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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

5.
Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.
“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:
“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società. Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.
“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.
” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2
febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.
“Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”
Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?
No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.
Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.
Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.
Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.
E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene. Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.
Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.
E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del
tempo fascista”.
Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)
Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.
E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:, quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i
testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.
Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.
E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.
Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.
Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!
Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa
trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

…continua….

-a cura di Joshua Madalon –

aspettando Francesca Fornario con il suo “La banda della culla” – stasera ore 18.30 a “La spola d’oro” La Briglia Vaiano – Festa provinciale Sinistra Italiana

aspettando Francesca Fornario con il suo “La banda della culla” – stasera ore 18.30 a “La spola d’oro” La Briglia Vaiano – Festa provinciale Sinistra Italiana

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Scrivo poche righe sul libro della Francesca Fornario: non capita spesso di poter sorridere, a volte anche ridere con amarezza, e commuoversi o arrabbiarsi con il mondo intero. L’autrice riesce molto bene a procurarmi tali emozioni: è una lettura piacevole, dove l’ironia si mescola alla fantasia ed al realismo. Mentre scorrevo le pagine mi confermavo nella volontà di dare ancora un forte sostegno ai giovani che vogliono cambiare il mondo, non per promuovere se stessi contro le altre generazioni ma per costruire un progetto che riesca a migliorare le condizioni di tutti a partire dalle proprie ma senza precedenze e preferenze.
Mi sono trovato a dire che, leggendo queste pagine, abbiamo la prova provata che molto spazio e tempo è stato perduto in questi anni e che bisogna essere in grado di ripartire per ricostruire gran parte delle conquiste che i nostri padri avevano ottenuto, lottando negli anni Settanta del secolo scorso. E ripartire dalla Costituzione e dall’attuazione dei suoi principi fondamentali.

J.M.

Nelle ultime righe del romanzo si fa menzione di Giammaria Testa, morto lo scorso anno a 57 anni per un male incurabile e si cita una delle sue canzoni: credo sia questa!

SCRIVERO’ UN POST SU “LA BANDA DELLA CULLA” dal titolo

LA GRANDE TENEREZZA

seguendo le vite di Claudia e Francesco, Veronica e Camilla, Giulia e Miguel riconosceremo i nostri figli ed i nostri nipoti ed il mondo che abbiamo contribuito a creare per loro e non potremo esserne fieri, quantunque i loro valori essendo quegli stessi a cui ci siamo riferiti (ed erano quelli che ci hanno trasmesso i nostri genitori), possano essere di parziale consolazione, parziale perchè non basta “consolarci” ma dobbiamo agire.

UNA RIFLESSIONE ED UNA SERIE DI PRECISAZIONI “DOVUTE” per andare avanti nella costruzione di un’ALTERNATIVA di SINISTRA

UNA RIFLESSIONE ED UNA SERIE DI PRECISAZIONI “DOVUTE” per andare avanti nella costruzione di un’ALTERNATIVA di SINISTRA

Quando scrivo della mia appartenenza al Partito Democratico da “fondatore” (ed il termine non è “casuale e generico” in quanto ero coordinatore del Comitato – l’unico presente e costituito a Prato) ed esprimo contestualmente critiche verso la progressiva deriva cui è stato sospinto dall’avvento “renziano” con quelle modalità insolite utilizzate nella scelta del Segretario (Primarie aperte a 360° anche ad elementi che con il Centrosinistra avessero minimi elementi in comune), intendo sottolineare che non condivido del tutto per la sua lentezza la resipiscenza di alcuni “leader” come D’Alema, D’Attorre, Speranza, Bersani ed ora Grasso (e non so se sia o meno un caso che tutti abbiano contribuito – a parte l’ultimo che non si sa ancora dove andrà – a fondare Art.1 – MDP, da cui mi aspetto ancora molta più chiarezza negli esiti) mentre apprezzo la scelta di Civati e di coloro che “onestamente” lo hanno seguito, dimostrando di volerlo sostenere realmente.

