatti, di percorrere il corso del fiume; di qua era navigabile ed infatti c’erano delle meravigliose barche “case galleggianti” dotate di molti comfort, alcune delle quali erano anche in vendita. Su molte di esse c’erano animali di affezione, soprattutto gatti e qualche cagnolino. Lungo il corso del fiume si allenavano squadre di canottaggio al ritmo che urlava il capo voga ed a riva si snodava una ciclopedonale che, a quel che si leggeva dalle guide, arrivava fino al mare toccando altri centri importanti, come la medievale Ely. Ripresero la strada del ritorno dopo aver acquistato dei dolcini e del buon vino francese a Sainsbury e, dopo aver attraversato il Cam, notarono un insolito assembramento di persone ma anche di fotografi e poliziotti. Insolito perché, anche se erano lì solo da due giorni, per Giulietta ed Armando era chiaro che a Cambridge non c’erano grandi movimenti e sembrò tutto abbastanza straordinario. Si dovettero avvicinare, anche perché la gente sostava proprio sul percorso obbligato che dovevano fare per ritornare al cottage; ed Armando si ritrovò ad essere coinvolto da una signora con un profluvio di parole incomprensibili; Giulietta capì ma non poté evitare che Armando ingenuamente accompagnasse quello sfogo con dei sorrisini. La signora si allontanò sdegnata dal suo comportamento; le aveva confessato ritenendolo uno del gruppo, che, mentre era lì a partecipare a quel sit-in, perché di questo si trattava, le avevano trafugato la bicicletta. Ma come mai quelle persone così per bene stavano lì? L’Hotel Hilton che affaccia proprio sul Cam aveva presentato alla Town Hall un progetto di ampliamento verso il Coe Fen, un appezzamento di terra incolto alle spalle del Fitzwilliam. Questo, dunque, il motivo per cui protestavano. Poi, ad un certo punto, i pacifici poliziotti e gli attenti fotografi si spostarono verso un gruppettino di persone (due-tre) che spingevano un anziano signore in una carrozzina pluriattrezzata. Lo compresero ben presto sia Giulietta che Armando: era Stephen Hawking, l’astrofisico più famoso del mondo per via dei “buchi neri” e altro, condizionato solo nel fisico da una malattia invalidante per i movimenti. Hawking apparve a suo agio in mezzo a quella folla pacifica ma estremamente chiara nelle vertenze proposte. Giulietta ed Armando si mescolarono ad essa, partecipi della protesta, si fecero addirittura fotografare dai reporter e, quando la sera rientrarono al cottage, ne parlarono a lungo con i loro amici. Il giorno dopo dovevano ripartire e, così, dopo la cena, rigorosamente italiana con un’eccezionale “carbonara” ed un arrosto con contorni vari, Giulietta rientrò in camera da sola per preparare le valigie, mentre Lucio, Francesca ed Armando continuarono a discutere su come fosse la vita a Cambridge e su quanto mancasse l’Italia ai due studiosi; esclusero però nella maniera più assoluta di ritornare per loro volontà, vantando i servizi di altissima qualità della fu “perfida” Albione e denunciando le profonde difficoltà della Cultura italiana e le colpe della Politica che non dà spazio al merito e umilia le giovani generazioni che ha contribuito a formare. Francesca parla di “genocidio della Cultura” ed Armando non può che darle ragione, amaramente ragione. Lucio sollecita Armando a ritornare ancora per qualche giorno, per più giorni; gli chiede anche perché non si trasferisca insieme a sua moglie, visto che sono soli – le case costano anche meno che a Milano o a Roma – e potrebbero curare la loro sete di conoscenza in un ambiente ricchissimo di stimoli. Ma Armando non se la sente e sa che anche Giulietta è con lui: il Paese – dice – con un lieve rammarico ma anche con una profonda consapevolezza – ha bisogno di antichi testimoni. Il giorno dopo partiranno, portandosi dietro il ricordo di tre splendide giornate a Cambridge.
Il mattino dopo la BBC, come di consueto, trasmette le previsioni meteorologiche: sul Regno Unito c’è “cloudy sun”, un sole nuvoloso: il tempo, soprattutto per gli inglesi è bello così.

