6 gennaio – COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale

COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale   .

Trovo che sia semplice da parte di un singolo cittadino avanzare proposte che difettano molto spesso nella visione della complessità. Pur tuttavia fino a quando non venga negata a ciascuno la capacità di intendere e di volere occorre mettere in moto le sinapsi ed esercitarsi alla ricerca di soluzioni possibili, anche se realisticamente, in queste particolari condizioni, possano apparire rivoluzionarie.

Tra le altre cose, non possiamo non prendere in considerazione che la pandemìa si sia rivelata nelle nostre contrade già da poco meno di un anno. E l’emergenza, se è tale, non può durare tanto. La sensazione è che si sia dato troppo potere ad un organismo tecnico scientifico senza un vero e proprio coinvolgimento delle categorie professionali “in toto”. Non posso negare che il ruolo del Comitato T.S. non sia (e sia stato) utile; e non posso negare che molto spesso l’organismo governativo abbia agito in parziale autonomia (come è in ogni caso logico che sia), calibrando gli interventi intorno alle necessità di singole e differenti categorie. La qual cosa, però, invece che affrontare e risolvere i problemi,  ha provocato un trattamento differente creandone ancor di più nella società, aumentando i costi sociali in maniera inverosimile: la diatriba intorno alle discoteche in estate, la telenovela della Scuola, l’aprire e chiudere gli esercizi commerciali ha messo in difficoltà intere catene produttive.

Lo ripeterò ancora una volta: dopo il tempo dell’emergenza (febbraio, marzo, aprile 2020) sarebbe stato logico attivare una struttura parallela che non fosse limitata alla parte sanitaria scientifica. Ora, forse, non è tardi. “Forse!”. Anche perchè si addensano nubi fosche sulla compattezza del Governo ed in ogni caso, non essendoci un’alternativa alle viste, è ben difficile procedere con una unità di intenti dell’intero Paese, di cui abbiamo urgente bisogno.  Anche per questo, ritornando ai luoghi dell’Arte e della Cultura (Biblioteche, Musei, Teatri, Cinema, Circoli e altro), non si è avuto il coraggio di riorganizzarli mantenendoli in funzione, attraverso sistemi di prenotazione obbligatoria contingentata al minimo. Il mondo amministrativo è andato “in vacanza”; in modo particolare, quello legato alla Cultura, che si è rivelato incapace di gestire il post-emergenza. Avrebbe dovuto progettarlo da subito ma è andato “in vacanza”. Una Biblioteca, un Teatro più che un Cinema, dipendono chi più chi meno dalla struttura pubblica (ci sono Teatri “privati” che tuttavia accedono anche a fondi pubblici) ed un Ente locale avrebbe potuto stabilire le modalità operative per l’accesso. Non è stata proposta altra soluzione al di là della “chiusura” totale. Un Cinema ha la possibilità di limitare l’accesso attraverso l’utilizzo di prenotazioni online o in ogni caso anche al botteghino. Non è stata proposta altra soluzione che la “chiusura”. Questo poteva essere sopportato in periodo di alta emergenza; non più di tanto. Ovviamente se non è stato provveduto fino ad ora ciò non significa che non lo si possa fare adesso.

Nel prossimo blocco proverò a sottolineare in modo critico ma propositivo la necessità di far ripartire le strutture periferiche istituzionali laddove, come per esempio a Prato, siano state smantellate.

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5 gennaio – COVID 19 – E’ l’ora di fare i conti con la Storia – parte 1

COVID 19 – E’ l’ora di fare i conti con la Storia – parte 1

Io non so se la classe politica, al di là delle diatribe di basso profilo “ideologico”, abbia avviato un percorso di riflessione seria intorno a quel che è avvenuto in questo ultimo anno. La sensazione mi fa rispondere di no. Ho l’impressione, per l’appunto, che stia ancora a rincorrere l’emergenza, che aveva un senso nella fase iniziale, quando si era complessivamente sorpresi ed impreparati.

E lo si era in definitiva “strutturalmente”.

In pratica l’organizzazione generale della Sanità a livello nazionale e regionale aveva puntato essenzialmente verso una creazione di un servizio “misto” tra pubblico e privato, dove quest’ultimo comparto ha agito concorrenzialmente fornendo servizi, pur se a pagamento (a volte con scarti minimi di convenienza), molto più rapidi ed efficienti.  Questa modalità è stata più volte denunciata dalle Sinistre (ivi compresa quella parte di aderenti al Partito Democratico che mal sopporta l’involuzione riformistica accentuata del suo stesso Partito) verso i quali rilievi critici tuttavia – allorquando si risponde (e cioè rarissimamente) – ci si trincera in opposizione con la bollatura di “ideologismi”.

