GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI

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Domani terminerà il mio Esame di Stato 2014. Quando scrivevo l’altro giorno di non potermi considerare una persona “normale” oltretutto non avevo pensato al fatto che non sono fra i molti che hanno a noia e rifuggono dal partecipare agli Esami di Stato come Commissari esterni e Presidenti. Quanti ce ne sono fra colleghi che anche senza avere motivi validi cercano in tutti i modi di “sfangarla” quando viene il tempo degli esami di metà giugno! Eppure è una delle esperienze più interessanti e valide nel permetterci di conoscere altre scuole, altri docenti, altri studenti, altri luoghi: non dico che pagherei per parteciparvi perché non sono “bischero”, ma di sicuro è un momento di conoscenze e di crescita straordinario. Il lavoro che scelsi di fare a metà anni Settanta è uno dei più belli e stimolanti che vi siano, a patto che si accetti che il divario di età fra noi e gli studenti si amplifichi progressivamente; all’inizio fra me e loro vi era una differenza risibile (addirittura in una delle mie prime supplenze a Bergamo ero più giovane della maggioranza degli studenti, essendo capitato in un Corso serale) e poi man mano tranne pochi casi (altri Corsi serali stavolta a Prato) il “gap” fra me e gli studenti è cresciuto ed ora, già negli ultimi anni ed in occasione di questa esperienza della Maturità 2014, incontro giovani che potrebbero essere miei nipoti. E sono stimolanti queste occasioni che continuano ad aprirci la mente e ci permettono di interloquire con colleghi che propongono visioni diverse dalle tue, che ti parlano di percorsi realizzati che hanno prodotto risultati tangibili: ed ecco che ti donano libri già a prima vista interessanti e preziosi oppure ti mostrano locandine di spettacoli teatrali e fotografie di incontri con personaggi della Cultura e dello Spettacolo organizzati nell’ambito scolastico. Ovviamente c’è uno scambio di idee e di doni che potrebbe preludere anche a cooperazioni successive. E’ accaduto sempre: intanto quando si andava “fuori sede” si conoscevano anche luoghi e storie di quei territori ed in più occasioni vi erano ulteriori momenti extraprofessionali estremamente coinvolgenti (spettacoli teatrali – visita a monumenti – cene in locali tipici con cucina locale etc ). E’ in ogni caso chiaro che vado ricordando queste mie antiche esperienze collegandole a quella di quest’anno, primo della mia carriera di docente “pensionato” (un docente non va mai in pensione, altrimenti che “docente” è?); non scriverò per ora in quale scuola sono stato nominato (chi mi conosce lo sa) perché non è importante di per sé. Posso però dire di avere trovato docenti e studenti molto preparati e capaci di essere per me stimolanti per futuri progetti culturali, alcuni dei quali vado man mano costruendo. Utilizzo per me in modo positivo il titolo della famosa commedia di Eduardo De Filippo, “Gli esami non finiscono mai” sottolineando la necessità di mettersi sempre in discussione giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto sapendo che ciascuno di noi vive se continua ad essere curioso. Diversamente può dirsi “morto”!

G.M.

LEZIONI DI CINEMA 3

LEZIONI DI CINEMA 3 di Giuseppe Maddaluno

Sono vissuto anche sull’acqua, andando e tornando fin dai primissimi giorni della mia vita nell’isola nella quale era nata e vissuta fino a pochi anni prima (dal 1917 al 1946 per la precisione) mia madre. Procida è la più piccola (se si esclude Vivara che è un’ appendice di Procida) delle isole dell’Arcipelago Campano e si raggiungeva, allora, da Pozzuoli in circa quarantacinque minuti di navigazione, con delle imbarcazioni puzzolenti di nafta e rumorosissime: vi andavo abitualmente e frequentemente, una volta svezzato, anche con mia zia Agnese e l’Isola è diventata uno dei luoghi “magici” della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia prima gioventù. Un’isola è un mondo diverso appartato, delimitato dal mare: una piccola isola rappresenta per chi non soffre di claustrofobia quel piccolo mondo ricercato a volte nei luoghi angusti della casa, come il comodino dentro il quale da piccolo piaceva rannicchiarmi per occultarmi agli occhi preoccupati della mamma, ed un’isola è anche fondamentalmente un set ideale nel quale fare agire le proprie fantasie, i propri sogni. L’isola diventava il mio mondo, la campagna ed il mare mi fornivano gli elementi necessari a costruire storie di pirati, di tesori nascosti e ritrovati e, poi, vicende amorose: ma quest’ultima è davvero una storia a parte. Anche nell’isola vi era il cinema e furoreggiavano i “peplum”: ne ho visti di tutti i tipi, dai più classici e meravigliosi, immarcescibili “Barabba”, “Ben Hur”, “I Dieci comandamenti” ai più ovvi, banali ma ugualmente ormai classici film con “Ercole e…”, “Maciste e…”, e altri.
Ritornerò a parlare dell’isola per altri motivi, già accennati, ma mi piacerebbe ritrovare un altro percorso, quello che portava me, mia madre e mia zia da una loro vecchia zia (non ne ricordo il grado di parentela precisa) che abitava a Napoli, pressappoco dietro al Teatro “Augusteo” alle spalle di via Toledo sui cosiddetti Quartieri spagnoli. Abitava in un classico “basso”, quella stanza (in essa consisteva l’”appartamento”) che si apriva direttamente sulla strada, o addirittura al di sotto del piano stradale (in quel caso si chiamavano “scantinati” o seminterrati), che tutti possono ricordare nelle scenografie di alcune classiche commedie di Eduardo De Filippo (“Filumena Martorano” e “Napoli Milionaria”). Questa zia viveva, insieme ad un uomo della sua stessa età, presumibilmente allora più di sessanta anni, in una condizione frequentissima nei primissimi anni cinquanta, che dal punto di vista igienico era assai precaria ed indigente per la diffusa miseria che colpiva soprattutto gli anziani costretti a vivere praticamente da soli: non so il motivo preciso, ma credo non avessero figli che potessero accudirli e gli unici nipoti erano nella famiglia di mia madre. In quegli anni non era difficile entrando in queste “case” scoprire intanto che erano frequentate da animali domestici ma anche da altre bestie, grandi, piccole e piccolissime, che sono indice del degrado igienico sanitario nel quale vivevano le persone in quel periodo in gran parte del territorio napoletano. Uno dei miei ricordi in parte riferibile ad una visita a questa “zia” è legato ad un motivetto di quegli anni, una canzone tragica nel vero senso del termine che mi angosciava sentire ma che era molto in voga: si tratta di “Balocchi e profumi” e narra la vicenda di una bambina che ha una madre snaturata che pensa solo ad imbellettarsi mentre la povera bambina avrebbe bisogno di carezze, forse più che di balocchi, e soprattutto di cure. L’incerta “pedagogia” di quel tempo, peraltro non sostituita in mia madre da personali sensibilità, faceva sì che spesso la canzonetta mi venisse sottolineata per farmi pesare la mia diversa condizione di vita, come se quella bambina più che un caso isolato fosse invece la realtà comune di tantissimi bambini e bambine. Davvero non ricordo il motivo per cui in quell’occasione questa canzone mi avesse tanto colpito: sono quelle sensazioni straordinarie, ma anche fortemente ordinarie, che non riesci a spiegarti, come peraltro capita nei primissimi ricordi dell’esistenza di noi tutti.

