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…ai nastri di (ri)partenza!

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…ai nastri di (ri)partenza!

Cosa mi prende?
Stanchezza, frustrazione, senso del limite? Da qualche giorno latito, sono profondamente svogliato, piegato intorno ai ricordi di impegni e lavori ormai già lontani, che necessitano di essere dimenticati, perlomeno da me che ne sono stato protagonista.
Ho cercato di celare anche a me stesso questa abulia, collegandola a reali impegni di famiglia, che mi hanno tenuto lontano dal Blog. Nel corso degli anni ho costruito molte occasioni culturali e non mi mancano gli appigli, i riferimenti attraverso i quali esprimere nuove idee o riferirmi a ciò che ho scritto ed ho realizzato. Il mio Blog è un luogo di raccordo del passato e del presente; quando il presente è stato arido ed avaro di nuovi progetti ho raccolto le carte e le idee ed ho raccontato ciò che sono stato tra la Campania dei miei anni verdi, il Veneto della mia giovinezza e la Toscana della mia maturità.
In questi ultimi giorni qualcosa non ha più funzionato; c’è stato un momento di turbamento che peraltro è durato qualche settimana ed è collegato al bisogno di rimettere in moto le energie sinaptiche e riaccendere i motori.
Da domani, o comunque già da stasera si riprende. Non vale la pena disarmare!

Joshua Madalon

reloaded miei interventi – Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare. ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2019) parte 7-1

Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare. ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 7
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Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare.
ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 7
Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare.
Venti anni fa, più o meno un anniversario perché fu nella prima parte del 1998 che girammo quel videofilm sull’Olocausto, tra i giovani studenti collaboratori per la scrittura della sceneggiatura ci furono anche due poeti, Luca Vannini del Liceo “Cicognini” (quello collegato al Convitto in Piazza del Collegio) e Lisa Panella dell’ITC “Paolo Dagomari”.
I loro versi arricchirono di un valore superiore la sceneggiatura, accompagnando immagini di repertorio, quelle più crude e drammatiche dei campi di sterminio. Ai diffusori di menzogne e creatori di scetticismi diffusi consiglio di vedere quei reportage che furono ripresi “in diretta” dagli operatori che accompagnarono la Liberazione; proprio per evitare che quel genocidio perpetrato nei confronti degli Ebrei, delle minoranze e degli oppositori politici al regime nazifascista fosse occultato agli occhi della società locale, i membri di quest’ultima furono invitati a visitare quei luoghi: dalle riprese di operatori, tra i quali va ricordato Alfred Hitchcock, notiamo in un primo momento il loro atteggiamento come visitatori comuni in gita di piacere e poi, di fronte alle cataste umane di morti e semimorti, scheletri vaganti, il raccapriccio e l’orrore.

Qui di seguito trascrivo una delle poesie di Luca Vannini riportata a pagina 37 del suo libro “La Disperazione Di Non Esistere” edito nel 1996 da Attucci. Il titolo è
“CIVILTA’”
Ho seguito centinaia di processioni,
Ho preso parte al più misero
Dei riti funebri.
Nella mia giovane vita
Ho visto crocifiggere
L’innocenza
Da giovani ariani,
Che protendevano il loro braccio
Verso il paese in cui
Non sorge più il sole;
Ho visto seppellire
La Libertà
Sotto il putrido fango
Dell’intolleranza e dell’odio:
Ho visto squallidi becchini
Vomitare il loro disprezzo
Sulla tomba dell’eguaglianza.
Ho visto la carcassa putrefatta
Della giustizia,
Scarnificata dall’ingordigia
Di luridi vermi.
Ho visto il cadavere
Della solidarietà
Penzolare inerte
Dal cappio dell’egoismo.
Ovunque l’uomo.
Ovunque la morte.
Non so cosa mi spinga
A vivere in questo
“Olocausto”.
Questi versi portano in calce una data, il 28 gennaio 1995, a conferma che l’ispirazione sia stata collegata proprio al giorno precedente, il 27 gennaio. Da ricordare che l’istituzione ufficiale di una Giornata da dedicare alla Memoria dell’Olocausto nel nostro Paese è datata 20 luglio 2000; l’ONU l’ha istituita il 1° novembre del 2005. Storicamente e nella sensibilità diffusa si operava nei contesti scolastici e nella società sulla data del 27 gennaio già negli anni precedenti al suo riconoscimento.
Un’altra delle poesie di Luca Vannini accompagnò proprio le immagini dei “visitatori” autoctoni al campo di Auschwitz, quelli di cui si dice sopra. Il titolo è esemplificativo dell’atteggiamento di questi, vestiti a festa come se si trattasse di una piacevole escursione.
“GIORNI DI FESTA”
Ora, ora che i giorni trascorrono
Vuoti, immutabili, spenti,
Ora che la solitudine è la mia
Unica compagna,
Ora che la melanconica e atroce
Vacuità dell’esistenza si fa viva,
Comprendo quale triste e disperato
Destino ci sia riservato.
E non so se andarmene
O se restare: se fuggire
Quest’ultimo, inutile giorno di festa.
L’altra poeta, Lisa Panella, compose in diretta due testi senza titolo. Ne ripropongo uno.
Quando l’odio sprofonda
nelle menti deboli,
la passione spietata
pervade nei diletti pensieri.
Pastori superiori,
questi schiavi del male,
disegnano progetti corrotti:
concentrano…
correggono…
cancellano….
finiscono l’intento
…e muoiono.
Così
si confondono
i lamenti innocenti
con lo sfondo dell’universo.
Non riconosci le voci?
Gli uomini
vestiti tutti uguali
vivono
e piangono preghiere,
ingoiano il silenzio
lentamente.
Ogni palpito diventa un grido,
ogni attimo, tremito ardente.
Ancora adesso
mi affonda nel cuore
l’inquietudine
di quegli sguardi languidi.
Bisogna parlare,
addestrare la memoria
per ricordare.
Riprenderemo da questo nel prossimo post: Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare.
Joshua Madalon

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 6
ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 6
Il videofilm ha inizio con il buio. Scegliemmo congiuntamente quella forma, seguita subito dopo dall’ouverture corale della Passione secondo Matteo BWV 244 di Johann Sebastian Bach
Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen
Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen,
sehet! – Wen? – Den Bräutigam.
Sehet ihn! – Wie? – Als wie ein Lamm.
Sehet! Was? – Sehet die Geduld!
Sehet! – Wohin? – Auf unsre Schuld!
Sehet ihn aus Lieb und Huld
Holz zum Kreuze selber tragen!
Venite, figlie, aiutatemi a piangere…
Guardate! – Chi? – Lo sposo.
Guardatelo! – Come? – Come un agnello.
Guardate! – Che cosa? – Guardate la pazienza!
Guarda! – Dove? – Per nostra colpa!
Guardatelo come per l’amore e per la grazia
porta egli stesso il legno della croce!
Quando arriva la luce ci troviamo nella platea del Magnolfi con una breve carrellata sulle macerie e sulla svastica disegnata in modo grossolano sopra una delle pareti. Ci si sposta poi ai piani superiori dove il Coro, Taltibio ed Ecuba con altre ancelle-donne si muovono nell’esprimere il senso fatale del loro destino di oppressori ed oppressi.
Al termine del testo euripideo Ecuba si allontana nell’ombra divenendo anch’essa ombra errante. Il buio ritorna ad essere forma e in lenta dissolvenza lascia il posto al segno del tempo che scorre fino ad una deflagrazione espressa attraverso le immagini di Zabriskie point del maestro Michelangelo Antonioni sotto le quali voci confuse di idioma germanico sovrapposte indicano l’avvento del nazismo con le sue minacce nei confronti della libertà e della democrazia.

