VIAGGIATORI – una serie di racconti – LA SFIDA – 4 ed ultima parte

174233548-0d682690-46b1-4042-b539-1e584eb98ccd

LA SFIDA – quarta ed ultima parte

Il mare era abbastanza tranquillo nel porto, anche se con l’approssimarsi del tramonto il vento aveva ripreso a tirare ed a dire il vero non era freddo. Il gruppo di Alberto, tutti soddisfatti per l’esperienza vissuta, arrivò a Marina Grande con il piccolo autobus. Scesero e si avviarono alla biglietteria, ma la trovarono chiusa e videro anche un cartello affisso: “SERVIZIO SOSPESO per mare forza 9”. In effetti, il mare non appariva poi così tempestoso, ma uno degli ormeggiatori che Alberto conosceva disse che il moto ondoso era molto forte nella parte più aperta alle correnti aeree ed in particolare fra Ischia e Procida e nel canale di Procida; e , quel che era peggio, le previsioni non annunciavano miglioramenti nelle ore successive, anzi! Cosa fare, a quel punto? Alberto sapeva anche che in qualche occasione era stata ripresa la rotta per Acquamorta, al Monte di Procida; ne accennò al gestore del bar, Geppino, che conosceva da tempo ma quello gli rispose che, in simili condizioni, nessuno lo avrebbe potuto condurre dall’altra parte: la sera stava sopraggiungendo e non vi erano le condizioni per poter con certezza far ritorno e poi la Capitaneria non lo avrebbe consentito.
Alberto chiamò Valerio che, per fortuna, visto il maltempo, era ritornato a casa e lo informò. “Se qualcuno ci dicesse che di certo domattina si parte potremmo anche adattarci in un magazzino del porto o chiedere ospitalità in uno dei locali della Marina; ma ho la sensazione che non vi siano certezze in tal senso.” Alberto pensò anche di portare una parte dei suoi amici dai suoi parenti, ma Valerio lo rassicurò: “In occasioni come queste, voi siete stati nostri ospiti, tocca a noi ricercare una soluzione. Chiamo il Sindaco per capire quel che si può fare! Aspettatemi”. Alberto ringraziò ed avvertendo su di sé la responsabilità di averli condotti in quella “sfida”, informò il gruppo, che intanto come aveva fatto al mattino si stava rifocillando al caldo in una stanza interna del Bar con te e pastine varie.
Valerio arrivò dopo meno di un’ora; con lui c’era il vice Sindaco che assicurò tutti che l’isola avrebbe provveduto ad ospitarli in una struttura alberghiera (avevano pensato anche all’Ospedale, ma veniva utilizzato solo per il Pronto Soccorso e non aveva spazi organizzati) fin quando il servizio di navigazione non fosse ripreso. Alberto aveva telefonato alle zie e si fece escludere dal computo; disse che però li avrebbe accompagnati per accertarsi della sistemazione. In quei giorni, per la concomitanza delle festività e del maltempo, gli alberghi erano pressochè vuoti. Era consuetudine ad ogni buon conto avere il massimo rispetto per gli “ospiti”, ancor più in occasioni come quelle; e non capitava certamente spesso.
Valerio, il Vice Sindaco ed un altro amico fino ad allora sconosciuto li accompagnarono, utilizzando tre auto, ai due Alberghi che si trovavano fra Solchiaro e la Chiaiolella, il “Savoia” ed il “Riviera”. Furono accolti con estrema cortesia nella tradizione ospitale dell’isola. Alberto ringraziò gli amici di Procida, si accomiatò dai suoi amici assicurando loro che, presto, la mattina dopo sarebbe ritornato, suggerendo loro di essere pronti perché se il mare si fosse calmato ed il servizio ripreso sarebbero partiti. La notte il vento riprese vigore e la mattina, limpida perché sgombra di nubi annunciò tuttavia che nulla era cambiato e che il mare, lo si vedeva dall’alto della casa delle zie di Alberto, lo si vedeva altrettanto dall’alto delle terrazze dei due alberghi, era ancora più tempestoso. Alberto raggiunse presto gli amici e con loro, sapendo di dover rimanere ancora qualche ora, forse un giorno, si sperava un solo giorno, si incamminò sulla via “Panoramica” e da quella poterono osservare la maestosità delle onde marine che si scagliavano possenti contro la scogliera sollevando una schiuma corposa; ed il vento intenso rendeva il cammino faticoso lungo la strada. Alberto e pochi altri, rassicurati e protetti dalla dolcezza e dall’ospitalità dell’isola, ricordarono i versi di Lucrezio nel secondo libro del “De rerum natura”

“Suàve , marì magnò turbàntibus àequora vèntis
è terrà magnum àlteriùs spectàre labòrem;
nòn quia vèxarì quemquàmst iucùnda volùptas ,
sèd quibùs ìpse malìs careàs quia cèrnere suàve est.”