Personalmente ho scelto di non aderire ad alcun partito o movimento ma di collocarmi – senza nulla pretendere – tra coloro che guideranno le scelte per un soggetto ALTERNATIVO della Sinistra nel Paese e sul territorio, un soggetto pienamente ALTERNATIVO al PD nel Paese e sul territorio, che evidenzi l’inadeguatezza dell’interpretazione di una rappresentanza delle esigenze e dei bisogni della parte maggiormente indifesa cui dare risposte certe e possibilmente immediate. Un soggetto che si proponga di denunciare anche i “falsi ideologici” espressi da coloro che affermano “di essere sempre stati di Sinistra” ma che intendano continuare a permanere all’interno di quel contenitore che corrisponde al PD, a parte il fatto che, come ho rilevato sopra, è sempre più tardi per uscirne senza generare sospetti.

28 marzo 2014 – il video è riferito al Circolo Sezione Nuova San Paolo come era una volta – non ha alcun riferimento a quel che è ora – i responsabili di allora – compreso il sottoscritto – non sono nella stragrande maggioranza più iscritti al Partito Democratico

Joshua Madalon

a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

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a MONTEMURLO IL PROSSIMO 20 NOVEMBRE con due anticipi il 6 ed il 13 – ANNIVERSARI – 15 OTTOBRE 1917 – 15 OTTOBRE 2017 – un evento molto particolare

Alle ore 6.15 del mattino il giorno 15 ottobre 1917 (era un lunedì) nel bosco di Vincennes nell’immediata periferia orientale di Parigi veniva eseguita la condanna a morte di una indiscutibile protagonista della storia “sociale” europea del primo ventennio del Novecento: Mata Hari.
Nel suo libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE” edito da Laterza il prof. Angelo d’Orsi ne traccia il ritratto.

“E’ una donna bella, spregiudicata, che ha bazzicato ambienti dello snobismo internazionale, divenendone parte integrante…..Più che naturale che il mondo dell’epoca non potesse non accorgersi di lei……….”.

SIETE TUTTE/I INVITATE/I A PARTECIPARE AGLI EVENTI IN PROGRAMMA PRESSO LA BIBLIOTECA DI MONTEMURLO per ricordare il centenario dalla RIVOLUZIONE RUSSA

6 NOVEMBRE – ORE 21.00 – un excursus sugli anni che precedono la Rivoluzione russa con Serena Di Mauro – Davide Finizio – Serena Mannucci e Bianca Nesi a cura di Giuseppe Maddaluno (per ALTROTEATRO) – con la collaborazione di Chiara Gori – prima parte “Dal 1861 al 1905″

13 NOVEMBRE – ore 21.00 seconda parte “Dal 1905 al 1917″

20 NOVEMBRE – ore 21.00 “INCONTRO CON IL PROF. ANGELO d’ORSI – autore del libro “1917 L’ANNO DELLA RIVOLUZIONE”

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

ANNIVERSARI 1917-2017 – DA CAPORETTO una lettera d’amore

Questa lettera scritta da Alberto un soldato “mutilato” ai due arti inferiori che racconta la vita delle trincee, percorsa dalla speranza di poter riabbracciare le donne amate, Maria la sua e Rosalba, quella dell’amico Giovanni cui è toccata ben più tragica sorte. Si tratta di un piccolo capolavoro “epistolare” che traccia una linea netta intorno all’assurdità della guerra. Scritta da un ospedale di campo a Caporetto qualche giorno dopo la disfatta, che cominciò proprio intorno alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917, poco più di 100 anni fa.

Vi faccio accompagnare da alcune immagini del bellissimo film del 2004 “Una lunga domenica di passioni” di Jean-Pierre Jeunet


