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ORFEO, EURIDICE “LA GRANDE SOGNATRICE”

Questa mattina pubblico l’intero racconto

La grande sognatrice 001

ORFEO, EURIDICE “LA GRANDE SOGNATRICE”

Orfeo aveva amato davvero una donna che casualmente si
chiamava come quella narrata da Virgilio ed Ovidio; ed anche
lui aveva visto morire Euridice la sua donna vittima di un male
crudele che l’aveva dapprima lentamente debilitata e poi
stroncata. L’aveva amata così intensamente che non aveva
mai più voluto conoscerne altre ed aveva deciso di vivere la
sua vita lontano dal mondo coltivando da solo il suo orto lassù
fra le montagne di Vernio al confine fra la Toscana e l’Emilia.
Di Euridice aveva conservato soltanto un’immagine, un
disegno con cui lui stesso aveva voluto tracciare su un
cartoncino con del carbone i lineamenti del volto sul letto di
morte; e questo oggetto custodiva con affetto in una tasca
interna segreta del suo vecchio cappotto. Erano passati
anni ed anni ed Orfeo andava ormai vivendo la sua vecchiaia
lontano dal mondo, isolato lassù nei boschi e aveva ricercato
la solitudine evitando il più possibile di incontrare e di parlare
con anima viva, autoescludendosi anche dalla partecipazione,
fosse morbosa o umanamente mostrata, dei vicini che però
distavano da lui circa un chilometro più giù verso la valle del
Bisenzio….. le stagioni si alternavano ed alle nevi seguivano
le fioriture primaverili e le calure estive ed i colori intensi e
variegati della natura accompagnavano le giornate di Orfeo,
che non aveva mai più nemmeno nella sua immaginazione
incrociato una figura umana che pur lontanamente
assomigliasse alle fattezze di Euridice, alla bellezza del suo
corpo, al suo bel volto, del quale custodiva il disegno, che
ogni notte per migliaia e migliaia di volte aveva estratto dalla
tasca interna del suo consunto paltò, quel disegno che non
era però mai invecchiato, come il volto che vi era ritratto,
sempre giovane, sempre bello, sempre sorridente anche se
quella donna, la sua Euridice, era là sul letto di morte; ed
erano trascorsi quasi trenta anni.
Orfeo era invece invecchiato per trascuratezza oltre che per
il tempo; non aveva ancora sessanta anni e dalla tragedia che
lo aveva coinvolto non si era più mosso dalla sua casa, quella
che aveva costruito per la sua donna e per la famiglia che
avrebbe voluto avere. Un pomeriggio, verso la fine
dell’autunno, il tempo aveva già mostrato i primi freddi ma si
alternavano splendide giornate di sole a quelle ventose e
piovose, Orfeo decise all’improvviso di scendere verso la
città. Come un clochard indossò il suo sdrucito largo
cappotto e con un ampio cappello si coprì la testa quasi a
voler celare la sua identità. Solo qualcuno lo notò, ma pochi lo
conoscevano, quando sulla Provinciale salì sulla corriera per
scendere verso Prato; nessuno gli diede a parlare per tutto il
viaggio. Prato la ricordava così come era negli anni Ottanta;
con Euridice l’aveva vissuta, frequentandone i teatri ed i
circoli: a lei piacevano la musica e la danza ed aveva praticato
da ragazza quelle arti, da protagonista. Ed era in quei luoghi
che Orfeo, appassionato soprattutto di musica classica,
l’aveva conosciuta. Inoltratasi nella città, la corriera aveva
attraversato le strade i parchi e i giardini lungo il fiume del
loro giovane amore e delle loro passioni; il cuore di Orfeo
riprendeva a battere seguendo i ritmi delle sue emozioni.
Il cuore di Orfeo batteva più forte ed intenso proprio là dove
era il suo segreto.
******
Decise di scendere all’altezza del “Fabbricone”, una vecchia
megastruttura industriale adibita sin dalla fine degli anni
Sessanta come sede supplementare del più vetusto e glorioso
“Metastasio”, e vi si avvicinò: notò una grande confusione
ma comprese immediatamente dal modo in cui era vestita la
gente che non si trattava di pubblico del teatro ma di clienti,
soprattutto donne, di alcuni supermercati. Decise di non
inoltrarsi nella stradina che portava al Teatro e, tornato
indietro, proseguì verso il Centro.
Anche le strade erano più nervosamente ed intensamente
trafficate e la gente faceva a gara con il vento che a Prato è
intenso ed a volte furioso, impetuoso: la gente sia a piedi che
in auto sembrava impazzita, correva correva ed Orfeo non
capiva il senso di questa frenetica fretta. Era innervosito da
tutto questo e, procedendo come in un sogno, non riusciva