“bello, quando sul mare si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano.
Non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
ma la distanza da una simile sorte”

e fecero ritorno, dopo aver acquistato alcuni prodotti per l’igiene intima in un “Coloniali” in Piazza Olmo, uno di quei negozi che emanano profumi di pulito e vendono di tutto, ai loro Alberghi. Era il 4 novembre, venerdì e nel Nord ed il Centro d’Italia, si stava consumando la tragedia delle alluvioni. Trento, Venezia, Udine, Brescia, Padova subirono enormi danni; Firenze fu sommersa dall’Arno. Un patrimonio immenso di Arte, Cultura e Civiltà rischiò di essere perduto. Alberto ed i suoi amici si incollarono alle radioline che riportavano i notiziari del “dramma”. Compresero di essere davvero fortunati. La mattina dopo riuscirono a far ritorno. Il mare non era ancora tranquillo ma il servizio era ripreso.

Joshua Madalon

Fine

PICT0018

VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 7

ponz

I giorni – PARTE 7

IL DITO SCORREVA SULLA LISTA. I NOSTRI SGUARDI ATTENTI.
“Sì, una singola”. Ci meravigliammo altamente. Era il primo albergo cui c’eravamo recati.
“Ma è per stasera soltanto” leggendo con precisione “E’ già prenotata per domani”.
“A noi occorrono due posti. E’ possibile aggiungere un altro letto?” Senza discutere su altro, ci facemmo accompagnare alla nostra camera.
Poca fatica, dunque. Aiuto del cielo.
Spalancai le imposte: una terrazza. Crepuscolo meraviglioso visto verso oriente. Rumore di imbarcazioni scoppiettanti allontanarsi o accrescersi nel silenzio di altre voci o rumori. Rispecchiarsi di luci sul bel mare di nafta.
Da dove mi trovavo vedevo gran parte dell’isola. Fin l’isolotto di Gavi e, alle mie spalle, il Monte della Guardia.
Le agavi, al mio paese, hanno fiori sporchi. Fu la prima cosa. Vedemmo i fiori delle agavi stagliarsi sulle alture dell’isola nella penombra del tramonto. Ci colpirono le insegne luminose di alberghi, ristoranti ed hotels.
“Allora, d’accordo, se mi stanco…”
“Sì, ma andiamo a quell’hotel”
Ci aveva colpito l’insegna ma dopotutto era anche il primo. E ci andò bene.
Bussarono. Dopo poco il secondo letto era a posto. Mi gettai di sopra, stanco. Per poco non finivo a terra.
“Ti telefono appena posso”. Era tardi. Era di certo in pensiero.
“pronto. Tutti bene. Ora siamo arrivati. Siamo a Ponza”. Altre sciocchezze vane. “Ciao. Ti telefono dopodomani. Ciao…. Ciao”
Era un ragazzino, di quelli svegli e vispi.
“Comandino? Cosa posso servirvi?”
Più che la posizione del bar, in zona di passeggio, ci aveva attratto la presenza di tre ragazze sedute ad un tavolo dello stesso locale.
Ordinammo. Cominciammo a farci notare. Poi…
“Scusi, dov’è che posso trovare un tabaccaio?”
“Non lo so”
Ovvia risposta di chi ha capito il gioco e vuole scherzare.
Andai da solo alla ricerca di un rivenditore di tabacchi. Di ritorno, avevo intenzione di offrir loro delle sigarette. Così, per attaccar bottone. Ma c’era già chi con tutta evidenza le aveva offerte loro ed esse le avevano, a sentir le loro larghe allegre e sonore risate, ben volentieri accettate. Come noi, altri due ragazzotti erano rimasti a bocca asciutta e, chissà perché, si consolavano guardandoci con un sorriso leggermente ironico, sornione e forse ipocrita.
“Micio, micio, micio….Signorina, le piacciono i gatti?”
Le piacevano. Il resto fu facile, ma improduttivo…. La richiamarono a casa.
Gli scalini non sono quanti a Capri. Ma ne salimmo una trentina. Occhi che ci guardavano. Di donna. Di poco coraggio. L’ingresso del nightbalera era colorato da una lampadina rosso-cupa. Accanto un ristorante pizzeria, frequentato da gente un po’ su. Più in là una chiesa. Tutto nella penombra.
Una tradizionale voce napoletana, cantava, sussurrando, alla luna.
“Che m’ha saputo fa’ stu quarto ‘e luna
che m’ha saputo fa’ chi voglio bbene
e me tormenta sempe nu pensiero
no, nun è overo…”
“ ’Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna
e comm’è doce chesta serenata:
‘a vocca toia s’accosta cchiù vicina
e tu t’astrigne a me…”
“Sembra un albergo”.
“Lo è”
Era un castello. Lo era. Il gruppo cantava mentre un giovanotto, chitarra imbracciata con maestria, suonava. Canti in dialetto del Nord. Milano, pensammo. Milano, ci dissero.

