“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

Pace e diritti umani

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

…Rinunciando al diritto di fare male agli altri permette però che il proprio diritto alla vita venga salvaguardato e questa è l’unica concessione di libertà che gli uomini sono disposti a fare. Di conseguenza per esempio la pena di morte è assolutamente assurda rispetto a questo principio, perché nessuno volontariamente cederà mai non solo una libertà superiore a quella di non fare il male ma non cederà mai a nessuno il diritto di decidere sulla possibilità di spegnere e di distruggere la sua vita, cioè nessuno cederà mai liberamente la libertà di disporre ad altri della propria vita, per cui la pena di morte già dal punto di vista teorico è illecita, perché nessuno permetterà mai agli altri di farlo in maniera spontanea, e di conseguenza la morte esercitata come pena altro non è che il ripristino di quel primitivo Stato di guerra, in cui tutti gli uomini si coalizzano, in cui tutti gli appartenenti alla società si coalizzano come a dire “sono in guerra” contro un elemento di essi che venga reputato nocivo o comunque molto pericoloso per le sue sorti. E’ questa poi la giustificazione della pena di morte precedente a Beccaria,per i teologi come San Tommaso d’Aquino o i filosofi che possono essere anche grandi esponenti della cultura filosofica dei secoli precedenti, da Bacone a Spinoza e che consideravano la pena di morte lecita proprio come strumento di difesa dalla parte della società.
Il paragone più frequente che viene fatto e viene poi ripreso è proprio quello del cane rabbioso, del cane ammalato di rabbia che va soppresso perchè il suo morso può contagiare e rendere gli altri a loro volta ammalati, quindi una funzione profilattica, una funzione di difesa della società nei confronti di un suo membro che sia negativamente inteso a minacciarne l’assetto, la struttura e la possibilità di propagazione e sviluppo.
L’obiezione di Beccaria è che appunto da un lato nessuno e vi leggo il passo dal paragrafo 28 di “Dei delitti e delle pene” nessuno accetterà mai di essere giustiziato in nome di un interesse pubblico così rilevato. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi, esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano sia la volontà generale che l’aggregato delle particolari, chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto come si accorda un tale principio con l’altro che l’uomo non è padrone di uccidersi e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre si è dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessario ed utile la distruzione del suo essere.

“Ma, se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria avrò vinto la causa dell’umanità” dice Beccaria.

…7….

