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IL LICEO NON E’ UN’ISTITUZIONE PER MEDIOCRI, MA PER SOGNATORI

di Federica Nerini

Federica Nerini

Cinque anni, cinque lunghissimi anni, passati senza nemmeno accorgermi di un istante. Purtroppo, nella vita, il difetto più grande che colpisce l’uomo è quello di “raccontare ciò che ha vissuto” e “non di vivere ciò che è stato”. Vivere non è questo: “essere indifferenti”. Noi siamo sempre grandi “narratori vanagloriosi” e mai “eroi sopravvissuti”. Ora, finalmente da diplomata tirerei le somme, non per rivelare ciò che è accaduto, ma per mostrarvi come ho vissuto e imparato. Molti docenti insegnano soltanto per fluttuazione repressa, ossia proiettando ansie, delusioni e propri rimpianti verso quelli che sono gli studenti, dimenticando in maniera evidente coloro che hanno di fronte. Pensano soltanto a come possono metterti in difficoltà, per mero e semplicistico “sadismo impellente”, sintomo di una vita piena di insoddisfazione. Gestire medie, numeri e voti, come se fossero formule magiche provenienti da chissà quale libro sconosciuto di stregoneria: è sbagliato, altamente sbagliato. “Valutare” non significa deridere, ma dare un “valore” in base ad una prestazione compiuta. Se il risultato non è sufficiente, non bisogna screditare il ragazzo colpendo la sua autostima, bensì fargli capire di dover procedere diversamente nella sua tecnica di studio. Gli insegnanti sono prima di tutto degli educatori, che mostrano allo studente il “come” affrontare il “domani” negli anni venturi.
Non bisogna utilizzare tutta la scala di valutazione, i voti bassi sono sconfortanti e destabilizzano l’alunno rendendolo incapace. Al contrario se lo studente merita di essere premiato, bisogna dargli una valutazione alta, non per “illuderlo”, ma per fargli capire di essere capace, per poi far coltivare i propri sogni. Se non c’è talento, e non ci sono basi, dare “false speranze” è come indurlo a vivere all’interno di una nuvola pesante che ridiventerà leggera, solo quando le goccioline d’acqua precipiteranno sull’asfalto; tutto prima o poi si distrugge e cade, non rimarrà niente. Ecco, noi alunni mal indirizzati siamo quegli atomi di vapore acqueo: faremo una brutta fine.
Nella scuola ci sono i “docenti” che insegnano in maniera sistematica e impersonale ciò che hanno studiato (la preparazione non è mai ovvia), e poi ci sono gli “insegnanti”, coloro che ti “segnano” nell’anima e nelle esperienze. I primi sono dei casi clinici, e sono come le passioni: “malattie incurabili ”; i secondi sono essenziali per l’esperienza scolastica, sono quelli che ti danno “speranza”, sono la luce verde tanto bramata e raccontata da Fitzgerald, che con ardore manieristico pulsa all’altro capo della baia. Purtroppo “gli Insegnanti” sono rarissimi, e ti passano di fronte quanto una cometa di periodicità millenaria, proveniente dalla Nube di Oort. Però, quando la stella passa, “vive” dentro di te, poiché il giorno insegue la notte in qualunque momento, senza stancarsi mai.
Bisogna ascoltare ogni alunno, accettando ogni punto di vista, anche se è sbagliato, correggendo senza ferire: il ragazzo dà fiducia solo se c’è rispetto. Ma cosa significa “rispettare”? “Rispetto” non è né timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere=guardare), la capacità di vedere una persona com’è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto significa desiderare che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. C’è qualunque esclusione di sfruttamento. Esso sta alla base di ogni relazione professionale, amicale e amorosa; senza di esso il terreno è arido, ci sarà un’imminente siccità.
Ma allora qual è la via attraverso cui è possibile cambiare il “Liceo” in un’istituzione degna del suo nome, magari ricordando il significato creato e adottato da Aristotele in tutta la complessità della conoscenza? Puntando, plasmando e scommettendo sui talenti dotati di quell’ “effervescente creatività” e voglia di vivere. Solo stimolando la creatività individuale è possibile produrre un “effetto”: nuovo, diverso, convincente e proveniente in maniera diretta dall’ “onnipotenza del pensiero”. Quest’ultima appartiene per istinto della psiche in ognuno di noi, ma solo chi ha un’anima nobile riesce a sfruttare queste determinate qualità fino in fondo.
Non c’è necessità di riempire le menti degli studenti di futili “nozioni mnemoniche”, sfociando nella pedanteria, anzi è giocoforza spingere le anime vibranti di dinamismo creativo a realizzare e produrre lavori unici ed inimitabili. Per questo la scuola non è un’istituzione per mediocri, ma per sognatori. È difficile nel corso della carriera liceale per ogni matricola essere compresa e capìta, un’impresa che sfocia quasi nell’impossibile. Ma a volte il destino non sa che cosa ti può riservare, non bisogna mai perdere la speme durante i cinque anni di liceo, può capitare di incontrare durante il tuo cammino della “strada meno battuta” , una “vera Insegnante” che crede e confida in te; vendendo l’anima, pur di farti amare ciò che “insegna”, essendo vulcano di idee e di passioni. Questo lo auguro a chiunque, con tutto il cuore, poiché per me è stato così.

