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NON SONO UN GRAFOMANE – ma un’anima inquieta, sì!

– piuttosto che scrivere sui muri….

FOTO per BlogNon sono un grafomane! Osservo le diverse realtà, le riscontro, le analizzo, e poi ne scrivo. Rispondo ad un amico di cui ho stima; sospetto che vi sia una certa ironia, una forma di complimenti che rischia per passare per critica. Ma è perché sono benevolo con me stesso e tento di dare una spiegazione a questo mio modo di comunicare. D’altronde i “tempi” sono davvero bui e la ricerca di “luce” è ancora più forte. Il BLOG è una delle modalità per esprimere questa mia condizione umana nell’attraversamento della “nottata”.

E’ DI VETRO QUEST’ARIA – FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI 2628 SETTEMBRE

e' DI VETRO QUEST'ARIACAMPI FLEGREI
Ho letto il libro di Monica Pareschi, “E’ di vetro quest’aria”, edito da Italic Pequod 2014. Ho trovato la sua prosa incisiva, magistralmente realistica, cruda. Lo recensirò fra qualche ora; ho bisogno di rileggerne alcune pagine. Ho il fermo desiderio di incontrare l’autrice, una delle più importanti traduttrici italiane, al prossimo Festival della Letteratura nei Campi Flegrei che si svolgerà dal 26 al 28 settembre fra Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida.

Festival Pozzuoli

FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – PREMIO “MICHELE SOVENTE” TERZA EDIZIONE

CAMPI FLEGREIFestival Pozzuoli 

Dal 26 al 28 settembre si svolgerà nei Campi Flegrei il Festival della Letteratura – tra Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida scrittori e critici artistici e letterari si confronteranno – è prevista anche l’assegnazione di Premi (in particolare il Premio Sovente dedicato al poeta scomparso nel 2011) – qui in calce troverete il Bando per la partecipazione al Concorso. Con questo “post” intendo contribuire alla conoscenza di Michele Sovente, di cui sono stato amico negli anni del Liceo Classico (lui era in Seminario, io frequentatore laico). Ci siamo allontanati (in verità, sono stato io ad andare via dai Campi Flegrei nel 1974 per lavoro) ed io l’ho incontrato nuovamente nel 2001 alla presentazione di uno dei libri di Ernesto Salemme , “Sogno di un teatro” al Cinema “Sofia”.

Per consentire ai nostri lettori di avere un’idea su quale fosse il livello della poesia di Michele Sovente, utilizzo alcuni video.

 

http://festivaldellaletteraturalibridimarelibriditerra.wordpress.com/bando-di-concorso/

JOSEPH FARRELL – NON E’ TEMPO DI NOSTALGIA – INTERVISTA A FRANCA RAME

Ho finito di leggere l’intervista rilasciata a Joseph Farrell da Franca Rame nel febbraio 2013 (la grande autrice ed attrice morirà il 29 maggio 2013) – a breve cercherò di sintetizzare il libro di cui si parlerà all’interno del Festival della letteratura nei Campi Flegrei a fine settembre.
Joseph Farrell è Professore Emerito di Italianistica presso la University of Strathclyde, a Glasgow, Scozia e sarà ospite del Festival.Franca Rame e Farrelldario-franca-joseph-farrell

NON E’ TEMPO DI NOSTALGIA -iNTERVISTA DI J. Farrell a Franca Rame

Festival Pozzuoli

 

Ho iniziato a leggere il libro di Joseph Farrell, “Non è tempo di nostalgia” – una lunga intervista a Franca Rame prima della sua scomparsa. Lo recensirò subito dopo averlo letto.

Joseph Farrell sarà presente a “Libri di Mare Libri di Terra”  – Festival della Letteratura nei Campi Flegrei dal 26 al 28 settembre p.v.