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

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…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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…(“Dei delitti e delle pene”) è il primo trattato, il primo caso di legislazione criminale nel quale viene limitato contemperato ed arginato quello che era uno dei punti dolenti della pratica della giustizia non solo del ‘700, l’arbitrarietà dei giudizi e la discrezionalità del potere dei giudici; quindi abbiamo un piano di legislazione criminale, un’analisi dei meccanismi di punizione e di controllo della società non solo molto precisa o rispondente ad un piano generale che è quello appunto della ricerca della felicità come fine ultimo del consorzio sociale, ma anche l’idea di un patto sociale che si sviluppi e si articoli fra uomini che sono in certa misura eguali gli uni agli altri e questa idea di fondo è quella che scandalizzò i contemporanei e che appunto attirò a “Dei delitti e delle pene” il consenso entusiastico dei filosofi, non so, pensate che Voltaire scrisse nel 1765 un commentaire di “Dei delitti e delle pene” quindi non solo aderì in pieno a questo spirito ma si sentì in dovere di farlo conoscere al pubblico francese attraverso la propria opera di commento; dicevo non solo suscitò l’entusiasmo dei filosofi ma suscitò anche però l’acredine e la violenta risposta, la violenta ripulsa da parte di pensatori non solo reazionari ma anche legati ad esempio alle gerarchie ecclesiastiche; pensate che “Dei delitti e delle pene” nel 1771 viene messo all’Indice dei libri proibiti cioè fino al 1980 come un libro maledetto anche se nessuno si è mai curato molto di questa proibizione, il libro è stato tranquillamente letto ed utilizzato dai penalisti e dagli uomini di governo, però devo dire che questa permanenza all’Indice fa pensare e pensare male appunto dello spirito di tolleranza che regnava almeno negli anni finali del ‘700 nelle gerarchie della Chiesa.
Il libro veniva visto come un libro eretico che infrangeva e metteva fine o comunque dichiarava come caduto un principio fondamentale della legislazione ma soprattutto uno dei principi su cui si reggeva la natura degli stati sovrani, cioè l’idea dell’investitura diretta da parte di Dio del potere del Sovrano. Il patto sociale, la convenzione tra gli uomini che rende possibile la convivenza tra di essi è qualcosa di oggettivamente umano ed è legato alla sanzione di un contratto sociale che interviene tra gli uomini per necessità e per convenienza. In questo Beccaria riprendeva anch’esso in pieno l’insegnamento del suo maestro, di quello che considerava il suo maestro, cioè Jean Jacques Rousseau ed al contratto sociale di Rousseau cui Beccaria continuamente si rifà, si rifà dal punto di vista generale per cui se la natura del patto sociale del contratto sociale è quella di una cessione di libertà da parte di ognuno dei suoi membri nei confronti di un’unica volontà o centro di governo, di modo che questa cessione di libertà impedisca la caduta e l’impossibilità di ogni forma di controllo e soprattutto di convivenza civile. La cessione di libertà avviene per dare agli uomini la possibilità di vivere sicuri e di non essere all’interno di quella situazione di guerra di tutti contro tutti, che contraddistingueva lo stato di natura, cioè se lo stato di natura è contraddistinto dal conflitto di tutti contro tutti l’unico modo per mettere fine a questa guerra tra tutti gli uomini è quella che ognuno di essi rinunci al diritto di far male agli altri.

No alla pena di morte

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

Ho più volte parlato della mia passione per il Cinema ed in una serie di post intitolati “Da giovane…. etc etc etc” ho riportato alcuni articoli da me scritti sempre collegati però alle mie attività di cinefilo. Tra le tante c’è stata anche una mia provvisoria collaborazione con una rivista tra le più prestigiose ancora in auge, “SegnoCinema”, ai suoi albori.
Uno dei miei scritti è nel n. 10 (attualmente siamo al numero 222) e si riferisce ad un Festival che celebrava la 13° Edizione (attualmente siamo alla 49°): mi riferisco al Giffoni Film Festival che da quest’anno si chiamerà “Giffoni Experience 2020”. In quegli anni (siamo nel 1983) viaggiavo per Festival (Venezia, Pesaro, Cattolica, Firenze) per conto dell’ARCI UCCA (Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI) e sviluppavo alcune mie passioni. Il lavoro – quello più importante per me della scuola – e la famiglia mi impegnarono in una direzione diversa, anche se poi cercai di essere utile a Prato ed alla vita sociale culturale e politica di questa città.
L’articolo di cui riporto ora il testo è a pagina 41 del numero 10 di “SegnoCinema” datato novembre 1983.
Il Festival di Giffoni è nato dall’idea di costruire in una realtà prevalentemente agricola nell’entroterra salernitano una occasione per un Cinema prevalentemente dedicato al mondo giovanile. L’idea venne ad un ragazzo, Claudio Gubitosi, che ancora oggi lo cura in prima persona, anche se è diventato adulto e maturo, un po’ di più il suo ideatore molto meno il Festival.

