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POLITICA PASSIONE E PASSIONE POLITICA – UNA RISPOSTA (spero non l’ultima) di Lucio D’Isanto

RENZI BEAN   Caro Lucio forse non sono ancora riuscito a chiarire che nella mia concezione il Partito, quando si occupa di questioni politiche, locali, nazionali o internazionali, lo deve fare con la massima apertura; ed infatti al Circolo PD Sezione Nuova San Paolo chi voleva partecipare lo poteva fare a prescindere dalla sua adesione, discutendo se voleva, ascoltando se lo desiderava ed in ogni caso poteva esprimere in totale libertà il suo pensiero, avvertendo democratica accoglienza. Quel che non accetto è il fatto che chicchessia “una tantum” potesse partecipare a scegliere la leadership del Partito. Non condivido per niente che i militanti ed i partecipanti, iscritti o meno, alla vita di un Partito (che rispetti il dettato costituzionale – art.49) possano essere messi da parte da gruppi organizzati al di fuori di essi. Al mio Paese questo ha aspetti inquietanti. Non penso sia inutile questo dibattito per cui spero che vi siano altri contraddittori su questo ed altri temi. Un abbraccio, caro Lucio Caro Giosuè, onde por termine a questa infinita (ma, a mio parere, sempre fervida e stimolante) discussione, ti rispondo per l’ultima volta (limitatamente a questo circoscritto tema) prendendo atto che non siamo d’accordo e che nessuno dei due riuscirà a convincere l’altro (fermo restando che leggerò comunque con rispetto e attenzione la tua eventuale risposta). Non partecipare alla vita delle associazioni politiche non è ritrarsi – ovviamente a mio modesto parere – in una “turris eburnea” (l’avorio, oltre tutto, è stato, per motivi di scarsità ed ecologico-animalisti, sostituito da materiale sintetico di pari efficacia). Nella democrazia “tout court” (da me sintetizzata nella classica forma: “una testa-un voto”) la partecipazione alla vita di un partito non dà alcun titolo di preferenza al cittadino che partecipa alla vita dei circoli, delle sezioni, delle cellule etc. etc. rispetto a chi non vi partecipa attivamente. Ciò proprio perchè tutti i cittadini dovrebbero avere ugual peso nelle decisioni riguardanti la vita nazionale. Fuori di questa concezione – ovviamente, “penso” – non c’è democrazia. La partecipazione “organica” alla vita di uno stato “unicamente” attraverso queste organizzazioni è infatti stata teorizzata e applicata dai regimi non democratici. Essa era alla base dell’ideologia statolatrica pseudo Hegeliana dello stato fascista o di un partito unico le cui funzioni si fondevano con quelle dello stato (i partiti comunisti degli stati a “socialismo reale”, non per nulla il vero leader della nazione, in URSS, era il segretario del partito e non il primo ministro). In democrazia la partecipazione alla vita di un partito è solo uno dei tanti modi di partecipare alla vita della “Res publica” e chi partecipa in modi diversi non per questo si ritrae in una “turris eburnea”. Certo una democrazia del XXI secolo dovrebbe dare molto più spazio – per esempio – a forme partecipative quali i disegni di legge a iniziativa popolare (previsti anche dalla nostra costituzione ma svuotati nell’a! ttuazione pratica pur essendo il parlamento a doverli poi votare) o al referendum propositivo e a quello consultivo e – soprattutto – senza previsione di “quorum” (non previsto da quasi nessun’altra democrazia) perchè chi non si reca alle urne, se è perfettamente legittimato all’astensione, rinuncia però a dire la sua su un problema della “Res Publica”. Altra questione fondamentale è quella della libertà di informazione. Giustamente Hannah Arendt, critica verso la forma storica in cui si era realizzata la democrazia occidentale, diceva che in una vera democrazia deve essere fondamentale una “previa completa informazione”; nel nostro caso, oltre agli esempi precedenti da me fatti, te ne farò un altro: l’adesione alla Moneta Unica (leggasi anche Pensiero Unico) era o no una questione fondamentale per la nostra vita? Ed essa è stata discussa sui media circa tutte le conseguenze che avrebbe portato per la vita di tutti i giorni di tutti noi? Magari era una decisione necessaria e obbligata, ma sarebbe stato giusto illustrarla in tutti i suoi aspetti e dare un pò di voce a chi (e ne erano tanti) era contrario? Detto questo per me è volterrianamente fondamentale (secondo la lettura giusta del filosofo engagée data dallo Starobinski) che ognuno “curi il proprio orto”, cioè che dia il suo contributo, grande, piccolo o piccolissimo, come può, vuole o sa fare secondo le proprie possibilità. Io, nel mio piccolo, da funzionario pubblico ho sempre cercato di dare una interpretazione delle norme in senso non ottuso e il più possibile snellente, ho autenticato volontariamente e gratuitamente le firme necessarie per presentarsi alle competizioni elettorali a tutti i partiti, soprattutto a quelli meno forti e che ne avevano più bisogno ed anche se la loro ideologia era lontana dalla mia; poi, una volta in pensione, mi sono fatto promotore di alcune piccole battaglie mediatiche su due problemi che interessavano alcuni cittadini, in un caso ci sono riuscito e in un altro no. Queste cose non sono “turris eburnea” ma partecipazione democratica alla vita pubblica. Chi vi partecipa tramite la vita interna di una parte politica è anch’egli benemerito ma “come” e non “più” degli altri! Altrimenti non avremmo “una testa-un voto” ma qualcosa di profondamente dissimile dalla democrazia tout court! Con immutati affetto e stima, tuo Lucio!

