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ANNO NUOVO – VECCHIO ANNO la continuità

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ANNO NUOVO – VECCHIO ANNO la continuità

Cominciamo il nuovo Anno così come abbiamo chiuso il vecchio.
A coloro che – nella tradizione favolistica d’antan – credevano che ci si potesse lasciar dietro tutto quello che non ci era piaciuto e mantenere quella parte di buono, diciamo “di comodo”, che avevamo acquisito, dovrò dare una delusione. E’ finito il tempo in cui in modo apotropaico a fine anno buttavamo dalla finestra quegli oggetti che non ci servivano più, vecchi arnesi, piatti sbeccati e simbolicamente anche la spazzatura che, nel suo complesso, allagava le strade. Oggi, dopo la mezzanotte, finito lo spettacolo dei fuochi di artificio, si può circolare senza il timore che vi siano danni agli pneumatici ed alla carrozzeria: la crisi ha indotto la buona educazione, grazie al fatto che anche le cose un po’ vecchie un po’ rotte possono essere utili ancora, con il risultato che le cantine e i ripostigli, i garage, sono pieni di cianfrusaglie che ciascuno conserva, “non si sa mai possano essere utili”.
E’ tempo, questo, di letture e di riflessioni. A fine anno in zona Cesarini il Governo è riuscito a produrre e farsi approvare a tamburo battente una legge di Bilancio che dire “creativa” le fa assumere un valore di positività che non merita. La modalità attuata, generata da una necessità emergenziale (andare oltre il 31 dicembre sarebbe stato un atto doveroso per il rispetto del ruolo del Parlamento ma una iattura ulteriore inferta al quadro economico del nostro Paese), è legata al fatto che si è voluto costruire un Bilancio attraverso un braccio di ferro con la Comunità europea, che ha prodotto nel suo iter danni incommensurabili alla nostra economia attraverso lo spread. Lo si è fatto per difendere fino all’ultimo le scelte che ciascuna delle due forze, antitetiche in campagna elettorale – alleate per necessità nel Governo, aveva messo in campo. Via facendo, con il consiglio dei responsabili istituzionali europei, a quei progetti è stato fatto il tagliando; e la soluzione apparentemente positiva è scaturita da un assist poderoso da parte del Presidente francese Macron che, spintonato dai gilet gialli ha promesso l’impossibile facendo crescere a dismisura il rapporto deficit/pil del suo Paese.
Ho accennato al termine “creatività” assegnandolo al Bilancio appena approvato. Ho anche detto che non lo assegnavo come elemento positivo. Infatti il termine “creativo” solitamente collegato a forme artistiche ha un valore positivo, mentre quello collegato agli strumenti economici con cui si governa uno Stato è stato da sempre contornato dall’ironia.
Nel Bilancio, infatti, ci sono molte cifre di uscita che di fronte a quelle “incerte” di entrata non possono che essere delle mere illusioni. Tra l’altro gli interventi collegati a quella pur minima parte della “flat tax” ridurranno le entrate, facendo crescere l’elusione fiscale; quelli collegati alla fantomatica “quota 100” per le pensioni potrebbero avere effetti devastanti anche sulla qualità del lavoro; quelli riservati invece al “reddito di cittadinanza” sono pure affermazioni ideologiche che produrranno tuttavia danni irreparabili su un corpo antropologicamente malato di una parte considerevole del Paese: e non c’è alcuna differenza tra Nord Centro e Sud anche se la Lega continua a pensare che la parte peggiore sia nel Mezzogiorno (anche se, negli ultimi tempi, tende strumentalmente a nascondere questa idea).
Ovviamente i sostenitori di questo Governo sbandierano cifre a tutto spiano per propagandare “le magnifiche sorti e progressive” innescate dai loro interventi. Continueranno a dirlo, allo scopo di imbambolare un popolo disperso che avrebbe bisogno di essere sostenuto ben diversamente da quanto non hanno fatto i precedenti Governi e non sono in grado di fare costoro, venditori di odio e di fumo.

Joshua Madalon

L’IPOCRISIA NON E’ (PIU’) UNA VIRTU’ …almeno così dovrebbe essere ma…..

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L’IPOCRISIA NON E’ (PIU’) UNA VIRTU’ …almeno così dovrebbe essere ma…..

