Video

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

2487,0,1,0,360,256,443,5,2,175,52,0,0,100,66,2211,2206,2234,3654815
2487,0,1,0,360,256,443,5,2,175,52,0,0,100,66,2211,2206,2234,3654815

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

Mentre si chiacchierava piacevolmente, arrivarono altre persone incuriosite dal fatto che non si poteva andare oltre, essendo zona militare limitata da un alto cancello l’accesso al “faro”. Mi tornò in mente l’opening di “Citizen Kane”, opera prima ed assoluto immenso capolavoro di Orson Welles.

NO TRESPASSING – Vietato entrare.

Indicai loro, però, una via per godere dell’immenso panorama nascosto da quella posizione angusta: da un terrapieno sul lato est ci sono delle scalette che aprono ad un sentiero agevole se percorso nella mattinata ancora fresca di notturna rugiada. Noi ne avevamo escluso di poterlo percorrere visto l’ora tarda tendente al picco di sole sulle nostre teste, ma ciononostante lo consigliavo in particolare a coloro che non sarebbero potuti tornare a piacimento essendo turisti provenienti da terre lontane. Quel sentiero conduce sul picco del capo Miseno dal quale si gode la vista dell’intera area flegrea.

11048626_1088312517850397_4886549035114120425_o

Sorvolai sul senso dell’altro cartello, che di certo sottolineava una delle abitudini purtroppo connaturate all’ignoranza ed alla maleducazione di una parte, ne basta purtroppo una “minima”, della popolazione. “DIVIETO DI DISCARICA” si legge. A tutta evidenza segnala questo comportamento abietto che porta a considerare il territorio, nella sua totalità, con uno scarso rispetto.

Siamo nel 2018, ma anche nel 1971 a mia memoria scrivevo alcune note in un libercolo del quale ho annunciato la riproposizione in un altro blocco di post.

Ritornammo poi dall’altra parte del tunnel accompagnando i nostri amici occasionali e li salutammo con cordialità, augurando loro “buona fortuna”. Avevamo fretta di tornare a casa, perché nel pomeriggio inoltrato sarebbe arrivata nostra figlia Lavinia, segno del nostro affetto per i miti, da Roma.
“Venite a prendermi alla stazione di Pozzuoli! C’è stato appena adesso uno scippo sul treno: hanno portato via un cellulare ad una ragazza!”
Un ottimo sistema di salutare gli “ospiti” di questa terra e non penso proprio che sia stata felice, quella ragazza, a vivere l’esperienza dello scippo come quei turisti del film “Ammore e malavita” a Scampia.

La telefonata rivelava una preoccupazione del “benvenuta in questa terra desolata” che non ammetteva dubbi: dovevamo andare insieme, Marietta ed io, e non io da solo come pensavamo ad attenderla direttamente al binario.
Uno scippo in tutta regola: strappato dalle mani di una giovane ragazza che, a Piazza Garibaldi, era appena salita e sostava sul vano di ingresso della vettura, smanettando sul suo dispositivo. Rapido il giovane a sfilarlo di mano e saltare giù dal treno proprio nell’attimo in cui le porte si chiudevano.
Rinfrancata dalla nostra presenza e dalla confortevolezza del ritorno in famiglia nel rivedere luoghi ed oggetti della propria infanzia, Lavinia si rasserenò, aiutata anche dall’incontro con la zia Teresa, vulcanica ed esplosiva espressione umana della terra flegrea.
Il giorno dopo ci attendeva una escursione programmata al Quartiere Sanità, luogo ingiustamente famoso per scontri tra bande opposte di malviventi autoctoni in conflitto per la leadership territoriale, ma estremamente ricco di storia. Avevamo prenotato on line con un gruppo, “Insolita Guida”, già prima di partire. Io, la Sanità, l’avevo visitata in “solitaria” poco meno di un anno prima, e ne ero rimasto incantato.

download

Joshua Madalon

…fine parte 4….continua….