Caporetto – Ospedale da campo – Novembre 1917

Cara Maria, amore mio
è dolce scrivere il tuo nome su questo foglio stropicciato. La mia mano trema, ma pensare a te mi regala un po’ di luce in quest’inferno infinito. Sapessi quanto è lunga la notte. Non passa mai, mai, mai. E’ atroce la mia notte.
Resto qui, sospeso tra i sogni e l’incubo che non mi lascia solo un istante. Il dolore alle gambe è lancinante. Senza tregua. Sento una lama conficcata nella carne. Ma quale carne poi? Non ho più le mie gambe, Maria. Le ho lasciate sulla montagna quella sera, strappate come stracci. C’era la luna, lo sai? La trincea era silenziosa da far paura, nemmeno un rumore, nemmeno un sospiro. Era così da giorni. Si aspettava, si aspettava e basta. Immobili, in quelle ferite della terra che erano diventate la nostra culla. Nostra, di noi bambini poco più che ventenni vestiti con una divisa troppo larga. Nostra, di noi che avevamo una baionetta in mano, sapendo che quel giocattolo avrebbe portato la morte, un giorno o l’altro. Si aspettava in silenzio.
Ci guardavamo ogni tanto, Giovanni ed io, ci guardavamo interrogandoci con gli occhi, cercando di nascondere la paura che ci paralizzava il resto del corpo. Quanti discorsi in quegli sguardi muti. Un soldato non può tremare, non può. Sembrava così lontana la guerra tra quelle montagne, alla luce della luna. Sembrava lontana, inesistente. Sembrava un’invenzione che ci avevano raccontato per mandarci lì, ad aspettare. Quelle ferite infinite tracciate nella terra ci avevano ingoiato perché non fosse il male ad ingoiarci tutti come bocconi superflui.
Ogni giorno, prima che scendesse l’oscurità, Giovanni scriveva alla “zita” Rosalba che lo aspettava laggiù in Sicilia. Scriveva poche righe al giorno, un pezzetto e nient’altro. Perché, diceva, finché scrivo sono vivo, la sogno, vedo il suo sorriso. Era il suo modo per aggrapparsi alla vita ed alla chimera di un futuro pericolosamente a rischio. Io invece gli parlavo di te, in continuazione, sotto le stelle che sembrano complici delle mie confidenze. Gli parlavo dei tuoi occhi chiari come un lago di montagna, dei tuoi capelli dorati come il grano di un’estate che sbocciava per noi innamorati timidi e timorosi di quell’amore impetuoso come un uragano. Gli parlavo dei tuoi baci furtivi, dell’abbraccio dal quale ogni sera non volevo staccami mai. Gli raccontavo dei miei progetti con te, della vita che avremmo vissuto insieme, quando sarei tornato a casa. Parlando sorridevo e Giovanni diceva che mi s’illuminava il volto. E’ vero, mi s’illuminava la vita. Raccontavo incessantemente, e mi sentivo meno solo. L’ultimo giorno, quel maledetto giorno, gli confessai il segreto che mi avevi svelato sottovoce alla stazione poco prima della mia partenza, il nostro segreto. Portando la mia mano sul tuo ventre mi avevi sussurrato dolcemente: “Saremo in tre, torna presto. Ti aspettiamo”. Io ti guardai, con le lacrime di gioia già pronte a sgorgare dai miei occhi immersi nei tuoi, incapace di dire una parola. Quanto avrei voluto che quel treno non mi portasse via da te. Quanto avrei voluto stringerti forte, in silenzio, senza fine. Non ti ho mai amata tanto come in quell’istante. Com’eri bella Maria, giovane e bionda come un angelo. Eri il mio destino ed il mio futuro. Mi hai donato il tuo amore, la tua tenerezza, i tuoi sogni. Tutta te stessa. Mi hai fatto il regalo più bello, la speranza. Avrei voluto fermarlo, quell’istante e farne un dipinto sulla tela del cuore. E come mi batteva forte il cuore, Maria mia. Un tamburo impazzito, un tamburo a festa. Ma non c’era tempo, ricordi? Salii sul vagone e rimasi a guardarti dal finestrino, mentre diventavi un puntino lontano, sempre più lontano, un puntino vestito di azzurro con i capelli accarezzati dal vento tiepido di aprile.
Giovanni non l’ha mai finita, la sua lettera. Rosalba riceverà tre fogli di carta bruciacchiata, scritti con una grafia traballante e rotta in più punti, come se in quelle pause il mio fraterno amico avesse voluto riprendere fiato, riordinare i pensieri e cacciare indietro la paura per aggrapparsi di nuovo ai suoi vent’anni, respirando forte.
E’ stato un attimo. Tutto è successo in modo fulmineo. La luce della luna che era la nostra lanterna divenne improvvisamente un fulgore di fiamme, mentre bagliori rossi insanguinavano la notte. Il silenzio fu squarciato da mille esplosioni, una dietro l’altra, una sopra l’altra, ovunque. Fu l’inferno. Ci arrivarono alle spalle, senza far rumore. Ho ucciso due uomini, amore mio. Mi aspettavo un nemico diverso, con una faccia diversa. Vidi un ragazzo come me, spaventato come me, diverso era solo il colore della divisa. E poi un altro, dietro di lui. Due ragazzi come me, con una divisa simile. Che faccia ha il nemico, Maria? Ho sentito un fruscio, ho avuto solo il tempo di voltarmi e di puntare la mia arma. Il mio giocattolo letale. Li ho visti cadere all’indietro, con un grido strozzato che mi è rimasto dentro, un’eco che risuona ancora cullandomi come una nenia imbevuta di colpa. Potrai mai perdonarmi, amore mio? Ho ucciso due uomini, prima di sentire il fuoco alle gambe, prima di vedere il buio negli occhi.
Mi sono svegliato qui, in questa tenda che sa di morte e di sangue. Quanto tempo è passato? Quante notti sono trascorse? Quanto è durato il mio sonno scuro come un pozzo senza fondo e senza luce? Non tornerò a casa, anima mia, lo so. Li ho sentiti parlare. Bruciavo di febbre, ma li sentivo, di là da questa branda che è già la mia bara. Ho perso troppo sangue, l’amputazione è stata inutile. Nel delirio ripercorro con le mente il tuo profilo perché la morte che mi dorme accanto non mi rubi anche il ricordo di te, accarezzo con le dita della memoria il tuo volto radioso, più e più volte, per stamparti nel cuore. Per vederti ancora nella penombra di questa vista già annebbiata. Non tornerò, Maria. Come non tornerà Giovanni, saltato in aria con i suoi fogli per Rosalba ancora da finire. Di lui non hanno trovato quasi nulla, se non brandelli senza nome ed una piastrina infangata.
Di me resterà questa lettera per te. Su quella montagna ho lasciato tutti i miei sogni. Ho lasciato i miei vent’anni. A chi vorrà raccoglierli, e farne fiori.
Portami nel cuore, amore mio, per sempre. Io porterò con me i tuoi occhi e quelli di un figlio che non conoscerò mai. Come sei bella, Maria…
Per te, solo per te, fino all’eternità
Alberto

