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LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – ANTONELLA CILENTO – CAMPI FLEGREI 26-28 SETTEMBRE 2014

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Caravaggio

E, dunque, il “Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra” si svolgerà fra Pozzuoli e Bacoli dal 26 al 28 settembre. Antonella Cilento ne sarà protagonista.

Una donna che nasce nel Seicento, non importa se nobile o popolana, se ricca o povera (ricordate la manzoniana Gertrude?), non aveva altro sbocco se non in un matrimonio e non aveva alcuna possibilità di acculturarsi al di là di insegnamenti impartiti sulle “buone maniere” e sulla qualità dei cibi e la ricchezza dei vestimenti. Lisario è una bambina, figlia di don Ilario Morales comandante della guarnigione di stanza al Castello di Baia sul Golfo di Pozzuoli, una ragazzina di 11 anni, che si ribella al “potere” della famiglia e dei maschi e si imbeve di letture in segreto, visto che alle donne era negato l’accesso alla Conoscenza ed alla Cultura. La protagonista, che solo per un attimo nel corso del romanzo conosceremo come Bellisaria, è diventata suo malgrado muta e ne conosciamo il punto di vista attraverso le riflessioni scritte segretamente su fogli recuperati qua e là. Antonella Cilento, autrice del romanzo, infatti vi inserisce ad intervalli abbastanza precisi le “Lettere” di Lisario indirizzate “alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria”. La giovanissima donna, di fronte alla possibilità di andare “sposa di un vecchio bavoso e gottoso”, trova un modo tutto suo di protestare, negandosi provvisoriamente alla vita e cadendo in un sonno profondo. Ed è così che prende avvio il romanzo. Ho già scritto che si tratta di libro avvincente nella sua narrazione rapida e nella sua struttura per capitoli e paragrafi che appaiono, a chi, come me, è avvezzo a trattar di Cinema e Teatro, come Scene pronte ad essere trasformate in immagini. Ma ne parlerò dopo. L’ambientazione è in una Napoli cupa, buia, resa insicura da rivolte ed epidemie, dove si muovono personaggi di alto livello artistico insieme a malfattori, delinquenti, mistificatori ed avventurieri di ogni specie e provenienza; è la Napoli dove c’è il segno di Caravaggio, la presenza di Ribera; è la Napoli dove arrivano artisti come il francese Jacques Israel Colmar, il fiammingo Michael de Sweerts (questi, entrambi protagonisti di primo piano del romanzo di cui si parla), il valenciano Juan Dò; ed è la Napoli di Masaniello e dei Vicerè; la Napoli nella quale si rappresentano melodrammi interpretati da “voci bianche” nelle parti femminili; è la Napoli delle prostitute di basso e di alto rango ed è la Napoli dei “femminielli” e degli ermafroditi; la Napoli che crede ai miracoli non avendo nella realtà molto di cui essere felice. In questo ambiente meschino ancorché  aristocratico e culturalmente, in senso potenziale, elevato si muove la vicenda di Lisario e la profonda incapacità da parte dei maschi di poter accettare l’incredibile scoperta che il catalano, medico di scarsi scrupoli, Avicente Iguelmano compie dapprima spiando la giovane moglie, per l’appunto Lisario (tralascio, benchè significative le modalità con cui Avicente conosce e sposa la giovane), e successivamente leggendo alcune pagine di un libro sui “piaceri solitari” reperito nella ricca Biblioteca di un signorotto locale, Tonno d’Agnolo, degno rappresentante della spregevole classe politica di ogni tempo, rozzo procacciatore di amanti per gli ambienti del vicereame spagnolo.
In quelle pagine per l’appunto si leggevano “cose che gli parevano impossibili. Bugie senza fondamento”. La storia si dipana concedendo deviazioni e colpi di scena coinvolgenti fino alla conclusione. E’ un libro, lo ripeto, che mi ha ridato fiducia verso le nuove generazioni di autori letterari e non è un caso che l’autore in questione sia una donna. Nelle presentazioni pubbliche del romanzo si sottolinea giustamente, in un punto di vista femminile, la modernità dell’argomento: la protagonista, pur oppressa da una società (quella del Seicento) profondamente maschilista, emerge in ogni senso e sconfigge i limiti imposti, prima di tutto quegli stessi relativi alla mancanza della “voce”. Ed è infatti dalla “voce” di Psiche nell’ ultimo paragrafo del romanzo che prenderei il via se dovessi scrivere, come sempre vado pensando mentre leggo, una sceneggiatura. Dalla voce di Psiche che sconvolge il “vecchio e malandato” Avicente inondandolo di infiniti malinconici ricordi farei partire il tutto; perché è quello il momento in cui tutto ha un senso.

L’attualità del romanzo rimanda a temi che, forse da maschio, continuo a considerare ambigui; la violenza sulle donne così frequentemente portata agli orrori delle cronache è il risultato di un’educazione antropologica sbagliata attraverso la quale il “mondo” ha costruito dei ruoli che oggi, nel momento in cui socialmente li mettiamo in discussione, finiscono con il creare confusione e sbandamento nella mente dei più deboli (al di là del livello culturale e professionale) fra i maschi. Aggiungerei che nelle istituzioni educative (la famiglia, la scuola, il consesso civile allargato) non si è ancora riusciti a raggiungere la consapevolezza che la parità dei generi giustamente ricercata a livello legislativo ed istituzionale ha bisogno di tempi lunghi per essere realizzata e le “vicende” traumatiche cui da tempo assistiamo sgomenti ed infuriati sono parte di un percorso che ha tuttavia bisogno di ulteriori sostegni al di là delle giuste manifestazioni pubbliche cui volentieri partecipiamo. La sensibilità non si conquista con le norme legislative ma attraverso percorsi educativi naturali non imposti.