“Quel piccolo grande festival” a Giffoni Valle Piana

Un piccolo centro nell’entroterra della provincia di Salerno ospita ormai da ben 13 anni una rassegna cinematografica fra le più interessanti ed importanti, anche se scarsamente conosciuta e poco valorizzata. Giffoni Valle Piana punta la sua attenzione sin dal 1971 (anno della 1° Rassegna) sulla produzione per i ragazzi ma questo Festival si ritrova ad essere scarsamente valorizzato anche e soprattutto per colpa della miopia (o cecità) di gran parte degli uomini politici che sinora hanno sovrinteso alle problematiche , alle scelte ed alle aspettative della nostra cinematografia. In questa edizione del 1983 l’Italia addirittura non solo era assente dalla competizione (il che non sarebbe nemmeno tanto grave), ma aveva nelle iniziative di contorno una scarsa ed irrilevante importanza: gli unici film italiani erano “Colpire al cuore” di Gianni Amelio, “State buoni se potete” di Luigi Magni, “Corri come il vento Kiko” di Sergio Bergonzelli ed alcuni audiovisivi di carattere didattico.
Grande merito va agli organizzatori del Festival (ed in particolare al direttore artistico, Claudio Gubitosi), che con caparbietà, professionalità ed entusiasmo perseguono da alcuni anni l’obiettivo di favorire la realizzazione di un cinema che, fatto per i ragazzi, sia gradito anche agli adulti e di divulgare la conoscenza di questa produzione ampliando sempre più la partecipazione di nuovi paesi (quest’anno è toccato alla Repubblica Popolare Albanese ) per un totale di 22 nazioni partecipanti – in concorso e fuori – alla 13° Rassegna). Il disinteresse, di cui prima parlavamo, è stato evidenziato dallo scarso successo di partecipazione ottenuto dal convegno “Le parole mancate”, organizzato nell’ambito della Rassegna: lo stesso E.G. Laura che doveva figurare come conduttore è arrivato in ritardo e si è accontentato del ruolo di “personaggio muto” facendo solo numero tra i pochissimi critici e giornalisti presenti in sala. Il convegno, invece, è apparso sostanzialmente centrato sui problemi reali della cinematografia per i ragazzi. Interessanti sono apparsi i contributi di Maria Luisa Negriolli dell’ ANCCI, di Pasquale Sabbatino dell’ Avanti! e del presidente dell’ ANEC, Luigi Grassi che ha svolto un duro attacco alla politica delle televisioni private.

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Nel tempo del Coronavirus – alcune attività e riflessioni

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Nel tempo del Coronavirus – alcune attività e riflessioni

Non c’è dubbio: nel tempo del bisogno si riconoscono le amicizie lunghe, quelle che – comunque vada – conteranno. Ovviamente, parlo di “bisogno” reciproco, collettivo, condiviso. Sotto questo aspetto, molto utili sono i “social”. Nessuno può sentirsi solo con questi strumenti: si comunica più di quanto non si facesse prima ed a nessuno verrebbe in mente “ora” di sottolineare l’inutilità dell’uso di essi; anche quello parossistico di cui spesso sono stato accusato – devo dirlo? – ingiustamente.
In questi giorni di reclusione forzata, incolpevole, abbiamo molto da fare: che strano? Non ce ne eravamo accorti prima: non ci si annoia, per niente, e fondamentalmente, finisce per piacerci questo ritmo che non è per niente lento, anche se meditato e pieno di belle sorprese. A dirla pienamente cominciamo a renderci conto che la nostra vita fino a qualche settimana fa era scandita da ritmi inutilmente infernali.
A me, poi, cui piace il Cinema, rivedo vecchi capolavori e vado alla ricerca di nuovi prodotti di livello medio-alto. Prima erano le sale cinematografiche a partire da quelle fumose dei “cinemini” di periferia e le “matinèè” festive ed estive, queste ultime soprattutto “arene” vicine al mare come quella di “Nuovo Cinema Paradiso”.
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Poi vennero le proiezioni domestiche di materiali in 16 mm che mi venivano spediti dalle varie Ambasciate, il Canada e la Germania Ovest; c’era una vecchia credenza veneta, dal quale facevo scendere un lenzuolo e furono i tempi e la scoperta di Murnau, Wegener, Lang, Vigo, Clair, Carné, Renoir e McLaren. Poi la passione per i Festival e per le sale d’essai, a partire dalla “Giovanni XXIII” di Bergamo bassa per andare allo Spazio Uno di Firenze ed alla nascita del Terminale qui a Prato. Oggi – poi – riesco a vedere di tutto. Ho migliaia di file (non riesco più a contarli e chissà che in questo periodo non li catalogherò tutti); e posso segnalare all’attenzione un po’ di prodotti. Può servire, questo, a diluire la tensione di un tempo che a tanti può apparire pesante da sopportare.