da Joshua Madalon

ANNIVERSARI 1917-2017 VERSO CAPORETTO alcune testimonianze

ANNIVERSARI 1917-2017 VERSO CAPORETTO alcune testimonianze

CAPORETTO nell’immaginario collettivo è stato un simbolo negativo che ha contraddistinto, marchiandolo a lettere cubitali ed indelebili, il carattere dell’italiano. Ma in verità non è proprio così: Caporetto è d’altra parte il segnale dell’arroganza e della testardaggine dei pre-fascisti (si fa un bel dire che Cadorna stia per essere riabilitato: egli rappresenta in toto il carattere militaristico ottuso dei grandi ufficiali che su tutti i fronti, quello a Sud, quello ad Ovest con la Francia e quello ad Est con la Russia, non si curavano molto delle vite dei militari e il più delle volte, trascurandoli anche nelle trincee invivibili, li mandavano al massacro, sapendo molto bene quale sarebbe stato il loro destino); altro che codardia, altro che sottovalutazione, altro che insubordinazione!

Qui di seguito trascrivo una delle tante lettere dei militari: la loro cultura era molto varia; c’era chi non avrebbe nemmeno saputo tenere in mano una penna, non avendo frequentato neanche un giorno di scuola e c’era chi in modo approssimativo ed intraprendente ma con grande sincerità scriveva agli amici ed ai parenti. Questa era la condizione dei militari.

