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reloaded VOCI FUORI DAL CORO

Ripropongo questo articolo

Libertà e Giustizia

VOCI FUORI DAL CORO
Da qualche mese non riesco a condividere più la linea ufficiale del Partito Democratico, che ho contribuito “in primo (non primissimo, ma comunque primo) piano” a far nascere, concependone la necessità già molto prima che altri la prendessero in considerazione. Orgoglioso e presuntuoso, sì; sono tale e sfido coloro che ne avvertissero per strumentalità la necessità di muovere questi addebiti come accuse ed elementi negativi a farsi avanti. Nondimeno, pur non condividendo tale linea, non rinuncio ad una battaglia “legale”, ma senza impegnare terze persone, perché venga riconosciuto il diritto a coloro che “fecero il PD” di sostenere le loro posizioni liberamente senza rinunciare all’appartenenza. Avverto che ciò, anche se nell’indifferenza “offensiva” di ipocriti gruppi dirigenti, in una situazione che spinge la leadership a limitare la libertà di espressione di alcuni parlamentari (il caso Mineo è evidenza logica e razionale = se non fai quel che ti si chiede sei fuori), non è affatto facile; ma questo aspetto non mi spaventa. Piuttosto, soccorso dalla Storia, quella più e quella meno recente mi avvio a delle riflessioni che, come intravedo da alcune letture recenti, non sono vaghe peregrine e meramente personali. Abbiamo sentito il leader del PD tuonare contro i disfattisti e farsi forte di una volontà popolare che è trasversale ed a-politica semplicemente riferendosi senza menzionarli a sondaggi che tendono ad accontentare il popolo indistinto ed inferocito a causa dei demeriti di una classe politica non estranea né a Renzi né a tantissimi di quelli che si dichiarano suoi sostenitori. Quel popolo a cui si intende dare ascolto è lo stesso popolo che dovrebbe ribellarsi (in effetti lo farebbe pure se non avesse perduto la fiducia nell’essere ascoltato nelle richieste sacrosante di far ripartire l’economia e far riavviare il mercato del lavoro) ma non lo fa perché non sa più nemmeno organizzarsi e non riesce più – anche per un deficit di cultura – a rappresentare le sue istanze se non in maniera individuale come elemento di sondaggio. Questo sfilacciamento consente ad una classe di potere furba ed avida che si picca di rappresentare il “rinnovamento” nelle forme e nella sostanza (ma né quelle – homines novi e giovani vecchi nei metodi – né questa – la furia selvaggia in un accelerato iter di “riforme” che mortificano la nostra Storia repubblicana – affermano o preludono ad un cambiamento davvero rivoluzionario) di appropriarsi (o riappropriarsi) delle leve del comando senza averne il “merito” ma semplicemente con un’azione scorretta di pirateria politica (le Primarie dello scorso anno). E così, andando avanti, continuando ad umiliare l’intelligenza e la cultura si rende sempre meno importante la partecipazione dal basso e si “valorizzano” (!) i piani intermedi e quelli alti del Potere. A casa mia tutto questo – sia chiaro – ha ben poco a che vedere con la Democrazia.
Parlavo di “disfattismo” e sono andato a rileggere un intervento di Adriano Prosperi su “Repubblica” del 15 giugno 2009. Il prof. Prosperi parlava di Mussolini e Berlusconi ma le sue riflessioni appaiono quanto mai attuali. L’articolo ha per titolo “Il fantasma necessario del disfattismo” e vi si legge:
“Il filo dell’ attacco al disfattismo non si interruppe qui. Fu il leit motiv della propaganda del regime. Se rievochiamo queste vecchie cose non è per tornare sulla questione generale se quello che si presentò anni fa come il «nuovo che avanza» sia in realtà qualcosa di molto vecchio, se il berlusconismo sia classificabile come fascismo. Quello che si presenta è una nuova declinazione di qualcosa che appartiene alle viscere profonde della storia italiana, alle magagne della nostra società, alle questioni non risolte nel rapporto tra gli italiani e il passato del paese. E’ il linguaggio del leader a svelare che il regime che giorno dopo giorno avanza nel nostro paese tende a riproporre qualcosa che l’ Italia ha già conosciuto. Il disfattismo fu per il regime fascista un fantasma necessario, continuamente evocato, il responsabile a cui imputare le difficoltà e gli insuccessi.”