30777191_10213192642183070_75273439_n

reloaded per l’8 marzo 2018 – “ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

gallery_ardesia2

“ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

Una voce chiara, melodicamente legata al testo; una voce che proprio per la sua innata caratteristica jazz non avrebbe bisogno di altro accompagnamento, una voce piena, calda, corposa. E’ quella di Stefania Tarantino. L’avevo apprezzata anche in tal senso già durante la presentazione del prof. Aldo Masullo nel pomeriggio del 24 aprile a Pozzuoli nel Palazzo “Migliaresi” durante la prima giornata della seconda Edizione del Festival delle Idee Politiche. Come anticipavo l’altro ieri, la filosofa napoletana che ha organizzato insieme a Iaia De Marco e Giovanna Buonanno quegli eventi mi ha fatto dono di un cd, “Incandescente”, del suo gruppo, Ardesia, nel quale svolge il ruolo di leader (sua è la “voce” come dicevamo, ma sue sono le musiche dei 10 brani e le parole di 6 fra essi). Alcuni brani sono direttamente collegati a poetesse come Emily Dickinson (“The grass so little” è il secondo titolo della raccolta, mentre “I held a Jewel” è il numero 9) o ispirati a Virginia Woolf, “Le tre ghinee” (“Incandescente” è il terzo titolo) o influenzati dal pensiero di una filosofa politica come Hannah Arendt (“Secret love” è il brano numero 8 e le parole sono di Maria Letizia Pelosi, che ha studiato in particolare l’approccio giovanile arendtiano ad Agostino). L’ultimo brano, il decimo, “Vai pure”, è liberamente ispirato dalla lettura del testo omonimo di Carla Lonzi, critica d’arte, esponente di Rivolta Femminile, gruppo storico del femminismo italiano. Gli altri brani, il primo (“Le ombre”), il terzo (“Incandescente” che dà il titolo alla raccolta), il quarto (“Ad un’amica”) ed il settimo (“Oscuramenti”) sono produzioni assolute – parole e musica – di Stefania Tarantino. Tutta questa Cultura non inficia minimamente la freschezza del prodotto che è davvero affascinante e stimolante per tutti coloro che volessero andare oltre quelle che sono le piacevoli sonorità di voci e strumenti che accompagnano le performances del gruppo “Ardesia” al quale fa riferimento, oltre alla Tarantino, Maria Letizia Pelosi alla chitarra che interviene anche in voce (elegante e coinvolgente anch’essa) in quattro brani e con l’armonica in “Respira”, quinto brano della lista; al basso ed alla tromba, Ciro Riccardi; al violino, Antonino Talamo; alla chitarra elettrica in due brani, “Oscuramenti” e “Secret love”, Giuseppe Fontanella. Il progetto è in tutta evidenza “un tentativo di mettere in musica la sensibilità “differente” dell’universo femminile”. Parte di queste musiche fanno parte anche del bellissimo documentario di Nadia Pizzuti “Amica nostra Angela” dedicato ad Angela Putino, straordinaria ed indelebile figura di filosofa femminista scomparsa prematuramente nel 2007. Già all’avvio del filmato si odono le note di “The grass so little” ed è la voce di Stefania, calda corposa e suadente allo stesso tempo, che legge alcune riflessioni di Angela Putino. Stefania ha avuto modo di partecipare negli ultimi mesi di vita della Putino alla creazione della rivista on-line «Adateoriafemminista», nella quale erano state coinvolte altre donne e uomini di diverse generazioni.
Con questo mio post volevo evidenziare come, in questo deserto delle anime che abbiamo frequentato occupandoci esclusivamente o quasi di “politica” , esistano storie straordinarie e così piene di incommensurabile bellezza e ricchezza così forti ed impellenti da farmi avvertire il dovere di contribuire a valorizzare, riconoscendo i miei limiti che mi hanno condizionato emarginandomi in una personale particolare “ignoranza”. Grazie, Stefania ed un saluto cordialissimo da Prato. In bocca al lupo per i futuri “successi” non solo quelli musicali!