Di fronte a questo “scenario” non è stato difficile comprendere che si fosse impreparati a fronteggiare un’emergenza così acuta e improvvisa (d’altronde le “emergenze” continuano ad imporsi in una realtà tendenzialmente riferibile ad interventi poitici caratterizzati da una visione disorganica e costruita con inganni) e non è stato un “mistero” neanche dover assistere a delle polemiche intorno ai “dossier” taroccati o spariti del tutto che hanno coinvolto il numero due dell’OMS oppure la sorprendente “farsa” del Commissario alla Sanità calabrese, che poco o nulla sapeva di quali fossero i suoi ruoli e le sue competenze e responsabilità.

Le denunce su quel che è avvenuto e che poteva essere in gran parte affrontato in modo più organico ed incisivo sono piovute da ogni parte: io stesso su questo Blog non ho risparmiato critiche, pur considerando la “colposità” degli organismi politici e governativi attuali.

Andiamo avanti ma con uno sguardo più attento a quel che abbiamo – e non abbiamo – fatto prima.

La Storia – quella nostra recente – deve farsi “maestra di vita”. Lo deve fare in modo urgente; non ci possiamo sottrarre ad avviare una sorta di “elaborazione del lutto” che ci consenta di superare la “crisi” e si attrezzi per riuscire a condurci verso tempi maggiormente sicuri, anche nel caso, per ora annunciato ma del tutto realistico, di nuove forme pandemiche. Lo deve fare assicurando la continuità delle attività produttive e commerciali “in toto”. Lo deve fare lasciando aperte le strutture scolastiche e quelle artistiche nel loro complesso.

Intorno a queste ultime vi è stata una palese sottovalutazione dei problemi insieme alla incapacità di procedere verso una organizzazione che poteva contemperare il prosieguo delle attività “in sicurezza”. Penso in particolare al settore artistico museale, teatrale e cinematografico.

Abbiamo assistito (non posso evitare toni polemici) ad una forma sciovinistica di esaltazione del ruolo del Ministro Franceschini, che a mio parere poco o nulla ha fatto per difendere quei settori di sua competenza in questa fase pandemica.

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4 gennaio 2021 – PACE E DIRITTI UMANI – XXIX (per la parte XXVIII vedi 9 dicembre)

Questi post vogliono fare da “corollario” utile a mantenere alta l’attenzione sui temi dei “Diritti umani” operando sulla ricorrenza “toscana”del 30 novembre.

Il 30 novembre del 1786 fu promulgato e pubblicato il “Codice Penale Leopoldino” voluto dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo. Il 30 novembre del 2000 per la prima volta la Regione Toscana indisse la Festa della Toscana, collegandola a quello straordinario evento:
per la prima volta nella storia del mondo moderno venivano abolite la tortura e la pena di morte . Questi post riportano la trascrizione degli Atti di un Convegno molto importante che si svolse in quella occasione presso il Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato

Parte XXIX

La battaglia incentrata su quel particolare episodio ha visto tra i protagonisti in prima fila uno dei nostri rappresentanti istituzionali più attivi e sensibili, il deputato onorevole Mauro Vannoni, che ha fatto parte anche della delegazione italiana che si è recata a Emporia in Virginia per chiedere il riesame del DNA di Derek Rocco Barnabei, allo scopo di poter creare le condizioni per uno scagionamento totale del condannato. Questo caso ha visto tanti cittadini, soprattutto tantissimi toscani, esprimere con una firma il ripudio di questa forma di ingiustizia, che si caratterizza sempre più come una barbarica legge del taglione. L’impegno intenso avrebbe potuto, con la tragica conclusione della vicenda Barnabei, produrre una forma di riflusso, di rientro, di ripiego. Invece andando dietro agli ultimi, specifici, inviti, le ultime preghiere dello stesso condannato a morte, a continuare nella battaglia abolizionistica negli Stati Uniti e nel mondo, la Regione Toscana ha voluto attivarsi utilizzando come punto di partenza storico quella iniziativa di Pietro Leopoldo di Lorena, Granduca di Toscana, che nel 1786 pubblicò il nuovo codice penale con quelle caratteristiche prima riportate: tre anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese e dodici anni dopo la pubblicazione di una delle opere più famose e più rappresentative dell’Illuminismo europeo, di certo la più importante di quello italiano, vale a dire “Dei delitti e delle pene” pubblicato a Livorno nel 1764 da Cesare Beccaria.