Nel video, un’intervista ad Antonella Cilento sul Seicento al Pio Monte della Misericordia (Napoli, via dei Tribunali 253) dove si trova l’opera di Caravaggio “Sette Opere di MIsericordia”

FESTIVAL DELLA LETTERATURA LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – CAMPI FLEGREI (NA) 26-28 SETTEMBRE 2014

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Questa è solo un’anticipazione; ho finito ieri sera di leggere il libro di Antonella Cilento, “Lisario o il piacere infinito delle donne”. Non mi capita da molto tempo di sentire il desiderio di percorrere le pagine l’una dopo l’altra incuriosito dagli eventi narrati. Il libro è piacevole, avvincente, coinvolgente. E’ una grande gioia per me seguire le storie narrate e sarà un grande piacere poter conoscere l’autrice che dimostra una notevole maestria, portando a compimento le sue “lezioni” di scrittura creativa. Antonella Cilento sarà a Pozzuoli e nei Campi Flegrei (Baia, Bacoli, Fusaro) fra il 26 ed il 28 settembre ospite del Festival della Letteratura organizzato da “Il Diario del Viaggiatore” e da Angela Schiavone.

Nelle prossime ore scriverò una recensione più articolata sull’opera, che consiglio vivamente per la lettura.

reloaded “TERRE(E)MOTI DEL CUORE” – Il racconto del ricordo (sul bradisismo flegreo del 1970 e 1983)