LEGGERE E STUDIARE LA STORIA: I PROGRAMMI DELLA P2 – PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA

Unità p2

Repubblica p2

Non credo che si debba essere vicino ai “grillini doc” oppure a quei pochi che ancora si riconoscano in una delle gabbiette della “fu-Sinistra” per sottolineare come la fretta e la furia con cui si va spingendo l’attuale Parlamento ad approvare le “riforme costituzionali” e se ne annunciano nel contempo altre, sbandierando volontà popolari demagogiche e “populistiche” d’antan, vada celando obiettivi segreti nascosti ai più e non del tutto palesi ad altri che riflettono poco e sono colpiti da amnesie perigliose. Se amo il Partito Democratico così come intendevamo che dovesse essere non posso appassionarmi a questa condizione di subalternità soprattutto perché rilevo elementi inquietanti di “nascita di una (nuova e) diversa forma di dittatura”. Non immaginatevi le “scenette quasi comiche (anche se il Premier CrozzaBean ci prova) del “ventennio” sia quello del primo novecento che quello più recente; l’ho scritto già in altra occasione ed in altro Blog: la Storia non si ripete ma è in grado di fornire indicazioni precise, segnali utili ad evitare che essa negli aspetti negativi e mortificanti ed umilianti delle libertà possa ripetersi pur se in contesti e situazioni diverse. Ecco, non voglio proseguire nell’analisi ma, se dopo aver letto quali siano stati (ed evidentemente sono) i Programmi della Loggia massonica P2 – detta anche “Piano di rinascita democratica” – che è stata oggetto dell’attenzione non solo della Magistratura ma anche di tutto il Centrosinistra nei primi anni Ottanta, pensate che vi possa essere un briciolo di verità in questo allarmismo, allora diamoci da fare. Oppure, a dirla tutta, perché non rivalutare la figura di Licio Gelli come anticipatore della politica renziana?
 

 

 
Segue link
http://it.wikipedia.org/wiki/Piano_di_rinascita_democratica

POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE – una storia ed un metodo da recuperare