Che questa opera, con la sua Introduzione, dove Cesare Beccaria si chiede “la morte è ella una pena veramente utile e necessaria per la sicurezza e per il buon ordine della società, la tortura ed i tormenti sono egli non giusti e ottengono egli il fine che si propongono le leggi?” e con i capitoli 12 e 16, rispettivamente dedicati alla tortura e alla pena di morte, appunto quell’opera, questa opera sia stata la fonte principale della Leopoldina ce lo spiegherà molto più nel dettaglio e meglio di me subito dopo il Professor Giuseppe Panella.

Ma ad un primo esame superficiale di quel famoso editto del 30 novembre 1786 ed in particolare dell’articolo 51 ci elimina ogni dubbio.

Alla fine di quell’articolo si dice:

“Siamo venuti nella determinazione di abolire come abbiamo abolito con la presente Legge, per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate, ed abolite”.

3 gennaio 2021 PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico Parte XIII (per la 12 vedi 27 novembre)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico
Parte 13

13.

Abbiamo, anche per questo, deciso subito di avere, pur nella loro provvisorietà, due Coordinatori – una donna ed un uomo – ed i due delegati per Montecatini sono stati scelti con lo stesso criterio così come le due persone che, pur a titolo e con compiti diversi, sono stati inseriti in un organigramma nazionale della Rete dei Cittadini per l’Ulivo.

Abbiamo approvato un Regolamento interno smilzo, essenziale, puntato sugli obiettivi prioritari espressi negli articoli 2, 3 e 4.

Oggi siamo il Comitato di Prato per il Partito Democratico dell’Ulivo aderente alla Rete dei Cittadini per l’Ulivo. Abbiamo dei rappresentanti ufficiali, abbiamo degli obiettivi comuni, abbiamo delle proposte da sottoporre alla città e pensiamo di doverlo fare soprattutto alle forze politiche interessate alla creazione del nuovo Partito Democratico.

Una delle questioni prioritarie parte dalla consapevolezza personale di ciascuno di noi, che occorra dare un senso alla nostra operatività politica. Ciascuno di noi per quello che può, per quello che sa, per quello che sa fare, metterà a disposizione le sue energie, e lo farà con maggiore convinzione e tenacia se l’obiettivo sarà chiaro e condiviso.

E’ necessario far risorgere in noi prima che negli altri, ma poi soprattutto negli altri, la passione per la politica. Bisognerebbe davvero che l’obiettivo del POTERE fosse sostituito da quello del PIACERE e ci viene in mente la sollecitazione verbale di don Milani, “I CARE”.
Sentiamo che si avverte forte il bisogno, anche se a volte prevale lo scoramento, di restituire forza e dignità morale all’agire politico.
Verrebbe da dire che prevale la sensazione che tutto ciò che facciamo alla fine è inutile, poiché sembra che niente cambi, il pensiero che si tratti di una valutazione qualunquistica ci sfiora ma se ci guardiamo intorno, abbiamo paura che ciò sia vero.

Pur tuttavia non sempre le chiacchiere sono del tutto vuote, e la corsa – reale – all’accaparramento dei posti di potere è un elemento che ha ingenerato quasi sempre dei danni, fra cui, uno dei più gravi, è quello della disaffezione di gran parte della gente verso la Politica. Così come non si può continuare a fingere che alcune scelte, alcuni progetti, alcune proposte non siano, anche in questa città, state adeguatamente accompagnate sin dal loro primo avvio procedurale dal confronto e dal dibattito giusto e necessario.

Questo modo di agire crea poi il vuoto intorno agli amministratori ed ai politici; ma il vuoto viene poi colmato da quelle forze radicali ed estremistiche che strumentalizzano lo scontento e la sfiducia ed aizzano i cittadini male informati contro le nostre Amministrazioni.

La nostra città, Prato, anche per questa incapacità evidenziata negli ultimi tempi, è caratterizzata da un assordante silenzio. Non c’è dibattito, non c’è confronto, è una città decadente. Lo diciamo con senso critico, forse addirittura autocritico, e lo diciamo senza acredine, lo diciamo con preoccupazione, con partecipazione, anche se ci aspettiamo rapide amorevoli smentite; Noi diciamo e affermiamo allo stesso tempo che anche la nostra presenza, pur con i nostri limiti, intende essere di stimolo per contribuire a riaprire in questa città un dibattito all’altezza degli obiettivi che si propone di raggiungere, che merita di raggiungere.
Invece sembra quasi che si sia rinunciato a confrontarsi ad aprirsi a discutere; prova ne sia quel Piano Strategico della città di cui non si sa più niente.

…fine parte 13….

2 gennaio – CHI NON HA RISPETTO NON PUO’ ATTENDERSI “RISPETTO”!