20 dicembre 2016
Lettere dal fronte censurate
Zona di guerra 2 febbraio 916
Mio Caro Compagno
mi onori di accenarvi il piccolo movimento della nostro Guerra.
Voi non potete immagginare la brutalita che ci ussa sotto le armi il giorno scorso meso sono stato fucilato tre italiani dai nostri fratelli di italia per l’onore di Vittorie emmanuele Re di Italia.
Vigliachi anno impiantata la Guerra per distrucere il popolo e il popolo con le armi in mano si fà massagrare e non risento nulla io mia appello ai miei Cari che io ò trovato il mezo di potermi salvare il mezo e quello di farmi rinchiudere nelle scure priggioni.
Ma non sollo io tutti cuelli che non vogliono dare il sangue alla Patria quindi noi cia affidiamo avoi che quando sara il giorno della pace di vendicarvi dei vostri fratelli che vivevano nelle scure priggione altri mezzi non si possono addopperare per salvare la vitta durante la vita borghese mio fato sempre onore e oggi mi tocca fare il boia à nò io per sino a questo momento non ò avuto mai il coraggio disparare a unaltro uomo come me e non avro mai coraggi chie crede che gli austriaci siano lore nemici che vengano a ucciderli che io non le voglio ucciderli io in prima linea per sino a questo momento non ci sono mai stato […]
Caro i nostri superiore usano tutti i mezi che possono addoperare per condure una Compagnia al macello quanto la Compagnia e ditruta il Collonnello è premiato con la midaglia d’ore e passera Magg. Generale e poi mantano le circolare chi more per la Patria e Vessuto assai ville e vigliachi io mi tro a loslavia dove ci sono migliaia e migliaia di morti e di ferito che cercano auto (aiuto n.d.a) e non si possono autare perche perche si more senza altro.
Ora è uscito unaltro legge che si tolgono le cinquanta centesimo che ci davano quando fa una piccola manganza i prete non lasciano un palmo di terà senza della sua simpatica parola e poi dicono la messa e al termino io benedica le armi e faranno fortuna sempra chesia una chiesa di olivo lori dicono che noi saremo Vittoriosi perché per dare una buona avvenire ai nostri figli i villi mentre io moio e mia moglie sarra posseduta da chi dai signore ò dai preti per la necessita del pane che macello sara certo il governo
mi onore e scrivetemi.

STORYTELLING A SAN PAOLO

STORYTELLING A SAN PAOLO

Nel 2015 all’interno del Progetto “Trame di Quartiere” svolto nel Quartiere San Paolo e condotto da IRIS Toscana nell’ambito del PROGETTO PRATO della Regione Toscana alcuni di noi riuscirono a partecipare ad un Workshop di Storytelling condotto da un’esperta statunitense, Amy Irving e con l’ausilio di Massimo Bressan, Massimo Tofanelli e Sara Iacopini. In questo post una parte del procedimento lavorativo per il breve video prodotto.

PROGETTO
I bambini non attendevano altro; la neve era venuta giù molto densa e pesante di acqua e si era posata sui rami dei pini. Alle prime luci dell’alba il giardino sotto casa era tutto bianco ma a guardar meglio dall’alto della nostra casa i rami dei pini si erano piegati sotto il peso della neve.
Dopo una settimana arrivarono gli operai del Comune e senza preavviso tagliarono la gran parte dei pini ed anche due bellissime folte siepi di pitosforo; mia moglie se ne accorse soltanto al rientro dalla scuola e mi chiese di chiamare l’Assessore all’Ambiente del Comune per chiedere spiegazioni di questo modo barbarico di affrontare i problemi derivanti da una semplice anche se intensa nevicata. Ovviamente non vi era alcuna possibilità di tornare indietro; al danno della nevicata si era aggiunta la beffa della soluzione. Anche altri cittadini protestarono quando l’Assessore arrivò sul posto.
I giardini di via San Paolo accanto alla vecchia pieve erano frequentati soprattutto da persone che accompagnavano i loro cani a fare i loro bisogni; pochi i bambini che vi accedevano ma a noi sembravano ugualmente belli perché mantenevano l’ombra durante le giornate calde in Primavera ed in Estate ed alcuni anziani li frequentavano; in quel momento ci sembrò davvero di poter correre il rischio di doverne fare a meno. Ecco perché si protestava: non c’era molta fiducia nelle Istituzioni.
Forse la protesta fu tale da produrre una soluzione “positiva”: non immediatamente evidente, però!
Oggi i giardini sono ritornati ad essere frequentati come e più di prima. I vecchi alberi non ci sono più; ne sono rimasti solo due su sei, ma…
Traccia 2 – Un “piccolo gioiello nel cuore di San Paolo”
Mia moglie ed io abbiamo scelto di venire in San Paolo agli inizi degli anni Novanta perché l’appartamento in cui viviamo con i nostri due figli godeva di una vista panoramica eccezionale; di fronte c’è il Montalbano, Carmignano ed Artimino; a sinistra la vista si spinge fin verso il Duomo di Firenze; a destra la piana di Agliana e Pistoia; alle spalle i contrafforti della Calvana e poi Monteferrato e Montemurlo con la sua rocca. Non manca nemmeno la vista sul centro della città di Prato. E poi tutti i capannoni industriali, alcuni dismessi altri ancora funzionanti; e i grandi palazzoni costruiti senza troppe regole negli anni della crescita industriale ed economica che avevano visto affluire a Prato tanti immigrati prima interni poi stranieri. E poi…..
Sotto casa c’è un magnifico piccolo giardino.
Dall’alto lo osservo. E’ un luogo frequentato da diverse persone: bambini, signori e signore con i loro piccoli animali, anziani che nelle ore calde dei pomeriggi primaverili ed estivi si fermano a parlare delle loro vite e delle loro storie.
Non è stato sempre così: qualche anno fa non c’erano le siepi di rose selvatiche ed i bellissimi e rigogliosi glicini; di quel tempo sono rimasti in piedi solo tre altissimi pini, solo tre su otto.
In una notte di gennaio venne una grande nevicata; i rami dei pini si piegarono fino a toccare terra.
Il giorno dopo operai del Comune tagliarono alla base cinque pini.
La gente protestò anche perché temeva che fosse portato via quello spazio verde.
La protesta funzionò. Il giardino non solo fu salvato ma fu migliorato….
Il nostro giardino è davvero un piccolo gioiello comune.

