UN “piccolo” ESEMPIO DI METANARRAZIONE a partire dalle “storie della mia gente” PICCERE’ – prima parte

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UN “piccolo” ESEMPIO DI METANARRAZIONE a partire dalle “storie della mia gente”

PICCERE’

“Uè, Piccerè, domattina vieni a lavorare; alle 7 in punto, ti raccomando” ; così incominciai il mio lavoro di cernitrice. Gli ambienti, enormi, erano stracolmi di balle e di cumuli di stracci di diverso colore e qualità ed altri sette operai (femmine e maschi) già esperti e di età superiori ai miei ventidue anni si dannavano con mani e forbici giganti a strappare, tagliare e distribuire con grande oculatezza le diverse parti facendole volare in una caleidoscopica danza di colori e forme nei vari mucchi tutti intorno a loro; e quando i raggi del sole penetravano dai larghi finestroni potevi vedere la polvere sollevarsi e creare un’atmosfera magica e quasi irreale. “
Piccerè era arrivata a Prato da qualche anno. Veniva da un paese di mezza montagna nel cuore della Sicilia. “Ero stanca di lavorare con le unghie la terra arida. Ne avevo sollevate di angurie, anche enormi e pesanti, a volte più grosse di un bambino, più grosse di me, sotto l’occhio severo di mio padre.”
Un padre imperioso, un padre padrone nella migliore (o peggiore?) tradizione mediterranea che aveva per anni impedito alle sue figlie di frequentare la Chiesa, preoccupato soprattutto dall’uso del sacramento della Confessione: “Non voglio” diceva “che il prete sappia i fatti della nostra famiglia”. Poi, quando erano diventate grandi, a 18 e più anni essendo già da marito ma avendole bene istruite le aveva lasciate andare più liberamente in Chiesa. Piccerè insieme e sotto scorta delle sue sorelle andava a Messa la domenica come al solito a turno, per poter utilizzare le uniche tre paia di scarpe buone femminili che la famiglia possedeva e che utilizzava solo nel giorno di festa.
Alla prima Messa ci andavano le due sorelle maggiori già scaltrite dai consigli paterni (anche se si confessavano non parlavano mai dei fatti “segreti” della famiglia); verso le dieci Piccerè andava con la mamma, indossando un paio di scarpe della sorella mezzana, Concetta, i cui piedi erano poco più grandi (con i suoi, Piccerè ci ballava dentro ed era molto buffa mentre camminava ed a volte ci inciampava).
Non aveva preso la Comunione, a dodici anni e quindi non avrebbe avuto alcuna necessità di confessarsi. Di lei sia per l’età che per un certo caratterino un po’ ribelle il padre Gesualdo non si fidava. Ma Piccerè aveva un cruccio; si sentiva inferiore e diversa rispetto alle altre ragazzine del suo paese che invece già da un paio di anni avevano frequentato la catechesi preparatoria ed avevano festeggiato il giorno della loro prima Comunione. Poi si era fatta grande e a sedici anni, un giorno in occasione della preparazione alla Pasqua con la consueta benedizione delle case era riuscita a parlarne con il parroco don Salvatore. Il padre con i fratelli e la sorella maggiore Nunziatina erano andati a trovare il nonno Sebastiano in ospedale. Al parroco aveva espresso il desiderio di prendere la Comunione e lui come avrebbe potuto negargliela? Vista l’età della ragazza e considerandone a suo vantaggio l’indubbia espressa volontà come se fosse una vera e propria confessione l’aveva benedetta ed ipso facto l’aveva comunicata. La domenica successiva la madre che l’accompagnava a Messa ebbe la sorpresa. Al marito e padre di Piccerè non disse mai nulla, tanto lui la Chiesa non la frequentava mai e i fratelli la guardavano solo da fuori, aspettando di incrociare gli occhi belli delle ganze che ne uscivano.

…continua…

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