Joshua Madalon

RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

Parlerò di “Giovanna” ancora una volta, su richiesta di Rossella Foggi leader di “FareArte” questo prossimo 8 marzo. L’ho fatto molte volte negli ultimi anni dal 1982 ad oggi. Leggendo altri post del mio Blog inserendo il titolo “Giovanna” potrete ritrovare molte delle indicazioni utili a comprendere le motivazioni che portarono prima di tutto il team del film del 1956 a realizzarlo a Prato e poi il gruppo che era stato costruito negli anni Ottanta intorno al Cinema TERMINALE a recuperarne la memoria andando a scrivere una sceneggiatura intorno a quel film. Ne fui protagonista ed è uno dei motivi fondamentali che mi legarono e mi legano a questa città.
Qui di seguito, ad utile corollario di questo breve post allego il filmato di una mia intervista nell’occasione di un’iniziativa curata da Chiara Bettazzi per Tuscan Art Industry del 2015, preceduto dalla descrizione di quella parte degli eventi che si svolsero all’interno della Fabbrica ex Lucchesi (quella antistante la Piazza dei Macelli).
Subito dopo trovate copia della locandina che pubblicizza l’evento di questo 8 marzo 2018 preceduto dal testo che ne accompagna l’evento su Facebook (sarò in ottima compagnia).

maxresdefault

MERCOLEDI 15 LUGLIO 2015

ORE 19.00
TAI / anteprima alla mostra

ORE 21.00
DIARI URBANI / approfondimenti

Conversazione sul Documentario realizzato intorno al ritrovamento della pellicola del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo e alla realizzazione del restauro del film, con Stefania Rinaldi e Giuseppe Maddaluno.

ORE 22.00
PROIEZIONE FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO
Sede EX Fabbrica Lucchesi Piazza dei Macelli.

“Giovanna” film degli anni 50, quasi dimenticato, fu l’esordio del regista neorealista Gillo Pontecorvo. Girato a Prato con attori non professionisti narra, gli aspri conflitti sindacali delle lavoratrici tessili.
Il film, finanziato da un’organizzazione femminile comunista della Germania est , fu presentato a Venezia nel 1956 ma non fu mai distribuito e subito dimenticato. Racconta la lotta delle operaie per difendere il loro posto di lavoro, contro i padroni e anche contro i loro stessi mariti che disapprovano l’occupazione della fabbrica e il loro protagonismo.
La protagonista (Giovanna) fu Armida Gianassi, reclutata nella sala da ballo di una Casa del Popolo.
I temi trattati sembrano molto attuali: licenziamenti e lavoro precario.
Gli anni ’50, ’60 e ’70 non furono rose e fiori. I pratesi non furono tutti imprenditori.
I diritti non vennero regalati. Il film fu girato nel Lanificio Giulio Berti. La fabbrica era detta anche “La Romita” perché formatasi intorno all’antico “Molino della Romita” sulla gora omonima che infatti si vede nel film, ancora ricolma d’acqua. Oggi abbattuta e quindi scomparsa per far posto ad anonimi palazzi.

8 marzo 2018 ore 21,15 serata-evento Biblioteca Lazzerini, sala conferenze
“DONNE E LAVORO NELLA PRATO DEL 900″
Operaie, imprenditrici e manager, storie di emancipazione femminile nella città che cambia.
Proiezione di alcuni brani del corto “Giovanna” di Gillo Pontecorvo (1955), la storia di una
ribellione al femminile per la difesa del proprio posto di lavoro.
Protagoniste le operaie del lanificio Giulio Berti che, capeggiate dall’intrepida Giovanna, occupano la fabbrica e protestano contro i padroni che le vogliono licenziare e contro gli stessi mariti che
non abbracciano la loro causa.
Testimonianze e proiezioni di immagini su alcune personalità femminili Pratesi particolarmente distintesi nel campo sociale e lavorativo.
Interventi:
Paola Giugni: Emma Luconi Caciotti, perfetta ospite dell’Hotel Stella d’Italia.
Rita Frosini Faggi: Virginia Frosini, fondatrice e anima dell’Istituto Santa Rita, che accoglie minori abbandonati o in difficoltà.
Pierfrancesco Benucci: Rosalinda Lombardi, imprenditrice dell’industria tessile pratese.
Patrizia Bogani, prima allieva donna dell’Istituto tessile “Buzzi” insegnante ed artista.
Giuseppe Maddaluno: note sul corto “Giovanna”
Modera: Rossella Foggi.
INGRESSO LIBERO.
www.farearteprato.it
Info: segreteriafarearte@gmail.com