AFFIDABILE – una riflessione sul termine

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AFFIDABILE – una riflessione sul termine
di Giuseppe Maddaluno

Una persona, un’Associazione, un Gruppo che garantisca estrema correttezza e dedizione ad un’idea, ad un Progetto anche limitata nel tempo o per periodi medio-lunghi. Questa può essere una definizione di “Affidabile” anche se occorre precisare che l’affidabilità, a meno di volersi riferire ad un rapporto fideistico di sottomissione psicologica, è in relazione ad una reciprocità assoluta con tutti gli altri soggetti. Svolgo esempi semplicistici come quello di Caino ed Abele: entrambi – fratelli – avrebbero dovuto fidarsi l’uno dell’altro, ma poi sappiamo come è andata; oppure quello di Letta e Renzi, un caso più recente ma significativo ancor più dell’elaborazione che vado facendo sul termine “Affidabile”. Il termine in ogni caso viene utilizzato a sproposito per delineare il comportamento di persone che non garantiscono la “fede” in un Progetto che può essere anche “segreto” e legato ad un Gruppo che gestisce temporaneamente un Potere. Affidabile vede il suo contrario in Inaffidabile, che è dunque colui che non risponde ai requisiti minimi richiesti per appartenere ad un Gruppo, ad un’Associazione avendo troppo spesso idee che si distinguono da quelle “generali” tendenti all’ottenimento di particolari vantaggi ed al mantenimento di una linea. Negli ultimi casi, a prescindere dalle valutazioni che gli “esperti” vanno facendo sul limite del “non vincolo di mandato”, né Mauro né Mineo risultano affidabili per portare a compimento un Progetto come quello sulle riforme istituzionali che presentano, a parer mio (e non solo), molti elementi di discutibilità operativa e costituzionale. Già in precedenza su questo argomento ho espresso un parere (che indubbiamente vale poco) affermando che un intervento sul Senato andava fatto ma che il rischio di esagerare e poi di non trovare soluzioni efficaci è molto alto. Lucio D’Isanto in un intervento pubblicato stamattina spiega perché il Senato rappresenta un “doppio” istituzionale; ma la soluzione proposta rischia di costruire un Senato che non abbia alcun senso in assoluto, ancor più se non eletto. Quanto ai costi (che è poi principalmente e demagogicamente il motivo per cui questi interventi vengono proposti, per accontentare il “popolo” che “lo richiede a gran voce”) basterebbe, per un ben più alto “risparmio”, intervenire legislativamente su tutti i fronti amministrativi, abolendo tutti i “benefit” che fanno dei “parlamentari” nazionali e regionali dei “privilegiati”. Affermare questo da parte mia mi garantisce la “nomina” ad inaffidabile “ad honorem”. Ma se la patente di “affidabile” mi garantisce anche il mantenimento della coerenza ed il superamento di qualsiasi ipocrisia per l’ottenimento di vantaggi personali, ritengo di potermene vantare. A coloro che pensano di conoscermi (e forse non mi conoscono o sono “smemorati” come tanti altri nostri connazionali) vorrei sottolineare che avrei potuto non solo ambire ma ottenere dei vantaggi se avessi fatto a meno di “ragionare” liberamente ed essere perciò “inaffidabile” per il Potere. Ho fatto quello che la mia testa mi suggeriva e non ho quasi mai corrisposto ai “desideri” di chi anche provvisoriamente comandava: il mio “percorso” istituzionale è stato “non lineare” ma posso guardarmi allo specchio senza avere desideri autodistruttivi. Ad ogni modo soprattutto coloro che guardano alla realtà nella quale insieme ad altri agisco e dalla quale insieme ad altri parlo (sarà “bolso” il mio dire ma non è “biforcuto” ed interessato) farebbero meglio a conoscere la nostra “storia” prima di inoltrarsi in discussioni che si basino esclusivamente su quel che leggono “hic et nunc”. Dunque, chiarisco una volta per tutte (ma sono disponibile ad impartire “ripetizioni”) che la non affidabilità e la forza critica che utilizziamo non comprende la volontà di uscire dal PD ma di continuare ad essere caustici nei confronti di una classe dirigente che ha assunto senza ancora meritarselo il ruolo di “rinnovatrice”.

(g.m.)