Farrell e Rame

Subito dopo leggerò anche “Dario e Franca” sempre a cura di Joseph Farrell

Franca Rame e Farrell

 

FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – 26-28 SETTEMBRE 2014

Davide D'UrsoDavide D'Urso 2

Vado concludendo la lettura del libro di Davide D’Urso – fra qualche ora lo recensirò – “Tra le macerie” racconta vicende fondamentalmente ahimè normali di un gruppo di giovani e di uno in particolare, Marco, in una Napoli contemporanea oppressa come gran parte del nostro paese da una profonda crisi lavorativa (nessuno si salva, anche i suoi amici, coetanei tutti trentenni, apparentemente fino a poco tempo prima più fortunati). Alcuni capitoli si inoltrano nell’universo dei call-center con le sue gerarchie e le sue atmosfere da GF orwelliano. Ma le passioni prevarranno? uno spiraglio sembra annunciarsi.  Il “domani è un altro giorno” della Rossella di Mitchell e Fleming verrà anche per Marco? Finisco la lettura e ve lo dico.

LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – ANTONELLA CILENTO – CAMPI FLEGREI 26-28 SETTEMBRE 2014

cilento 2
Caravaggio

E, dunque, il “Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra” si svolgerà fra Pozzuoli e Bacoli dal 26 al 28 settembre. Antonella Cilento ne sarà protagonista.

Una donna che nasce nel Seicento, non importa se nobile o popolana, se ricca o povera (ricordate la manzoniana Gertrude?), non aveva altro sbocco se non in un matrimonio e non aveva alcuna possibilità di acculturarsi al di là di insegnamenti impartiti sulle “buone maniere” e sulla qualità dei cibi e la ricchezza dei vestimenti. Lisario è una bambina, figlia di don Ilario Morales comandante della guarnigione di stanza al Castello di Baia sul Golfo di Pozzuoli, una ragazzina di 11 anni, che si ribella al “potere” della famiglia e dei maschi e si imbeve di letture in segreto, visto che alle donne era negato l’accesso alla Conoscenza ed alla Cultura. La protagonista, che solo per un attimo nel corso del romanzo conosceremo come Bellisaria, è diventata suo malgrado muta e ne conosciamo il punto di vista attraverso le riflessioni scritte segretamente su fogli recuperati qua e là. Antonella Cilento, autrice del romanzo, infatti vi inserisce ad intervalli abbastanza precisi le “Lettere” di Lisario indirizzate “alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria”. La giovanissima donna, di fronte alla possibilità di andare “sposa di un vecchio bavoso e gottoso”, trova un modo tutto suo di protestare, negandosi provvisoriamente alla vita e cadendo in un sonno profondo. Ed è così che prende avvio il romanzo. Ho già scritto che si tratta di libro avvincente nella sua narrazione rapida e nella sua struttura per capitoli e paragrafi che appaiono, a chi, come me, è avvezzo a trattar di Cinema e Teatro, come Scene pronte ad essere trasformate in immagini. Ma ne parlerò dopo. L’ambientazione è in una Napoli cupa, buia, resa insicura da rivolte ed epidemie, dove si muovono personaggi di alto livello artistico insieme a malfattori, delinquenti, mistificatori ed avventurieri di ogni specie e provenienza; è la Napoli dove c’è il segno di Caravaggio, la presenza di Ribera; è la Napoli dove arrivano artisti come il francese Jacques Israel Colmar, il fiammingo Michael de Sweerts (questi, entrambi protagonisti di primo piano del romanzo di cui si parla), il valenciano Juan Dò; ed è la Napoli di Masaniello e dei Vicerè; la Napoli nella quale si rappresentano melodrammi interpretati da “voci bianche” nelle parti femminili; è la Napoli delle prostitute di basso e di alto rango ed è la Napoli dei “femminielli” e degli ermafroditi; la Napoli che crede ai miracoli non avendo nella realtà molto di cui essere felice. In questo ambiente meschino ancorché  aristocratico e culturalmente, in senso potenziale, elevato si muove la vicenda di Lisario e la profonda incapacità da parte dei maschi di poter accettare l’incredibile scoperta che il catalano, medico di scarsi scrupoli, Avicente Iguelmano compie dapprima spiando la giovane moglie, per l’appunto Lisario (tralascio, benchè significative le modalità con cui Avicente conosce e sposa la giovane), e successivamente leggendo alcune pagine di un libro sui “piaceri solitari” reperito nella ricca Biblioteca di un signorotto locale, Tonno d’Agnolo, degno rappresentante della spregevole classe politica di ogni tempo, rozzo procacciatore di amanti per gli ambienti del vicereame spagnolo.
In quelle pagine per l’appunto si leggevano “cose che gli parevano impossibili. Bugie senza fondamento”. La storia si dipana concedendo deviazioni e colpi di scena coinvolgenti fino alla conclusione. E’ un libro, lo ripeto, che mi ha ridato fiducia verso le nuove generazioni di autori letterari e non è un caso che l’autore in questione sia una donna. Nelle presentazioni pubbliche del romanzo si sottolinea giustamente, in un punto di vista femminile, la modernità dell’argomento: la protagonista, pur oppressa da una società (quella del Seicento) profondamente maschilista, emerge in ogni senso e sconfigge i limiti imposti, prima di tutto quegli stessi relativi alla mancanza della “voce”. Ed è infatti dalla “voce” di Psiche nell’ ultimo paragrafo del romanzo che prenderei il via se dovessi scrivere, come sempre vado pensando mentre leggo, una sceneggiatura. Dalla voce di Psiche che sconvolge il “vecchio e malandato” Avicente inondandolo di infiniti malinconici ricordi farei partire il tutto; perché è quello il momento in cui tutto ha un senso.