Poesia Sostantivo Femminile Questo pomeriggio è passato a trovarmi Pippo Sileci; mi ha portato una copia in dvd di “Capelli”, un film scritto da me insieme ad un gruppo di allievi del Liceo “Copernico” alla fine degli Ottanta di cui avevo un master in U-Matic e la mente è andata ai giorni in cui per la prima volta conobbi Pippo come collaboratore di Franco Morbidelli prima al Sindacato di Piazza Mercatale e poi in una struttura autonoma situata in una palazzina proprio alla confluenza fra Viale Montegrappa e Viale Veneto. Franco era (purtroppo “era”) uno straordinario artista ed una persona molto attenta a valorizzare idee e persone che presentassero progetti innovativi nel campo della produzione videocinematografica. In quegli anni mi occupavo con l’ARCI di cinema (ero nel Direttivo regionale dell’UCCA) e stavo seguendo per la rivista del Sindacato “Rassegna Sindacale” una serie di interventi sul tema “Cinema e lavoro” (ci si chiedeva, allora, come mai il Cinema non si occupava più da tempo del mondo del lavoro); di lì a poco mi sarei inoltrato nell’impresa di recuperare sia la pellicola che la protagonista del primo film di Gillo Pontecorvo, “Giovanna”, girato a Prato a metà anni Cinquanta. Ma parleremo di questo e di altre vicende che riguardano quel periodo più in qua; ritorno a Franco Morbidelli, alla memoria del quale alla Circoscrizione Est dedicammo alcune iniziative come il Premio di Pittura e di Grafica. E fu proprio nel tentativo di collegare più iniziative in ricordo di Franco (Musica, Arte e Poesia) che, durante una notte insonne (le idee navigano nelle tenebre), mi venne l’idea di abbinare al Premio Morbidelli uno spazio per la Poesia. Il titolo mi venne di getto, per consuetudine metodologica ma anche per razionale concretezza; ed altrettanto per la grande difficoltà di identificare altrimenti il significato del termine. Per rendere più elevata la partecipazione pensai ad una struttura aperta, escludendo il concorso a premi, che mi sembrava macchinoso e costrittivo, fortemente legato alla soggettività delle giurie, contrario alle forme di espressione libera che dovrebbe essere tipica della parola poetica. Era il 2000, il dicembre del 2000 e nasceva l’idea di “Poesia Sostantivo Femminile” che avrebbe avuto un grande successo per dodici anni vedendo la partecipazione di centinaia di donne ed uomini che, in occasione dell’8 marzo, inviavano i loro versi avendo un solo vincolo, che se non erano prodotti da donne dovevano ad esse essere dedicati. Con la Poesia donne ed uomini soddisfano l’esigenza di utilizzare registri alti per comunicare i propri sentimenti, le proprie ansie, le proprie inquietudini, i propri valori in una società troppo spesso contrassegnata da ritmi eccessivi, da rapporti difficili e complessi, da una diffusa incomunicabilità, da un confronto sempre più competitivo. E la Poesia è libertà, è la voglia prorompente di affermare i propri desideri, di mettere a nudo i propri sogni, le aspirazioni, di esorcizzare le paure, le angosce esistenziali, tutto quello che altri preferiscono a volte mantenere dentro, comprimendolo ed inaridendosi. Coltivare la poesia, sia per le donne che per gli uomini, significa saper sapientemente innaffiare questa tenera pianticella e farla crescere lentamente dentro di sé fin quando non arriva il momento di metterla a disposizione degli altri, del mondo. Un mondo che se fosse senza poesia sarebbe un deserto invivibile. “Poesia Sostantivo Femminile” ha dunque vissuto 12 edizioni dal 2001 al 2012 ma potrebbe essere nuovamente riproposta nel 2015 se si trovassero dei “volontari” per organizzarla. I costi sono sempre stati molto contenuti e la partecipazione è sempre stata alta sia numericamente che per la qualità. Una delle immagini (quella in evidenza in alto) ripropone la copertina della prima Edizione con una poesia di Giovanna Fravoli, che ce l’aveva portata in Circoscrizione scritta di getto su un foglio “Il tempo è troppo lento per chi soffre troppo breve per chi gioisce troppo lungo per chi aspetta, solo tu luce dei miei occhi solo tu stella luminosa nella notte più buia e tu sei lucente solo tu goccia di pioggia sei nel cielo senza nuvole ….solo tu nel mio cuore amica cara il mio bene perte conservero” poesia toccante Un’altra immagine è riferita alla undicesima Edizione che si svolse al Dopolavoro Ferroviario. La poetessa che legge una delle sue poesie è Leila Falà che venne da Bologna per partecipare alla nostra iniziativa. NUOVE maggio 2011 360 L’ultima rappresenta una scritta che potete vedere venendo da Capalle verso Prato sulla vostra sinistra prima di arrivare ai magazzini di Mondo Convenienza NUOVE maggio 2011 391

POLITICA PASSIONE E PASSIONE POLITICA

 

 

 

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Il 25 giugno scrivevo a Lucio in risposta ad una precedente riflessione nella quale denunciavo il “conformismo” forse “ideologicamente” interessato di una parte importante della società italiana (Politica, Cultura, Stampa, Mondo della Finanza) in questa fase della nostra Storia: avevo già in altre occasioni denunciato l’abbassamento del livello critico culturale del popolo italiano e la sua scarsa memoria non solo di eventi storici più o meno lontani ma anche di fatti abbastanza a noi vicini che forse ai più attenti ed acuti osservatori possono (potranno) essere interpretati anche come una vera e propria congiura contro coloro che hanno percorso nel solco della Sinistra molti dei loro anni. Personalmente nelle mie minime esperienze politiche amministrative moralmente posso dire di avere avuto ragione ma nei fatti sono stato sconfitto, anche se non mi sono mai piegato a sostenere scelte che non condividevo e che sono state portate avanti con la forza del decisionismo. Non è mica detto – e non è scritto da alcuna parte – che chi decide, potendo e sapendolo fare – sia nel giusto; non è mica detto che la Democrazia sia strumento adatto per tutti i tempi (intendo dire che con i “numeri” si può anche sbagliare; con la forza “democratica” si commettono spesso errori peraltro altrettanto “ideologici”.) (G.M.)