Questa frase, che è costituita da una seconda parte che nega quanto inserito nella prima, è il segno del limite della pazienza cui, in una fase critica come questa che stiamo vivendo, un normale cittadino, un tranquillo quieto membro della nostra comunità, è condotto.

Io sono tra questi.

E mi ha fatto molto piacere sentire il Presidente della “nostra” Repubblica dire quel che segue nel messaggio di fine anno: “….Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili.

Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi.

Io mi vaccinerò appena possibile, dopo le categorie che, essendo a rischio maggiore, debbono avere la precedenza.

Il vaccino e le iniziative dell’Unione Europea sono due vettori decisivi della nostra rinascita…”

L’altro giorno ho postato sul mio account Facebook questo messaggio:

LEGGO DICHIARAZIONI DA PARTE DI CHI NON INTENDE NE’ ORA NE’ MAI VACCINARSI CONTRO IL COVID – NON CAPISCO PERO’ IN QUALE MODO SI INTENDA DIFENDERE SE STESSI E GLI ALTRI DA QUESTA PANDEMIA PERICOLOSISSIMA – VORREI CAPIRLO MA NON SONO INTENZIONATO AD ACCETTARE QUESTA MODALITA’ DI SCARICARE TANTA PARTE DELLA RESPONSABILIZZAZIONE “CIVILE” SU CHI POI POTREBBE CONTRIBUIRE A QUELLA “IMMUNITA’ DI GREGGE” CHE SALVEREBBE IN DEFINITIVA GLI STESSI NEGAZIONISTI NO VAX!

Tra un cicaleccio insistente e persistente non ho ricevuto commenti: voglio credere che si tratti di un problema tecnico della rete sociale o di una scarsa visibilità dei miei commenti. Sospetto però anche che di fronte ad un quesito (“Vorrei capire..”) sia abbastanza difficile trovare una risposta.

Non posso credere che tra quei “no vax” o “negazionisti” della validità della cura o di “convinti assertori della pericolosità dei vaccini” non ve ne sia “uno” che non abbia avuto “lutti” diretti o indiretti collegati agli effetti di questa pandemìa. Ed inoltre non posso credere che non siano in grado di esprimere un loro pensiero intorno al tema che suggerisco di affrontare (“in quale modo si intenda difendere se stessi e gli altri da questa pandemia pericolosissima”).

Capisco che ci si trovi di fronte a menti eccezionalmente al di sopra della nostra (la mia, soprattutto) capacità intellettiva; menti che teorizzano con grande spirito di fantasia che la Terra sia piatta. Capisco, dunque, come sia davvero molto difficile porsi in contatto, al di là del sapere utilizzare vituperio unilaterale. Indubbiamente, davanti a questa tragedia “umana” (non solo quella legata al contagio, la cui terza ondata – contemporaneamente alla distribuzione delle dosi di vaccino – si annuncia, ma anche quella della ignoranza e della pretesa di possedere, da parte di alcuni, assolute ragioni), trovo che sia un segno di egoismo cosmico quello di volersi distinguere a tutti i costi, rifiutando di essere “partecipi” dei destini sanitari ed economici del Paese e del Mondo.

Sono tra quelli che ritengono sia necessario dal punto di vista civile non obbligare a vaccinarsi coloro che non lo desiderino, ma vorrei che fosse palese questa scelta ed abbia un valore di distinzione soprattutto in alcune realtà dove il rapporto con il “pubblico” è obbligato (nelle strutture sanitarie, nelle scuole, negli uffici dello Stato). La scelta di non sottoporsi ad una vaccinazione come quella di cui stiamo trattando dovrebbe comportare anche l’esclusione da compiti che più direttamente si espletano con il “pubblico”. Non ci può essere un richiamo alla “propria libertà” quando si incide pericolosamente su quella di altri cittadini.

1 gennaio UN ANNO FA (1 gennaio 2020) e due anni fa (1 gennaio 2019) riproposti con nuovo commento (breve) AUGURI di buon anno 2021 e segg.

Care amiche e cari amici è necessario, al di là delle forme autoreferenziali che sottendono alla costruzione di un Blog (già espresse nei post dove tratto del perché ho deciso di aprire e condurre un mio Blog personale), per me rivolgere a tutte/i voi i miei AUGURI per il nuovo anno appena avviato. Oggi, più che in altre occasioni, dobbiamo augurarci che sia diverso!