Anche Libertà e Giustizia nell’aprile scorso ha elaborato una riflessione cruda ma drammatica del “cul de sac” in cui si è andato ad infilare la Sinistra con la sua incapacità di esprimere una via d’uscita negli anni passati. Ci si è felicemente crogiolati nei solipsismi intellettuali senza comprendere che si attraversava un periodo di “guerra-nonguerra” nel quale bisognava fare fronte comune senza storcere la bocca ma anche senza doversi necessariamente turare il naso.

E Salvatore Settis sempre nell’aprile di quest’anno elabora una riflessione sui rischi che con il Governo Renzi ad essere “rottamata” sia la nostra “Democrazia”:

“… occorre fermare la «svolta autoritaria» del governo, perché il progetto di riforma costituzionale tanto voluto dal premier è «affrettato, disordinato e assolutamente eccessivo». Tanto per cominciare, «non si può accettare che a incidere così profondamente sulla Carta sia un Parlamento di nominati e non di eletti, con un presidente del Consiglio nominato e non eletto»….Il guaio è che il male viene da lontano: si tratta di «decisioni prese in stanze segrete», che «non ci sono mai state spiegate», perché sono i diktat del neoliberismo che vorrebbe sbaraccare lo Stato democratico, visto come ostacolo al grande business…”
Continua il prof. Settis: “ Solo che finché si adeguano Berlusconi e Monti mi stupisco ben poco. Ma che ceda il Pd, che dovrebbe rappresentare la sinistra italiana, è incredibile. E porterà a un’ulteriore degrado del partito, e dunque a una nuova emorragia di votanti».

Secondo Settis, «La sinistra sta proprio perdendo la sua anima: si sta consegnando a un neoliberismo sfrenato, presentato come se fosse l’unica teoria economica possibile, l’unica interpretazione possibile del mondo».
Renzi cavallo di Troia di questo neoliberismo che ha colonizzato la sinistra? «Certamente l’unico elemento chiaro del suo stile di governo è la fretta».Dice Settis. «Dovrebbe prima spiegarci qual è il suo traguardo e poi come vuole arrivarci. Non basta solo la parola “riforma”, che può contenere tutto. Anche abolire la democrazia sarebbe una riforma». “Quello che cerca Renzi” continua Settis, «è l’effetto annuncio, il titolone sui giornali: “Renzi rottama il Senato”. Lui punta a una democrazia spot, a una democrazia degli slogan. Se il premier sostiene che la Camera alta non è più elettiva, ma doppiamente nominata, allora significa che ha veramente perso il senso di che cosa voglia dire “democrazia”». Un nuovo Senato composto da sindaci e presidenti di Regione? «Mi pare una concessione volgare agli slogan leghisti secondo i quali il Senato dev’essere la Camera delle autonomie, cioè l’anticamera dei secessionismi. È inutile festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia se poi i nostri figli rischiano di non celebrare il 200esimo compleanno».

Ecco perché, sentendomi purtroppo in buona compagnia, c’è da preoccuparsi e non si può far finta di niente.

MCM20027

Settis Salvatore

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – Pillole – Emile Cohl

PASSIONE VIGOTRUFFAUT – Pillole
In una delle scene di “Zero de conduite” in cui Huguet (Jean Dasté) intrattiene, facendo il funambolo, i ragazzi in classe Jean Vigo utilizza un disegno animato riprendendo lo stile di Emile Cohl. Siamo in un periodo di grande sviluppo dell’arte cinematografica, ma l’animazione è ancora in una fase sperimentale. Cohl realizza la sua prima opera nel 1908 (ha 51 anni), Fantasmagorie, che ha come protagonista un piccolo clown. È il primo lavoro del genere nella storia dell’animazione, 700 disegni per appena due minuti di proiezione al Théâtre du Gymnase.