Scrivevo, dunque:
Caro Lucio, tutto quello che tu dici è “vero” e lo condivido; ma è parzialmente riferibile ad uno sguardo “esterno” che è poi lo sguardo populistico che va per la maggiore. Utilizzo il termine “populistico” in senso di concretezza non come elemento negativo in assoluto. E’ chiaro che dopo una discussione si debba decidere (a parte il fatto che tu richiami le “urgenze” di tipo economico che abbisognano di interventi rapidi; e quanti ne abbiamo subiti senza fiatare?); io pongo un “nuovo” (!) quesito relativo al superamento di qualsiasi discussione nei luoghi periferici, che sono poi il cuore pulsante di un Partito democratico di nome e di fatto. Di questo se ne può rendere conto chi quei “luoghi” li ha vissuti, costruendoli non chi ha osservato dall’esterno la vita politica dei Circoli. Eh già, anche questo! sai quanti Circoli del PD ci sono a Prato? sono 41. A Pozzuoli ce n’è uno. Ecco! (G.M.)

E Lucio mi ha risposto ieri sera, 27 giugno
Si, ma in quei 41 (n.d.r. si riferisce ai Circoli PD di Prato) si discuteva di cose marginali, i problemi veri, da me troppo puntigliosamente elencati (ma in maniera affatto esaustiva), non erano discussi (nè lo sono ora) nè nei circoli nè sui media ma venivano decisi sulla testa dei cittadini! La riforma costituzionale dell’art. 81 (pareggio di bilancio) votata in una notte da TUTTI i partiti che appoggiavano il gov. Monti è stata fatta in un battibaleno (mentre vedi quanto si suda per le altre riforme)! Dov’era l’allora segretario Bersani? Poi che vuoi, io sono un uomo all’antica e penso che la democrazia debba essere: “una testa – un voto” e che il voto di un cittadino non iscritto al partito e quindi “esterno” debba valere tanto quanto quello di un interno; lo Stato, la Res Publica è di tutti, non solo degli iscritti e partecipanti alle discussioni nei circoli. Concordo invece sul fatto negativo che Pozzuoli abbia un solo circolo. Ma qui, come ben sai, c’è stata la chiusura delle grandi fabbriche (cantiere, Olivetti, acciaierie di Bagnoli etc.) e successivamente una vera “rivoluzione antropologica”, come tu la chiameresti e, con lo sfascio dei vecchi partiti e delle vecchie strutture sociali, comandano ormai i ras locali; qui ce ne è ora uno solo e quindi un solo circolo, nessuna discussione, nessuna critica e. … “o te magne sta menestra o te vutte da fenestra”! (L. D’I.)

Vedi, caro Lucio, continui a parlare dalla tua “turris eburnea” di un cittadino informato e preparato ma che ignora la vita dei Circoli. Indubbiamente non tutti sono come il “mio” Circolo (dico “mio” perché – insieme ad altri amici e compagni – lo abbiamo voluto e lo abbiamo fatto crescere in autonomia “critica”) ed in alcuni l’attività è per lunga parte dell’anno più di “ricreazione” e molto poco di “culturale”. Ma questo non toglie che vi fervono le discussioni “politiche” tra una briscola ed uno scopone; e non vi è alcun dubbio che al momento delle scelte la partecipazione non viene meno. Quando ti riferisci ad  “una testa – un voto” parli di scelte politiche – dal locale al nazionale – o di scelte di leadership? I dibattiti sulle questioni programmatiche (il lavoro, l’ambiente, la Cultura, la Scuola, il Sociale, etc etc) noi li abbiamo sempre tenuti aperti alla partecipazione esterna (il Circolo informava delle riunioni iscritti e non iscritti che avevano espresso il desiderio di partecipare e chi interveniva contribuiva con le sue idee a decidere). Altra cosa è l’apertura indiscriminata e non regolata in modo chiaro e preciso alle Primarie per la leadership locale e nazionale: continuo ad essere fermamente contrario al fatto che un Partito costituzionalmente legittimato sia per quota parte “esterna” retto da chicchessia. E’ una visione della “Democrazia” ad uso di poteri forti che hanno condizionato questa fase e vogliono continuare a farlo.
L’uso dell’imperfetto riferito al Circolo è dovuto alla certezza che da qualche tempo ho riguardo al fatto che a Matteo Renzi (ma, ancor di più, ai suoi sostenitori) importi davvero poco dei Circoli del suo (!) Partito, soprattutto quelli dove ci sono dei rompiballe che vorrebbero discutere in modo aperto su tutti i temi e non farsi “imbonire” dai detentori del Potere. (G.M.)