Ecuba ritornerà nella scena finale come ombra solitaria che ripercorre le stanze della patria abbandonata, memore della tragedia consumata con la morte atroce del piccolo Astianatte. Ci aiutarono moltissimo le parole del testo (“NON POSSO TACERE GLO ORRORI – per Suada e gli altri) elaborato insieme al professor Antonello Nave in una scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia, che qui di seguito riporto:
(il brano è il numero 7)
Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato.
“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia, per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?….”
A questo testo in uno dei miei commenti avevo fatto precedere un’elaborazione ispirata dal titolo “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” dei testi sopra riferiti.
“Io, io non posso tacere gli orrori
non posso tacere l’umana perversa follia
non posso tacere le infinite tragedie delle guerre che chiamano “civili”
non posso tacere l’arrogante presunzione dell’animo umano.
Non posso tacere l’ottusa intolleranza
non posso tacere le umiliazioni, le torture,
la volontà di annientamento totale dell’avversario
le “pulizie etniche”,
il fanatismo ideologico e religioso
non posso tacere la stupidità di chi, senza mai dubitare, acconsente.
Non posso tacere gli orrori di questo secolo che si compie.”
Queste parole vengono pronunciate da Giulia Risaliti mentre percorre le stanze e vi fanno eco gli altri componenti (Irene Biancalani, Stefano Mascagni e Linda Pirruccio)
fine parte 6….continua….
Joshua Madalon

Archivi del mese: gennaio 2018

ARTE, Cinema, Cultura, Narrativa, Storia
ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 5
Immagine 21 gennaio 2018 Lascia un commento Modifica
ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 5
Il fumo delle fiamme ormai sopite si diffonde sulle rovine della città. Tutto intorno è distruzione. Le donne si muovono come ectoplasmi tra cumuli di macerie. La tragedia di Euripide, “Le Troiane”, quella che narra degli ultimi istanti della permanenza delle donne nella loro città, mentre attendono il compimento del loro destino di schiave “deportate” alla corte degli Achei (Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba a Ulisse), appariva la più adatta ad essere un riferimento con un’analoga vicenda tragica del XX secolo che ci apprestavamo a ricordare.
Il sopralluogo che aveva lasciato il segno sulla mia caviglia ne aveva tuttavia impresso uno più solido nel mio animo: quelle immagini di abbandono, quell’odore intenso di muffa, quella polvere che si sollevava naturalmente ad ogni passo ad ogni spostamento di infissi, quegli oggetti che parlavano di vite che erano di là transitate apparivano nella mia memoria una naturale location per una messinscena teatrale utile a rinnovare il ricordo per le nuove generazioni ai quali intendevo dedicare il mio impegno intellettuale.
il lavoro di costruzione della sceneggiatura era stato continuato ed avevamo fatto crescere l’attesa per il giorno in cui avremmo avviato le riprese. Avevo temuto che qualcuno avesse potuto recarsi all’interno del complesso “Magnolfi” a ripulire gli ambienti: la fiducia era ovviamente e per fortuna mal riposta.
Facemmo un nuovo sopralluogo con l’operatore ed il tecnico del Metastasio. Pippo Sileci mi accompagnò, insieme ad un primo gruppo di giovani del “Cicognini” e del “Dagomari”. Avvertimmo tutti di essere molto attenti nel procedere: sapevamo di avere una responsabilità che andava oltre il lecito. In quel luogo cadente poteva accadere anche qualcosa di pericolosamente irreparabile. In effetti trovammo tutto nello stesso ordine in cui quattro mesi prima avevamo lasciato quegli spazi: la stessa polvere – forse qualcosa di più non certo di meno – e gli stessi oggetti, gli stessi orrendi graffiti. La foto che allego riprende un momento di quel sopralluogo.

Chiedemmo al tecnico teatrale di poter avere un minimo supporto con una macchina del fumo ed un generatore elettrico per l’illuminazione artificiale.
Decidemmo poi insieme ai giovani la data per le riprese. Quella parte del testo che doveva fare da introduzione era praticamente già pronta nella recitazione. Occorreva impostare i movimenti e scegliere le diverse posizioni scenografiche.
Questo è il testo da “Le Troiane” di Euripide, che viene recitato da Irene Biancalani (Coro), Stefano Mascagni (Taltibio) e Giulia Risaliti (Ecuba).
Coro. “Povera madre, che ha visto spegnersi con te le speranze più belle. Ti credevamo felice, perché disceso da una stirpe grande; e atroce fu la tua morte. Vedo in alto alle mura braccia che muovono fiamme nell’aria. Il fato vibra un altro colpo su Troia.”
(Rientra Taltibio seguito da guardie)
Taltibio.
“Ordino a voi, uomini prescelti a distruggere la città di Priamo, di appiccare il fuoco alle case, affinché dopo aver tutto annientato e bruciato, possiamo salpare liberamente da Troia. Voi, figlie dei Troiani, appena sentirete uno squillo oscuro di tromba, recatevi alle navi degli Achei per partire con loro. E tu seguile, infelicissima vecchia. Costori son venuti a prenderti da parte di Ulisse, di cui ti fa schiava il destino.”
Ecuba.
“Misera me. Ecco l’estrema, veramente il colmo, di tutte le mie sciagure: mi spingono fuori, lontana dalla patria che brucia. Vecchio piede, affrettati, con il corpo stanco: affrettati veloce a rivolgere l’ultimo saluto alla povera patria. Troia, che un tempo respiravi di grandezza, tu perdi il tuo nome superbo. Tu ardi e noi ti lasciamo. Voi, o dei… Ma perché invoco gli dei? Essi non odono. Nè mai hanno udito la mia voce, che pure fu alta. Su, corriamo dove l’incendio arde. La morte più bella per me è là, con le fiamme della patria.”