LIBERA AGGREGAZIONE DEMOCRATICA PRATO SAN PAOLO MACROLOTTO ZERO

prato

Facendo seguito a quanto annunciato oggi pomeriggio su invito e sollecitazione di un Gruppo di cittadine e cittadini che avevano fin qui guardato con grande attenzione al Partito Democratico operando al suo interno con passione ed entusiasmo critico scrivo quel che segue:

Proponiamo, di fronte al protrarsi della crisi politica del PD, gestito da gruppi dirigenti che non corrispondono alla base (i dati del tesseramento evidenziano questo profondo malessere/dissenso), di costituire presso il Circolo ARCI di via Cilea in Prato la LIBERA AGGREGAZIONE DEMOCRATICA PRATO SAN PAOLO MACROLOTTO ZERO* che, a partire dalle proposizioni programmatiche esposte nell’ATTO FONDATIVO DEL CIRCOLO PD Sezione Nuova San Paolo, si occupi delle problematiche del territorio coinvolgendo tutte le forze politiche che intendono interloquire con proposte concrete alla creazione di un senso più ampio di appartenenza territoriale e di uno sviluppo analitico metodologico e progettuale utile alla città intera.

La proposta verrà presa in considerazione e discussa in una delle prossime riunioni.

*l’Atto fondativo del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo Prato via Cilea è disponibile per chi lo chiedesse

Tramonto sul mare

TRA I PANNI DI ROSSO TINTI – Appunti di storia pratese 1970-1992 – Attucci Editore

Ciminiere

Ho ricevuto da Alessandro Attucci, collega, amico e “nonno” da qualche mese il libro di Riccardo Cammelli “Tra i panni di rosso tinti – Appunti di storia pratese 1970-1992″ edito dallo stesso Attucci.

Dopo la presentazione avvenuta a Coiano nell’ambito della Festa dell’Unità ve ne sarà un’altra giovedì 16 ottobre alle ore 17.30 alla Libreria Feltrinelli di Prato via Garibaldi 92-94. Ho preso un impegno a leggere parte del libro, che è formato da circa 350 pagine. Penso di leggere le prime due parti: l’una dedicata alla storia economica, “Il dibattito sullo sviluppo economico”; l’altra, relativa alle vicende urbanistiche, “Un vestito nuovo per la città”. Ad ogni modo sarò presente ed in questi giorni commenterò le diverse parti, la prima e la seconda prima del dibattito del 16; la terza dopo la sua effettuazione. Le pagine sono densamente incentrate sulla storia della città “laniera” in un periodo che ha prodotto e vissuto, vissuto e prodotto una delle crisi più gravi della sua storia artigianale ed industriale.
L’autore, supportato a quanto ne so da Andrea Valzania, sociologo ed esperto delle dinamiche sociali in particolare quelle legate ai percorsi di integrazione nei processi migratori, presenterà il suo lavoro GIOVEDI’ 16 OTTOBRE ORE 17.30 presso la Libreria Feltrinelli in Prato, via Garibaldi 92-94
Siete tuttei invitatei

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PASSIONE VIGOTRUFFAUT – UN CONTRIBUTO DI Germana Volpe – LUX in FABULA – Pozzuoli 21 ottobre ore 18.00

Copertina Sales Gomes

A POZZUOLI PRESSO LUX IN FABULA – RAMPE CAPPUCCINI 5 – MARTEDI’ 21 OTTOBRE ALCUNI GIOVANI – Federica Nerini, Emma Prisco – Germana Volpe e Roberto Volpe coordinati da Claudio Correale (Lux in Fabula) e Giuseppe Maddaluno (Dicearchia 2008) discuteranno di Jean Vigo e Francois Truffaut a 80 anni e 30 anni dalla loro scomparsa