Se non ve ne foste accorti, la campagna elettorale per le amministrative (a Prato) è già iniziata!
Noi di “Prato in Comune” non possiamo esimerci dal mostrare quelle che sono state (e continuano ad essere) le contraddizioni di un’Amministrazione che si è presentata come se fosse di Sinistra ed invece trope volte si è caratterizzata in modo addirittura peggiorativa rispetto alla precedente, nettamente di Destra. Uno degli aspetti su cui lavoriamo in modo specifico e strutturale in vista del nostro Programma di Governo sarà quello della Partecipazione democratica.

E’ stato da anni uno dei punti dolenti delle “diverse” Amministrazioni che si sono susseguite. Già nell’ultima fase della vita breve delle Circoscrizioni il rapporto tra I cittadini delle periferie e l’Amministrazione comunale ha mostrato i suoi limiti; che non possono essere se non per pochi aspetti addebitabili ad una vacanza legislativa ma alla precisa volontà di mantenere ferme le leve del Potere in modo centralistico.

Anche se a prima vista la questione che ci ha visti protagonisti negli ultimi giorni (mi riferisco al nostro intervento sull’esito del voto espresso in Consiglio Regionale per l’ampliamento della pista dell’Aeroporto di Firenze) sembra non essere collegata allo scarso rispetto della partecipazione democratica, la Consigliera pratese regionale del PD Ilaria Bugetti finisce per offrirci un valido assist in quella direzione.

Dopo il nostro intervento sulla stampa, che abbiamo ammesso essere stato “intempestivo” ed impreciso – anche se ci siamo rapidamente corretti – eravamo pronti a ricevere la replica della deputata regionale piddina, che è prontamente apparsa sul suo profilo Facebook.

La Bugetti ha precisato di non essere stata in Consiglio quel giorno (noi in un primo tempo avevamo avuto informazioni sbagliate dedotte da articoli di stampa altrettanto errati – non abbiamo orecchie ed occhi amiche in quei luoghi) ed ha ricordato di essere stata già nel 2011 contraria alla costruzione della nuova pista aeroportuale (da notare: non “dal” ma “nel”).

Abbiamo riflettuto su questo ed in una nostra ulteriore controreplica sull’ account Facebook di “Prato in Comune” ci siamo chiesti come avrebbe votato laddove fosse stata presente.

Non si è fatta attendere la risposta (in verità non sappiamo se rivolta a noi o ad altri) ma ci fa piacere sapere quel che ha detto alla stampa stamattina (25 novembre 2018).

“Mi sarei astenuta, probabilmente”.
Complimenti!
Dopo aver avuto chiare indicazioni contrarie a quella pista da parte del suo Partito e del Consiglio Comunale all’unanimità i due Consiglieri regionali pratesi votano, uno a favore e l’altra dice che “probabilmente” si sarebbe astenuta! Sinceramente sconfortante il livello espresso da questa classe dirigente locale, che non può essere ulteriormente tollerato.

Joshua Madalon

NON SOLO ESISTE, MA VE N’E’ URGENTE BISOGNO (di quella vera, però, eh?)

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NON SOLO ESISTE, MA VE N’E’ URGENTE BISOGNO (di quella vera, però, eh?)

Di che cosa parliamo? della Sinistra, intorno alla quale gufi spelacchiati e prefiche cadenti cercano di negarne l’esistenza. Lo fanno anche e soprattutto per paura, ma anche per ignoranza. Il Partito Democratico ed i suoi sostenitori la temono, il Movimento 5 Stelle in generale fa parte dell’altro blocco, quello degli ignoranti.
Poi si sentono ancora certi commenti solonici di vecchie cariatidi indebolite dallo smog che non hanno proprio nulla da insegnarci ma da vere e proprie “chiangimorti” cassandriche stanno lì a tirare i piedi alla Sinistra, annunciandone la morte. In verità, tiè! Per oggi, tiè!

Uocchio, malocchio,frutticielle a ll’uocchio, prutusino e ffenucchio, o formule più moderne quali aglio,fravaglie e ffattura ca nun quaglia cap’ ‘alice e capa d’aglio, cuorno e bicuorno

Ovviamente ho scherzato utilizzando queste formule. Noi che siamo esseri pensanti e siamo in grado di riconoscere la verità dalle falsità non ci lasciamo ingannare.