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Guardo anche la TV. Forse è la parte meno esaltante: mette in evidenza l’eroismo di tanti, ma anche la sottolineatura delle sconfitte, della incapacità a fornire una spiegazione valida su tanti aspetti. Ci girano e ci rigirano intorno ed a volte si ha la sensazione che in qualcuno vi sia un perfido cinismo, quasi una rivalsa sulle proprie dicutibili competenze. L’ho letta nel sogghigno di una tra le più quotate scienziate italiane, che non ha ancora chiesto scusa agli italiani per la sottovalutazione dell’epidemia valutata né più né meno a livello di una sindrome influenzale. E la “signora” in una recente sortita, di poche ore fa, ha preteso di poter parlare del “dopo”, affidandosi ad uno sciovinismo “femminista” di dubbio – anche questo – valore, andando ad affermare che il “futuro” sarebbe da affidare – ho avuto la sensazione che fosse un occhiolino all’imprenditoria famelica ed alla finanza ottusa – alle donne, visto che percentualmente sono di gran lunga le meno colpite da questo “virus”.
Imprenditoria e finanza che mal digeriscono il blocco delle attività, dimostrando una fortissima sensibilità al guadagno ed un’insensibilità verso i problemi che stanno colpendo la parte più debole del Paese, si ergono, entrambi, insieme ai loro sostenitori politici, come se fossero difensori dell’Economia e del Lavoro, anche se finora non lo hanno mai evidenziato, in realtà a difesa dei propri limitati interessi.
Certamente l’Impresa quando è soprattutto ad evidenza sociale va tutelata e difesa ed in questi settori la mano del pubblico deve essere protettiva.

A questo proposito ricordo il dettato costituzionale all’
Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

CORONAVIRUS: e dopo?

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CORONAVIRUS: e dopo?

Occorrerà stare ben attenti a quel che succederà dopo: le prospettive, a leggere alcuni post di gente che un po’ di sale nella zucca dovrebbero averlo, non sono affatto rosee. In tanti, troppi, che pure stanno rispettando – anche se a malincuore – le restrizioni “domiciliari”, le accettano nell’attesa che “tutto” ritorni come prima.

Dopo questa esperienza l’umanità – anche quella parte di essa che ci appartiene in modo più vicino e diretto – dovrà rivedere molti dei suoi comportamenti. Ovviamente, anche per l’età che ho, ciò riguarderà la parte che ora è più giovane: ma non mi sottraggo ad un ruolo che mi appartiene di diritto e cercherò di impartire lezioncine ai sopravvissuti, sperando comunque di poter essere ancora per un po’ tra questi ultimi.
Comprendo pienamente che si andrà incontro ad una riduzione della socialità così come l’abbiamo finora conosciuta e dovremo limitare gli assembramenti oceanici che tanto appassionavano i leader politici di ogni schieramento. Allo stesso tempo bisognerà salvaguardare la Democrazia, il rispetto delle regole comuni democratiche condivise tra le diverse classi sociali, utilizzare strumenti per mantenere questi equilibri adattati in un tempo di post crisi che non si annuncia breve e che potrebbe diventare “normale”.
Dobbiamo porci questi obiettivi in modo preventivo e questi giorni di riflessioni più o meno imposte anche dalla sedentarietà dovrebbero e potrebbero essere meglio utilizzati proprio in tale direzione.
In realtà in questi giorni si continua a discutere di tutti i temi: la Sanità, il Lavoro, la Scuola, l’Economia, la Cultura, il Turismo, le Infrastrutture, i Rapporti con il resto del Mondo sono tra quelli che mi vengono in mente solo a pensarci un attimo. E ne discutiamo con un “prima”, un “durante” ed un “dopo”, anche se l’urgenza ci fa privilegiare soprattutto il secondo ed il primo dei “tempi”, mentre poco si riesce a discutere intorno al “terzo tempo”: quello del “futuro”. Ed invece sarebbe opportuno avviare delle serie riflessioni su come, sulla scorta delle esperienze concrete, lavoriamo intorno alle prospettive.
Può, ci viene da chiederci, l’Economia e l’Imprenditoria e la Finanza continuare ad egemonizzare i ritmi dell’umanità? Soprattutto potrà esimersi dall’ assumersi la responsabilità di una disumanizzazione dei processi produttivi; potranno continuare, i suoi sacerdoti, a non riconoscere la prevalenza dei fattori umani nella creazione di ricchezza?