Questo è un contributo di Germana Volpe

La biografia di Sales Gomes, dal titolo Vita ed opere del grande regista anarchico Jean Vigo, portata direttamente da Giuseppe Maddaluno presso i locali dell’Associazione Lux in Fabula, mi ha permesso di conoscere un maestro del cinema francese, noto per i suoi film documentari dal forte contenuto sociale.
Jean Vigo nasce a Parigi il 26 aprile 1905: suo padre è Eugène Bonaventure de Vigo, militante anarchico e direttore della testata giornalistica Le Bonnet Rouge, meglio noto come Almereyda (Y a la merde), secondo un gioco di parole molto in voga presso gli ambienti anarchici francesi. L’intensa attività politica di Almereyda, volta ad arginare l’avanzata dei repubblicani guidati da Clemenceau, è interrotta nel 1914 con l’arresto nella prigione di Fresnes. Nel 1917 il suo corpo viene trovato in cella, strangolato con i lacci delle sue scarpe. Jean Vigo, appena dodicenne, apprende la dolorosa notizia della sua scomparsa. La libertà di pensiero, la voglia di cambiamento, la speranza in condizioni di vita migliori che caratterizzavano lo spirito di Almereyda, saranno motivo di orgoglio per Jean e filo conduttore di un legame che non verrà mai a mancare, nemmeno nei film che il giovane Jean Vigo realizzerà nel corso della sua breve attività cinematografica. Le sue pellicole trattano tutti i temi da sempre cari al mondo anarchico paterno, dimostrando tutta l’influenza che questa figura seppe avere su di lui. Al contrario invece, la madre del giovane, Emily Clero, non ha mai buoni rapporti con il figlio e questo muro così spesso e difficile da abbattere, sarà analizzato e superato attraverso l’arte e con la maturità.
Suo primo film, la pellicola muta del 1929, dal nome A proposito di Nizza, è un’aspra critica contro quella società borghese sorda al grido di miseria e povertà che si avverte nel bassifondi cittadini, dedita solo al gioco d’azzardo e al divertimento sfrenato. Il clima carnevalesco che si respira nella città è il pretesto per svelare i falsi valori a cui il mondo dei ricchi, comodamente seduti al sole, fa riferimento. Bellissima la fotografia e i giochi a cui Vigo da spazio nel corso delle varie scene: tutto inizia con delle spettacolari riprese aeree.
Il secondo film è Zero in condotta, pellicola del 1933, opera biografica in cui Jean racconta la dura vita trascorsa nel collegio di Millau. Girato in soli otto giorni, in condizioni di salute molto gravi, il film vanta la partecipazione di soli tre attori professionisti (il direttore del collegio, il professore e il sorvegliante), mentre i bambini, veri protagonisti dell’opera, sono stati scelti direttamente dalla strada o dai retrobottega: a loro vanno i meriti maggiori per la riuscita del film. Tra le ingiuste punizioni inflitte dagli ottusi adulti della struttura a tre giovani, c’è “lo zero in condotta”, voto che impedisce a questi di godere dell’uscita domenicale concessa abitualmente. Stanchi di subire i ragazzi mettono in atto un piano per sabotare i grandi e ribellarsi finalmente alle angherie dei loro superiori. Il film è stato censurato perché definito antipatriottico dalla critica (si temeva, infatti, che alla sua visione sarebbe seguita la rivoluzione) e vide la luce solo nel 1945. Molti sono i riferimenti all’anarchia: non dobbiamo dimenticare che negli anni 30’ il fascismo la faceva da padrone in Europa ed ecco perché la censura ha avuto la meglio su questi film dall’alto contenuto anti-capitalistico e anti-autoritario.
Nel 1934 fu la volta de L’Atalante, ultima opera del maestro Jean Vigo. Il film è stato girato nei pressi di un fiume nel mese di novembre e racconta della storia d’amore tra due giovani, un marinaio di nome Jean e la sua bella, Juliette. Il film non ha una chiave di lettura semplice: i due novelli sposi partono a bordo della nave da cui prende nome il film. La monotonia dei giorni in mare e un litigio tra la coppia, causato per l’attrazione che Juliette nutre nei confronti di Pere Jules, altro marinaio, è causa dell’abbandono dell’imbarcazione da parte della donna, che decide di fare un giro per Parigi, ma non riesce più a ritornare a bordo per uno strano scherzo del destino.
Jean Vigo, gravemente malato di tubercolosi, muore a Parigi il 15 ottobre 1934, lasciando l’affezionatissima moglie Lidou. Sino alla fine dei suoi giorni, durante il lungo periodo di malattia che lo vide sempre in preda ad una fortissima febbre, Jean Vigo non ha mai smesso di far sorridere i suoi cari e di dedicarsi al suo lavoro. Una frase riassume tutta la sensibilità di cui era dotato questo genio dell’arte cinematografica, scomparso troppo prematuramente, a soli trent’anni: “Godiamo di una calma esteriore e la nostra inquietudine batte meno forte. A mangiar bene, a dormire venti ore, a riposare sulle sdraio, a passeggiare un poco, a parlare di meno, si arriva a risultati sbalorditivi. Certo conserviamo tutte le nostre pene, tutti i nostri debiti che anzi possono pure aumentare. E se ci dolgono i reni fino a piangere, ebbene, si va avanti. L’avvenire non si schiarisce, e la nostra situazione materiale, morale e artistica, rimane altrettanto brillante che dopo mille perdite di tempo dietro personaggi qualificati e inqualificabili. Ma almeno non si toglie niente al proprio amore. Lo sguardo è lungo quanto deve esserlo, e la carezza anche. Una spalla è sempre pronta per la tua testa stanca e la mano non viene mai meno. …alle telefonate di amici troppo tristi, tu rispondi e aspetti la loro visita perché puoi fare molto per loro, se però prima metti via l’orologio.”
Senz’altro, se questo brutto male non lo avesse colpito, sarebbe rimasto in vita più a lungo, allietandoci con ulteriori capolavori: ma il destino permette a chi vive poco di vivere intensamente ogni attimo… e Vigo ci è riuscito. Ha saputo prendere il brutto e il cattivo delle sue giornate, piene di una sofferenza che non possiamo nemmeno immaginare, riempiendolo di tutto l’amore che aveva per la sua arte e a vivere pienamente l’affetto dei suoi cari amici. E se siamo qui ancora a ricordarlo, a distanza di ben ottant’anni, è perché la sua opera ha lasciato indubbiamente un segno nella storia del cinema, come umanamente lui nel cuore di chi ha avuto modo di conoscerlo.
La biografia di Jean Vigo è disponibile gratuitamente in formato digitale sul sito di Città Vulcano a chiunque ne faccia richiesta.