Foto pozzuoli 4   Lux in fabula Rionew Terra Rione Terra 2   Ripubblico un mio articolo pubblicato il 9 giugno u.s. su politicsblog.it per una molteplicità di motivazioni; porre in evidenza alcuni aspetti “positivi” dopo averne elencati negli articoli degli ultimi giorni alcuni espressamente critici sulla realtà flegrea; accennare ad Oscar Poerio che riconobbe l’esigenza di confrontarsi con altre realtà non “viciniori” e venne a trovarmi a Prato; anticipare una mia riflessione “positiva” sull’Associazione “LUX in FABULA” con rilievi critici nei confronti di un’Amministrazione incapace di comprenderne il valore se non con quelle chiacchiere inutili e retoriche che servono solo a far “incavolare” ed amareggiano le persone per bene come Claudio Correale e tanti come lui che si impegnano instancabili (ma fino a quando sopporteranno queste umiliazioni?) a portare avanti progetti importantissimi per la Storia e la Cultura del nostro territorio. I legami con Pozzuoli sono stati, in questi ultimi quaranta anni, essenzialmente episodici. Fondamentalmente ho lavorato con intensità passionale, e ne porto addosso profonde ferite, sul territorio toscano dopo una parentesi veneta che pure ha dato i suoi frutti. Fra questi legami, al di là degli affetti familiari, pongo in posizione prevalente quello con Oscar Poerio che, negli anni Novanta, da Assessore alle politiche Sociali del Comune di Pozzuoli (credo rivestisse anche incarico di vice Sindaco) venne a “studiare” alcuni interventi dell’Amministrazione comunale pratese (allora era, a Prato, Assessore Alessandro Venturi) in materia di edilizia scolastica “primaria”. Oscar notò come da noi in Toscana le scuole fossero state pensate e costruite con delle grandi vetrate che lasciavano intravvedere dall’esterno le attività che si svolgevano all’interno di esse. Non è un caso, dunque, che con Oscar si sia poi mantenuto un rapporto positivo anche se non continuativo ed intenso, e non è un caso che, ritornando di recente più spesso in terra flegrea, è con lui, forse più di altri, che io abbia attivato un legame profondo dal punto di vista culturale. Oscar mi parla dell’Archivio Vescovile e di Città Meridiana; mi parla di un Festival delle Idee Politiche (FIP è l’acronimo identificativo) che, insieme ad alcune amiche ed amici, sta organizzando ed io, che di Pane e Politica oltre che di Cultura ho vissuto finora soprattutto idealmente, accendo su questi temi il mio interesse. Mi piace peraltro questo accostamento a prima vista quasi irriverente fra il sacro dell’ideologia (le Idee politiche) ed il profano del nazional-popolare (Festival). Ed il mio interesse ha radici profonde nell’elaborazione di un Progetto di Sinistra che, partendo dall’esistente, lo superi con una rigenerazione post ideologica che si basi sullo sperimentalismo democratico e sulla mobilitazione cognitiva di cui parla negli ultimi tempi Fabrizio Barca. In effetti mi interessa moltissimo ( I care ) l’idea ma, per una serie di concomitanze, non riuscirò a partecipare. Non rinuncio tuttavia a mandare, via posta elettronica, uno dei progetti su cui sto lavorando. Oscar mi parla anche di un’iniziativa svolta lo scorso anno da Città Meridiana. Conosce la mia passione per il Cinema e per la “documentazione antropologica” e mi accenna ad un filmato, “Sud come Nord” (1957) di Nelo Risi presentato sempre lo scorso anno dalla sua Associazione nel corso di una delle iniziative. Gli dico che non lo conosco, anche se poi, da frequentatore di youtube, ricordo di averlo visto nel mentre ricercavo filmati su Pozzuoli e sull’Olivetti. E poi fa riferimento ad una pubblicazione di cui, dice, mi farà dono. Si tratta di un “percorso nella memoria individuale e necessariamente collettiva riferito agli anni del “bradisismo” (il 1970 ed il 1983). Gli dico di avere già visto di recente alcuni video di “Lux in fabula”, un’associazione molto attiva nel recupero di riprese private e pubbliche audiovisive sul passato flegreo. Riparto per Prato sapendo di ritornare a breve. Ed è così che in questa fine di maggio, dopo l’esaltante vittoria del Centropd, ritornato a Pozzuoli, Oscar e Regina sua moglie, approfittando di una delle mie iniziative, sono venuti a trovarmi. E’ venuto lui; io non sono ancora riuscito ad andare da lui, in Archivio, come più volte ho promesso di fare. E mi ha portato il libro. Il titolo mi colpisce TERREEMOTI DEL CUORE Il racconto del ricordo. CINQUE PAROLE CHIAVE cinque tag fondanti. E dentro nella prima pagina di copertina anche una dedica “significante” che recupera alcuni lemmi e spinge me ad inoltrarmi fra le altre pagine. Ritrovare “fatti, persone e moti del cuore” perché risveglino in me “ricordi mai cancellati”: è questo l’auspicio di Oscar. Con affanno e voracità scorro rapidamente il libro con gli occhi e col cuore innanzitutto alla ricerca di nomi e volti noti collegati ad esperienze comuni, tutte amiche ed amici della “bella gioventù”. Il bradisismo, quello del 1970, sconvolse i nostri destini con una diaspora tentacolare: era, quello, un tempo difficilmente spiegabile a chi soprattutto è nato e vissuto dopo quegli anni. Come si fa a raccontare ai nostri giovani cybernauti e sacerdoti di Android che, per nessun motivo al mondo avremmo avuto modo allora di relazionarci costantemente – come riusciamo a fare adesso – con le amiche e gli amici con cui fin a qualche giorno od ora prima avevamo vissuto gomito a gomito. Anche le diverse lontananze incisero creando storie nuove, nuove amicizie, nuove solitidini e qualche volta nuovi amori. L’evento di bradisismo del 1983 mi ha visto già cittadino di altra Regione, dal 1975 ero andato via da Pozzuoli, dove nel 1972 avevamo festeggiato i 2500 anni dalla sua fondazione, e nel 1983 ho vissuto le “storie”, di cui ho letto nel libro, anche dai racconti dei “miei”, che erano ritornati a Mondragone ma non nella casa dove ero stato con loro nel 1970, quando avevamo abbandonato la nostra abitazione di via Girone soltanto per prudenza. Ma non voglio aggiungere un capitolo al libro che ho trovato estremamente vario e ricco e mi ha consentito davvero di ritrovare in un solo unico contesto quelle sensazioni comuni ma diverse che ciascuno dei protagonisti lì dentro presenti ha vissuto; di ritrovare nomi e volti a volte provvisoriamente dimenticati ma che – ora – vorresti incontrare nuovamente per intrecciare percorsi fertili comuni. Tanti nomi; non posso sceglierne solo alcuni; farei torti incomprensibili, ingenerosi ed ingiusti. Ho una matrice culturale di tipo “antropologico” che mi spinge ad indagare sulle “storie” umane e questa raccolta di “storie” mi ha coinvolto appassionatamente. Non amo da qualche tempo l’approccio meramente politico; lo trovo sempre più arido e colmo di ipocrisie. Ad ogni buon conto concluderei questo “racconto” sotto forma di “commento” (o commento sotto forma di racconto, fate voi!): nel 1972 pubblicai, a mie spese, un lungo racconto accanto ad uno breve, bellissimo ed intenso, del mio amico Raffaele Adinolfi. Era, quello mio, un racconto anomalo fatto di un pretesto di partenza (un breve viaggio a Ponza) ma con una lunghissima serie di rimandi “logici” (per me lo erano di certo, per gli altri ho qualche dubbio lo fossero). In una di queste pagine c’è la mia “memoria” di quel distacco del 1970. La prima parte del documentario sul 1970 a cura di “Lux in Fabula”, su youtube troverete anche le altre   Lux in fabula    

“LA VITA E’ SOLO SOFFERENZA! ma allora fate in modo che cessi la vita che è solo dolore !” (F.W. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

“LA VITA È SOLO SOFFERENZA! MA ALLORA FATE IN MODO CHE CESSI LA VITA CHE È SOLO DOLORE!”. (F.W.Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”)