…fine parte 5…continua
Joshua Madalon

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 4

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 4
Su via Gobetti c’è l’ingresso principale del complesso Magnolfi, e c’era anche venti anni fa, ma il portone non era accessibile; per poter entrare occorreva procedere a sinistra per un viale sterrato che introduceva ad un ampio cortile occupato in quel tempo – non so ora cosa vi sia – da auto in attesa di essere aggiustate in tutti i sensi (carrozzeria, motore, suppellettili varie).
Vi era un gran disordine.
Per andare all’interno del complesso dopo aver costeggiato le mura sormontate da ampi finestroni polverosi e sconnessi sia negli stipiti che nei vetri, che presentavano ampi squarci, vittime di chissà quali monellerie locali, si accedeva da una porticina. Gabriele che mi accompagnava, tirò fuori da un borsello un mazzo di chiavi e provò a lungo prima di riuscire ad aprire.
Verosimilmente quella porta non era stata aperta da un pezzo ed infatti fece ulteriore resistenza quando, dopo aver sentito l’ultimo scatto della serratura, dovemmo spingerla per attraversarla. E già con quell’azione si alzò un primo piccolo polverone ed un odore tipico della muffa umida dell’abbandono colpì le nostre narici.
Dentro era buio e, come prevedibile, non vi era alcuna possibilità di illuminare gli ambienti in modo artificiale, per cui provvedemmo alla meno peggio con delle torce, non osando procedere nell’apertura di qualche imposta, visto i precedenti.
Davanti avevamo un grande corridoio che portava verso un altro altrettanto grande largo passaggio che sulla destra arrivava fino al portone di ingresso principale, quello di via Gobetti.
A sinistra c’era una porta più piccola e Gabriele mi disse che era quella del Teatro. La aprì senza grandi sforzi e mi precedette. La austera struttura ottocentesca mi apparve nel suo totale abbandono. Fui colpito da un cumulo di residui di varia natura: calcinacci, stracci, legni di varia misura che erano appartenuti ad oggetti inqualificabili, e sulle pareti scritte di vario genere ed una svastica di grandi dimensioni.
L’abbandono era evidente, ed anche lo smarrimento della ragione: a me appariva un ritorno in una dimensione che non avevo conosciuto ma della quale avevo sentito argomentare e che aveva prodotto in me profondi turbamenti: immaginai per un attimo di trovarmi in un luogo che era stato attraversato dalla violenza e misuravo i miei passi. Salimmo con trepidazione intellettuale ai piani superiori, là dove c’erano state le aule e le camerette degli orfani.
Tutto sossopra e tanta polvere, porte scardinate, mura sgretolate ed in fondo, in un angolo di una stanza buia, una culla, a segno di una presenza infantile non troppo tempo addietro.
Da altre scale ci spingemmo poi al piano superiore, l’ultimo e più alto fatto di sottotetti ampi ed abitabili. Qui la confusione era minore, forse non era stato accessibile negli ultimi tempi! C’erano delle finestre oblique che spingevano la mia curiosità. Mi allungai salendo su un tavolo ed allungando lo sguardo al di là dei vetri osservai lo skyline del centro di Prato con i vari campanili svettanti. Osai scendere dal tavolo con un salto e mi ritrovai con una lussazione alla caviglia destra. Scesi dolorante le scale ed andai al Pronto Soccorso, evitando di menzionare compagnia e luogo dove mi ero infortunato, non essendo possibile alcuna copertura assicurativa per un’impresa di quel genere.
Essenzialmente per questo motivo rinviai le riprese alla primavera successiva.
…fine parte 4….continua

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 3

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 3
Avviammo a lavorare intorno al progetto all’avvio dell’anno scolastico 1997/98; chiesi la collaborazione di tutti gli Istituti medi superiori della provincia di Prato, ottenendo la partecipazione, oltre che della scuola dove insegnavo (ITC “Paolo Dagomari”), del Liceo Scientifico “Niccolò Copernico” con allievi coordinati dal prof. Giuseppe Barbaro che curarono la parte relativa al “Diario di Anna Frank”, dell’Istituto Professionale “Datini” coordinati dal professor Mauro Antinarella, del Liceo Scientifico “Carlo Livi” coordinati dal professor Giorgio de Giorgi, del Lieco Classico “Cicognini” coordinati dal professor Antonello Nave.
Dopo una riunione preliminare in assessorato alla Cultura con i funzionari avviammo gli incontri di presentazione in ogni scuola che aveva aderito confrontandoci in modo aperto e coinvolgente.
Avevamo pensato di realizzare un teaser da presentare pubblicamente come annuncio alla stampa poco prima dell’inizio delle festività natalizie, durante le quali avremmo dovuto lavorare con gli studenti in un’impresa che appariva complessa ma possibile. L’idea era quella di portare il prodotto finito entro la data canonica del 27 gennaio 1998.
Non ci riuscimmo anche perchè come molto spesso si dice “il diavolo ci mise la coda”.
In quel periodo ero consigliere comunale e mi occupavo in primo luogo di Scuola e Cultura, settori per i quali potevo vantare qualche credito visto quel che facevo e quel che avevo già fatto. In particolare quelli erano gli anni della “battaglia” per il riconoscimento di “Teatro Nazionale Stabile” per il “Metastasio” e mi stavo battendo anche contro le posizioni della maggioranza del mio Partito, PDS, che era piuttosto tiepida in quella scelta. Alla Presidenza c’era Alessandro Bertini, architetto con esperienze acquisite nel campo della scenografia ed alla Direzione amministrativa c’era Teresa Bettarini. Il Direttore artistico era il grande compianto Massimo Castri, regista annoverato nella triade che comprendeva Luca Ronconi e Giorgio Strehler, il primo dei quali peraltro aveva messo in scena a Prato molte delle sue straordinarie mitiche regie.
Avevo richiesto la cooperazione del Teatro, che in quel periodo, come ancora oggi ma in ben diverse migliori condizioni, possedeva le chiavi del complesso “Magnolfi” in via Gobetti. Per chi non è di Prato consiglio di consultare il sito http://www.magnolfinuovoprato.it/it e di leggere il libro “il MAGNOLFI nuovo” prodotto dal Comune di Prato nel 2004 nel quale, tra le altre ben più importanti, troverete una mia introduzione dal titolo “UN AMICO RITROVATO”.
E fu così che, in una mattina di fine ottobre, insieme a Gabriele Mazzara Bologna che in quel periodo svolgeva attività di “tecnico teatrale” presso il Metastasio, mi recai a svolgere un sopralluogo nelle stanze del Magnolfi che era stato parte di un convento dei Carmelitani Scalzi e poi sede di un Orfanotrofio dal 1838 fino al 1978, dopo di che fu sede del quartiere (quando questi in città erano 11), della Guardia medica, alloggio provvisorio per sfrattati, sede di varie Associazioni e del famosissimo Laboratorio teatrale di Luca Ronconi.
Dopo questo periodo culturalmente stimolante dagli inizi degli anni Ottanta lo spazio era stato occupato da gruppi che afferivano all’esperienza dei “centri sociali”.
Non mi aspettavo di vedere ciò che vidi. Ne parlerò nel prossimo post.
….fine parte 3….continua

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2
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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2
Come tante volte accade, con l’avanzare del tempo e l’usura delle sinapsi, ho commesso qualche piccolo errore nel post precedente. Errori sostanziali riferiti al titolo del lavoro, eccellente, del professor Antonello Nave. Il testo cui ci si ispirava è “Fra Troia e la Bosnia: Agamennone e la guerra inutile – Un allestimento della tragedia di Eschilo nel “teatro della scuola” “ prodotto dall’Associazione Culturale “Nuova Colonia” (associazione precedente all’attuale “Altroteatro”) per il Liceo Classico “Cicognini” di Prato, dove l’amico Nave ha svolto la sua professionalità fino allo scorso anno. Il testo che noi abbiamo concordemente utilizzato non è l’ “Agamennone” di Eschilo, prima parte dell’Orestea che nel libro viene tradotto e reinterpretato contestualizzandolo alle tragedie balcaniche di quegli anni; è invece “Le Troiane” di Euripide. Il motivo per il quale noi utilizzammo l’angoscia delle donne troiane in attesa di conoscere il loro destino di “deportate”, una volta che i loro “uomini” erano stati annientati, uccisi come Priamo ed Ettore o come il piccolo Astianatte o scappati come Enea, era collegato allo stesso identico sentimento delle donne, ebree o dissidenti o appartenenti a categorie discriminate, al tempo delle deportazioni nazifasciste.