NON SONO UNA PERSONA NORMALE

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“NON SONO UNA PERSONA “NORMALE”; suppongo, però, che nessuno fra quanti mi leggono possa dire di essere “normale” nè io ritengo di poterlo mettere in dubbio. Fin qui, mi pare, mi vado inoltrando in uno sterile “sofisma”. Ed io, dunque, nè per esaltare nè per offendere e tanto meno per mostrare e mantenere equilibrio posso dire di alcuno che sia persona “normale”. E non giurerei, ponendo la mano sul fuoco, possano essere considerate “normali” le macchine, gli automi, dotate ciascuna di esse di elementi unici anche quando sono prodotte in serie per motivi sia umani che meccanici. E la mia, come la vostra, unicità è legata in modo inscindibile alle innumerevoli uniche e varie esperienze vissute in modo diretto o indiretto.. il mondo in cui viviamo oggi è lontanissimo da quello in cui agivamo negli anni della nostra infanzia e della giovinezza; è abbastanza lontano anche da quello in cui eravamo trentenni o quarantenni, e cinquantenni: ora siamo nella fase del “sessantennio” verso la sua fine. Abbiamo più da ricordare che da sperare per noi; ma non ci fa difetto la progettualità perché, anche se non ci è stata data l’esperienza diretta della guerra e della desolazione ne abbiamo raccolto gli elementi ed i valori positivi e non li abbiamo mai dilapidati soffocandoli con una miscela di disvalori quando a tanti sembrava lontana la fase dell’impegno sociale e civile e venivamo intontiti attraverso i mass media con le città da bere e da vivere allegramente, con la creazione di illusioni per i poveri costretti a rifugiarsi sempre più davanti alla “scatola magica” delle televisioni commerciali. Ecco, se penso ad una normalizzazione penso all’inebetimento dei consumatori di programmi televisivi sempre più ammiccanti e di bassissimo livello culturale, quelli che appartengono con una formulazione molto cult chic alla produzione “nazional-popolare”.
Gli anni progressivi di una crisi incessante che ha seminato e prodotto miseria distribuendola in modo iniquo e quasi sempre con gli stessi recapiti: ai ricchi maggiori ricchezze, ai poveri maggiore miseria; quegli anni ci stanno addosso come una coperta di bollente pece che non vuole staccarsi.
Provate a leggere i settimanali “leggeri” fatti per menti semplici ed aspiranti voyeurs che abbiano bisogno di nutrirsi di storielline amene e piccanti che le consolino o le facciano gioire di rimando godendo semmai della felicità o delle tragiche vicende altrui, meglio se noti e ricchi. Provate a seguire qualcuno di quei programmi che si occupano delle feste e dei ritrovi “vip” o, semplicemente, se vi trovate a passare, ad affacciarvi alla porta di uno di questi locali ( come ho fatto io, tre anni orsono al Twiga Beach Club*, locale solo per gente facoltosa di Forte dei Marmi ) ed allora scoprireste che, lì, come hanno continuato a dirci per anni per umiliarci ulteriormente, la crisi non si è affacciata e che quei signori lì considerano noi “straccioni” degli “sfigati” e invitano i nostri figli, anche quelli ben diplomati e laureati, a lavorare per loro, garantendo munifiche mance. Altro che “brioches”. Anche questi “vip” non sono persone normali; il loro tempo ha ritmi diversi da quelli che, ad esempio, mi appartengono. Ed è anche nel “tempo” che ci si diversifica: il tempo dello studio, quello della socialità, quello ancora della “curiosità”. Esso si sviluppa nell’azione culturale ed in quella politica e spazia nella società. Questo è il mio tempo che fa di me una persona “unica”, “speciale” non “normale”. Così come uniche speciali e non normali sono tutte le altre persone ivi comprese le tante che in apparenza hanno poco da raccontare. Cercherò, da persona “non normale”, di raccontare le tante storie di donne ed uomini “non normali” in questo BLOG.
Joshua Madalon

* nel 2012 ero Presidente di Commissione Esami di Stato a Marina di Massa ed ospite pagante della Casa per Ferie La Versiliana a Fiumetto – avevo fra i candidati dei “fortunati” giovani che lavoravano nella struttura che era gestita da Briatore e quindi ero bene informato. Un “misero” docente, lieto ed orgoglioso di non essere una persona “normale”, non avrebbe mai potuto accostarsi al Twiga Beach Club.

POLITICA PASSIONE E PASSIONE POLITICA – UNA RISPOSTA (spero non l’ultima) di Lucio D’Isanto