THE MEDIATOR BETWEEN HEAD AND HANDS MUST BE THE HEART!
IL MEDIATORE FRA MENTE E BRACCIA è IL CUORE!

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

…La presenza delle terme a Pozzuoli (ed esse erano numerosissime), importante fattore economico e culturale, trova nella penna appassionata di Pietro da Eboli la sua collocazione letteraria nel tempo. Pozzuoli viveva allora un’atmosfera allegra nel ricordo dei suoi più bei giorni, alloraquando sulle sue coste approdava gente appartenente ad ogni ceto, ad ogni nazione. Durante tutto questo tempo sappiamo che Pozzuoli, il cui significato etimologico del nome è ancora incerto, alternò periodi di benessere a quelli di crisi in massima parte dovuti proprio ai sopraccennati lenti movimenti del suolo (è questo il significato della parola “bradisisma” derivata dalla lingua greca dove bradys è “lento” e sismos “movimento, scossa, terremoto”). Non va dimenticato che anche noi viviamo uno di questi periodi di crisi.

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Nello stemma di Pozzuoli vi sono sette teste. Di aquile o di galli, questo è il problema. Qui diciamo che sono aquile, anche perché tra galli e aquile preferiamo che siano queste ultime in quanto rappresentano di certo una maggiore nobiltà e una più nobile virtù rispetto a quanto non faccia il simbolo dei galli. Ma in questo campo, data l’ambiguità dello stemma riguardo alla parte superiore delle teste dove c’è chi ha voluto vedere teste di galli e chi, al contrario, corone di aquile reali tutto viene lasciato all’immaginazione e, per dir così, all’intuizione. Ma “sette teste” cosa potrebbero significare? Poichè nei testi di storia leggiamo che sette furono i martiri cristiani, forse addirittura puteolani, condannati a morte e giustiziati ( essi sono: Sosio, Gennaro, Desiderio, Festo, Acuzio, Eutichete e Procolo, attuale protettore della città di Pozzuoli ), possiamo arguire che ad essi si riferisca lo stemma e che le teste siano dunque di aquile, capaci di volare a maggiori altezze dei galli. Ma la storia ed altre varie supposizioni parimenti credibili ci parlano delle sette famiglie nobili puteolane e forse, ad una lettura più laica, questa è la più valida tesi, in quanto molto probabilmente furono queste famiglie a voler riunire nello stemma le loro forze. Le due tesi ad ogni buon conto si fronteggiano parimenti.

Se Napoli è la città che vive nei vicoli e se questi, quasi da soli, bastano a darle un senso di vita, Pozzuoli che pur le è vicina è tutta nei paesaggi, nelle sue incantevoli bellezze, nel suo verde ancora tale. Ma allorquando ci spogliamo del vestito di turista e ritorniamo a guardare con occhi scanzonati questa nostra cara città, passeggiando per le sue strade e discorrendo con la sua gente, della quale anche noi facciamo parte, ci accorgiamo che non tutto è perfetto, che anzi tante cose vanno male.
Le nostre strade troppe volte sono sporche, e non bastano gli spazzini comunali. Ma la colpa, a badarci bene, non è del Comune, non è degli spazzini. Siamo noi, gente del posto, a non avere un adeguato senso civico, a non aver capito che Pozzuoli per la sua storia appartiene al mondo intero e che per questo deve essere rispettata e salvaguardata da tutti i possibili pericoli di speculazioni (i cui esempi oggi non mancano) che deturpano il paesaggio occultando, ogni volta che lo possono, preziosi documenti architettonici archeologici.