nemmeno più a comprendere le ragioni di quella sua discesa;
che c’era venuto a fare dopo tanti anni? O che non stava
bene lassù vicino ad alcuni dei suoi ricordi più belli seppur
lontano da altri legati alla sua infanzia, alla sua adolescenza,
alla sua giovinezza, al suo “amore”? nessuno avrebbe potuto
riportare indietro il suo tempo. Ora spettava ad altri scoprire
la dolcezza dell’amore, sentire il profumo dei capelli e la
morbidezza della pelle e così mentre si muoveva quasi furtivo
in mezzo alle folle osservava le mani di ragazze e ragazzi che
si toccavano, i volti che si annusavano e si avvicinavano, le
labbra che si socchiudevano nell’attesa, i corpi che si
toccavano. Lui tutto questo lo aveva vissuto ma poi il destino
lo aveva voluto segnare con crudeltà.
Superato il Serraglio, percorrendo Via Magnolfi in Piazza
Duomo ci arrivò ma era stracolma di bancarelle dove si
vendeva di tutto: questa delusione non gli impedì per un
attimo di ricordare quella notte di tanti anni prima, una notte
magica; era inverno e da qualche ora nevicava in modo
intenso; le strade erano coperte di un candido manto,
soffice e profondo, i passi crocchiavano lenti e i rumori erano
attenuati e la luce dei lampioni emanava una serenità profonda
nel silenzio quasi totale.
Orfeo aveva da pochi giorni conosciuto quella splendida
gioiosa ragazza ad un concerto in San Domenico; là – a
pochi passi – c’era una Scuola di Danza dove Euridice da
alcuni anni procedeva nella sua specializzazione essendo
passata da studentessa modello ad aiutante della Direttrice di
quei corsi. E quella sera, mentre nevicava, Orfeo andava ad
attenderla fuori della Scuola: voleva parlare, voleva
condividere quello strano turbamento che le aveva trasmesso
solo lo sfiorarsi le mani quando si erano salutati nell’amicizia
appena avviata; voleva capire se…anche lei aveva bisogno di
capire. Arrivò davanti al Circolo proprio mentre Euridice
stava salutando alcune sue giovani allieve ed i loro genitori.
Le fece un segno; non avrebbe voluto importunarla ma
avvertiva quella necessità, impellente. Per questo le fece solo
un timido cenno di saluto; ma Euridice mostrò immediatamente
di essere molto felice di vederlo. Orfeo, lui non se
ne era accorto, aveva il berretto ricolmo di neve e sembrava –
essendo molto magro – con la palandrana uno spaventapasseri
in un campo innevato. Euridice gli sorrise e gli si accostò
con evidente gioia.
“Che fai? Sei stato ad un altro concerto?” “No, sapevo che
saresti uscita più o meno a quest’ora e son passato…avevo
bisogno di parlarti” “Mi accompagni, allora? Vado verso casa,
in Piazza Ciardi”. Orfeo non chiedeva di più e per sostenere la
ragazza la prese sottobraccio, dapprima, e poi le avvolse il
braccio sinistro sulle spalle come per proteggerla dalla neve
che continuava a venir giù ed evitarle qualche possibile
ruzzolone.
Orfeo ricordava passo dopo passo quel percorso, parola dopo
parola quelle frasi, le emozioni, la passione e la vita che veniva
segnata da quei minuti; Orfeo ricordava quel bacio, il primo,
più degli altri che quella sera stessa poi fioccarono insieme
alla neve sotto il porticato del Pulpito di Donatello in Piazza
Duomo…
*******
Andò oltre, non volle soffermarsi in quel caos così lontano
dalle magie di tanti anni prima e si infilò in una via Mazzoni
ancor più caotica resa più stretta dalla presenza di tavolini e
sedie per i clienti di un pub. Arrivò in Piazza del Comune, un
crocevia di diverse abitudini ed interessi, e stancamente
osservò la statua del Datini costretta imperterrita a mostrare i
prodotti del suo lavoro ai pratesi più ignoranti e ne ebbe
un’infinita pena. Ma gli voltò le spalle e si avviò verso San
Francesco; faticò a riconoscere quella piazza, caotica come
era, ricolma di auto.
Non riusciva a rendersi conto di come il tempo trascorso
lontano dalla sua città fosse stato tanto e tale da condizionare
le reciproche trasformazioni in modo irreparabile. Eppure in
quella piazza la storia d’amore si era arricchita di tantissimi
altri momenti che non avrebbe mai potuto dimenticare ma che
il “tempo” ormai aveva lasciato solo nella sfera dei suoi, solo
dei suoi, ricordi. Si sedette su una panchina e si toccava
l’esterno del vecchio cappotto proprio a sinistra all’altezza del
cuore e lo accarezzava; era ormai un vecchio, di sicuro più
vecchio di quelli che avevano la sua stessa età perché così si