LEZIONI DI CINEMA 2

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LEZIONI DI CINEMA 2

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi? Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo. parte 2 – ….Ricordo che da casa mia, all’incirca nei pressi della Parrocchia Maria Santissima Annunziata e precisamente in via Campana 28, si scendeva a Pozzuoli (Pozzuoli bassa, ma si diceva e credo si dica ancora adesso “andare a Pozzuoli” per indicare la parte bassa della città dove erano presenti le diverse Istituzioni pubbliche e “culturali”, il “Mercato”, il “Porto”, i cinema ed i teatri), passando davanti al Carcere (allora c’era il Manicomio Criminale) sotto la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove era morto nel 1736, a soli ventisei anni, il genio musicale italiano di Giovan Battista Pergolesi (“La Serva Padrona” e lo “Stabat Mater” solo per accennarne l’importanza). Si andava al cinema ed immagino che ai primi tempi questo fosse un desiderio soltanto dei miei genitori, ma poi pian piano che io crescevo divenne anche una mia richiesta precisa ed impellente. Infatti ricordo, ed è uno dei miei primi ricordi, che a volte mio padre, operaio edile ma anche responsabile dei cantieri che non si tirava mai indietro dal dare una mano agli altri operai meno esperti di lui, tornava da lavoro piuttosto stanco ed io, forse intorno ai due anni, partivo con uno dei miei soliti capricci (i miei hanno sempre detto che sono stato un bambino molto buono, ma i capricci per andare al cinema credo siano stati l’eccezione che conferma la regola, e per me un segno della passione che mi ha caratterizzato per gli anni a venire) e piangevo fino a quando i miei non mi accontentavano. All’andata tutto filava liscio, si scendeva a Pozzuoli e, da quando ho cominciato a camminare dopo il primo anno di vita come un po’ tutti i bambini, con grande entusiasmo camminavo, correvo verso il cinema. I guai cominciavano al ritorno quando i miei si dovevano sobbarcare la salita portandomi in collo, fossi o non fossi addormentato ero comunque stanco e non c’era la stessa eccitazione del viaggio d’andata. Ricordo che una volta che i miei erano un po’ stufi, forse anche un tantino stanchi, si passò come al solito davanti al Manicomio, dove stazionava sempre una Guardia nella sua divisa militare. Lì fu mio padre che ebbe l’idea di chiedere aiuto per farmi spaventare: fu un’azione orribile! In pratica la Guardia impietosa mi ordinò di scendere dal collo di mio padre minacciando di arrestarmi. E’ chiaro che non era vero, ma vallo a spiegare ad un bambino di circa due anni: l’episodio mi è rimasto nella memoria più di tantissime belle avventure cinematografiche di quello stesso periodo. Di cinema parlavo con mio padre e mi facevo raccontare i film che gli erano rimasti impressi della sua giovinezza. Mi parlava soprattutto di Maciste, di “Assunta Spina” di cui aveva sentito dire fosse stato realizzato anche a Pozzuoli (in allegato il film e nei primi dodici-tredici minuti si vedranno le caratteristiche condizioni del “cannalone” – attuale via Cosenza e le sagome del Monte Gauro e del monte Nuovo con la linea controluce della Sella di Baia e del Castello Aragonese), di “Cenere”, dei film di Ridolini ed aveva ovviamente i suoi miti: Eleonora Duse, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Andrea Checchi, Fosco Giachetti, Angelo Musco, Assia Noris, Alida Valli, Vittorio De Sica, Totò; ovviamente tutti italiani visto che il regime di allora (del tempo della giovinezza dei miei genitori) non consentiva la circolazione di opere straniere, che non fossero germaniche o al più ungheresi. Quando ero a casa, desideroso di “leggere” le immagini già in tenera età, sfogliavo qualche giornalino di fumetti (ricordo in particolare delle storie i cui protagonisti erano dei corvi ed un giornalino nel quale il protagonista, presumibilmente un coniglietto o forse un topo, ammalato perché imprudentemente non aveva ascoltato i buoni consigli dei genitori, veniva visitato da un dottore che gli prescriveva delle iniezioni spaventose per la loro forma) e poi, utilizzando una scatola con dei buchi ed una candela, tentavo “inutilmente” di proiettare immagini su uno schermo immaginario. La mia personale colonna sonora di quei primi anni era la voce di mia madre che nel corso delle faccende domestiche intonava qualche canzone di quegli anni; il fragore delle ruote ferree dei carri dei contadini che portavano le loro merci al mercato nelle primissime ore del mattino e che erano accompagnate dal ferreo battito degli zoccoli dei cavalli sollecitati sonoramente dai loro condottieri, la radio che ci manteneva in collegamento con il piccolo mondo di allora soprattutto con le canzonette di Gino Latilla, Roberto Consolini, Oscar Carboni, Flo Sandons, Alberto Rabagliati, Nilla Pizzi, Claudio Villa e tanti altri splendidi artisti con l’orchestra diretta dallo straordinario Maestro Angelini e dall’inconfondibile ed inimitabile stile del presentatore Nunzio Filogamo che amava esordire con “cari amici, vicini e lontani…” rendendoci partecipi delle sue emozioni in diretta, così come avveniva con le cronache sportive (il calcio soprattutto) del sempiterno Niccolò Carosio. Nel silenzio del mattino e della sera poi si sentivano le sirene dei cantieri importanti del litorale flegreo ed il fischio dei vaporetti che partivano, manovravano o attraccavano nel porto. I profumi che si sentivano erano quelli dell’infanzia e della giovinezza, l’odore della natura bagnata dalla rugiada mattutina o dalla pioggia, l’odore del mare pulito, il profumo del vento di aprile e l’acre sempre presente esalazione di zolfo dalla vicina Solfatara. (segue)

MARIA DI RAZZA a “LA PRIMA COSA BELLA” A POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

La prima cosa bella from Maria Di Razza on Vimeo.

 