I Giorni – fine parte 7

563537_329377607150335_456347080_n

VIAGGIATORI – una serie di racconti – LA SFIDA parte 3

14 gennaio 2011 009

VIAGGIATORI – una serie di racconti – LA SFIDA parte 3

Decisero dunque di arrivare giù alla Chiaiolella e di fermarsi in una delle trattorie dove di solito facevano da mangiare agli operai edili che venivano dalla terraferma. In quei giorni non erano arrivati non solo per il maltempo ma soprattutto per le ricorrenze, per cui i gestori furono ben contenti di avere una dozzina di clienti inattesi e si prodigarono per accontentarli. Alberto li conosceva ma non bene come quelli della Corricella e di Marina Grande; si presentò e presentò i suoi amici spiegando il motivo per il quale si trovavano quel giorno a Procida.

Insieme ascoltarono alla radio le previsioni meteo e seppero che in gran parte dell’Italia del Centro Nord aveva continuato a piovere mentre al Sud non erano previste perturbazioni pericolose: si rasserenarono convinti anche del fatto che, pur se il vento continuava ad essere intenso, non facesse freddo ed il cielo era pressoché sgombro di nubi. Tanto che, alla fine del pranzo, dopo il caffè si spostarono verso la spiaggia e si sedettero sulla sabbia al sole che era abbastanza caldo.

Fino alle 14 vi rimasero; poi a piedi si avviarono salendo verso il Campo sportivo. Lungo la strada Giovanni, il capitano della squadra, impartì alcune indicazioni sui ruoli da ricoprire: Luciano avrebbe fatto il portiere, come al solito; Alfredo e Gino avrebbero supportato la linea di difesa mentre al centro di questa vi sarebbe stato lui stesso; nel centrocampo avrebbero operato Mattia e Peppino; la linea di attacco con capacità e potenzialità di rientro sarebbe stata composta da Alberto, Nicola, Fulvio come centravanti, Saverio e Renato. Di certo non avrebbero avuto alcuna possibilità di sostituzioni; ma nelle “amichevoli” spesso accadeva così. Alberto faceva da segretario a tutta la compagnia e prese appunti diligentemente.

Arrivarono con qualche decina di minuti di anticipo rispetto alla squadra locale; così si spogliarono, indossarono magliette – con i numeri canonici – e pantaloncini e poi cominciarono a fare riscaldamento. C’era intanto un pubblico occasionale sorpreso di vedere tante facce nuove. Arrivarono i “locali” per la sfida mentre Alberto e gli altri stavano provando dei palleggiamenti. Valerio fece le presentazioni di Alberto e quest’ultimo presentò i suoi amici. Alle 15, forse poco dopo le 15, scelto come arbitro un ragazzo che si era proposto, cominciarono a giocare; decisero di fare due tempi di 35 minuti con un breve intervallo di 10, in modo da poter finire per le 16.30 e ripartire, anche perché Valerio paventava il rischio che sul far della sera il mare sarebbe diventato più agitato e non vi sarebbe stata possibilità alcuna di partire; il vaporetto che li aveva portati la mattina ritornava da Ischia e sarebbe partito alle 17.30 ed era il mezzo più sicuro rispetto alle altre imbarcazioni meno solide.
La partita si mantenne su un piano di gioco aperto ma molto corretto così come era stato previsto dai patti; e nessuno si lamentò del risultato che fu un pareggio per 2 a 2. Finita, si rivestirono tutti, bevvero del tè caldo che era stato portato dai “locali” all’interno di thermos e non appena ritornò il pulmino si salutarono e, così come erano arrivati la mattina, ridiscesero alla Marina Grande.