Dallo stesso libro, però, traemmo spunto da un testo finale scritto a più mani il cui titolo è “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” (per Suada e gli altri) scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia a cura di Antonello Nave. Da questo prendemmo il settimo movimento e ne traemmo una parte – le prime dieci righe – che riportava il “lamento” di Ecuba su un bambino ammazzato. Per noi, così come per l’amico Nave ed i suoi allievi, si trattava di una trasposizione, un collegamento, tra la tragedia antica e quella attuale, balcanica, passando ovviamente per quell’altra ugualmente tremenda dell’Olocausto. Il riferimento del titolo a Suada è alla prima vittima della guerra di Bosnia. Suada Deliberovic morirà la mattina del 5 aprile 1992 mentre insieme ad una folla di manifestanti protestava contro le barricate serbe.
La settima parte del testo collettivo cui ci riferiamo è collocata nel videofilm a chiusura. Ecco qui di seguito come promesso il testo (Giulia è l’interprete, Giulia Risaliti ed il riferimento al bambino è al piccolo Astianatte, figlio di Ettore ed Ecuba: Ettore è stato ucciso nel celebre duello con Achille):
Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato
“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perchè vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?…..”
Giulia Risaliti nel videofilm interpreta questo passo con un’intensità straordinaria che ancora oggi mi commuove. La vediamo muoversi tra le rovine della città consapevole dell’ineluttabilità del dramma che sta vivendo e dell’incertezza del futuro per lei e le altre donne “troiane” il cui destino è nello sradicamento della deportazione e dell’annientamento psicologico totale.
In un prossimo post tratteremo di altri documenti che ci aiutarono a scrivere il videofilm e parleremo del realismo scenografico nel quale ci trovammo a girare quelle scene.
Joshua Madalon
…fine parte 2….continua

Antropologia, Cultura, Narrativa, Politica, Sociale, Storia
ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)
Immagine 16 gennaio 2018 Lascia un commento Modifica

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)
La Cultura salverà la nostra personale umanità, quella cui nella prima metà del secolo scorso attentarono uomini (e donne) obnubilate da miti nazionalistici che prefiguravano una superiorità di “razza” (termine purtroppo utilizzato nuovamente per costruire discriminazione e separatezza). Quel periodo fu contrassegnato da un abbassamento del livello di attenzione in un tempo di crisi economica, sociale e politica generalizzata prodotta allo stesso tempo da leadership nazionali che non vollero – o non ne furono capaci di – riconoscere che occorrevano interventi strutturali complessivi che tendenzialmente e progressivamente abbassassero il livello di odio che era susseguito alla prima Guerra mondiale.
Oggi – come accennato prima – sembra di rivivere quei tempi “non così lontani da noi”. LA CULTURA CI SALVERA’? dobbiamo solo sperarlo? o dobbiamo provare con tutte le nostre residue forze?
In una serie di post da qui al 27 gennaio pubblicherò e commenterò alcuni testi sia originali che non relativi ad un mio lavoro di venti anni fa.
Tra il 1997 ed il 1998, mentre ero consigliere comunale di Prato, con il “Laboratorio dell’Immagine Cinematografica che era da me diretto, realizzai un “Progetto” che riuscì a coinvolgere studenti di molte scuole superiori della città, a partire dall’ITC “Paolo Dagomari” nel quale insegnavo. Giovani studenti del Liceo Classico “Cicognini”, del “Datini”, del “Copernico” furono da me coordinati nella realizzazione del videofilm “Appunti sull’umana follia del XX° secolo: la deportazione”.
A dare un particolare sostegno al Progetto ci fu il prof. Antonello Nave con il suo gruppo “Altroteatro”; insieme a lui collaborarono i professori Mauro Antinarella, Giuseppe Barbaro e Giorgio de Giorgi. Gli studenti che furono impegnati sono in ordine alfabetico Irene Biancalani, Lorenzo Branchetti, Alberto Carmagnini, Juri Casaccino, Cristina Isoldi, Simone Lorusso, Stefano Mascagni, Lisa Panella, Monica Pentassuglia, Annarita Perrone, Daniele Peruzzi, Linda Pirruccio, Giulia Risaliti e Luca Vannini. Alcuni di loro (Lisa Panella e Luca Vannini) produssero anche dei testi originali. Il gruppo del “Cicognini” si impegnò prioritariamente a mettere in scena una libera interpretazione de “Le Troiane” dal titolo “Non posso tacere gli orrori” di Antonello Nave che fa da preambolo al film; nel video c’è, ispirato alla rielaborazione del prof. Nave, un testo da me scritto con il quale il lavoro si chiude.
Nella realizzazione del videofilm ebbi la collaborazione oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, anche del Teatro di Piazza e d’Occasione – TPO attraverso la figura di Marco Colangelo – e della Fondazione Teatro Metastasio ed in modo particolare Renzo Cecchini, Teresa Bettarini e Gabriele Bologna Mazzara. Fu nostro consulente costante Mario Fineschi della Comunità ebraica toscana.
Le musiche furono vagliate e scelte in modo coordinato: da Bach, “Passione secondo Matteo” a “Canti e Musiche Tradizionali ebraiche” di Moni Ovadia, alla colonna sonora de “Il paziente inglese” di Gabriel Yared a “Songs From A Secret Garden” di R. Lovland.
Le riprese ed il montaggio furono realizzate da Pippo Sileci di Filmstudio 22.
Nei prossimi giorni, come sopra annunciato, in concomitanza con la data del 27 gennaio (giorno della Memoria) giorno in cui vennero abbattuti dall’Armata Rossa i cancelli del campo di Auschwitz pubblicherò alcuni dei testi riferibili a quel lavoro.
Joshua Madalon

reloaded in occasione “Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare. ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2019) parte 8″

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Bisogna parlare,/addestrare la memoria/per ricordare. ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 8

“…Bisogna parlare,
addestrare la memoria
per ricordare.”

Con questi versi si concludeva il brano poetico di Lisa Panella che ho “posto” ad apertura e chiusura del mio intervento di ieri su questo Blog.
All’interno del video vi sono due miei specifici interventi concordati nel gruppo di scrittura che ha sceneggiato il videofilm “”APPUNTI…SULL’UMANA FOLLIA DEL XX° SECOLO: LA DEPORTAZIONE”