L’attualità del romanzo rimanda a temi che, forse da maschio, continuo a considerare ambigui; la violenza sulle donne così frequentemente portata agli orrori delle cronache è il risultato di un’educazione antropologica sbagliata attraverso la quale il “mondo” ha costruito dei ruoli che oggi, nel momento in cui socialmente li mettiamo in discussione, finiscono con il creare confusione e sbandamento nella mente dei più deboli (al di là del livello culturale e professionale) fra i maschi. Aggiungerei che nelle istituzioni educative (la famiglia, la scuola, il consesso civile allargato) non si è ancora riusciti a raggiungere la consapevolezza che la parità dei generi giustamente ricercata a livello legislativo ed istituzionale ha bisogno di tempi lunghi per essere realizzata e le “vicende” traumatiche cui da tempo assistiamo sgomenti ed infuriati sono parte di un percorso che ha tuttavia bisogno di ulteriori sostegni al di là delle giuste manifestazioni pubbliche cui volentieri partecipiamo. La sensibilità non si conquista con le norme legislative ma attraverso percorsi educativi naturali non imposti.

Nel video, un’intervista ad Antonella Cilento sul Seicento al Pio Monte della Misericordia (Napoli, via dei Tribunali 253) dove si trova l’opera di Caravaggio “Sette Opere di MIsericordia”

FESTIVAL DELLA LETTERATURA LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – CAMPI FLEGREI (NA) 26-28 SETTEMBRE 2014

libro di antonella-cilento

 

cilento

 

Questa è solo un’anticipazione; ho finito ieri sera di leggere il libro di Antonella Cilento, “Lisario o il piacere infinito delle donne”. Non mi capita da molto tempo di sentire il desiderio di percorrere le pagine l’una dopo l’altra incuriosito dagli eventi narrati. Il libro è piacevole, avvincente, coinvolgente. E’ una grande gioia per me seguire le storie narrate e sarà un grande piacere poter conoscere l’autrice che dimostra una notevole maestria, portando a compimento le sue “lezioni” di scrittura creativa. Antonella Cilento sarà a Pozzuoli e nei Campi Flegrei (Baia, Bacoli, Fusaro) fra il 26 ed il 28 settembre ospite del Festival della Letteratura organizzato da “Il Diario del Viaggiatore” e da Angela Schiavone.