Joshua Madalon

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DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”


Non è una recensione, ma soltanto una serie di appunti sulle impressioni di uno spettatore, inconsapevole e parzialmente sprovveduto, sullo spettacolo di apertura della stagione teatrale del Teatro “Metastasio”. Non è una recensione perché, pur avendo qualche competenza in campo teatrale e cinematografico nel mio curriculum non ne posseggo alcuna nel campo artistico contemporaneo ipertecnologico. E quindi dovrei stare zitto? Niente affatto, visto che l’operazione della quale parlo consiste in una forma multidisciplinare mista tra letteratura, teatro, arte videocinematografica, computer grafica, danza, musica. Un bel mix a volte sovrapposto in una contemporaneità di azioni che inducono allo stordimento ed obnubilano le menti “mature” (per l’età) come quella mia.
Sto parlando di “Decameron 2.0” che già dal titolo annuncia un messaggio ben preciso. Utilizzare questi stilemi antichi e contemporanei tutti insieme per trattare dell’opera maggiore di Giovanni Boccaccio. Tutto sommato c’è un buon inizio sul buio di sala e palcoscenico con l’introduzione in voce da parte dell’autrice-regista della descrizione della peste del 1348 così come narrata dall’autore toscano quasi in diretta. Peccato che man mano che si va avanti, accanto alla oggettiva difficoltà della comprensione di un linguaggio necessariamente trecentesco ed aulico si sovrapponga una musica assordante in progressione che lo rende inintelligibile. Ma ci può stare anche questo: uno spettatore “preparato” sicuramente quella parte dell’opera boccacciana (non “boccaccesca” che allude alla licenziosità di alcune nvelle) se la sarà andata a rispolverare. E ci può stare anche che vi siano danzatori che nelle pose a volte si ispirano a danze macabre bianche e nere ed in altri momenti ripropongano immagini arricchite da sgragianti colori che richiamano alcune miniature, che poi vengono utilizzate a pieno nei video che di tanto in tanto appaiono su uno schermo piantato nel mezzo del fondale. Ed è anche profondamente giusto che il chitarrista viva la scena in diretta eseguendo la partitura che accompagna l’intero svolgersi del testo teatrale. Che, occorre dirlo, è naturalmente inconsistente dal punto di vista “classico”. Molto gradevole è la canzone rap sul testo petico di Boccaccio inserito nella novella settima della decima giornata, quella per capirci della Lisa e del re Pietro d’Aragona.

Muoviti, Amore, e vattene a messere,
e contagli le pene ch’io sostegno;
digli ch’a morte vegno,
celando per temenza il mio volere.

L’uso della computer grafica indubbiamente eccellente e professionale si contrappone ai temi letterari narrativi che di volta in volta vengono accennati, mai completamente svolti; si assiste ad un’attualizzazione del tema della peste e della crisi morale trecentesca, che ha tuttavia funzione catartica e rigenerativa, in una sequenza di sincopati lemmi che richiamano la tecnologia comunicativa dei giovani sia nella composizione di messaggi video sia in quella più moderna di Twitter e Whatsapp e che non offrono la stessa speranza di un recupero di umanità.
Certamente il messaggio ha un suo senso dal momento che si propone di sottolineare proprio la disumanizzazione derivante dalle tecnologie e. aggiungo io, la sfiducia verso il futuro, dato che non è ancora in vista un nuovo Umanesimo, come invece accadeva in quel tempo così lontano e così simile al nostro, che è in piena decadenza.
A mio giudizio, ma ripeto che non ha un gran valore, è la composizione complessiva, l’impasto, a non reggere del tutto. In generale non c’è passione che emerga, non c’è coinvolgimento del pubblico, che assiste passivamente allo snocciolarsi dei vari e diversi elementi. Ed anche la conclusione non è accompagnata come di consueto ad una partecipazione, tanto è che giunge inattesa, malgrado il tempo trascorso non sia stato poco .
Un lavoro molto interessante nelle diverse parti ma non nel suo insieme che risulta non ben riuscito al di là delle singole qualità espresse. Pubblico freddino, compreso la parte giovane più avvezza alle tecnologie moderne, che dovrebbe far riflettere gli organizzatori, anche se trovo difficile ed impossibile intervenire per modificare il tutto. Un ultimo appunto: i testi in inglese sono resi frenetici dalla tecnologia e non raggiungono molte volte il pubblico.
Ad ogni modo, uno spettacolo che va “rivisto” non solo nel senso delle possibili modifiche, ma anche “da rivedere” come spettatore…..