RENZI BEAN   Caro Lucio forse non sono ancora riuscito a chiarire che nella mia concezione il Partito, quando si occupa di questioni politiche, locali, nazionali o internazionali, lo deve fare con la massima apertura; ed infatti al Circolo PD Sezione Nuova San Paolo chi voleva partecipare lo poteva fare a prescindere dalla sua adesione, discutendo se voleva, ascoltando se lo desiderava ed in ogni caso poteva esprimere in totale libertà il suo pensiero, avvertendo democratica accoglienza. Quel che non accetto è il fatto che chicchessia “una tantum” potesse partecipare a scegliere la leadership del Partito. Non condivido per niente che i militanti ed i partecipanti, iscritti o meno, alla vita di un Partito (che rispetti il dettato costituzionale – art.49) possano essere messi da parte da gruppi organizzati al di fuori di essi. Al mio Paese questo ha aspetti inquietanti. Non penso sia inutile questo dibattito per cui spero che vi siano altri contraddittori su questo ed altri temi. Un abbraccio, caro Lucio Caro Giosuè, onde por termine a questa infinita (ma, a mio parere, sempre fervida e stimolante) discussione, ti rispondo per l’ultima volta (limitatamente a questo circoscritto tema) prendendo atto che non siamo d’accordo e che nessuno dei due riuscirà a convincere l’altro (fermo restando che leggerò comunque con rispetto e attenzione la tua eventuale risposta). Non partecipare alla vita delle associazioni politiche non è ritrarsi – ovviamente a mio modesto parere – in una “turris eburnea” (l’avorio, oltre tutto, è stato, per motivi di scarsità ed ecologico-animalisti, sostituito da materiale sintetico di pari efficacia). Nella democrazia “tout court” (da me sintetizzata nella classica forma: “una testa-un voto”) la partecipazione alla vita di un partito non dà alcun titolo di preferenza al cittadino che partecipa alla vita dei circoli, delle sezioni, delle cellule etc. etc. rispetto a chi non vi partecipa attivamente. Ciò proprio perchè tutti i cittadini dovrebbero avere ugual peso nelle decisioni riguardanti la vita nazionale. Fuori di questa concezione – ovviamente, “penso” – non c’è democrazia. La partecipazione “organica” alla vita di uno stato “unicamente” attraverso queste organizzazioni è infatti stata teorizzata e applicata dai regimi non democratici. Essa era alla base dell’ideologia statolatrica pseudo Hegeliana dello stato fascista o di un partito unico le cui funzioni si fondevano con quelle dello stato (i partiti comunisti degli stati a “socialismo reale”, non per nulla il vero leader della nazione, in URSS, era il segretario del partito e non il primo ministro). In democrazia la partecipazione alla vita di un partito è solo uno dei tanti modi di partecipare alla vita della “Res publica” e chi partecipa in modi diversi non per questo si ritrae in una “turris eburnea”. Certo una democrazia del XXI secolo dovrebbe dare molto più spazio – per esempio – a forme partecipative quali i disegni di legge a iniziativa popolare (previsti anche dalla nostra costituzione ma svuotati nell’a! ttuazione pratica pur essendo il parlamento a doverli poi votare) o al referendum propositivo e a quello consultivo e – soprattutto – senza previsione di “quorum” (non previsto da quasi nessun’altra democrazia) perchè chi non si reca alle urne, se è perfettamente legittimato all’astensione, rinuncia però a dire la sua su un problema della “Res Publica”. Altra questione fondamentale è quella della libertà di informazione. Giustamente Hannah Arendt, critica verso la forma storica in cui si era realizzata la democrazia occidentale, diceva che in una vera democrazia deve essere fondamentale una “previa completa informazione”; nel nostro caso, oltre agli esempi precedenti da me fatti, te ne farò un altro: l’adesione alla Moneta Unica (leggasi anche Pensiero Unico) era o no una questione fondamentale per la nostra vita? Ed essa è stata discussa sui media circa tutte le conseguenze che avrebbe portato per la vita di tutti i giorni di tutti noi? Magari era una decisione necessaria e obbligata, ma sarebbe stato giusto illustrarla in tutti i suoi aspetti e dare un pò di voce a chi (e ne erano tanti) era contrario? Detto questo per me è volterrianamente fondamentale (secondo la lettura giusta del filosofo engagée data dallo Starobinski) che ognuno “curi il proprio orto”, cioè che dia il suo contributo, grande, piccolo o piccolissimo, come può, vuole o sa fare secondo le proprie possibilità. Io, nel mio piccolo, da funzionario pubblico ho sempre cercato di dare una interpretazione delle norme in senso non ottuso e il più possibile snellente, ho autenticato volontariamente e gratuitamente le firme necessarie per presentarsi alle competizioni elettorali a tutti i partiti, soprattutto a quelli meno forti e che ne avevano più bisogno ed anche se la loro ideologia era lontana dalla mia; poi, una volta in pensione, mi sono fatto promotore di alcune piccole battaglie mediatiche su due problemi che interessavano alcuni cittadini, in un caso ci sono riuscito e in un altro no. Queste cose non sono “turris eburnea” ma partecipazione democratica alla vita pubblica. Chi vi partecipa tramite la vita interna di una parte politica è anch’egli benemerito ma “come” e non “più” degli altri! Altrimenti non avremmo “una testa-un voto” ma qualcosa di profondamente dissimile dalla democrazia tout court! Con immutati affetto e stima, tuo Lucio!

LEZIONI DI CINEMA 2

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LEZIONI DI CINEMA 2

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi? Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo. parte 2 – ….Ricordo che da casa mia, all’incirca nei pressi della Parrocchia Maria Santissima Annunziata e precisamente in via Campana 28, si scendeva a Pozzuoli (Pozzuoli bassa, ma si diceva e credo si dica ancora adesso “andare a Pozzuoli” per indicare la parte bassa della città dove erano presenti le diverse Istituzioni pubbliche e “culturali”, il “Mercato”, il “Porto”, i cinema ed i teatri), passando davanti al Carcere (allora c’era il Manicomio Criminale) sotto la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove era morto nel 1736, a soli ventisei anni, il genio musicale italiano di Giovan Battista Pergolesi (“La Serva Padrona” e lo “Stabat Mater” solo per accennarne l’importanza). Si andava al cinema ed immagino che ai primi tempi questo fosse un desiderio soltanto dei miei genitori, ma poi pian piano che io crescevo divenne anche una mia richiesta precisa ed impellente. Infatti ricordo, ed è uno dei miei primi ricordi, che a volte mio padre, operaio edile ma anche responsabile dei cantieri che non si tirava mai indietro dal dare una mano agli altri operai meno esperti di lui, tornava da lavoro piuttosto stanco ed io, forse intorno ai due anni, partivo con uno dei miei soliti capricci (i miei hanno sempre detto che sono stato un bambino molto buono, ma i capricci per andare al cinema credo siano stati l’eccezione che conferma la regola, e per me un segno della passione che mi ha caratterizzato per gli anni a venire) e piangevo fino a quando i miei non mi accontentavano. All’andata tutto filava liscio, si scendeva a Pozzuoli e, da quando ho cominciato a camminare dopo il primo anno di vita come un po’ tutti i bambini, con grande entusiasmo camminavo, correvo verso il cinema. I guai cominciavano al ritorno quando i miei si dovevano sobbarcare la salita portandomi in collo, fossi o non fossi addormentato ero comunque stanco e non c’era la stessa eccitazione del viaggio d’andata. Ricordo che una volta che i miei erano un po’ stufi, forse anche un tantino stanchi, si passò come al solito davanti al Manicomio, dove stazionava sempre una Guardia nella sua divisa militare. Lì fu mio padre che ebbe l’idea di chiedere aiuto per farmi spaventare: fu un’azione orribile! In pratica la Guardia impietosa mi ordinò di scendere dal collo di mio padre minacciando di arrestarmi. E’ chiaro che non era vero, ma vallo a spiegare ad un bambino di circa due anni: l’episodio mi è rimasto nella memoria più di tantissime belle avventure cinematografiche di quello stesso periodo. Di cinema parlavo con mio padre e mi facevo raccontare i film che gli erano rimasti impressi della sua giovinezza. Mi parlava soprattutto di Maciste, di “Assunta Spina” di cui aveva sentito dire fosse stato realizzato anche a Pozzuoli (in allegato il film e nei primi dodici-tredici minuti si vedranno le caratteristiche condizioni del “cannalone” – attuale via Cosenza e le sagome del Monte Gauro e del monte Nuovo con la linea controluce della Sella di Baia e del Castello Aragonese), di “Cenere”, dei film di Ridolini ed aveva ovviamente i suoi miti: Eleonora Duse, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Andrea Checchi, Fosco Giachetti, Angelo Musco, Assia Noris, Alida Valli, Vittorio De Sica, Totò; ovviamente tutti italiani visto che il regime di allora (del tempo della giovinezza dei miei genitori) non consentiva la circolazione di opere straniere, che non fossero germaniche o al più ungheresi. Quando ero a casa, desideroso di “leggere” le immagini già in tenera età, sfogliavo qualche giornalino di fumetti (ricordo in particolare delle storie i cui protagonisti erano dei corvi ed un giornalino nel quale il protagonista, presumibilmente un coniglietto o forse un topo, ammalato perché imprudentemente non aveva ascoltato i buoni consigli dei genitori, veniva visitato da un dottore che gli prescriveva delle iniezioni spaventose per la loro forma) e poi, utilizzando una scatola con dei buchi ed una candela, tentavo “inutilmente” di proiettare immagini su uno schermo immaginario. La mia personale colonna sonora di quei primi anni era la voce di mia madre che nel corso delle faccende domestiche intonava qualche canzone di quegli anni; il fragore delle ruote ferree dei carri dei contadini che portavano le loro merci al mercato nelle primissime ore del mattino e che erano accompagnate dal ferreo battito degli zoccoli dei cavalli sollecitati sonoramente dai loro condottieri, la radio che ci manteneva in collegamento con il piccolo mondo di allora soprattutto con le canzonette di Gino Latilla, Roberto Consolini, Oscar Carboni, Flo Sandons, Alberto Rabagliati, Nilla Pizzi, Claudio Villa e tanti altri splendidi artisti con l’orchestra diretta dallo straordinario Maestro Angelini e dall’inconfondibile ed inimitabile stile del presentatore Nunzio Filogamo che amava esordire con “cari amici, vicini e lontani…” rendendoci partecipi delle sue emozioni in diretta, così come avveniva con le cronache sportive (il calcio soprattutto) del sempiterno Niccolò Carosio. Nel silenzio del mattino e della sera poi si sentivano le sirene dei cantieri importanti del litorale flegreo ed il fischio dei vaporetti che partivano, manovravano o attraccavano nel porto. I profumi che si sentivano erano quelli dell’infanzia e della giovinezza, l’odore della natura bagnata dalla rugiada mattutina o dalla pioggia, l’odore del mare pulito, il profumo del vento di aprile e l’acre sempre presente esalazione di zolfo dalla vicina Solfatara. (segue)