Joshua Madalon

FOTO per Blog

Invito a PASSIONE VIGOTRUFFAUT Pozzuoli 21 ottobre ore 18.00 presso LUX IN FABULA Rampe Cappuccini

Dita Parlo

Mentre mi preparo a scendere nei Campi Flegrei inserisco questo post come INVITO a partecipare all’iniziativa che si svolgerà presso l’Associazione Lux in Fabula a Pozzuoli Rampe Cappuccini 5 martedì 21 ottobre ore 18.00 – Coordineranno Claudio Correale e Giuseppe Maddaluno – Interverranno Federica Nerini, Emma Prisco, Germana Volpe e Roberto Volpe

VIAGGIATORI – una serie di racconti – “CLOUDY SUN” – seconda parte

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Cloudy sun – seconda parte

La colazione inglese è abbondante e ricca di grassi e non mancavano di certo il burro, né le uova né il bacon; ma caffè, latte e biscotti vinsero su tutti la mattina del giorno dopo l’arrivo di Giulietta ed Armando. Lucio e Francesca li lasciarono organizzarsi più lentamente con comodo ed uscirono, raccomandandosi solo di chiudere la porta, senza chiavi, solo per evitare che qualche rettile di piccola taglia potesse introdursi; non temevano incursioni di furti o rapine; a Cambridge non capitava quasi mai: al massimo poteva scoppiare qualche rissa fra studenti ubriachi nel fine settimana. E, poi, comunque il cottage era frequentato a tutte le ore dal personale dell’Università addetto alle pulizie del giardino e dei luoghi comuni, ed erano tutte persone fidate. Armando era già pronto appena all’esterno mentre Giulietta tardava alla ricerca di un ombrello; lo aveva riposto nella valigia ma non si aspettava di doverlo utilizzare così presto. Poi uscirono e ripercorsero il viale ciclopedonale. Pioveva a vento anche se in modo leggero e i due tenevano l’ombrello un po’ obliquo, proseguendo il loro cammino. Non c’era anima viva su quel sentiero e camminavano a passo lento ma deciso quando si accorsero che dietro di loro anche se ancora lontano sopravveniva un ciclista che sembrò scansarli dieci metri prima deviando sul prato che non era motoso costituito da un’erba morbida che lo teneva sodo. Giulietta si voltò proseguendo nei suoi passi insieme al compagno ma avvertirono un tonfo: l’ombrello si era bloccato davanti ad un tronco? Sollevarono l’ombrello e si ritrovarono ad essere fissati da un occhio abnorme bovino. Eh sì erano andati proprio a cozzare contro una mucca, docile, tranquilla, ma ben piantata sul sentiero. Il giovane ciclista non riuscì a trattenere una risata tuttavia composta e si espresse in un linguaggio che, soprattutto ad Armando che non capiva quasi niente di inglese, era davvero arabo (e chissà che quel giovane non lo fosse per davvero, vista la presenza di studenti provenienti da tantissime parti del mondo!). Superato lo stupore, avendo del tutto esclusa la speranza che quell’essere animale si spostasse, lo superarono aggirandolo come aveva fatto il ciclista di prima. Intanto non pioveva più e decisero di andare a visitare il Museo Fitzwilliam che non distava molto da lì; a pranzo erano attesi al Dipartimento per andare insieme a mensa con gli amici.
Seppero da loro, quando raccontarono gli eventi della mattinata che ogni College a Cambridge possiede degli animali che considera quasi sacri. E le mucche vagano in piena libertà nei parchi e sono abituate a convivere con la gente, quasi non se ne curano e solo se infastidite possono essere pericolose. In effetti, quella mattina l’avevano infastidita di certo, la mucca; ma era andata bene! Quel pomeriggio, dopo il lunch in un ambiente che ricordava in modo quasi perfetto i grandissimi saloni utilizzati come locations nei film di Harry Potter (ma poi seppero da Lucio che proprio in uno di quelli al King’s College erno state girate alcune scene di quei film) con un servizio inappuntabile ed una cucina di livello internazionale, visto che il cielo era ritornato limpido (sembrava di essere in un mese come quello di marzo con le sue mattane climatiche) e gli amici erano liberi da impegni tutti insieme andarono per negozi e centri commerciali che, a parte i prezzi, apprezzarono notevolmente soprattutto per l’ordine e il gusto; anche le Charity erano ordinate in modo impeccabile ed erano molto invitanti. Giulietta vi comprò molti piccoli oggetti per donarli agli amici in Italia.
La giornata stava terminando: si fermarono in un pub sul Cam per consumare un pasto locale ed apprezzarono a vederla quella che in fondo era una patata gigante aperta e ricca di carne macinata in salsa piccante con contorno di fagioli. Ne ordinarono quattro e con queste anche delle birre in boccaloni giganteschi. La serata era fresca, al termine della cena, ma non si stava male all’aperto e sul Cam c’erano le classiche imbarcazioni che ora ritornavano dalle escursioni col punt fatto avanzare con il palo infisso sul fondo melmoso. Fecero una passeggiata verso il centro rasentando alcuni fra i college più importanti come il King’s ed il Trinity. Lucio annunciò che il giorno dopo, era un giorno di festa, i College sarebbero stati aperti ai visitatori e che loro due avevano la possibilità di accompagnarci gratuitamente nella visita. Ritornarono al cottage, con Giulietta ed Armando stanchi ma pieni di ricordi.