28471493_312625355927963_3703415613537326114_n

CASE – 4bis – un’aggiunta ad hoc

bosco_latifoglie_e_nevicata
CASE – 4bis – un’aggiunta ad hoc

Ho già scritto un numero considerevole di post dedicato alle CASE. Ciascuno di noi ne ha conosciute diverse ma ovviamente per ciascuno di noi rivestono un significato particolare. 4bis è collegato al 4 come è logico pensare e precede il 5 che non poteva collegarsi a questo ricordo. Un riferimento indotto dalla breve nevicata che in queste ore interessa Prato ed al fatto che già da ieri molti “osservatori” registrano che a Roma ed a Napoli, dove la nevicata è stata abbondante nei giorni scorsi, non ne ricordavano tali sin dal 1956.
Erano gli anni della mia fanciullezza, nel passaggio turbinoso incontro all’adolescenza e, come sanno coloro che leggono i miei post, andando al CASE 4, potete sapere che l’anno prima, nel 1955, la mia famiglia si era spostata da via Campana a via Girone. Quest’ultima strada si svolgeva con una sorta di tornante a ridosso dell’Anfiteatro Flavio – il secondo per grandezza delle omologhe vestigia romane – ed a circa 50 metri di distanza dalla linea ferroviaria. Si saliva dal quartiere delle Palazzine comunali e poi si scendeva lievemente. La salita era – e lo è ancora – ripida ed allora era anche incerta per la pavimentazione non proprio comoda. Quartiere popolare, quello di giù, così come quello di su, anche se pomposamente mio padre descriveva la nostra abitazione come “villetta”.
Nel 1956, dunque, ero in via Girone, quando ai primi di febbraio nevicò in modo eccezionale (non accadeva dall’inverno del 1929). Ragazzino timido, ancora attaccato alla gonnella di mia madre, pudico, avevo legato con ragazzini più o meno della mia età e della mia complessione. Dedito agli studi, mi preparavo, avendo anticipato di un anno la frequenza della prima classe, all’esame di quinta, sotto la guida di un maestro straordinario che non ho mai dimenticato: Federico Lamberti. I miei migliori amici erano infatti i due compagni di classe con i quali preparavo quell’esame. Un affare molto serio, a prescindere da quanto lo possa apparire comunque oggi a chicchessia: una vera e propria prova anticipata di “maturità”!
Gli altri ragazzi, mentre per noi scendere da quella strada per andare a scuola era un vero e proprio “risiko”, in quei giorni si divertivano in modo originale, utilizzando delle tavole a mo di slitta. Noi meno monellescamente ci limitavamo a formare palle di neve che poi ci lanciavamo o i classici omini.

Anche se ovvia mi piace ricordare quell’anno con la canzone che scrissero Carla Vistarini e Franco Califano e che fu musicata da Massimo Cantini e Luigi Lopez, nell’interpretazione classica di Mia Martini.

“Ti ricordi una volta
Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera
Ti ricordi lo spazio
I chilometri interi
Automobili poche allora
Le canzoni alla radio
Le partite allo stadio
Sulle spalle di mio padre
La fontana cantava
E quell’aria era chiara
Dimmi che era così
C’era pure la giostra
Sotto casa nostra e la musica che suonava
Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C’era sempre un gran sole
E la notte era bella com’eri tu
E c’era pure la luna molto meglio di adesso
Molto più di così
Com’è com’è com’è
Che c’era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l’America
E chi l’ha vista mai
E zitta e zitta poi
La nevicata del ’56
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli.”

CASE 4 bis – continua con il 5

Joshua Madalon

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

5.
Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.
“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:
“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società. Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.
“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.
” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2
febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.
“Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”
Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?
No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.
Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.
Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.
Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.
E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene. Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.
Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.
E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del
tempo fascista”.
Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)
Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.
E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:, quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i
testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.
Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.
E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.
Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.
Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!
Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa
trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

…continua….

-a cura di Joshua Madalon –

aspettando Francesca Fornario con il suo “La banda della culla” – stasera ore 18.30 a “La spola d’oro” La Briglia Vaiano – Festa provinciale Sinistra Italiana

aspettando Francesca Fornario con il suo “La banda della culla” – stasera ore 18.30 a “La spola d’oro” La Briglia Vaiano – Festa provinciale Sinistra Italiana