Nelle prossime ore scriverò una recensione più articolata sull’opera, che consiglio vivamente per la lettura.

reloaded “TERRE(E)MOTI DEL CUORE” – Il racconto del ricordo (sul bradisismo flegreo del 1970 e 1983)

Foto pozzuoli 4   Lux in fabula Rionew Terra Rione Terra 2   Ripubblico un mio articolo pubblicato il 9 giugno u.s. su politicsblog.it per una molteplicità di motivazioni; porre in evidenza alcuni aspetti “positivi” dopo averne elencati negli articoli degli ultimi giorni alcuni espressamente critici sulla realtà flegrea; accennare ad Oscar Poerio che riconobbe l’esigenza di confrontarsi con altre realtà non “viciniori” e venne a trovarmi a Prato; anticipare una mia riflessione “positiva” sull’Associazione “LUX in FABULA” con rilievi critici nei confronti di un’Amministrazione incapace di comprenderne il valore se non con quelle chiacchiere inutili e retoriche che servono solo a far “incavolare” ed amareggiano le persone per bene come Claudio Correale e tanti come lui che si impegnano instancabili (ma fino a quando sopporteranno queste umiliazioni?) a portare avanti progetti importantissimi per la Storia e la Cultura del nostro territorio. I legami con Pozzuoli sono stati, in questi ultimi quaranta anni, essenzialmente episodici. Fondamentalmente ho lavorato con intensità passionale, e ne porto addosso profonde ferite, sul territorio toscano dopo una parentesi veneta che pure ha dato i suoi frutti. Fra questi legami, al di là degli affetti familiari, pongo in posizione prevalente quello con Oscar Poerio che, negli anni Novanta, da Assessore alle politiche Sociali del Comune di Pozzuoli (credo rivestisse anche incarico di vice Sindaco) venne a “studiare” alcuni interventi dell’Amministrazione comunale pratese (allora era, a Prato, Assessore Alessandro Venturi) in materia di edilizia scolastica “primaria”. Oscar notò come da noi in Toscana le scuole fossero state pensate e costruite con delle grandi vetrate che lasciavano intravvedere dall’esterno le attività che si svolgevano all’interno di esse. Non è un caso, dunque, che con Oscar si sia poi mantenuto un rapporto positivo anche se non continuativo ed intenso, e non è un caso che, ritornando di recente più spesso in terra flegrea, è con lui, forse più di altri, che io abbia attivato un legame profondo dal punto di vista culturale. Oscar mi parla dell’Archivio Vescovile e di Città Meridiana; mi parla di un Festival delle Idee Politiche (FIP è l’acronimo identificativo) che, insieme ad alcune amiche ed amici, sta organizzando ed io, che di Pane e Politica oltre che di Cultura ho vissuto finora soprattutto idealmente, accendo su questi temi il mio interesse. Mi piace peraltro questo accostamento a prima vista quasi irriverente fra il sacro dell’ideologia (le Idee politiche) ed il profano del nazional-popolare (Festival). Ed il mio interesse ha radici profonde nell’elaborazione di un Progetto di Sinistra che, partendo dall’esistente, lo superi con una rigenerazione post ideologica che si basi sullo sperimentalismo democratico e sulla mobilitazione cognitiva di cui parla negli ultimi tempi Fabrizio Barca. In effetti mi interessa moltissimo ( I care ) l’idea ma, per una serie di concomitanze, non riuscirò a partecipare. Non rinuncio tuttavia a mandare, via posta elettronica, uno dei progetti su cui sto lavorando. Oscar mi parla anche di un’iniziativa svolta lo scorso anno da Città Meridiana. Conosce la mia passione per il Cinema e per la “documentazione antropologica” e mi accenna ad un filmato, “Sud come Nord” (1957) di Nelo Risi presentato sempre lo scorso anno dalla sua Associazione nel corso di una delle iniziative. Gli dico che non lo conosco, anche se poi, da frequentatore di youtube, ricordo di averlo visto nel mentre ricercavo filmati su Pozzuoli e sull’Olivetti. E poi fa riferimento