“CAPIRE – RICORDARE – NON DIMENTICARE – NON E’ STATO FACILE DIMENTICARE QUESTA ESPERIENZA DELLA DEPORTAZIONE PER CHI L’HA VISSUTA DIRETTAMENTE ED E’ RIUSCITO A TORNARE.
PER GLI ALTRI, QUELLI CHE SI DICHIARANO SCETTICI, QUELLI CHE SI DICONO PACIFISTI COME TANTI DI NOI, LA CONOSCENZA E LA CULTURA DEVONO VIAGGIARE DI PARI PASSO COL DUBBIO, ATROCE MA RICCO DI SIGNIFICATO.
OGGI, IN TEMPO DI DEMOCRAZIA, CIASCUNO DI NOI LIBERAMENTE E SENZA PAGARNE ALCUNA CONSEGUENZA PUO’ ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE, IL PROPRIO PENSIERO.
COSA AVREMMO FATTO, ALLORA, IN UN REGIME OPPRESSIVO E TOTALITARIO?
SAPERE E RICORDARE SERVE A MIGLIORARE CIASCUNO DI NOI E PUO’ SERVIRE A NON RIPETERE GLI STESSI DRAMMATICI ERRORI.
MA OCCORRE ANCHE SAPERE CHE IN QUESTO SECOLO ED IN QUESTO SCORCIO DI FINE SECOLO TROPPI SONO STATI GLI ORRORI IN NOME DELLA RAZZA, IN NOME DEI NAZIONALISMI, IN NOME DELLA RELIGIONE, E DI QUESTI ERRORI SI SONO MACCHIATI ANCHE GIOVANI CHE SI CONSIDERVANO FINO AL GIORNO PRIMA PACIFISTI, CHE SI RITENEVANO PIENAMENTE DEMOCRATICI, CHE CONSIDERAVANO CON ATTENZIONE LE IDEE DEGLI ALTRI, MA CHE SI LASCIAVANO AFFASCINARE DAL POTERE – DAL POTENTE DI TURNO.
SUL DUBBIO BISOGNA COSTRUIRE IL NOSTRO FUTURO NON PER GIUSTIFICARE QUALSIASI NOSTRA POSSIBILE SCELTA ED AZIONE MA PER RAFFORZARE LE SCELTE PER LA PACE, LA DEMOCRAZIA, LA TOLLERANZA.”

Questo è il primo. Il secondo è “corale”: sulle scene finali di guerra e di distruzione Giulia e gli altri giovani del Liceo Classico “Cicognini”, quello di via Baldanzi per capirci ed in particolare il gruppo teatrale scolastico diretto dal prof. Antonello Nave, leggono questo brano, a me ispirato dal titolo del testo di cui parlo in uno dei post precedenti, quello relativo alla parte 2 del 17 gennaio u.s..

“IO, IO NON POSSO TACERE GLI ORRORI
NON POSSO TACERE L’UMANA PERVERSA FOLLIA
NON POSSO TACERE LE INFINITE TRAGEDIE DELLE GUERRE CHE CHIAMANO “CIVILI”
NON POSSO TACERE L’ARROGANTE PRESUNZIONE DELL’ANIMO UMANO.

NON POSSO TACERE L’OTTUSA INTOLLERANZA
NON POSSO TACERE LE UMILIAZIONI, LE TORTURE,
LA VOLONTA’ DI ANNIENTAMENTO TOTALE DELL’AVVERSARIO
LE “PULIZIE ETNICHE”, IL FANATISMO IDEOLOGICO E RELIGIOSO
NON POSSO TACERE LA STUPIDITA’ DI CHI, SENZA MAI DUBITARE,
CONSENTE.
NON POSSO TACERE GLI ORRORI DI QUESTO SECOLO CHE SI COMPIE.”

Oggi è il 27 gennaio 2018.
Oggi è la giornata dedicata alla MEMORIA di quella subcondizione dell’animo umano, non solo quella degli oppressi ma anche quella degli oppressori.
Se non si analizzano le ragioni profonde che portarono nel corso della prima metà del secolo scorso a quelle aberrazioni e nel corso dei decenni successivi ad altre simili nefandezze il mondo nella sua globalità procederà verso un’autodistruzione inevitabile.
Non si può pensare di fermare le Destre razziste e violente senza un riconoscimento degli errori costanti che la Sinistra democratica e progressista ha per debolezza e sottovalutazione inconsapevolmente compiuto. Quei giovani che sollevano braccia e grida minacciose verso l’altro, il diverso, lo straniero interpretano la realtà spesso condizionati da un’emarginazione sociale all’interno di contesti che non hanno prodotto risposte al loro desiderio di giustizia. Molti di loro sono strumenti umani nelle mani di fomentatori ideologici. Tocca alla vera Democrazia fornire risposte adeguate ai bisogni diffusi; diversamente queste organizzazioni troveranno sempre più adesioni e le conseguenze potrebbero essere davvero tremende!

Joshua Madalon

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reloaded mio post su POLITICS BLOG maggio 2014

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“Un blog non può neanche lontanamente risolvere i problemi ma può denunciarli annunciarli ed avviare una ricognizione, suscitando attenzione e dibattito”

Fra le conseguenze negative della globalizzazione dei “mercati” e delle persone vi è stato di certo in contemporanea un degrado del livello di alfabetizzazione e di preparazione professionale, di acculturamento parallelo rispetto alle trasformazioni economiche e sociali che il mondo, soprattutto quello finanziario globale, stava subendo. A Prato l’imprenditoria piccola e media (ma in qualche caso anche quella medio-grande) non era stata costruita su una solida preparazione culturale ma piuttosto su una “praticità” istintiva che pure aveva prodotto eccellenze, destinate tuttavia a non reggere il passo sia per il susseguirsi di generazioni non sempre ben disposte ad una vita fatta soprattutto di sacrifici sia per il sopraggiungere di tecnologie innovative e mutamenti epocali nelle abitudini e nei consumi. Di fronte al tempo che scorre il mondo cambia e noi non sempre ce ne rendiamo conto.
La crisi del “tessile” a Prato è stata più volte annunciata ma poi in più occasioni con formule provvisorie è stata considerata come superata; ma non si è voluto riconoscere che il problema più importante era di tipo “culturale”, intendendo con questo termine la capacità complessiva di conoscere le trasformazioni ampie in atto. Ed è anche per questo che non si è percepita, forse non si è voluto, forse non si è riusciti a, percepire la cosiddetta “invasione” cinese nei suoi connotati “positivi”. Questa sottovalutazione dal punto di vista “politico” è stata “generale”, con qualche limitata eccezione, generando sia una forma di accoglienza umanitaria di tipo “cristiano” sia – dall’altra parte – un rifiuto categorico di stampo razzistico con in mezzo un atteggiamento ambiguo del tipo “non sono razzista, ma….” che si collocava in ogni caso in un’area culturalmente e socialmente assai modesta.
Se non si comprende questo punto di partenza non si è in grado di fornire alcuna soluzione al fenomeno che da un paio di decenni sta travagliando la società pratese e mettendo in crisi profonda la parte imprenditoriale “tessile”, non di certo quella immobiliarista, né quella commerciale che, grazie alla comunità cinese, ha visto, se non elevare, reggere i propri guadagni: se il mercato immobiliare è crollato meno che altrove lo si deve alla presenza straniera; se alcuni supermercati (vedi la PAM di via Pistoiese) reggono è per lo stesso motivo; se alcune concessionarie non hanno chiuso i battenti è perché hanno i migliori clienti fra la comunità cinese. Ad ogni modo il ”degrado” del territorio è direttamente collegato al degrado che la società “pratese” (quella fatta da “pratesi” doc o non doc poco importa) ha evidenziato negli ultimi venti\trenta anni e di ciò è indubbiamente colpevole la classe politica così come quella imprenditoriale e così anche l’intellighentia che non ha saputo interpretare i mutamenti e, laddove li ha riscontrati, poco ha fatto per divulgarli e chiedere alle diverse istituzioni azioni precise e decise per affrontarne le conseguenze. Ognuno ha pensato a rincorrere i propri vantaggi, le proprie rendite di posizione: politici, imprenditori, intellettuali, quelli che avrebbero potuto e non hanno agito, tanti di quelli che oggi ancora sopravvivono a se stessi, complice il vento di rinnovamento ipocrita che sta investendo la nostra società. Non sarà facile modificare quello che oggi vediamo, per cui ne traggono vantaggio “politico” – in netta e chiara malafede – coloro che spingono a scelte estreme come i blitz hollywoodiani con grande utilizzo di mezzi e di uomini, coloro che urlano in modo insensato che “devono andare tutti via” o che “ci hanno portato e ci portano via il lavoro”, coloro che parlano più alla pancia che alle menti.