23231640_1980090502236817_1865235904190190106_n

Scrivo poche righe sul libro della Francesca Fornario: non capita spesso di poter sorridere, a volte anche ridere con amarezza, e commuoversi o arrabbiarsi con il mondo intero. L’autrice riesce molto bene a procurarmi tali emozioni: è una lettura piacevole, dove l’ironia si mescola alla fantasia ed al realismo. Mentre scorrevo le pagine mi confermavo nella volontà di dare ancora un forte sostegno ai giovani che vogliono cambiare il mondo, non per promuovere se stessi contro le altre generazioni ma per costruire un progetto che riesca a migliorare le condizioni di tutti a partire dalle proprie ma senza precedenze e preferenze.
Mi sono trovato a dire che, leggendo queste pagine, abbiamo la prova provata che molto spazio e tempo è stato perduto in questi anni e che bisogna essere in grado di ripartire per ricostruire gran parte delle conquiste che i nostri padri avevano ottenuto, lottando negli anni Settanta del secolo scorso. E ripartire dalla Costituzione e dall’attuazione dei suoi principi fondamentali.

J.M.

Nelle ultime righe del romanzo si fa menzione di Giammaria Testa, morto lo scorso anno a 57 anni per un male incurabile e si cita una delle sue canzoni: credo sia questa!

SCRIVERO’ UN POST SU “LA BANDA DELLA CULLA” dal titolo

LA GRANDE TENEREZZA

seguendo le vite di Claudia e Francesco, Veronica e Camilla, Giulia e Miguel riconosceremo i nostri figli ed i nostri nipoti ed il mondo che abbiamo contribuito a creare per loro e non potremo esserne fieri, quantunque i loro valori essendo quegli stessi a cui ci siamo riferiti (ed erano quelli che ci hanno trasmesso i nostri genitori), possano essere di parziale consolazione, parziale perchè non basta “consolarci” ma dobbiamo agire.

UNA RIFLESSIONE ED UNA SERIE DI PRECISAZIONI “DOVUTE” per andare avanti nella costruzione di un’ALTERNATIVA di SINISTRA

UNA RIFLESSIONE ED UNA SERIE DI PRECISAZIONI “DOVUTE” per andare avanti nella costruzione di un’ALTERNATIVA di SINISTRA

Quando scrivo della mia appartenenza al Partito Democratico da “fondatore” (ed il termine non è “casuale e generico” in quanto ero coordinatore del Comitato – l’unico presente e costituito a Prato) ed esprimo contestualmente critiche verso la progressiva deriva cui è stato sospinto dall’avvento “renziano” con quelle modalità insolite utilizzate nella scelta del Segretario (Primarie aperte a 360° anche ad elementi che con il Centrosinistra avessero minimi elementi in comune), intendo sottolineare che non condivido del tutto per la sua lentezza la resipiscenza di alcuni “leader” come D’Alema, D’Attorre, Speranza, Bersani ed ora Grasso (e non so se sia o meno un caso che tutti abbiano contribuito – a parte l’ultimo che non si sa ancora dove andrà – a fondare Art.1 – MDP, da cui mi aspetto ancora molta più chiarezza negli esiti) mentre apprezzo la scelta di Civati e di coloro che “onestamente” lo hanno seguito, dimostrando di volerlo sostenere realmente.

Personalmente ho scelto di non aderire ad alcun partito o movimento ma di collocarmi – senza nulla pretendere – tra coloro che guideranno le scelte per un soggetto ALTERNATIVO della Sinistra nel Paese e sul territorio, un soggetto pienamente ALTERNATIVO al PD nel Paese e sul territorio, che evidenzi l’inadeguatezza dell’interpretazione di una rappresentanza delle esigenze e dei bisogni della parte maggiormente indifesa cui dare risposte certe e possibilmente immediate. Un soggetto che si proponga di denunciare anche i “falsi ideologici” espressi da coloro che affermano “di essere sempre stati di Sinistra” ma che intendano continuare a permanere all’interno di quel contenitore che corrisponde al PD, a parte il fatto che, come ho rilevato sopra, è sempre più tardi per uscirne senza generare sospetti.

28 marzo 2014 – il video è riferito al Circolo Sezione Nuova San Paolo come era una volta – non ha alcun riferimento a quel che è ora – i responsabili di allora – compreso il sottoscritto – non sono nella stragrande maggioranza più iscritti al Partito Democratico

Joshua Madalon

a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

800px-Mata-Hari_1910

a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

Alle ore 6.15 del mattino il giorno 15 ottobre 1917 (era un lunedì) nel bosco di Vincennes nell’immediata periferia orientale di Parigi veniva eseguita la condanna a morte di una indiscutibile protagonista della storia “sociale” europea del primo ventennio del Novecento: Mata Hari.
Nel suo libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE” edito da Laterza il prof. Angelo d’Orsi ne traccia il ritratto.