EN ATTENDANT… controrisposta a LUCIO D’ISANTO

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di Giuseppe Maddaluno

Caro Lucio, tutto quello che tu dici è “vero” e lo condivido; ma è parzialmente riferibile ad uno sguardo “esterno” che è poi lo sguardo populistico che va per la maggiore. Utilizzo il termine “populistico” in senso di concretezza non come elemento negativo in assoluto. E’ chiaro che dopo una discussione si debba decidere (a parte il fatto che tu richiami le “urgenze” di tipo economico che abbisognano di interventi rapidi; e quanti ne abbiamo subiti senza fiatare?); io pongo un “nuovo” (!) quesito relativo al superamento di qualsiasi discussione nei luoghi periferici, che sono poi il cuore pulsante di un Partito democratico di nome e di fatto. Di questo se ne può rendere conto chi quei “luoghi” li ha vissuti, costruendoli non chi ha osservato dall’esterno la vita politica dei Circoli. Eh già, anche questo! sai quanti Circoli del PD ci sono a Prato? sono 41. A Pozzuoli ce n’è uno. Ecco!

LUCIO D’ISANTO RISPONDE A “EN ATTENDANT – MA NON GODOT”

 Grazie, Lucio!

Lucio-DIsanto

Ma dove sta scritto che la democrazia è necessariamente il sistema delle discussioni eterne senza decidere mai? Altrove i disegni di legge si presentano, si discutono e poi si approvano o si respingono. Da noi si discute sempre senza decidere mai. Cosa abbastanza grave in un mondo che cambia rapidamente e ha bisogno di rapide decisioni. Da quanto tempo si parla del bicameralismo perfetto (unico al mondo)? Da quanto tempo ci si lamenta che i disegni di legge, prima di essere approvati, fanno “la navetta” tra camera e senato fino a che siano approvati nel medesimo testo da due camere perfettamente eguali … e questo se ci si riesce prima della fine della legislatura … sennò tutto daccapo! Di questo i costituzionalisti si lamentavano sui testi fin da quando (anno accademico 1969/70) studiavo Diritto Costituzionale! Oggi una crisi economico-finanziaria scoppia all’improvviso e ha bisogno di risposte celeri, come sono state date in paesi non proprio autoritari come gli USA (di Obama) o il Giappone, dove gli effetti della crisi sono stati almeno attenuati. Ma chi ha detto che una democrazia debba essere inefficiente, inconcludente e parolaia per forza? E un sistema così è sicuro che sia veramente democratico? E sei sicuro che sia “demagogico” volere con decisione qualcosa e poi presentarsi all’elettorato (le elezioni ancora nessuno, pare, le abbia abolite) che approverà o meno? E’ semplicemente quello che succede in tutte le democrazie normali. Nella Francia della III e IV Repubblica le cose andavano come oggi in Italia, si è cambiata la costituzione in senso più decisionista con la V Repubblica e oggi la lotta politica (con qualche eccezione) avviene tra una coalizione di destra e una di sinistra, chi vince governa e chi perde si oppone e controlla. E’ poco democratico questo? E’ demagogico? Allora dovunque in occidente regna la demagogia che invece non regnava nell’Italia felice dei Bersani, D’Alema, Finocchiaro, Prodi, Ciampi. Allora sì che si discuteva! Su tutto! Ma nessuno sapeva che nel 1992 (governo del Padre della Patria Ciampi) la Banca d’Italia veniva privatizzata (non ci vuole un economista per capire che si tratta di una decisione che riguarda la vita di tutti i cittadini) e diveniva di proprietà di altre banche (chi deve controllare è di proprietà dei controllati) senza tralasciare che la più delicata funzione pubblica veniva lasciata, da allora, in mano a dei privati! (E QUESTO E’ SOLO UN ESEMPIO TRA I TANTI). Ti sarò grato se mi trovi un solo articolo in prima pagina o una riunione di un qualche organo del PdS poi DS poi PD che abbia trattato l’argomento o lo abbia spiegato agli elettori (ti pago una pizza se me lo trovi). E sai che una cosa così importante la sapevano in pochissimi (oggi qualche trasmissione ritenuta “sbracata” ne comincia a parlare). Sai quei pochissimi perchè la sapevano? Perchè vivendo nel mondo giudiziario sapevano che era stata posta la questione legale del “signoraggio” cioè del compenso (sia pur minimo) che il “Signore” prendeva come compenso/tassa dalla collettività per aver battuto moneta nell’interesse pubblico. Ora che la banca centrale è privata, e quindi la moneta viene coniata da un ente che fa profitto, tale compenso, che non dovrebbe più essere dovuto, viene illegittimamente trattenuto. Voglio dire che, per mero caso, pochi cittadini sono venuti a conoscere, indirettamente, un problema (quello della privatizzazione della Banca Centrale) importantissimo per la sovranità popolare e la vita di una nazione. Era di un paese democratico discuterne in trasparenza o sarebbe stata demagogia? Prima “discutevi”, ma su cosa ti facevano discutere? Hai discusso sulla trasformazione delle banche, non più divise tra banche o sezioni che si occupano di finanza da quelle che si occupano dell’economia reale? Tale divisione è avvenuta con la “deregulation” Reaganiano-thatcheriana poi diffusa al resto dell’occidente. Hai discusso sul perchè la sinistra che prima aveva (giustamente) avversato ciò, poi lo ha entusiasticamente appoggiato? Hai partecipato a discussioni sul perchè, dopo la caduta del muro di Berlino, non ci si è identificati – a sinistra – più nemmeno con lo stato socialdemocratico rappresentato dal “welfare state” ma lo stato liberista (e non liberale che, come ben sai, è altra cosa) è stato additato come unica soluzione politica possibile? Ma nelle sezioni si discuteva, si discuteva, si discuteva … ma, capisco, queste sono le considerazioni di un demagogo come me, la democrazia è altra cosa! Scusa la logorrea e – nella consapevolezza che la discussione, almeno tra noi due, sia un arricchimento – ti invio i più cari saluti!