Joshua Madalon

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
30/06/2018 61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri

IL TEMPO NON TORNA PIU’ La corda, usurata, si rompe! Sappiatelo

 

 

 

IL TEMPO NON TORNA PIU’

 

La corda, usurata,  si rompe! Sappiatelo

Se corro con la mente indietro nel tempo, trovo sempre più il senso della sofferenza che alcuni di noi hanno patito nella partecipazione ricca di ideali e passione alla vita politica.

La saggezza degli anziani mi aveva accompagnato nel corso degli anni giovanili, consigliandomi di non occuparmi di Politica, ma “giovane” e ribelle come si addice all’età dei quindici-venti anni non potevo sottrarmi all’impegno per combattere le ingiustizie e soprattutto le differenze di classe.

Ho raccontato tante parti di me, non – come suppone un mio attuale detrattore – per vanità, per segnare il passaggio dei nostri giorni ad una fase rigenerativa, superate le secche delle delusioni.

Basta seguire questo Blog e leggerne alcuni post dal 2014 ad oggi, anche se costerà fatica a chi volesse aderire a questo invito, per capire le fasi delle delusioni e quelle delle battaglie culturali e politiche.

Non sono stato uomo di rotture decise, ho sempre privilegiato passaggi soft, anche se come nel caso della mia esperienza consiliare in Comune “sbattendo la porta” (così dissero alcuni giornalisti) ma transitando temporaneamente in Gruppo misto indipendente.

Ci fu poi il mio periodo con l’Asinello attratto da Prodi e da Landini Goffredo. I Democratici prodiani poi si accostarono al Partito Popolare, ex DC che aveva formato poi la Margherita. Per me la scelta non poteva prendere quella strada: altri lo fecero. Ma le differenze erano notevoli tra il mio ed il loro pensiero e, così, all’insegna di un nuovo passaggio soft, entrai nei Democratici di Sinistra, visto che nel frattempo il PDS era stato già superato.

Intanto veniva avanti una nuova idea, tutto sommato accattivante, pensando alla possibilità di smantellare metodi e pratiche politiche. Illusione ovviamente di un giovane cinquantenne. Il nuovo soggetto mi vide in una prima fila, a seguire dapprima le giravolte di un gruppo che si era costituito intorno all’avvocato Rocca per poi decidere, di fronte alle ambiguità ed alle indecisioni di questa prima esperienza, di costituire ufficialmente il Comitato per il PD insieme alla carissima amica Tina Santini.

Quel periodo ha evidenziato in modo palese le ragioni per cui l’attuale PD sta fortunatamente correndo verso la sua autodistruzione.

Insieme ad altre persone stiamo lavorando per mettere in piedi un nuovo soggetto plurale che rappresenti le idee della Sinistra a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Sarà un’impresa; ma vale la pena provare.             Mi aiuta padre Dante Inferno canto XXVI vv.114-116   “…a questa tanto picciola vigilia / de’ nostri sensi ch’è del rimanente / non vogliate negar l’esperienza….”

 

Non possiamo sottrarci: non mi rimane molto da vivere, anche se mi auguro che avvenga più tardi possibile, ma non è umano pensare di avere “tutto” il tempo a propria disposizione. Bisogna dunque mettere tutta la nostra forza in gioco.

 

J.M.

AGOSTO FLEGREO 2018 – 6

 

 

AGOSTO FLEGREO 2018 – 6

La scalinata che dalla chiesetta di San Vincenzo porta verso la passeggiata che si distende tra I blocchi di case marinare e la scogliera ha un che di aristocratico e pare molto adatta a location di sfilate di moda. Purtroppo come notavo precedentemente l’ambiente si è progressivamente degradato, forse non più di quanto lo fosse prima. Le aiuole sono aride e prive di radici, come se vi fosse passata un’orda di cani barbarici. L’idea era interessante anche perché prevedeva che una striscia di terra o ponti di legno sorretti da travi d’acciaio avrebbe dovuto abbracciare l’intero corpo del Rione Terra e spuntare all’altezza della Chiesina della Madonna Assunta; per capirci meglio nel luogo dove eravamo poco prima.

La passeggiata è romantica e colma di tanti ricordi cinematografici: mi viene in mente subito il corto di Antonio Capuano, “Sofialorèn”, inserito ne “I Vesuviani”.