“E’ una donna bella, spregiudicata, che ha bazzicato ambienti dello snobismo internazionale, divenendone parte integrante…..Più che naturale che il mondo dell’epoca non potesse non accorgersi di lei……….”.

SIETE TUTTE/I INVITATE/I A PARTECIPARE AGLI EVENTI IN PROGRAMMA PRESSO LA BIBLIOTECA DI MONTEMURLO per ricordare il centenario dalla RIVOLUZIONE RUSSA

6 NOVEMBRE – ORE 21.00 – un excursus sugli anni che precedono la Rivoluzione russa con Serena Di Mauro – Davide Finizio – Serena Mannucci e Bianca Nesi a cura di Giuseppe Maddaluno (per ALTROTEATRO) – con la collaborazione di Chiara Gori – prima parte “Dal 1861 al 1905″

13 NOVEMBRE – ore 21.00 seconda parte “Dal 1905 al 1917″

20 NOVEMBRE – ore 21.00 “INCONTRO CON IL PROF. ANGELO d’ORSI – autore del libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE”

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

Questa lettera scritta da Alberto un soldato “mutilato” ai due arti inferiori che racconta la vita delle trincee, percorsa dalla speranza di poter riabbracciare le donne amate, Maria la sua e Rosalba, quella dell’amico Giovanni cui è toccata ben più tragica sorte. Si tratta di un piccolo capolavoro “epistolare” che traccia una linea netta intorno all’assurdità della guerra. Scritta da un ospedale di campo a Caporetto qualche giorno dopo la disfatta, che cominciò proprio intorno alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917, poco più di 100 anni fa.

Vi faccio accompagnare da alcune immagini del bellissimo film del 2004 “Una lunga domenica di passioni” di Jean-Pierre Jeunet