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – quinta parte (vedi post 18 febbraio 2020)

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Oggi può sembrare ovvio che intellettuali milanesi del secolo XVIII ed in particolare gli aderenti all’Accademia dei pugni voluta fortemente da Alessandro e Pietro Verri alla quale non solo Beccaria aderì fra i primi ma di cui fu uno degli animatori, non è a dire appunto che gli intellettuali che facevano parte di questa accademia non fossero intinti, impregnati, pieni di cultura francese, ma è anche vero, caso anch’esso raro, rarissimo anche nella cultura italiana del ‘700 che qui fossero gli italiani, fossero gli illuministi italiani ad insegnare qualcosa ai filosofi francesi dei quali non solo avevano ripreso ma dai quali avevano attinto la principale ispirazione per la loro opera di riforma della cultura ma soprattutto dell’Amministrazione e per l’instaurazione della felicità pubblica in Lombardia.
Non è un caso infatti che il piano di legislazione criminale di Beccaria abbia come intento non soltanto la riforma del codice penale, ma anche la riforma della società che tale codice penale deve in certa misura sostenre, nel senso che è impossibile e questo ovviamente è un dato di fatto con il quale i legislatori continuamente e quotidianamente si scontrano, è impossibile riformare in astratto un codice penale o civile se non si porta avanti contemporaneamente una conseguente riforma della società ne della cultura inerente a quella società stessa.
Il piano di Beccaria quindi prevedeva la costruzione ed il consolidamento di una società come egli scrive nell’Introduzione a “Dei delitti e delle pene”, una società nella quale gli uomini fossero tenuti insieme da un patto di uomini liberi ed in cui valesse il punto di vista della massima felicità divisa per il maggior numero. Per cui anche il codice penale, anche il codice criminale, come si diceva allora, deve avere come fine non il regno del terrore, non la punizione severa e spietata delle pene, ma il conseguimento di un ideale di felicità passivamente diffuso tra gli uomini. Per cui non solo le pene devono essere miti ma devono essere commisurate alle colpe e comminate in misura tale da renderle alla fine il più possibile inutili, il che costituisce la grande utopia di Beccaria cioè l’addolcimento delle pene in maniera tale che non siano più necessarie a guidare ed indirizzare gli uomini, ma già l’idea di una mitigazione delle pene e dell’abolizione dei supplizi costituisce un atto che non solo era allora anticipatore e sconvolgente ma lo è tuttora.

Prima di passare all’analisi del paragrafo sulla pena di morte infatti a me preme dire una cosa alla quale tengo particolarmente, e che l’importanza di “Dei delitti e delle pene” non è soltanto quella di essere il primo testo di legislazione criminale nel quale la pena di morte viene rifiutata perché inutile e non adeguata al proprio scopo ed al proprio obiettivo.
“Dei delitti e delle pene” è un testo fondamentale perché per la prima volta viene dichiarata inutile, assurda e nociva la pratica della tortura che era diffusissima all’epoca e non solo……

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Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.
Questi due signori affianco a me sono i fratelli Verri, divennero tutti e due conti e Pietro Verri (quello piu a destra) fu un filosofo, un economista, uno storico e uno scrittore italiano mentre Alessandro Verri (quello a sinistra) fu solo scrittore e e letterario italiano.

SERI sì, ma non abbattuti e piegati – il Coronavirus ha già fatto tanti danni e bisogna limitarlo nella sua voracità!

