VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 parte 16

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I GIORNI parte 16

Un avvocato, avresti detto dalla parlantina. Un professore, invece, di Economia. Un bel ragazzo, poco calvo, dall’aria attenta e furba. Bruno come quelli del Sud più a Sud. Nuovo del mestiere, ci volle poco per diventare amici.
Lui già sapeva tutto di noi. Le tessere parlavano chiaro. Bastò qualche domanda e il discorso subito si aprì. Mi descrisse il tipo della sua clientela, vantandosi non poco di aver ospitato gente simpatica, oltre che facoltosa e, prendendoci certamente in giro, scherzosamente affermò che noi non avremmo fatto per niente invidiare i precedenti.
Eravamo ormai all’ora della passeggiata. I clienti, infatti, uno dopo l’altro uscivano.
Ma non parlò solo degli altri. La sua famiglia, ad esempio, lavorava tutta. Impiegati comunali, statali e privati.
La sorellina mostrava attenzione ai nostri discorsi, che venivano interrotti spesso da clienti che chiedevano qualcosa o che consegnavano le chiavi. Diciotto o vent’anni. Bruna, simpatica ed espansiva. Un sorriso sempre pronto, che mi venne offerto insieme all’aperitivo.
Passarono molti clienti dinanzi al banco a consegnare la chiave della loro camera prima della “passeggiata”.
La madre non entrava nei nostri dialoghi e girava, salendo su e scendendo ripetutamente dai piani superiori. Abitavano là, forse su in alto. Mi sarebbe piaciuto scattare fotografie dall’alto dell’ hotel. Chiesi. Risposta evasiva, forse che sì ma anche no.
Sono così incostante, volubile. Non faccio tempo ad innamorarmi di una persona, che già l’ho dimenticata, per un’altra o più. E così con le persone che stimo.
Tu hai voluto vincere. Per forza. Ora mi saluti, sorridendo. Un ghigno. Hai capito perfettamente come’ero. Anche se soffro, dico che non t’ho mai amata. Forse è la verità. Forse è la verità, forse no, che non t’ho mai amata. Sono stato solo un bimbo capriccioso. Un giocattolo nuovo da rompere era il mio desiderio. Che sia la verità, debbo convincermene. Per forza. Riconquistarti, dopo averlo fatto per scherzo, sarà difficile. Un tipo come me poi non tenterebbe nemmeno. Se non cambia.
Era tardi. Quasi le otto. Del pomeriggio. Rientrai. L’amico era già quasi pronto. Uscimmo.

Le scale erano frequentate da molti gatti.
Non mi sorpresi affatto quando il gatto che avevo sembrava ascoltare tutto quel che dicevo. Pensai che fosse come me. Che io fossi come lui. Chissà che non sia vero quel che dice ora un mio amico “Devi essere l’anima di un gatto reincarnata”: mi diverte parlare miagolando. E’ difficile, però, imparare. La gente brontola. Ipocrisia. Dignità e lotta. Il piccolo diviene grande. O resta piccolo. O viceversa. Due bambini si abbracciano. Sguardi attenti e curiosi. La prima vergogna sui loro volti. Col tempo si vedrà. Il rodaggio della macchina. Quello dell’uomo. La montagna bruciava. Tutto a nudo. Nero. Col tempo il verde tornerà. I nostri volti disinvolti, senza turbamenti; nascondono il timore. Ci affrontiamo dissimulando la timidezza. Per paura di soccombere. Aggressivi, innaturali. Sempre con un sorriso, per ogni evenienza. L’indifferenza assoluta finisce col non nuocere. Tutto è consentito.
Il treno volò. Arrivai molto presto a casa. Senza vedere più niente. “Parto, vado via”. Chi dice “Non tentasti” dice la verità. Come potevo, d’altronde. Non voglio vederti. Non voglio. Nevrotico. Diventerò. “Io…. ti amo” a dirlo così mentre son solo, pensieroso. “Io… ti amo, ti amo”: A chi. Non esiste. Una musica più bella. Un brivido. Pace dell’animo. C’è un posto vuoto, in treno, di fronte a me. Lo guardo. “Ti amo”. La pazzia. Adesso non penso più a niente. Tra uno e l’altro c’è sempre un grosso intervallo di meditazione. Di quiete. Tempesta dell’animo, addio. La mente di una fanciulla ripercorre le note di una canzone. Sussurro. Mi incanto.

I GIORNI 1972 – fine parte 16 – continua…

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