di Federica Nerini

Federica Nerini

La sofferenza è la più sublime condizione dell’anima. Uno degli enigmi più difficili ed irrisolvibili per l’uomo come singolo e come umanità è la “conoscenza della coscienza”, ossia il diventare “autocoscienti”. Quando nell’uomo si riesce a raggiungere quel rafforzamento quasi orgiastico della autocoscienza , in cui c’è il contatto sensoriale con l’anima e l’essenza in sé? In quei minuti si ha una delle più alte avventure, perché si ha l’estrema consapevolezza della presenza del nostro essere come sofferenza. Sono istanti memorabili in cui i sentimenti, le passioni, le paure, i rimpianti, le colpe, le tenebre, gli sforzi e gli avvenimenti vissuti ti passano accanto senza poterli sfiorare. È un “momento in cui si può dare tutta la vita”. In altre parole, la coscienza non appartiene all’esistenza individuale dell’uomo, ma alla sua natura; quindi se il genere umano è per natura dolente, significa che la sofferenza è la via per arrivare all’autocoscienza, e all’oggetto cardine della coscienza: “la conoscenza di se stessi”. Comprendere se stessi attraverso le atrocità della vita è un modo per elevarsi e nutrirsi di anima propria. La sofferenza è una delle cose più straordinarie che Dio ci abbia mai dato, grazie ad essa diveniamo consapevoli della nostra esistenza. “Io soffro, quindi esisto”, questo è il nuovo mantra che dovremmo incidere sopra gli usci delle case! Raggiungeremo l’elevazione di noi stessi!
Noi cerchiamo spudoratamente di “attendere il tempo”, poiché prima o poi “qualcosa deve pur arrivare”, qualcosa di evangelico, surreale ed incredibilmente onirico. Siamo schiavi della “sorpresa” tiranneggiante, ma l’uomo non sa che la sorpresa è soffocata da due forze inscindibili ed ambivalentemente affascinanti: “il bene e il male”. Quando si è presi dalla sorpresa si abbandona la monotonia vitale, quella che frequentiamo assiduamente ogni giorno (che genera convenienza e sicurezza), e captiamo la “felicità” o la “sofferenza” del cambiamento generato dall’ indesiderato. È una formula triste e sconsolata quella a cui assistiamo, come quando si osserva in un lungo viaggio un rudere vecchio ed abbandonato; veniamo assaliti dalla melanconia se pensiamo che quest’ultimo prima era un nido familiare, magari vissuto fino all’ultimo mattone e abitato dal tedio giornaliero, forse in un’altra vita…
Felicità e sofferenza sono medicine per malati ingordi ed incurabili: “Solo attraverso la sofferenza si può conoscere l’epifania labile della felicità”. Nietzsche aveva ragione in “Al di là del bene e del male”; infatti la passione per l’ “eudemonia” e la sua incredibile scoperta, si può avere solo attraverso la “conoscenza della sofferenza in tutta la sua essenza”. Nella “Gaia Scienza” egli afferma con estremo zelo: “Sicché oggi, anche troppo volentieri, (gli uomini) sono ormai disposti a sospirare e a non trovare più nulla nella vita, nonché a guardarsi l’uno nell’altro con aria afflitta come se questa vita fosse assai pesante da sopportare. In verità, essi sono enormemente sicuri della loro vita e di essa sono innamorati, e sono pieni di indicibili astuzie e sottigliezze per spezzare quel che non fa piacere, e togliere al dolore e all’infelicità la loro spina. Mi pare che si parli sempre in modo esagerato del dolore e dell’infelicità”. Queste parole possono penetrare l’anima disturbata di qualunque uomo afflitto, sono come fulmini potenti che illuminano l’Olimpo della ragione. I decibel dei tuoni percuotono in frequenza, e sono come sincopati dal ritmo armonico dalla caduta delle lacrime salate: tutti soffrono vivendo.
Allora come faremo noi a cogliere l’attimo e a sfuggire ad un’esistenza che è solo dolore? Utilizzando la “vita come mezzo della conoscenza”: con questo principio nel cuore si può soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! Anche se non sappiamo niente della guerra e della vittoria. Si deve imparare ad amare, a soffrire, a vivere e morire, altrimenti non c’è verso. Perché mai dovremmo accettare la nostra vita dissolutamente infelice fino allo stato cronico, aspettando l’ora maligna in cui cambia la “bonaccia” salvifica?
Spinoza diceva: “Non ridere, non piangere, né detestare, ma comprendere!”. Poiché “il comprendere” (ossia, l’ “intelligere” in latino), racchiude in sé con tutto il suo splendore e in maniera straordinariamente evidente i tre verbi all’infinito precedenti. La conoscenza è la forza assoluta per “imparare a vivere”, altrimenti l’ignoranza si impadronirà dei nostri pensieri fino a delirare! L’ignoranza è il più grande male! È questo “intelligere” la summa di tutti i flussi e gli impulsi che il mondo abbia mai creato. Soprattutto attraverso la conoscenza, impariamo ad amare tutte le cose che abbiamo amato fino ad ora, perché le abbiamo prima comprese ed “esplorate con le vele a mezz’aria”, e poi amate. Però purtroppo, un’ enorme passione per la cosa o persona amata porta ad una sofferenza latente e ad una infelicità irrisolta, e solo Dio sa il perché… Si deve imparare da tutto, anche dall’amore. Allora, come affermerebbe Nietzsche: “questo dovrebbe avere come risultato una felicità di un Dio colmo di potenza e di amore, di lacrime e di riso, una felicità, che come il sole alla sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge in mare, e come il sole, soltanto allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d’oro!”. Questo sentimento è la felicità? No, è l’ “umanità”, ed è più grande di qualunque sofferenza. Dovremmo comportarci come i grandi “uomini giapponesi” verso chi ci ferisce. Questi ultimi, quando ricevono un oltraggio si squarciano il ventre di fronte al nemico che li ha offesi, dicendo: “Solo io ho il diritto di farmi soffrire!”. Noi di fronte alla nostra sofferenza urleremo con “voluttà e peccato”: “Non hai il diritto a non farmi vivere!”.
Forse noi dovremmo trascorrere ogni giorno, vedendo la nostra storia con gli occhi di un condannato a morte che poi verrà graziato solo nell’ultimo istante, così vivremo la nostra vita “tenendo conto”, afferma Dostoevskij di “ogni minuto”, sebbene si perdano degli “istanti preziosi” sempre. Negli ultimi cinque minuti prima dell’esecuzione capitale dovremmo esaltare l’intera nostra essenza esistenziale: due li utilizziamo per salutare i nostri pensieri più sofferti ed irrisolti; gli altri tre li lasciamo per noi, sì, solo per noi stessi, perché dovremmo pur pensare alla nostra colpevole esistenza! Ma se noi siamo dei lestofanti destinati alla gogna, allora la vita è un palcoscenico tetro in cui si recita la ripetitiva ed indomata “tragoedia” latina? Che tristezza, viviamo saggiamente! Così se in un giorno lontano mi urleranno: “Sei felice?”; io risponderò: “Non lo so, devo aspettare i miei ultimi cinque minuti!”.
Una volta caduti nell’abisso crudele della sofferenza, bisogna rialzarsi attraverso una rinascita dei sensi e del corpo. Solo la “speranza” ci può far vivere felice! Questo è il concetto preponderante per ricoprire degli istanti di una vita beata e serena. Ringrazio il mio chirurgo, colui che mi ha operato d’urgenza: Diego Cuccurullo. Poiché a volte la tua esistenza ti offre dei fiori che prima o poi devi cogliere ed adorare. Io sono ancora qui.