 

Il panorama volgendoci a destra è indimenticabile; mentre a sinistra lo sguardo va a colpire quella struttura incompiuta, giustamente forse tale, elevata sulla base dell’ex Ristorante “Vicienzo a mmare”. E’un colpo allo stomaco ritornare ogni volta e trovarla in piedi. C’è stato un acceso dibattito tra vecchi amici, interrotto per motivi tristi. Lucio era convinto che sarebbe stato meglio rimettere in piedi la vecchia struttura in legno; sono convinto, lo ero già da prima, che il tempo non ritorna mai indietro e che, una volta distrutto un manufatto anche per l’incuria della proprietà successivamente ai fenomeni sismici che hanno prodotto ben altre profonde ferite nella realtà puteolana non si possa pensare ad una ricostruzione ma vada abbattuto ed utilizzato semmai per scopi pubblici. Anche in questo caso ci è sembrato che l’indecisione prevalga e che torneremo molte altre volte in questa città e ritroveremo il “mostro”. Eppure a quello spazio mi legavano ricordi festosi e ricchi di passione politica ed anche in questo caso immagini del Cinema, come quelle di “Catene” degli anni Cinquanta con Amedeo Nazzari.

 

 

 

Superato quell’obbrobrio abbiamo passeggiato serenamente lungo il nuovo Corso Umberto con il Lungomare Pertini e Lungomare Yalta, frequentatissimi da persone di tutte le età soprattutto verso sera quando si può godere la brezza marina. Spazi vari, sedute comode per larghezza e straordinariamente pulite; ampio lo spazio per il passeggio tanto che si può proseguire in pattini o bicicletta. E’ uno dei luoghi dove quasi ogni sera si va ed a volte si incontrano vecchi amici.

Rendo omaggio a Claudio Correale mostrando uno dei suoi video che illustra proprio questa parte della città. A metà percorso io e Mary ci siamo fermati davanti ad un balcone arredato artisticamente un po’ come quelli della Napoli del popolo. Ma ne parleremo poi.

J.M.

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

Mentre si chiacchierava piacevolmente, arrivarono altre persone incuriosite dal fatto che non si poteva andare oltre, essendo zona militare limitata da un alto cancello l’accesso al “faro”. Mi tornò in mente l’opening di “Citizen Kane”, opera prima ed assoluto immenso capolavoro di Orson Welles.

NO TRESPASSING – Vietato entrare.

Indicai loro, però, una via per godere dell’immenso panorama nascosto da quella posizione angusta: da un terrapieno sul lato est ci sono delle scalette che aprono ad un sentiero agevole se percorso nella mattinata ancora fresca di notturna rugiada. Noi ne avevamo escluso di poterlo percorrere visto l’ora tarda tendente al picco di sole sulle nostre teste, ma ciononostante lo consigliavo in particolare a coloro che non sarebbero potuti tornare a piacimento essendo turisti provenienti da terre lontane. Quel sentiero conduce sul picco del capo Miseno dal quale si gode la vista dell’intera area flegrea.

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Sorvolai sul senso dell’altro cartello, che di certo sottolineava una delle abitudini purtroppo connaturate all’ignoranza ed alla maleducazione di una parte, ne basta purtroppo una “minima”, della popolazione. “DIVIETO DI DISCARICA” si legge. A tutta evidenza segnala questo comportamento abietto che porta a considerare il territorio, nella sua totalità, con uno scarso rispetto.

Siamo nel 2018, ma anche nel 1971 a mia memoria scrivevo alcune note in un libercolo del quale ho annunciato la riproposizione in un altro blocco di post.

Ritornammo poi dall’altra parte del tunnel accompagnando i nostri amici occasionali e li salutammo con cordialità, augurando loro “buona fortuna”. Avevamo fretta di tornare a casa, perché nel pomeriggio inoltrato sarebbe arrivata nostra figlia Lavinia, segno del nostro affetto per i miti, da Roma.
“Venite a prendermi alla stazione di Pozzuoli! C’è stato appena adesso uno scippo sul treno: hanno portato via un cellulare ad una ragazza!”
Un ottimo sistema di salutare gli “ospiti” di questa terra e non penso proprio che sia stata felice, quella ragazza, a vivere l’esperienza dello scippo come quei turisti del film “Ammore e malavita” a Scampia.