La sfida – fine parte 3

Partita di calcio

VIAGGIATORI – una serie di racconti – LA SFIDA – parte 2

onde-terrificanti-colpiscono-la-nave

La sfida 2

Alle 9.45, in perfetto orario, la nave si staccò dalla banchina. Il viaggio durava all’incirca 45 minuti; dopo essere uscita dal porto di Pozzuoli girava a sinistra e proseguiva mantenendo sulla destra la riva di Baia e di Bacoli fino a doppiare il Capo Miseno dove, virando a destra e mantenendosi a distanza dalla costa di Miliscola e del Monte di Procida, avrebbe puntato verso l’Isola di Procida.
Un percorso semplice semplice, ma quel giorno non fu così.
Non appena usciti dal porto, superato il Faro, ci si accorse che il mare non era più così tranquillo come sembrava. La nave, una delle più grandi fra quelle che circolavano su quella linea, cominciò a beccheggiare di fronte ad onde larghe ed enormi che la colpivano lateralmente. Il capitano decise di spostare la prua in direzione delle onde per poterle affrontare; il rollio commisto al beccheggio creava una combinazione maligna che in un primo tempo, ricordando alcune delle attrazioni dei Luna Park, appariva piacevole ai giovani passeggeri che scherzavano fra loro mimando gli ubriachi lasciandosi andare da una parte all’altra del ponte godendosela e ridacchiando. La nave si allargò dal Capo Miseno e si inserì verso il canale di Procida affrontando onde altissime che la portavano nella parte più bassa del ventre impedendo ai passeggeri di vedere la terra e poi la sollevavano sulle loro creste per farle ridiscendere vertiginosamente.
I giovani amici di Alberto cominciarono a spaventarsi e più di uno di loro dovette liberarsi della colazione; lo stesso Alberto era confuso e fortemente preoccupato per i suoi compagni, e qualcuno si spinse anche ad offenderlo. Il mare si calmò soltanto all’ingresso del porticciolo di Procida protetto dalla scogliera. Il gruppo, un po’ malconcio, raccattò le sue borse, dove erano state riposte le tute, le magliette ed i pantaloncini della squadra, e si preparò a scendere dalla scaletta che era stata calata sulla banchina di Procida. Si era di fronte all’imponente palazzo Merlato del ‘600 e ad una serie di abitazioni dal vario colore mediterraneo, ma la traversata aveva messo ciascuno di cattivo umore e poi tutti erano arrivati a Procida in tempi migliori. Alberto aveva lanciato già lo sguardo dall’alto della nave per cercare qualcuno dei suoi “isolani” e non ne aveva visto alcuno. Si era fermato in uno dei bar della Marina Grande ed aveva, utilizzando un gettone, telefonato a casa di Valerio, l’allenatore della squadra locale. Rispose sorprendendosi del fatto che loro fossero arrivati; chi vive circondato dal mare conosce i suoi segreti e le previsioni non erano positive: il mare andava ancor più ad agitarsi ed il rischio dell’interruzione del servizio marittimo nelle ore successive era molto elevato. Ma, visto che c’erano, disse che poiché avevano confermato il loro allenamento pomeridiano, non ci sarebbe stato alcun problema per la “sfida”, a patto però che si evitasse il gioco duro.
Si fermarono tutti a Marina Grande rifocillandosi con tè caldo al Bar del Porto; e poi si avviarono verso il piccolo autobus che era arrivato, essendo stato avvisato da Valerio. Il biglietto lo si faceva direttamente a bordo e l’autista sapeva anche dove lasciarli scendere poco prima di giungere al capolinea che era la Marina Chiaiolella. Riconobbe Alberto ed anche lui, l’autista, che si chiamava Gennaro, lo rimproverò di non aver consultato le previsioni marittime; sarebbe bastata una telefonata alla Capitaneria del Porto, anche quella di Pozzuoli. Alberto allargò le braccia per giustificarsi così come poteva e chiese a Gennaro di indicargli una trattoria alla buona per il pranzo. Erano soltanto le 11; potevano mangiare un primo ed un po’ di frutta prima di andare a giocare. L’appuntamento per la “sfida” era alle 14.30 per avviare alle 15.00 e chiudere entro le 17.00 per poter poi ripartire per Pozzuoli alle 18.00.