Germana Volpe

POZZUOLI E PRATO CELEBRANO JEAN VIGO E FRANCOIS TRUFFAUT

Doinel

POZZUOLI E PRATO CELEBRANO JEAN VIGO E FRANCOIS TRUFFAUT AD 80 E 30 ANNI DALLA LORO MORTE
A POZZUOLI MARTEDI’ 21 OTTOBRE ORE 18.00 PRESSO LUX IN FABULA RAMPE DEI CAPPUCCINI N. 5 (POCHI PASSI IN SALITA VERSO LA COLLINA DALLA STAZIONE CAPPUCCINI DELLA CUMANA)
A PRATO GIOVEDI’ 30 OTTOBRE ORE 15.00 PRESSO LICEO CLASSICO “CICOGNINI” VIA BALDANZI

Prefazione a “Le avventure di Antoine Doinel” di F. Truffaut – Edizioni Mercure de france, 1971
Tempo fa, una domenica mattina, la televisione francese durante un programma intitolato “La Séquence du spectateur” ha trasmesso una scena tratta da “Baci rubati”, che si svolge tra Delphine Seyrig e Jean Pierre Léaud. Il giorno dopo, entro in un bar dove non ho mai messo piede e il proprietario mi dice: “Toh! Io a lei la conosco, l’ho vista ieri in televisione”. Naturalmente non sono io quello che il proprietario del bar ha visto in televisione, ma Jean Pierre Léaud nel ruolo di Antoine Doinel. Mi trovo dunque in questo bar, al padrone non rispondo né sì né no, perché non ho mai fretta di dissipare un malinteso, e chiedo un caffè molto forte. Il proprietario me lo porta e, avvicinatosi, mi fissa più attentamente e aggiunge: “Quel film deve averlo girato un po’ di tempo fa, vero? Era più giovane…”
Il resto di questo intervento di Francois Truffaut lo trovate anche su “TRUFFAUT Il piacere degli occhi” a cura di Jean Narboni e Serge Toubiana Edizioni minimum fax – 2006