UN ANNO FA e due anni fa riproposti con nuovo commento (breve)


ANNO NUOVO – VECCHIO ANNO

“ANNO NUOVO – VECCHIO ANNO la continuità” un vecchio post preceduto da un nuovo post non dissimile dal primo

Questo è il testo del post del 1 gennaio 2020

Il testo dell’”operetta morale” di Leopardi aiuta a comprendere come noi diamo un senso a ciò che in linea di massima non ne ha.
Ogni giorno è l’ultimo ed il giorno successivo è il primo di una serie di giorni che potranno dare una svolta (un nuovo inizio, una sollecitazione diversa) alla nostra vita. Molto dipende da noi stessi, anche se si vorrebbe attraverso meccanismi metafisici – come gli oroscopi o gli atti di fede religiosi – assegnare la responsabilità del nostro destino ad altre figure aliene (gli angeli buoni o cattivi, le divinità, gli altri da noi). Ciascuno è responsabile delle proprie scelte e deve accollarsene il peso; bisogna essere, anche attraverso il lavoro, la famiglia, l’impegno sociale e civile, politico tout court, co-protagonisti della storia del nostro tempo. Non ci si può arroccare in “torri d’avorio” che separano dalla vita reale. Oggi è il nostro giorno, sempre.

Il vecchio post rifletteva sul 2018….c’era un Governo essenzialmente di Destra (giallo verde – giallo per il M5S, verde per la Lega). Dall’agosto 2019 c’è un Governo che potrebbe essere diverso ma che in definitiva non lo ha ancora dimostrato. Il Governo “giallo rosso” (giallo vedi sopra – rosso dovrebbe rappresentare il PD) è ancora molto sbiadito e non si è neanche formato il colore “arancione” (il rosso ed il giallo dovrebbero dare l’arancione). Molte delle cose che scrivevo un anno fa sono ancora da divenire (alcune scelte del Governo precedente sono in piedi e creano problemi alla convivenza civile). Bisogna avere più coraggio; certamente non è facile quando la plutocrazia finanziaria condiziona anche l’informazione e l’azione positiva viene offuscata da “fake-news” fuorvianti. Ma la battaglia con i Titani giganti crea il mito degli eroi. Occorre mettere insieme le forze, anche se i passi in tale direzione dovrebbero partire da chi è più forte non da chi non lo è.
Ad ogni modo, è il tempo che scorre che racconterà la Storia.

BUON ANNO giorno dopo giorno fino alla fine dei tempi!

IL POST DI DUE ANNI FA 1 gennaio 2019

Cominciamo il nuovo Anno così come abbiamo chiuso il vecchio.
A coloro che – nella tradizione favolistica d’antan – credevano che ci si potesse lasciar dietro tutto quello che non ci era piaciuto e mantenere quella parte di buono, diciamo “di comodo”, che avevamo acquisito, dovrò dare una delusione. E’ finito il tempo in cui in modo apotropaico a fine anno buttavamo dalla finestra quegli oggetti che non ci servivano più, vecchi arnesi, piatti sbeccati e simbolicamente anche la spazzatura che, nel suo complesso, allagava le strade. Oggi, dopo la mezzanotte, finito lo spettacolo dei fuochi di artificio, si può circolare senza il timore che vi siano danni agli pneumatici ed alla carrozzeria: la crisi ha indotto la buona educazione, grazie al fatto che anche le cose un po’ vecchie un po’ rotte possono essere utili ancora, con il risultato che le cantine e i ripostigli, i garage, sono pieni di cianfrusaglie che ciascuno conserva, “non si sa mai possano essere utili”.
E’ tempo, questo, di letture e di riflessioni. A fine anno in zona Cesarini il Governo è riuscito a produrre e farsi approvare a tamburo battente una legge di Bilancio che dire “creativa” le fa assumere un valore di positività che non merita. La modalità attuata, generata da una necessità emergenziale (andare oltre il 31 dicembre sarebbe stato un atto doveroso per il rispetto del ruolo del Parlamento ma una iattura ulteriore inferta al quadro economico del nostro Paese), è legata al fatto che si è voluto costruire un Bilancio attraverso un braccio di ferro con la Comunità europea, che ha prodotto nel suo iter danni incommensurabili alla nostra economia attraverso lo spread. Lo si è fatto per difendere fino all’ultimo le scelte che ciascuna delle due forze, antitetiche in campagna elettorale – alleate per necessità nel Governo, aveva messo in campo. Via facendo, con il consiglio dei responsabili istituzionali europei, a quei progetti è stato fatto il tagliando; e la soluzione apparentemente positiva è scaturita da un assist poderoso da parte del Presidente francese Macron che, spintonato dai gilet gialli ha promesso l’impossibile facendo crescere a dismisura il rapporto deficit/pil del suo Paese.
Ho accennato al termine “creatività” assegnandolo al Bilancio appena approvato. Ho anche detto che non lo assegnavo come elemento positivo. Infatti il termine “creativo” solitamente collegato a forme artistiche ha un valore positivo, mentre quello collegato agli strumenti economici con cui si governa uno Stato è stato da sempre contornato dall’ironia.
Nel Bilancio, infatti, ci sono molte cifre di uscita che di fronte a quelle “incerte” di entrata non possono che essere delle mere illusioni. Tra l’altro gli interventi collegati a quella pur minima parte della “flat tax” ridurranno le entrate, facendo crescere l’elusione fiscale; quelli collegati alla fantomatica “quota 100” per le pensioni potrebbero avere effetti devastanti anche sulla qualità del lavoro; quelli riservati invece al “reddito di cittadinanza” sono pure affermazioni ideologiche che produrranno tuttavia danni irreparabili su un corpo antropologicamente malato di una parte considerevole del Paese: e non c’è alcuna differenza tra Nord Centro e Sud anche se la Lega continua a pensare che la parte peggiore sia nel Mezzogiorno (anche se, negli ultimi tempi, tende strumentalmente a nascondere questa idea).
Ovviamente i sostenitori di questo Governo sbandierano cifre a tutto spiano per propagandare “le magnifiche sorti e progressive” innescate dai loro interventi. Continueranno a dirlo, allo scopo di imbambolare un popolo disperso che avrebbe bisogno di essere sostenuto ben diversamente da quanto non hanno fatto i precedenti Governi e non sono in grado di fare costoro, venditori di odio e di fumo.