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E’ una donna poliedrica con una grande passione ed una preparazione tecnica acquisita passo dopo passo, corso dopo corso, esperienza dopo esperienza, cimentandosi con aspetti diversi dell’organizzazione e della realizzazione cinematografica, imparando a costruire se stessa stando sul pezzo senza risparmiarsi. La sperimentazione tecnologica sempre più sofisticata è uno degli aspetti che la stimola a mettersi continuamente in discussione: Maria Di Razza abita a pochi passi dal vulcano Solfatara e ne ha acquisito la vivacità e la potenza. Da casa sua, dove mi riceve, si gode una splendida vista sul Golfo di Pozzuoli, si domina un panorama mozzafiato che va da Capri (una delle inquadrature del suo film su Ipazia è ripresa proprio da quel balcone) a Miseno, Bacoli, Procida ed Ischia. La incontro per ultima e di sera perché impegnata nel suo lavoro principale, per il quale è preoccupata perché si prevedono a giorni tagli nel personale e già è in cassa integrazione, e forse anche perché vuole farmi vedere alcune sue ultime produzioni che sta realizzando insieme a Costantino Sgamato, che fra tutti mi sembra il minimo comune denominatore e non di certo quello che a Napoli chiamano in senso spregiativo “petrusinu ogni minestra”. Costantino di cui parlerò più ampiamente in altro articolo è sempre pronto a cimentarsi tecnologicamente e con il suo “genio” nella realizzazione di prodotti da parte dei più valenti film makers flegrei. Da sola Maria Di Razza riesce in ogni caso a realizzare piccoli prodotti pubblicitari (ne ha preparato uno per il 28 febbraio da mandare “in loop” su dei monitors nel corridoio a pianterreno di Palazzo Toledo prima dell’incontro che è riservato a questo gruppo di magnifici realizzatori). Si diverte con la centralina di montaggio per mettere insieme degli spezzoni cinematografici di film girati a Pozzuoli e lavora molto anche con l’animazione sempre in collaborazione con la Brainheart di Costantino Sgamato. C’è agitazione in casa di Maria: i figli si vanno preparando a seguire la partita del Napoli con lo Swansea. Cerco di accelerare intorno a quello che mi interessa sapere; Maria l’ho seguita già mentre ero a Prato, ho visto il suo “Ipazia” del 2007, un prodotto video che pur essendo un’opera prima rivela già una concreta capacità di padroneggiare il mezzo cinematografico; forse anche perché già quel lavoro è frutto di un’equipe di competenze le più variegate e diversificate e punta molto sul valore dei “volti” e delle espressioni utilizzando una sceneggiatura mai sovrabbondante ma essenziale e funzionale al raggiungimento della “sintesi”. E’ di certo un video didattico ma io che in questi anni di lavoro nell’ambito scolastico e culturale cinematografico ne ho visti a migliaia, ed anche di amici competenti, posso dire a ragion veduta che è fra i migliori prodotti in circolazione e sarebbe opportuno proporlo come base di discussione su temi come l’integralismo culturale politico e religioso, veri e propri nemici della Cultura e della Conoscenza. Parole come STUDIO – VERITA’ – SAGGEZZA aprono il video e poi FATICA – AMORE della BELLEZZA – UMILTA’ – FASCINO della CULTURA – la CULTURA che fa superare tutte le barriere e poi la sottolineatura del “genere” che va a sconvolgere un ordine gerarchicamente maschilista. Altro tema simbolico è il “radicamento culturale” difeso da Ipazia che rifiuta di andare in esilio e sfida orgogliosamente il potere, avviandosi in chiusura alla morte. Ed è così che, infine, mentre seduta davanti alla centralina va definendo il prodotto pubblicitario per “La prima cosa bella” del 28 febbraio, le pongo alcune domande. Intanto sulle sue passioni cinematografiche e si parla di Alfred Hitchcock, e sulle sue passioni in assoluto e si accenna alla Matematica ed al Cinema. Mi parla poi del suo nuovo lavoro, un corto di 8 minuti sull’uso eccessivo ed a volte dannoso non solo psicologicamente ma anche fisicamente della “chirurgia plastica”; e di un altro ancora che è in progettazione su “La terra dei fuochi”, che presenterà inevitabilmente uno scenario apocalittico e degradato della Campania: in effetti più che un documentario pensa ad un ritorno al narrativo. Eh già, un “ritorno” dopo “Ipazia”. Perché Maria Di Razza negli ultimi mesi ha fatto incetta (io perlomeno ne ho perso il conto) di premi con “Forbici” un corto di tre minuti e 22 secondi su un tema che è quello della violenza sulla donna. Il video che è costruito con la tecnica dell’animazione e vede fra i suoi realizzatori, pensate un po’, Costantino Sgamato, che ha partecipato anche alla sceneggiatura, è stato prodotto da Antonietta De Lillo nell’ambito del suo Film partecipato “Oggi insieme domani anche” un’idea di film collettivo coprodotto con gli stessi autori.
In questo articolo inserisco il breve filmato di presentazione della prima giornata de “La prima cosa bella” che Maria ha preparato e poi il trailer di “Forbici”. “Ipazia” lo trovate su Vimeo.