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SERI sì, ma non abbattuti e piegati – il Coronavirus ha già fatto tanti danni e bisogna limitarlo nella sua voracità!

C’è poco da scherzare ma non si può nemmeno essere draconianamente fustigatori verso un “popolo” (del quale più o meno facciamo parte) che da un giorno all’altro è andato incontro ad un profondissimo radicale cambiamento di stili di vita e che è alla spasmodica ricerca di qualcosa che lo distragga (e non è per niente facile con i “bollettini di guerra costanti emanati dal tubo catodico).
Se ci è venuto da ridere, da sorridere, da rilassarci riflettendo su video o foto o altre composizioni varie, non possiamo né colpevolizzarci né tanto più lanciare la croce addosso a chi produce e diffonde queste amenità più o meno gradevoli o, se a qualcuno pare lo sia pure, di cattivo gusto.
Da sempre la “satira” ha diviso il mondo e non sarà certamente il Coronavirus a cambiarne la “mission”.

Ad ogni modo anch’io “oggi” sono “triste” e mal sopporto alcuni messaggi che mi sembrano delle grandi fesserie. Per non parlare delle “fake news” che circolano!

Già da qualche giorno pensavo che le battute, le ironie, le parodie scherzose, di fronte all’impietoso elenco dei contagiati e soprattutto di coloro che non ce l’avevano fatta a sopravvivere stessero diventando fuori luogo, e volevo parlarne. Vedo che ciò che pensavo, e che non avevo avuto la forza di esprimere, tutto di un botto è diventato in una parte di noi, amiche ed amici, compagne e compagni, urgente: accanto alla morte di tanti si è palesata quella di un compagno, che peraltro – oltre al comune sentire come vitale necessità quella di un profondo rinnovamento culturale e politico – era “giovane” e senza sintomatologie pregresse. Si sa, di quelli che vengono meno perché sono tra gli ottanta e i novanta e/o perché hanno importanti sintomatologie, si tende a farsene una ragione, anche se a nessun amico e parente puoi pretendere di chiederla. E infatti dopo le prime volte che da parte dei commentatori si faceva spallucce ora quasi sempre si dice l’età ma non si va oltre.
Il cattivo gusto però prosegue imperterrito a circolare sui nostri dispositivi e nelle diverse piattaforme social. Ho detto “cattivo gusto” perché il problema che abbiamo è nel suo complesso tremendamente serio. Non lo è diventato: lo è!!! Lo è stato e rimane tale; anzi va peggiorando.
Tuttavia – con grande sincerità – non mi piace mettere in croce coloro che affidano l’esorcizzazione della paura a scenette ironiche come la maggior parte di quelle che vado incrociando. Noi che abbiamo cominciato a soffrire in modo più diretto e che siamo diventati – pur lentamente – consapevoli della tragicità del momento non possiamo sanzionare tutti coloro che in un periodo di maggiore grande solitudine (su questo “termine” ovviamente discuteremo: in realtà si è più soli se non si sa variare il proprio sguardo o se non si è in grado di provare a farlo) trascorrono una parte del loro tempo in attività futili condividendo banali video scherzosi. Alcuni di questi video sono utilissimi a comunicare comportamenti “virtuosi” in modo leggero: sarebbe ottima cosa applicare quelle prescrizioni. Al limite, noi che riteniamo di essere più intelligenti e corretti dovremmo augurarci che, anche grazie a quei messaggi che oggi consideriamo troppo scherzosi ed ironici, tutto possa poi andare verso una conclusione felice e soprattutto nessuno possa essere colpito negli affetti più cari.