Joshua Madalon

31 dicembre – I REMEMBER – E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

I REMEMBER
E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

A me sembrava strano. Avevo poco più di venti anni. Mezzo secolo fa. Un amico più anziano di noi quando arrivava il Natale e negli ultimi giorni, e ore, dell’anno, spariva rinchiudendosi nel suo “studio” a fare i conti, il resoconto dell’anno che si concludeva. Non un resoconto economico, come accade negli istituti bancari, ma un reset dell’anima. Non ne coglievamo il senso, anche perché in tutto il resto dell’anno riusciva ad illuminarci con le sue amene invenzioni, con il suo frenetico attivismo, con facezie ed arguzie inconsuete. Geniali.  Non so dove annotasse le tappe del suo lunario e non ci è dato di saperlo, visto che ci ha lasciato per sempre più di venti anni fa. Ma in alcune delle sue “produzioni”  si trovano alcuni indizi.

Sembrava strano, ma poi con la consapevolezza esistenziale nel corso del tempo ho avviato una personale revisione analitica della realtà che mi ha fatto comprendere come si possano contemperare aspetti contraddittori nel corso della propria vita. Occorre però avere ben presente che quel che noi chiamiamo Natale, al di là del riferimento alla tradizione “cristiana” è un giorno come l’altro inserito convenzionalmente in una data che è a sua volta introdotta in un complesso che noi chiamiamo “anno”. Ed è così anche per gli ultimi convenzionali giorni dell’anno ed il primo di quello che segue. Per alcuni tra noi la “vita” è una sequenza di giorni, e i giorni sono una sequenza di fasi imposte da movimenti ciclici naturali, esistenziali.

Ecco perché questa smania di “festa” è solo una consuetudine. Il Natale è dunque per me un giorno comune, nel quale non mi dispiace fare quello che quotidianamente faccio, nè più nè meno.

Non lo era del tutto quando avevo “venti anni o poco più”. Anche se, ad osservare quel tempo, mi sono accorto in età matura che già allora non avevo poi questo grande desiderio di fare “mucchio” in assembramenti informi, in luoghi fumosi e chiassosi. In realtà non condividevo quell’ansia di sommare solitudini collettivamente; mi accontentavo di molto meno, anche se nel corso dei giorni “da giovane” non ho mai smesso di “organizzare gruppi” e creare momenti di condivisione sociale. Ma non in momenti, per così dire, “canonici”, nei quali addirittura mi perdevo, smarrivo le mie certezze e diventavo un malinconico depresso.

Ecco dunque perché non condivido questa smania di festeggiare, e di scambiarsi doni, solo in prossimità di particolari “eventi” ciclici.

Si festeggi quando si vuole, non solo quando le convenzioni sociali quasi quasi sembrano imporcelo. E, tra l’altro, queste riflessioni potrebbero essere utilissime proprio in un tempo come questo nel quale gli impedimenti alla socializzazione “diffusa” sono necessari per un possibile futuro durante il quale potremo festeggiare come e quando, oltre che quanto, vogliamo.