..continua…

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FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – incontro con Cristina Giuntini primo premio per la narrativa al Premio Sovente 2014

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Il Festival della letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra ed il Premio dedicato a Michele Sovente, indimenticato amico, poeta e narratore squisito si è concluso da tre settimane e già subito dopo la cerimonia di premiazione alla Casina Vanvitelliana, avendo ascoltato i nomi dei vincitori (anche noi organizzatori, in primis Angela Schiavone, abbiamo saputo solo poco prima dell’annuncio ufficiale chi aveva vinto), mi ero ripromesso di raggiungere in modo diretto l’autrice del racconto che aveva vinto, Cristina Giuntini di Prato. Eh già, abito anche io a Prato, mi sono detto: come faccio a non conoscerla? Devo assolutamente riparare. Per uno come me, cane mastino, abituato a ricercare e trovare non sarebbe stato difficile. Ed è così che, attraverso sistemi ormai abituali (gli account di Facebook) mi sono lanciato al suo inseguimento. Cristina Giuntini è fiorentina approdata per amore e per matrimonio conseguente a Prato. Lavora in una ditta di importexport e scrive racconti, partecipando a tutti i concorsi di cui riceve notizia. Ha un’altra grande passione per la musica e segue sempre da vicino l’Eurovision Song Contest. Al mio invito accetta di incontrarmi presso una delle Librerie più importanti di Prato, gestita dalla casa editrice Giunti, Soprattutto Libri in via Mazzoni. Parliamo di narrativa, di cultura, di musica e poi sotto un diluvio “universale” (nel mentre una tromba d’aria aveva letteralmente capovolto un tavolo sul mio terrazzo) entriamo in una cioccolateria accanto alla stazione di Porta al Serraglio. Le chiedo l’impegno di venire nei Campi Flegrei per ritirare direttamente il Premio e concordiamo una data. Accetta che io pubblichi sul Blog il suo racconto. Ci salutiamo poi in attesa di risentirci presto per definire il tutto.
Ecco il racconto:

Il futuro nel passato

“Abbiamo quasi finito, manca solo il salone.”
Ant sospirò. Bonificare case abbandonate era la parte del suo lavoro di Addetto alla Sicurezza (o AddSic, come veniva definito) che amava di meno, ma negli ultimi tempi ne erano state segnalate molte, nei dintorni di Mil. Non erano quasi mai vuote: normalmente i proprietari avevano finito i loro giorni in un istituto senza che nessuno si preoccupasse dei mobili e degli oggetti che avevano lasciato indietro. Ogni volta che entrava in una casa abbandonata, ad Ant sembrava di profanare il passato di chi ci aveva vissuto, e uno strano mal di stomaco lo tormentava per vari giorni, una volta terminato il suo lavoro.
Alb, il suo collega, iniziò ad arrotolare il tappeto, con aria seria e professionale. Non sembrava condividere il suo stato d’animo. Dall’altra parte della stanza, Ant estrasse qualcosa da un mobile. Sembrava un parallelepipedo impolverato. Alb si avvicinò.
“Che cos’è?”
“Non lo so…” In quel momento l’oggetto sembrò sfaldarsi. I due sussultarono, ma subito dopo si resero conto che si era semplicemente aperto, rivelando un’enorme quantità di lamine sottili, friabili e giallastre, scritte da entrambi i lati.
“Strano, sembrerebbe una storia come quelle che si leggono sugli eBook reader, ma non è illuminata.”
Incuriositi, rimasero fermi per qualche minuto, scorrendo le frasi con gli occhi.
“Curioso…” osservò Ant.
“Cosa?”
“Le parole. Sono lunghe. Non ho mai visto parole così lunghe. E questi? Giovanna, Luciano… Da come sono usati, sembrerebbero nomi propri, ma hanno molto più di tre lettere.”
Alb alzò le spalle. “In ogni caso, è roba vecchia.”
“Lo porto in ufficio, comunque.”
***

“Guarda.” Ant gli mostrò lo schermo. “E’ stata dura, ma ho trovato dei siti che ne parlano. Pare che si chiamasse libro, e avesse la stessa funzione dei nostri reader.”
“Deve essere molto vecchio: quasi non riesco a capire di cosa parli. Sembra un’altra lingua.”
“A quanto risulta, una volta non si usavano abbreviazioni. “X” si scriveva “Per”. “Cmq” era “Comunque”. Le frasi erano più articolate.”
“Poco pratico. E quei nomi mai sentiti?”
“Sembra che i nostri nomi attuali non siano che abbreviazioni. Una volta i nomi erano Giuliano, Carlotta, Maddalena, ma poi, a forza di abbreviarli in Giu, Car, Mad, ci si è dimenticati degli originali.”
“E quindi i nostri nomi…?”
“Il mio, probabilmente, sarebbe stato Antonio, o Antonello. Il tuo, Alberto. Escluderei Albino: pare che fosse già in disuso quando questo libro è stato scritto.”
“Alberto…” Alb scosse la testa. “Suona così assurdo. In ogni caso,” aggiunse, alzando le spalle, “a chi potrebbe interessare?”
“Beh, rispetto a un reader, questo non ha bisogno di energia, la batteria non si scarica, se cade per terra non si rompe. Non è una cattiva idea.”
“E quanti volumi contiene?”
“Uno.”
“Uno solo! Ah!” Alb emise una risata canzonatoria. “Ridicolo! Immagina quanto spazio ci vorrebbe, in una casa, per conservare tutte le storie che può contenere un reader! Non ha futuro, credimi! ”

***

Giovanna sgranò gli occhioni neri. “Ma davvero, nonno Ant,” chiese, “quando eri giovane non c’erano i libri? E per leggere c’era bisogno dell’energia elettrica?”
“E si parlava in modo così strano, con “X”, “Cmq” e “TVB”?” incalzò Luciano.
Ant sorrise, accarezzando con lo sguardo l’enorme biblioteca dei nipoti. “Eh già!” rispose. “E se io, quel giorno, avessi ascoltato il mio amico Alb, non so a che punto saremmo adesso.”
“E invece sei l’editore più importante della terra!” strillò Luciano, gioioso.
Ant sorrise. Sì, lo era. Ma soprattutto aveva riabituato il mondo alla bellezza della parola.
E quello contava molto di più.