la sfida – fine parte 2

VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 2

GiuseppeMaddaluno-150x150
VIAGGIATORI – una serie di racconti
PROCIDA L’ETERNO RITORNO –PARTE 2
Assaporo il mandarino strappato con voglia dall’albero; il suo sapore asprigno, il suo profumo pregante mi ravvivano da sempre ricordi di momenti lontani misteriosi archetipici ed anche per questo del tutto prerazionali; e mi provocano sensazioni uniche e mi sento un po’ – e per poco – male: insolita tristezza provata che genera poi energia creativa.
Imbocco una strada, ora di asfalto, e mi trovo su di un viottolo, erboso ai margini, rovi spinosi prorompenti nella bella stagione ed erbe della macchia mediterranea profumate più intensamente dalla pioggerella recente, acre sapore di mare salso, di sole, di terra bagnata umida tiepida ed accogliente; fin quando poi non si intravede il mare, il sole all’improvviso apparso tra gli alberi dietro i recinti murari a volte a secco che i contadini avevano costruito per delimitare i loro pezzi di terra e, dietro la leggera patina di foschia, oltre la striscia blu verde chiaro sfocata a parte ed altrove piena di faville, l’altra isola più grande che con la sua cima tra le nuvole osava toccare e sfidare il cielo.
Mi siedo là sul precipizio mantellato d’erba e rimango in silenzio a guardare: luci strane ed abbaglianti, le onde riflettono i raggi del sole al suo calar nelle onde e sembra un silente messaggio meccanico della natura.
“isciacquio, sciabordio, dolci rumori” rimango a guardare, in silenzio assorto a pensare, ed il mare culla, incanta la mia mente. In questo posto alcuni anni fa….
In questo posto non tanti anni fa, in questo posto qualche anno fa, in questo posto un anno, un mese, un giorno fa…
E’ accaduto sempre e ad ogni ritorno.
“Fore Serra”, nella terra di miei parenti, era la passeggiata nei pomeriggi di tutte le domeniche procidane. Ci andavamo tutti e come sempre davo da pensare ai miei, preoccupati che potessi scappare dalle loro mani per fare un tuffo nel mare dall’alto della collina di Punta Serra.
Ma se scappavo arrivavo fino al recinto dei maialini a tirar loro i codini contorti melmosi, a sentirli grugnire nel loro incomprensibile dialetto animalesco.
“Quella notte avevamo bevuto tanto, e mangiato per giunta in modo spropositato; la prima uva ornava le viti; mio cugino, più esperto e “padrone” del territorio, era addetto al raccolto furtivo aiutandosi al buio con le sole sue mani già abili e scaltre.. sentimmo di lontano, ma non troppo, musiche e canti, fisarmoniche e voci, grida e fresche risate, fuochi crepitare e vedemmo nel cielo senza luna e senza nuvole tre stelle cadenti ed un corpo non ben identificato, lontano, zigzagare e poi scomparire nei segreti meandri della Via Lattea. La voce della fanciulla che non mi riconosceva, e come avrebbe mai potuto, la porto nella memoria tuttora e sarebbe apparso come un avvenimento ancor più importante il giorno dopo nella mia mente. girammo intorno al fuoco ormai quasi spento, come in un rito inconscio per la delusione di essere soli, per il desiderio di avere, di possedere un bene, un amore, quella ragazza, forse!
Girammo intorno al fuoco già spento, per dirci che eravamo ubriachi, per sentircelo dire ne accentuavamo il barcollio ed il balbettio insensato, e provare quel senso di abbandono totale da incoscienti, o quasi.
E da incoscienti guidammo l’auto giù per una strada tutta curve, senza mostrare responsabilità, di notte, luci spente, come matti; e forse lo eravamo davvero. Così matti da andare poi subito a dormire, quella notte calda, senza nemmeno svestirsi, quella notte calda, accogliente, senza vento, un cielo stellato, un mare calmo, senza sorprese; a dormire quella notte, come matti; e prima avevano pianto i porcellini ancora giovani nel loro recinto, quei porcellini cui il cugino cattivo aveva anche lui voluto con più energia tirare i codini: avevano pianto e strillato forte; ma nessuno poteva sentirli, né aiutarli.
E, poi, quella ragazza che davanti al fuoco quasi spento continuava a danzare ritmi tzigani; e che non mi riconobbe.”

fine parte 2

Donna che danza

LE MIRACLE DELLE OSTRICHE DEL LAGO FUSARO – Real Casino Borbonico del Lago Fusaro (Casina Vanvitelliana) domenica 9 novembre ore 16.00

Le mie carissime amiche de “IL DIARIO DEL VIAGGIATORE” insieme ad un’altra Associazione (Corto lieto) che ancora non conosco organizzano questa interessante iniziativa. Ahimè, per diversi e seri motivi non sarò nei Campi Flegrei per queste prossime occasioni che vivrò attraverso il loro racconto.

Il diario

Domenica 9 novembre alle ore 16.00

l’Associazione CortoLieto insieme all’associazione Il Diario del Viaggiatore

Real Casino Borbonico sul lago Fusaro

“Le miracle del lago Fusaro”
Visita con letture tratte da lettere di Ferdinando IV alla moglie Carolina, e ai vigneti “La Sibilla” prospiciente al Parco monumentale di Baia.