E, poi, in una condizione come questa, dovremmo avere un pensiero in più verso chi ha ben poco da festeggiare: qualsiasi siano i motivi che li abbiano condotti a non poter gioire. Ho pensato, infatti, in queste ultime ore prima e dopo quel giorno convenzionale del “Natale”, alle persone care a me ed a tanti altri che hanno perduto amici e parenti, a coloro che hanno perso il lavoro ed il sostentamento che questo procurava alla loro famiglia; ed ho pensato anche ai tanti amministratori onesti che vorrebbero affrontare e risolvere i problemi sanitari ed economici e non sanno come poter portare avanti questo loro impegno.

E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

30 dicembre – Il mondo dopo questa “lezione” sarà migliore? Ne abbiamo già scritto e parlato. E ne riparleremo, e scriveremo ancora.

Il mondo dopo questa “lezione” sarà migliore?

Ce lo siamo augurato tutti ed in minima parte ci abbiamo creduto. Perlomeno noi, quelli del ceto medio apparentemente per ora  “garantiti”, lo abbiamo potuto pensare, avendo davanti a noi “intorno a noi” uno scenario molto ristretto e relativo che agisce da “velo” su tutto il resto del mondo e non ci consente di vedere e di poter percepire e capire quel che accade fuori dalla nostra “palla di vetro”. Di noi , quelli che verranno dopo, diranno “forse” che siamo stati degli inguaribili indefessi ottimisti. Lo vedete: ho scritto “forse”, a dimostrazione che un lume di ottimismo ancora arde.

Abbiamo potuto ascoltare voci che hanno fatto compagnia a noi “internet-nauti” nella solitudine del lock down. Abbiamo contrastato le voci pessimistiche, a cominciare da quelle disfattiste per mera ignoranza e fede ideologica (che molto spesso coincidono)  o quelle negazioniste e non solo i no-vax – che avversavano le posizioni della scienza. Abbiamo costituito piccoli gruppi amicali sulle piattaforme digitali, imparando in poco tempo ad utilizzarle. Ci siamo difesi quasi a mani nude dall’aggressione del virus e continuiamo a farlo fin quando, o noi o loro, qualcuno vincerà questa battaglia. Che, detto tra noi, sarà lunga e, come dicono alcuni esperti,  probabilmente “infinita”.

E, con questo, ho speso – dilapidato – quel lumicino di ottimismo di cui vantavo il possesso.

Ma questo “segnale” così pessimistico deve far scattare in noi, al di là della resilienza necessaria a sopravvivere, quello scatto di orgoglio utile a rimetterci in piedi ed in marcia innanzitutto con la testa, poi con il cuore e le braccia e le gambe. Questo complesso umano deve farsi carico del futuro, al di là di quanto già ora stanno tentando di progettare i potentati dai locali ai nazionali ed internazionali: mentre noi eravamo nei nostri gusci di noce, in quelle palle di vetro rassicuranti, fuori avviavano a gestire il quadro economico globale con una visione “antica” di carattere utilitarista e non umanista. Sarebbe la fine delle libertà e non certo simile a quella limitazione che è stata resa necessaria dagli eventi pandemici. Si andrebbe verso una umanità nella quale la stragrande maggioranza – molto più ampia di quanto non sia ora – vivrebbe in condizioni di vera e propria schiavitù collegata al soddisfacimento dei bisogni primari, mentre una minoranza – ancora più ridotta di quanto lo sia ora – godrebbe dei frutti ricavati dal lavoro dei molti “schiavi”.

La pandemìa ha messo in evidenza la necessità di cambiare il modello di sviluppo. Occorre ribaltare la visione attuale, globale, quella che ha prodotto le attuali forme di ingiustizia (il “quadro” spaventoso che ho sopra sintetizzato al massimo ha già le sue turpi radici nella realtà) e rimodulare gli interventi, valorizzando soprattutto le realtà locali, a partire dall’agricoltura che superi le pratiche della monocoltura, e dall’artigianato locale recuperato soprattutto nelle tradizioni. Ovviamente non potremmo limitarci a questo e, nello stesso tempo, dovremmo procedere ad un cambiamento significativo del  nostro stile di vita, troppo teso alla pratica del consumismo senza valore.

Ne abbiamo già scritto e parlato. E ne riparleremo, e scriveremo ancora.

29 dicembre – LE STORIE DELLA NOSTRA GENTE

Uno dei pochi modi con cui comunicare il proprio pensiero ti fa correre il rischio di essere considerato “autoreferente”.

Andando alla ricerca di documenti nelle mie scatole tecnologiche ho ritrovato questa mia testimonianza di un periodo fervido di iniziative sociopolitiche in quel territorio nell’immediata periferia della città di Prato, che si chiama San Paolo.