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Ed allora mi vengono in mente due film particolarmente significativi anche se non si tratta di “capolavori”; il primo è già chiaro dal titolo: “Un giorno senza messicani”. Eh già, meno male che si tratta di un solo “giorno”, anche perché i poveri americani non ne saprebbero fare a meno, visto che i messicani svolgono in quella città al confine fra gli States ed il Messico lavori molto umili ma altrettanto utili; eppure di questi messicani si dicono le cose peggiori fin quando non ci si rende conto della loro “utilità” fino ad allora mai riconosciuta. L’altro film è “La macchina ammazzacattivi” (1959) di Roberto Rossellini, una sorta di “favola dark nostrana” e lo utilizzo semplicemente per suggerire un sistema risolutivo per eliminare tutti quelli che non ci piacciono, quelli che anche temporaneamente ci disturbano, che sono colpevoli di qualcosa che non riusciamo nemmeno a spiegarci: lo hanno fatto anche in passato, ad esempio, con gli Ebrei, con i disabili, con i rom, con gli omosessuali, con gli oppositori. Che dite? Ci si vuole provare ancora una volta? Forse una sparizione “temporanea” – ma non di un solo giorno – potrebbe servire a togliere il velo che copre il preesistente “degrado” di cui non si vuole essere consapevoli per non assumersene in quota parte le profonde e fondamentali responsabilità.
Noi non pensiamo tuttavia di poter proporre soluzioni ma non vogliamo rinunciare a leggere, studiare, approfondire la realtà che ci circonda sapendo anche che lo facciamo in modo parziale e gravato da forme di ideologismi che si sono andati accumulando nel tempo e che difficilmente potremmo superare senza un “reset” impossibile per ora nel cervello umano. Ad ogni modo è del tutto evidente che il nostro Paese, e con esso la città di cui abbiamo parlato, evidenzia un’arretratezza “culturale” che la sua Storia non merita, anche se tale “gap” è inscritto nella sua Storia. Ne sono prove certe le difficoltà del settore dell’istruzione che ormai non forma più adeguati “quadri” dirigenti e professionisti: i migliori studenti, al termine del loro percorso formativo, frustrati da una costante sottovalutazione del “merito” e da una sopravvalutazione di ben altre doti non sempre significative dal punto di vista delle relative competenze, trovano il loro spazio vitale in altri Paesi, dai quali difficilmente tornano: è questo da anni il vero drammatico “spread” che inficia l’ingente impiego di risorse a fondo perduto. I dati sono di un’evidenza assoluta anche per il settore del Turismo nel quale il nostro Paese potrebbe eccellere, “dovrebbe” eccellere. Ne parleremo ancora in uno dei prossimi interventi.

Giuseppe Maddaluno

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Su un mio post Facebook di ieri sera (Lavoro e povertà)

Su un mio post Facebook di ieri sera (Lavoro e povertà)

Ieri ho pubblicato su Facebook un post consapevolmente ambiguo per la sua brevità. Scrivevo un testo sintetico che qui riporto:

Si parla molto di “povertà” e si pensa ai “poveri” assoluti – Avviate una riflessione ancora più seria sui “poveri” che lavorano – Diffidate in parte di quelli che invece “non” lavorano

In questi ultimi giorni vivace è il dibattito intorno al cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Misura indubbiamente necessaria ma probabilmente inefficace e creatrice di nuove disuguaglianze. Dietro le scelte politiche c’è un surplus di improvvisazione ed una mancanza di cultura e conoscenza della realtà antropologica tipicamente italiana, non solo meridionale come troppe volte sottolineato dalla propaganda nazionalista della Lega, che oggi pretende di rappresentare “anche” le istanze della parte storicamente più debole del Paese.
Il post aveva un suo retroterra collegato ad un dialogo con un’amica, svolto qualche settimana fa intorno ai temi del costo esorbitante dei trasporti pubblici a Prato e zone limitrofe. Trattandone emerse una battuta: “Il dramma per molti di noi e per i nostri figli è l’essere poveri pur avendo un lavoro”. In effetti è così: un giovane (ma non solo “un giovane”) con un contratto regolare può raggiungere oggi uno stipendio di 1200/1300 euro netti, quando va bene; come ci campa in autonomia dopo aver pagato un affitto di 400-500 euro non comprensivo di costo dei servizi, spese condominiali e spese non previste? Quale futuro può costruire? Quale famiglia? Detratto tutto, proprio tutto, si è nella soglia di povertà ma non si è titolari “di cittadinanza”.
La situazione è ben diversa per chi “ufficialmente” non ha un lavoro.
Il “lavoro nero” è illegale; ma “purtroppo” sembra essere molto conveniente, per chi lo offre e per chi lo accetta. L’omertà sarà ancor più un effetto necessario: si annunciano interventi ad hoc per sconfiggere il lavoro nero, ma non si tiene conto che si tratta di una mentalità diffusa tra persone che ritengono di essere “oneste” all’interno di un quadro che ha fatto dell’illegalità la norma.

Joshua Madalon

Dopo una sosta

Dopo una sosta

Non penso che in tanti tra i miei venti interlocutori si siano accorti della mia prolungata assenza (circa due settimane) dal Blog.
Un banale restyling del locale cucina del mio appartamento di Prato mi ha costretto ad un tour de force che si è per ora interrotto semplicemente per il mio provvisorio allontanamento a causa di un impegno precedentemente preso in quel dell’area flegrea. E’ stata una immane fatica, durante la quale non ho avuto il tempo per “pensare” alle cose più gradevoli della mia esistenza da pensionato.
Riprendo così da oggi a curare il mio disordinato BLOG.

Joshua Madalon

LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

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LA SINISTRA (non c’è di certo nel PD); ma abbiamo bisogno di riprendere il cammino (oltre e senza il PD)

La Sinistra non c’è anche se dei piccoli pezzi di società qua e là possono cercare di ricomporla. Questo è il nostro obiettivo