ad una pubblicazione di cui, dice, mi farà dono. Si tratta di un “percorso nella memoria individuale e necessariamente collettiva riferito agli anni del “bradisismo” (il 1970 ed il 1983). Gli dico di avere già visto di recente alcuni video di “Lux in fabula”, un’associazione molto attiva nel recupero di riprese private e pubbliche audiovisive sul passato flegreo. Riparto per Prato sapendo di ritornare a breve. Ed è così che in questa fine di maggio, dopo l’esaltante vittoria del Centropd, ritornato a Pozzuoli, Oscar e Regina sua moglie, approfittando di una delle mie iniziative, sono venuti a trovarmi. E’ venuto lui; io non sono ancora riuscito ad andare da lui, in Archivio, come più volte ho promesso di fare. E mi ha portato il libro. Il titolo mi colpisce TERREEMOTI DEL CUORE Il racconto del ricordo. CINQUE PAROLE CHIAVE cinque tag fondanti. E dentro nella prima pagina di copertina anche una dedica “significante” che recupera alcuni lemmi e spinge me ad inoltrarmi fra le altre pagine. Ritrovare “fatti, persone e moti del cuore” perché risveglino in me “ricordi mai cancellati”: è questo l’auspicio di Oscar. Con affanno e voracità scorro rapidamente il libro con gli occhi e col cuore innanzitutto alla ricerca di nomi e volti noti collegati ad esperienze comuni, tutte amiche ed amici della “bella gioventù”. Il bradisismo, quello del 1970, sconvolse i nostri destini con una diaspora tentacolare: era, quello, un tempo difficilmente spiegabile a chi soprattutto è nato e vissuto dopo quegli anni. Come si fa a raccontare ai nostri giovani cybernauti e sacerdoti di Android che, per nessun motivo al mondo avremmo avuto modo allora di relazionarci costantemente – come riusciamo a fare adesso – con le amiche e gli amici con cui fin a qualche giorno od ora prima avevamo vissuto gomito a gomito. Anche le diverse lontananze incisero creando storie nuove, nuove amicizie, nuove solitidini e qualche volta nuovi amori. L’evento di bradisismo del 1983 mi ha visto già cittadino di altra Regione, dal 1975 ero andato via da Pozzuoli, dove nel 1972 avevamo festeggiato i 2500 anni dalla sua fondazione, e nel 1983 ho vissuto le “storie”, di cui ho letto nel libro, anche dai racconti dei “miei”, che erano ritornati a Mondragone ma non nella casa dove ero stato con loro nel 1970, quando avevamo abbandonato la nostra abitazione di via Girone soltanto per prudenza. Ma non voglio aggiungere un capitolo al libro che ho trovato estremamente vario e ricco e mi ha consentito davvero di ritrovare in un solo unico contesto quelle sensazioni comuni ma diverse che ciascuno dei protagonisti lì dentro presenti ha vissuto; di ritrovare nomi e volti a volte provvisoriamente dimenticati ma che – ora – vorresti incontrare nuovamente per intrecciare percorsi fertili comuni. Tanti nomi; non posso sceglierne solo alcuni; farei torti incomprensibili, ingenerosi ed ingiusti. Ho una matrice culturale di tipo “antropologico” che mi spinge ad indagare sulle “storie” umane e questa raccolta di “storie” mi ha coinvolto appassionatamente. Non amo da qualche tempo l’approccio meramente politico; lo trovo sempre più arido e colmo di ipocrisie. Ad ogni buon conto concluderei questo “racconto” sotto forma di “commento” (o commento sotto forma di racconto, fate voi!): nel 1972 pubblicai, a mie spese, un lungo racconto accanto ad uno breve, bellissimo ed intenso, del mio amico Raffaele Adinolfi. Era, quello mio, un racconto anomalo fatto di un pretesto di partenza (un breve viaggio a Ponza) ma con una lunghissima serie di rimandi “logici” (per me lo erano di certo, per gli altri ho qualche dubbio lo fossero). In una di queste pagine c’è la mia “memoria” di quel distacco del 1970. La prima parte del documentario sul 1970 a cura di “Lux in Fabula”, su youtube troverete anche le altre   Lux in fabula    