Questo messaggio dovrebbe essere stato registrato nel febbraio – marzo del 2014 (la cartella clinica del Pronto Soccorso di Prato, alla quale nella mia testimonianza si accenna, è datata 17 febbraio) e si colloca tra il Progetto dei “Luoghi ideali” che Fabrizio Barca aveva lanciato nel maggio 2013 (ne parlo anche in un post recente dello scorso 21 dicembre) e il progetto di “Trame di quartiere” voluto dalla società IRIS di Massimo Bressan. “Luoghi ideali” era naufragato per noi, costretti in una inutile seconda fascia di consolazione a causa di veti, potenti, che venivano dall’alto e dalle strutture dirigenziali locali del PD che, in quel periodo, si avviava verso il compimento di una mutazione antropologica annunciata come velenosissima. Nel proporre alcuni temi che verranno poi analizzati e approfonditi in “Trame di quartiere” utilizzo un espediente consueto che consiste nel personalizzare gli argomenti: la curiosità individuale come elemento di avvio di un’analisi delle caratteristiche socio antropologiche culturali economiche e politiche del territorio di San Paolo.

Di quel progetto rimangono molte documentazioni e qualche rimpianto: molti materiali scritti, fotografati e ripresi sono a disposizione di chi voglia rimettere in moto un motore che si è “ingrippato”; in realtà è un “progetto” mancato, probabilmente per gli stessi motivi per cui fu portato al naufragio “Luoghi Ideali” (chi se ne occupava non era gradito al Partito Democratico, perché esseri autonomi e pensanti senza padroni).

28 dicembre – Baci e abbracci 2020 ( a 30 anni dall’annuncio dell’Oscar 1990 al Miglior Film straniero )

Baci e abbracci 2020

Jack Lemmon e Natalya Negoda annunciano l’Oscar 1990 per il Miglior Film Straniero a “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore

Le nostre sere sono scandite da una road map televisiva che prevede di seguire, tutte le volte che è possibile, il Telegiornale di Rai Tre nazionale delle 19.00 seguito da quello Regionale delle 19.30, dopodichè si passa subito a quello de La7 delle 20.00.

Tutte le volte che è possibile.

L’altra sera deve essere accaduto qualcosa di anomalo: un impegno esterno – una visita ad un amico che da tanto tempo non incontravamo – e così siamo tornati a casa intorno alle 20.00, forse poco dopo. Ho acceso l’apparecchio televisivo ed ho cominciato a vedere una sequenza di immagini che scorrevano, molto familiari per un cinefilo quale io mi reputo: baci ed abbracci tratti da film vecchi e recenti. Potete rivedere tutto andando su questo link.
Per la parte invece relativa a “Nuovo Cinema Paradiso” vi riporto la sequenza qui sotto.

https://www.raiplay.it/video/2020/12/Blob-40a4d132-f8c0-4824-a646-ceb47b347861.html

La sequenza della durata di una quindicina di minuti si conclude con l’intera carrellata di immagini di baci ed abbracci che chiudono il film vincitore dell’Oscar come Migliore film straniero nel 1990.

Quelle immagini finali intervallate dallo sguardo commosso e  pieno di malinconici ricordi da parte del protagonista, il piccolo Totò – Salvatore Cascio diventato adulto interpretato da Jacques Perrin –  mi hanno sempre profondamente coinvolto emotivamente; non va dimenticato – anche perché ci ha lasciati in questo anno disastroso –  il maestro Ennio Morricone che accompagna proprio quei passi finali con una delle più belle e coinvolgenti colonne sonore. E sono convinto che molta parte di tali emozioni appartenga ad una problematica esistenziale oltre che culturale. Ho qualche dubbio che ad un giovane trentenne o quarantenne facciano lo stesso effetto. In primo luogo, quei brevi brani hanno per me un chiaro significato perché so collocarli perfettamente, così come so collocare nel tempo e nello spazio questa nuova “collezione” che Blob ci ha proposto. Nel “tempo” individuale che è quello in cui ho visto quei film con gli occhi dei giovani e nello “spazio” sempre personale nel quale posso collocare la mia vita.

L’operazione recente fatta dal colto programma di Rai Tre ha il merito di poter ampliare lo sguardo sul Cinema più recente, posteriore alla narrazione che Peppuccio Tornatore ha utilizzato per il suo capolavoro, e questo accrescimento può aiutare le nuove generazioni ad impadronirsi del contesto storico collegato alla cultura cinematografica che è a tutti gli effetti Cultura fondamentale del secolo scorso, della quale nessuno può fare a meno, se vuole rinsaldare il rapporto con le proprie individuali – e collettive – radici.