La telefonata rivelava una preoccupazione del “benvenuta in questa terra desolata” che non ammetteva dubbi: dovevamo andare insieme, Marietta ed io, e non io da solo come pensavamo ad attenderla direttamente al binario.
Uno scippo in tutta regola: strappato dalle mani di una giovane ragazza che, a Piazza Garibaldi, era appena salita e sostava sul vano di ingresso della vettura, smanettando sul suo dispositivo. Rapido il giovane a sfilarlo di mano e saltare giù dal treno proprio nell’attimo in cui le porte si chiudevano.
Rinfrancata dalla nostra presenza e dalla confortevolezza del ritorno in famiglia nel rivedere luoghi ed oggetti della propria infanzia, Lavinia si rasserenò, aiutata anche dall’incontro con la zia Teresa, vulcanica ed esplosiva espressione umana della terra flegrea.
Il giorno dopo ci attendeva una escursione programmata al Quartiere Sanità, luogo ingiustamente famoso per scontri tra bande opposte di malviventi autoctoni in conflitto per la leadership territoriale, ma estremamente ricco di storia. Avevamo prenotato on line con un gruppo, “Insolita Guida”, già prima di partire. Io, la Sanità, l’avevo visitata in “solitaria” poco meno di un anno prima, e ne ero rimasto incantato.

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Joshua Madalon

…fine parte 4….continua….

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reloaded per l’8 marzo 2018 – “ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

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“ARDESIA group” e INCANDESCENTE una compilation di primissimo livello

Una voce chiara, melodicamente legata al testo; una voce che proprio per la sua innata caratteristica jazz non avrebbe bisogno di altro accompagnamento, una voce piena, calda, corposa. E’ quella di Stefania Tarantino. L’avevo apprezzata anche in tal senso già durante la presentazione del prof. Aldo Masullo nel pomeriggio del 24 aprile a Pozzuoli nel Palazzo “Migliaresi” durante la prima giornata della seconda Edizione del Festival delle Idee Politiche. Come anticipavo l’altro ieri, la filosofa napoletana che ha organizzato insieme a Iaia De Marco e Giovanna Buonanno quegli eventi mi ha fatto dono di un cd, “Incandescente”, del suo gruppo, Ardesia, nel quale svolge il ruolo di leader (sua è la “voce” come dicevamo, ma sue sono le musiche dei 10 brani e le parole di 6 fra essi). Alcuni brani sono direttamente collegati a poetesse come Emily Dickinson (“The grass so little” è il secondo titolo della raccolta, mentre “I held a Jewel” è il numero 9) o ispirati a Virginia Woolf, “Le tre ghinee” (“Incandescente” è il terzo titolo) o influenzati dal pensiero di una filosofa politica come Hannah Arendt (“Secret love” è il brano numero 8 e le parole sono di Maria Letizia Pelosi, che ha studiato in particolare l’approccio giovanile arendtiano ad Agostino). L’ultimo brano, il decimo, “Vai pure”, è liberamente ispirato dalla lettura del testo omonimo di Carla Lonzi, critica d’arte, esponente di Rivolta Femminile, gruppo storico del femminismo italiano. Gli altri brani, il primo (“Le ombre”), il terzo (“Incandescente” che dà il titolo alla raccolta), il quarto (“Ad un’amica”) ed il settimo (“Oscuramenti”) sono produzioni assolute – parole e musica – di Stefania Tarantino. Tutta questa Cultura non inficia minimamente la freschezza del prodotto che è davvero affascinante e stimolante per tutti coloro che volessero andare oltre quelle che sono le piacevoli sonorità di voci e strumenti che accompagnano le performances del gruppo “Ardesia” al quale fa riferimento, oltre alla Tarantino, Maria Letizia Pelosi alla chitarra che interviene anche in voce (elegante e coinvolgente anch’essa) in quattro brani e con l’armonica in “Respira”, quinto brano della lista; al basso ed alla tromba, Ciro Riccardi; al violino, Antonino Talamo; alla chitarra elettrica in due brani, “Oscuramenti” e “Secret love”, Giuseppe Fontanella. Il progetto è in tutta evidenza “un tentativo di mettere in musica la sensibilità “differente” dell’universo femminile”. Parte di queste musiche fanno parte anche del bellissimo documentario di Nadia Pizzuti “Amica nostra Angela” dedicato ad Angela Putino, straordinaria ed indelebile figura di filosofa femminista scomparsa prematuramente nel 2007. Già all’avvio del filmato si odono le note di “The grass so little” ed è la voce di Stefania, calda corposa e suadente allo stesso tempo, che legge alcune riflessioni di Angela Putino. Stefania ha avuto modo di partecipare negli ultimi mesi di vita della Putino alla creazione della rivista on-line «Adateoriafemminista», nella quale erano state coinvolte altre donne e uomini di diverse generazioni.
Con questo mio post volevo evidenziare come, in questo deserto delle anime che abbiamo frequentato occupandoci esclusivamente o quasi di “politica” , esistano storie straordinarie e così piene di incommensurabile bellezza e ricchezza così forti ed impellenti da farmi avvertire il dovere di contribuire a valorizzare, riconoscendo i miei limiti che mi hanno condizionato emarginandomi in una personale particolare “ignoranza”. Grazie, Stefania ed un saluto cordialissimo da Prato. In bocca al lupo per i futuri “successi” non solo quelli musicali!