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VIAGGIATORI – una serie di racconti “Cloudy sun”

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Cloudy sun – prima parte

Professionalmente avveduto o un perfido insolente? L’impiegato della ditta di mezzi pubblici delle linee che partono da Stansted non aveva nemmeno chiesto conto dell’età della signora che si trovava di fronte e l’aveva già accreditata come anziana fornendole biglietti scontati. Londra aveva accolto Giulietta ed Armando con un cielo terso del tutto insolito per quelle latitudini; c’era anche un vento abbastanza sostenuto freschino per i turisti che arrivano dal Sud ma gradevole, quasi estivo, per gli autoctoni. Eh già! gli autoctoni che, quando il cielo è coperto, lo identificano con cloudy sun, ovvero “sole nuvoloso”. Avevano programmato quel viaggio per incontrare degli amici che si erano trasferiti da qualche anno a Cambridge, dove si occupavano di materie davvero particolari per un’Università straniera ritenuta di certo a torto anglofonocentrica, retorica latina e papirologia araba. Giulietta ed Armando erano in pensione, mentre Lucio e Francesca, più giovani di loro di circa 10 anni, erano in piena attività e giravano il mondo: erano stati anche a Roma (erano entrambi però originari della Calabria) dove si erano conosciuti ed avevano conosciuto Giulietta ed Armando durante un Seminario organizzato dal Dipartimento Scienze dell’antichità dell’Università della Sapienza. Sarebbero andati a casa loro, all’interno di un College che metteva a disposizione delle stanze anche per gli ospiti dei docenti per un tempo limitato. Né Armando né Giulietta erano stati mai a Cambridge e le aspettative erano alte; ne avevano letto e sentito parlare come di un luogo davvero particolare, costruito quasi esclusivamente per gli “studi avanzati e specialistici”, come Oxford o Harvard che prese il nome dal suo fondatore che apparteneva ad un gruppo di emigrati inglesi che fondarono una nuova città chiamata Cambridge, presso Boston. Ne parlavano identificando quel territorio come un grande parco inframmezzato da nuclei abitativi e strutture universitarie. Il viaggio da Stansted a Cambridge durò circa un’ora; si attraversava un’autostrada, la bretella n.8, con scarsissimo traffico senza vedere nemmeno un centro abitato ed, anche a ridosso della città di Cambridge, c’erano solo case basse – tipo terratetto – inframmezzate da vaste porzioni di verde. La fermata del bus era a ridosso di un Parco frequentato da un po’ di gente seduta sui prati, malgrado il vento, che ai “nostri” apparve anche un po’ freddino. Lucio era venuto incontro ai suoi amici e dopo i saluti cordialissimi si erano avviati verso il College; avevano attraversato il grande Parco e si erano inoltrati su una strada abbastanza trafficata; poi per una stradina laterale erano giunti sul Cam ed erano entrati, dopo aver attraversato un piccolo ponte in legno, in un sentiero ciclopedonale in mezzo ad un Parco di cui non si scorgeva la fine. Arrivarono dopo qualche minuto ad un caseggiato dietro una fitta boscaglia composta da alberi di alto fusto e videro venir loro incontro Francesca, sorridente e splendida in una di quelle gonne plissettate lunghe fino ai piedi con disegni floreali: l’avresti detta già una tipica donna “british” solida e ben piantata. Il tempo era cambiato e, portati dal vento, grigi nuvoloni si erano addensati e già poco prima di arrivare a casa degli amici iniziava a cadere una pioggerellina sottile sottile. Quella sera nel cottage del College, formato da stanze basse e piene di mobili che emanavano insieme al legno del parquet un intenso odore misto di pulizia e di antico, dopo una lunga chiacchierata a cena e dopo cena, Armando e Giulietta si erano ritirati nella loro camera e ben presto si erano addormentati al tepore di un piumone accogliente. Era luglio inoltrato ed in Italia di certo stavano soffrendo l’afa. Il giorno dopo avrebbero potuto visitare, da soli, perché Lucio e Francesca erano impegnati nei loro Dipartimenti, la città di Cambridge.

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