EMMA CIANCHI a “LA PRIMA COSA BELLA” 28 FEBBRAIO 2014

Emma Cianchi

 

LEZIONI DI CINEMA (ciò che il cinema ha insegnato a me)

di Giuseppe Maddaluno

 

Luigi mi aveva consentito di sedere ad una delle scrivanie dell’ufficio appena contiguo al suo; non ricordo chi di norma sedesse a quella postazione ma era libera perché con i “turni” di lavoro sfalsati fra mattina e pomeriggio l’impiegato quel giorno aveva già svolto il suo lavoro, quello di bibliotecario in una realtà molto significativa per la storia come quella del centro più importante dell’area flegrea. Ero quindi con il mio zaino colmo di appunti e di effetti personali seduto ed aggeggiavo con il computer a promuovere su uno dei social network più diffusi l’iniziativa del 28 febbraio. Avevo aperto l’evento prima di venire a Pozzuoli mentre mi trovavo ancora a Prato. “La prima cosa bella – Esordi d’autore” già viaggiava alla grande grazie ai contatti che ciascuno di noi organizzatori (Giuseppe Borrone, Mariateresa Moccia Di Fraia ed io) per vie diverse riusciamo ad informare. La Biblioteca di Pozzuoli (che a prescindere dalla sua “mission” principale dovreste visitare: è anche sede del “Polo Culturale” della città) è frequentatissima da giovani che ormai la vivono non solo per studiare ma anche per socializzare (il silenzio è d’obbligo ma ci si riesce ad annusare e dopo un po’ si diventa sodali ed amici e si può uscire per scambiare due chiacchiere anche se con la scusa di fare qualche tiro di sigaretta meglio ancora se autoconfezionata). Sarà anche per questo andirivieni rispettoso di giovani che, quando Emma è arrivata, non mi ero affatto accorto di avere davanti a me una persona così importante nel suo settore. Emma è all’apparenza (ma vorrei che fosse chiaro che sto esprimendo un grande valore) poco più che una ragazza, uno scricciolo di donna (non è molto alta ma è ben fatta ed è in forma fisica perfetta), dal sorriso straordinariamente espressivo; e per un attimo la scambio per una delle frequentatrici della Biblioteca. La verità è che sono “stonato”, un po’ rintronato e distratto dal lavoro che sto svolgendo; inoltre mentre di altri autori di cui stiamo andando ad indagare gli esordi ho già delle foto, a me manca proprio quella di Emma Cianchi. Eh già, Cianchi! Il cognome è “toscano” ed a Prato ci sono dei fratelli Cianchi musicisti ed un loro negozio, “Musicalcentro”, che ha visto crescere e svilupparsi grandi talenti anche attraverso le Scuole di Musica (Comunali e non). Dopo il primo sorriso Emma si presenta: Ciao, sono Emma Cianchi! Il segreto del cognome è presto sciolto: “le origini di mio padre – dice – sono toscane e spesso faccio ritorno in quelle terre”. E’ venuta al Palazzo Toledo, la sede per l’appunto della Biblioteca e del Polo culturale della città, per incontrare me, che avevo urgente bisogno di sapere qualcosa di più dalla sua voce viva; ho chiesto lo stesso impegno anche agli altri autori, che vedrò nelle prossime ore, forse domani 27 febbraio, fra mattina pomeriggio e sera. Non registro la conversazione ma me ne rammaricherò perché Emma è un fiume in piena; prendo appunti