EN ATTENDANT

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Eh sì, aspetto qualcosa di nuovo, anche se non ci sono margini per  delle novità… Non ci sono margini perché non è più possibile dialogare quando le distanze diventano incolmabili. Impossibile nemmeno pensare che coloro che si sentono superiori per intelligenza e capacità ed avvertono il vento favorevole che li sostiene possano comprendere quanto sia  deleteria la dispersione e la perdita di risorse intellettuali. Si sbaglia in tal senso ciclicamente e poi, ma solo poi e dopo lungo e drammatico tempo, qualcuno di quelli che verrà dopo forse riconoscerà gli errori in un tempo che può essere lunghissimo e dal quale nessuno potrà fare ritorno. E gli errori si accumulano e si annacquano in un brodo di giuggiole ravvivato da successi concatenati e progressivi ma basati su fondamenta fragili d’argilla. I margini inesistenti sono collegati alla profonda incapacità politica di coloro che avvertono su di sè semplicemente l’aria fresca della navicella veloce le cui vele si gonfiano per i venti e per l’orgoglio. Cielo stellato

POZZUOLI E LA PRIMA COSA BELLA – ITINERARI 2014

La prima cosa bella DSCF0019 DSCF0153 LEZIONI DI CINEMA extra (Ciò che il Cinema ha insegnato a me) Negli ultimi tempi dopo aver imboccato la strada della “pensione” mi ritrovo sempre di più il desiderio di recuperare antiche amicizie e di costruire nuovi rapporti con persone più giovani di me. Cioè quelle persone che, tornando io dopo circa quaranta anni in terra flegrea, non potrei riconoscere perché quando sono andato via o non erano ancora nate oppure erano così giovanissime da non averci potuto trattare. Mi sembrava, tornando sporadicamente in scampoli di vacanza a Natale o d’estate ancor più dopo che i “miei” non c’erano più ed i punti di riferimento anche quelli parentali si erano allentati, di vivere in un mondo di alieni con centinaia e centinaia di volti quasi del tutto sconosciuti con qualche eccezione lieve. Nelle discussioni familiari a tavola quando sono a Prato trovo lo stesso senso di spaesamento nelle parole di mia moglie che si irrita quando nomino qualcuno dei vecchi e nuovi amici, affermando che lei nella sua “vita” ha avuto  poche amicizie e che quindi io sto parlando di persone a lei ignote del tutto. A Prato sono ormai a lavorare intorno a progetti che contemperano la mia presenza a Pozzuoli; ne preparo alcuni che siano gestibili anche nel Feltrino in terra bellunese, dove ho lasciato mie tracce ed intendo recuperarle. Intanto a Pozzuoli insieme a Mariateresa Moccia Di Fraia, docente di Lettere e responsabile scientifica del Polo Culturale di Palazzo Toledo ed a Giuseppe Borrone, storico del Cinema ed organizzatore di eventi importanti come il “Cineforum” del Cinema “La Perla”, di cui si parla anche fuori regione, e del Concorso “A corto di donne” di cui parlerò in altro articolo, abbiamo confezionato una serie di incontri dal titolo “La prima cosa bella – Esordi d’autore”. L’idea che avevo lanciato, complice Luigi Zeno, responsabile per l’Amministrazione Comunale di Pozzuoli del Polo Culturale di Palazzo Toledo, cui per antica amicizia mi ero rivolto in una prima fase, alla prof.ssa Di Fraia poco prima delle feste natalizie del 2013 era quella di analizzare i percorsi formativi che hanno portato alcuni autori di Cinema a raggiungere il successo. In quel momento, come sono solito fare, già pensavo soprattutto a grandi autori ed in particolare miravo ambiziosamente a costruire una serie di occasioni per poter poi produrre anche un libro. L’idea non è tramontata nella mia testa e penso di avviare a breve un lavoro su questo specifico argomento. In effetti non avremmo