Caporetto – Ospedale da campo – Novembre 1917

Cara Maria, amore mio
è dolce scrivere il tuo nome su questo foglio stropicciato. La mia mano trema, ma pensare a te mi regala un po’ di luce in quest’inferno infinito. Sapessi quanto è lunga la notte. Non passa mai, mai, mai. E’ atroce la mia notte.
Resto qui, sospeso tra i sogni e l’incubo che non mi lascia solo un istante. Il dolore alle gambe è lancinante. Senza tregua. Sento una lama conficcata nella carne. Ma quale carne poi? Non ho più le mie gambe, Maria. Le ho lasciate sulla montagna quella sera, strappate come stracci. C’era la luna, lo sai? La trincea era silenziosa da far paura, nemmeno un rumore, nemmeno un sospiro. Era così da giorni. Si aspettava, si aspettava e basta. Immobili, in quelle ferite della terra che erano diventate la nostra culla. Nostra, di noi bambini poco più che ventenni vestiti con una divisa troppo larga. Nostra, di noi che avevamo una baionetta in mano, sapendo che quel giocattolo avrebbe portato la morte, un giorno o l’altro. Si aspettava in silenzio.
Ci guardavamo ogni tanto, Giovanni ed io, ci guardavamo interrogandoci con gli occhi, cercando di nascondere la paura che ci paralizzava il resto del corpo. Quanti discorsi in quegli sguardi muti. Un soldato non può tremare, non può. Sembrava così lontana la guerra tra quelle montagne, alla luce della luna. Sembrava lontana, inesistente. Sembrava un’invenzione che ci avevano raccontato per mandarci lì, ad aspettare. Quelle ferite infinite tracciate nella terra ci avevano ingoiato perché non fosse il male ad ingoiarci tutti come bocconi superflui.
Ogni giorno, prima che scendesse l’oscurità, Giovanni scriveva alla “zita” Rosalba che lo aspettava laggiù in Sicilia. Scriveva poche righe al giorno, un pezzetto e nient’altro. Perché, diceva, finché scrivo sono vivo, la sogno, vedo il suo sorriso. Era il suo modo per aggrapparsi alla vita ed alla chimera di un futuro pericolosamente a rischio. Io invece gli parlavo di te, in continuazione, sotto le stelle che sembrano complici delle mie confidenze. Gli parlavo dei tuoi occhi chiari come un lago di montagna, dei tuoi capelli dorati come il grano di un’estate che sbocciava per noi innamorati timidi e timorosi di quell’amore impetuoso come un uragano. Gli parlavo dei tuoi baci furtivi, dell’abbraccio dal quale ogni sera non volevo staccami mai. Gli raccontavo dei miei progetti con te, della vita che avremmo vissuto insieme, quando sarei tornato a casa. Parlando sorridevo e Giovanni diceva che mi s’illuminava il volto. E’ vero, mi s’illuminava la vita. Raccontavo incessantemente, e mi sentivo meno solo. L’ultimo giorno, quel maledetto giorno, gli confessai il segreto che mi avevi svelato sottovoce alla stazione poco prima della mia partenza, il nostro segreto. Portando la mia mano sul tuo ventre mi avevi sussurrato dolcemente: “Saremo in tre, torna presto. Ti aspettiamo”. Io ti guardai, con le lacrime di gioia già pronte a sgorgare dai miei occhi immersi nei tuoi, incapace di dire una parola. Quanto avrei voluto che quel treno non mi portasse via da te. Quanto avrei voluto stringerti forte, in silenzio, senza fine. Non ti ho mai amata tanto come in quell’istante. Com’eri bella Maria, giovane e bionda come un angelo. Eri il mio destino ed il mio futuro. Mi hai donato il tuo amore, la tua tenerezza, i tuoi sogni. Tutta te stessa. Mi hai fatto il regalo più bello, la speranza. Avrei voluto fermarlo, quell’istante e farne un dipinto sulla tela del cuore. E come mi batteva forte il cuore, Maria mia. Un tamburo impazzito, un tamburo a festa. Ma non c’era tempo, ricordi? Salii sul vagone e rimasi a guardarti dal finestrino, mentre diventavi un puntino lontano, sempre più lontano, un puntino vestito di azzurro con i capelli accarezzati dal vento tiepido di aprile.
Giovanni non l’ha mai finita, la sua lettera. Rosalba riceverà tre fogli di carta bruciacchiata, scritti con una grafia traballante e rotta in più punti, come se in quelle pause il mio fraterno amico avesse voluto riprendere fiato, riordinare i pensieri e cacciare indietro la paura per aggrapparsi di nuovo ai suoi vent’anni, respirando forte.
E’ stato un attimo. Tutto è successo in modo fulmineo. La luce della luna che era la nostra lanterna divenne improvvisamente un fulgore di fiamme, mentre bagliori rossi insanguinavano la notte. Il silenzio fu squarciato da mille esplosioni, una dietro l’altra, una sopra l’altra, ovunque. Fu l’inferno. Ci arrivarono alle spalle, senza far rumore. Ho ucciso due uomini, amore mio. Mi aspettavo un nemico diverso, con una faccia diversa. Vidi un ragazzo come me, spaventato come me, diverso era solo il colore della divisa. E poi un altro, dietro di lui. Due ragazzi come me, con una divisa simile. Che faccia ha il nemico, Maria? Ho sentito un fruscio, ho avuto solo il tempo di voltarmi e di puntare la mia arma. Il mio giocattolo letale. Li ho visti cadere all’indietro, con un grido strozzato che mi è rimasto dentro, un’eco che risuona ancora cullandomi come una nenia imbevuta di colpa. Potrai mai perdonarmi, amore mio? Ho ucciso due uomini, prima di sentire il fuoco alle gambe, prima di vedere il buio negli occhi.
Mi sono svegliato qui, in questa tenda che sa di morte e di sangue. Quanto tempo è passato? Quante notti sono trascorse? Quanto è durato il mio sonno scuro come un pozzo senza fondo e senza luce? Non tornerò a casa, anima mia, lo so. Li ho sentiti parlare. Bruciavo di febbre, ma li sentivo, di là da questa branda che è già la mia bara. Ho perso troppo sangue, l’amputazione è stata inutile. Nel delirio ripercorro con le mente il tuo profilo perché la morte che mi dorme accanto non mi rubi anche il ricordo di te, accarezzo con le dita della memoria il tuo volto radioso, più e più volte, per stamparti nel cuore. Per vederti ancora nella penombra di questa vista già annebbiata. Non tornerò, Maria. Come non tornerà Giovanni, saltato in aria con i suoi fogli per Rosalba ancora da finire. Di lui non hanno trovato quasi nulla, se non brandelli senza nome ed una piastrina infangata.
Di me resterà questa lettera per te. Su quella montagna ho lasciato tutti i miei sogni. Ho lasciato i miei vent’anni. A chi vorrà raccoglierli, e farne fiori.
Portami nel cuore, amore mio, per sempre. Io porterò con me i tuoi occhi e quelli di un figlio che non conoscerò mai. Come sei bella, Maria…
Per te, solo per te, fino all’eternità
Alberto