Sofferenza

DOPO LE VACANZE IL BLOG RIPRENDE LA SUA ATTIVITA’

Immagine miaLe vacanze vanno finendo; intendo, però, quelle del BLOG. I pochi interlocutori del BLOG di cui mi occupo si preparino: ci saranno delle “novità” soprattutto nell’ambito della CULTURA – intanto vi consiglio di dare un’occhiata a questo BLOG http://festivaldellaletteraturalibridimarelibriditerra.wordpress.com/   con il quale ho avviato una cooperazione. Grazie. A presto

EVVIVA (E’ VIVA) L’UNITA’ – LA FINE DE “l’UNITA'” – ???????

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“Sulle montagne del “feltrino” in provincia di Belluno portavo “l’Unità” la domenica mattina insieme ad alcuni compagni” Ora, ce lo dicono in tanti, il mondo è cambiato: a me sembra peggiorato! Ovviamente c’è chi non la pensa così; ma la Storia fra trentaquaranta anni farà giustizia della verità

Quello che accade è “segno dei tempi”!

Vi allego solo un link di cui riporto la parte finale:

Il fallimento di mercato è, così, anche fallimento politico. Non importa che Renzi precisi come un supporto per L’Unità non sia «nelle disponibilità del PD». Forse è giusto che non lo sia. Ma la fine di un giornale sopravvissuto alla censura fascista è indice di una flessione del sistema democratico; di una flessione infelice, coronata degnamente dalle esultanze di Beppe Grillo: “meno giornali significa, infatti, più informazione (sic)”.

 

http://www.epressonline.net/notizie/ultime-notizie-italia/36-notizie/7354-la-fine-de-lunita-pubblicazioni-sospese-per-la-mancanza-di-un-accordo-fra-gli-azionisti.html

 

A seguire l’ articolo de “l’Unità” on line:

 

http://www.unita.it/italia/unita-cessazione-pubblicazione-liquidazione-fago-nie-mian-ioannuzzi-pd-renzi-bonifazi-1.583242

LE DUE PIETRE da un manoscritto polveroso ritrovato

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DUE PIETRE 2

In quel cassetto polveroso un diario con alcune pagine scritte da me negli anni Sessanta (J.M.)