Primo Storyboard
VIDEO
1) Una cartina topografica di San Paolo – a colori la più recente
2)Una mano indica un luogo – Zoom su di esso – I giardini accanto alla vecchia Pieve
3)Clip su giardino così come è ora
4)Nevicata – Video e foto
5)Il giardino tutto imbiancato (cercare foto adatte)
6)Operai al lavoro (cercare foto adatte)
7)Alberi tronchi (cercare foto adatte)
8)Proteste popolari (cercare foto adatte)
9) I giardini oggi (foto e clip)

SONORO (parlato)
1) San Paolo di Prato è un quartiere popolare caratterizzato da una forte immigrazione interna ed esterna

Traccia 2 – Un “piccolo gioiello nel cuore di San Paolo”
Mia moglie ed io, entrambi campani e flegrei, abbiamo scelto di venire ad abitare in San Paolo, quartiere popolare della città di Prato, agli inizi degli anni Novanta;
da casa nostra si gode di una vista panoramica eccezionale;
di fronte c’è il Montalbano, Carmignano ed Artimino;
a sinistra la vista si spinge fin verso il Duomo di Firenze;
a destra la piana di Agliana e Pistoia;
alle spalle i contrafforti della Calvana e poi Monteferrato e Montemurlo con la sua rocca.
Non manca nemmeno la vista sul centro della città di Prato.
E poi tutti i capannoni industriali, alcuni dismessi altri ancora funzionanti;
e i grandi palazzoni costruiti senza troppe regole negli anni della crescita industriale ed economica che avevano visto affluire a Prato tanti immigrati prima interni poi stranieri.
E poi…..
Sotto casa c’è un magnifico piccolo giardino.
Dall’alto lo osservo.
E’ un luogo frequentato da diverse persone:
bambini,
signori e signore con i loro piccoli animali,
anziani che nelle ore calde dei pomeriggi primaverili ed estivi si fermano a parlare delle loro vite e delle loro storie;
giovani che progettano i sogni del loro futuro, quello più vicino, quello più lontano.
Non è stato sempre così:
qualche anno fa non c’erano le siepi di rose selvatiche ed i bellissimi e rigogliosi glicini;
di quel tempo sono rimasti in piedi solo tre altissimi pini, solo tre su otto.

In una notte di gennaio venne una grande nevicata;
i rami dei pini si piegarono fino a toccare terra.
Pochi giorni dopo operai del Comune tagliarono alla base cinque pini.
La gente protestò anche perché temeva che fosse portato via quello spazio verde in una realtà povera di spazi verdi pubblici;
lo fece in modo civile ma fermo e deciso.
La protesta funzionò.
Il giardino non solo fu salvato ma fu migliorato….
Il nostro giardino è davvero un piccolo gioiello comune.