CARLO GUITTO A “LA PRIMA COSA BELLA – ESORDI D’AUTORE” POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

 

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Con Carlo Guitto avevo fissato a Palazzo Toledo intorno alle cinque del pomeriggio. Avevo già consultato il suo curriculum e visionato alcune parti di importanti produzioni cinematografiche come “Il resto di niente” di Antonietta De Lillo dove interpreta Michele ‘o pazzo e si impegna in un monologo molto convincente delle sue capacità di recitazione. Carlo è attore di teatro di ricerca di ottimo livello, collaborando in modo molto diretto con Enzo Moscato, figura centrale nella storia recente della produzione di avanguardia e ricerca teatrale. Ero andato anche a rivedere la sua partecipazione a “Noi credevamo” di Mario Martone ed ero molto curioso di conoscerlo. Quando è apparso nei corridoi del Polo Culturale l’ho subito riconosciuto e mi sono fatto avanti per presentarmi; ci siamo seduti uno di fronte all’altro e ci siamo scrutati: Carlo ha un volto che non si dimentica facilmente anche se non ha atteggiamenti divistici. E’ persona che raffigura naturalmente il popolo ma che ha un fascino attrattivo insolito; ho letto che recita anche in Latino, in Greco, conosce bene l’Inglese. In generale, a dire il vero, non lo diresti a vederlo nella sua semplicità. Ma è così visto anche che nel realizzare la sua “opera prima” (ma già va pensando alla “seconda”) è riuscito a coinvolgere il “gotha” della scena teatrale e cinematografica napoletana. Parliamo dunque di questo suo lavoro, presentato in anteprima al Cinema “La Perla” (dove opera il nostro amico Giuseppe Borrone con il suo Cineforum) a Bagnoli lo scorso 24 gennaio; il tema è caldo e fa discutere ma il taglio è ironico-amaro. Si tratta di “Voti”, un cortometraggio di circa 30 minuti nel quale, da quello che ho visto su Youtube, Carlo  interpreta uno dei protagonisti, Marco, che viene coinvolto, in una società in profonda crisi, da un amico nelle vicende “parallele” ad una campagna elettorale per procacciare “voti” in cambio di “promesse”. Ho difficoltà, e l’ho detto a telefono a Carlo, ad approfondire l’analisi del suo film perché solo poco prima Giuseppe Borrone mi ha procurato la copia in dvd che guarderò la sera quando farò ritorno a casa. Carlo, però, ci tiene a sottolineare la grande disponibilità ricevuta anche dalla classe politica puteolana ed in modo molto diretto si riferisce all’attuale Amministrazione. Il filmato ovviamente denuncia una particolare propensione di alcune parti della Politica all’acquisizione di consensi attraverso metodi clientelari, un sistema che – da quel che sappiamo – non è limitato ad un’area geografica. Ma i napoletani hanno una particolare capacità ad ironizzare su aspetti drammatici facendoli apparire comici; credo che sia il caso di “Voti”. Dico a Carlo che volentieri organizzerei una proiezione a Prato ma non nei prossimi mesi a ridosso di una Campagna elettorale per evitare interpretazioni avventate. Carlo mi promette una copia con qualche minuto in più rispetto a quella che presenterà venerdì 28 febbraio a “La prima cosa bella – Esordi d’autore”. Ci salutiamo dandoci appuntamento a venerdì. Ritorno a casa e guardo il dvd. E’ evidente la capacità insolita in chi si appresta all’opera prima di fare sintesi, ma questa dote ritengo sia dovuta all’esperienza ormai decennale che Carlo Guitto possiede in campo teatrale dove è necessario alludere più che dire e spingere alla riflessione più che affermare. La sceneggiatura curata dallo stesso neo-regista è infatti asciutta ed essenziale, rivelando una professionalità già matura che lascia ben sperare per il prossimo futuro (in controtendenza, vedendo poi il dvd che Carlo mi ha consegnato dopo l’incontro del 28 febbraio, ho notato che quei minuti in più sono assolutamente non indispensabili per la comprensione del film), a patto – dunque – che continui ad ascoltare i consigli di chi lo ha finora sostenuto come Enzo Moscato, che in “Voti” interpreta un ruolo che gli sembra congeniale, quello di rappresentante di un Potere parallelo alla Politica, un prete che fornisce consigli come un Grillo (quello di “Pinocchio” per intendersi) parlante, assumendo per l’appunto la funzione di “coscienza critica”. Moscato ha un ruolo dunque centrale e di primissimo piano nel corto; ed insieme a lui appaiono in ruoli solo apparentemente secondari (il video procede per scene susseguenti e
concatenate da un ritmo sostenuto) ma estremamente interessanti Enzo Gragnaniello e Benedetto Casillo insieme a Maria Luisa Santella. Altri protagonisti sono Salvatore Cantalupo, Valentina Stella, Ida Rendano, Davide Marotta (il celebre ciribiribì di una pubblicità degli anni ’90), Enzo Casertano, Anna Troise, tutti impegnatissimi sui palcoscenici teatrali e sui set cinematografici  in questi ultimi anni. La musica di Claudio Romano accompagna in modo efficace le immagini senza mai sovrapporsi ad esse; il montaggio di Alessandra Carchedi è in grado di permettere allo spettatore di appassionarsi agli episodi e di collegarli fra di loro. Tina Volpe si è occupata dei Costumi e Arturo Vastarelli ha collaborato con Carlo Guitto per la Scenografia. La Fotografia è di Enrico Francese, esperto e noto documentarista. La proiezione del film nell’iniziativa “La prima cosa bella – Esordi d’autore” sia a chi lo aveva già visto sia a chi lo vedeva per la prima volta è risultata piacevole e Carlo è stato a lungo applaudito al termine di essa. Un po’ di ironico imbarazzo (ma utilizzo anch’io il registro ironico) ha suscitato, durante e dopo la proiezione, la presenza del Sindaco Enzo Figliolia e dell’Assessore alla Cultura Franco Fumo che non si sono però sottratti alle provocazioni che con stile raffinato emergevano dal video presentato. “Voti” di cui allego alla fine alcune clip è di certo un prodotto ben confezionato e di sicuro successo.  (Giuseppe Maddaluno)