Ho veduto molte cose al mondo, ma nulla di più bello e insieme di soddisfacente per l’anima e per i sensi” … Il sole spariva in maree sfolgoranti di colori, i canti ed i suoni d’orchestrine deliziose offrivano i momenti più spettacolari. (Principe Metternich)

La palazzina settecentesca, progettata da Carlo Vanvitelli nel 1782 fu edificata su un preesistente isolotto, e come una ninfea si apre alla natura circostante con terrazzi e ampie finestre. Ancora oggi, offre al visitatore la sensazione di trovarsi sospesi sulle acque del lago e di grande suggestione sono si presenta al tramonto con l’architettura dei riflessi.
Su richiesta e al raggiungimento di min. 15 persone possibilità anche di cenare.

Quota associativa + ingresso: 8€ oppure con
degustazione alle Cantine la Sibilla: 15€

Prenotazione obbligatoria

Info e contatti Dario Sebastiani cell.: 3385461974
cell: 3490965189 Gabriella

Associazione Il Diario Del Viaggiatore
Casina Vanvit

VIAGGIATORI – una serie di racconti – La sfida – parte prima

5 Città di Pozzuoli

La sfida – parte prima

Quante partite nello scalo merci delle ferrovie avevano giocato; al pomeriggio prima di mettersi a studiare si ritrovavano nel piazzale all’ingresso della Stazione della Metropolitana di Pozzuoli; si contavano e quando il numero lo permetteva si andava a giocare. Intanto con il pallone di cuoio quello regolamentare si palleggiava sulla strada. Allora le auto circolanti non erano molte e quando arrivavano si chiedeva agli automobilisti di parcheggiare più in là. La porta, virtuale, era nel muraglione della villa signorile che affacciava sulla piazza: si sistemavano degli oggetti reperiti casualmente (a volte erano i nostri giubbini arravugliati, altre volte dei mattoni di tufo) per delimitare lo spazio orizzontale della “porta”; per l’altezza si andava “ad occhio” ma, ad ogni modo, quando il numero dei convenuti era consistente si spostavano all’interno dello Scalo. A volte, considerando questa pratica un allenamento, affittavano un campo di calcio con il contributo di tutti e si sfidavano fra di loro oppure sfidavano altri gruppi come il loro, mettendo in palio “pizza e birra”.
Era la fine di un mese di ottobre ancora caldo; molti già discutevano su come il clima fosse cambiato. Era il 1966.
Alberto spesso si recava nell’isola; di solito vi trascorreva la bella stagione ma anche qualche fine settimana. Là poteva respirare aria buona, godere della libertà dai vincoli, a volte apprensivi, della famiglia. Aveva un gruppo di amici con i quali condivideva alcune passioni, teatro e musica. Aveva costruito anche qualche timida relazione, ma niente di importante e di fisso, con una ragazza del luogo, amicizia e nulla di più per accordo reciproco. Seguiva – da tifoso – una delle squadre di calcio locali, dove giocavano altri amici ed amici dei suoi amici. Ed una sera, una domenica di metà settembre, raccontò loro del gruppo di amici della Metropolitana, elogiandone le qualità tecniche, quasi a sottolineare la loro possibile superiorità: quasi! Ma agli “isolani” sembrò certa la provocazione di Alberto nei loro confronti. Ed il guanto della sfida fu gettato.
A quei tempi nel gruppo della Stazione tutti erano studenti, molti al Liceo Classico, una parte all’Istituto Tecnico e, tranne un paio di loro che erano già all’Università, frequentavano l’ultima o la penultima classe del corso di studi superiori. L’occasione buona sarebbe stata quella delle vacanze dei Santi e dei Morti che, con il 4 novembre, Festa dedicata all’Armistizio di Villa Giusti che nel 1918 concluse la prima guerra mondiale, e con la concessione di un “ponte” il sabato 5 componeva un utile filotto. E così si strinse un patto fra Alberto e gli “isolani” per una sfida ufficiale nel primo pomeriggio del giovedì 3 novembre.
La banchina, quella mattina, era sgombra; la notte il vento era stato così forte da aver provocato la caduta di alcuni cartelloni pubblicitari lungo il viale di accesso al porto…ma il cielo era sgombro di nubi quella mattina. Non faceva molto freddo. Il mare nel porto di Pozzuoli, protetto dal lungo molo caligoliano alla fine del quale vi era un faro abitabile, piccolo ma ugulamente maestoso, appariva calmo. Alberto con i suoi amici si avviarono, dopo aver acquistato i biglietti di imbarco ed aver controllato anche gli orari per il ritorno, verso quella che ancora allora chiamavano la “Cumana”, in ricordo del fatto che già dall’Ottocento e poi fino a metà Novecento il collegamento fra Procida e la terraferma si svolgeva prevalentemente da Torregaveta, “terminal” della Ferrovia per l’appunto detta “Cumana”. Dopo il controllo dei biglietti, salirono a bordo. Al di là del personale non vi erano molti altri passeggeri.