Le due pietre
Ti ho portata nella pineta a sentire il mare, non sento parlare nessuno se non il mare ed intanto un desiderio di morte mi assale. La spiaggia è vicina ma noi non la vediamo. Solo il nostro respiro forte, affannoso, la nostra ansia di morte. Non c’è luna stasera, ho desiderio di essere solo e sono ancora con te. La mia debole tempra di uomo mi costringe a ciò. Sono stato a studiare tutto il giorno, ed ora che è scesa la sera mi assale un desiderio immenso di amore, di cose nuove conquistate; ma il tempo mi disprezza e corro ancora da te. Imparo sempre a mie spese, come tutti gli altri viventi, e dimostro una cruda indifferenza. Ripeto le cose che ho rifiutato di ripetere dopo l’ultima volta. Sono scortese come sempre e ripeto ugualmente “Mai più!” tra me e me debolmente. Vorrei sapere cosa mi attende ma non oso ascoltare la risposta. Una strada piena di fossi, la mia vita, la stessa cosa, tante cadute, tanti inciampi ed ogni tanto salire dopo essere discesi. Avresti potuto essere la mia donna, tu, donna di fumo, inconsistente, volatile, senza idee, avresti potuto aiutarmi ed io te, donna, che non sai vivere che per te stessa, che conosci il tuo solo amore, avresti potuto mille altre cose, sovvertire il destino, se Dio lo avesse voluto, far dell’omega l’alfa e dell’alfa l’omega, avresti potuto. Forse fu Dio a non volerlo, ma non ci credo adesso. Saresti capace di farmi trovare di nuovo innamorato, gravido di un nuovo amore, sulla stessa strada dell’antico per poi rifiutare il mio desiderio nel momento più bello. Ben presto conoscerò la mia signora: “Non lagnarti di me, poeta; lascia fare al destino” sembra dire alla mia mente mentre scrivo. Ed ho paura di essere giudice severo di me stesso, presago profeta dei miei destini. Mi sono turbato moltissimo a vederti ed è ormai tanto tempo che non penso che a te senza dire niente, senza far trapelare emozioni, stornandole maliziose indagini della gente, mostrando indifferenza e calma e questo mi fa male.
Ho detto di te tante cose, affermato la mia assoluta indipendenza, ho proclamato ai quattro venti che non ti amo e, pur se questo fosse vero, l’ho detto. Gli occhi mi lacrimano, non di pianot ma di gioia, se sento parlare di te, ho detto che non ti amo e vorrei che fosse vero per sentirmi liberato dal tuo giogo d’amore. Cercare di dimenticare è folle per chi sa che non può. Tornare indietro nel tempo è impossibile, ma in queste condizioni io ci ritorno ad ogni attimo, rivedo ogni cosa e mi arrabbio moltissimo di aver vinto. Ma il mio era un premio di consolazione. Vorrei rifiutare ora questi scritti, perché mi fanno del male e possono sembrare stupidi, ma in fondo, rileggendoli, mi sembrano belli, sinceri e stranamente originali finanche, tanto da lodare te che me ne hai dato l’occasione. Mi fai sentire goffo, impacciato, accanto a te, non sono capace di muovermi senza sentire in me un istintivo intimo rifiuto. Ma ora nella pineta non ci sei tu ed il mio pensiero ti segue. Cosa fai, adesso? Forse studi anche tu, forse scrivi, o forse dormi. Sì, certo, a quest’ora forse dormi. E questa donna che mi sta vicino è ancora sveglia e lo sarà per molto ancora. Sapete scegliere Beatrice tra il diavolo e lei? Questa donna, la vedrò nuda fra poco, pronta per una cerimonia consuetudinaria con molto desiderio, con poco amore. Tu dovresti essere qui al suo posto, rivestita di una corazza luccicante, alta, altissima, irraggiungibile stele lapidaria ed io, uomo di carne con il mio inadatto armamento, girarti intorno a ricercare “da qual man la costa cala”. “Sarebbe meglio per te se tu non fossi come sei, impaziente di conoscere il tuo futuro” come una voce profetica dall’alto del monte mi ha raggiunto, qui, nella sera, mentre da solo respiro l’aria salmastra nella boscaglia, accanto ad un auto piena di un vuoto interiore che mi fa male ogni volta che non ho più voglia d’amare. Ho pensato per un attimo alla morte ed ho voluto metterla alla prova. Ho spinto la mia auto a folle velocità, ma il poliziotto fermo dietro la curva mi ha segnalato l’alt ricordandomi di non essere solo sulla faccia della terra e di avere come gli altri una missione cui dedicarmi, non tutta bella come pretendo ma fatta così come la vita della quale mi lamento. Ho un solo pensiero costante: e se mi amasse anche lei? Come me, anche tu, potresti dire e fare lo stesso, anch’io sono come te, di fumo, incostante, volatile, senza idee precise, amo me stesso più degli altri e perciò rifiuto di sottomettermi, potrei mettere sossopra il mondo far della zeta l’a e dell’a la zeta, se Dio lo volesse. Ti turbi e dissimuli, anche tu, affermando la tua indipendenza, proclamando il tuo non amore. Ed anche io resto duro ed impassibile, nei momenti della tua esaltazione, per ripicca, per un senso di non solidarietà, come una grossa pietra, altissima ed irraggiungibile. Sulle nostre teste arriveranno gli ucceli ad innamorarsi, senza avere paura di essere quelli che sono, senza timore di mostrarsi nudi nell’anima, e cantando diranno tutto quello che vogliono, senza ritrarsi timidi, senza traumi, naturali come essi sono, come l’uomo vorrebbe e non può essere. E noi aspetteremo lì, in silenzio, che l’amico vento ci corroda, ci consumi, ci renda polvere, per rinascere un giorno ancora e dire alla vita “Buongiorno!” e semmai ritrovarsi e dire anche a te “Buongiorno!” e senza più parole, attendere la fine.

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE (Pasolini) di Federica Nerini

Federica Nerini

 

 

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE” (Pasolini)

Di Federica Nerini

“Malinconia” di Eduard Munch rappresenta la prima opera simbolista del pittore norvegese. Il quadro è stato dipinto nel 1892 dopo una difficile delusione d’amore, la quale procurò all’artista una delle tante crisi depressive e di panico. L’uomo in primo piano rappresenta l’eroe moderno per eccellenza, che patisce le sofferenze e i sentimenti provati ogni giorno dall’intera umanità. I pensieri si tramutano in sassi pesantissimi, che circondano in modo asfissiante il protagonista; i granelli di sabbia simboleggiano il “tempo incalcolabile”: ore, minuti e secondi indistinguibili gli uni dagli altri, una volta bagnati e miscelati dalla spuma marina. La spiaggia si confonde con la riva, fondendosi con essa diventa un’unica sostanza e forma. Il cielo riprende gli stessi colori delle acque nordiche e glaciali, riecheggiando l’algida amarezza che il pittore aveva nei confronti della vita e del destino. Munch era un uomo che aveva sofferto tanto: solitario, infelice, inerme e sfibrato, aveva provato fino alla morte a realizzare il desiderio di rottura con quella “Solitudine” tanto odiata ed agognata, non riuscendoci. Ecco perché il Pensatore “munchiano”, come la statua “rodiniana” è avvolto da un flusso cementario, che non gli permetterà mai di raggiungere una dinamicità flessibile, per cogliere l’effimera felicità dei due personaggi appena percettibili sullo sfondo.