Vorrei evitare polemiche e concentrare tutti gli sforzi verso la costruzione di un Programma di Governo della città che vogliamo che tenga conto di tutti gli elementi positivi già presenti, come eredità del lavoro di centinaia di compagne e compagni, che negli ultimi anni hanno visto disperdersi il loro impegno. Innanzitutto vi è stato l’abbandono dei luoghi del confronto, con progressivi attacchi da parte di chi sentendosi sicuro dell’appoggio potente e facendosi forza l’un l’altro hanno umiliata e disconosciuta l’importanza della partecipazione. I Circoli si sono rapidamente desertificati, le occasioni di popolo come la Festa de l’Unità ridotte a poco più che kermesse autoreferenziali di piccolo cabotaggio politico e culturale.
La Sinistra non c’è, posso anche essere d’accordo. Di certo non c’è in quel gruppo di potere che si chiama PD. Tuttavia c’è ancora tanto bisogno dei valori della Sinistra ed è necessario che qualcuno si avvii a farsene carico. Un nuovo modo di interpretare le istanze della gente, pensando soprattutto a quella parte più debole, che da tempo non ha difensori. Non lo possono essere i distruttori di pace, né tantomeno coloro che promettono senza nemmeno conoscere i propri limiti.
Non dobbiamo avere la presunzione di realizzare utopie, ma certamente dobbiamo ispirare il nostro lavoro verso la più alta vetta della giustizia, quella sociale, andando a combattere le differenze soprattutto quelle macroscopiche ed ingiustificate, soprattutto immeritate.
E allora andiamo avanti nella costruzione di un nuovo progetto che parta dal basso, cominciando a sostenere gli interessi dei più poveri, degli emarginati. Cominciamo ad ascoltare, non a farsi ascoltare e farsi imbrogliare ed imbrigliare da venditori di tappeto vecchi e nuovi.
Non dobbiamo inseguire le baggianate che ci racconteranno; le persone che incontreremo devono avere fiducia ma non collegabile a promesse: devono sentire che siamo davvero sinceri. Gli altri alzeranno il tiro come sanno fare, ben consapevoli tuttavia che non possono soddisfare quelle esigenze perché sono troppo compromessi, non solo i vecchi ma anche i nuovi e novissimi politici politicanti. Ma si sforzeranno in quella loro azione narcisistica guascone ed istrionica di far credere di essere in grado di farlo.

Joshua Madalon

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

Ma, dopo tutte queste belle sorprese, dov’era Salvatore? E chi era costui?
In una delle strade il cui nome si sviluppa intorno ad una fantasia creativa ma beneaugurale, Vico Giardinetto, e collegabile alle caratteristiche del personaggio che andremo a conoscere, c’è una bottega, all’apparenza disordinata e polverosa. L’insegna la identifica come MINIERA. E tale è!

Miniera

Simona si affaccia mostrandosi alla vetrata. “Sì, c’è. Salvato’ comme staie?” e ci invita ad entrare. Il gruppo è numeroso ma il giovane che appare vuole rendersi prima conto della consistenza e poi ci invita a scendere giù nella bottega vera e propria. In un primo momento pensiamo che il “luogo” sia solo quel piccolo spazio un po’ mal messo, ma quando si scende man mano ci si rende conto dell’ampiezza del locale e della sua profondità. Ci rendiamo conto che si tratti di una delle “cave” tipiche della Napoli tufacea anche se luminosa ed in un certo modo ordinata. Non appena siamo in ordine riappare Salvatore, una sorta di Alessandro Siani un po’ dimesso a causa di una febbre che lo ha colpito, dopo una sua breve incursione in quel di Venezia, città di cui non parlerà molto bene sottolineandone la tradizione mercantile che ancor oggi la caratterizza.

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La nostra guida ha tenuto nascosto per garantirci una sorpresa quelle che sono le peculiarità dell’impegno del ragazzo che stiamo conoscendo. Lui ci racconta parte della sua storia, di reietto o in ogni caso di aspirante tale, che lo ha portato a conoscere come tanti altri giovani come lui il carcere, la droga, la violenza. Lui in qualche modo ha saputo poi mettere in pratica ed in modo positivo la tipica filosofia napoletana dell’arrangiarsi. Certamente si ricorda, in senso negativo, quella invenzione della cintura dell’automobilista praticamente disegnata direttamente sulla maglietta o su altro indumento superiore. Ma quello è un caso che può far sorridere ma non è utile davvero. Invece, facendo tesoro degli scarti, che sono sempre più abbondanti e spesso ingombranti le stradine dei quartieri, ne ha ricreato l’uso sotto altra forma, inventandosi la “Riciclarte”. In questo “lavoro” ha cominciato a coinvolgere altri ragazzi come lui, destinati diversamente a vivere ai margini negativi degli ambienti degradati della città, facendo sviluppare in loro la creatività. E’ un uomo umile ma determinato “Se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti. Ogni giorno cerco di trovare dei giovani a cui insegnare il mestiere di falegname per dargli una prospettiva lavorativa che non sia la strada e la delinquenza”. Con loro raccoglie materiali di scarto e li trasforma in cestini per la spazzatura, resi artistici con disegni colorati, ha costruito panchine artistiche partendo da assi di legno e letti abbandonati sulla strada, ha prodotto insegne sia per indicare esercizi commerciali e luoghi di interesse storico ed artistico sia per indirizzare il turista un po’ sperso tra vicoli strade e vicoletti. Ha incoraggiato peraltro la produzione di “arte di strada” da parte di giovani writers. Interessanti sono i volti ritratti di Maradona e di Giancarlo Siani, il giovane giornalista ucciso dalla camorra.

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Salvatore parla di sé e della sua mission che ormai è diventata un vero e proprio lavoro, sociale, culturale, artistico. La sua però non è un’impresa facile, anche perché non sempre le istituzioni posseggono la giusta sensibilità e ci parla di grandi difficoltà, anche perché il ragazzo è orgoglioso, giustamente, e non vuole scendere a compromessi che lo vincolino poi a delle condizioni che snaturino poi i suoi obiettivi. Occorre seguirlo anche da lontano per coglierne le potenzialità e copiare le buone pratiche esportandole nei nostri territori.

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3


Sulla base della piazzetta c’ è un rettangolo piastrellato leggermente rialzato, sotto il quale si apre celato oggi alla nostra vista uno dei tanti pozzi-cave di tufo utilizzati come rifugio nel corso della guerra ed in altro modo prima e dopo di essa. La “Napoli sotterranea” è diventata celebre dal punto di vista turistico e meriterebbe altra escursione per tutti noi. La guida, riferendosi alla caratteristica conformazione tufacea del terreno, ci spiega il motivo per cui i palazzi si siano sviluppati in altezza piuttosto che in orizzontale sul territorio.
Proseguendo nella passeggiata “parlata” ci si ferma per un caffè in uno dei piccoli bar locali proprio accanto a Vico Conte di Mola. E’ l’occasione per accennare alla storia dei “cafè chantant” francesizzanti ma esclusivamente “napoletani”. La moda del “can can” del “Moulin Rouge” aveva coinvolto anche Napoli e, a due passi dal luogo dove ci si è fermati c’era fino a pochi anni fa (ne ho memoria personale”) il Salone “Margherita” teatro dove per l’appunto ai miei tempi si svolgeva attività di avanspettacolo nel quale si impegnava il fior fiore della “sceneggiata” e si esibivano procaci ragazzone a mantenere alto il morale di marinai di stanza nel porto e ragazzotti che avevano preferito esser là piuttosto che a scuola. Non era un luogo adatto a me ma per ragioni di studio socioantropologico mi rammarico oggi di non averlo mai frequentato.
Il Conte di Mola come luogo è menzionato in una delle canzoni più celebri dell’avanspettacolo locale, nota però ormai a tutto il mondo: “Lily Kangy”.

Nel testo di quella che chiamiamo “sciantosa” (dal francese “chanteuse” cioè cantante) c’è il riferimento a questa pratica che si basava sul rifiuto di avere “personale” straniero – francese – sui palcoscenici che tuttavia avrebbe dovuto imitare il più celebre “can can” e Lily afferma di essere in grado, pur se nata al vico Conte di Mola, di imitare le più titolate sue rivali, facendosi scambiare o per francese o per spagnola.
E c’era anche la più locale “Ninì Tirabusciò”, nome inventato che si riferisce al “cavatappi” tradotto in francese maccheronico, che ha dalla sua l’invenzione della mossa”.