POLITICA PASSIONE E PASSIONE POLITICA

 

 

 

Fattoria 3Lucio-DIsanto

 

 

Il 25 giugno scrivevo a Lucio in risposta ad una precedente riflessione nella quale denunciavo il “conformismo” forse “ideologicamente” interessato di una parte importante della società italiana (Politica, Cultura, Stampa, Mondo della Finanza) in questa fase della nostra Storia: avevo già in altre occasioni denunciato l’abbassamento del livello critico culturale del popolo italiano e la sua scarsa memoria non solo di eventi storici più o meno lontani ma anche di fatti abbastanza a noi vicini che forse ai più attenti ed acuti osservatori possono (potranno) essere interpretati anche come una vera e propria congiura contro coloro che hanno percorso nel solco della Sinistra molti dei loro anni. Personalmente nelle mie minime esperienze politiche amministrative moralmente posso dire di avere avuto ragione ma nei fatti sono stato sconfitto, anche se non mi sono mai piegato a sostenere scelte che non condividevo e che sono state portate avanti con la forza del decisionismo. Non è mica detto – e non è scritto da alcuna parte – che chi decide, potendo e sapendolo fare – sia nel giusto; non è mica detto che la Democrazia sia strumento adatto per tutti i tempi (intendo dire che con i “numeri” si può anche sbagliare; con la forza “democratica” si commettono spesso errori peraltro altrettanto “ideologici”.) (G.M.)

Scrivevo, dunque:
Caro Lucio, tutto quello che tu dici è “vero” e lo condivido; ma è parzialmente riferibile ad uno sguardo “esterno” che è poi lo sguardo populistico che va per la maggiore. Utilizzo il termine “populistico” in senso di concretezza non come elemento negativo in assoluto. E’ chiaro che dopo una discussione si debba decidere (a parte il fatto che tu richiami le “urgenze” di tipo economico che abbisognano di interventi rapidi; e quanti ne abbiamo subiti senza fiatare?); io pongo un “nuovo” (!) quesito relativo al superamento di qualsiasi discussione nei luoghi periferici, che sono poi il cuore pulsante di un Partito democratico di nome e di fatto. Di questo se ne può rendere conto chi quei “luoghi” li ha vissuti, costruendoli non chi ha osservato dall’esterno la vita politica dei Circoli. Eh già, anche questo! sai quanti Circoli del PD ci sono a Prato? sono 41. A Pozzuoli ce n’è uno. Ecco! (G.M.)

E Lucio mi ha risposto ieri sera, 27 giugno
Si, ma in quei 41 (n.d.r. si riferisce ai Circoli PD di Prato) si discuteva di cose marginali, i problemi veri, da me troppo puntigliosamente elencati (ma in maniera affatto esaustiva), non erano discussi (nè lo sono ora) nè nei circoli nè sui media ma venivano decisi sulla testa dei cittadini! La riforma costituzionale dell’art. 81 (pareggio di bilancio) votata in una notte da TUTTI i partiti che appoggiavano il gov. Monti è stata fatta in un battibaleno (mentre vedi quanto si suda per le altre riforme)! Dov’era l’allora segretario Bersani? Poi che vuoi, io sono un uomo all’antica e penso che la democrazia debba essere: “una testa – un voto” e che il voto di un cittadino non iscritto al partito e quindi “esterno” debba valere tanto quanto quello di un interno; lo Stato, la Res Publica è di tutti, non solo degli iscritti e partecipanti alle discussioni nei circoli. Concordo invece sul fatto negativo che Pozzuoli abbia un solo circolo. Ma qui, come ben sai, c’è stata la chiusura delle grandi fabbriche (cantiere, Olivetti, acciaierie di Bagnoli etc.) e successivamente una vera “rivoluzione antropologica”, come tu la chiameresti e, con lo sfascio dei vecchi partiti e delle vecchie strutture sociali, comandano ormai i ras locali; qui ce ne è ora uno solo e quindi un solo circolo, nessuna discussione, nessuna critica e. … “o te magne sta menestra o te vutte da fenestra”! (L. D’I.)