Ed è proprio la solitudine la condizione ineffabile che trascina l’uomo nel mondo della sofferenza e della drammaticità. La solitudine si sa, non possono assaporarla tutti allo stesso modo, ognuno reagisce in maniera diversa: per alcuni è rigenerativa, si pensi (ad esempio) agli “anacoreti zarathustriani”; per altri è insopportabile, basti ricordare i depressi colpiti dal disturbo bipolare. Ovviamente, la domanda sorge spontanea: “Come è possibile che una condizione dell’anima donata dal Signore, nella sua più complessa ed inverosimile “unicità relativa” non è uguale per tutti?”. La risposta è molto semplice, perché come dice Pasolini: “bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune”. È necessario “avere buone gambe”, poiché l’uomo deve camminare “solo et pensoso i più deserti campi” sempre con “passi tardi et lenti”, fino a percorrere le zone più sconosciute di questo universo impercettibile, pur di far staccare la solitudine dall’anima, come un’ostrica da una conchiglia. Inoltre, è giocoforza avere “una resistenza fuori dal comune”: solo “resistendo”, si può sopportare ed amare l’emarginazione volontaria.

Ma dopo “una camminata senza fine per le strade povere”, declama Pasolini, “bisogna essere disgraziati e forti” come i “fratelli dei cani”. Proprio nell’ultimo verso, il poeta bolognese utilizza il simbolo emblematico del “cane”, l’animale per antonomasia che personifica con grande orgoglio e condanna l’imperitura solitudine. Ed ecco che il mondo governato dall’umanità si trasforma nel canile più insopportabile, dove ogni “disgraziato” ama fugare dal proprio corpo, quando invece ognuno deve elaborare i pensieri per essere libero (o forse no).

Francesco Petrarca nella sua celeberrima poesia “Solo et pensoso” afferma che nonostante non sappia cercare “sì aspre vie né sì selvagge”, non c’è nessun luogo “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui”. Sebbene ricerchiamo la solitudine in ogni piccolo attimo della nostra esistenza e in ogni luogo, è umanamente impossibile abbandonare i pensieri che ci affliggono quotidianamente, poiché ci sono forze psichiche ben più forti dell’isolamento, come l’amore (che tanto tormenta il Petrarca), o semplicemente la straordinaria essenza della riflessione della nostra mente. Per sillogismo aristotelico, quindi, non siamo mai soli, pensiamo di esserlo, mentre non lo siamo minimamente.

Ci solo alcuni poeti, scrittori e filosofi famosi che se non fossero stati soli per tutta la vita, non avrebbero ricevuto quella sfavillante “eternità letteraria” che tengono ben stretta tra le mani, le stesse con cui hanno scritto fiumi di parole memorabili. Non conoscendo la solitudine, non avrebbero mai capito chi erano veramente. “Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?”, questi versi che appartengono a  Giacomo Leopardi urlano di dolore, un dolore: esistenziale, interno, immenso, pieno di angoscia libidica e ricco di un tormento spaesante. Attraverso l’isolamento esistenziale c’è la scissione tra l’istanza del suo “Io” fragile e la sua essenza; Leopardi si è perso nei meandri concentrici della sua anima vulnerabile, per questo non conosce più se stesso. Allora può la solitudine creare questo effetto? Prima ci demolisce e poi ci ordina di capire chi siamo veramente? Io penso di sì, altrimenti un genio indiscusso come Leopardi non si interessava mai a lei. D’altronde è un modo non facile per conoscersi.

Cosa si può trovare attraverso la solitudine? Proust ha ricercato il suo “tempo perduto”, Kafka il suo “silenzio rigeneratore”, Joyce il suo “flusso di coscienza”, Flaubert le sue bramate “metafore”, Tasso la sua “follia”, Ariosto il suo “Orlando”, Dante la sua “Commedia”, Shakespeare il suo “Amleto”, Schnitzler il suo “doppio sogno”, Conrad il suo “cuore di tenebra”, Bulgakov la sua “Margherita”, Stevenson il suo “doppio”, Woolf il suo “suicidio”, Baudelaire il suo “Spleen”, Sartre la sua “nausea”, Pirandello sua “moglie”, D’Annunzio la sua “vecchiaia”, Svevo la sua “ultima sigaretta”, Nabokov la sua “Lolita”, Dostoevskij la sua “bellezza conquistatrice”, Tolstoj la sua “Anna”, Goethe il suo “Mefistofele memorabile”, Foscolo la sua “Patria”, Petrarca la sua “Laura”, Leopardi il suo “Ego”, ed io la mia fine, perché: sto “sola sul cuor della terra trafitta da un raggio di sole”. Sarà subito sera.

Auguste_Rodin_fotografato_da_Nadar_nel_1891Il pensatore

Auguste Rodin ed “Il pensatore”

 

Leggi il contributo di Massimo Sannelli su      pasolini.net

http://www.pasolini.net/contr_sannelli-solitudine.htm

Pierpaolo Pasolini
Senza di te tornavo
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE (Pasolini) di Federica Nerini

Federica Nerini

 

 

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE” (Pasolini)

Di Federica Nerini

“Malinconia” di Eduard Munch rappresenta la prima opera simbolista del pittore norvegese. Il quadro è stato dipinto nel 1892 dopo una difficile delusione d’amore, la quale procurò all’artista una delle tante crisi depressive e di panico. L’uomo in primo piano rappresenta l’eroe moderno per eccellenza, che patisce le sofferenze e i sentimenti provati ogni giorno dall’intera umanità. I pensieri si tramutano in sassi pesantissimi, che circondano in modo asfissiante il protagonista; i granelli di sabbia simboleggiano il “tempo incalcolabile”: ore, minuti e secondi indistinguibili gli uni dagli altri, una volta bagnati e miscelati dalla spuma marina. La spiaggia si confonde con la riva, fondendosi con essa diventa un’unica sostanza e forma. Il cielo riprende gli stessi colori delle acque nordiche e glaciali, riecheggiando l’algida amarezza che il pittore aveva nei confronti della vita e del destino. Munch era un uomo che aveva sofferto tanto: solitario, infelice, inerme e sfibrato, aveva provato fino alla morte a realizzare il desiderio di rottura con quella “Solitudine” tanto odiata ed agognata, non riuscendoci. Ecco perché il Pensatore “munchiano”, come la statua “rodiniana” è avvolto da un flusso cementario, che non gli permetterà mai di raggiungere una dinamicità flessibile, per cogliere l’effimera felicità dei due personaggi appena percettibili sullo sfondo.