Lux in fabula

EPIFANIE – 4 “un fiume di parole”

fiume di parole

Luna piena

Ed è sugli Intercity o sulle metropolitane che assisti alla vita come se ti trovassi dentro ad un film o ad un documentario e ti rammarichi di non avere perlomeno un registratorino di quelli tipo 007 nascosti nella penna o in un bottone della giacca; come quella volta (ma chissà quante altre volte è accaduto a ciascuno di noi) che, nell’attesa dell’arrivo del treno metropolitano da Montesanto a Pozzuoli, attesa prolungata visto il cattivo funzionamento del servizio, abbiamo vissuto un dramma sentimentale di primo livello con attestazioni di affetto e di rancore progressivo trasmesso a voce alta attraverso l’uso di un telefonino con auricolare. Ed a me forse anche ad altri è venuto il dubbio che fosse una “performance” che il servizio metropolitano forniva per far meglio sopportare i disservizi. Dubbio ovviamente da fugare: non si può dare crediti così culturalmente elevati a chi non è in grado di far funzionare i mezzi di trasporto locali. E poi di teatrini simili se ne sono visti ed addirittura corali, come quella volta (il rammarico di cui sopra è in questo caso ancora maggiore) che sempre sulla stessa tratta ma di ritorno dal Nord i viaggiatori hanno potuto assistere ad una puntata di docu-fiction tutta in scena in una sola carrozza con tre-quattro personaggi che esponevano sempre a telefono le loro problematiche (personali, professionali, intime) dandosi il cambio: in pratica, non appena terminava un dialogo (pacato, concitato, incazzato) ne partiva un altro annunciato da un trillo con varie suonerie e tutto questo per circa mezzora da Piazza Garibaldi a Bagnoli (da Bagnoli a Pozzuoli ho potuto pensare ai cavoli miei). Avevo accennato nel post precedente ad uno dei tanti viaggi da Napoli a Prato ed all’incontro – inevitabile per il sonoro – con un fiume in piena di parole la maggior parte in dialetto solo in parte italianizzato profferite da un viaggiatore: gli scompartimenti erano aperti (sfortuna o fortuna?), io lo vedevo (e lo sentivo), era nella fila di fronte a me in diagonale, altri, meno fortunati (o ugualmente sfortunati), lo sentivano soltanto, ma ne seguivano le argomentazioni. Qualcuno, come un giovane studente seduto nella mia fila, si astraeva con l’ausilio di un auricolare. Il signore in questione poteva far impallidire qualsiasi grande autore (penso a Boccaccio ma soprattutto a Pirandello): in lui era possibile intravedere lo spettacolo della Vita su un treno in movimento. Solo per portare un esempio ha raccontato per filo e per segno con una minuzia di particolari la vicenda di una famiglia (marito e moglie, entrambi maturi) particolarmente incline alle libagioni ed alle crapule irrinunciabili anche di fronte a fatti drammatici; i particolari riguardavano la qualità e la quantità delle cibarie ed il giudizio morale con una narrazione parallela delle condizioni critiche di un loro congiunto appena ricoverato in ospedale. Altro argomento, forse ovvio in questi tempi di crisi, prolungato anch’esso in variazioni fonetiche e lessicali rigorosamente popolari, fu una filippica possente contro le malefatte della Politica, contro i poteri finanziari, ovviamente non si andava al di là delle banche, contro il Governo. Se proprio volete leggo dai miei appunti (eh sì, avevo smesso di leggere un libro e prendevo appunti) il parallelo azzardato (ma rende un tantinello l’idea) con Renzo Tramaglino all’Osteria della Luna Piena dopo aver assistito ai tumulti ed essere stato “ubriacato” dalla spia. Ma il “nostro” viaggiatore non era ubriaco! Il signore poi si è dilungato sui tempi dell’età dell’oro, il Fascismo ed i tempi non tanto lontani della Lira sperticandosi in quella pratica che è tipica della gente semplice, che confonde i problemi esistenziali personali con quelli storici universali. E poi ha imboccato le tematiche degli oggetti “portafortuna” laici (il corno, la zampa di congilio, il ferro di cavallo, la gobba di un uomo – non quella di una donna che invece porta sfiga) e religiosi (immagini sacre, i “santini” con i propri santi protettori) e di come sua figlia ne abbia fatto positivamente uso ai vari Esami cui ha partecipato. Questi ultimi argomenti li trattava con un gruppo di giovani studentesse che erano sedute in sua prossimità e che io non riuscivo ad intravedere; pretesto per avviare questo dialogo, la presunta somiglianza di una di queste con una delle sue figlie. A Prato siamo scesi entrambi e ci siamo salutati mentre utilizzavamo l’ascensore; era ancora nel pieno del suo vigore ma lo riversava ad una bellissima bambina che doveva essere sua nipote, contenta di rivedere il nonno ed assolutamente silenziosa, forse imbarazzata dalla presenza di altri viaggiatori.
I viaggi sono sempre pieni di sorprese ed aprono una “finestra” sul nostro mondo. Ci permettono di conoscere, di capire e, qualche volta, anche di dialogare, a meno che non si incontri “un fiume di parole”.