rapidamente. Mi trovo di fronte ad una personalità artistica complessiva i cui sviluppi non sono ancora completati; ho letto di una sua iniziale passione per la fotografia ma so che è un genio della danza e della coreografia e, dunque, per noi che ci occupiamo di Cinema, della Videodanza, di cui infatti parleremo. Nella sua professione di coreografa per la quale si è formata con grandi nomi (Ivan Wolfe, Susanne Linke, Lola Keraly, Bruno Collinet Christopher Huggins, Beatrice Libonati, Simona Bucci, David Zambrano, Antonella Bertoni, Michele Abbondanza) eccelle non solo nel panorama locale e regionale, anche perché, dopo i primi passi, si è perfezionata all’estero, tra Parigi, Amsterdam e Vienna ed ha realizzato spettacoli di grande successo ottenendo riconoscimenti internazionali evidenti nelle sue collaborazioni e nelle richieste che le vengono rivolte da ogni parte del mondo. Di questo parliamo e poi le chiedo del video che ha realizzato, “dOVesOnonata”, che venerdì 28 presenteremo in apertura dell’evento. La danzatrice del video, Paola Montanaro, su un fondo bianco con una sottile velatura in contrasto è rappresentata coreograficamente nell’atto della sua presa di coscienza, della sua perenne (ri)nascita. L’OVO richiamato dalle lettere maiuscole del titolo ne è l’indizio principale. La danza è accompagnata da una musica originale molto ben calibrata sui movimenti del corpo e sugli oggetti (foglie quasi accartocciate, lenzuoli aggrovigliati, un tappeto di foglie secche) il cui autore è un altro grande rappresentante del “genio” flegreo-puteolano, Lino Cannavacciuolo. La resa coreografica curata in particolare da Michela Ricciardi è eccellente anche nella scelta scenografica e delle locations a Monte Sant’Angelo e ad Artgarage. La fotografia è di Sergio Vasquez, gli effetti digitali ed il montaggio sono curati da un altro giovane di cui parleremo e di cui sentirete parlare presto, Costantino Sgamato. Cosa rimane, dunque? Eh già, il soggetto, la sceneggiatura e la regia sono di Emma Cianchi. E ci soffermiamo ad indagare altri percorsi ed altre opere e mi chiedo perché non dedicarle una sola puntata de “La Prima cosa bella”? Facciamo un po’ il punto e facciamo anche l’elenco dei video realizzati: “La stanza del tuffatore”, “Il caos del cinque”, prodotto da NapoliTeatroFestival e Città della Scienza, nel quale vi è la quinta passione di Emma, la “matematica”; e poi parliamo di “Memoria divisa” sulla tragedia delle “foibe”. Emma è un fiume in piena e dopo un po’ capisco anche perché: è stato un vero e proprio miracolo averla davanti a me a parlare per circa un’ora, è piena di impegni di lavoro, il suo lavoro, e poi, lo scoprirò nei giorni successivi, è in perenne ed eterno trasloco. Infatti mi saluta e ci diamo appuntamento a venerdì. Verrà di certo perché si è preso questo impegno ed io sono stato molto felice di averla incontrata e di aver potuto attraverso di lei ( e poi delle altre persone che incontrerò ) asserire che la terra flegrea continua ad essere fertile culturalmente ed artisticamente, così come sognavo quando ero giovane negli anni settanta del secolo scorso.