“LA VITA E’ SOLO SOFFERENZA! ma allora fate in modo che cessi la vita che è solo dolore !” (F.W. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

“LA VITA È SOLO SOFFERENZA! MA ALLORA FATE IN MODO CHE CESSI LA VITA CHE È SOLO DOLORE!”. (F.W.Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”)

di Federica Nerini

Federica Nerini

La sofferenza è la più sublime condizione dell’anima. Uno degli enigmi più difficili ed irrisolvibili per l’uomo come singolo e come umanità è la “conoscenza della coscienza”, ossia il diventare “autocoscienti”. Quando nell’uomo si riesce a raggiungere quel rafforzamento quasi orgiastico della autocoscienza , in cui c’è il contatto sensoriale con l’anima e l’essenza in sé? In quei minuti si ha una delle più alte avventure, perché si ha l’estrema consapevolezza della presenza del nostro essere come sofferenza. Sono istanti memorabili in cui i sentimenti, le passioni, le paure, i rimpianti, le colpe, le tenebre, gli sforzi e gli avvenimenti vissuti ti passano accanto senza poterli sfiorare. È un “momento in cui si può dare tutta la vita”. In altre parole, la coscienza non appartiene all’esistenza individuale dell’uomo, ma alla sua natura; quindi se il genere umano è per natura dolente, significa che la sofferenza è la via per arrivare all’autocoscienza, e all’oggetto cardine della coscienza: “la conoscenza di se stessi”. Comprendere se stessi attraverso le atrocità della vita è un modo per elevarsi e nutrirsi di anima propria. La sofferenza è una delle cose più straordinarie che Dio ci abbia mai dato, grazie ad essa diveniamo consapevoli della nostra esistenza. “Io soffro, quindi esisto”, questo è il nuovo mantra che dovremmo incidere sopra gli usci delle case! Raggiungeremo l’elevazione di noi stessi!
Noi cerchiamo spudoratamente di “attendere il tempo”, poiché prima o poi “qualcosa deve pur arrivare”, qualcosa di evangelico, surreale ed incredibilmente onirico. Siamo schiavi della “sorpresa” tiranneggiante, ma l’uomo non sa che la sorpresa è soffocata da due forze inscindibili ed ambivalentemente affascinanti: “il bene e il male”. Quando si è presi dalla sorpresa si abbandona la monotonia vitale, quella che frequentiamo assiduamente ogni giorno (che genera convenienza e sicurezza), e captiamo la “felicità” o la “sofferenza” del cambiamento generato dall’ indesiderato. È una formula triste e sconsolata quella a cui assistiamo, come quando si osserva in un lungo viaggio un rudere vecchio ed abbandonato; veniamo assaliti dalla melanconia se pensiamo che quest’ultimo prima era un nido familiare, magari vissuto fino all’ultimo mattone e abitato dal tedio giornaliero, forse in un’altra vita…
Felicità e sofferenza sono medicine per malati ingordi ed incurabili: “Solo attraverso la sofferenza si può conoscere l’epifania labile della felicità”. Nietzsche aveva ragione in “Al di là del bene e del male”; infatti la passione per l’ “eudemonia” e la sua incredibile scoperta, si può avere solo attraverso la “conoscenza della sofferenza in tutta la sua essenza”. Nella “Gaia Scienza” egli afferma con estremo zelo: “Sicché oggi, anche troppo volentieri, (gli uomini) sono ormai disposti a sospirare e a non trovare più nulla nella vita, nonché a guardarsi l’uno nell’altro con aria afflitta come se questa vita fosse assai pesante da sopportare. In verità, essi sono enormemente sicuri della loro vita e di essa sono innamorati, e sono pieni di indicibili astuzie e sottigliezze per spezzare quel che non fa piacere, e togliere al dolore e all’infelicità la loro spina. Mi pare che si parli sempre in modo esagerato del dolore e dell’infelicità”. Queste parole possono penetrare l’anima disturbata di qualunque uomo afflitto, sono come fulmini potenti che illuminano l’Olimpo della ragione. I decibel dei tuoni percuotono in frequenza, e sono come sincopati dal ritmo armonico dalla caduta delle lacrime salate: tutti soffrono vivendo.