…continua

563537_329377607150335_456347080_n

NON E’ PIU’ TEMPO DI INFINGIMENTI IPOCRITI

GiuseppeMaddaluno-150x150

Le strutture regionali del Partito Democratico (perlomeno quella toscana) si accorgono negli ultimi giorni che mancano solo poche settimane alla fine del 2014 ed il tesseramento è crollato. A meno di “miracoli” come quelli che si erano verificati negli anni dei “signori delle tessere” che raccoglievano centinaia di adesioni reclutando anche i “passati a miglior vita” (abitudine che in misura ridotta si è verificata anche in anni e tempi recenti, ancorché recentissimi, con persone che accedevano ai seggi delle Primarie – quelle riservate esclusivamente agli iscritti, si intende – senza nemmeno conoscere luoghi e modalità per espletare il tanto desiderato diritto), difficilmente verrà recuperata la gran parte dei tesserati. La sensazione che prevale è che vi sia cecità ed Ipocrisia nel non voler accettare che la nuova “linea” del Partito è in netto contrasto con la stragrande maggioranza dei militanti e che non occorra rivolgersi ai Coordinatori dei Circoli perché sanino con la collaborazione dei massimi Dirigenti locali regionali e nazionali i ritardi; ma bisogna che quei Dirigenti si armino di buona e solida volontà e vadano ad iscrivere perlomeno il 10% di quella fresca vigoria che cittadine e cittadini neofiti della Politica hanno evidenziato nel corso delle belle Primarie. Non è più tempo di infingimenti ipocriti; il Partito Democratico di tantissimi di noi non esiste più. C’è solo un Gruppo di Potere assetato da decenni di digiuno che è riemerso dai bassifondi desideroso di comandare, affidando le proprie sorti a chicchessia ne fornisse le occasioni propizie.
In effetti i Circoli possono rinascere con il contributo dei “nuovi”, a patto che sappiano divertirsi nel farsi in quattro per organizzare eventi, cene, iniziative, le Feste, i dibattiti; andare a parlare con le cittadine ed i cittadini, casa per casa, mercato per mercato, utilizzando le proprie ferie per sostenere fattivamente le Feste senza auspicare per sé nulla in cambio ma semplicemente per generosità ed altruismo, per cooperazione e condivisione. Si iscrivano i giovani rampolli dell’imprenditoria e dell’Industria locale, le famiglie dei banchieri e delle Finanziarie; si organizzino pure le convention e gli aperitiva per pottini vecchi e giovani. Non c’è più posto per la vecchia guardia e forse di questo bisognerà anche ringraziarvi; se non altro la responsabilità della fine non sarà addebitabile ad essa. Il mondo non è solo così grande ma è anche molto diverso e vi è una grande ricchezza, una grande bellezza da utilizzare. Personalmente l’ho detto e l’ho scritto: cambio verso, IO cambio verso! Ma non a chiacchiere!

VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 6

FOTO per Blog
Viaggiatori – I giorni 1972 – parte 6

Il fischio della nave. Gli anelli dell’ancora salire, rumorosi.
La riva allontanarsi, la gente, l’isola, man mano più lontana, sempre più piccola.
Padroni della nave. O quasi. Tanta, tanta gente era scesa. Il vecchio penitenziario di Santo Stefano, dove erano stati, tra i tanti, Settembrini e Pertini, mi dava ora l’idea di un vecchio inoffensivo castello. Dissi tra me e me: “Un giorno ci vengo. Un po’ di vacanza. Mi ricordava la Terra Murata di Procida.
Pioveva. “Cos’è la vita?!” Una domanda oziosa. Una risposta filosofica interminabile. Una domanda inutile e secca “Cos’è la vita?!” Una risposta lunghissima. Pioveva. Pioveva. La mano nella mano. Tuoni, fulmini, portoni; fulmini, tuoni, portoni; mare, tempesta. Pioveva. Capelli bagnati, ginestre profumate, capelli bagnati, profumo di ginestre. La mano nella mano. Una corsa sul bagnato a cercare portoni ospitali. Presenti e vivi. Al pomeriggio, il sole. Presenti e vivi.
Avevamo lasciato Ventotene che era quasi il tramonto. Il coraggio di essere tra pochi ci permise di mandar giù qualche panino.
Si andava avanti verso il Sole. Progetti, programmi. L’isola era vicina, ormai.
La donna dal naso semi-adunco sedeva accanto ad un signore dall’aria tedesca, completamente soggiogato da quella. Il suo stile di donna di vita e la sufficienza che ostentava mi davano ai nervi. Vedevo quel signore, prigioniero. E forse davvero lo era.
Nervosi entrambi, più tardi passeggiavano a turno come se fossero custodi vigili di un tesoro nascosto in qualche parte della nave. Chissà dove.
C’erano poi anche altri due innamorati. Due belle figure, di quelle difficilmente descrivibili perché normali. Vennero a sedersi accanto a noi. Si servirono delle nostre carte, dei nostri opuscoli. Ringraziarono. Ponza continuava ad avvicinarsi tra l’irradiazione atmosferica. Poi, diventata più chiara la visuale, vedemmo anche Zannone. Gli scogli della Botte sulla sinistra sembrano dapprima un’imbarcazione. Ma poi man mano che ti avvicini ti accorgi che son fermi…
Vedemmo il sole tramontare dietro il monte e l’isola diventare sempre più grande, più nitida.
“Se mi stanco, te la vedrai tu, se mi stanco te la vedrai tu”:
Eravamo già stanchi e ci aspettava ben altro che il riposo. Un viaggio in nave, specie quando è lungo e scomodo, stanca. I nostri occhi non dicevano niente di buono, ma la verità-
“Non appena arrivo, ti telefono” era stata la promessa a mia madre. Ed era tardi. Era di certo in pensiero. Sicuramente.