Passeggiata storica a Poggio a Caiano (Po) presso la meravigliosa Villa Medicea Ambra e il colle di Bonistallo

Poggio 1

Avevamo dedicato un post (il 20 settembre u.s.) su questo Blog alla visita alla quel con l’Associazione “ARTUMES” e con Maria Antonia Serafini avevamo partecipato lo scorso 20 settembre. Ne avevamo annunciata un’altra. ECCOLA!

PASSEGGIATA STORICA A POGGIO A CAIANO (Po)
GIORNO 11 OTTOBRE 2014, ORE 15:00

Dopo il successo della passeggiata storica a Comeana l’Associazione Artumes propone un nuovo appuntamento alla scoperta di Poggio a Caiano: un meraviglioso percorso tra le sale della Villa Medicea Ambra, recentemente entrata a far parte del Patrimonio dell’UNESCO. Inoltre l’appuntamento ci porterà in visita anche presso le chiese di Bonistallo alla ricerca della storia del territorio! Ritrovo presso l’ingresso della Villa Medicea, Piazza dei Medici 14, alle ore 15:00. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA entro le ore 12 di giorno 11 ottobre. Per info e prenotazioni: 339 1958024, mail info@artumes.it. L’iniziativa si svolgerà con un minimo di 10 partecipanti, anche in caso di pioggia. Contributo: euro 3 a persona. Vi aspettiamo!

Salve a tutti! Invitiamo coloro che vorrebbero partecipare alla nostra passeggiata storica a Poggio a Caiano (Po) presso la meravigliosa Villa Medicea Ambra e il colle di Bonistallo a contattarci, prenotare o confermare la loro presenza. Per info e prenotazioni: 339 1958024, mail info@artumes.it
Grazie
A presto!