Allora come faremo noi a cogliere l’attimo e a sfuggire ad un’esistenza che è solo dolore? Utilizzando la “vita come mezzo della conoscenza”: con questo principio nel cuore si può soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! Anche se non sappiamo niente della guerra e della vittoria. Si deve imparare ad amare, a soffrire, a vivere e morire, altrimenti non c’è verso. Perché mai dovremmo accettare la nostra vita dissolutamente infelice fino allo stato cronico, aspettando l’ora maligna in cui cambia la “bonaccia” salvifica?
Spinoza diceva: “Non ridere, non piangere, né detestare, ma comprendere!”. Poiché “il comprendere” (ossia, l’ “intelligere” in latino), racchiude in sé con tutto il suo splendore e in maniera straordinariamente evidente i tre verbi all’infinito precedenti. La conoscenza è la forza assoluta per “imparare a vivere”, altrimenti l’ignoranza si impadronirà dei nostri pensieri fino a delirare! L’ignoranza è il più grande male! È questo “intelligere” la summa di tutti i flussi e gli impulsi che il mondo abbia mai creato. Soprattutto attraverso la conoscenza, impariamo ad amare tutte le cose che abbiamo amato fino ad ora, perché le abbiamo prima comprese ed “esplorate con le vele a mezz’aria”, e poi amate. Però purtroppo, un’ enorme passione per la cosa o persona amata porta ad una sofferenza latente e ad una infelicità irrisolta, e solo Dio sa il perché… Si deve imparare da tutto, anche dall’amore. Allora, come affermerebbe Nietzsche: “questo dovrebbe avere come risultato una felicità di un Dio colmo di potenza e di amore, di lacrime e di riso, una felicità, che come il sole alla sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge in mare, e come il sole, soltanto allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d’oro!”. Questo sentimento è la felicità? No, è l’ “umanità”, ed è più grande di qualunque sofferenza. Dovremmo comportarci come i grandi “uomini giapponesi” verso chi ci ferisce. Questi ultimi, quando ricevono un oltraggio si squarciano il ventre di fronte al nemico che li ha offesi, dicendo: “Solo io ho il diritto di farmi soffrire!”. Noi di fronte alla nostra sofferenza urleremo con “voluttà e peccato”: “Non hai il diritto a non farmi vivere!”.
Forse noi dovremmo trascorrere ogni giorno, vedendo la nostra storia con gli occhi di un condannato a morte che poi verrà graziato solo nell’ultimo istante, così vivremo la nostra vita “tenendo conto”, afferma Dostoevskij di “ogni minuto”, sebbene si perdano degli “istanti preziosi” sempre. Negli ultimi cinque minuti prima dell’esecuzione capitale dovremmo esaltare l’intera nostra essenza esistenziale: due li utilizziamo per salutare i nostri pensieri più sofferti ed irrisolti; gli altri tre li lasciamo per noi, sì, solo per noi stessi, perché dovremmo pur pensare alla nostra colpevole esistenza! Ma se noi siamo dei lestofanti destinati alla gogna, allora la vita è un palcoscenico tetro in cui si recita la ripetitiva ed indomata “tragoedia” latina? Che tristezza, viviamo saggiamente! Così se in un giorno lontano mi urleranno: “Sei felice?”; io risponderò: “Non lo so, devo aspettare i miei ultimi cinque minuti!”.
Una volta caduti nell’abisso crudele della sofferenza, bisogna rialzarsi attraverso una rinascita dei sensi e del corpo. Solo la “speranza” ci può far vivere felice! Questo è il concetto preponderante per ricoprire degli istanti di una vita beata e serena. Ringrazio il mio chirurgo, colui che mi ha operato d’urgenza: Diego Cuccurullo. Poiché a volte la tua esistenza ti offre dei fiori che prima o poi devi cogliere ed adorare. Io sono ancora qui.

Sofferenza