Joshua Madalon

RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

Parlerò di “Giovanna” ancora una volta, su richiesta di Rossella Foggi leader di “FareArte” questo prossimo 8 marzo. L’ho fatto molte volte negli ultimi anni dal 1982 ad oggi. Leggendo altri post del mio Blog inserendo il titolo “Giovanna” potrete ritrovare molte delle indicazioni utili a comprendere le motivazioni che portarono prima di tutto il team del film del 1956 a realizzarlo a Prato e poi il gruppo che era stato costruito negli anni Ottanta intorno al Cinema TERMINALE a recuperarne la memoria andando a scrivere una sceneggiatura intorno a quel film. Ne fui protagonista ed è uno dei motivi fondamentali che mi legarono e mi legano a questa città.
Qui di seguito, ad utile corollario di questo breve post allego il filmato di una mia intervista nell’occasione di un’iniziativa curata da Chiara Bettazzi per Tuscan Art Industry del 2015, preceduto dalla descrizione di quella parte degli eventi che si svolsero all’interno della Fabbrica ex Lucchesi (quella antistante la Piazza dei Macelli).
Subito dopo trovate copia della locandina che pubblicizza l’evento di questo 8 marzo 2018 preceduto dal testo che ne accompagna l’evento su Facebook (sarò in ottima compagnia).

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MERCOLEDI 15 LUGLIO 2015

ORE 19.00
TAI / anteprima alla mostra

ORE 21.00
DIARI URBANI / approfondimenti

Conversazione sul Documentario realizzato intorno al ritrovamento della pellicola del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo e alla realizzazione del restauro del film, con Stefania Rinaldi e Giuseppe Maddaluno.

ORE 22.00
PROIEZIONE FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO
Sede EX Fabbrica Lucchesi Piazza dei Macelli.

“Giovanna” film degli anni 50, quasi dimenticato, fu l’esordio del regista neorealista Gillo Pontecorvo. Girato a Prato con attori non professionisti narra, gli aspri conflitti sindacali delle lavoratrici tessili.
Il film, finanziato da un’organizzazione femminile comunista della Germania est , fu presentato a Venezia nel 1956 ma non fu mai distribuito e subito dimenticato. Racconta la lotta delle operaie per difendere il loro posto di lavoro, contro i padroni e anche contro i loro stessi mariti che disapprovano l’occupazione della fabbrica e il loro protagonismo.
La protagonista (Giovanna) fu Armida Gianassi, reclutata nella sala da ballo di una Casa del Popolo.
I temi trattati sembrano molto attuali: licenziamenti e lavoro precario.
Gli anni ’50, ’60 e ’70 non furono rose e fiori. I pratesi non furono tutti imprenditori.
I diritti non vennero regalati. Il film fu girato nel Lanificio Giulio Berti. La fabbrica era detta anche “La Romita” perché formatasi intorno all’antico “Molino della Romita” sulla gora omonima che infatti si vede nel film, ancora ricolma d’acqua. Oggi abbattuta e quindi scomparsa per far posto ad anonimi palazzi.