potuto facilmente interloquire con gli autori a cui pensavo sia per motivi economici sia per motivi molto più concreti, dato che pensavo a Welles, Fassbinder, Truffaut, Clair, Renoir e qualche altro che non sono – anche da tempo – più fra noi. Diciamo che non scherzo, anche se a qualcuno potrebbe essere venuto il dubbio. Ma sono stati soprattutto i motivi economici e la diversità di idee (rispettabilissime concrete e convincenti) fra me e gli altri due organizzatori a portarci verso autori più raggiungibili perché più vicini al nostro territorio. Ho avanzato delle proposte, tutte accolte, ma due su tre di esse si sono vanificate in un “niet” in vario modo ed in un possibile loro recupero più in avanti. Dovevamo cominciare in gennaio ma per la non disponibilità dei primi due autori interpellati siamo arrivati alla fine di febbraio con un incontro riservato ai giovani cineasti locali. La proposta mi è piaciuta in modo particolare: avevo già studiato per presentare i due che avevano declinato l’invito ed ora mi ritrovavo di fronte a quattro (o cinque) perfetti – per me e per la mia evidente ignoranza – sconosciuti. Ed era necessario recuperare questa conoscenza rapidamente. Con i potenti mezzi a disposizione di chi, essendo lontano, bazzica su Internet, su Facebook in particolare, mi lanciai alla ricerca dei quattro, chiedendo loro un contatto e nel giro di tre-quattro giorni interloquivo già con loro o a telefono o su chat chiedendo lumi sulle loro produzioni; anche Giuseppe Borrone intanto mi passava alcuni dei filmati via mail. Non avevo alcun dubbio sulla qualità delle proposte già nella fase della scelta; ma vedere le produzioni, sentire e leggere le argomentazioni dei quattro giovani cineasti mentre mi trovavo ancora a Prato mi apriva un mondo per me del tutto sconosciuto e di ciò ringrazio i miei amici cooperatori, Mariateresa e Giuseppe. E così, prima di scendere a Pozzuoli, avevo già fissato con ciascuno di loro un incontro “diretto” per approfondire le loro scelte, le ambizioni, i loro percorsi di vita, i loro riferimenti culturali. Uno dopo l’altro li ho dunque incontrati e con loro ho discusso. La sede degli incontri “personali” è stata per Emma Cianchi e Carlo Guitto quella del Polo Culturale di Palazzo Toledo; per Costantino Sgamato l’incontro, al quale ha partecipato anche sua sorella Marina Sgamato, giovane e straordinaria esperta di fotografia ed eccellente fotografa, è avvenuto a casa mia mentre con Maria Di Razza la “location” è stata quella di casa sua. Parlerò di questi incontri e del primo appuntamento in un nuovo intervento. Tenete conto che nel mentre stringevo accordi con l’unico fra quelli contattati che mi aveva risposto positivamente, e cioè Giuseppe Mario Gaudino, regista e scenografo puteolano da alcuni anni in carriera produttiva, allo stesso tempo su suggerimento di Mariateresa avevo sentito lo studio MAD Entertainment di Napoli per Alessandro Rak e le possibilità di averlo ospite a Pozzuoli sono apparse immediatamente buone.     Giuseppe Maddaluno       in allegato il primo film di Costantino Sgamato, di cui parleremo più diffusamente in un nuovo articolo sulla sua società la BrainHeart e la sua produzione di alta qualità. “Mani” rivela anche la sua predilezione per la Poesia e la scrittura. Costantino è presente fra l’altro nelle opere della maggior parte dei film-makers flegrei di cui tratteremo.

LEZIONI DI CINEMA

PELLICOLA

“LEZIONI”
di
CINEMA

1

del prof. Giuseppe Maddaluno*

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato
(ho avviato a scrivere nel 2005)

Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.
Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo.