– Possibile variazione –
Sotto casa c’è un magnifico piccolo giardino.
Dall’alto lo osservo. E’ un luogo frequentato da diverse persone: bambini, signori e signore con i loro piccoli animali, anziani che nelle ore calde dei pomeriggi primaverili ed estivi si fermano a parlare delle loro vite e delle loro storie.
Non è stato sempre così: qualche anno fa non c’erano le siepi di rose selvatiche ed i bellissimi e rigogliosi glicini; di quel tempo sono rimasti in piedi solo tre altissimi pini, solo tre su otto. E non ci sono più le siepi di pitosforo.
Poi in una notte di gennaio venne una grande nevicata; i rami dei pini si piegarono fino a toccare terra.
Il giorno dopo operai del Comune tagliarono alla base cinque pini e le due siepi di pitosforo.
La gente protestò anche perché temeva che fosse portato via quello spazio verde.
La protesta funzionò. Il giardino non solo fu salvato ma fu migliorato….

Nelle prossime settimane pubblicherò il video.

FILE DATATO 6 AGOSTO 2013 – l’aria era già irrespirabile

– A futura memoria – dedicato a coloro che o non hanno capito o fingono per convenienza personale di non capire – questo scrivevo quattro anni fa – da allora ad oggi quel che è cambiato dà ragione alle mie argomentazioni. Nel PD, del quale parlo, qualcosa si è smosso, ma è ancora molto poco in relazione al fatto che quel Partito si è modificato complessivamente, con l’apporto di energie nuove rappresentative di posizioni che tendono a rafforzare il ruolo di quella parte della società economicamente già soddisfatta e relegare ai margini l’altra parte della società che chiede equità e dignità, ricevendo soltanto briciole ed interventi di tipo fondamentalmente pietistico.
Questo post serve a tenere sveglie le coscienze ed a sollecitare le forze progressiste e democratiche, non quelle “sedicenti” a chiacchiere tali, a procedere senza indugio ad una unificazione progettuale per fronteggiare la possibile avanzata di forze di Destra nel nostro Paese. Ho ragione di credere che sia necessario mettere da parte le differenze, pur spesso minime ed afferenti a personalismi, ed agire di conseguenza. Senza attendere!

Ricordiamo Bertolt Brecht:

“Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?”


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FILE DATATO 6 AGOSTO 2013 – l’aria era già irrespirabile

E’ del tutto impossibile di questi tempi argomentare per vie ideali sulla possibilità di tracciare un’alternativa all’attuale crisi morale senza sentirsi dire che si è inguaribili ottimisti. Eppure non credo sia oggi possibile proseguire questo cammino di degrado progressivo che colpisce, per interessi personali o dabbenaggine poco importa (troppe volte gli uni o l’altra vengono camuffati da “Ragion di Stato” o “acuto senso di responsabilità democratica”), la società italiana a partire dalla sua rappresentazione politica. Questo “degrado” di cui con chiarezza si intravedevano già nella seconda parte del primo decennio del XXI secolo gli annunci aveva spinto alcuni di noi a costituire sulle fondamenta (in tutta evidenza già marce) di due precedenti Partiti una nuova formazione che riunendo i valori comuni ne rigettasse i vizi e le storture. Chi lavorava a partire dalla base a quel Progetto, consapevole di stare a proporre una strada nuova e rigeneratrice delle passioni positive, ha dovuto confrontarsi da subito con resistenze sia patenti che silenti che, con contenuti fittizi e discussioni oziose su questioni ben poco ideali, portavano a ritardare le scelte e ne lasciavano intravedere i possibili negativi esiti. Fondamentalmente quello che è accaduto in questo ultimo anno mi spinge a chiedere conto ai Dirigenti dei ”danni morali” che hanno prodotto nella base sia dopo la questione dei 101 maledetti ipocriti ed irresponsabili sia per la scelta di accedere ad un Governo con un Partito il cui punto di riferimento era già allora (non solo “in fieri”, “in pectore”) un pregiudicato e poi riconosciuto condannato “frodatore”. Il 2013 non sarà un anno “normale”, anche perché molti di noi non hanno rinnovato e non rinnoveranno “per rispetto” la tessera del Partito Democratico. Ma per quel che mi riguarda continuerò a far politica (anzi “Politica”) disponibile a confrontarmi a 360° ed a scegliere nel perimetro delle idee progressiste, socialiste, democratiche di Sinistra.

6 agosto 2013

J.M.