 

Intanto godetevi questo video: “dOVesOnonata”

 

 

 

LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

E’ in atto una formidabile ed inarrestabile “mutazione antropologica” nella nostra società. Il “ventennio” (chissà perché i cicli devono durare tanto) berlusconiano ha compromesso in maniera definitiva il percorso “democratico” nel nostro Paese. Si è avvertita sempre più, grazie (!) all’assordante grancassa dei mezzi di comunicazione di massa sempre più asserviti ai Poteri finanziari ed economici internazionali, l’esigenza di avere “decisioni” piuttosto che “discussioni”. In effetti, queste ultime sono state sempre più aborrite perché improduttive per la maggior parte degli interessi della “gente comune” e sempre più utili a rimpinguare le tasche di quei pochi plutocrati e magnati della Politica e della Finanza, creando un clima di odio montante in una fase acuta di crisi economica. “Si chiacchiera troppo e non si decide” sembra una giusta critica in un tempo di vacche magre ma si aprono varchi di autoritarismo e di populismo che somigliano vagamente a periodi della storia nazionale ed internazionale che non hanno prodotto effetti positivi. In tutto questo dilaga perlomeno negli ambienti che noi conosciamo meglio la sensazione che si stia andando, comunque, anche pagando il prezzo di un decisionismo elevato, verso soluzioni positive. C’è la “speranza” che si riesca ad uscire da un periodo buio della nostra Economia; ma ci si dimentica degli orizzonti globalizzati, dei problemi del Terzo Mondo, delle tragedie del Medio Oriente che non da ora ci coinvolgono in modo molto diretto. Abbiamo vista e memoria corta; e l’incultura contribuisce a renderle ancora più “ridotte”. Lo diceva Pier Paolo Pasolini

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