8 marzo 2018 ore 21,15 serata-evento Biblioteca Lazzerini, sala conferenze
“DONNE E LAVORO NELLA PRATO DEL 900″
Operaie, imprenditrici e manager, storie di emancipazione femminile nella città che cambia.
Proiezione di alcuni brani del corto “Giovanna” di Gillo Pontecorvo (1955), la storia di una
ribellione al femminile per la difesa del proprio posto di lavoro.
Protagoniste le operaie del lanificio Giulio Berti che, capeggiate dall’intrepida Giovanna, occupano la fabbrica e protestano contro i padroni che le vogliono licenziare e contro gli stessi mariti che
non abbracciano la loro causa.
Testimonianze e proiezioni di immagini su alcune personalità femminili Pratesi particolarmente distintesi nel campo sociale e lavorativo.
Interventi:
Paola Giugni: Emma Luconi Caciotti, perfetta ospite dell’Hotel Stella d’Italia.
Rita Frosini Faggi: Virginia Frosini, fondatrice e anima dell’Istituto Santa Rita, che accoglie minori abbandonati o in difficoltà.
Pierfrancesco Benucci: Rosalinda Lombardi, imprenditrice dell’industria tessile pratese.
Patrizia Bogani, prima allieva donna dell’Istituto tessile “Buzzi” insegnante ed artista.
Giuseppe Maddaluno: note sul corto “Giovanna”
Modera: Rossella Foggi.
INGRESSO LIBERO.
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Info: segreteriafarearte@gmail.com

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CASE – 4bis – un’aggiunta ad hoc

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CASE – 4bis – un’aggiunta ad hoc

Ho già scritto un numero considerevole di post dedicato alle CASE. Ciascuno di noi ne ha conosciute diverse ma ovviamente per ciascuno di noi rivestono un significato particolare. 4bis è collegato al 4 come è logico pensare e precede il 5 che non poteva collegarsi a questo ricordo. Un riferimento indotto dalla breve nevicata che in queste ore interessa Prato ed al fatto che già da ieri molti “osservatori” registrano che a Roma ed a Napoli, dove la nevicata è stata abbondante nei giorni scorsi, non ne ricordavano tali sin dal 1956.
Erano gli anni della mia fanciullezza, nel passaggio turbinoso incontro all’adolescenza e, come sanno coloro che leggono i miei post, andando al CASE 4, potete sapere che l’anno prima, nel 1955, la mia famiglia si era spostata da via Campana a via Girone. Quest’ultima strada si svolgeva con una sorta di tornante a ridosso dell’Anfiteatro Flavio – il secondo per grandezza delle omologhe vestigia romane – ed a circa 50 metri di distanza dalla linea ferroviaria. Si saliva dal quartiere delle Palazzine comunali e poi si scendeva lievemente. La salita era – e lo è ancora – ripida ed allora era anche incerta per la pavimentazione non proprio comoda. Quartiere popolare, quello di giù, così come quello di su, anche se pomposamente mio padre descriveva la nostra abitazione come “villetta”.
Nel 1956, dunque, ero in via Girone, quando ai primi di febbraio nevicò in modo eccezionale (non accadeva dall’inverno del 1929). Ragazzino timido, ancora attaccato alla gonnella di mia madre, pudico, avevo legato con ragazzini più o meno della mia età e della mia complessione. Dedito agli studi, mi preparavo, avendo anticipato di un anno la frequenza della prima classe, all’esame di quinta, sotto la guida di un maestro straordinario che non ho mai dimenticato: Federico Lamberti. I miei migliori amici erano infatti i due compagni di classe con i quali preparavo quell’esame. Un affare molto serio, a prescindere da quanto lo possa apparire comunque oggi a chicchessia: una vera e propria prova anticipata di “maturità”!
Gli altri ragazzi, mentre per noi scendere da quella strada per andare a scuola era un vero e proprio “risiko”, in quei giorni si divertivano in modo originale, utilizzando delle tavole a mo di slitta. Noi meno monellescamente ci limitavamo a formare palle di neve che poi ci lanciavamo o i classici omini.

Anche se ovvia mi piace ricordare quell’anno con la canzone che scrissero Carla Vistarini e Franco Califano e che fu musicata da Massimo Cantini e Luigi Lopez, nell’interpretazione classica di Mia Martini.

“Ti ricordi una volta
Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera
Ti ricordi lo spazio
I chilometri interi
Automobili poche allora
Le canzoni alla radio
Le partite allo stadio
Sulle spalle di mio padre
La fontana cantava
E quell’aria era chiara
Dimmi che era così
C’era pure la giostra
Sotto casa nostra e la musica che suonava
Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C’era sempre un gran sole
E la notte era bella com’eri tu
E c’era pure la luna molto meglio di adesso
Molto più di così
Com’è com’è com’è
Che c’era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l’America
E chi l’ha vista mai
E zitta e zitta poi
La nevicata del ’56
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli.”

CASE 4 bis – continua con il 5

Joshua Madalon