fine parte 6

Ponza

VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA, L’ETERNO RITORNO – prima parte

Immagine mia

VIAGGIATORI (da un dattiloscritto degli anni Sessanta)
PROCIDA – L’ETERNO “ritorno” – prima parte

“Novembre, il cielo ancora azzurro, i campi disadorni e i fossati verdi…A te ritorno, isola, così un nocchiero rivede la sua terra e s’inchina a baciarne le prime zolle…
ANNI CHE NON TI RIVEDEVO! che non assaporavo la tua quiete, nel percorrere le tue stradine, le viuzze con balconi foriti e le comari con i loro pettegolezzi “quasi” per riservatezza muti”
Sembra come se doversi limitare al solo porto, quando sbarcano i viaggiatori, l’isola di Procida! Ed invece nasconde dietro la falsa quinta delle sue prime case di pescatori una ricchezza immensa che, durante il mite autunno, è ancora parzialmente incorrotta. Il silenzio vi è smosso di tanto in tanto dalle grida stridule e possenti di qualche venditore, dal botto di un fucile, dal rombo di un areo straniero, dal clacson della corriera che si annuncia di lontano o che notifica la partenza.
“Ci siamo accorti troppo tardi che andava a finire così. Avevamo fatto di tutto per evitarlo, e tante parole inutili. Poi, improvviso, il mondo ci aveva assalito.”
La mia civiltà, la nostra civiltà è quella che ora noi tutti ignoriamo, anche se un giorno l’abbiamo avvicinata e l’abbiamo conosciuta. Civiltà di infanzia, civiltà di piccole cose, mondi eterni irripetibili, senza mai un ritorno, infanzia, fanciullezza, adolescenza, felicità, sorrisi.
Dovevo essere piccolo piccolo, pochi mesi o poco più di un anno. Le braccia del nonno materno, Vincenzo, le sento ancora e mi vedo in una stanza che solo ora mi è ben nota, dal pavimento uguale a quello di una vecchia casa mia, tenuto stretto da un fantasma, una forma senza tempo come l’aria, il cui volto posso solo intravedere da un ritratto, ingiallito dal tempo, nel quale il busto del nonno sembra emergere dalle nebbie.
Uguale allo zio, il nonno, con un paio di baffi che certamente avrò toccato e tirato nelle innocenti smanie di un bambino.
Soltanto questo, ricordo di mio nonno.
Ho poi vissuto gran tempo lontano ed il mio ritorno si è fatto man mano più rado, le mie visite frettolose col passare degli ani.
“Ma non potrò dimenticare i luoghi, le persone che mi sono state e mi sono più care, che ho lasciato non troppo ma pur sempre lontane.”
I giochi da bambino sono per me il desiderio più represso ma non trovo – e forse nemmeno ricerco – altre persone capaci, comprensive e pronte a sognare con me; e tutte sarebbero pronte a denigrarmi.
Vado passeggiando giù per i viali terrosi stretti e gli alti fossati che mi videro saltellante gioioso ranocchio insieme ad altri spensierati fanciulli, per sfuggire l’attanagliante noia dei tempi che avrebbe facile vittoria nell’adulto bambino che mi ritrovo ad essere, che sono, l’accidiosa involontà di essere un verme strisciante ed il desiderio represso di volare al di sopra degli altri, come nei sogni notturni che avevo da bambino, una cosa piccina, molecola sconosciuta ed invisibile del grande infinito universo.

1- continua

limoni