Girovagando poi si parla dell’attività di molte donne dei “bassi” ora non più praticata così come lo era quando me ne narravano le “gesta” alcuni miei amici un po’ vecchi e scafati di me. Nella “tradizione” socioantropologica sostavano discinte e scosciate davanti ai loro usci. Famosissimo è il personaggio creato da Raffaele Viviani, quella “Bammenella ‘e copp’e Quartiere”, che ha attratto l’attenzione di molti di noi appassionati di teatro.

Sempre riferendosi a questi luoghi Simona ci mostra due stradine, due vicoli, anzi un vicoletto ed un vicolo che riportano lo stesso nome, “Tofa”.
Un’avvertenza è d’obbligo: non utilizzate questo termine nei confronti di altri e soprattutto di “altre”. “Tofa” in realtà è una conchiglia di mare utilizzata per emettere un suono prolungato come le “trumpette” della festa di Piedigrotta; ma a causa dei “luoghi” di cui sopra la parola è traslata, trasmigrata a significare “poco di buono”, una poco di buono, per cui “Si’ ‘na tofa” è offensivo.

…fine parte 3….

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1 e 2

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1

“Speriamo che Salvatore ci sia!” la nostra guida mentre ci accompagna lungo le stradine dei Quartieri Spagnoli sembra quasi parlare tra sé e sé.

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Ci aveva dato appuntamento all’altezza di una pizzeria all’angolo di via Chiaia. Dopo un caffè al bar del San Carlo, visto che eravamo in anticipo siamo arrivati al luogo convenuto. Le responsabili di Insolitaguida erano già là insieme ad un piccolo gruppo di persone. Simona ci riconosce e partono i convenevoli. Sbrighiamo le pratiche e ci fermiamo lì a due passi dall’assembramento momentaneo. Mary ed io eravamo un po’ distratti dal controllare se la sede dell’Università Suor Orsola Benincasa venisse aperta; dovevamo chiedere informazioni su alcuni corsi, ma negli uffici sembrava tutto in ordine, illuminato ma non c’era ombra alcuna di impiegati.
In quel mentre un signore tra i settanta e gli ottanta, italiano sicuramente napoletano ben vestito a dimostrazione di un’appartenenza borghese ma con un evidente calo di fortuna, ci ha chiesto un aiuto. Ho frugato in tasca e gli ho porto un euro, rammaricandomi del fatto che si fosse umiliato così. Anche altre persone hanno contribuito subito dopo. Distratti non ci eravamo accorti che Simona aveva già preso il via su per la stradina accanto alla Pizzeria Brandi, quella della famosa “Margherita”. Siamo partiti all’inseguimento della coda del gruppo, per poter cogliere le prime indicazioni su cosa siano stati i Quartieri Spagnoli e sulla storia della pizza “ab ovo”.
Tra le stradine rese ancor più strette da auto parcheggiate e tavolini di alcune trattorie o arnesi vari di artigiani diversi, alcuni dei quali chiamati “zarellari”, il gruppo si snodava osservando i tipici “bassi” come quelli descritti da Eduardo in “Napoli milionaria” e “Filumena Marturano”, ma che erano assai lontani ormai da quel tempo. Eppure da queste parti avevo una vecchia zia di mia madre, vedova già negli anni Cinquanta e qualche volta da bambino c’ero anche venuto. Su alcuni muri accanto a questi “bassi” si possono leggere targhe storiche del Comune che dichiarano quegli ambienti non adatti all’abitabilità; anche se, oggi, a vederli somigliano a villette svizzere.

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Abbiamo visitato vecchi monasteri abbandonati e trasformati in decine di appartamenti decorosi che affacciano su corti arricchite da una presenza umana di straordinaria potenza. Passando accanto ai vari negozietti di vicinato Simona tenta di farci comprendere come mai non vi sia alcun segno di fallimento in questa pratica commerciale “Qui non ci sono i centri commerciali; la gente compra negli stessi esercizi nei quali compravano i loro nonni ed i loro genitori” ed io ci ragiono tra me e me: “Credo che la verità sia tutta nell’invecchiamento della popolazione fatta in maggioranza di gente che non possiede mezzi di trasporto, gente che non possiede grandi risorse e che trova un enorme vantaggio a rifornirsi da chi opera a stretto contatto e conosce i veri problemi di quel territorio”.
Abbiamo notato sugli angoli una serie di cartelli indicatori a forma di freccia, tutti realizzati con lo stesso stile. In tre di questi sovrapposti c’è scritto: CULTURA INTEGRAZIONE TOLLERANZA. Chiedo cosa indichino.

….fine parte 1….
Joshua Madalon
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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

Veniamo a scoprire come a realizzare quei cartelli sia stata la stessa persona di cui si parla all’inizio come forma di interlocuzione letteraria (“Chissà chi è ‘sto Salvatore?”). E Simona ce ne mostra altri che stanno ad indicare luoghi, strade, persone, esercizi commerciali.
I Quartieri appaiono puliti ed ordinati, ad eccezione del traffico di auto e motorini che tuttavia attendono pazienti il deflusso del gruppo. La realtà è ancora più sorprendente se si segnali la data della visita guidata, il 4 gennaio, a ridosso del rito liberatorio del passaggio di anno, che richiama alla mente altri passaggi significativi nel corso dei quali ci si libera dei panni vecchi per indossarne di nuovi. Mi riferisco all’abitudine di lanciare giù sulla strada qualche oggetto consunto o fuori uso per una sostituzione migliorativa. La nostra guida sottolinea questo cambiamento di mentalità, probabilmente collegato alle ristrettezze finanziarie degli ultimi anni e poi aggiunge “C’è tutto un impegno soprattutto in questo Quartiere ma non solo per un riciclo utile di vecchi materiali ed arnesi. Se c’è Salvatore, ve lo rivelerà!”.
Intanto proseguiamo il nostro viaggio a zigzag nei Quartieri. E’ quasi ora del pranzo, quasi perché non è ancora scoccato il mezzodì. Davanti ad una pizzeria c’è già una gran fila formata da un gruppo di stranieri, sembrano statunitensi dallo strascichio del loro linguaggio simile all’inglese. La pizzeria è collocata in mezzo alla strada con una serie copiosa di tavolini già pronti; all’interno c’è un gran daffare per il personale. Simona ci dice che si tratta di una pizzeria tipica che ha come sua caratteristica il modo di trattare “spiccio” i clienti. Sullo stile del volgare più spinto. Più avanti c’è – almeno così ci dice la guida – un vecchio monastero. Se ci passate non ve ne accorgete, perché in realtà “c’era”. Tuttavia ci fa entrare in un portone, mentre qualche abitante ci osserva ed un passante lancia un avvertimento scherzoso “Nun è overo!” rivolto alle dotte indicazioni della Simona, che non si scompone. Saliamo pochi gradini ed entriamo in un cunicolo che in modo contorto ci porta in una piazzetta interna sulla quale affacciano molti ballatoi con ingressi separati come le “case di ringhiera” del Nord industriale. C’è anche una torre che funge da divisorio per i diversi ingressi. Era un vecchio monastero che nel tempo aveva subito storie e trasformazioni: vantava anche di essere stato un set per quel bellissimo film di Nanni Loy che celebrava “Le quattro giornate di Napoli”.

…fine parte 2….

Joshua Madalon