da Joshua Madalon

ANNIVERSARI 1917-2017 VERSO CAPORETTO alcune testimonianze

ANNIVERSARI 1917-2017 VERSO CAPORETTO alcune testimonianze

CAPORETTO nell’immaginario collettivo è stato un simbolo negativo che ha contraddistinto, marchiandolo a lettere cubitali ed indelebili, il carattere dell’italiano. Ma in verità non è proprio così: Caporetto è d’altra parte il segnale dell’arroganza e della testardaggine dei pre-fascisti (si fa un bel dire che Cadorna stia per essere riabilitato: egli rappresenta in toto il carattere militaristico ottuso dei grandi ufficiali che su tutti i fronti, quello a Sud, quello ad Ovest con la Francia e quello ad Est con la Russia, non si curavano molto delle vite dei militari e il più delle volte, trascurandoli anche nelle trincee invivibili, li mandavano al massacro, sapendo molto bene quale sarebbe stato il loro destino); altro che codardia, altro che sottovalutazione, altro che insubordinazione!

Qui di seguito trascrivo una delle tante lettere dei militari: la loro cultura era molto varia; c’era chi non avrebbe nemmeno saputo tenere in mano una penna, non avendo frequentato neanche un giorno di scuola e c’era chi in modo approssimativo ed intraprendente ma con grande sincerità scriveva agli amici ed ai parenti. Questa era la condizione dei militari.

20 dicembre 2016
Lettere dal fronte censurate
Zona di guerra 2 febbraio 916
Mio Caro Compagno
mi onori di accenarvi il piccolo movimento della nostro Guerra.
Voi non potete immagginare la brutalita che ci ussa sotto le armi il giorno scorso meso sono stato fucilato tre italiani dai nostri fratelli di italia per l’onore di Vittorie emmanuele Re di Italia.
Vigliachi anno impiantata la Guerra per distrucere il popolo e il popolo con le armi in mano si fà massagrare e non risento nulla io mia appello ai miei Cari che io ò trovato il mezo di potermi salvare il mezo e quello di farmi rinchiudere nelle scure priggioni.
Ma non sollo io tutti cuelli che non vogliono dare il sangue alla Patria quindi noi cia affidiamo avoi che quando sara il giorno della pace di vendicarvi dei vostri fratelli che vivevano nelle scure priggione altri mezzi non si possono addopperare per salvare la vitta durante la vita borghese mio fato sempre onore e oggi mi tocca fare il boia à nò io per sino a questo momento non ò avuto mai il coraggio disparare a unaltro uomo come me e non avro mai coraggi chie crede che gli austriaci siano lore nemici che vengano a ucciderli che io non le voglio ucciderli io in prima linea per sino a questo momento non ci sono mai stato […]
Caro i nostri superiore usano tutti i mezi che possono addoperare per condure una Compagnia al macello quanto la Compagnia e ditruta il Collonnello è premiato con la midaglia d’ore e passera Magg. Generale e poi mantano le circolare chi more per la Patria e Vessuto assai ville e vigliachi io mi tro a loslavia dove ci sono migliaia e migliaia di morti e di ferito che cercano auto (aiuto n.d.a) e non si possono autare perche perche si more senza altro.
Ora è uscito unaltro legge che si tolgono le cinquanta centesimo che ci davano quando fa una piccola manganza i prete non lasciano un palmo di terà senza della sua simpatica parola e poi dicono la messa e al termino io benedica le armi e faranno fortuna sempra chesia una chiesa di olivo lori dicono che noi saremo Vittoriosi perché per dare una buona avvenire ai nostri figli i villi mentre io moio e mia moglie sarra posseduta da chi dai signore ò dai preti per la necessita del pane che macello sara certo il governo
mi onore e scrivetemi.