Joshua Madalon

MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 8 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio, la numero 4 del 17 febbraio, la numero 5 del 1° la 6 del 13 e la 7 del 17 marzo)

Obbedire

MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 8 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio, la numero 4 del 17 febbraio, la numero 5 del 1° la 6 del 13 e la 7 del 17 marzo)

8.
Abbiamo scelto per accennare alla “manipolazione programmata delle giovani menti” due “poesie” tratte da un libro scolastico (l’articolo determinativo sarebbe più corretto, ma l’abitudine democratica dei nostri tempi ci condiziona: si trattava infatti di un “testo unico”, “il” libro, che nella ideologia fascista si accompagna al moschetto, uguale per tutte le seconde classi del 1938 – anno XVI dell’era fascista): in esse traspare una singolare naturalezza con una propensione all’odio ed alla violenza della quale erano dotati gli “amministratori” di quel periodo.

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Ninna nanna

Sono questi in pratica gli esempi di come si vorrebbe “controriformare” la scuola italiana, di come si vorrebbe intervenire sui “libri di testo” a partire da quelli di Storia?
Eugenio Tinti non ha conosciuto per evidenti limiti di età (nell’anno della Marcia su Roma aveva già 23 anni) la scuola fascista ma ha contrapposto il suo socialismo permeato di pacifismo alla evidente carica di violenza che il Fascismo trasmetteva nemmeno tanto velatamente addirittura alle giovanissime generazioni (bambini e bambine di appena 7 anni): il moschetto che ritorna in entrambe le “liriche”, il messaggio che viene inviato addirittura sotto forma di “ninna nanna”, quel “lotterem fino alla morte” che è giusto presagio dei disastri bellici nei quali l’Italia sarebbe stata spinta dal Fascismo. E questo è purtroppo solo un limitato esempio del ricchissimo florilegio di cui siamo a disposizione, per ricordare ai nostri giovani che cosa è stato il regime fascista e quali siano gli esempi cui oggi si ispirano alcuni “nostalgici” dell’Ordine e della Libertà.

Marite, la figlia di Eugenio Tinti, ci ha voluto raccontare un episodio che la vide protagonista insieme al fratello a Firenze nella casa in Borgo dei Greci: erano gli ultimi giorni prima della Liberazione e si era scatenata anche a Firenze la caccia al partigiano, ai politici ai sindacalisti. Eugenio aveva come amico il Segretario dei minatori della Camera del Lavoro fiorentina e lo aveva nascosto in casa: qualcuno aveva denunciato la cosa ai tedeschi ed infatti una mattina questi si presentarono alla porta del Tinti: andò ad aprire proprio Marite con l’incarico di temporeggiare (“Erano soldatini tedeschi molto giovani e fu forse più facile mostrarsi sorpresi e guadagnar tempo mentre mio padre ed il sindacalista scappavano su per i tetti” dice Marite). Questo episodio tragico ed epico ci riporta con la mente alle contrapposizioni frontali che caratterizzarono particolarmente gli ultimi anni del conflitto mondiale: la Storia ci ha insegnato che nel corso del secolo XX quegli eventi si sono periodicamente ripetuti in altre terre a noi molto vicine, qui alle porte dell’Europa. Animare lo scontro sociale, creare forti contrapposizioni in alternativa all’unità progettuale potrà rappresentare un vantaggio per pochi a danno di tutti gli altri; quindi la lezione del Novecento non dovrebbe essere dimenticata: lo scontro sul piano umano rappresentava sempre una forte drammaticità, ma era allora uno scontro fra chi propugnava la libertà per tutti (tanto che, al di là di pochi casi, chi era stato filofascista potè continuare ad affermare la propria identità all’interno di una vera “democrazia”; e questo, sia ancora una volta ben chiaro, addirittura a danno di una parte considerevole – che si era battuta fianco a fianco con gli altri antifascisti e che fu impunemente discriminata al tempo della guerra fredda) e chi come obiettivo prioritario esaltava le differenze ideologiche a vantaggio del Fascismo e teorizzava la limitazione e l’abolizione delle principali libertà dell’uomo.
Bisogna ricordare ed opporsi a quanti, anche recentemente, hanno ventilato l’ipotesi di “ritoccare” i libri di Storia.
prof. Giuseppe Maddaluno
presidente Commissione Cultura
della Circoscrizione Est
del Comune di Prato

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