sentiva ma poi in effetti per davvero che lo era! E
continuava a chiedersi dentro di sé perché mai quel giorno lui
avesse deciso di ripercorrere quasi come una serie di stazioni
penitenziarie alcune delle tappe fondamentali della storia sua e
di Euridice.
*******
Rimase sulla panchina assorto nei suoi pensieri mentre la
gioventù gioiva nell’attesa del Natale; e vi rimase fin quando le
luci della città e quelle della “festa” imminente si accesero in
corrispondenza del buio della vicina notte. Il traffico di
persone e di mezzi era diventato in modo ossessivo
soffocante ma Orfeo non se ne avvedeva punto. Non
ricordava quel caos ma non se ne sentiva particolarmente
infastidito, il suo pensiero era rivolto altrove: nella sua
memoria vi era un tempo ormai lontano ed assai diverso.
Si sollevò e decise di andare verso Piazza del Castello, vi si
diresse ma dopo pochi passi scelse di avviarsi attraverso
Piazza Sant’Antonino verso Piazza Santa Maria in Castello.
Era stato attratto da una luce della quale però non riusciva ad
intravedere l’origine. Era calata la sera e con essa un vento
freddo che proveniva dalle gole dell’Appennino aveva fatto
scendere la temperatura; le strade si erano progressivamente
liberate da quel caos: era anche l’ora in cui ci si ferma a
cenare ed i negozi si chiudono. Orfeo entrò in quella piazza
ed alzò i suoi occhi sollevando la tesa del suo ampio cappello
per dirigere la sua vista verso la luce e si fermò. Principiava
a far freddo ma lui non ne soffriva, era abituato a quelle più
rigide temperature lassù sulle montagne dove per tantissimi
anni era rimasto isolato. Sollevò gli occhi e vide la luce che
lo aveva invitato a muoversi verso di lei: era un volto di
donna, sorridente, un ovale perfetto, chiusi gli occhi dalle
belle lunghe ciglia.
Ma era proprio la donna che aveva amato, conosciuto ed
amato; la donna che lo aveva amato, conosciuto ed amato
trenta e più anni prima; la donna il cui volto aveva disegnato
sul letto di morte anche per poterla ricordare così come era,
ancora giovane e bella della bellezza dei giovani non ancora
corrotta dai segni del tempo.
Si toccò il cuore accarezzando ciò che conteneva quel
pastrano sdrucito ma sempre caldo di quel calore che in
maniera più forte e straordinaria emanava quel vecchio
cartoncino che là dentro aveva custodito. Non ebbe ragioni
per confrontarne le somiglianze: era proprio Euridice, era
proprio lei che dal grande muro regnava su tutta la piazza; e
gli occhi erano chiusi così come lo erano stati quelli della sua
amata quell’ultimo giorno in cui la vide. Le ultime persone
attraversarono la piazza mentre lui senza mai togliere gli occhi
da quel volto si accostò in un angolino e si accovacciò;
avrebbe voluto che quella donna aprisse i suoi occhi e lo
guardasse, gli sorridesse ed immaginò dentro di sé di poterla
nuovamente incontrare come in un sogno, in un bel sogno,
ma non riuscì a sognare se non ad occhi aperti. Scese la
notte ed il freddo portò su tutta la pianura leggeri petali di
neve; ben presto anche la piazza fu ricoperta di un manto
bianco e morbido ed Orfeo ricordò quel primo bacio e quelli
che vennero poi quella sera di tanti anni prima… e lui
rimaneva là con quel suo sogno segreto… Nessuno nei
giorni seguenti fece caso a quel vecchio signore che in un
angolo della Piazza attendeva la sera perché il miracolo
avvenisse; con la luce del giorno il volto spariva.
***************
La gente aveva sempre più fretta ed in quella piazza non
c’erano abitazioni né negozi. Arrivò la notte di Natale, la gente
era nelle case a festeggiare; nevicava e suonarono a festa le
campane del Duomo e quelle più vicine di Santa Maria delle
Carceri, ma Orfeo non le sentì. Euridice aveva aperto gli
occhi, era venuta giù ed aveva preso per mano Orfeo ed
insieme erano andati a ritroso nel tempo ripercorrendolo.
Orfeo era felice e sorrideva, Euridice lo rassicurava; poi tutto
si dissolse. Il mattino seguente un netturbino che spazzava la
neve si accorse della presenza di un vecchio signore
rannicchiato in uno degli angoli della piazza e poiché non
rispondeva agli stimoli chiamò il 118. Al calar della sera la
“grande sognatrice” in Piazza Santa Maria in Castello nel
centro di Prato si illuminò nuovamente ma non aprì mai le sue
palpebre.

MINICOLLANA DI RACCONTI
1
ORFEO
EURIDICE
LA GRANDE SOGNATRICE
di
GIUSEPPE MADDALUNO
J.M.

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