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IL DEGRADO SOCIO-POLITICO DEL PARTITO DEMOCRATICO: un esempio

IL DEGRADO SOCIO-POLITICO DEL PARTITO DEMOCRATICO: un esempio

Una profonda indignazione: è ciò che provo da uomo di Sinistra alla vista della catasta di oggetti di bassissima qualità ammucchiati davanti a Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria, alla presenza del Sindaco Nardella e del capo dei Vigili Urbani di Firenze, entrambi sorridenti per la foto ed entrambi soddisfatti per l’impresa. Non si tratta di una installazione artistica, anche se probabilmente diventerà un’icona del degrado socio-politico-culturale che sta attraversando la nostra società. Sono balzati alla mente altre cataste, non solo quella dei libri nel 1933 ad opera dei nazisti (Bücherverbrennungen) ma anche quella dei cacciatori di avorio e di animali esotici: nei protagonisti lo stesso ghigno ad espressione della raggiunta felicità e degli obiettivi prefissatisi.

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Nardella, e questo sottilmente mi fa piacere, qualche dubbio sulla connotazione di tale impresa deve averlo avuto se a “La Nazione” ha dichiarato (“excusatio non petita”) di essere di Sinistra (e qui riporto integralmente quanto scritto: “Il sindaco di Firenze ha infine rivendicato queste affermazioni in quanto «uomo di sinistra: questa è la mia parte politica, e penso che il tema della legalità sia una grande conquista che la sinistra ha compiuto in questi anni»). Non c’è alcun dubbio, signor Sindaco della città di Firenze, feudo renziano, questa è un’operazione che fa solo l’occhiolino alla Destra, e prosegue quella deriva populistica e demagogica che il Partito Democratico “renziano” ha imboccato “senza se e senza ma” come piace a voi dire.

Ed il rilievo principale che vi si addebita non è che non vada colpito il commercio abusivo (forse qualche lezione in tal senso ve la potrebbe impartire la stessa Destra che volete imitare in modo superficiale). Ma è semplicemente che, con tali azioni, non lo si colpisce affatto e se ne perpetua il corso, semmai spostando solo di qualche metro il palcoscenico su cui esso si pratica.
Gli uomini dell’ordine pubblico ed in particolare quelli che sono al servizio della città dovrebbero ben conoscere le fonti di approvvigionamento di questi venditori abusivi, che peraltro quasi sempre non usufruiscono dei proventi ma ricevono semplicemente la carità dai passanti. Diciamoci il vero: anche questa pratica andrebbe limitata ma andando a colpire il racket che vi sta a monte. Ed invece si sceglie l’azione mediatica solo allo scopo di farsi propaganda raccogliendo (è questo l’ordine “politico”?) qualche voto da Destra. Non ve ne viene dubbio, pidioti, neanche leggendo i sondaggi (che, sì, non sono attendibili del tutto, ma…), che a votare uno che si dice di Sinistra quelli della Destra non ci pensano nemmeno? A meno che non vi illudiate che davvero i connotati di Destra e di Sinistra non abbiano più senso: ci state provando da tempo anche voi, pidioti, volete autoconvincervi e convincere il mondo attraverso i vostri aedi che siano finite le “sane” ideologie.
Vi piacerebbe, eh!?

E così rispondo anche a quel “gentiluomo” di Pisapia: il PD non è mio nemico (l’ho fondato!) ma questo PD con questi leaders non è certamente ciò che mi rappresenta e ciò che dovrebbe rappresentare l’obiettivo della SINISTRA. Sappilo te e lo sappiano tutte/i coloro che sostengono questa idea.

Post scriptum:
Aggiungo che l’attacco principale che fa il Sindaco, dopo avere spiegato che “quei materiali sono stati sequestrati nei negozi che approvvigionano i venditori ambulanti abusivi”. è rivolto “ESCLUSIVAMENTE” a questi ultimi, che sono evidentemente l’anello debole. Forse non sanno (!?) i tutori dell’ordine e gli amministratori che quei prodotti potrebbero essere il risultato residuale degli stessi oggetti di marca realizzati in ateliers che utilizzano lavoro nero ed a basso costo al servizio di grandi marchi? Anche un imbecille potrebbe comprendere che i “materiali” utilizzati in quella che si chiama “merce contraffatta” spesso sono della stessa ottima qualità degli “originali”. E non solo: a volte sono anche di “migliore qualità”! La qual cosa dovrebbe far riflettere sui costi insostenibili degli “originali”!!!

J.M.