reloaded – LE DUE PIETRE – da un manoscritto polveroso ritrovato in soffitta

DUE PIETRE 2

Le due pietre
Ti ho portata nella pineta a sentire il mare, non sento parlare nessuno se non il mare ed intanto un desiderio di morte mi assale. La spiaggia è vicina ma noi non la vediamo. Solo il nostro respiro forte, affannoso, la nostra ansia di morte. Non c’è luna stasera, ho desiderio di essere solo e sono ancora con te. La mia debole tempra di uomo mi costringe a ciò. Sono stato a studiare tutto il giorno, ed ora che è scesa la sera mi assale un desiderio immenso di amore, di cose nuove conquistate; ma il tempo mi disprezza e corro ancora da te. Imparo sempre a mie spese, come tutti gli altri viventi, e dimostro una cruda indifferenza. Ripeto le cose che ho rifiutato di ripetere dopo l’ultima volta. Sono scortese come sempre e ripeto ugualmente “Mai più!” tra me e me debolmente. Vorrei sapere cosa mi attende ma non oso ascoltare la risposta. Una strada piena di fossi, la mia vita, la stessa cosa, tante cadute, tanti inciampi ed ogni tanto salire dopo essere discesi. Avresti potuto essere la mia donna, tu, donna di fumo, inconsistente, volatile, senza idee, avresti potuto aiutarmi ed io te, donna, che non sai vivere che per te stessa, che conosci il tuo solo amore, avresti potuto mille altre cose, sovvertire il destino, se Dio lo avesse voluto, far dell’omega l’alfa e dell’alfa l’omega, avresti potuto. Forse fu Dio a non volerlo, ma non ci credo adesso. Saresti capace di farmi trovare di nuovo innamorato, gravido di un nuovo amore, sulla stessa strada dell’antico per poi rifiutare il mio desiderio nel momento più bello. Ben presto conoscerò la mia signora: “Non lagnarti di me, poeta; lascia fare al destino” sembra dire alla mia mente mentre scrivo. Ed ho paura di essere giudice severo di me stesso, presago profeta dei miei destini. Mi sono turbato moltissimo a vederti ed è ormai tanto tempo che non penso che a te senza dire niente, senza far trapelare emozioni, stornandole maliziose indagini della gente, mostrando indifferenza e calma e questo mi fa male.
Ho detto di te tante cose, affermato la mia assoluta indipendenza, ho proclamato ai quattro venti che non ti amo e, pur se questo fosse vero, l’ho detto. Gli occhi mi lacrimano, non di pianot ma di gioia, se sento parlare di te, ho detto che non ti amo e vorrei che fosse vero per sentirmi liberato dal tuo giogo d’amore. Cercare di dimenticare è folle per chi sa che non può. Tornare indietro nel tempo è impossibile, ma in queste condizioni io ci ritorno ad ogni attimo, rivedo ogni cosa e mi arrabbio moltissimo di aver vinto. Ma il mio era un premio di consolazione. Vorrei rifiutare ora questi scritti, perché mi fanno del male e possono sembrare stupidi, ma in fondo, rileggendoli, mi sembrano belli, sinceri e stranamente originali finanche, tanto da lodare te che me ne hai dato l’occasione. Mi fai sentire goffo, impacciato, accanto a te, non sono capace di muovermi senza sentire in me un istintivo intimo rifiuto. Ma ora nella pineta non ci sei tu ed il mio pensiero ti segue. Cosa fai, adesso? Forse studi anche tu, forse scrivi, o forse dormi. Sì, certo, a quest’ora forse dormi. E questa donna che mi sta vicino è ancora sveglia e lo sarà per molto ancora. Sapete scegliere Beatrice tra il diavolo e lei? Questa donna, la vedrò nuda fra poco, pronta per una cerimonia consuetudinaria con molto desiderio, con poco amore. Tu dovresti essere qui al suo posto, rivestita di una corazza luccicante, alta, altissima, irraggiungibile stele lapidaria ed io, uomo di carne con il mio inadatto armamento, girarti intorno a ricercare “da qual man la costa cala”. “Sarebbe meglio per te se tu non fossi come sei, impaziente di conoscere il tuo futuro” come una voce profetica dall’alto del monte mi ha raggiunto, qui, nella sera, mentre da solo respiro l’aria salmastra nella boscaglia, accanto ad un auto piena di un vuoto interiore che mi fa male ogni volta che non ho più voglia d’amare. Ho pensato per un attimo alla morte ed ho voluto metterla alla prova. Ho spinto la mia auto a folle velocità, ma il poliziotto fermo dietro la curva mi ha segnalato l’alt ricordandomi di non essere solo sulla faccia della terra e di avere come gli altri una missione cui dedicarmi, non tutta bella come pretendo ma fatta così come la vita della quale mi lamento. Ho un solo pensiero costante: e se mi amasse anche lei? Come me, anche tu, potresti dire e fare lo stesso, anch’io sono come te, di fumo, incostante, volatile, senza idee precise, amo me stesso più degli altri e perciò rifiuto di sottomettermi, potrei mettere sossopra il mondo far della zeta l’a e dell’a la zeta, se Dio lo volesse. Ti turbi e dissimuli, anche tu, affermando la tua indipendenza, proclamando il tuo non amore. Ed anche io resto duro ed impassibile, nei momenti della tua esaltazione, per ripicca, per un senso di non solidarietà, come una grossa pietra, altissima ed irraggiungibile. Sulle nostre teste arriveranno gli ucceli ad innamorarsi, senza avere paura di essere quelli che sono, senza timore di mostrarsi nudi nell’anima, e cantando diranno tutto quello che vogliono, senza ritrarsi timidi, senza traumi, naturali come essi sono, come l’uomo vorrebbe e non può essere. E noi aspetteremo lì, in silenzio, che l’amico vento ci corroda, ci consumi, ci renda polvere, per rinascere un giorno ancora e dire alla vita “Buongiorno!” e semmai ritrovarsi e dire anche a te “Buongiorno!” e senza più parole, attendere la fine.