Vedi, caro Lucio, continui a parlare dalla tua “turris eburnea” di un cittadino informato e preparato ma che ignora la vita dei Circoli. Indubbiamente non tutti sono come il “mio” Circolo (dico “mio” perché – insieme ad altri amici e compagni – lo abbiamo voluto e lo abbiamo fatto crescere in autonomia “critica”) ed in alcuni l’attività è per lunga parte dell’anno più di “ricreazione” e molto poco di “culturale”. Ma questo non toglie che vi fervono le discussioni “politiche” tra una briscola ed uno scopone; e non vi è alcun dubbio che al momento delle scelte la partecipazione non viene meno. Quando ti riferisci ad  “una testa – un voto” parli di scelte politiche – dal locale al nazionale – o di scelte di leadership? I dibattiti sulle questioni programmatiche (il lavoro, l’ambiente, la Cultura, la Scuola, il Sociale, etc etc) noi li abbiamo sempre tenuti aperti alla partecipazione esterna (il Circolo informava delle riunioni iscritti e non iscritti che avevano espresso il desiderio di partecipare e chi interveniva contribuiva con le sue idee a decidere). Altra cosa è l’apertura indiscriminata e non regolata in modo chiaro e preciso alle Primarie per la leadership locale e nazionale: continuo ad essere fermamente contrario al fatto che un Partito costituzionalmente legittimato sia per quota parte “esterna” retto da chicchessia. E’ una visione della “Democrazia” ad uso di poteri forti che hanno condizionato questa fase e vogliono continuare a farlo.
L’uso dell’imperfetto riferito al Circolo è dovuto alla certezza che da qualche tempo ho riguardo al fatto che a Matteo Renzi (ma, ancor di più, ai suoi sostenitori) importi davvero poco dei Circoli del suo (!) Partito, soprattutto quelli dove ci sono dei rompiballe che vorrebbero discutere in modo aperto su tutti i temi e non farsi “imbonire” dai detentori del Potere. (G.M.)

MA COSA E’ QUESTO “AMORE”?

Federica Nerini

Cara Federica, grazie. E’ da qualche tempo che pensavo proprio ad indagare le ragioni di un sentimento così ricco e profondo che è elemento fondamentale per gli esseri viventi. Non ci riuscivo forse per pudicizia senile forse per una vita sempre piena di ovvietà quotidiane; sei riuscita a sintesi con questo tuo articolo. Non sai ancora che odio le smancerie, quelle degli altri che osservo con infinito sospetto ma allo stesso tempo rifuggo per “par condicio” dall’utilizzarle con chi ho di fronte. Rifuggo appunto per cui eventualmente taccio. Non posso tacere invece con il tuo impegno; in questi giorni siamo impegnati entrambi sullo stesso terreno di battaglia ma su fronti apparentemente opposti. Grazie per quello che farai. Il mondo è tuo ed è dei giovani che vorranno “davvero” cambiarlo.
G.M.

Poveri in riva al mare

“L’AMORE AI TEMPI DELLA GENERAZIONE 2.0”
di Federica Nerini

“Poveri in riva al mare” è uno dei quadri più comunicativi ed immediati, riguardante il periodo “blu” del pittore catalano: Pablo Picasso. L’incomunicabilità e la staticità dei componenti della famiglia sono l’emblema dell’incomprensione, che sta attraversando la nostra Società odierna. Solo una parola bisogna annotare in fretta, dopo averla dipinta sopra i muri e i tetti delle case: “immobilismo”. Solitudine, chiusura, melanconia, dolore, disperazione, angoscia, terrore, paura e inettitudine: questo è lo spettro inquietante, che si proietta verso il nostro futuro. Insicuri difronte ai giorni venturi; indifesi nei confronti di un presente cupo, spento, senza sogno, fantasia e aspettativa. Noi siamo tutti inermi come foglie semi-morte, che saranno gettate al suolo, aspettando il primo maestrale.
Tra tutti i sentimenti, quello che deve essere difeso con la stessa foga del cavaliere, che salva la principessa su una torre infuocata è: l’ “amore”. L’amore non è un’arte, ma è una condizione intensa di perdizione dell’apparato sensoriale, una destabilizzazione del sistema razionale, un’estasi mistica generata da situazioni non-programmate, uno stato di incoscienza psichico, una migrazione dell’anima personale, una totale donazione estranea, e un piacere infinitamente desiderato in tutto l’arco della vita. L’”a-mors” è ciò che ci fa sentire “vivi”, ma anche “morti” allo stesso tempo; è ciò che ci fa disperare come i bambini piangenti, quando non vengono più coccolati e adorati, perché ogni uomo ha il bisogno e il diritto di essere amato, almeno una volta nella propria esistenza.
L’essere umano è consapevole di se stesso, della propria persona, della brevità della vita, del senso di vuotezza del nulla, del vivere senza averlo voluto, e sa che prima o poi, come in un sogno tutto questo finirà. Quindi la “brevitas” temporale è troppo incessante per vivere la vita da soli, così cerchiamo l’altro per pura necessità e mero istinto narcisistico. Siamo reattivi solo per sconfiggere la solitudine, una delle condizioni più brutte ed imperdonabili che l’anima deve sopportare. “Solo un Dio ci può salvare”, non abbiamo più forza per sopravvivere ormai. Ci lasciamo sopraffare dal vento, che diventerà freddo e ci distruggerà pian piano. Quest’ è l’amore: lasciarsi attraversare incondizionatamente, perché noi siamo deboli di fronte all’immensità della sua vastezza.
“Il conoscersi” è alla base del sentimento umano dell’amore: noi pensiamo di essere liberi, di vivere svolgendo azioni che appartengono alla nostra persona, mentre agiamo secondo cuore, inconscio e irrazionalità. Dobbiamo quindi sovrastare le barriere invalicabili dell’isolamento e fonderci simbioticamente con l’altra istanza appartenente alla coppia amorosa, solo per l’illusione di gioire affogando nel piacere di un attimo fugace. Ma allora se l’amore genera felicità e piacere, perché la maggior parte delle coppie combatte contro l’infelicità e la menzogna? Perché poche storie d’amore si basano sulla fedeltà e il rispetto? E perché si parla sempre di sogno d’amore e mai di realtà? Sfido chiunque a rispondere senza sfiorare la paranoia.
L’amore è uno dei più alti sentimenti cristiani, e alla base di tutto c’è un verbo: “dare”. Cosa significa dare? Lo psicanalista Erich Fromm, nel suo libro “L’Arte di Amare” a tal riguardo scrive: “La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi «cedere» qualcosa, essere privati, sacrificare […] Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto del dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi dà gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto io mi sento vivo”.
“Amare” per sentirsi “vivi”, questo è il terreno fertile su cui costruire il futuro, magari dando tutto ciò che di vivo si ha in corpo, solo così possiamo raggiungere la splendente felicità. Ma allora c’è speranza di ristabilire e di ricostruire il sentimento amoroso, cercando di crederci come abbiamo fatto in passato? Spero di sì, perché gli uomini solitari devono gioire prima o poi. Tutti, in un modo o nell’altro, aspettano insistentemente di essere abbracciati ed amati. D’altronde, parafrasando Lucio Dalla: “A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io”…