Ed è proprio la solitudine la condizione ineffabile che trascina l’uomo nel mondo della sofferenza e della drammaticità. La solitudine si sa, non possono assaporarla tutti allo stesso modo, ognuno reagisce in maniera diversa: per alcuni è rigenerativa, si pensi (ad esempio) agli “anacoreti zarathustriani”; per altri è insopportabile, basti ricordare i depressi colpiti dal disturbo bipolare. Ovviamente, la domanda sorge spontanea: “Come è possibile che una condizione dell’anima donata dal Signore, nella sua più complessa ed inverosimile “unicità relativa” non è uguale per tutti?”. La risposta è molto semplice, perché come dice Pasolini: “bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune”. È necessario “avere buone gambe”, poiché l’uomo deve camminare “solo et pensoso i più deserti campi” sempre con “passi tardi et lenti”, fino a percorrere le zone più sconosciute di questo universo impercettibile, pur di far staccare la solitudine dall’anima, come un’ostrica da una conchiglia. Inoltre, è giocoforza avere “una resistenza fuori dal comune”: solo “resistendo”, si può sopportare ed amare l’emarginazione volontaria.

Ma dopo “una camminata senza fine per le strade povere”, declama Pasolini, “bisogna essere disgraziati e forti” come i “fratelli dei cani”. Proprio nell’ultimo verso, il poeta bolognese utilizza il simbolo emblematico del “cane”, l’animale per antonomasia che personifica con grande orgoglio e condanna l’imperitura solitudine. Ed ecco che il mondo governato dall’umanità si trasforma nel canile più insopportabile, dove ogni “disgraziato” ama fugare dal proprio corpo, quando invece ognuno deve elaborare i pensieri per essere libero (o forse no).

Francesco Petrarca nella sua celeberrima poesia “Solo et pensoso” afferma che nonostante non sappia cercare “sì aspre vie né sì selvagge”, non c’è nessun luogo “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui”. Sebbene ricerchiamo la solitudine in ogni piccolo attimo della nostra esistenza e in ogni luogo, è umanamente impossibile abbandonare i pensieri che ci affliggono quotidianamente, poiché ci sono forze psichiche ben più forti dell’isolamento, come l’amore (che tanto tormenta il Petrarca), o semplicemente la straordinaria essenza della riflessione della nostra mente. Per sillogismo aristotelico, quindi, non siamo mai soli, pensiamo di esserlo, mentre non lo siamo minimamente.

Ci solo alcuni poeti, scrittori e filosofi famosi che se non fossero stati soli per tutta la vita, non avrebbero ricevuto quella sfavillante “eternità letteraria” che tengono ben stretta tra le mani, le stesse con cui hanno scritto fiumi di parole memorabili. Non conoscendo la solitudine, non avrebbero mai capito chi erano veramente. “Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?”, questi versi che appartengono a  Giacomo Leopardi urlano di dolore, un dolore: esistenziale, interno, immenso, pieno di angoscia libidica e ricco di un tormento spaesante. Attraverso l’isolamento esistenziale c’è la scissione tra l’istanza del suo “Io” fragile e la sua essenza; Leopardi si è perso nei meandri concentrici della sua anima vulnerabile, per questo non conosce più se stesso. Allora può la solitudine creare questo effetto? Prima ci demolisce e poi ci ordina di capire chi siamo veramente? Io penso di sì, altrimenti un genio indiscusso come Leopardi non si interessava mai a lei. D’altronde è un modo non facile per conoscersi.

Cosa si può trovare attraverso la solitudine? Proust ha ricercato il suo “tempo perduto”, Kafka il suo “silenzio rigeneratore”, Joyce il suo “flusso di coscienza”, Flaubert le sue bramate “metafore”, Tasso la sua “follia”, Ariosto il suo “Orlando”, Dante la sua “Commedia”, Shakespeare il suo “Amleto”, Schnitzler il suo “doppio sogno”, Conrad il suo “cuore di tenebra”, Bulgakov la sua “Margherita”, Stevenson il suo “doppio”, Woolf il suo “suicidio”, Baudelaire il suo “Spleen”, Sartre la sua “nausea”, Pirandello sua “moglie”, D’Annunzio la sua “vecchiaia”, Svevo la sua “ultima sigaretta”, Nabokov la sua “Lolita”, Dostoevskij la sua “bellezza conquistatrice”, Tolstoj la sua “Anna”, Goethe il suo “Mefistofele memorabile”, Foscolo la sua “Patria”, Petrarca la sua “Laura”, Leopardi il suo “Ego”, ed io la mia fine, perché: sto “sola sul cuor della terra trafitta da un raggio di sole”. Sarà subito sera.

Auguste_Rodin_fotografato_da_Nadar_nel_1891Il pensatore

Auguste Rodin ed “Il pensatore”

 

Leggi il contributo di Massimo Sannelli su      pasolini.net

http://www.pasolini.net/contr_sannelli-solitudine.htm

Pierpaolo Pasolini
Senza di te tornavo
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.