PRIMI PASSI

1947 – 12 febbraio: che giorno era?
Poco importa. Era il giorno in cui sono nato. A Napoli in un ospedale verso Capodichino, dove ora c’è l’Aereoporto partenopeo. In quell’anno una serie di film più o meno importanti uscirono sul mercato, ma non credo di averli visti se non un paio di anni dopo. Per la cronaca, del 1947 erano “Germania anno zero” di Roberto Rossellini, “Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin, “Il diavolo in corpo” di Claude Autant Lara, “Il caso Paradine” di Alfred Hitchcock, “Les dernières vacances” di Roger Leenhardt, “La Certosa di Parma” di Christian Jaque, “The Dreams That Money Can Bey” di Hans Richter, “Quai des Orfèvres” di Henry-George Clouzot, “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur, “Caccia tragica” di Giuseppe De Santis e, soprattutto, “Tarzan e i cacciatori bianchi” con Johnny Weissmuller, uno dei suoi ultimi film nelle vesti, ormai un po’ strette per lui, di Tarzan.
Perché “soprattutto”? In effetti nei primissimi anni della mia vita il cinema ebbe un ruolo fondamentale, ma se dovessi sforzare le mie meningi per ricordare quali fossero i primi film che ho visto non potrei dimenticare – forse non potrei andare al di là di essi – i film di Tarzan o di Jim della Giungla (altro eroe della serie – forse un clone “ante litteram” – di Tarzan e di tutti i suoi successivi epigoni più colti). In effetti, credo che, come tutte le famiglie dell’immediato secondo dopoguerra del Novecento, anche la mia (erano anni in cui non esisteva ancora la magica scatola della televisione) amava trascorrere parte delle serate – un po’ di più nei fine settimana – al cinema. Nella mia città – a proposito, sono di Pozzuoli, patria, a dispetto di quanto per molto tempo dichiarato da lei stessa, di Sofia Scicolone alias Sofia Lazzaro e poi definitivamente di Sofia Loren – vi erano molti locali: li ricordo benissimo perché sono stati aperti tutti fino all’inizio degli anni settanta.
C’era il “Toledo” (vedi foto 2), proprio accanto al Palazzo omonimo che ricordava la presenza spagnola a Pozzuoli e naturalmente nel Regno di Napoli; e c’era il “Lopez”, altro nome inequivocabile per la sua provenienza nazionale, collegato in pratica ad un complesso termale, ora del tutto distrutto, di cui poteva e potrebbe essere ricca la mia città; e poi il “Sacchini”(vedi foto 1) , un piccolo teatro prospiciente la Villa Comunale, sede prima che io nascessi della Residenza del Podestà fascista, poi negli anni fino ad oggi del Posto di Polizia; un altro locale si chiamava “Serapide” ed era proprio accanto all’antico complesso archeologico, detto erroneamente “Tempio di Serapide”, a due, ma proprio due, passi dal Porto, dal mare e dal mercato del pesce; un po’ più distante, ma chi conosce bene la realtà delle cose sa che si fa per dire, c’era il “Mediterraneo”, un locale cinematografico più ampio e più nuovo, alla base del Rione Terra, in pratica sopra un tunnel, che era servito anche da rifugio per la popolazione negli anni di guerra durante gli allarmi e che collegava, per un certo periodo con una linea di tranvai, la Piazza principale (Piazza della Repubblica) con via Matteotti (Lungomare detto anche di Via Napoli, perché di là si raggiunge Bagnoli che di Napoli è la propaggine che si spinge fino a Pozzuoli). C’erano così ben cinque cinema in un percorso di poco più di tre-quattrocento metri, non di più certamente. Ed in alcuni di questi c’erano già allora più sale, una delle quali veniva attrezzata soprattutto per l’estate in modo che fosse appetibile con il suo tetto parzialmente scoperto.

Pozzuoli – Cinema “Sacchini” (non esiste più) (foto 1)

SACCHINI

 

Pozzuoli – Mura esterne ex Cinema “Toledo” (foto 2)

 

cINEMA tOLEDO

.* Giuseppe Maddaluno docente di Materie Letterarie in pensione – organizzatore culturale di associazioni teatrali e cinematografiche, impegnato in Politica attiva e civica soprattutto sul piano della Cultura; è stato Presidente dell’Associazione Film Video makers toscani negli anni Ottanta del XX secolo ed è Presidente dell’Associazione “Dicearchia 2008”; ha fondato il Circolo Cinematografico “La Grande Bouffe” a Feltre verso la fine degli anni Settanta ed è co-fondatore del Cinema “Terminale” di Prato. Ha realizzato alcuni film (“Capelli” – “I giorni e le notti – parte prima”) e dei documentari (“Giovanna – storia di una donna” e “Appunti sull’Olocausto”). Si impegna ancora per la costruzione di una vera “Sinistra democratica” a partire dal PD, per il quale è stato coordinatore, insieme a Tina Santini, del Comitato promotore nella sua fase precostitutiva a Prato. Il resto della Storia è tutta da scrivere.