 

MARIA DI RAZZA a “LA PRIMA COSA BELLA” A POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

La prima cosa bella from Maria Di Razza on Vimeo.

 

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E’ una donna poliedrica con una grande passione ed una preparazione tecnica acquisita passo dopo passo, corso dopo corso, esperienza dopo esperienza, cimentandosi con aspetti diversi dell’organizzazione e della realizzazione cinematografica, imparando a costruire se stessa stando sul pezzo senza risparmiarsi. La sperimentazione tecnologica sempre più sofisticata è uno degli aspetti che la stimola a mettersi continuamente in discussione: Maria Di Razza abita a pochi passi dal vulcano Solfatara e ne ha acquisito la vivacità e la potenza. Da casa sua, dove mi riceve, si gode una splendida vista sul Golfo di Pozzuoli, si domina un panorama mozzafiato che va da Capri (una delle inquadrature del suo film su Ipazia è ripresa proprio da quel balcone) a Miseno, Bacoli, Procida ed Ischia. La incontro per ultima e di sera perché impegnata nel suo lavoro principale, per il quale è preoccupata perché si prevedono a giorni tagli nel personale e già è in cassa integrazione, e forse anche perché vuole farmi vedere alcune sue ultime produzioni che sta realizzando insieme a Costantino Sgamato, che fra tutti mi sembra il minimo comune denominatore e non di certo quello che a Napoli chiamano in senso spregiativo “petrusinu ogni minestra”. Costantino di cui parlerò più ampiamente in altro articolo è sempre pronto a cimentarsi tecnologicamente e con il suo “genio” nella realizzazione di prodotti da parte dei più valenti film makers flegrei. Da sola Maria Di Razza riesce in ogni caso a realizzare piccoli prodotti pubblicitari (ne ha preparato uno per il 28 febbraio da mandare “in loop” su dei monitors nel corridoio a pianterreno di Palazzo Toledo prima dell’incontro che è riservato a questo gruppo di magnifici realizzatori). Si diverte con la centralina di montaggio per mettere insieme degli spezzoni cinematografici di film girati a Pozzuoli e lavora molto anche con l’animazione sempre in collaborazione con la Brainheart di Costantino Sgamato. C’è agitazione in casa di Maria: i figli si vanno preparando a seguire la partita del Napoli con lo Swansea. Cerco di accelerare intorno a quello che mi interessa sapere; Maria l’ho seguita già mentre ero a Prato, ho visto il suo “Ipazia” del 2007, un prodotto video che pur essendo un’opera prima rivela già una concreta capacità di padroneggiare il mezzo cinematografico; forse anche perché già quel lavoro è frutto di un’equipe di competenze le più variegate e diversificate e punta molto sul valore dei “volti” e delle espressioni utilizzando una sceneggiatura mai sovrabbondante ma essenziale e funzionale al raggiungimento della “sintesi”. E’ di certo un video didattico ma io che in questi anni di lavoro nell’ambito scolastico e culturale cinematografico ne ho visti a migliaia, ed anche di amici competenti, posso dire a ragion veduta che è fra i migliori prodotti in circolazione e sarebbe opportuno proporlo come base di discussione su temi come l’integralismo culturale politico e religioso, veri e propri nemici della Cultura e della Conoscenza. Parole come STUDIO – VERITA’ – SAGGEZZA aprono il video e poi FATICA – AMORE della BELLEZZA – UMILTA’ – FASCINO della CULTURA – la CULTURA che fa superare tutte le barriere e poi la sottolineatura del “genere” che va a sconvolgere un ordine gerarchicamente maschilista. Altro tema simbolico è il “radicamento culturale” difeso da Ipazia che rifiuta di andare in esilio e sfida orgogliosamente il potere, avviandosi in chiusura alla morte. Ed è così che, infine, mentre seduta davanti alla centralina va definendo il prodotto pubblicitario per “La prima cosa bella” del 28 febbraio, le pongo alcune domande. Intanto sulle sue passioni cinematografiche e si parla di Alfred Hitchcock, e sulle sue passioni in assoluto e si accenna alla Matematica ed al Cinema. Mi parla poi del suo nuovo lavoro, un corto di 8 minuti sull’uso eccessivo ed a volte dannoso non solo psicologicamente ma anche fisicamente della “chirurgia plastica”; e di un altro ancora che è in progettazione su “La terra dei fuochi”, che presenterà inevitabilmente uno scenario apocalittico e degradato della Campania: in effetti più che un documentario pensa ad un ritorno al narrativo. Eh già, un “ritorno” dopo “Ipazia”. Perché Maria Di Razza negli ultimi mesi ha fatto incetta (io perlomeno ne ho perso il conto) di premi con “Forbici” un corto di tre minuti e 22 secondi su un tema che è quello della violenza sulla donna. Il video che è costruito con la tecnica dell’animazione e vede fra i suoi realizzatori, pensate un po’, Costantino Sgamato, che ha partecipato anche alla sceneggiatura, è stato prodotto da Antonietta De Lillo nell’ambito del suo Film partecipato “Oggi insieme domani anche” un’idea di film collettivo coprodotto con gli stessi autori.
In questo articolo inserisco il breve filmato di presentazione della prima giornata de “La prima cosa bella” che Maria ha preparato e poi il trailer di “Forbici”. “Ipazia” lo trovate su Vimeo.